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Full text of "Istorie Fiorentine"

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ISTORIE   FIOREKTIK 

DI 

SCIPIOI^E    AMMIRATO 

PARTE   SECONDA 


DI 


CON    L    AGGIUNTE 
DI 

SCIPIONE    AlVimiRATO 

I  L    Gì O V ANE 

RIDOTTE      A      MIGLIOR      LEZIO:?!E 

DA  F.  RANALLI 


PARTE    SECONDA 

TOMO  QUINTO.  ^f 


^555^ 


FIRENZE 
PER  V.  BATELLI  e  COMPAGNI 

1848. 


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Vf 


deh;  istorie  f  ioritii 


DI 


SCIPIONE  AMMIRAT 

LIBRO  VENTUNESIMO. 


Anni  1435-1441. 


^><osimo  de' Medici  e  la  sua  posterità  occnperà  questa  parie 
della  mia  istoria,  perciocché  sebbene  dopo  il  suo  ritorno  la 
Repubblica  non  mutò  aspetto ,  e  i  medesimi  magistrali  ,  e 
le  medesime  leggi  continuarono,  nondimeno  essendo  la  cillà 
vota  di  tutti  coloro  del  vecchio  governo,  e  quelli  i  quali 
erano  restali,  o  dependendo  tulli  da  Cosimo,  o  avendo  i 
medesimi  interessi  che  egli,  venne  a  rimanere  libera  affatto 
nelle  braccia  sue,  e  de' suoi  successori;  i  quali  reggendola 
per  lo  spazio  di  molti  anni  sotto  specie  d'una  civile  mag- 
gioranza, quando  pifi  da'loro  nimici  vollero  essere  abbas- 
sali ,  allora  quasi  tirali  per  mano  dalla  felicità  della  casa  lo- 
ro, non  senza  l'aiuto  d'una  gran  prudenza  umana,  all'altezza 
del  principato  si  sublimarono;  la  quale  felicità  fu  così  gran- 
de ,  che  desiderati  prima  i  lor  parentadi  da'ponteGci,  e  poi 
alcuni  di  essi  al  pontefìcato  pervenuti ,  né  da  grandi  e  po- 
tentissimi re  e  imperadori  furono  le  loro  affinità  dispregiale, 
agguagliala  T illustrezza  del  sangue  con  la  potenza  del  do- 
minio, onde  non  ha  da  invidiar  rilalia  al  chiarore  degli  stra- 
nieri lignaggi.  Quindi  nacque  molte  volle  che  la  cillà  di  ric- 
chezze, d'ingegni,  e  d'rfrli  nobilissime  si  vide  fiorire,  e  più 
che  per  ì' addietro  non  era  avvenuto  molte  famiglie  spesso 
alle  prelature,  e  alla  chiara  e  alla  dignità  del  cardinalato 
pervennero.  Altre  fiate  per  lo  contrario,  mentre  non  si  vuol 


6  DELL  ISTORIE  FIORENTINE 

questa  supcriorilà  prtlirc,  tu  vedesti  profanali  i  tempi  e  im- 
brattati di  sangue,  manomesse  le  persone  sagre,  e  dalle  fi- 
nestre del  pubblico  palngio  impiccate  ,  uccisi  molli  cittadini, 
e  per  la  città  a  guisa  di  bestie  trascinali,  i  morti  tratti  dalle 
sepolture  e  in  Arno  gitlali ,  violala  la  ragione  dell'ospizio 
e  del  parentado  ,  ucciso  un  principe  nel  letto  e  nella  casa 
del  consorto  e  amico  ;  le  quali  cose  m'ingegnerò  raccontare 
con  quella  fede  e  sincerità,  che  altre  volte  mi  ricorda  avere 
promesso  ,  non  avendo  io  ,  ne  alcuno  de'miei  maggiori,  né 
co' cittadini ,  né  con  alcuno  di  quei  principi  affetto  o  pas- 
sione alcuna,  se  ciò  non  fo  per  malvagità  d'  animo,  la  quale 
mi  abbia  a  far  forza  che  io  debba  partirmi  dal  vero.  Non 
negherò,  e  dal  gran  duca  Cosimo  essermi  stato  dato  queslo 
carico  ,  e  da'  gran  duchi  Francesco  e  Ferdinando  suoi  fi- 
gliuoli raffermo  ;  ma  costoro  oltre  aver  da  quelli  avuto  di- 
versi principj ,  non  hanno  mai  violato  il  dire  e  il  credere 
quel  che  altri  si  voglia;  ond'io  non  ho  dubbio  alcuno  d'a- 
ver liberamente  a  dir  quelle  cose,  che  all'ufficio  dell'istoria 
appartengono.  Venuto  dunque  il  tempo  di  far  la  nuova  traila 
per  i  signori,  che  doveano  entrare  ne' primi  due  mesi  del- 
l'anno 1435,  e  il  gonfalonerato  toccando  al  quartiere  di  S. 
Giovanni,  non  fu  dubbio  alcuno  che  quel  magistrato  avesse 
a  toccare  a  Cosimo;  il  quale  deliberalo  in  ogni  modo  d'as- 
sicurarsi ,  trovalo  che  alcuni  de'  confin.iti  avean  rotto  i  con- 
fini,  li  fece  in  virtù  delle  leggi  giudicar  per  ribelli.  Costoro 
furono  Rinaldo  Albizi  e  Ormannozzo  suo  figliuolo.  Michele 
Arrigucci,  Stefano  di  Salvi,  Giovanni  di  Pino  d'Arrigo,  Lo- 
dovico de' Rossi,  Francesco  Buccclli,  e  Riccoldo  Riccoldi. 
Dall'  altro  canto  il  capitano  della  balia  scoperse  alcuni  altri 
cittadini  avere  insieme  pratiche  e  ragionamenti  di  trattalo  ; 
perchè  posto  mano  a  Francesco  Guadagni ,  a  Bartolo  di  Mi- 
chele, e  a  scr  Branca  Brancacci  lutti  e  tre  alle  Stinche  per 
dieci  anni  ,  e  a  pagar  cinquecento  fiorini  per  uno  condannò. 
Felice  Brancacci  non  avendo  ubbidito  alle  pene  dategli  ebbe 
bando  di  ribello.  Furono  parimente  per  conio  di  stato  Fi- 
lippo e  Anliinio  Guadagni  figliuoli  del  gonfaloniere,  il  quale 
aveva  caccialo  Cosimo  per  dieci  anni,  a  Barzellona  confinali, 
e  Piero  Serragli  per  dieci  allri  anni  posto  a  sedere.  Nel 
qual  tempo  vennero  novelle  a' signori ,  come  Giovanna  jcina 


LIBRO   VENTUNESIMO.  7 

di  Napoli  ultima  progenie  de!  re  Carlo  I  a' 2  di  febbraio  in 
Napoli  di  questa  \ita  s'era  partila,  avendo  quel  regno  in 
molti  travagli  lasciato  per  l'incertezza  della  successione, 
pretendendo  due  principi  di  sangue  e  di  fazione  diversi  Al- 
fonso re  d' Aragona,  e  Rinieri  duca  d'  Angiò  esserne  i  veri 
successori,  i  quali  travagli  di  molte  brighe  ,  non  che  a  quel 
regno,  ma  alla  Repubblica  fiorentina  istessa,  come  apparirà 
ne' suoi  luoghi,  furono  in  processo  di  tempo  cagione.  Tra 
tanto  dietro  a  Cosimo  fu  fatto  gonfaloniere  di  giustizia  la 
seconda  volla  Filippo  del  Bugìiaffa.  In  tempo  di  costai  morì 
in  Firenze  Amerigo  Corsini  arcivescovo  della  città  figliuolo 
di  Filippo ,  il  quale  fu  cinque  volte  gonfaloniere,  e  fratello 
del  cardinale.  Poco  dipoi  si  fecero  l'essequie  del  Tolentino 
molto  magnifiche.  Costui  preso  nella  rotta  dell'agosto  pas- 
sato dalle  genti  del  Piccinino ,  fu  subitamente  insieme  con 
gli  altri  prigioni  di  conto  mandato  al  duca  di  Milano  ,  il 
quale  t<;nutolo  infin  di  quel  tempo  in  non  molta  aspra  pri- 
gione ,  avendo  tutti  gli  altri  liberati,  mentre  da  un  luogo  di 
Valditaro  è  verso  l'appennino  condotto  sotto  voce  di  fargli 
scambiare  prigione  ,  si  crede  che  per  ordine  del  duca  cosi 
a  cavallo  com'  egli  era  fosse  fatto  gitlare  giù  da  certe  altis- 
sime balze  ,  quasi  a  caso  fusse  caduto  ;  perchè  mandato  i 
Fiorentini  per  lo  suo  corpo,  e  quello  a  Firenze  condotto, 
con  segni  maravigliosi  di  gratitudine  e  di  pietà  il  fecero  a 
S-  Maria  del  Fiore  a' 20  d'aprile  magnificamente  seppellire, 
e  fra  gii  altri  lor  capitani  da  Andrea  del  Castagno  dipignere. 
Desiderando  poi  i  signori  per  maggiormente  stabilire  le  cose 
di  dentro,  che  di  fuori  si  stesse  il  più  sicuro  che  fusse  pos- 
sibile, si  procurò  di  far  lega  con  la  comunità  di  Perugia  a 
difesa  degli  slati  comuni,  la  qunle  fu  pubblicata  da  Taddeo 
delTAniclia  il  primo  giorno  del  suo  gonfalonerato.  Attesesi 
a  fermarla  anche  co' Veneziani  ;  per  la  qual  cagione  fu  man- 
dato a  Venezia  Neri  Capponi  ,  e  fermossi  co' patti  usati,  e 
con  certe  altre  aggiunte  per  dieci  altri  anni,  la  quale  si  pub- 
blicò poi  del  mese  di  giugno. 

Mentre  fuori  a  queste  cose  si  dà  opera  ,  dentro  la 
città  una  grave  e  scellerata  congiura  si  scoperse  contro  la 
persona  del  papa  ,  la  quale  per  esservi  alcuni  Fiorentini 
compresi  ,  non  è  da  tacere.   Trovavasi  appresso   del  ponte- 


8  dell'istorie  fiorentine 

fice  per  ambasciadore  del  duca  di  Milano ,  e  parlicolar- 
raenle  con  titolo  di  trattare  la  pace,  il  vescovo  di  Nova- 
ra, il  quale  per  mezzo  d'un  soldato  spagnuolo  detto  il  Ric- 
cio ,  uorao  ardito  e  di  pronto  ingegno  ,  posto  in  speranza 
di  far  prigione  il  pontefice  ,  con  lutto  l'animo  s'era  messo 
in  questa  impresa.  Soleva  Eugenio  talora  per  sua  ricreazione 
la  stale  uscire  di  Firenze  la  mattina  per  tempo  ,  e  con  pic- 
cola compagnia  udir  qualche  volta  messa  nella  Chiesa  di  S. 
Antonio;  dove  il  Riccio,  il  quale  avea  questa  cosa  conferita 
con  alcun  cittadino  fiorentino,  sperava  con  suoi  masnadieri 
farlo  prigione,  purché  il  Piccinino,  il  quale  si  trovava  per 
le  solite  sue  infermità  in  quel  tempo  a'  bagni  di  Siena  ,  gli 
facesse  spalla  con  le  sue  genti ,  con  le  quali  trafugato  il 
pontefice  in  quel  di  Lucca,  si  poteva  dire  d'esser  posto  in 
sicuro.  Questa  cosa  scoperta  come  dice  il  Biondo  per  lettere 
intercetle  da'magislrali  della  Repubblica  ,  e  secondo  Giovanni 
Cambi  palesala  dal  vescovo,  pentito  di  cotanta  scelleratezza, 
al  pontefice  stesso  ,  fece  subitamente  por  le  mani  addosso 
al  Riccio  e  a  Bastiano  Capponi,  il  quale  vi  tenea  mano,  e 
messi  a' tormenti ,  distintamente  tutto  il  trattato  manifestarono. 
Per  il  che  al  Capponi  fu  in  su  la  porta  del  palagio  del  po- 
destà mozzo  il  capo,  e  il  Riccio  per  sentenza  d'Agnolo 
Bonciani  uomo  del  papa  e  luogotenente  del  governatore  di 
Roma  impiccalo.  Da  che  si  potè  conoscere  quanto  convenga 
infino  a'  principi  sacri  esser  guardinghi ,  perchè  non  nasca 
altrui  speranza  di  poter  a  suo  senno  della  lor  persopa  di- 
sporre. Dovevasi  in  questo  tempo  medesimo  per  sentenza 
degli  Otto,  per  conto  di  slato  mozzare  il  capo  a  Niccolò 
Bordoni ,  ad  Andrea  Baldesi ,  e  a  Cipriano  Mangioni ,  ma 
Don  distingue  il  Cambi,  se  per  la  sopraddetta  cagione,  o 
per  altra;  ma  il  podestà  messi  i  lor  beni  in  comune,  e  cod- 
dannaiigli  per  cinquanta  anni  nelle  Slinche,  li  liberò  delia 
morte:  la  qual  cosa  parula  strana  alla  Repubblica,  prima  al 
podestà  cassò  la  famiglia,  e  poco  dipoi  a  lui  tolse  l'uflìcio, 
vietando  per  leggi,  che  ne  egli,  ne  altri  de' suoi  consorti 
potesse  mai  più  essere  podestà  di  Firenze.  Non  ostanti  que- 
ste scelleratezze  scoperte  de' ministri  ducheschi,  trattandosi 
continuamente  per  mezzo  del  marchese  Niccolò  di  Ferrara 
di  mettere  accordo  tra  i   collegati  e  il  duca,  si  fece  final- 


LIDUO   VENTUNESIMO.  9 

mente  la  pace,  e  Irallossi  lega  tra  il  pontefice,  i  Veneziani, 
il  duca,  e  i  Fiorentini  con  questo  patto  ,  che  se  alcuno  di 
essi  contra  l'altro  prendesse  Tarmi,  i  tre  in  aiuto  rieir  of- 
feso si  armassero  conlra  1'  ofTcnditore  ;  la  qual  lega  pubblicò 
del  mese  d'  agosto  il  gonfaloniere  Domenico  Buoninsegni. 
Lega  conchiusa  molto  a  tempo  ,  perciocché  in  questi  giorni 
stessi  con  gloria  grandissima  del  duca  di  Milano,  Tarmala 
de' Genovesi,  i  quali  erano  sotto  il  suo  imperio,  riportò 
ne' mari  di  Gaeta  quella  memorabil  vittoria,  nella  quale  il 
re  Alfonso  d'  Aragona  col  re  di  Navarra  suo  fratello,  e  con 
molti  principi  e  baroni  napoletani  fu  fatto  prigione;  la  quale 
se  al  duca  fusse  prima  stala  nota,  peravvcnlnra  come  fu 
stimato,  non  averebbe  la  lega  accettata.  Ma  innanzi  che  la 
lega  si  conchiudesse,  ne' primi  giorni  del  magistrato  del 
Buoninsegni,  furono  fatti  de'grandi  tutti  i  figliuoli  e  discen- 
denti, i  quali  da  Agnolo,  Antonio,  Filippo,  e  Giovanni  fi- 
gliuoli di  Ghezzo  nascessero.  Questa  è  la  famiglia  della  Casa, 
a  cui  diede  tanta  riputazione  e  fama  a'  tempi  nostri  Giovanni 
arcivescovo  di  Benevento  illustre  scrittore  di  poesie  e  pro- 
se ,  così  latine  come  toscane ,  talché  questa  famiglia  ohe 
allora  era  per  sorgere,  perciocché  Ghezzo  lor  padre  non  fu 
più  che  notaio,  troncagli  la  strada  di  passar  più  avanti,  re- 
stò nel  meglio  esclusa  del  governo  della  Repubblica  ;  oltre 
a  ciò  a  Bernardo  figliuolo  di  Filippo  già  detto  fu  dato  bando 
del  capo.  Furono  simigliantemcnlc  giudicali  ribelli  pochi  di 
poi  Tinoro  Guasconi,  i  due  figliuoli  del  gonfaloniere  Gua- 
dagni ,  i  quali  dicemmo  che  a  Barcellona  erano  slati  confi- 
nali ,  Jacopo  Salviali ,  Giovanni  dello  Scelto ,  Antonio  Raf- 
facani ,  e  due  figliuoli  di  Lionardo  dell' Antella.  Assettate  i» 
questo  modo  le  cose  di  dentro  e  posto  fine  alla  guerra ,  la 
quale  nondimeno  prestamente  di  nuovo  si  accese  ,  vennero 
in  Firenze  avvisi  come  Ridolfo  Peruzzi,  e  Bartolorameo  suo 
figliuolo  s'erano  di  lor  male  morti  nell'Aquila,  città  del 
reame  di  Napoli ,  ov'  erano  slati  confinati  ;  la  qual  morte 
non  fu  se  non  di  piacere  alla  parte,  veggendo  scemato  il 
numero  de'nimici  più  principali;  e  contullociò  non  man- 
cando i  sospetti,  fu  nel  gonfalonerato  di  Berto  da  Filicaia 
la  seconda  volta  Lotto  Bischeri  privato  degli  uffici  per  sem- 
pre ,  e  a  Piero  Cappelli,  detto  volgarmente  il  Ciampellino, 


10  dell'istorie  fiorentine 

tu  mozza  la  lesta ,  Uberto  Cortigiani  ebbe  bando  del  capo. 
Dicesi  che  dicendo  a  Cosimo  alcuni  suoi  amici,  che  per  tanti 
esilii  e  bandi  la  città  si  guastava  ,  e  privavasi  di  tanii  cari 
cittadini,  ch'egli  rispose,  ch'era  meglio  città  guasta  che 
perduta,  e  che  non  si  sgomentassero  però,  che  con  due 
canne  di  rosalo  gli  bastava  1'  animo  far  ogni  volta  un  buon 
ciltadino,  pcrch' egli  conoscea  che  a  mantener  uno  stalo 
nuovo  gli  facea  bisogno  d'uomini  nuovi;  ond'è  che  molle 
famiglie  fiorentine  sorgessero  allora  con  la  casa  de'Mcdici, 
non  prima  che  di  quel  tempo  uscite  dall'arti  minori.  Ma  il 
pontefice  non  avendo  ancora  conferito  I'  arcivescovado  della 
citlà,  il  diede  finalmente  in  pieno  concistoro  a  Giovanni  Vi- 
tclleschi.  E  venuto  poco  dipoi  in  Firenze  il  conte  France- 
sco Sforza  ,  fu  con  grandissimi  onori  dalla  Repubblica  rice- 
vuto ,  perciocché  oltre  i  convili  e  altre  accoglienze  amore- 
voli ,  fecero  i  signori  fare  un  ballo  in  su  la  lor  piazza  delle 
più  principali  giovani  donne  di  Firenze,  e  delle  più  ricche, 
che  per  lo  concorso  delle  genli ,  e  per  T  adornamento  e  va- 
rielà  de' drappi  fu  cosa  molto  magnifica  a  vedere;  e  perchè 
un  signore  guerriero  ricevesse  anche  piacere  da  sludi  con- 
venienti alla  sua  professione  ,  in  su  la  piazza  di  S.  Croce 
furono  ordinate  due  giostre  con  belli  doni,  ove  i  soldati  e 
capitani  del  conte  poterono  al  loro  piacere  esercitarsi  ;  le 
quali  cose  e  la  città  e  il  conte  grandemente  rallegrarono. 
Entrò  poi  gonfaloniere  Piero  Guicciardini  la  seconda  volta, 
il  quale  con  tulli  i  signori  e  collegi  ,  e  con  quasi  tulli  gli 
altri  magistrali  della  citlà  in  una  solenne  processione  inter- 
venne nel  veder  benedire  la  prima  pietra  che  si  gillò  per 
fondare  la  chiesa  di  S.  Brigida  presso  la  porta  di  S.  Piero 
Gatlolini.  Poi  fu  conJinalo  Michele  di  Giovanni  nel  Friuli,  e 
COSI  entrò  l'anno  1436,  risedendo  gonlaluniere  di  giustizia 
Bernardo  Gherardi.  A  costui  vennero  arabasciadori  da'  Ge- 
novesi con  le  novelle ,  come  s'  erano  liberali  dal  giogo  del 
duca  di  Milano,  il  quale  oltre  molte  offese  lor  fatte,  gli 
avea  finalmente  con  grave  scorno  ingiuriali  in  non  permet- 
tere frullo  alcuno  della  vittoria  avuta  sopra  i  mari  di  Gaeta 
a' lor  cittadini,  con  l'armi  e  legni  de' quali  aveva  cotanta 
gloria  acquistala.  Per  questo  pregavano  la  Repubblica  fio- 
rentina a  volerli  in  questi  loro  bisogni  soccorrere  di  vello- 


LIBRO   VENTUNESIMO.  11 

vaglie  e  d'arme,  sì  che  di  nuovo  sotto  la  fiera  signoria 
del  Visconti  non  ricadessero  ,  la  quale  con  l'aggiunta  di 
così  potente  e  opportuna  città  ,  sapeano  molto  bene  gli 
slessi  Fiorentini,  quanto  alle  cose  lor  proprie  potea  essere 
grave  e  noiosa.  Non  parve  alla  Repubblica  che  così  fatta 
occasione  si  dovesse  lasciare  andare,  e  per  questo  furono  i 
Genovesi  per  la  via  di  Pisa  di  tutte  quelle  cose  che  avean 
cercato  ottimamente  provveduti  ;  oè  veggo  scrittore  alcuno,  che 
in  questo  caso  faccia  menzione  della  lega  che  i  Fiorentini 
aveano  col  duca;  onde  leggermente  potrebbe  essere  che  ciò 
fusse  slato  fatto  con  molta  segretezza ,  o  pure  essendo  la 
«Uà  libera,  il  dare  a  chichesia  vettovaglie  per  i  suoi  de- 
nari, ciò  non  fusse  contravenire  alla  lega.  Il  primo  giorno 
del  gonfnloncrato  di  Giuliano  Davanzali  giudice  ,  morì  in 
Firenze  il  cardinale  di  S.  Sisto  ,  e  f u  in  S.  Maria  Novella 
con  molto  onore  seppellito.  Costui  era  dell'ordine  de' pre- 
dicatori maestro  in  teologia  ,  e  fu  detto  Giovanni  di  Casa- 
nuova,  di  nazione  aragonese  ,  il  quale  creato  cardinale  da 
Martino  V,  ma  non  pubblicalo,  fu  poi  con  tre  altri  da  Eu- 
genio pubblicalo  nella  prima  promozione  di  cardiuiili  che 
egli  fece.  Stando  tuttavia  il  papa  in  Firenze  nacquero  tra 
lui  e  il  conte  di  Poppi  differenze  per  conto  del  Borgo  a  S. 
Sepolcro,  il  qual  Borgo  ,  il  conte  come  padre  della  moglie 
di  Niccolò  Fortebraccio,  che  l'anno  innanzi  era  stalo  am- 
mazzato in  una  battaglia  dalle  genti  del  papa,  avea  occupa- 
lo sotto  pretesto  della  dote  di  essa  sua  figliuola  non  anco- 
ra restituitagli;  la  qual  cosa  parendo  grave  al  pontefice,  che 
il  conte  si  facesse  le  ragioni  con  le  sue  mani  ,  mandò  la 
sua  gente  d'arme  intorno  a  Poppi:  perchè  postisi  di  mezzo 
i  Fiorentini  fu  preso  questo  partito  ,  che  fin  che  le  delle 
differenze  tra  il  pontefice  e  il  conte  si  terminassero ,  il 
Borgo  si  depositasse  in  mano  della  signoria,  la  quale  mandò 
a  pigliarne  la  lenuta  Giovanni  Vespucci.  Eugenio  veggen- 
dosi  in  tutte  le  cose  grandemente  onorato  da'  Fiorentini, 
non  volle  lasciare  d;d  canto  suo  ufficio  alcuno  d'animo  gra- 
to. E  per  questo  venuto  il  dì  18  di  marzo  donò  la  rosa 
alla  chiesa  di  S.  Maria  del  Fiore.  Appresso  trovandosi  la 
detta  chiesa  in  stato  di  poter  essere  consagrata  ,  essendo 
già  chiusa  la  cupola,  parve  alla  Repubblica  che  si  dovesse 


Ì2  DELL*  ISTORIE   FIORENTINE 

richiedere  il  pontefice,  che  il  dì  dell'  Annunzìazlone  della 
Vergine  ,  nel  qtial  giorno  i  Fiorentini  danno  principio  al 
nuovo  anno,  gli  piacesse  di  consagrarla.  Alla  quale  solenni- 
tà essendo  dal  papa  volentieri  acconsentito,  fu  dato  questo 
ordine.  Pcrch'  egli  dalla  calca  del  popolo  noia  alcuna  non 
ricevesse,  fu  dalle  scalce  di  S.  Maria  Novella  alle  scalee  di 
S.  Maria  del  Fiore  fallo  tirare  un  corridore  ,  il  quale  pas- 
sava per  S.  Giovanni,  due  braccia  alto  da  terra  ,  e  più  di 
quattro  largo  di  sopra,  e  dalle  bande  ,  e  d'  ogni  parte  di 
frondi,  e  d'arazzerle,  e  di  ricchissimi  drappi  fasciato  ,  e  il 
pavimento  tutto  di  tappeti  coperto.  Quindi  il  pontefice  pa- 
rato in  abito  pontificale  ,  e  accompagnato  da  sette  cardina- 
li, e  da  trentasette  tra  vescovi  e  arcivescovi,  e  da  un  gran 
numero  d'ambasciadori,  e  dalla  signoria  islessa  ne  venne  a 
S.  Maria  del  Fiore,  ove  secondo  l'uso  della  romana  Chiesa 
con  esquisite  cerimonie  si  pose  a  sacrare  l'altare  maggiore, 
mentre  il  cardinale  Orsino  parato  ancora  egli  ,  e  su  per 
una  scala  salito  ugneva  le  mura  ,  e  con  somiglianti  cerimo- 
nie tutta  la  chiesa  veniva  a  consagrare.  Fornito  questo  uf- 
ficio, il  quale  occupò  lo  spazio  di  cinque  ore,  volle  il  papa 
per  rendere  maggior  onoranza  alla  città,  che  il  gonfalonie- 
re Davanzali  fosse  dell'ordine  della  cavalleria  onorato;  e  per 
questo  commise  a  Gismondo  Malatcsta  figliuolo  di  Pandol- 
fo  signor  di  Rimini,  il  quale  nel  23  era  stato  generale  dei 
Fiorentini,  che  cavaliere  l'armasse,  il  che  non  solo  volle 
che  nella  sua  presenza  fusse  fatto  ,  ma  egli  volle  esser 
quelli  che  di  sua  propria  mano  gli  appiccasse  il  fermaglio 
nel  petto  ;  la  qual  cosa  a  ninno  altro  cittadino  ,  dicono  le 
Oorenline  cronache  ,  esser  mai  avvenuto.  Comandò  poi  il 
pontefice  che  sopra  il  già  consagrato  altare  il  cardinale  di 
V^enczia  dicesse  la  messa,  la  quale  detta  il  pontefice  diede  la 
benedizione  al  popolo,  concedendo  selle  anni  e  sette  qua- 
rantene d'indulgenza  a  chiunque  in  quel  giorno  ogn'anno  a 
udire  la  messa  grande  intervenisse.  Nel  ritornarsene  in  S. 
Maria  Novella  portò  sempre  la  coda  dell'ammanto  papale  il 
gonfaloniere  Davanzali,  il  quale  con  la  signoria  in  palagio 
tornatosene  ,  diede  un  solenne  e  nobile  desinare  in  su  la 
sala  grande  a  tutti  gli  ambasciadori  di  principi  e  di  re- 
pubbliche che  in  quel  tempo   nella  città  si    ritrovavano,  il 


LIMO   YENTDNESIMO.  13 

numero  de'quali  per  rispcllo  del  papa  e  della  Repubblica 
era  grande.  Donaronsi  poi  al  pontefice  in  rfconosci mento 
degli  onori  da  lui  ricevuti  quattordici  prigioni  d'importanza, 
e  al  gonfaloniere  per  un  anno  il  capitanalo  di  Pisa  fu  con- 
ceduto. Ma  essendo  oggiraai  le  cose  di  Bologna  presso  che 
assicurate,  ancorché  per  temerità  di  Baldassar  da  Oilìda  da 
capo  avesse  avuto  a  ribellarsi  per  aver  ingiustamente  moz- 
zo il  capo  ad  Antonio  Bentivoglio,  il  quale  per  ordine  del 
papa  con  la  sua  parte  vi  era  rientrato ,  parve  al  pontefice 
che  con  maggior  decoro  della  sede  apostolica  dovesse  la 
sua  persona  risedere  in  una  città  suddita  all'imperio  ecclc- 
giastico;  per  la  qual  cosa  avendo  reso  somme  grazie  a'Fio» 
rentini  degli  onori  da  loro  ricevuti,  a'18  d'aprile  si  parli  di 
Firenze.  I  signori  fattogli  compagnia  infino  alla  porta  della 
città,  commisero  a  otto  principali  cittadini  che  infino  a'con- 
iìni  seco  ne  andassero,  e  per  tutto  alle  spese  del  pubblico 
magnificamente  il  papa  e  la  corte  trattassero;  onde  si  disse 
che  i  cortigiani  per  i  molti  agi  avuti  in  Firenze  si  partiro- 
no malvolentieri  di  Toscana.  Entrò  poi  a  calen  di  maggio 
gonfaloniere  Niccolò  Valori,  il  quale  sollecitato  da' Genove- 
sì  perchè  fossero  ricevuti  nella  lega  ,  quella  conchiuse  a'15 
di  maggio  ,  avendovi  per  la  sua  repubblica  acconsentilo 
l'ambasciadore  di  Venezia  ,  il  quale  risedeva  appresso  la 
Repubblica.  E  per  questo  furono  dati  loro  per  metà  mille 
fanti,  perchè  per  ora  dall'armi  del  duca  ,  il  quale  gli  avea 
fatti  assaltare,  si  difendessero.  Questa  che  veramente  si  po- 
trebbe chiamare  rottura  di  lega  col  duca,  viene  scusata  dal 
Sabellico,  conciossiachè  al  duca  paresse  d'averla  egli  rotta 
prima  quando  si  collegò  con  Alfonso  re  d'Aragona,  il  quale 
il  reame  ,di  Napoli  pretendeva  ,  essendo  fra'  patti ,  che  il 
duca  non  dovesse  intromettersi  nelle  cose  del  regno.  O 
vero  0  falso  che  ciò  fusse  ,  già  si  camminava  a  manifesto 
rompimento  di  guerra,  non  potendo  il  duca  tollerar  la  per- 
dita di  Genova,  né  che  quella  da'Fiorentiui  e  da'  Venezia- 
ni fusse  difesa  ;  oltre  che  si  tenea  per  cosa  certa  ,  che  era 
stato  a  ritrovarlo  Rinaldo  degli  Albizi  con  alcuni  altri  fuo- 
rusciti, e  con  grande  efficacia  l'aveano  confortalo  a  muover 
guerra  in  Toscana,  perchè  costretti  i  Fiorentini  a  pensar 
alle  cose  loro ,  meno  dc'fatti  di   Genova   si   travagliassero, 


14  dell'  lsturie  fiorentine 

olire  le  grandi  speranze  delle  quali  i)  riempievano,  mostran- 
do d'aver  eglino  parte  ancor  molto  polente  e  gagliarda  den- 
tro Firenze:  la  quale  quando    vedesse    un    appoggio  come 
quello  del  duca  non  tarderebbe  a  far  novità,  e  a  scuotersi 
quel  giogo  dal  collo,  che  ora  la  teneva  oppressa.    Da'  qua- 
li conforti  l'animo  del  duca,  il  quale  era  nimico  della  quie- 
te, facilmente  fu  preso;  onde  Rinaldo  [)olc  mandare  a  dire 
a  Cosimo  de'Medici, -che  la  gallina    covava,  benché  quello 
uomo  prudente  con  più  sagace  motto  gli  rispondesse  :  che 
mal  poteva  covare    fuor   del    nido.    Nondimeno    avendo    il 
pontefice  preso  carico  di  tener  ferma  la  pace,  e  di  mettersi 
di  mezzo  perchè  non  si  venisse  a    nuovi    romori  ,  le  cose 
camminavano  dall'una  parie  e  dall'altra  con  molto  riguardo; 
perciocché  Niccolò  Piccinino,  il   quale    era   venuto  su  quel 
di  Genova,  non  pareva  che  avesse  allro  animo  che  di  ricu- 
perare le  cose  perdute  ;  e  contuttociò    essendo   egli    stalo 
alcuni  giorni  in  campo  ad  Albenga  ,    e  sentendo  che  i  Ge- 
novesi aveano  ricoverato  il  Casleìlello  di  Genova,  se  n'era 
levato  e  tornato  in  Lombardia  senza  far  cosa  di  mollo  pro- 
fitto. Era  poi  venuto  Cristofano  da   Lavello  per  far    guerra 
a  Pielrasanta,  e  dopo  lui  Luigi  dal  Vermo,  nò  a'Fiorentini 
parve  fare  altro  che  soccorrer  quel  luogoi,  ordinando  a'ca- 
pitani  con  espressi  comandamenti  che  attendessero  a  far  la 
guerra  difensiva.  Fu  mandato  Neri  Capponi  per  meltere  in- 
sieme le  genti  della  Repubblica  di  cui  si  fece    la  massa  al 
Ponladera  ;  ma    non  essendo  quelle   che  erano    nel    paese 
tante  che  bastassero,  fu  mandato  a  chiedere  al  conte  Fran- 
cesco, che  era  nella  Romagna,  mille  cavalli,  capo    de'quali 
il  conte  mandò  il  Tali  ano  da  Forlì,  colui  da  cui  fu  il  For- 
lebraccio  ucciso.  Ragunalo  da'Fiorentini  questo  esercito  per 
terra,  e  avendo  i  Genovesi  dall'altro  canto  messo    in  mare 
un'armata  sotto  la  condotta  di  Batista  Fregoso  ,  parve  a'ca- 
pitani    fiorentini  di  abboccarsi  alla  Torre  a  Filicaia  col  ca- 
pitano dell'armata    genovese  per  consultare    da    qual  parte 
fussc  meglio  soccorrere  Pielrasanta,  e  parve  a  tutti,  perchè 
Mutrone  era  stalo  acquistalo  dalle  genti    del    duca  ,  che  il 
luogo  onde  si  avesse  a  dare  il  soccorso  fusse  tra  Mutrone 
e  la  Marina,  quando  Neri  fu  richiamalo  a  casa  però  ch'era 
slato  trailo  gonfaloniere  di  giustizia  per  i  due  mesi  di    lu- 


LIBBO    VENTCNESIMO.  15 

g!io  e  d'agosto.  Il  Capponi  preso  il  magistrale  ,  per  non 
mettere  tempo  in  mezzo,  diede  il  bastone  del  generalato 
al  Taliano ,  ma  in  quello  che  s'  era  volto  per  soccorrere 
Pielrasanta,  venne  ordine  di  Milano,  che  per  alcuni  accor- 
di segniti,  l'esercito  si  dovesse  levare  d'intorno  la  terra, 
la  quale  rimasa  libera  fu  munita,  e  l'armi  per  allora  si  ven- 
nero a  posare.  M.i  non  posavano  però  giammai  di  vegghia- 
re  del  continuo  coloro  i  quali  la  Repubblica  governavano, 
vcggendo  per  gli  apparati  de'loro  nimici  ogni  cosa  posta 
in  pericolo.  Perchè  essendo  venuti  mandali  dalla  signoria 
di  Venezia  infin  dal  tempo  del  gonfaloniere  passalo  quat- 
tro cittadini  ribelli,  dopo  essere  slati  rigorosamente  esami- 
nati per  intender  bene  le  pratiche  degli  avversarj  ,  a  lutti 
quattro  fu  mozza  la  testa  un  giorno  innanzi  che  finisse  il 
mese  di  luglio  in  su  la  porla  del  capitano.  Costoro  furono 
Zanobi  Belfradelli ,  Antonio  Pierozzi ,  Michele  di  Giovanni, 
e  Cosimo  Brirbadori ,  1'  avolo  del  quale  cinqnantasei  anni  ad- 
dietro era  parimente  ancor  egli  per  l'amicizia  degli  Aibizi 
slato  decapitalo.  Fu  poi  verso  il  fine  d"  agosto  condennalo 
nelle  Slinche  per  sempre  per  simil  cagione  di  stalo  Mariana 
Peruzzi.  Né  ii  gonfalonerato  di  Jacopo  Ciechi  (son  questi  i 
Ciachi  vaiai)  fu  senza  sangue,  perciocché  preso  a  Fermo 
Antonio  Guadagni,  e  come  ribello,  e  come  colui  che  tenea 
mano  in  un  nuovo  trattalo  contro  la  Repubblica  a'4  di  set- 
tembre fu  dato  al  supplicio.  Ma  di  nuovo  ogni  cosa  si  co- 
minciò a  riempiere  di  sospetto  e  di  paura,  essendo  venule 
novelle,  come  Niccolò  Piccinino  a'3  d'ottobre  con  molte 
genti  era  arrivalo  in  su'l  Lucchese.  Per  la  qual  cosa  furono 
spediti  messi  volando  al  conle  Francesco,  il  quale  con  la 
propria  persona,  e  genti  fusse  contento  venirne  per  riparare 
a' disegni  del  Piccinino;  il  quale  benché  a'Fiorenliiii  doman- 
dasse solamente  il  passo  per  andarne  al  reame  ,  nondimeno 
perché  si  sapeva  esser  con  lui  alcuni  de'  fuoruscili  princi- 
pali,  cosa  alcuna  non  gli  si  crcdca,  e  slimavansi  queste  es- 
ser trame  e  macchine  del  duca  per  far  qualche  notabii  danno 
alla  Repubblica  :  onde  liberamente  se  gii  rispose  ,  che  la  Re- 
pubblica non  era  per  concedergli  il  passo  allriraente.  Egli 
replicando  con  parole  altiere,  che  passerebbe  per  forza, 
non  si  movea  contuttociò  a   fare  effetto  alcuno ,  forse  per- 


16  dell'istorie  fiorentine 

che  avendo  il  conte  Francesco  pari  forze  alle  sue,  non  ve- 
dea  ancora  il  tempo  acconcio  a  tentare  la  fortuna  ;  percioc- 
ché nell'esercito  del  conte  già  venuto  e  posto  a  S.  Gonda, 
per  quel  che  racconta  il  Capponi,  il  quale  in  tutte  quelle 
cose  intervenne,  erano  cinquemila  cavalli  e  duemilacinque- 
cento fanti.  Il  Piccinino  avea  seimila  cavalli ,  ma  numero  di 
fanti  mollo  minore  ;  per  la  qua!  cosa  stettero  questi  capitani 
e  queste  genti  quasi  l'uno  appetto  all'altro  ,  non  solo  il  re- 
stante del  tempo  del  gonfalonerato  del  Giachi,  ma  quasi  tutto 
quello  di  Manno  Temperani  senza  far  nulla  ,  quando  a'22 
di  dicembre  il  primo  a  muoversi  fu  il  Piccinino.  A  costui 
fu  dato  a  vedere  da  certi  di  S.  Giovanni  alia  Vena,  che  se 
di  notte  assalisse  Vicopisano  di  leggiere  gli  verrebbe  fatto 
di  prenderlo;  ma  non  essendogli  ciò  riuscito,  perchè  non 
paresse  d'essersi  mosso  invano,  saccheggiata  che  ebbe  tutta 
la  valle  di  Buti,  si  tornò  onde  s'era  partito.  Aveva  il  pon- 
teGce  quasi  per  continue  lettere  falla  instanza  alla  Repub- 
blica che  andasse  rattenuta  a' fatti  della  guerra  ,  perocch'egli 
di  giorno  in  giorno  sperava  condur  le  cose  a  buon  termine. 
Per  questo  non  aveano  ancora  i  magistrati  vinto  il  partito 
di  fare  la  guerra  ;  onde  Neri ,  il  quale  era  col  conte  ,  non 
avea  voluto  per  tutto  questo  movimento  del  Piccinino,  che 
si  movesse  pur  un  cavallo  dal  luogo  ove  erano;  la  qualcosa 
credendo  i  nimìcì  che  procedesse  da  paura,  diede  animo 
al  Piccinino  di  far  progressi  maggiori:  perchè  si  voltò  aS. 
Maria  in  Castello,  e  a  Filetto,  e  araendue  questi  luoghi 
vinse  facendovi  un  gran  bottino  di  prigioni ,  di  bestiame  e 
di  vettovaglie.  Già  era  entrato  il  nuovo  anno  1437,  e  i  nuovi 
signori ,  de'  quali  fu  capo  Simone  Carnesecchi,  aveano  preso 
il  magistrato ,  quando  alle  novelle  di  questi  danni  il  popolo 
incominciò  a  fremere,  e  coloro  che  governavano  ancor  essi 
si  sentivano  riscaldare  dal  desiderio  della  vendetta.  A' quali 
avvisi  aggiunto  le  doglienze  de'  marchesi  di  Lunigiana,  che 
assalili  da  alcune  genti  del  Piccinino  pativano  incomodi  gra- 
vissimi,  e  Gnalmenle  come  tulio  l'esercito  s'era  messo  a 
Barga  per  espugnare  quella  terra,  la  lunga  pacienza  de'Fio- 
renlini  alla  perfine  si  ruppe.  E  al  conte,  e  a  Neri  che  appo 
di  lui  era  capo  delle  genti  della  Repubblica  comandarono 
che  con  ogni  prestezza  Barga  soccorressero,  e  quelli  danni 


LIBRO   VENTC.NESIMO.  17 

ohe  potessero  maggiori  a'nimici  facessero ,  mostrando  il  pe- 
ricolo che  soprastava  a  tiilla  la  montagna  di  Pistoja    se  av- 
venijse  che  Barga  si  perdesse.  Appiccossi  la  zuffa    sotto  le 
mura  di  Barga  Ira  l'uno  esercito  e  i' altro  l'ottavo  dì  di  feb- 
braio ,  e  le  cose  andarono  in  guisa,  che  non  solo  il  Picci- 
nino fu  costretto    abbandonare  l'assedio,  ma  fu  levato  dal 
campo  in  rotta  con  vergogna   e  con  perdila  di  molle  delle 
sue  genti.  Furongli  IdIiì  due  pezzi  d" artiglieria  e  molle  mu- 
nizioni ,  e  tra  gli  uomini  segnalali   restò    in  quella    battaglia 
ferito  e  preso  Lodovico  Gonzaga  figliuolo  del  signor  di  Man- 
loYa,  il  quale  dal  pa'lre  com'era  fama  fuggitosi  ,  a"  slipendj 
del  duca  ,  conlro  la  volontà  del  padre  militava.  Non  si  perde 
d'animo  il  Piccinino  per    questa    rolla,  ma    raccolto  con  la 
maggior  prestezza  che  gli  fu  possibile  le  genti  sue  spari  e,  si 
ridu-se  in  Lunigiana  ,    e    postosi  intorno   a    Sarzana   quella 
prese,  e  alquante  castella  che  la  Bepnbblica    avea    intorno 
al  Gume  della  Magra  occupò.  Era  entralo  nuovo  gonfaloniere 
Giovanni  N;isi  ,  il  quale  avendo  con  intendimento  di  Cosimo 
con  la  nuova  signoiia  più  volle  consultalo  intorno  i  fatti  di 
questa  guerra,  parve   finalmente  a   tulli,   poich(;,si  avea  a 
slare  su  Tarmi  ,  che  si  dovesse  fare  l'impresa  di  Lucca,  sì 
perchè  credevano  che   i    Veneziani   terrebbero   occupalo   il 
duca  in  Lombardia  ,  e  sì  perchè  pareva  lor  tempo  opportuno 
di  vendicarsi  do' Lucchesi,   i  quali   il   Piccinino   lor  nimico 
in  casa  aveano  ricevuto,  e  delle  cose  necessarie  largamente 
sovvenutolo.  Furono  eletti    dieci   di  balìa  Lorenzo  Kidolfì  , 
Neri  Capponi,  Alamanno  Salviali,  Simone  Orland'ni,  Piero 
Rucellai,  Dtmenico  Buoninsegni,  Nerone  Neroni  ,  Niccolò 
Valori,  e  due  artefici    N.  di  Baldino,  e  il  Nero  rigattiere. 
Ma  perchè  pareva   cosa   ragionevole   che  piima  che  metter 
mano  a  quel  d'  altri ,  le  tose  perdute  a  riacquistare  si  aves- 
sero ,  a  ciò  primieramente  si  attese  ;  e   la  prima  cosa  che 
si  riebbe  del  mese  di  marzo  ,  innanzi  che  il  capitano  aves- 
se  messo    insieme    lutto    1'  esercito  ,    fu  Filetto.    Era  pen- 
siero del  conte  di  espugnar  Monte  Carlo  ,  e  aveavi  già  in- 
dirizzalo  parte    delle  sue   genti  ,   ma  sentendo  che   il  Pic- 
cinino  avuta  Sarzana  era    tornalo    in    quel   di    Lucca  ,  mu- 
tò opinione,   e  uscilo  in  campagna   verso  gli  ultimi   giorni 
del  mese  d'aprile  con  cinquemila  cuvnlli  e  tremila  fanti, 
Amm.  Vol.  V.  2 


18  dell'istorie  fiorentine 

con  mille  guaslalori,  cento  carra  di  munizioni,  e  con  boin- 
harde  e  altri  edifizj  da  espugnare  le  terre,  di  subito  s'ac- 
campò a  S.  Maria  in  Castello,  la  quale  presa  (da  lui  pei 
(orza  ,  fece  fortunato  il  primo  di  del  gonfaloncralo  di  Ber- 
nardo Giachi  (sono  questi  i  Giachi  delle  lluote).  Dice  il  Gip- 
poni che  il  conte  aveva  una  bombarda,  la  quale  tirava  cin- 
quecentolrenta  libbre  di  peso  ,  e  che  a  quattro  colpi  di  que- 
sta fatta  cadere  dal  pedale  una  torre ,  ove  consislea  tutta  la 
speranza  de'  difensori ,  cosi  si  venne  a  insignorir  di  quel 
luogo  ,  ove  fece  prigioni  circa  centoventi  fanti  che  vi  cranc» 
per  presidio,  li  Simonetta  aggiugne  un  miracolo  ,  che  es- 
sendo sotto  la  rovina  di  questa  torre  periti  tutti  coloro  che 
vi  erano  dentro,  solamente  campò  colui,  il  quale  era  stato 
messo  in  cima  di  quella  per  far  cenno  col  suono  della  cam- 
pana, quando  la  bombai  da  traeva  ,  che  gli  altri  si  guardas- 
sero ,  e  ciò  essergli  intervenuto  per  essersi  divotamente 
raccomandato  a  nostra  Donna.  Gamaiore  castello  de'  Luc- 
chesi sbigottito  dalla  fama  di  colali  preparamenti ,  e  perchè 
il  Piccinmo  intesa  la  perdila  di  S.  Maria,  essendo  le  sue 
genti  presso  (he  logore  ,  e  egli  richiamalo  dal  duca,  se  n'era 
ito  in  Lombardia,  si  rese  a' patti  senza  aspellar  pure  un  col- 
(lo.  11  medesimo  fece  Viareggio  con  alcune  altre  castellett;i 
\erso  la  marina;  con  la  medesima  facilità  si  prese  Carrara  , 
Moneta,  e  Lavenza,  e  penetrato  nella  Lonigiana  si  riebbe 
«  on  facilità  grandissima  Sarzana,  e  alcuni  luoghi  a'Geno- 
M'si  tolll,  guadagnati  dal  conte  in  questa  andata,  liberamente 
lurono  a' loro  signori  restituiti.  Tornalo  di  nuovo  l'eserciti! 
in  quello  di  Lucca  al  principio  di  giugno,  tutta  la  cura  si 
rivolse  ad  acquistare  Monte  Carlo,  e  a  danneggiare  il  con- 
tado lucchese;  perchè  essendo  quel  popolo  privo  di  vetto- 
vaglie avesse  cagione  di  tumultuare.  Mala  plebe  confortata 
da  coloro  che  governavano  a  difender  la  comune  libertà  , 
per  qualunque  grave  danno  non  mutò  fede,  anzi  ostinata- 
mente infino  al  fine  la  mantenne.  Onde  né  il  guasto  de'grani 
e  delle  biade,  non  1"  arsion  delle  ville,  non  i  tagliamenti 
delle  vili,  e  degli  alberi,  non  le  prede  de' loro  bestiami 
giovò  punto  a  quei  di  fuori,  perchè  le  cose  della  città  va- 
cillassero. Ma  non  essendo  la  medesima  virtù  in  Montecarlo, 
avendo  nondimeno  quei  che  vi  erano  per  difenderlo    fallo 


LIBRO   VENTUNESIMO-  19 

qualche  piccola  resistenza,  si  resero  finalmente  a' palli  a' 20 
(li  giugno  ,  benché  la  rocca  si  fosse  penalo  alcuni  allri  giorni 
ad  avere.  I  Veneziani  aveano  ancor  essi  mosso  la  guerra  in 
Lombardia  contro  al  duca  vcggendo  rotta  la  lega  ,  e  aveano 
fra  gli  allri  condottieri  d' importanza  crealo  lor  generale  Fran- 
cesco Gonzaga  signor  di  Mantova.  Ma  dopo  alcuni  leggieri 
successi,  sdegnato  co'Veneziani  per  cagione  ch'egli  fosso 
loro  a  sospetto,  avea  deposto  il  capitai. alo;  onde  i  Vene- 
ziani desideravano  avere  il  conte  Francesco  ,  e  por  questo 
facevano  inslanza  a' Fiorentini,  che  se  volevano  che  la  guerra 
si  maneggiasse  in  Lombardia  gagliardamente  ,  fusse  a  loro 
mandato  lo  Sforza;  ma  questa  cosa  ricevea  molte  difficultà  . 
perciocché  il  conte  in  virtù  delle  sue  capitolazioni  diceva 
non  essere  obbligato  a  passare  il  Po.  Conciossiachè  essendo 
egli  slato  più  volte  nutrito  in  una  certa  speranza  d'avere 
a  diventar  genero  del  duca  di  Milano  ,  era  coslrelto  gover- 
narsi in  modo  col  duca,  che  né  in  tutto  se  lo  sdegnasse  , 
né  il  lasciasse  in  guisa  star  libero  ,  che  non  facendogli  bi- 
sogno di  lui,  il  potesse  ogni  volta  a  suo  modo  disprezzare  ; 
l)er  la  qual  cagione  avea  in  (al  maniera  capitolalo.  I  Fioren- 
tini dall'altro  canto  desiderosi  dell'acquisto  di  Lucca,  mal- 
volentieri lasciavan  da  sé  partire  il  conte  Francesco,  e  tanto 
più  quanto  che  erano  entrali  in  un  certo  sospetto,  che  a'Vc- 
neziani  dispiacesse  ch'essi  diventasser  signori  di  Lucca.  E 
nondimeno  dubitavano  che  i  Veneziani  disperati  di  non  avere 
il  conte.  0  dislaccasser  la  lega,  o  facessero  qualche  accordo 
col  duca  ;  col  quale  avendo  i  Lucchesi  continue  pratiche  , 
dubitavano  ancora  i  Fiorentini,  che  e  per  1' antico  odio  che 
il  duca  avea  con  esso  loro,  e  per  le  promesse  e  preghiere 
de' Lucchesi,  non  volesse  pigliar  sopra  di  sé  il  carico  di  di- 
fender quella  città.  In  questa  sospensione  d'animi  prese  in 
Firenze  il  sommo  magistrato  Piero  Beccanugi  ,  e  la  conclu- 
sione che  si  prese  fu  ,  che  vinto  che  il  conte  avesse  le  ca- 
stella di  Lucca ,  che  ormai  poche  ne  rimanevano,  eglino  lo 
averebbero  lascialo  partire.  Ma  perché  ciò  non  quielava.se 
il  conia  non  ci  assentiva  egli,  fu  mostro  al  conte  da' Fio- 
rentini,  che  bastava  ch'egli  lo  promettesse  alla  signoria  di 
Firenze  con  una  privata  lettera;  per  la  quale  i  Veneziani 
si  sarebbon  per  ora  racchetati  ;    e  nondimeno    egli  non  sa- 


20  dell'istorie  fioremtime 

rcbbe  forzalo  più  di  quel  che  volesse  a  passare  il  Po;  non 
dovendo  le  privale  promesse  rompere  i  pubblici  palli.  1  Ve- 
ueziani  persuasi  clie  questa  lellcra  dovesse  basiate,  e  ag- 
giunlo  che  non  era  ragionevole  non  guardare  agli  interessi 
del  conte,  quando  senza  lor  danno  si  potea  fare,  stellerò 
cheli;  perchè  il  conle  attese  a  proseguire  l'acquisto  dell'al- 
tre castella-  E  in  breve  prese  S.  Gennaio  ,  Villabasilica  , 
Mutrone ,  e  Nozzano.  Poi  mostrando  di  voler  passare  in 
Lombardia  secondo  la  deliberazione  presa,  pose  il  campo  a 
Pontrcmoli;  e  a' figliuoli  del  Tolentino,  e  a  Lione  Sforza 
suo  fratello  coHiandò  che  andassero  ad  espugnare  Ghivizza- 
no.  Ghivizzano  fu  preso  in  tempo  del  gonfalonerato  di  Nic- 
colò degli  Albizi.  Ma  a  Pontrcmoli,  essendo  ben  fornilo  , 
non  si  potè  far  co<a  alcuna  di  momento.  Lamentandosi  fra 
tanto  i  Veneziani  di  cotante  dilazioni:  perchè  il  conte  si 
tornò  a  Lucca  ,  e  fattovi  alcune  bastie,  e  quelle  lasciale  guar- 
dale in  modo,  che  nella  città  non  poteva  vettovaglia  alcuna 
entrare,  essendo  già  il  mese  d'ottobre  ,  per  la  via  di  Mo- 
dona  passò  l'Alpi,  e  andatone  a  Reggio,  quivi  fu  subito  in- 
contrato da'  provveditori  veneziani,  l  quali  entrati  a  ragio- 
nar seco  del  modo  che  si  avea  a  governar  questa  guerra  , 
prestamente  ebbero  occasione  di  tentare,  se  il  conte  era  per 
passare  il  Po.  La  qual  cosa  negata  da  lui  espressamente,  e 
per  questo  scrittosene  a  Venezia,  dopo  molle  repliche  dal- 
l'una parte  e  dall'altra  fatte,  si  venne  finalmente  tra  il 
conle  e  Andrea  Morosini,  mandalo  per  questo  effetto  parti- 
colTrraentc  dal  senato,  a' protesti,  e  a  parole  mollo  aspre  e 
ingiuriose.  Perchè  il  conle  volendo  star  fermo  nel  suo  prò- 
ponimenlo,  se  ne  tornò  in  Toscana,  essendo  già  stalo  tratto 
gonfaloniere  di  gmstizia  Antonio  Boverelli.  Dal  conle  allog- 
giato ,  secondo  dice  il  Capponi,  in  quel  di  Pistoja,  fu  fatto 
intendere  alla  Repubblica  com'  egli  era  costretto  por  mente 
a'  casi  suoi ,  e  che  per  questo  pregava  quei  signori  a  fargli 
osservare  i  patti  che  avea  co' Veneziani,  e  conseguentemente 
a  soddisfarlo  de'  suoi  stipendj,  e  a  considerare  come  si  aveva 
a  fare  per  l'avvenire,  dove  i  Veneziani  non  volessero  ser- 
virsi di  lui  ;  perciocché  egli  non  vedeva  in  che  maniera  po- 
ter mantener  le  sue  genti,  o  difendere  gli  sfati  suoi  senz'al- 
tro appoggio  che  quello  de' Fiorentini.  Conoscevasi   in  Fi- 


LIBRO    VENTINESIMO.  21 

renze  esser  vero  quello  che  il  conte  diceva,  e  promellevasi 
di  fare  ogni  opera  che  i  Veneziani  continuassero  ne' primi 
palli.  Ma  tra  tanto  pregavano  il  conte  a  voler  seguitar  la 
guerra  di  Lucca;  alla  quale  non  volendo  egli  por  mano  se 
non  si  chiariva  come  restava  co' Veneziani ,  fu  bisogno  che 
si  volgesse  tutto  il  pensiero  a  quel  senato.  Nò  persona  si 
conosceva  che  appresso  di  loro  potesse  esser  più  grata  per 
trattar  questa  faccenda  che  Cosimo  slesso  de'  Medici  ,  il 
quale  in  quel  tempo  del  suo  esilio  ,  che  in  Veneiia  era  di- 
morato, maravigliosamenic  col  modo  del  suo  procedere  gii 
animi  di  tutti  quei  gentiluomini  si  avea  guadagnalo.  E  vivc.ì 
in  lui  una  parliRplare  e  ardente  sete,  olire  le  pubbliche  ca- 
gioni ,  dell'acquisto  di  Lucca;  perciocché  sentendo  da  al- 
cuni dire  ,  e  conoscendolo  molto  bene  da  sé  stesso ,  che 
per  virtù  del  governo  passato,  intendendo  della  fazione  de- 
gli Albizi  e  di  Niccolò  da  Uzzano,  era  il  popolo  fiorentino 
insignorilosi  di  Pi«a  ,  oltre  ogni  credenza  pollava  acceso  il 
petto  del  desiderio  dell'acquisto  di  Lucca ,  per  poter  pareg- 
giare r  una  vittoria  con  l'altra;  e  perchè  non  se  gli  potesse 
mai  rinfacciare  che  il  suo  governo  ftisse  stalo  inutile,  o  di 
poco  giovamento,  e  di  gloria  alla  sua  patria.  Accettato  per 
questo  da  lui  volentieri  il  carico  dell'  ambasceria  si  partì  per 
Venezia,  o  nel  fine  del  magistrato  del  BovercUi  ,  che  questo 
non  è  a  me  interamente  noto  ,  o  ne' primi  dì  dell'anno  1438, 
che  era  rienira'o  gonfaloniere  la  seconda  volta  Niccolò  Coc- 
chi. Introdotto  Cosimo  davanti  alla  signoria  e  al  doge  ,  il 
quale  era  in  quel  tempo  Francesco  Foscari ,  parlò  loro  , 
come  si  crede  ,  in  simil  sentenza.  Se  io  venissi  mandalo  a 
voi  dalia  mia  Repubblica,  o  signori  veneziani,  perchè  noi 
facessimo  lega  insieme,  per  avventura  potreste  dubitare  che 
non  vi  fossero  proposte  delle  cose,  le  quali  fussero  più  a 
benefìzio  nostro  che  vostro  ;  perciocché  coloro  che  da  ne- 
cessità costretti  ,  o  da  alcun  altro  loro  disegno  mossi  alcuna 
cosa  desiderano  da  altri  conseguire  ,  son  usati  addurre  tutte 
quelle  ragioni ,  con  che  credano  poter  altrui  al  loro  inten- 
dimento tirare;  ne  per  lo  più  guardano  se  quelle  vere  o 
false,  onesìe  o  ingiuste  elle  si  siano;  ma  essendo  già  la 
lega  Ira  noi  contratta,  non  più  per  nostro  beneficio,  che 
per  quello  della  vostra  Repubblica  stessa,  come  a  ciascuno 


22  dell'istorie   FIOnENTINE 

di  voi  può  esser  manifesto ,  e  necessario  che  voi  crediate , 
essendo  le  cause  pari,  che  l'utile  o  il  danno  dell'una  è  pa- 
rimente l'utile  e  il  danno  dell'altra;  siccome  si  è  veduto 
per  ispericnza ,  che  non  mai  le  cose  de'signori  di  Milano 
prosperarono  in  Lombardia  ,  che  la  Toscana  non  avesse 
avuto  a  temere;  ne  in  Toscana  fecero  mai  progresso  alcuno 
d' importanza  ,  che  quello  non  avesse  messo  in  dubbio  lutto 
lo  slato  vostro  di  terra  ferma;  siccome  ancora  l'avergli  noi 
tolto  Pisa  in  Toscana,  e  voi  Padova  e  Brescia,  e  l' altre 
città  che  essi  aveano  acquistalo  in  Lombardia ,  ci  h.i  in  gran 
parie  se  non  assicurali ,  almeno  datoci  qualche  respiramenlo 
e  alcuna  posa  dal  terrore  delle  loro  armi,  e  dal  corso  pre- 
cipitoso di  cotanta  loro  felicità.  Non  abbiamo  dunque  da 
impedirci  gli  acquisti  dell'una  o  dell'altra  Ucpubblica,  poi- 
ché come  questi  crescono,  così  ci  si  diminuisce  la  tema  che 
abbiamo,  non  tanto  dell'armi  ,  quanto  delle  arti  e  degli  in- 
ganni di  cotesti  tiranni ,  massimamente  quando  noi  ricorriamo 
a  pigliar  l'arme  contro  alcuno,  più  por  vendicarci  dell'offese 
ricevute,  che  per  volere  essere  i  primi  a  oltraggiare  chi  che 
sia;  nò  può  da  alcuno  negarsi  noi  non  avere  a  qu(  sto  tempo 
mosso  le  armi  contro  a'  Lucchesi  por  nostra  ambizione,  mn 
provocali  da  loro,  i  quali  al  Piccinino  nostro  nimico  han 
dato  ricetto;  e  egli  per  mezzo  loro  ci  ha  molestato,  e  fat- 
toci danni  notabili.  Ora  questa  guerra  così  giustamente  co- 
minciata, e  non  senza  onore  e  utile  della  lega  se  ella  si  fi- 
nisce ,  noi  non  possiamo  condurre  a  h'ne  senza  l'amlo  del 
conte  Francesco;  il  quale  non  avendo  il  soldo  ch'egli  da  voi 
dee  conseguire  ,  non  solo  non  è  per  seguirla  ,  ma  dicfndoci 
liberamente  eh'  egli  non  può  sopra  di  noi  soli  appoggiarsi . 
mostra  eh'  egli  è  per  accostarsi  al  duca.  La  qual  cosa  se 
succede,  che  riparo  abbiamo  a' falli  nostri,  aggiiignendo  il 
duca  alle  forze  del  suo  slato,  e  al  Piccinino  il  conte;  i 
quali  due  senza  conlesa  e' si  sa  che  sono  i  migliori  capitani 
d'ItallE?  E  l'uno  de' due  ,  ch'è  il  conte,  non  che  fra'capi- 
tani,  ma  fra' principi  si  può  oggi  più  ragionevolmente  anno- 
verare, essendo  signor  della  Marca,  e  avendo  tanie  città  e 
castella  nel  reame  come  ciascuno  sa.  Appresso  quello  che 
sommamente  imporla  è  ,  che  tutti  i  soldati  d' Italia  segui- 
ranno più  tosto  l'un  di   questi   due   capi  con   ogni  poco  di 


LIBRO    VENTL'NESIMO.  23 

{raUenimenlo,  che  qualsivoglia  altro  principe,  o  repubblica 
por  ingordo  pregio  di  denari  ;  perciocché  non  solo  riguar- 
dano in  loro  la  perizia  dell'arte  militare,  la  quale  e  grande, 
ma  ancora  lumnr  delle  fazioni,  onde  gli  uni  i  Bracceschi, 
e  gli  altri  gli  Slorzesihi  son  chiamali.  Né  legame  è  alcuno 
che  tenga  più  stretto  gli  uomini  insieme  che  l'amor  delb 
parte  ;  sicché  vedete,  signori,  vi  prego,  quel  che  imporla  la- 
sciare alienare  il  conte  da  noi.  Non  è  restalo  dal  canto  no- 
stro di  pregarlo  a  passare  il  Po,  ma  egli  dice  in  virtù  delle 
oapilolazioni  che  ha  con  la  lega ,  non  essere  a  questo  tenu- 
to, e  che  non  fa  poco  colui  il  quale  attende  quel  che  ha 
promesso,  oltre  i  sospetti  ch'ei  mostra  avere,  che  non  gli 
sia  occupata  la  Marca  ,  allontanandosi  tanto  dalle  cose  sue. 
Abbiamo  ancora  tentato  di  farlo  slar  saldo  alla  nostra  divo- 
zione, accennando  che  gli  pagheremo  noi  tutto  quello  sti- 
pendio che  egli  dee  tonscguire,  benché  siamo  ridotti  a  ne- 
cessità estrema  di  denari;  ma  egli  oltre  alla  moneta  dice 
d'  aver  bisogno  d'altri  appoggi  che  de' nostri  per  sosten- 
tarsi ;  onde  s'  egli  é  IceuEialo  da  voi ,  che  licenziato  sarà 
<igni  volta  ch'egli  non  resta  chiaro  con  voi,  scn7.a  dubbio 
alcuno  si  getterà  dalla  p;:rie  del  duca  ,  il  quale  avidamente 
il  desidera.  IVel  qual  caso,  signori  veneziani,  io  dubito,  che 
la  mia  lìepubljlica  per  tema  delle  cdse  sue  non  sia  costretta 
jiigliare  alcun  partito  ,  che  a  se  abbia  ad  essere  se  non  glo- 
rioso almen  sicuro,  ma  a  voi  e  a' compagni  di  poca  soddi- 
.sfazione  e  di  giovamento  La  risposta  fatta  dal  Foscaro  per 
ordine  del  senato  a  Cosimo,  in  sostanza  contenea  questo. 
Che  ragionevol  cosa  era,  che  il  conte  fusse  pagalo  da  coloro 
a' quali  serviva.  E  che  i  Veneziani  non  intendevano  di  far 
crescere  un  uomo  superbo  e  ingrato  alle  loro  spese.  Essi 
non  invidiare  a' Fiorentini  1' acquisto  di  Lucca,  né  vietarglielo, 
unde  non  sapere  perché  si  fusse  in  simile  ragionamento  en- 
tralo, né  altro  si  cavò  mai  da  essi.  Per  la  qual  cosa  Cosimo 
mal  soddisfallo,  nel  tornarsene  andò  a  trovare  il  papa  aFer- 
rara,  ove  si  ritrovava  per  conto  dell'unione  che  si  trattava 
con  la  Chiesa  orientale,  e  prcgollo  a  far  opera  che  i  Vene- 
ziani non  lasciassero  dividere  il  conte  dalla  lega;  e  tra  tanto 
quel  ch'era  seguito  fece  prestamente  intendere  alla  signoria; 
la  quale  essendo  in  questo  mezzo  dal  conte  medesimo  ifilur- 


24  dell' isToniE  fiorentine 

mala,  quali  erano  i  palli  rlie  dal  dura  gli  si  proponevano  , 
e  che  bisognava  risolversi,  imperoci  ho  per  se  non  faceva  lo 
slare  sospeso  ,  di  nuovo  scrisse  a  Cosimo  che  lornasse  a 
Venezia,  e  facesse  vedere  i  pericoli  grandi  che  si  correvano 
dall'una  repubblica  e  dall' allra,  se  1' amicizia  del  conle  col 
duca  seguiva  innanzi  ;  nò  per  tulio  queslo  si  lasciarono  ad 
altro  i  Veneziani  disporre  ,  non  ostante  che  da  Eugenio  vi 
fusscro  gagliardamente  confortali,  allegando  che  aveano 
tante  forze  da  loro  soli  da  potersi  difendere  dall'armi  del 
duca.  I  Fiorentini  ancor  che  due  volle  siali  ributlali .  man- 
darono a  Venezia  di  nuovo  Giuliano  Davanzali,  uomo  cffìrare 
e  di  gran  forza  nel  dire,  e  olire  a  ciò  amico  molto  d"  Eu- 
genio; ma  non  (he  cosa  alcuna  conseguisse  ancor  egli,  anzi 
sdegnò  i  Veneziani,  avendo  dello  loro,  che  non  sapea  per 
qual  cagione  qml  senato  incominciava  a  tener  così  poco 
conto  della  sua  Repubblica,  e  qu;isi  era  venuto  accennando, 
che  polca  venir  teroiio  che  se  ne  avesse  a  pentire.  Era  Ira 
tanto  seguilo  che  Taliimo  da  Forlì  mandalo  dal  conle  per 
presidio  della  Marca,  parlilosi  da' suoi  slipcndj  era  passalo 
a'  soldi  del  duca  ;  la  qual  cosa  al  conle  [lorgeva  grande  sbi- 
gùlliroenlo ,  e  mollo  maggiore  a' Fiorentini,  i  quali  da  lui  il 
lutto  intendevano,  affermando  egli  ancorché  malvolentieri 
esser  per  queslo  ultimo  accidente,  non  die  forzalo,  mali- 
rato  pe'  capelli  ad  accordarsi  col  duca  ;  onde  il  nuovo  gon- 
faloniere Niccolò  Malegonnelle  chiese  tanlo  di  tempo  al  con- 
te ,  che  se  ne  potesse  scrivere  al  Davanzali  per  farlo  inten- 
dere a' Veneziani ,  e  vedere  a  che  per  questo  si  risolvevano. 
e  non  succedendo  altro,  allora  egli  esser  libero  a  far  quel 
che  gli  tdrnava  j>iù  comodo,  purché  dell'antica  amicizia 
de' Fiorentini  non  si  scordasse.  Scrissesene  a  Venezia  ,  nò 
jier  questo  si  ollennc  cosa  alcuna  di  nuovo;  lab  he  il  conte 
si  convenne  col  duca  a' 28  di  marzo  con  queslo  patto  fra  gli 
altri,  che  de' falli  di  llomagna  e  di  Toscana  non  si  trava- 
gliasse; ma  il  duca  mostrando  ch'egli  non  polca  lasciar  la 
difesa  de'Lucchesi,  e  che  per  queslo  sarebbe  forzato  di  rom- 
pere ogni  patto,  ogni  volta  che  quelli  oltraggiati  da'Fioren- 
tini  a  lui  ricorressero,  fece  in  modo  col  conle  ,  il  quale  e 
<)(•' Fiorentini  e  di  Cosimo  particolarmente  sapeva  esser 
jirarde  amico,  ch'egli   dispose  la   Repubblica  a  render  la 


MBr.0    VENTUNESIMO.  2j 

pace  a' Lucchesi;  il  qual  accordo  seguì  appunto  un  mese 
dipoi  che  il  conte  col  duca  s'era  pacificalo,  e  i  capiloli 
principali  furono  quesli.  Che  a'Lucchesi  rimanesse  libero  il 
piano  delle  sei  miglia;  Itilte  l'altre  castella  acquistale  daFio- 
renlini,  alla  Repubblica  fiorentina  s'appartenessero,  eccetto 
Ghivizzano;  il  giudizio  della  qual  terra  si  rimetteva  ncll'ar- 
bilrio  del  conte.  Mandarono  i  Fiorentini  ledere  di  questo 
accordo  a' Veneziani,  a' Genovesi,  e  a  tuUi  i  loro  collegati, 
ma  specialmente  a'Veneziani  ,  più  per  lamentarsi  dell'acqui- 
sto che  avean  loro  impedito  di  quella  citià  ,  che  per  altro 
rispello.  E  nondimeno  mostravano,  che  eglino  per  osser- 
vare la  lor  fede  ogni  cosa  avean  fallo  senza  pregiudizio 
della  lega  ;  ma  ben  con  pregiudizio  e  danno  importante 
della  loro  Repubblica,  avvezza  ad  essere  nelle  sue  confede- 
razioni di  maggior  utile  a' compagni ,  che  a  se  stessa:  e  dice 
il  vero  il  Machiavelli,  che  non  mai  popolo  alcuno  si  dolse 
d'aver  cos' alcuna  perduto,  quanto  i  Fiorentini  si  dolser 
allora  di  non  aver  quel  d'altri  acquistalo.  Il  che  a  chi  ri- 
guarda la  verità  procedette,  parendo  loro  essere  ingannati 
<lalla  fede  de'  Veneziani  ,  i  quali  avendo  con  le  congiunzioni 
loro  fatto  acquisti  grandissimi  ,  ingratamente  dicevano  i  Fio- 
rentini di  vedersi  ora  spogliare  da  essi  di  un  acquisto  me- 
diocre. Pareva  non  ostante  questi  rammarichi ,  che  le  cose 
di  Toscana  avessero  a  restar  quiete  per  un  pezzo,  e  che  i 
Fiorentini  ad  entrare  in  nuove  guerre  non  fussero  coplrelli; 
nel  qual  tempo  entrò  nuovo  gonfaloniere  di  giustizia  Barlo- 
Tóramco  Orlandini  cavaliere  ;  se  V  inquieto  animo  del  duca 
non  avesse  prestamente  gittate  i  semi  delle  future  discor- 
die. Quesl'  uomo  altiero  .  il  quale  si  avea  poco  innanzi  ve- 
duto due  re  prigioni  in  Milano,  e  che  con  mapnanimilà  pa- 
ri ,  0  più  tosto  superiore  a  cotanta  felicità  gli  avca  senza 
alcuna  taglia  sapulo  liberamente  rilasciare  ,  non  pelea  tol- 
lerare in  conto  alcuno  nel  pello  suo  che  i  Veneziani  Bre- 
scia e  Bergamo  1'  occupassero.  E  per  questo  a  ninna  cosa 
avea  più  l'animo  volto,  che  a  cercare  in  che  modo  de'Ve- 
neziani  vendicar  si  potesse.  Ma  essendosi  a  molle  prove 
ravveduto  ,  che  menlre  eglino  col  papa  ,  co'  Fiorentini  ,  e 
col  conte  fossero  coliegali ,  le  cose  sue  più  tosto  sarebbono 
andate    sempre  al   disotto,,   parca   che  fosse   venutagli  una 


i26  dell'  isToniE  fiouentine 

occasione  mandala  dal  cielo  ,  che  il  conte  da  loro  spiccato 
si  fosse  collegato  con  lui;  e  che  i  Fiorentini  sdegnati  di 
non  essere  stali  da  loro  aiulali  nel!' acquisto  di  Lucca,  non 
avessero  ,  siccome  egli  stimava,  ad  essergli  ne' loro  travagli 
di  giovamento.  Rimaneva  il  pontefice  ,  ma  il  duca  non  solo 
di  lui  non  lenea  conio  ,  ma  sperando  poter  1'  uno  e  gli 
altri  domare  a  suo  modo  ,  oltre  lo  stimolo  che  avca  messo 
nel  cuore  ad  Eugenio  col  concilio  di  Basilea,  dal  quale  era 
stato  sospeso ,  deliberò  di  romper  con  amen  lue,  ma  prima 
col  papa  ,  a  cui  tolta  che  avesse  la  Romagna ,  non  riputava 
per  cosa  dilTicile  il  superare  i  Veneziani.  Ma  perchè  oltre  il 
carico,  che  si  tira  addosso  chiunque  piglia  impresa  co'pon- 
(efici  per  la  maestà  della  dignità  ponlillcia ,  e  per  la  vene- 
razion  grande  che  son  usi  averli  i  principi  cristiani ,  egli 
sarebbe  ancora  contravvenuto  a'  patii  fatti  col  conte,  fra'quali 
era,  che  non  s'impacciasse  della  Romagna ,  pensò  che  que- 
sta impresa  mostrasse  farla  da  sé  il  Piccinino  ,  e  il  modo  fu 
astuto  e  sagace  molto:  perciocché  il  Piccinino  mostrando 
d'essersi  sdegnato  col  duca  per  gli  immoderati  lavori  che 
faceva  allo  Sforza  ,  fece  intendere  al  papa ,  che  dove  egli 
fosse  da  sua  Santità  aiutalo,  gli  bastava  l'animo  in  pochi 
giorni  di  ricuperargli  tutto  lo  stalo  della  Chiesa  ,  che  dal 
conte  gli  era  stato  occupato  ;  avvisandola  di  piìi  come  il  duca 
per  trovarsi  a'  suoi  stipendj  i  due  primi  capitani  di  quasi 
tutte  l'arme  d'Italia,  d'insignorirsi  di  quella  ora  venuto  in 
pensiero.  Eugenio  credendogli  ,  gli  mandò  denari ,  e  egli 
con  l'aiuto  di  quelli  e  con  le  genti  che  aveva ,  in  brcvissimfT 
tempo  e  di  Ravenna,  e  di  Forlì,  e  d'Jmola,  e  di  Bologna 
si  fece  signore.  Mentre  il  conte  a  soltomeltersi  i  Norcini 
dà  oi)era ,  e  con  tulio  il  suo  animo  di  vendirjirsi  di  Giosia 
Acquaviva,  da  cui  alcuni  suoi  luoghi  erano  flati  daiineagiali, 
procura,  il  Piccinino  aggiugnendo  al  danno  gli  scherni,  fece 
int'ìndere  a  tutti  li  signori  d'Italia  questo  aver  fallo  per  ven- 
dicarsi del  pontefice:  il  quale  avendo  poco  innanzi  por  tutto 
divolgato  come  il  Piccinino  si  volea  conlra  il  duca  accordar 
co' Veneziani  con  nota  manifesta  della  sua  fede  ,  l'avea  dato 
carico  di  traditore.  E  ciò  fallo,  lascialo  questi  luoghi  mu- 
niti ,  passò  il  Po  ,  e  con  diligenza  increilibile  accampatosi  a 
Casalmaggiore,  a  capo  di  cinque  giorni,  che  v'era  stalo  al- 


LIBRO    VENTONESIMO.  27 

torno,  a'29  di  giugno  il  coslrinse  ad  arrendersi.  In  Firenze 
COSI  r  Orlandini  come  Luca  libertini  seguente  gonfaloniere, 
e  in  sulle  terre  dell' Acquaviva  il  conte  Francesco  queste 
cose  sentendo,  restavano  quasi  stupidi  di  tali,  e  cosi  preste 
risoluzioni  prese  dal  duca,  massimamente  essendo  soprag- 
giunti poco  dipoi  nuovi  avvisi,  come  a' 10  di  luglio  il  signor 
di  Mantova  nimico  de'Veneziani  s'era  scopcrlo.  Ma  il  duca 
il  tutto  antivedendo ,  diceva,  il  movimento  di  Romagna  esser 
stato  senza  sua  intelligenza,  anzi  averne  sdegno  grandissimo 
col  Piccinino  conceputo:  col  quale  quando  il  tempo  fosse 
venuto  avrebbe  a  tutto  il  mondo  fallo  palese,  quanto  i  tra- 
dimenti gli  dispiacessero,  infino  in  accennando,  ch'egli  era 
per  fargli  mozzare  il  capo.  E  per  addormentare  il  conte,  al- 
lora più  che  mai  rinnovò  le  pratiche  di  dargli  la  figliuola 
per  moglie;  anzi  sapendo  che  il  conte  avea  animo  di  difen- 
dere la  parte  di  Renato  contro  Alfonso  re  d'Aragona  ne'fatti 
del  regno,  il  (he  i  Fiorentini  avean  caro ,  egli  con  lusinghe 
maravigliose  mostrando  una  domestica  e  amichevole  confi- 
denza, strellauiente  il  pregava  ad  aslencrsi  di  travagliare 
il  re  Alfonso  ,  non  perchè  il  conte  non  avesse  ne'  capitoli 
fatti  con  lui  avuto  libertà  di  poter  prender  l'arme  in  favor 
di  Renalo,  ma  perchè  non  gli  bastava  il  cuore  che  si  di- 
cesse, sapendosi  per  lullo  lui  essergli  genero  ,  e  il  re  il 
maggior  amico  che  avesse  in  quesia  vita,  che  egli  non  a- 
vesse  tanta  autorità  col  genero  ,  che  da  questo  noi  potesse 
rimuovere.  Era  troppo  polente  stimolo  nell'animo  del  conte 
la  speranza  di  questa  moglie,  la  quale  artificiosamente  fu 
in  lutti  i  suoi  bisogni  dal  duca  sapula  nutrire  ,  ora  con  far 
tagliare  le  vesti  ,  ora  con  assegnar  gli  uomini  che  aveano  ad 
accompagnarla,  alire  volle  con  invitar  coloro  che  nella  pompa 
doveano  intervenire,  con  parlar  del  luogo  ove  lo  sponsali- 
zio  si  aveva  a  celebrare,  fin  dove  il  duca  era  tenuto  a  spese 
sue  di  farla  accompagnare,  e  ultimamente,  perchè  meglio  la 
credenza  avesse  luogo,  infin  con  mandar  certa  somma  di 
denari  che  egli  per  questo  rispetto  aveva  al  conte  promes- 
so. Ma  non  si  dando  mai  all'opera  compimento,  e  or  una  e 
or  altra  cagione  di  dilazione  allegando  ;  e  Ira  tanto  facendo 
il  Piccinino  progressi  grandissimi  in  Lombardia  contro  i  Ve- 
neziani, cominciò  il  conte  l'orlemeiUe  a  temere,  che  il  duca 


28  dell'  istorie  fiorentine 

diventato  granile  la  promessa  del  matrimonio  non  gli  atten- 
desse; i  Fiorentini  parimente  lemeano,  che  il  duca  superato 
che  avesse  dietro  il  papa  i  Veneziani  addosso  alla  lor  Re- 
pubblica non  si  volgesse,  e  quella  debole  ritrovando  non 
opprimesse  ;  massimamente  che  Francesco  Piccinino  fìgliuolo 
di  Niccolò  sceso  con  genie  del  duca  verso  Ciltà  di  Castello, 
aveva  del  mese  d'agosto  preso  la  terra  del  Borgo  a  S.  Se- 
polcro, e  ogni  cosa  d'arme  e  di  spavento  ripieno.  Onde 
Bartolo  Corsi  gonfaloniere  per  settembre  e  ottobre  con  quella 
signoria  che  era  seco  entrata,  e  con  gli  altri  capi  del  gover- 
no a  niuna  altra  cosa  attesero  con  maggior  diligenza,  chea 
trovar  modo  d'assicurarsi  de' futuri  e  presenti  mali,  né  oc- 
correva partito  alcuno  più  a  proposito,  che  di  strignersi  di 
nuovo  col  conte  e  co'  Veneziani.  Ma  il  conte  intrattenuto 
ogni  giorno  da  nuove  speranze  ,  non  potè  se  non  ne'  prin- 
cipi *^g'  nuovo  anno,  quando  affatto  si  vide  beffato,  risol- 
versi. Tra  tanto  fu  in  Firenze  tratto  gonfaloniere  Bardano 
Acci;iiuoli ,  nel  qual  tempo  furono  inlercelte  alcune  lettere, 
che  venivano  da"  fuoruscili  mandale  a  Francesco  Soderini 
contra  il  presente  reggimento  ;  per  la  qual  cosa  fu  il  Sode- 
rini confinato  alle  Slinche.  Vennero  a  luce  i  nomi  di  tre  al- 
tri cittadini,  i  quali  in  questo  medesimo  trattalo  interveni- 
vano. Costoro  furono  Niccolò  Gianfigliazzi  abate  di  Passi- 
gnano  ,  Antonio  Peruzzi  canonico  di  duomo  figliuolo  di  Ri- 
dolfo, e  Lorenzo  Strozzi  figliuolo  di  Palla ,  i  quali  tulli  Ire 
in  varj  luoghi  furono  confinati.  Poi  entralo  il  nuovo  anno 
1439  prese  la  seconda  volta  il  sommo  magislralo  Cosimo 
de' Medici  ,  il  quale  volendo  al  mancamento  de"  cilladini 
provvedere,  ammesse  nel  suo  gonfaloncralo  particolarmente 
Ire  famiglie  la  prima  volta  alla  dignità  de'signori,  Zati,  Ma- 
rucelli  ,  e  Gondi  ,  de'  quali  fu  Simone  nipote  di  quel  Si- 
mone, che  ottani' anni  addietro  mostrammo  essere  stalo  am- 
monito. .Ma  la  lornnla  di  nuovo  del  pontefice  Eugenio  a  Fi- 
renze ,  e  la  cagione  di  essa  come  cose  molto  principali  ,  e 
importanti  all'istoria,  e  di  ornamento  grandissimo  a  questa 
città  ,  terranno  alquanto  sospeso  1'  animo  di  chi  legge  da 
ciascun  altra  materia.  Di  che  nondimeno  brevissimamente 
mi  spedirò:  perciocché  in  che  cosa  differirei  io  da  coloro, 
i  quali  i  fatti  de' pontefici  e  di  S.  Chiesa  scrivono?  se  senza 


LIBRO   VENTUNESIMO.  29 

por  mente  che  la  tuia  particolar  cura  è  di  scriver  I'  istorie 
iìoreoline,  volessi  infiiio  alle  cagioni  delle  cose  ad  altri  at- 
tenenti distesamente  come  delle  proprie  mettermi  ogni  volta 
a  trattare;  cosa  nondimeno  non  solamente  schifata,  ma  sol- 
lecitamente procurala  da  quasi  tutti  gli  scrittori  de'  nostri 
tempi.  Era  già  gran  tempo  passalo  che  la  Chiesa  orientale 
per  molte  cagioni  dall'occidentale  separatasi,  benché  più 
volte  avessero  insieme  procurato  di  convenire  ,  non  mai  ad 
Sina  vera  concordia  s'eran  potute  condurre  ;  ma  sempre  ben- 
l'hè  dopo  molti  concilj  alcuna  ditricullà  vi  era  restata.  Quella 
che  in  fra  l'altre  e  più  che  ciascun' altra  ora  strigneva  ,  si 
era  intorno  alla  processione  dello  Spirito  Santo;  il  quale 
dicendo  i  Greci ,  che  por  lo  concilio  Niceno  appariva  che 
egli  procedesse  solamente  dal  padre  ,  biasimavano  i  Latini 
che  v'avessero  aggiunto,  che  egli  proceJcsse  ancora  dal  fi- 
gliuolo. A  che  i  Latini  rispondevano  non  esser  quella  ag- 
giunzione ,  ma  esplicazione  della  mente  di  quel  concilio,  e 
che  per  levar  via  le  radici  di  quell'eresie,  le  quali  volevano 
che  il  figliuolo  fosse  minore  del  padre,  e  che  in  Cristo  fos- 
sero distinte  due  persone,  era  stalo  necessario  e  utile  il 
fare  quella  dichiarazione.  A  questo  articolo  principale  vi  si 
aggiugnevan  tre  altri.  Se  la  celebrazione  del  corpo  di  Cristo 
si  potea  fare  così  in  azimo  come  in  fermentato.  Se  chi  muore 
in  peccato  soddisfai  o  e  non  purgato  vada  in  purgatorio,  e  se 
gli  giovino  l'orazioni  de'vivi  ;  e  così  parimente  se  (hi  ha 
purgato  di  qua  ,  o  non  incorso  in  peccato  vada  immediata- 
mente in  paradiso;  e  se  il  pontefice  romano  tenga  il  prin- 
cipato nella  Chiesa  di  Dio  ,  e  sia  vero  vicario  di  Cristo.  Ora 
per  levar  via  queste  divisioni,  e  riunire  l'una  Chiesa  con 
l'altra  ,  e  a  fine  che  l' imperatore  greco  battuto  spesso  da'Tur- 
ihi  potesse  ne' suoi  pericoli  sperare  alcuno  aiuto  da'principi 
occidentali,  aveano  diligentemente  alcuni  anni  innanzi  cer- 
calo ,  così  Giovanni  Paleologo  imperadore  constantinopoli- 
tano  ,  come  tutti  gli  altri  capi  delia  Chiesa  orientale  di  ve- 
nire a  questa  concordia.  E  stando  in  pie  il  concilio  di  Ba- 
silea erasi  più  volle  di  ciò  trattato  appresso  qiie' padri;  i 
quali,  sì  perchè  non  avean  mai  preso  quel  mezzo  il  qual 
era  necessario,  e  sì  perchè  finalmente  si  erano  alienati  dal 
pontefice,  onde  egli  annullando  quel  concilio  n'avea  un  altro 


30  DELI.'  ISTORIE    FIOHENTINE 

inlimato  a  Forrara  ,  furono  cagione,  che  l'imperatore  greco 
volgesse  1'  animo  ad  Eugenio  ,  e  per  questo  venvitosene  a 
Ferrara,  e  quivi  stato  per  lo  spazio  di  tutto  l'anno  intero 
passato  ,  quando  le  cose  erano  assai  ben  disposte,  fu  preso 
partito  per  la  violenza  di  una  peste,  la  quale  avea  comin- 
ciato grandemente  a  molestare  quella  ciltà  ,  di  trasferire  il 
concilio  a  Firenze.  Cosimo  avendo  dato  ordine  a  tutte  quelle 
cose  che  a  tanto  apparecchio  erano  necessarie,  a' 22  di  gen- 
naio ricevette  il  pontefice  coi  soliti  onori  accompagnato  da 
tre  cardinali,  e  da  molti  prelati  nella  ciltà.  A' 12  del  mese 
seguente  andò  ad  incontrare  Giuseppe  patriarca  di  Coslan- 
linopoli,  uomo  e  per  la  lunga  età  e  per  la  dotlrina,  oltre  il 
grado  che  egli  lenea  ,  degno  di  grande  venerazione,  il  quale 
in  compagnia  di  molti  prelati  greci  ,  i  quali  venivano  con 
seco,  fu  onorevolissimamente  ricevuto  nelle  case  dp' Fer- 
rantini  in  Pimi.  A'15  si  fece  il  ricevimenlo  dell'imperatore 
4stesso  magnifico  e  conveniente  non  solo  alla  grandezza  im- 
periale ,  e  all'antico  costume  de' cittadini  ,  i  quali  quanto 
nelle  cose  private  son  parchi  ,  tanto  nelle  pubbliche  riten- 
gono maravigliosamente  del  grande;  ma  anco  alla  liberalità 
del  gonfaloniere  ,  uomo  e  per  le  pubbliche  e  per  private 
cagioni  veramente  illustre  .  il  quale  per  la  residenza  dell'im- 
peratore e  della  sua  corte  assegnò  tutto  il  circuito  delle  case 
de'  Peruzzi.  Ricevette  poco  dopo  Demetrio  suo  fratello  ,  il 
quale  alcuni  chiamano  Despolo;  in  alcune  memorie  io  trovo 
esser  nominato  re  del  Peloponneso  ;  nella  cui  famiglia  erano 
stali  dieci  imperadori  coslanlinopolilani:  costui  fu  alloggialo 
nel  palazzo  de' Castellani.  La  cura  di  queste  accoglienze  non 
avea  fatto  dimenticare  le  cose  necessarie  per  la  salute  della 
Repubblica  a  riparo  della  potenza  del  duca,  le  cui  genti 
avendo  vinto  Ligiiano  ,  passato  Adda,  e  per  tutte  l'acque 
dolci  avuto  viitoria  sopra  l'armate  de' Veneziani .  e  tenendo 
assediate  Brescia  e  Bergamo  ,  e  poter  quelle  poco  più  tempo 
reggersi,  aveano  fatto  ravvedere  i  Veneziani  quanto  teme- 
rariamente si  erano  questa  volta  nelle  lor  forze  confidali  ;  e 
i  Fiorentini  avoano  confermato  nell'opinione  che  sempre 
aveano  avuta  del  duca,  che  non  pensava  ad  altro  che  di  oc- 
cupare sotto  v.irj  pretesti  l'altrui  libertà,  mentre  con  esqui- 
sile  arti  le  forze  di  coloro  che  a  lui  si  poteano  opporre  te- 


LIBRO   VENTUNESIMO.  31 

isea  disunile.  Per  la  qiial  cosa  desiderando  costoro  a'  futuri 
mali,  e  i  Veneziani  alle  presenli  calamità  provvedere  ,  fu 
trovalo  facile  il  rimedio  di  ricongiugnersi  di  nuovo  insieme- 
essendo  massimamente  il  conte  accortosi  ancor  egli  d'essere 
uccellato  e  tenuto  a  parole  dal  duca.  Ma  i  primi  a  richiedere 
questa  congiunzione  furono  i  Veneziani ,  i  quali  mandarono 
a  Firenze  Francesco  Barbarigo  secondo  il  Sabcllico,  secondo 
il  Biondo  Jacopo  Donato  principale  lor  geniilnonio  e  amico 
grande  di  Cosimo  e  di  Lorenzo  per  tirar  la  repubblica  fio- 
rentina alla  nuova  lega  ;  il  quale  benché  fussc  guardato  mal- 
volentieri dal  popolo  ,  ricordandosi  con  quanta  alterezza  a- 
vcano  i  suoi  senatori  l'anno  addietro  i  loro  ambasciadori  li- 
cenziato ;  nondimeno  proponendo  Cosimo  le  cose  importanti 
alle  vane,  accettò  lietamente  la  lega;  di  cui  queste  furono 
le  condizioni.  Che  per  cinque  anni  la  ler;a  tra' Veneziani  e 
Fiorentini  avea  a  durare,  i  Veneziani  a  due  terzi,  e  i  Fio- 
rentini ad  un  terzo  della  spesa  concorressero.  Che  d'ameii- 
duc  le  repubbliche  capitano  generale  fosse  il  conte  France- 
sco, il  quale  con  dugmlomila  scudi  l'anno  fosse  condotto: 
e  egli  infino  a  due  anni  a  combattere  di  qua  del  Po  ,  e  a 
tenere  tremila  cavalli  e  mille  fanti  fosse  obbligalo  ;  obbli- 
gandosi olire  a  ciò  le  dette  due  repubbliche  di  difendere  a 
loro  spese  tulio  quello  (he  il  conte  avea  nella  Marca  .  se 
guerra  gli  fusse  mossa  dal  duca.  Nella  qual  lega  conchiusa 
a' 18  di  febbraio  fu  aggiunto  papa  Eugenio,  e  i  Genovesi 
per  quel  che  dice  il  Simonella.  Il  Sabeilico  e  gli  scrittori 
ferraresi  v'aggiungono  il  marchese  Niccolò  di  Ferrara.  lì 
Capponi  non  facendo  menzione  del  papa  dice,  che  il  mar- 
chese fu  condotto  dalla  Repubblica  con  mille  lance  ,  e  con 
mille  fanti;  tra' quali  era  Sigismondo  Malalcsta  con  seicento 
lance;  e  che  cos'i  parimente  fu  condotto  con  seicento  altre 
Guido  Antonio  Manlredi  signore  di  Faenza  ,  e  con  mille 
Pier  Gian  Paolo  Orsino.  Essendo  in  questo  modo  conchiusa 
la  lega,  mentre  s'attendeva  a  mettere  le  genti  insieme  per 
dir  principio  al  nuovo  tempo  alia  guerra,  fu  in  Firenze  Irrito 
gonfaloniere  di  giu!>tizia  la  terza  volla  Piero  Guicciardini,  in 
tempo  del  quale  io  non  trovo  cos"  altra  seguila  nella  città  , 
eccetto  la  traslazione  del  corpo  di  S.  Zanobi,  e  di  Eugenio 
e  di  Crescenzio  suoi  discepoli  ;  i  quali  seppeìiili  nel  mezzo 


32  dell'  istorie  fiorentine 

della  Chiesa  in  uno  avello  soUerra,  furono  periati  nel  capo 
(Iella  Chiesa,  e  quivi  in  una  cappella  edificata  in  nome  e  a 
onore  di  S.  Zanobi,  pur  sotterra ,  con  maggior  venerazione 
riposti.  Nella  qual  cirimonia  sei  car.linali,  molli  prelati  così 
greci  come  latini,  e  Demetrio  fratello  dell'imperatore  in 
compagnia  di  molti  signori  e  cortigiani  intervennero.  Poi 
prese  il  gonfalonerato  Alamanno  Salviali,  nel  qual  tempo  il 
signore  di  Faenza  avendo  tocco  nuovi  denari  dal  duca  ,  e 
ricevuto  Imola,  senza  restituire  i  già  presi,  malvagiamente 
dalla  lega  si  ribellò.  La  qual  cosa  benché  fosse  di  grande 
impedimento  a' falli  di  Romagna,  dove  il  conte  s' era  con  le 
sue  genti  condotto ,  e  Icnea  il  campo  intorno  a  Forlimpo- 
poli,  nondimeno  si  conoscea  raanifcslamcnte  che  molto  mag- 
gior pericolo  si  correa ,  se  i  Veneziani  si  lasciavano  in 
preda  del  duca  ,  i  quali  non  mancavano  tutlavia  con  nuove 
lettere  e  ambasciale  di  mostrare  a' Fiorentini  questo  lor  li- 
more.  Né  rimedio  alito  vi  era  .  (he  disporre  il  conte  a  pas- 
sare il  Po;  la  qual  cosa  benché  ricevesse  le  solile  difTìcollà, 
così  dal  lato  del  conte,  perchè  egli  s'inducesse  a  passar»', 
come  da  quello  de'Fiorentini,  perchè  non  rimanessero  espo- 
sti con  maggior  facilità  all'ingiurie  e  assalii  del  duca,  nondi- 
meno i  minori  sospetti  furono  superali  da' maggiori  ;  e  man- 
dalo da' Fiorentini  Neri  Capponi  al  conte  gli  fecero  inten- 
dere, che  se  il  duca  vinceva  i  Veneziani,  essi  non  si  cono- 
scevano alti  a  potersi  difendere  da  per  loro.  E  che  abban- 
donatisi i  Veneziani  dello  sialo  di  terraferma  a  lui  levereb- 
liono  il  pagamento,  e  che  i  Fiorentini  soli  non  gli  potreb- 
bono  in  tal  caso  dar  quello,  che  accompagnali  da'Veneziani 
gli  davano  ;  per  il  che  non  vedere  altra  via  alla  comune  sal- 
vezza ,  che  la  sua  passata  di  là  dal  Po.  Conobbe  il  conte 
esser  vero  quello  che  il  Capponi  gli  diceva ,  e  per  questo 
rimase  contento  eh'  egli  andasse  a  |)rofTerire  la  sua  passata 
a' Veneziani,  purché  la  strada  gli  assicurassero.  Neri  imbar- 
catosi in  su  una  paleolla  de'  Veneziani  a  Cesena  fu  con  in- 
credibili onori  dal  dogi;  e  da  lutto  il  senato  ,  che  per  via 
di  ierra  della  sua  venuta  era  sialo  informato  ricevuto.  A'quali 
fece  toccar  con  roani  che  la  repubblica  fiorentina,  non  o- 
stanlc  i  grandi  pericoli  ne' quali  rimaneva  lasciando  passare 
al  conte  il  Po,  si  era  messa  a  pregarlo  che  il  dovesse  pas- 


LIBRO   \ENTUNESIMO.  33 

sare,  e  già  T  avea  a  ciò  (Ì!sposlo;c  che  altra  diffìcnllà  non 
riraanea  ,  che  a  discorrere  qiui'.e  strada  fosse  la  migliore,  e 
più  sicura  per  passare  in  Padovana  ;  avvertendo  quei  signo- 
ri ,  che  essendo  il  conte  accresriulo  di  genie  ,  era  cosa  ra- 
gionevole che  s'avesse  riguardo  allo  stipendio,  sì  che  egli 
potesse  il  suo  esercito  mantenere,  il  quale  era  di  ?eimila- 
Irecento  cavalli ,  e  di  milleottocento  fanti ,  non  coniandovi 
Michele  da  Culignola,  da  lui  ultimamente  con  quattrocento 
lancc|  e  trecento  fanti  condotto.  Dice  il  Capponi  ,  che  f^ 
Cosa  ditTicile  al  esprimere  quali  fussero  i  ringraziamenti  fatti 
da' Veneziani  per  co'^t  fatta  novella;  i  quali  d'una  mestizia 
grande  iii  somma  letizia  convertiti  ,  parea,  che  avessero  de- 
posto affatto  ogni  timore,  e  che  le  cose  loro  prestamente 
avessero  a  mutar  faccia;  perchè  senza  perder  tempo  si  po- 
sero a  trattare  della  via  che  era  da  farsi ,  acciocché  si  po- 
tessero fare  le  provvisioni  neeessarie  così  di  ponti  e  di  spia- 
nale come  di  vettovaglio.  E  per  uomini  praiichi  fu  trovato 
quattro  essere  le  vie:  la  prima  era  da  Ravenna  liingo  Li 
marina,  la  quale  non  veniva  approvata  per  essere  la  strada 
tutta  renai ,  senza  erba  ,  e  posta  in  mezzo  della  marina  e 
de'paduli,  e  aveasi  a  passare  sette  foci,  ovvero  porli,  cose 
tutto  diffìcili  a  chi  doveva  andar  ratio  :  la  seconda  era  se- 
guendo la  via  diritta,  ma  su  questa  si  trovava  una  torre 
chiamata  1'  Uccellino  ,  la  quale  era  guardala  dalle  genti  dei 
duca,  che  senza  vincersi  non  si  polca  passare,  e  vincersi 
senza  tempo  non  si  polca  ;  il  che  per  non  aver  onde  prov- 
vedersi di  vettovaglie  ,  e  perchè  fra  tanio  non  se  le  polea 
impedire  il  soccorso  ,  recava  con  se  molte  incomodità:  la 
terza  era  per  la  selva  del  Lugo  ,  ma  perchè  il  Po  uscir» 
de' suoi  argini  era  in  quella  trahoeeato,  rendea  il  passarvi 
del  tulio  impossibile.  Iliraanea  la  quarla  per  la  campagna 
di  Bologna  inviandosi  verso  il  ponte  a  Puledrano,  a  Cento, 
e  alla  Pieve,  e  indi  per  corpo  del  Hcno  fra  il  Finale  e  Bon- 
deno  condursi  a  Ferrara.  Q\n\\  passalo  il  Po  al  ponte  di 
Ferrara  seguir  verso  le  fornaci  a  Brendalo  e  a  Chioggia  , 
ove  imbarcatosi  in  burchi  rimanergli  agevolissimo  il  cam- 
mino di  entrare  nel  Padovano.  Questa  fu  approvata  per  in 
migliore  e  per  la  pii'i  sicura,  ancoraché  il  Capponi  sia  d'o- 
pinione, che  ancor  questa  danimici  polea  esser  impedita, 
Amm.  Voi  .  V.  3 


35-  dell'  istorie  fiouentise 

polendo  far  l;ij;liare  presso  al  Bondeno  sopra  a  Panoro.  Non- 
dimeno fu  dal  conte  passata  con  lutto  1'  esercito  felicemen- 
te ,  e  con  tanta  pnsti zza    ogni  cosa  messa  ad  effetto  ,   elio 
essendo  Neri  nlli  11  di  maggio  partito  di  Firenze  ,  a'20  di 
giugno  il  conte  si  trovò  essere  sii  1  Padovano  :  la  qual  nuova 
a' Dieci  di  balia,  i  quali  erano  entrati  a  caieii  di  giugno,  recò 
incredibile  allegrezza.  Costoro  furono  il  medesimo  Neri  Cap- 
poni,  Lorenzo  Ridolfi    cavaliere  e  dottore,  Antonio  Serri- 
slori ,  Lionardo  lìruni,  Lionardo  Barloli  ,  Piero  Bcccanugi, 
Cosimo  de' Medici,  Al'ss.indro  degli  Alessandri,  e  Cambino 
Cambini,  e  (liuliano  Comi  per  la  minore.  E  fu  senza  alcun 
dubbio  questa  arrivala  all'afilitto  sialo   de' Veneziani  di  re- 
frigerio grandissinio.    Mentre  cusi    si  maneggiava  la  guerra 
di  fuori ,  dentro  la  città    si  proseguiva    caldamente  la  con- 
cordia Ira  i  Latini   e  i  Greci  con  soddisfazione  grande   cosi 
del  pontefice  Eugenio,  come  del  patriarca  Giuseppe:  ilqualc 
prima  che  la  concordia  fosse  pubbiicala  si  morì  di  vecdiiaia 
in  Firenze  1' om'ecinio  giorno  di  giugno,  e  in  S.  Maria  No- 
vella con  grandissimi  onori  fu  seppellito.  Pubbiicossi  polla 
concordia  tra  !e  due  chiese    il  6°  giorno  di  luglio ,  essendo 
gonfaloniirc  di  giustizia  Filippo  Carducci  la  seconda  volta, 
avendo  i  Greci  acconsentito  a  quelle  sentenze  ,  che  intorno 
i  delti  articiili  erano  decise  già  da"  Latini,  cos'i  della  proces- 
sione dello  Spirito    Santo  dal   padre    e  dal  figliuolo  ,  cojmo 
«lei  imrgatorio  ,  della  consecrazione  in  azimo  e  formonlato , 
e  della   preminenza  del  romano  pontence.   La  cerimonia   di 
questa  solennità  fu  tale  ,  die  dopo  cantala  la  messa  dal  papa 
salirono  sopra  un  gran  pergamo  posto  nel  mezzo  della  chiesa 
con  frequenza    grandissima  di    popolo  il  cnrdinalc  Cesarino 
0  un  prelato  greco,  di  cui  non  ritrovo  il  nome,  avendo  in 
mano  una  lunga  cartapecora  in  due  colonne  divisa:  dalluna 
delle  quali  in    sermone  Ialino,   e  dall'altra   in  greco    erano 
i  capi  della  della  concordia  scritti.   E  rccilala   la    latina  dal 
Cesarino,  e  quella    da' Latini    e  da' Greci  con    lietissime  e 
allissìrae    voci   approvala  ,   cosi   fu   parimente   approvata  l,i 
greca  da  amcndue  le  nazioni ,  finiìa   che  fu  di    leggere  dal 
prelato  greco.  Del  qual  allo  quattro  notai  romani,  e  quattro 
greci  ne  furono  rogali.  Ma  sopratlutto  ebbe  cura  la  Repub- 
blica di  seibarne  memoria  in  lettere  scolpile  nel  marmo,  ii 


MBRO   VENTDNESmO.  35 

quale  al  lato  alla  porta  della  sagrestia  maggiore  di  S.  Maria 
del  Fiore  ,  siccome  oggi  vediamo,  fu  coUorato.  L'imperatlore 
essendo  poi  dimorato  molli  dì  in  Firenze,  si  partì  lìnalraente 
della  ciltà  m<»ito  ben  soddisfatto  di  tutta  la  Repul)i)lica  a''i(> 
d'agosto,  avendo  per  segno  d'onore,  siccome  dice  il  Cambi, 
fatto  conte  di  palazzo  il  gonfaloniere  Carducci  ,  e  levato  la 
metà  di  lutti  i  passaggi,  e  gabelle,  che  i  Fiorentini  solevano 
pagare  in  Costantinopoli,  e  in  tutto  il  rimanente  del  suo  im- 
perio per  conto  delle  lor  mercatanzie.  Concedette  e  donò  an- 
cora alla  delta  nazione  un'abitazione,  che  anlicanicnle  solcano 
avere  i   Pisani  per  il  consolo   loro    in  Costantinopoli,   quando 
essendo  in  piò  la  lor  libertà  in  quelle  parti  navigavano  ,  e  altre 
grazie  e  favori  disponsò   a'signori  priori  in   ricompensa  degli 
onori  ricevuti  da  loro.  I  fatti  della  guerra  erano   intanto  pro- 
ceduti in  Lombardia    quasi  con  pari  fortuna  ,    perciocché  il 
conte  racquietò  nel  principio  Lunigo  e  Soave,  e  moli'  altre 
castella    poste    nel  Vicentino  e  nel  Veronese  ;  essendo  per 
quel  che  io  avviso  già  entrato  in  Firenze  nuovo  gonfaloniere 
di  giustizia  Neri  Bartolini  Scodellari.  Dall'altro  canto  mentre 
per  una  quasi  pestilenzia  entrata  nel  suo  esercito  è  costretto 
ritirarsi  a  Zevio  castello  del  Veronese  vicino  al  Mantovano , 
il  Piccinino  ruppe  1'  armata  de'Veneziani  sul  lago  di  Gardn, 
Quindi  temendo  i  Veneziani  non  nascesse  la  perdita  di  Bre- 
scia, comandarono  al  conte,  che  con  ogni  suo  supremo  studio 
alla  difesa  di  quella  si  volgesse  ,  e  eglino  diligentemente  a 
provvedersi  di    nuova  armala  si  posero.  Onde  le   cose  della 
lega  cominciarono  andar  al  di  sopra  senza  contrasto  ;  percioc- 
ché avendo  il  conte    deliberato  di  soccorrer  Brescia  per  la 
via  de'  monti  ,  essendo  la    via  della  campagna  di   fosse  ,  di 
bastie,  e  d'altri  impedimenti  serrala,  gli  venne  fiitlo  di  dare 
una  segnalata  rotta  al  nimico  ;  il  quale  avendo  inleso  che  il 
conte  partito  di  Zevio  per  Valdacri,  seguendo  la  strada  del 
lago  di  S.  Andrea  era  pervenuto  a  Peneda  ,  e    come   sceso 
nella  valle  ove  passa  il  fiume  Sarca,  che  mette  nel  lago  di 
Garda,  s'  era  finalmente  accampato  intorno  a  Tenna  ,  luogo 
posto  nel  poggio,  onde  era  la  via  d'  andare  a  Brescia,  quivi 
deliberò  di  farseli  incontro,  e  di  vietargli  il  passare  innanzi. 
Incominciossi  prima  la  zufTa  con  leggieri  scaramuccie  ora  ri- 
messe da'  fami,  e  or  dalle  genti  a  cavallo  ;  ma  essendosene 


3G  dell'  istorie  fiorentine 

fra  le  altre  appiccala  una  molto  grossa  il  nono  dì  di  novem- 
bre, essendo  in  Firenze  gonfaloniere  di  giuslizia  Guido  Ma- 
chiavelli ,  e  quella  continuamente  rinforzala  da  amendue  le 
parti  ,  si  venne  ai  fine  a  combattere  a  bandiere  spiegale  da 
ciascun  lato  con  tulle  le  genti,  e  durò  la  ballaglia  per  buono 
spazio  senza  potersi  giudicare  qual  de' due  eserciti  ne  avesse 
il  migliore;  ma  aiulati    quei  delia  lega  da' fanti    a  piò:    che 
poco  avanti  erano  venuti  per  le  montagne,  i  quali  da'Iuoghi 
più  alti  rotolando  grandissimi  sassi  ferivano  i  nimici,  ebbero 
in  poco  di  ora  facile  la  villoria  ;  perchè  messi  in  i'iiga  i  du- 
chesclii,  coloro  che  non  furono  falli  prigioni,  altri  in  Tenna, 
e  allri  all'armata  c'nc  aveano  al  Iago  di  Garda  si    salvarono. 
Tra  i  prigioni  di  conto  furono  Carlo  Gonzaga   figliuolo  del 
marchese  di  Mantova,  Cesare  Martinengo,  e  Sagramoro  Vi- 
sconte. E  credetlesi  che  l' istesso  Piccinino  fusse  preso  an- 
cor egli ,  ma    subilo  rilasciato.  Salvossi    egli  nondimeno    a 
Tenna  accompagnalo  da  un  solo  tedesco  suo  servidore,  uomo 
di  vilissima  condizione,  ma  di  grandissimo  corpo  e  di  smi- 
surale forze  ,  a  cui    persuase  che  messolosi  la    nolle  in  un 
sacco  a  guisa  d'arnesi,  o  d'altre  robe ,  come  se  fusse  sacco- 
manno sci  conducesse  per  mezzo  del  campo,  ove  per  la  vit- 
toria la  diligenza  era  minore,  in  luogo  sicuro.  In  questo  modo 
fu,  siccome  vediamo  oggi  nelle  commedie  intervenire  a'dap- 
pochi  innamorali  ,  salvalo    uno   de'  due  migliori    capitani  di 
(juelli  tempi;  il  quale  non  polendo  tollerare  d'essere  stalo 
vinto,  0  almtno  di  non  cancellare  con  qualche  nobile  acqui- 
sto la  ricevuta  vergogna,  dopo  aver  volto  per  l'animo  diverse 
rose,  avendo  inteso  con  che  poca  diligenza  era  guardata  la 
ciliadclla  di  Verona  ,  immaginò  potergli  riuscire  facilmente 
di  prenderla,  se  questa  cosa  con  segreta  prestezza  guidasse. 
Lasciate  per  questo  quelle  genli  che  giudicava  che  bastassero 
per  la  guardia  di  Tenna,  egli  montò  in  riva  di  Trento  sopra 
l'armata,  e  col  marchese  di  Mantova,  e  col  resto  dell'esercito 
n'andò  a  Peschiera.    Quindi  messosi  in    cammino ,  di  nolle 
tempo  giunse  a  Verona,  e  senza  esser  da  alcuno  sentito  scalò 
e  prese  la  cittadella  nuova.  Onde  sceso  nel  borgo  di  S.Zeno, 
(;  rotta  la  porla  di  S.  Antonio,  di  quivi  intromesse  tutta  la 
cavalleria  ,  e   con  somma  felicità  in  fuor  che  dell'altre  for- 
tezze ,  che  s<jno  tre,  ove  i  ministri  de'Vencziani  erano  rifug- 


f.I8R0   VEXTUNESJMO.  37 

giti,  ili  lutto  il  resto  della  cillà  s'insignorì  con  tanta  sua  al- 
legrezza e  soddisfazione,  parendogli  non  che  il  perduto  ono- 
re ,  ma  di  vantaggio  molto  maggior  gloria  aver  acquistata  . 
che  non  potè  contenersi  di  non  scrivere  a  Cosimo  de'Medici 
(di  cui  sapeva  lo  Sforza  essere  amicissimo)  che  al  conte  era 
il  medesimo  intervenuto,  che  avvenne  già  a  Uuccicaldo  go- 
vernatore per  lo  re  di  Francia  di  Genova,  il  quale  quando 
credette  doversi  impadronire  di  Milano  ,  allora  ribellalasigli 
(ienova  ,  dell'  una  e  dell'  altra  città  si  trovò  scioccamente 
escluso.  Così  il  conte  quando  tentava  soccorrer  Brescia,  aver 
perduto  Verona.  Ma  non  godè  lungo  tempo  il  Piccinino  il 
vano  frutto  di  questa  sua  vittoria,  perciocché  intesa  dal  conte, 
la  perdila  di  quella  cillà  (benché  egli  avesse  consiglialo  prima 
i  Veneziani  a  tenervi  miglior  guardia)  è  cosa  incredibile  a 
esistimarc  ,  quanto  egli  se  ne  commovesse  nell'animo  suo  , 
considerando  che  un  nimico  non  più  rhe  olio  giorni  prima 
rotto  e  superato  da  lui  ,  e  quasi  ndracolosamcntc  uscitogli 
dalle  mani,  gli  avesse  tolto  così  importante  città.  Deliberò  di 
levarsi  in  ogni  modo  questa  vergogna  da!  viso  ,  ancorché 
quasi  da  tulli  i  capi  del  suo  esercilo  ne  fosse  sconfortato  , 
i  quali  mostrandogli  pericoli  grandissimi,  a  ritirarsi  a  Vicenza 
il  persuadevano,  anzi  voltosi  con  parole  piene  d'una  certis- 
sima confidenza  a' provveditori  veneziani,  e  a  Bernardelto 
de'Medici,  il  quale  per  la  Repubblica  di  Firenze  era  appresso 
di  lui  commcssario  ,  arditamente  promise  loro  di  ricuperar 
Verona,  purché  una  sola  delle  tre  fortezze  non  si  fosse  an- 
cor resa.  Mandò  dunque  gente  eletla  a  pigliare  un  ponte,  che 
egli  avea  fallo  su  l'Adige,  dove  il  fiume  si  rislrigne  all'uscir 
della  valle  Lagarina  ,  e  comandato  a  Gatlamelala  che  il  se- 
guitasse con  l'artipliorie,  e  salmciia  del  campo,  egli  con  le 
genti  più  spedite  s' inviò  di  notte  verso  Verona  ;  tanto  trava- 
glialo dell'importunità  della  stagione,  che  è  cosa  certa  molli 
saccomanni  essersi  quella  notte  morti  di  freddo.  Nondimeno 
avuto  nuova  come  i  passi  erano  sicuri ,  seguitò  il  cammino 
con  molta  allegrezza  ,  sperando  con  la  celerità  ristorare  il 
danno  ricevuto;  né  si  fermò  altrove  ,  che  al  Casale  di  S. 
Ambrogio  uscito  che  fu  dalla  strettezza  delle  chiuse.  Erari 
di  quivi  due  vie  per  andare  a  Verona,  l'ima  per  la  pianura, 
e  questa  era  più  breve  e  spedila,  l'altra  pe'monti  più  lunga 


38  dell'istorie  fiorentine 

e  più  malagevole;  ma  egli  slimando  che  questa  fusse  meno 
guardala  ,  non  si  curò  dell'  altre  difficullà  ,  e  comparilo  il 
giorno  seguente  sopra  Verona  fé  vista  di  voler  passare  più 
avanti,  il  che  a'nimici,  i  quali  non  aveano  ancor  fallo  quelle 
difese  che  bisognavano,  porse  in  principio  grande  allegrez- 
za, credendo,  che  il  conte  diffidato  di  poler  ricovrar  Verona, 
volesse  passare  a  Vicenza.  Ma  avendo  egli  fatto  girar  le  genti 
verso  la  Rocca  di  S.  Felice,  e  in  quella  entrato,  diede  gran 
terrore  a'nimici,  ma  molto  più  quando  rifatto  il  ponte,  che  i 
nimici  il  giorno  innanzi  aveano  abbruciato  ,  calò  in  quella 
parte  della  città,  la  quale  divisa  dal  fiume  è  minore  dell'allra, 
ove  con  grand'  impeto  e  con  ferocissime  grida  assaltò  gli  av- 
versar]. Non  sperava  egli  poter  quella  notte  interamente  im- 
padronirsi di  Verona,  per  la  qual  cosa  avea  mandato  ordine 
a  Galtamclata,  che  la  notte  calasse  giù  nella  valle  che  tocca 
l'Adige,  e  qui  si  fermasse,  con  deliberazione  ,  che  venuto 
il  di  assaltasse  quella  parte  della  cillà,  la  quale  era  lenula 
da' nimici;  oltreché  egli  dubitava  di  non  poter  vietare,  che 
quella  città  non  andasse  a  sacco  ,  se  nella  licenza  delle  te- 
nebre tanto  numero  di  soldati ,  presso  che  aflamnli  ,  dentro 
quella  rinchiudesse.  Ma  fu  s'i  vigoroso  l'assalto  de'  suoi  ,  e 
l'aiuto  de'cittadini,  i  quali  benché  rinchiusi  dentro  le  lor  ca- 
se, con  Inmi  dalle  finestre,  e  con  rinfrescamcnli  mandali  giù 
con  le  fune  in  panieri  e  canestre  facevano  giovamento  a'com- 
battilori,  che  non  fu  di  mestiere  aspettnr  l'aiuto  del  giorno, 
perciocché  dopo  qualche  resistenza  cosi  il  Piccinino  come 
il  marchese  di  Mantova  veggendo  le  cose  loro  disperate  si 
posero  a  fuggire,  maledicemio  l'avarizia  de'soldaii,  i  quali  in 
quei  giorni  aveano  atteso  a  predare,  ninna  cura  s'era  potuta 
lor  commettere  di  fortificare  la  cillà.  Così  a  capo  di  quattro 
di  che  Verona  era  slata  perduta  ritornò  per  opera  del  conte 
con  somma  sua  gloria  in  poter  de' Veneziani  :  il  quale  essendo 
il  verno  asprissirao  ,  volle  che  l'esercito  parte  a  Verona  ,  e 
parte  alle  propinque  ville  si  riposasse,  e  Brescia  per  la  via 
de' monti  di  qualche  vettovaglia  sovvenne,  sollecitando  che 
a  Torboli  si  facessero  i  legni  che  erano  necessarj  per  1'  ar- 
mata, acciocché  al  venir  della  primavera  si  trovasse ,  e  per 
acqua  e  per  terra  in  guisa  forte  ,  che  a  Brescia  si  potesse 
del  lutto  levar  l'assedio  d'intorno.  La  auova  della  recupera- 


MURO    VENTTNESIMO.  39 

?.i()nc  di  Verona,  siccome  a'Veiicziani  fu  lietissima,  così  fu 
viccvnla  con  non  difTerentc  piacere  dalla  cil'à  di  Firenze. 
Ove  Eugenio  alla  sua  cura  pastorale  attendendo  dopo  la  con- 
cordia falla  co'Greci,  avea  ancor  terminato  le  differenze,  che 
la  Cliicsa  latina  avea  con  quella  degli  Erminij.  Ma  nel  mezzo 
di  queste  concordie  falle  con  popoli  cosi  lontani,  era  riflessa 
Chiesa  romana  divisa  tra  sé  per  lo  concilio  di  Basilea  ,  il 
quale  avendo  finalmente  in  virtù  di  diversi  capi  deposto  Eu- 
genio, avea  creato  a  pontefice  Amadco  duca  di  Savoia  ;  onde 
Eugenio  per  fare  la  sua  parte  gagliarda  deliberò  di  far  pro- 
mozione de'cardinali,  e  per  le  digiune  della  pasqua  a'18  di 
dicembre  creò  in  S.  Maria  Novella  diciassette  cardinali ,  nella 
quale  eiezione  non  solo  ebbe  riguardo  alla  dottrina  e  acco- 
stumi, ma  eziandio  alle  nazioni,  a  fin  che  quasi  tutte  le  Pro- 
vincie dc'crisliani  del  suo  giudizio  rimanessero  soddisfatte, 
iniperoccliè  egli  ne  creò  quattro  Francesi,  due  Spagnuoli  , 
un  Ungaro  ,  un  Pollacco  ,  un  Inglese  ,  un  Alamanno  ,  tre 
Cìreci,  e  cinque  Italiani,  de'quali  imo  napoletano,  e  un  altro 
del  regno,  un  Milanese,  un  Genovese,  €  uno  ne  fu  Fioren- 
tino ;  e  questi  fu  AU)erlo  Alberli  vescovo  di  Camerino,  e  fi- 
glinolo già  di  Cipriano  il  cavaliere,  il  quale  insieme  con  Be- 
nedetto della  medesima  famiglia  l'anno  1387,  siccome  in  quel 
luogo  dicemmo  fu  confitialo. 

Segue  1'  anno  1440,  e  gonfaloniere  di  giustizia  Paolo 
del  Diacceto,  il  quale  sentendo  che  i  Veneziani  volevano 
che  il  conte  passasse  al  soccorso  di  Brescia ,  e  che  il 
conte  allegava  ragioni  di  non  essere  ancora  il  tempo  op- 
portuno ,  spedì  col  consiglio  de'  compagni  e  di  Cosimo 
Giuliano  Davanzali  e  Neri  Capponi  a  Venezia  e  al  conte, 
perchè  i  lor  pensieri  intendessero ,  e  del  modo  che  si 
avesse  a  governare  la  guerra  per  la  seguente  state  s'infor- 
massero. Ma  non  furono  il  nono  dì  di  febbraio  giunti  prima 
a  Ferrara,  die  ebbero  novelle  come  due  dì  prima  il  Piccinino 
dopo  alcune  leggieri  fazioni  falle  col  conte,  avea  con  seimila 
cavalli  passalo  il  Po  per  venirne  in  Toscana,  la  qual  cosa  al 
gonfaloniere  significata  seguilarono  il  loro  cammino.  E  giunti 
a  Venezia,  e  le  ragioni  de'Veneziani  ascollate,  e  di  là  andati 
a  Verona,  ove  sentirono  quelle  del  conte  ,  la  deliberazione 
che  si  prese  per  allora  fu  ,  che  i  Veneziani  dessero  danai/ 


40  DELL    ISTORIE    FIORENTINE 

al  conto  ,  e  solleciìassesi  l'iiscila  a  biion'  ora  con  luUe  lo  genti 
perchè  Brescia  si  soccorresse.  Ma  gli  avvisi  della  calala  del 
Piccinino  in  Romagna  perturbavano  grandcnìcnlc  i  Fioren- 
tini, sapendo  che  egli  veniva  accompagnato  da'  fuoruscili,  i 
quali  stali  a  trovar  il  duca  gli  aveano  mostrato  come  era  im- 
possibile %  incere  i  Veneziani  se  non  si  rimovean  da  loro  gli 
aiuti  dei  Fiorentini,  nò  i  Fiorentini  potersi  rimovere  se  non 
saranno  molestati  in  casa,  i  quali  quando  fossero  gagliarda- 
mente assalili,  e'sarcbbon  coflrclli  ricliiainarc  il  conte  ni  Lom- 
bonlin,  e  a  pensare  a'casi  loro,  e  non  a  quei  daltri.  Rinaldo 
dogli  Albi/i  fra  gli  allri  prometteva  alle  sue  genti  la  via  dei 
Casentino  aperta  per  esser  egli  amicissimo  di  Francesco  da 
lìallifulle  conte  di  Po|)pi,  e  in  questo  caso  diceva  esser  si- 
turo,  clic  in  Firenze  si  muterebbe  lo  stalo,  trovandosi  il  po- 
polo stanco  non  meno  d^-lle  gravezze,  che  dell'orgoglio  de'po- 
lenti  ciiladini,  i  quali  su[ìerbamenle  il  tutto  a  lor  voglia  gf»- 
vernavano.  A  questi  mali  si  aggiugneva,  che  se  bene  il  poiì- 
tefice  Eugenio  sentendo  la  venula  del  Piccinino  in  Romagna 
s'era  confederato  co' Fiorentini,  dubitando  delle  cose  sue,  e 
concorreva  con  le  sue  genti,  dove  prima  le  sue  les'ie  erano 
state  in  parole  ;  nondimeno  essendo  le  delle  sue  genti  sotto 
il  governo  del  Vilclleschi,  a  cui  ul)!)iilivano  mollo  più  che  a! 
pontefice  istcsso,  non  solo  di  quelle  non  aspettavano  alcun 
giovamento,  ma  ne  aveano  terrore,  temendo  non  poco  delia 
volontà  di  quell'uomo  superbo  e  crudele;  il  quale  sapevano 
dopo  la  cacciata  di  Rinaldo  non  esser  mai  stalo  amico  de'Fio- 
rentini  interamente,  parendogli  che  sotto  la  sua  fede  l'Albizi 
fosse  stalo  traditi^  E  già  in  Firenze  facevano  i  fuoruscili  in- 
tendere per  dar  animo  ali  amici,  e  torlo  a'nimici,  che  non 
dormivano,  benché  Cosimo,  il  quale  ne  in  parole  voleva  es- 
ser vinto,  facesse  rispondere,  che  n'era  certissimo,  avendo 
cavato  loro  il  sonno  da!  capo.  Ma  moltiplicarono  molto  più 
i  travagli  e  i  sospetti  de' Fiorentini,  quando  al  nuovo  gonfa- 
loniere F^ionardo  Barloli  giunsero  messi  ,  i  quali  riferivano 
come  i  Walalesti,  non  ostante  l'esser  stati  eondolli  da'Vcnc- 
zfani  e  da  loro,  e  giii  aver  tocco  danari,  si  erano  convenuti  col 
Piccinino,  e  dubilovasi  di  più,  che  Pier  Giovan  Paolo  Orsino 
capitano  della  Repubblica^,  il  quale  con  quattrocento  lance 
e  dugento  fanti    era  stalo    mandato    da"  Fiorentini    in  aiuto 


LIBKO    VEMCNESIMO.  ÌJ 

de'Malalesli,  non  fosse  slato  svaligialo  dal  Piccinino,  Irovnii- 
dosi  in  casa  de'nuovi  suoi  confederati.  Con  tutto  questo  non 
solo  coloro  che  governavano  non  si  perdcrono  d'animo,  ma 
attendendo  a  far  genti  ,  scrissero  al  conte  the  rimettevano 
nel  suo  arbitrio  il  venire  o  non  venire  in  Toscana  in  lor  soc- 
corso; perciocché  essi  altenderehbono  a  difendersi  vivamen- 
te. E  in  tanto  j)er  la  diligente  cura  che  si  tenca  da'Dieci  , 
sopra  corrieri  ,  slalTette  ,  pedoni  ,  e  simili  portatori  di  let- 
tere .furono  in  Montepulciano  ritrovale  lettere  del  Vitelle- 
schi  ,  senza  consentimento  del  ponlefìce  scritte  al  Piccini- 
no ;  le  quali  ])orta!c  da  quel  magistrato  ad  Eugenio  ,  ben- 
ché fossero  scritte  in  cifra  ,  e  malagevolmente  qual  fusse 
il  vero  sentimento  di  quelle  comprender  si  potesse  ,  gran- 
demente r  animo  del  pontefice  spaventarono  ,  tardi  accor- 
tosi quanto  tra  cosa  pericolosa  in  così  fatti  tempi  ad  un 
ministro  audace  e  grande  ,  siccome  era  il  Vitclleschi . 
aver  dato  taiit' autorità  e  ripulszionc  siccome  egli  aveva 
l'alto.  Deliberato  per  qucslo  di  assicurarsi  di  lui,  fu  con  il 
consiglio  di  Cosimo  mand;ito  con  lettere  di  crcilenza  Luca 
Pitti  ad  Anlonio  Uido  castellano  di  S.  Agnolo  a  Roma,  il 
quale  ne!  miglior  modo  che  potesse  s' ingegnasse  d'  aver 
il  patriarca,  o  vivo  o  morto  alle  mani,  cosi  esser  necessario 
per  quiete  e  sicurezza  della  sede  apostolica  e  dello  stalo 
ecclesiastico.  Fu  la  for'una  favorevole  al  desiderio  del  pon- 
tefice e  de'Fiorentini,  perciocché  volendo  il  palriarra  pas- 
sare in  Toscana,  e  per  questo  partirsi  di  Roma,  mandò  a 
dire  al  Rido,  che  si  trovasse  la  manina  seguente  a'piè  della 
porta  del  castello,  perciocché  avea  seco  alcuna  cosa  a  trat- 
tare. Il  castellano  ordinate  le  cose  a  questo  fine  necessario, 
si  pose  ad  aspettare  la  mattina,  che  il  patriarca  comparisse, 
a  cui  veggendclo  venire  gli  usci  subito  infino  a'piè  del 
ponte  tutto  disarmato  e  riverente  all'  incontro;  e  come  non 
volesse  delle  cose  che  seco  parlava  da  altri  essere  udito, 
presolo  gentilmente  per  la  briglia  del  cavallo  sul  quale  il 
patriarca  era,  così  seco  essendo  egli  a  pie  pianamente  ra- 
gionando ne  veniva,  quando  in  su  'I  voltarsi  a  man  manca 
del  ponte,  incontanente  si  vide  calar  giù  la  saracinesca  di 
quella  porta  onde  s'  usciva  in  borgo,  e  di  dietro  fu  alzata 
su  una  catena  ben  Ire  braccia  alta  di  terra,  la  quale  in  un 


42  dell'istorie  fiorentine 

solchelto  fallo  a  posla  la  noltc  innanzi  era  slata  allerrala. 
E  in  qiieslo  essendo  dal  castellano  detto  al  palriari;a  ,  che 
egli  era  prigione,  comparirono  secondo  il  cenno  dato  fuor 
della  porla  del  castello  molli  soldati  armali  con  alabarde  per 
accerchiarlo  e  farlo  prigione  a  man  salva;  ma  egli  messo  mano 
alla  spada,  la  quale  aveva  a  lato,  e  dato  di  sproni  al  cavallo, 
porse  necessità  a'  soldati  di  ferirlo,  e  così  lutto  sanguinoso 
fu  per  forza  tratto  prigione  in  castello,  dove  mentre  si  me- 
dica una  gran  ferita  che  avea  tocco  nel  capo,  Luca  Pilli  per- 
cotendo  con  la  sua  mano  la  tenta,  gliela  ficcò  nel  cervello, 
e  subito  si  morì.  Neil'  arcivescovado  della  città  gli  succr- 
detle  Lodovico  Sarampi  padovano  medico  e  inlimo  familiare 
del  pontefice.  In  questo  mod)  furono  i  Fiorentini  e  il  pon- 
tefice di  una  gran  paura  liberali,  e  parca  che  con  maggior 
ardire  si  potessero  opporre  al  Piccinino;  il  quale  volendo 
per  r  alpe  di  S.  Benedetto,  e  per  la  valle  di  Montone  pas- 
sire  in  Toscana,  fu  in  guisa  dalla  virtù  di  Niccolò  da  Pisa, 
snidato  poco  innanzi  da' Fiorentini  ributtato,  che  non  spe- 
rando per  quella  via  poter  conseguir  cosa  che  egli  volesse, 
si  pose  a  tentare  il  passo  di  Marradi,  la  qual  terra  da  JJar- 
tolommro  Orlandini  cittadino  fiorentino  era  guardala,  avendo 
prima  preso  Orivolo  per  forza  e  Modigliana  a  patti.  Era 
questo  passo  non  meno  difiìcile  dell'  altro,  perciocché  Mar- 
radi  e  terra  posta  a'  pie  dell'Alpi,  che  dividono  la  Toscana 
dalla  Romagna,  e  se  ben  da  quella  parte  che  guarda  verso 
Romagna  e  nel  principio  di  Valdilamona  era  senza  mura, 
nondimeno  di  verso  Romagna  i  monti  e  le  ripe  di  essi  sono 
sì  aypre,  e  di  verso  la  valle  il  fiume  ha  in  modo  roso  il 
terreno,  o  ha  sì  alle  le  grolle  sue,  che  ogni  volta,  che  un 
piccol  ponte,  che  è  sopra  il  fiume  è  difeso,  è  quasi  impos- 
sibile espugrjar  quel  luogo:  ma  la  virtù  dell'  Orlandini  era 
mollo  ben  differente  da  quella  di  Niccolò  da  Pisa,  e  per- 
ciò nun  solo  non  fece  resistenza  alcuna  virtuosa^,  ma  non 
così  tosto  sentì  appressarsi  i  nimici ,  che  postosi  brutta- 
mente con  tulli  i  suoi  a  fuggire,  non  mai  si  ri  enne  finché 
al  borgo  di  S.  Lorenzo  fu  giunlo.  Perchè  passalo  a'  10 
d'aprile  il  Piccinino  in  Mugello  si  pose  a  campo  a  Pulic- 
oiano,  discorrendo  spesso  parte  delle  sue  genti  accompa- 
gnate da' fuoruscili  infin  presso  a  Firenze,  parie  dei  quali 


LIBRO   VESTI;NESI3I0.  43 

avvisi  giunti  in  Lombardia,  afflissono  grandcnicnle  l'animo 
•lei  conte  Francesco,  temendo  egli  se  le  cose  del  Piccinino 
erano  superiori  in  Toscana,  di  non  perdere  quello  che  avea 
nella  Marca;  per  la  qual  cosa  andatone  egli  slesso  in  Ve- 
nezia, e  alla  presenza  de' senatori  introdotto,  mostrò  come 
era  necessario  e  utile  alla  lega,  die  egli  passasse  in  To- 
scana,  perciocché  se  il  Piccinino  non  avea  maggior  resi- 
stenza, si  facea  signor  della  Marca  e  di  Perugia ,  per  lo 
quale  acquisto  crescerebbe  in  tante  forze  e  riputazione,  che 
i  Fiorentini  sarebbono  seco  al  disotto,  e  che  egli  per  quel 
che  toccava  a  se  non  voleva,  ove  egli  avea  passato  il  Po 
signore,  averlo  a  ripassar  condotliere;  e  che  avea  maggior 
obbligo  a  se  e  alla  repubblica  florenlina  che  a'V'eneziani. 
Il  doge  gli  rispose  umanamente,  e  con  assai  buone  ragioni 
gli  fece  vedere,  che  se  egli  si  partiva,  essi  erano  sforzali 
abbandonare  terraferma,  onde  mancava  conseguentemenie  il 
suo  pagamento,  ma  che  chi  vinceva  in  Lombartlia  vinceva 
in  ogni  luogo,  e  the  passando  egli  in  Toscana  veniva  a  re- 
car ad  effetto  T  intendimento  del  nimico,  il  quale  non  per 
altro  avea  mandato  il  Piccinino  in  Toscana,  che  per  rimuover 
lui  di  Lombardia.  Dove  facendosi  la  guerra  in  Lombardia  ga- 
gliarda, al  Piccinino  conveniva  mal  suo  grado  ritornarsene  a 
casa,  perciocché  è  maggior  la  cura  che  si  ha  intorno  a  quel 
che  si  può  perdere,  che  circa  quello  che  non  si  può  gua- 
dagnare. Nel  mezzo  di  queste  dispute  vennero  a  quel  se- 
nato avvisi  della  morte  drl  patriarca,  e  come  si  potea  far 
maggior  fondamento  nelle  genti  del  papa  di  quel  che  non 
si  sarebbe  fatto  prima.  Come  i  Malalesti  quello  che  aveaa 
fatto  era  stato  più  per  tema  del  Piccinino,  e  per  le  molte 
promesse  fatte  loro,  le  quali  egli  non  osserverebbe,  che  per 
altro,  onde  si  riguadagnercbbouo  facilmente.  Come  l'Or- 
sino non  avea  patito  alcun  danno,  e  che  sollecitava  di  ve- 
nirne a  Firenze  tosto  che  egli  potesse.  Per  la  qual  cosa  fu 
persuaso  al  conte  che  rimanesse;  poiché  le  cose  di  Toscana 
camminavano  con  miglior  pie  che  non  si  credeva,  e  che  re- 
stasse conlento  rimandarne  gli  ambasciadori  fiorentini  a 
casa.  A  che  finalmente  egli  acconsenti,  avendogli  i  Veneziani 
fallo  pagare  infino  a  ollantunmilaCorini  per  far  la  guerra  al 
duca  gagliarda.  Volle  nondimeno  che   andassero   mille  dei 


M-  DELI-'lSTOKtE   FIORENTINE 

suoi   cavalli  in  Toscana;  per  la  qiial  cosa  avanti  che  finisse 
il  mese    d'aprile  e  gli  ambasciadori  e  li  mille  cavalli  e  Pier 
Giovan    Paolo  Orsino  con  secento    allri  si  trovarono  in  Fi- 
renze.   11  Piccinino  Ira  tanto  bencliè  avesse  con  grande  osti- 
nazione  cercato  di  pigliare  Pulicciano,   difendendosi    quelli 
di  dentro  francamente,  non  avea  potuto  far  nulla  di  buono 
se    non  che  da  alcuni  de' suoi,  i  quali  seguivano  i  fuorusciti, 
fu   preso  Monteritondo  con  alcune  altre  bicocche  di  leggier 
peso.   Ben  parca  1'  aspetto  delia  guerra  oltre  modo  terribile, 
trascorrendo    tuttavia  i  nimici  per  li  monti  di  Fiesole,  e  ve- 
nendone  infino  al  Ponte  a  Sieve,  e  a  Kemo'e  e   lalor  pas- 
sando  Arno,  onde  i  conladfni  sgombravano  ogni  giorno  coi 
bovi  e  con  altre  ior  bestie  dentro  la  città,  eziandio  coloro. 
i  quali  ne' brghi  a  canto  le  mura  abitavano.    Ma  non    vcg- 
gendo    il  Piccinino  cos' alcuna  d'importanza  poter    ottenere 
in    Mugello,  né  che    dentro  la  città    secondo  le    vane   pro- 
messe  de'  fuorusciti  disordine  alcuno  seguisse,   essendo  la 
plebe   affezionala  a  Cosimo,  e  i  grandi  ciltailini  partecipando 
de' suoi   interessi,    e  se    alcuno    ven'cra  malcontento,  non 
osando   levar  le  ciglia,    deliberò    finalmente  passare   in  Ca- 
sentino,   favorito  e  allettatovi  grandemente  dal  conte   Fran- 
cesco di  Poppi-  Avca  la  Repubblica  fiorentina  usato  a  que- 
sto conte  certissime  dimostrazioni  per  tenerlo  in  fede,  con- 
ciossiachè    avendo    il    patriarca    Vitelleschi    di    ordine  del 
papa  per    conto    del    Borgo    a  S.  Sepolcro  ,  come    altrove 
fu  detto  ,  mossogli  guerra  e  toltogli  finalmente  di  molte  ca- 
stella e  quelle  donate  alla  Repubblica,  i  Fiorentini  le  aveann 
benignamente  al  conte  ridonate;  non  volendo   che    un   an- 
tico   signore  Ior    raccomandalo     e    vicino   venisse    con  so- 
spetto della  loro  avarizia  o  ambizione  dell'antica  possessione 
de'suoi  maggiori  cosi  di  fatio  spogliato.  Oltre  a  questo  in- 
fino da  che  ebbero  novelle,  che  il  Piccinino  calava   in  To- 
scana ,  lavean  crealo    commessario  per  la   Repubblica  con 
ampia  autorità  in  Casentino.  Perchè  maravigliandomi  io  molte 
volte  da  che  furore  fosse    questo  meschino  stato    assalito  , 
affinchè  con  biasimo  eterno    della  sua  fede  dovesse  capitar 
male,  ho  finalmente  trovato  oltre  quello  che  il  Machiavelli 
imputa  all'amicizia,  che  egli  avea  con  Rinaldo  degli  Albizi, 
esserne  slato  cagione  uno  sdegno  da  lui  compreso  con  Co- 


LIBRO   VE?(TCSESIMO.  45 

simo  de'Medici,  a  Piero  figliuolo  del  quale  era  sialo  in  pa- 
role di  dar  una  sua  figliuola  per  moglie  detta  Gualdrada  delie 
più  savie,  e  belle  giovani,  che  avesse  allora  in  tulla  Tosca- 
na; e  per  avventura  ne  avea  avuto  alcuna  intenzione  da  Co- 
simo :  il  quale  si  credette  che  per  conforti  di  Neri  Capponi, 
e  d'alcuni  altri  citiadini  ,  i  quali  abborrivano  l'imparenlarsi 
con  signori  e  con  foreslicri,  avesse  rimosso  l'animo  da  quel 
parentado.  Passato  dunque  il  Piccinino  per  la  via  di  S.  Leo- 
lino  in  Casentino  ,  a'24  di  quel  mese  prese  Bibbiena  ,  due 
dì  poi  ebbe  la  Uocca,  a' 27  se  gli  rese  Romena,  a  cui  non 
osservò  i  patti,  perchè  avendovi  preso  Bartolorameo  del  Bo- 
lognino  pislojcse  capo  di  venlidue  fanti  che  v' erano  dentro, 
il  fece  briccoLire  in  castello  S.  Niccolò  ;  ma  non  volendo 
quelli  del  castello  di  S.  Niccolò  seguire  1'  esempio  de'  loro 
vicini  ,  il  Piccinino  qui\i  si  accampò  con  tulle  le  sue  genti 
per  averlo  per  l'orza,  essendovi  dentro  Morello  da  Poppi  con 
crnlovcnli  fanti. 

Bollendo  in  tal  modo  tuttavia  le  cose  della  guerra , 
ifu  in  Firenze  tratta  la  nuova  signoria  ;  e  uscì  gonfaloniere 
di  giustizia  Giuliano  Martini  Cucci,  il  quale  perchè  ca- 
ylello  di  S-  Niccolò^non  si  perdesse  ,  attese  a  sollecitare 
die  Michelotto  Atlcndolo  venisse  della  Marca  secondo  l'or- 
dine avuto  dal  conte.  A'-peltavansi  di  dì  in  dì  due  altre  squa- 
ilre  di  Lombardia  sotto  Bosio  suo  fratello,  e  Troilo  Orsino, 
le.  quali  dal  medesimo  conte,  vigilantissimo  che  le  coso  di 
Toscana  per  conto  della  Marca  non  andasser  male  ,  orna 
mandate.  Fu  commesso  ad  Agnolo  Acciainoli  che  andasse  a 
condurre  Borso  da  Este  figliuolo  del  marchese  Niccolò  ,  il 
quale  dalla  Repubblica  era  stalo  assoldalo ,  e  pagatogli  quin- 
dicimila fiorini,  ma  quel  signore  mosso  da  Modena,  quando 
fu  alla  divisione  delle  vie  ,  volto  al  commessario  fiorentino 
disse  ,  la  vostra  è  di  costà,  mostrandogli  la  via  di  To  cana, 
e  la  nostra  è  a  mano  ritta,  accennando  la  strada  di  Lombar- 
dia, e  in  tal  modo  avendo  tocco  nuovi  danari  dal  duca,  ab- 
bandonò i  Fiorentini.  Con  tolto  questo  non  perdendosi  i  go- 
vernatori della  Repubblica  di  animo  ,  essendo  già  venute  l'al- 
tre genti  che  si  aspettavano,  furon  mandali  Piero  Guicciar- 
dini e  Neri  Capponi  ad  accozzare  tutte  queste  genti  insieme 
a  Feglinc  ,  per  vedere  se  in  alcun  modo  castel    S.  Niccolò 


46  dell'istorie  fiorentine 

si  potesse  soccorrere.  Trovossi  che  le  gonli  de' Fiorentini 
non  erano  più  che  duemila  dugenlo  cavalli  ,  ove  quelli  del 
nimico  erano  due  terzi  più.  Il  castello  era  posto  in  luogo 
allo  ,  e  a  salirvi  su  di  verso  il  Valdarno  ove  era  il  campo 
de' Fiorentini,  la  erta  era  al  doppio  maggiore,  che  da  quel 
lato  ove  il  Piccinino  avea  le  sue  genti,  perchè  si  camminava 
a  manifesto  disavvantaggio  da  chi  volesse  andare  a  soccor- 
rerlo. Oltre  che  il  Piccinino  avea  sopra  il  giogo  fatto  una 
forte  bastia,  ove  quando  ben  vi  si  fosse  andato  a  grand' a- 
gio  ,  per  non  esservi  piazza  nò  da  cavalli  ne  da  fanti  non 
vi  si  potea  fare  alcuna  fazione,  né  possibil  era  montarvi  senza 
esser  dal  nimico  scoperto,  il  quale  avea  per  tutto  compartito 
diligenlissime  guardie  ;  per  il  che  fu  deliberato  per  non  met- 
ter in  pericolo  tutto  1'  esercito  ,  che  gli  uomini  di  S.  Nicco- 
lò, e  quelli  del  presidio,  i  quali  aveano  pattuito  di  rendersi 
fra  tre  giorni  se  non  fosser  soccorsi ,  provvedessero  a'  casi 
loro.  Per  la  qual  cosa  a' 25  di  maggio  il  Piccinino  entrò  in 
S.  Niccolò,  ove  pur  una  saetta,  nò  un  solo  carico  di  polvere 
trovò  esser  restato.  Accampossi  poi  a  P.affina,  e  diesegli  a 
capo  di  otto  giorni  insieme  con  Bienziua,  e  con  altri  piccoli 
luoghi.  Ma  non  veggendo  cotali  acquisti  esser  premio  suffi- 
ciente di  tante  fatiche  ,  si  pose  a  tentare  due  imprese  di 
grandissimo  frutto  se  gli  riuscivano;  l'una  di  farsi  signore 
di  Perugia,  l'altra  di  prender  per  trattato  Cortona  ;  ma  nò 
l'una  ne  l'altra  ebbe  effetto  conforme  al  suo  desiderio; 
perche  andossene  a  Perugia  con  quattrocento  cavalli  ,  ove 
come  lor  cittadino  con  grandi  onori  fu  ricevuto,  benché  egli 
vi  lasciasse  un  governatore  a  suo  modo  con  dieci  cittadini 
di  balia;  e  il  legato  che  v'era  del  papa  sotto  titolo  di  certe 
ambasciate,  avesse  mandato  ad  Eugenio  a  Firenze.  Egli  vera- 
mente non  cavò  poi  altro  da  quei  suoi  vasti  concerti,  che  ot- 
tomila fiorini  ;  i  quali  quei  cittadini  gli  dettero  volentieri  per 
levarselo  davanti.  Di  molto  minor  peso  tornarono  i  disegni 
di  Cortona,  ove  il  trattato  fu  scoperto  per  opera  d'un  princi- 
pal  cittadino  di  quella  città  detto  Bartolomraeo  di  Senso.  A 
costui  volendo  una  sera  andar  alla  guardia  d'  una  porta  se- 
condo era  V  ordine  del  capitano ,  fu  da  un  certo  suo  amico 
del  contado  detto  che  non  vi  andasse,  perciocché  vi  sarebbe 
tagliato  a  pezzi,  e  cercato  di  sapere  per  qual  cagione,  venne 


LIBRO   VENTUNESIMO.  47 

n  notizia  del  trattato,  il  quale  fatto  subitamente  palese  al  ca- 
pitano, fiir  messe  le  mani  addosso  a  molti  de'  colpevoli,  es- 
sendosi gli  altri  fuggili,  e  le  guardie  furono  in  modo  distri- 
Ijiiile,  che  a  Niccolò  fu  tolta  ogni  speranza  di  far  bene  i  fatti 
suoi.  Tornossene  dunque  a  Ciltà  di  Castello  per  veder  di  ti- 
rarla in  alcun  nriodo  alla  sua  divozione,  e  già  se  ne  tenea  un 
poco  di  pratica  per  rispello  della  ricolta-,  la  quale  ancorcliè 
tosse  poca,  imperlava  molto  a  quei  cittadini,  ch'ella  non  an- 
dasse male;  contultociù  chiedevano  in  questo  mezzo   tempo 
soccorso  a' Fiorentini  ,  i  quali  mandatovi   Troilo    con  cento 
lance  ,  e  Piero  da  Bevagna  con  ottanta  ,  e  con  alcuni  fanti, 
benché  i  fanti,  e  circa  trenta  scopellieri  fossero  fatti  prigioni 
de'nimici,  nondimeno  assicurarono  dei  tutto  quella  citlà.  Men- 
tre il  Piccinino  or  una,  or  altra  cosa  tentando,  avea  con  poco 
guadagno  lasciala  logorare  la  miglior  parte  della  stale,  erano 
a' Fiorentini  venuti  gli  aiuti  che  aspettavano  della  Chiesa  di 
tremila  cavalli    e  di    cinquecento  fanli  sollo    la  condotta  di 
Lodovico  patriarca  d' Aquilea  slato,  come  si  è  dello,  medico 
de!  pontefice,  e  messolo  in  luogo  del  Vitelleschi;   fra'quali 
era  Simonella  condolliere  di  molto  nome:  per  la  qual  cosa 
deposto  ogni  timore,  erano  venuti  in  speranza,  non  solo  di 
potere  resistere  al  nimico,  ma  di  superarlo  se  fossero  sfor- 
7ati  a  combattere    Ma  avendo  avuto  avvisi  di  Lombardia  che 
le  cose  della  lega  miglioravano  ;  che  il  conte  Francesco  avea 
liberala  Brescia  dall'assedio,  e  che  d'un    d'i  in  un  allro  si 
aspettavano  tuttavia  più  buone  novelle  ,  eran  d'opinione  di 
vincere   con  la  spada  nella  guaina  ,  sapendo  quanto  è  varia 
e  instabile  la  fortuna  nell'  opere  militari,  e  a  quanto  disav- 
vantaggio si  mettano  della    battaglia  ,  coloro    i    quali    coni- 
ballono  dentro  il  proprio  paese  ,  ove  la  perdita    può   esser 
m(jlto    disuguale    al  guadagno.    Ma    il   Piccinino    intercelte 
queste  leltere   delia    Repubblica,  e  certilicato    ullimamcnte 
di  Lombardia,  come  alli  25-  del  mese  tra  gli  Orci  e  Soncino  il 
conte  Francesco  avea  dato  una  gran  rotta  a'  duchcschi;  e  perciò 
richiamalo  dal  duca  con  gran  fretta  da  quelle  parli ,  deliberò 
prima  che  partisse  di  tentare   con  ogni  industria  di   venire  a 
giornata  ;  se   possibil  fosse  di  ristorare  con  qualche  vittoria  i 
danni  ricevuti,    oltre    che  a  ciò    era  caldamente   confortato 
dal  conte  di  Poppi,  e  dai  fuorusciti ,   i  quali  con   la   partita 


48  deli'  isToniE  fiorentine 

di  Niccolò  vedevano  le  cose  loro  esser  spacciate.  Erano  le 
genti  del  pontefice  e  della  Rcpnbblira  ad  Anghiari  poco 
concordi  in  fra  di  loro,  come  il  più  delle  volte  sno'e  avve- 
nire negli  eserciti  delle  leghe.  Il  Piccinino  il  quale  crai  tra 
Città  di  Castello  e  il  Borgo,  e  osservava  gli  andamenli  de' ne- 
mici, trovò  oltre  la  poca  concordia,  che  il  campo  della  lega 
lenea  questo  costume,  che  dalla  mattina  fino  a  mezzo  gior- 
no,  perchè  mandava  i  saccomanni  intorno,  tenca  le  genti 
in  ordinanza  come  se  avesse  a  combattere ,  e  dal  mezzo 
giorno  in  ià  le  cose  procedevano  con  minor  diligenza.  Egli 
fallo  a' 29  di  quel  mese,  dì  solenne  per  la  festività  di  S. 
Pietro  e  S-  Paolo,  dopo  il  mezzo  giorno  caricar  le  bagaglio 
con  fama  di  passare  in  Romagna,  se  ne  venne  con  le  sne 
genti  in  battaglia  al  borgo,  ove  prese  duemila  uomini  invitati 
da  lui  quasi  alla  preda  di  una  certa  vittoria,  e  senza  che  a'ne- 
mici  né  la  mossa  di  lui,  nò  l'aggiunta  di  questa  gente  fosse 
nota,  pieno  di  molta  confidenza  ne  veniva  verso  Anghiari , 
castello  dal  Borgo  non  più  che  quattro  miglia  lontano,  cre- 
dendo trovare  li  nimici  sproveduti.  Anghiari  è  posto  nelle 
radici  dell'  Appennino  in  un  colle  non  molto  erto,  il  quale 
ha  la  china  inverso  il  borgo  assai  facile,  tutto  il  resto 
infino  al  borgo  è  pianura  ,  la  quale  è  divisa  dal  colle  da 
un  fiume  che  benché  piccolo  ha  le  ripe  alte,  sopra  cui  é 
un  ponte  di  pietra ,  per  lo  quale  aveano  a  passare  i  ne- 
mici se  volevan  combattere  con  quelli  della  lega.  Erano 
i  soldati  la  miglior  parte,  o  disarmati  ne'  padiglioni,  o  lungi 
dagli  alloggiamenti  procacciandosi  altri  diporti,  quando  Mi- 
(  hcletto  uomo  molto  espcrimentalo  ne'  fatti  di  guerra,  guar- 
dando da  un  colle  vidde  dalla  lunge  un  sottil  polverio;  il 
(piale  ingrossando  tuttavia,  s'accorse  essere  i  nemici,  per- 
chè subito  grido  all'arme:  e  tra  tanto  chiamato  i  suoi  corse 
con  grandissima  celerità  alla  guardia  del  ponte.  Fu  subita- 
mente seguitato  costui  dal  Simonetta  e  da  Pier  Giovati 
Paolo,  ma  rimanendo  anche  spazio  a  comparire  il  nemico , 
parve  a'  capitani,  che  1'  esercito  si  dividesse  in  tre  schiere, 
acciocché  con  maggior  ordine  la  battaglia  si  potesse  tirar 
avanti  con  gli  avversar].  Fu  dato  il  corno  destro  al  legato 
e  al  Simonetta  con  le  genti  della  (chiesa;  l'Orsino  con  l.i 
cavalleria  e  commessarj  fioicnlini  reggessero  il  sinistro,  >(i- 


LIBRO   VENTUNESIMO.  49 

chelelto  con  gli  Sforzeschi,  siccome  era  slato  il  primo  alla 
guardia  del  ponte,  così  fosse  alla  fronte;  essendo  alla  fan- 
teria commesso  di  guardar  le  ripe  del  fiume,  acciocché  se 
ì  fatiti  nemici  trovando  via  di  passare  il  fiume  passasser  di 
qua,  non  potessero  con  le  balestra  daiincggiare  la  cavalleria 
della  lega  da'  fianchi.  Non  erano  ancora  i  soldati  a' lor  or- 
dini ridotti,  che  i  nemici  giunti  al  ponte  con  grandissimo 
empito  urtarono  in  Michelclto,  ma  egli,  non  che  valorosa- 
mente li  sostenesse,  li  ribollo  con  maggior  vigore  indietro. 
Ma  sopraggiunti  Asiorrc  Manfredi  e  Francesco  Piccinino 
con  gente  eletta,  privarono  Micheletto  del  ponte,  e  per- 
cossonlo  con  tanta  forza,  che  il  cacciarono  infino  al  comin- 
ciar dell'  orla.  Il  Simonetta  vrggcndo  il  pericolo  si  mosse 
a  soccorrere  il  conijìagno,  e  restrinse  il  Manfredi  e '1  Pic- 
cinino a  tornare  indietro  fino  al  ponte,  ove  la  zuffa  fu  gran- 
de ,  e  con  pari  virtù,  e  per  lunga  ora  d.ilT  una  parte  e  dal» 
l'altra  fu  sostentata,  ora  alle  genti  della  lega,  e  ora  a  quetfe 
del  Piccinino  toccando  di  esser  signori  del  ponte;  ma  una 
cosa  era  in  disfavor  de'  ducheschi  che  dove  dalla  parte  verso 
Anghiari  il  luogo  era  spazioso  per  aver  1'  Orsino  fatte  fare 
le  spianate,  e  potersi  i  cavalli  comodamente  maneggiare,  di 
là  del  ponte  le  vie  erano  strette  ,  e  serrate  dai  fossi  fatti 
da'  lavoratori  per  ricever  le  piove  del  verno,  e  proibire  a- 
gli  armenti  il  pascolare  i  seminali;  per  la  qnal  cosa  quando 
quei  della  lega  erano  di  qua  cacciali,  con  facilità  poteano 
esser  soccorsi  dai  compagni ,  i  qu  ili  per  le  vie  larghe  en- 
travano freschi  ndli  battaglia  ;  ma  i  ducheschi  essendo 
stretti  e  affollati,  malage\o!menle  poteano  dai  loro  impe- 
diti dagli  argini  e  da  le  fosse  giovamento  alcuno  ricevere. 
La  qual  cosa  avvertila  primieramente  dal  Piccinino,  dice 
il  Biondo  esser  da  lui  non  stala  curata  ,  o  perchè  credea 
trovar  i  nemici  alla  sprovveduta,  come  ebbe  a  trovarli,  o 
perchè  stimava  che  1'  incomodità  sarebbe  stala  comune. 
Con  tutto  questo  combattessi  per  quattro  ore  continue,  non 
avendo  quel  di  Niccolò  a  ufficio  alcuno  mancato  che  a  buon 
capitano  si  convenisse,  e  passato  fra  l'altre  volte  il  ponte 
fece  prigione  Niccolò  da  Pisa ,  che  valorosamente  combat- 
leva ,  e  mancò  poco  che  non  facesse  anche  prigion  Miche- 
letto,  e  senza  alcun  fallo  più  si  combatte  di  qua  che  di 
Amm.  Vol.  V.  4 


50  dell'istorie  fiorentine 

]à  del  potile.  Ma  il  vantaggio  del  luogo,  l'esser  le  genti  e 
i  cavalli  del  Piccinino  per  il  cammin  fatto,  e  per  esser  stali 
maggior  tempo  armali,  più  stanchi,  e  quel  che  alcuni  ag- 
giungono, l'essersi  inverso  il  declinar  del  sole  levato  un 
vento  dall'Alpi  impetuoso  molto,  il  quale  giltando  la  pol- 
vere nel  volto  e  negli  occhi  de' suoi,  tolse  loro  il  vedere 
e  il  respirare,  diede  finalmente  la  vittoria  a  quelli  della  le- 
ga; i  quali  passato  grossi  il  ponte,  e  con  gran  ferocia  ur- 
tato addosso  a' nimici,  in  guisa  li  disordinarono,  che  non 
avendo  più  tempo  ,  nò  comodità  di  rimeilersi  insieme  ,  li 
costrinsero  a  fuggire  ,  essendo  a  fatica  Niccolò  con  mille 
cavalli  al  borgo  ricoveratosi.  Ma  egli  a  ninna  di  queste  ca- 
gioni quando  poi  di  ciò  si  parlava,  era  uso  d'attribuire  la 
sua  perdita ,  quanto  alla  sua  poca  religione ,  il  quale  non 
guardando  alia  solennità  di  quelli  apostoli,  sollo  la  cui  pro- 
tezione la  Chiesa  romana  si  ripara,  mcrilamenle  riconosceva 
da  loro  quella  sconfina,  anzi  aggiungeva  in  sul  vcniine  ad 
Anghiari  averne  avolo  un  prodigio  ,  ma  da  lui  allora  non 
osservato.  Che  una  lunga  e  grandissima  biscia  volendo  di 
un  albero  dovella  era,  in  sur  un  altro  lanciarsi,  il  quale 
era  di  quelli  fichi  che  si  chiamano  S.  Piero,  quando  final- 
inenle  vi  si  lanciò,  diede  di  modo  della  gola  in  un  ramu- 
scello  aguzzo  di  quello,  che  tutta  forata  cadde  subitamente 
morta  in  terra,  interpretando  egli  per  la  biscia  insegne  dei 
Visconti  r  esercito  ducale  ,  il  qual  dall'  apostolo  S.  Piero 
doveva  essere  rotto  e  fracassato.  Dice  il  Capponi  che  di 
ventisei  capi  di  squadre  de'  nemici  venlidue  ne  furono  pri- 
gioni, qualtrocenlo  uomini  d'arme,  millccinqueccnloquaranla 
borghesi  da  taglia ,  e  che  insomma  furono  lutti  circa  tremila 
cavalli.  Ma  che  aiulali  dai  medesimi  vincitori  secondo  la  stolta 
disciplina  di  quei  tempi,  gli  uomini  d'arme,  e  le  persone  di 
quali: à  a  fuggirsi,  con  gran  fatica  dai  commossarj  fiorentini 
furon  condoni  ad  Anghiari  sei  condottieri  di  conio  prigioni  , 
.^storrc  Manfredi,  Lodovico  da  Parma,  Romano  da  Cremona, 
Sacramoro  Visconti,  Danese,  e  Antonello  della  Torre:  fu  non- 
dimeno la  preda  grandissima.  Il  Machiavelli  onde  questo  si 
cava,  dice  in  lulla  quella  battaglia  così  notabile,  e  la  quale 
durò  per  lo  spazio  di  quattro  ore,  non  più  che  un  uomo 
esser  morto,  il  quale  non  di  forila,  o  d'altro  virtuoso  co!- 


LIBRO    VENTUNESIMO.  51 

po ,  ma  caduto  da  cavallo  e  calpesto  morì.  Il  Biondo  scrit- 
tore di  quei  tempi,  e  segretario  del  papa,  a  cui  le  cose 
poleano  essere  interamente  note  ,  scrive  de'  ducheschi  es- 
serne stati  uccisi  sessanta  ,  e  quattrocento  feriti;  di  quelli 
della  lega  feriti  dugento,  de' quali  morirono  in  sul  combat- 
tere e  dopo  dieci,  e  che  secento  corpi  de' cavalli  restarono 
atterrali  in  sul  campo  tra  dell'una  parte,  e  dell' altra,  e  che 
Astorre  fu  fatto  prigione  essendo  gravemente  ferito  d'un 
colpo  di  lancia  nell'anguinaia;  anzi  dice  in  quella  giornata 
da  amendue  le  parli  essersi  operate  l'artiglierie,  de' colpi 
delle  quali  alcuni  insieme  co'  cavalli  furono  uccisi.  In  que- 
sta venula  del  Piccinino  in  Toscana  in  una  cosa  vien  grande- 
mente l'accorgimento  di  quel  capitan  accusato,  e  ciò  fu  l'es- 
ser entrato  più  tosto  per  lo  Casentino,  che  per  'Valdimarina, 
dalla  qual  parte  egli  poteva  mettersi  tra  Firenze  e  Prato,  ove 
avrebbe  avuto  abbondanza  di  vettovaglia  e  arebbe  a'Fiorentini 
impedito  le  biade  di  Pisa;  il  che  per  esser  quell'anno  caro 
avrebbe  recalo  loro  di  molte  incomodità.  Ma  questo  si  dice 
essergli  intervenuto ,  o  perchè  a  lui  quella  via  non  era  nota, 
o  per  i  conforti  del  conte  di  Poppi  ;  il  quale  volendo  d'  al- 
cuni vicini  castelli  suoi  nimici  vendicarsi,  preponendo  li 
privali  a' pubblici  comodi,  avea  imprudentemente  persuaso 
al  Piccinino  di  fare  quella  via  ;  il  quale  quando  accortosi 
di  ciò,  di  là  si  parti,  e  egli  il  vi  volea  pur  ritenere,  ebbo 
a  dirgli  che  i  suoi  cavalli  non  mangiavano  sassi.  In  questo 
modo  diventarono  vani  gli  apparati  e  i  concetti  del  duca  in 
Toscana  ,  i  quali  sarebbongli  ancor  più  dannosi  riusciti,  se 
!  capitani  della  lega  e  gli  altri  condottieri  avessero  ascol- 
tato i  ricordi  de' commissari  fiorentini,  i  quali  volendo  la 
mattina  seguente  a  buon'  ora  andare  al  Borgo  per  rinchiu- 
dervi dentro  il  nimico  ,  non  fu  possibile  che  condottiere 
alcuno  in  fuor  di  Pier  Gio.  Paolo  lor  capitano  vi  acconsen- 
tisse, allegando  che  bisognava  ridurre  in  luogo  sicuro  la 
preda,  così  delle  robe  come  de' prigioni,  e  benché  si  ri- 
spondesse loro  che  ogni  cosa  si  potea  rimettere  in  Anghiari, 
0  per  lo  poco  cammino  s'  avea  a  fare  condursele  dietro,  e 
non  fu  bastante  persuasione  alcuna  ad  accordarvigli  ;  es- 
sendo risoluti  di  ripor  la  preda  in  Arezzo  come  fecero  il 
giorno  medesimo;  il  qual  mentre  Dell'andar  in  quella  città, 


S2  dell'istorie  fiorentine 

e  tornare  in   Anghiari  consumano ,   diedero   agio  al  Picci- 
nino di  prender  la  volla  di  Romagna,  e  di  mettersi  in  salvo 
con  le  reliquie  dell'esercito  rotto.  Esempio  veramente  non  pic- 
colo ,  come  in  questo  mollo  ben  dice  il   Machiavelli ,  del- 
l'infelicilà  di  quelle  guerre,  poiché   non    solamente  lascia- 
rono di  seguire  la  vittoria,  la  quale  con  la  presa  del  Pic- 
cinino e  di  quell'aure  genti  sarebbe  stata  grandissima ,  ma 
fecero  con  (anta  confusione  quel  cammino,  che   facilmente 
sarcbbono  slati  potuti  mettere    in    disordine    da  qualunque 
piccola  reliquia  di  ben  ordinalo  esercito.  Andarono  pure  al 
fine  al  Borgo   il   primo   giorno   di    luglio,    che    in    Fireny.e 
prendeva  il  sommo  magistrato  LuIozzoNasi;  onde  vennero 
subito  fuori  a'  commissarj    fiorentini    ambasciadori  de'  Bor- 
ghigiani pregandoli  che  in  nome  del  loro    comune   li  rice- 
vessero. Fu  risposto    loro,  che    per   i    palli   della   lega  il 
Borgo  doveva  essere  di  S-  Chiesa,  a    cui   per  niun  conto 
verrebber  meno  della  loro  promessa:  tornasser  per  questo 
dentro,  e  confortassero  quel  popolo    a    darsi  al  pontefice; 
per  cui  i  Fiorentini  promettevano,  che  egli  attenderebbe  loro 
lutto  quello  che  promettesse.  Consumossi  in  questa  pratica 
lo  spazio  di  due  ore  ,  di  che    al    legato   cadde  un  dubbio 
nell'animo,  non  colale  tardanza  procedesse    per  opera  dei 
commissarj,  i   quali   alla  loro   Repubblica  volessero  questa 
terra  acquistare,  e  sdegnalo  forte  con  esso  loro,  arrogan- 
temente disse  ,  che  se  la  pigliassero  non   la  goderebbono , 
e  che  egli  vi  si  accamperebbe  attorno  non    altrimenti  che 
se  fosse  luogo  de'nimici,   e   altre   parole   soggiunse  tutte 
piene  di  rimbroUi  e  di  villania.  I  commissarj  quando  il  vi- 
dero essersi  bene  sfogato,  risposero,  che  il  papa  altre  volte 
avea  offerto  a'  Fiorentini  il  Borgo,  ma  che  eglino  ne  faceano 
quel  di  un  dono  al  papa,  e  che  se  egli  non  procedesse  con 
quel  furore,  conoscerebbe  pienamente  come  dal  canto  loro 
si  procedea  senza  fraude,  e  con  lealtà.   Ma  in  quanto  al- 
l'accamparvisi ,  che  essi  si  contentavano  (se  voleva  venir  a 
questa  prova)  d'esser  tutti  suoi  prigioni,  se  entrativi  den- 
tro vel  faceano  appressare   a  dieci    miglia.   Così   con  pari 
baldanza  fu  1'  orgoglio  del  legato  abbassalo.  E  in  tanto  tor- 
nati gli  ambasciadori  di  fuora  ,  si  diedero  a  S.  Chiesa  con 
alcuni  capitoli,  de'  quali  non  vollero  i  commissarj  per  loro 


LIBRO    VENTUNESIMO.  53 

altro  che  uno,  che  tulli  i  prigioni  che  erano  nel  Borgo  per 
qualunque  modo  presi  per  cagione  di  guerra  fossero  libe- 
rati. Entrossi  nel  Borgo  pacificamente,  e  tra  quel  giorno  e 
r  altro  di  cinque  rocche  che  il  Borgo  avea ,  se  n'accorda- 
rono due.  A'  tre  di  luglio  si  andò  a  Monlerchi,  castello  in- 
sieme con  alcuni  altri  posseduto  da  Anfrosina  da  Montedo- 
glio  siala  già  moglie  di  Barlolomraeo  da  Pietramala,  la  quale 
messa  su  dal  duca,  avea  abbandonato  i  Fiorentini,  e  voltasi 
a  seguitare  le  sue  parli,  ove  non  s'ebbe  a  durar  altra  fa- 
tica, che  di  fare  alcuni  patti  con  quelli  popoli,  e  Monler- 
chi, e  "Valialla,  e  Monteaugutello  pervennero  in  poter  della 
signoria.  Alla  donna,  la  quale  con  tre  figliuole  da  marito 
fu  lasciata  andare  verso  Mercatello  ,  fu  detto ,  che  se  ella 
come  le  valenti  donne  fanno  ,  avesse  atteso  alla  cura  della 
sua  famiglia,  e  in  quella  fede  pei  severato  ,  che  dovea  verso 
il  comune  di  Firenze  ,  non  sarebbe  caduta  nella  miseria  , 
nella  quale  si  vedea.  La  donnalrafitla  sentendosi,  rispose  lei 
aver  fallo  quello  che  le  era  ilo  per  l'animo,  e  sperar  dal  suo 
signor  duca  d'esser  rimessa  in  buono  slato;  il  quale  tra  tanto 
mille  cinquecento  scudi  Tanno  per  vivere  le  avea  assegnalo. 
Queste  felici  novelle  cosi  della  vittoria,  come  delle  cose 
che  dieiro  a  quella  seguivano,  grandemente  rallegrarono  il 
pontefice,  e  i  Fiorentini;  i  quali  per  mostrarsi  grati  a  Dio, 
e  agli  uomini,  da' quali  questa  vittoria  riconoscevano,  non 
furono  tardi  a  farne  le  debite  dimostrazioni.  Il  pontefice 
oltre  le  grazie  resene  al  Signore  Dio,  creò  cardinale  il  pa- 
triarca dandogli  il  titolo  di  S.  Lorenzo  in  Damaso ,  e  eb- 
belo  poi  sempre  caro  ,  e  servissi  di  lui  in  tutte  le  cos€ 
grandi.  I  Fiorentini  altresì  deliberarono  di  onorare  Bernar- 
detto  e  Neri  lor  comm issar]  di  cavalleria  se  volesser  quel 
grado  ricevere,  e  noi  volendo,  come  noi  vollero,  si  desse 
all'uno  e  all' allro  di  loro  un  pennone,  un  cavallo  coperto, 
uno  scudo  con  l'arme  del  popolo  fiorentino,  e  un  ricco  elmetto. 
Appresso  ordinarono  ,  che  ogni  anno  in  quel  dì  che  seguì 
la  vittoria  dovesse  la  signoria  co'  coUegj  e  capitani  di  parte 
andare  a  offerire  nella  chiesa  di  S.  Piero  Maggiore.  Nel 
qual  giorno  dovessero  siraigliantemente  i  massai  di  camera 
venti  poveri  rivestir  tutti  di  bianco,  i  quali  con  torchi  in 
mano  accesi  alla  delta  chiesa  ad  offerta  n'  andassero-  E  per- 


54  dell'istorie  fiorentine 

che  si  trovava  questa  vittoria  esser  slata  rivelala  alcuni  giorni 
avanti  dal  B.  Andrea  Corsini  già  stato  vescovo  di  Fiesole  ad 
un  suo  devoto.,  e  da  quello  ad  alcuni  de'Dieci,  fupariraenle 
deliberato,  che  ogni  anno  dovesse  nella  seconda  domenica 
di  giugno  la  signoria  andar  con  torchi  accesi  a  visitare  la 
chiesa  del  Carmine,  della  qual  religione  fu  esso  B.  An- 
drea ,  e  nella  cui  chiesa  il  suo  venerabii  corpo  si  riposava  ; 
la  qual  promessa  tralasciala  per  alcuni  anni  da  farsi ,  fu  ivi 
a  26  anni  nel  gonfalonerato  di  Maso  degli  Alessandri ,  per 
non  si  spegner  la  memoria  di  così  miracolosa  rivelazione 
ordinalo ,  che  in  vece  della  metà  dei  venti  poveri ,  doves- 
sero ogn' anno  dieci  novizj  di  esso  convento  rivestirsi,  sic- 
come inQno  a  questi  giorni  si  costuma-  L'  esercito  intanto 
senza  far  punto  dimora  ,  avea  preso  il  cammino  per  ire  in 
Romagna,  e  a' 5  si  trovò  a  pie  di  Valdignano  e  di  Monte- 
doglio  ;  ove  s'  ebber  novelle  come  il  Piccinino  andato  in  quel 
di  Perugia,  non  si  sapea  se  egli  volea  passare  in  Roma, 
ovver  nella  Marca:  per  la  qua!  cosa  entrato  il  legalo  in  so- 
spetto di  Roma ,  e  Micheletto  con  gli  altri  Sforzeschi  della 
Marca,  coloro  a  Roma,  e  costoro  che  a  Perugia  si  dovesse 
andare  discorrevano.  Ma  concorrendo  la  miglior  parte  che 
si  andasse  a  Perugia,  come  luogo  onde  si  polca  e  a  Roma 
e  alla  Marca  provederc  ,  si  tenne  dalla  maggior  parie  del- 
l'esercito  quella  strada,  andandovi  T  uno  de' commissarj 
Bernardelto  de' Medici;  benché  saputosi  poi  come  il  Picci- 
nino uscito  di  questi  paesi  per  le  castella  del  conte  d'  Ur- 
bino,  avea  preso  la  volta  di  Lombardia,  tornasson  tutti  di 
nuovo  verso  Romagna.  Ma  Neri  il  quale  era  stalo  di  con- 
trario parere,  e  perciò  venutone  a  parole  col  hgalo , 
passò  con  tutta  la  fanteria  ,  e  con  Niccolò  da  Pisa  , 
il  quale  avea  seco  circa  trecento  cavalli  a  Raffina,  la 
qual  terra  da  quattrocento  fanti  de' Fiorentini ,  e  da  circa 
cinquanta  cavalli  sotto  Agnolo  d'Anghiari,  il  quale  avea 
poco  avanti  preso  Bibbiena,  trovò  assediata.  Volendo  egli 
con  la  sua  opera  far  alcun  giovamento  a  quella  im- 
presa n'andò  a  Bibbiena,  e  presi  quattro  uomini  d'arme, 
che  vi  erano  stati  falli  prigione  compagni  di  quelli  di  Raf- 
fina ,  e  a  Raffina  menatili ,  fé  sembianti  di  volerli  impiccar 
per  la  gola ,  se  non   facevano    opera   che    quelli  di  dentro 


LIBRO    VENTUNESIMO.  5S 

s'arrendessero.  Perchè  finalmente  Raffina  s'oUenne.  Eranvi 
denlro  ottanta  uomini  d'arme,  i  quali  tolto  loro  i  cavalli, 
e  gli  arnesi,  la  cui  preda  fu  dato  a  Niccolò  da  Pisa,  con 
un  bastone  in  mano  furon  lasciati  andar  via.  Quindi  n'an- 
darono a  Poppi ,  essendo  venuto  il  tempo  di  gasligare  quel 
conte  della  sua  follìa;  e  perchè  la  cosa  avesse  presta  espe- 
dizione furono  messi  due  campi,  l'uno  sopra  il  colle  fra 
Fronzoli  e  Poppi ,  e  1'  altro  nel  piano  di  Cirtomondo.  Eb- 
bcrsi  in  pochi  giorni  alcune  bicocche  d'attorno;  ma  non 
facendo  S.  Lorino  cenni  di  volersi  arrendere,  vi  fu  man- 
dala una  bombarda,  e  cbbesi  a  palti:  cosi  si  ebbe  castel 
Castagnaio  ,  nel  qual  tempo  venne  al  campo  Alessandro  de- 
gli Alessandri,  il  quale  era  de'Dieci.  II  conte  veggendo 
tuttavia  andarsi  stringendo ,  e  mancandogli  le  vettovaglie , 
prese  parlilo  d'  accordargli  con  Neri ,  il  quale  andato  a  Fi- 
renze a  ricevere  i  doni  dalla  Repubblica  era  di  nuovo  ri- 
tornato nel  campo.  Ma  l'accordo  fu  tale,  quale  si  conviene 
a  vinto  ;  perciocché  egli  non  potè  impetrar  altro ,  che  d'an- 
darsene fuori  di  quello  slato  salvo  co'  suoi  figliuoli ,  e 
figliuole ,  e  con  tutte  quelle  robe  che  seco  ne  potesse  por- 
lare ,  ogn' allra  sua  giuridizione  rimanendo  libera  e  spedita 
nel  dominio  de'  Fiorentini.  Provò  nondimeno  quando  per 
capitolare  scese  giù  al  ponte  d'Arno,  che  passa  a' pie  della 
terra,  se  con  atto  d'alcuna  umiltà  potesse  mitigare  il  giusto 
sdegno  de' vincitori  ;  e  voltosi  tutto  afflitto,  e  pieno  d'ama- 
ritudine a  Neri ,  gli  usò  queste  parole.  Io  non  posso  scu- 
sare il  mio  fallo ,  il  quale  la  mia  cattiva  fortuna  mi  ha  fatto 
conoscere  quello  che  la  prospera  non  fece,  e  conosco  in- 
siememenle  che  se  a  quello  riguardar  s'avesse,  io  non 
dovrei  a  sorte  alcuna  d'  accordo  esser  ammesso  ;  ma  la  vo- 
stra mansuetudine  ,  e  se  non  i  miei  [lassali  meriti ,  quelli 
de' miei  maggiori,  e  la  pietà  di  questi  innocenti  figliuoli, 
i  quali  non  hanno  erralo  ,  non  mi  lasciano  privo  affatto 
d'ogni  speranza,  se  non  d' altro  almeno  di  questa  casa,  la 
quale  è  pure  cinquecento  anni  che  i  miei  anlepassali  han 
posseduta.  Questa,  e  la  vita  e  ogn' altra  cosa  che  voi  ci 
lascierete ,  da  voi  sarà  riconosciuta  per  l'avvenire,  e  in 
vostro  servigio  sarà  lealmente  adoperata,  né  cosi  fatto  be- 
neficio si  partirà  già  mai  dalla  memoria  de' discendenti   dei 


56  dell'istorie  fiorentine 

conti  Guidi  ;  i  quali  se  pure  por  paterna  origine  nulla  da 
voi  non  meritano,  giovi  almen  loro  Tessere  per  materna 
da'Uavignani  vostri  antichi  e  cari  cittadini  discesi.  Neri 
rispose  che  egli  fermasse  l'animo  contro  la  presente  for- 
tuna, ne  vanamente  se  slesso,  o  altrui  stesse  a  lusingare, 
perciocché  i  modi  tenuti  da  lui  non  erano  tali ,  che  a  patto 
alcuno  la  Repubblica  fiorentina  si  riducesse  a  volerlo  mai 
patir  per  vicino  ;  del  resto  non  aver  seco  che  travagliarsi, 
e  che  volentieri  per  amor  de' suoi  maggiori  i  Fiorentini  il 
vorrcbber  vedere  un  gran  principe  in  Alemagna.  Allora  il 
conte  come  i  disperati  fanno,  lutto  d'ira  e  di  cruccio  fre- 
mendo rispose;  e  io  vorrei  volentieri  voi  più  discosto  ve- 
dere. Neri  della  sua  rabbia  ridendosi  conliniiò  a  fare  le 
cose  necessarie,  e  lasciatone  an  lare  il  come  con  quaran- 
taquattro some  di  mu'o  la  sua  bestialità  maldicendo,  prese 
alla  Repubblica  di  lutto  il  Casentino  la  signoria  ,  avendo 
oltre  a  ciò  con  minaccio  astretto  il  conte  a  lasciar  liberi 
alcuni  prigioni,  i  quali  egli  avea  seco  ,  per  conto  d'aver 
dato  Pratovecchio  al  Vitellcschi,  e  volcagli  male  far  capi- 
tare- Intanto  tornalo  Rernardetto  con  1' esercito  di  Perugia. 
e  ricevuti  gli  onori ,  che  alla  sua  virtù  si  doveano  dalla 
Repubblica  ,  fu  conchiuso  che  così  le  genti  della  Chiesa  , 
come  quelle  de' Fiorentini,  le  quali  intorno  a  Chiusi,  e 
a' vicini  luoghi  erano  alloggiale,  in  Romagna  n'andassero, 
deputatovi  commessario  Piero  Guicciardini,  e  quivi  all'ac- 
quisto dell'altre  terre  attendessero.  L'esercito  entrato  in 
Romagna  riacquistò  ,  essendo  entralo  gonfaloniere  Andrea 
Nardi,  il  Castel  di  Portico,  e  trovando  poca  resistenza , 
perciocché  i  Malatesti  erano  ritornati  alla  devozione  del 
papa,  e  all'amicizia  de' Fiorentini,  ebbe  in  breve  Dovado- 
la ,  Ragnacavallo ,  e  Massa  Lombarda.  Queste  due  ullime 
terre  toccarono  al  pontefice;  le  quali  per  necessità  di  da- 
nari furono  poi  da  lui  vendute  al  marchese  Niccolò  di  Fer- 
rara. Ma  tra  perchè  ne  venia  il  verno,  e  perchè  il  duca 
de' suoi  errori  ravvedutosi  avea  fatto  dal  medesimo  mar- 
chese Niccolò  spargere  alcune  parole  e  pratiche  di  pace , 
l'arme  per  lo  rimanente  dell'anno  si  posarono,  e  le  genti 
de'Fiorenlini  in  Toscana,  e  quelle  del  papa  in  Romagna 
andate  alle  stanze ,   la   pace  s' incominciò   a   trattare   con 


LIBRO   VENTUNESIMO.  57 

qualche  caldezza  ,  dicendo  il  duca ,  che  in  ogni  modo  voloa 
dar  la  figliuola  per  moglie  al  conte  con  Cremona  e  Pon- 
tremoll  di  dota,  e  lasciar  Romagna  libera  alla  Chiesa.  E 
perchè  meglio  fosse  credulo,  concedette  la  figlinola  al 
marchese  Niccolò  che  se  la  menasse  seco  a  Ferrara;  ac- 
ciocché conchiuso  il  matrimonio  senz' altra  replica  o  dila- 
zione al  conte  la  consegnasse.  A  Cosimo  ,  e  al  conte  pia- 
ceva molto  r  accordo ,  e  per  questo  si  sperava  che  egli 
seguirebbe  senz' alcun  fallo,  avvenga  che  i  Veneziani  se 
ne  mostrasser  lontani ,  onde  in  Firenze  si  viveva  in  molta 
allegrezza;  essendo  massimamente  spento  affatto  dopo  la 
vittoria  d'Anghiari  il  sospetto  de' fuorusciti ,  i  quali  tronco 
loro  ogni  ardimento,  allora  deposero  del  tutto  la  speranza 
d'avere  mai  la  patria  a  ricoverare.  Drcesi  che  Rinaldo  de- 
gli Albizi  volendo  in  questo  seguir  1' esempio  di  Benedetto 
Alberti,  veggendosi  la  terrestre  patria  perduta,  per  gua- 
dagnarsi quella  del  cielo  se  n'andò  a  visitare  il  sepolcro 
di  Cristo,  tanto  più  fortunato  dell'Alberti,  quanto  che  egli 
da  quello  tornato,  non  in  Rodi  come  l'Alberti,  ma  in  An- 
cona città  d' Italia  ,  essendo  a  tavola  nel  celebrare  le  nozze 
d'una  sua  figliuola,  subitamente  si  morì.  Quest'allegrezza 
fu  poi  sommamente  moderata  cosi  nella  persona  di  Cosimo, 
il  quale  era  principe  di  quello  stato,  come  di  tutta  la  città 
per  la  morte  di  Lorenzo  de'  Medici  suo  fratello  ,  la  quale 
seguì  a' 23  di  settembre,  uomo  per  le  molle  sue  buone 
qualità  grandemente  caro  a' cittadini.  Gli  onori  fatti  al  suo 
corpo  avanzarono  di  gran  lunga  la  fortuna  d'un  privato  cit- 
tadino, il  che  fu  non  piccola  testimonianza  della  potenza 
di  quella  casa  ;  conciossiachè  non  solamente  egli  fusse  ono- 
rato dalle  bandiere  del  popolo,  della  parte  guelfa,  della 
mercalanzia,  delle  capitudini,  e  degli  altri  corpi  de' magi- 
strati della  città,  ma  ebbele  ancora  dal  pontefice  Eugenio, 
da  cui  fu  specialmente  amato  e  avuto  caro.  Lodollo  pub- 
blicamente il  Poggio,  colui  il  quale  scrisse  l'istorie,  e  fu 
accompagnato  alla  sepoltura  dai  nipoti  del  papa,  e  da  tutti 
Ji  ambasciadori  ,  i  quali  erano  nella  città.  Il  Cambi  scrive , 
che  il  papa  vi  mandò  tutti  i  cardinali,  e  prelati  della  corte. 
Di  costui  non  rimase  piìi  che  un  figlinolo  detto  Pierfrance- 
sco ,  il  quale  per  esser  fanciullo  sotto  la  tutela  dì  Cosimo 


58  dell'  istorie  fiiirentine 

fu  dal  padre  lascialo.  Prese  poi  il  gonfalonerato  Domenico 
Pescioni ,  sotto  il  quale  durante  tuttavia  la  pratica  della 
pace  fu  di  nuovo  preso  per  raccomandato  Iacopo  d'Appiano 
signor  di  Piombino;  il  quale  ancor  egli  nella  venuta  del 
Piccinino  si  era  da'Fiorentini  alienato.  Ma  vollero  i  signori, 
che  egli  fosse  tenuto  a  dare  ogn'anno  il  palio  per  S.  Giovan- 
ni ,  e  fur  tolte  via  le  rappresaglie,  e  ogni  maleri-i  d'odio,  e  di 
nimistà,  e  le  solite  franchigie  furono  confermate.  Ma  perchè 
per  le  guerre  passale  ,  e  per  lo  dubbio  di  quelle  che  poteano 
avvenire,  non  essendo  ancor  la  lega  sicura  della  pace  ,  la 
città  avea  bisogno  de'  denari,  Alessandro  degli  Alessandri 
primo  gonfaloniere  dell'  anno  1441,  e  i  signori  suoi  com- 
pagni deputarono  cinque  cittadini  per  mettere  un  balzello 
di  sessantaraila  fiorini,  il  quale  per  essere  stato  messo  la 
m'glior  parie  sopra  a'  più  ricchi,  e  a  quelli  del  governo,  Co- 
simo ne  fu  multo  commendato.  Ma  mentre  la  pratica  della 
pace  si  va  differendo  per  colpa  de'  Veneziani,  usati  d'an- 
dare con  r  altrui  fatiche  i  loro  stati  accrescendo  ,  o  pure 
perchè  il  duca  essendogli  cessato  il  timore  ,  di  quella  più 
non  si  curava  ,  il  Piccinino  il  quale  era  stato  a  Milano,  e 
erasi  rimesso  gagliardamente  a  ordine  uscì  a' 15  di  febbraio 
del  Parmigiano  con  diecimila  tra  cavalli  e  fanti,  e  passalo 
il  Po  cosirinse  Chiarì  ad  arrendersi  col  presidio  che  v'  era 
dentro  di  ottocento  cavalli,  e  a  guisa  di  un  filmino  in  un 
batter  d'  occhio  prese  Palazzuolo,  Manerbe,  Pontooglio  con 
molte  altre  castella  di  quel  paese,  parte  per  forza,  e  parte 
per  accordo.  Le  quali  cose  venute  a  notizia  del  conte,  che 
era  a  Venezia  trattando,  o  di  concluder  la  pace,  o  di  deli- 
berare con  quali  forze  s'  avesse  a  proseguire  la  guerra  la 
la  siale  veniente,  gli  recarono  noia  grandissima;  e  perchè 
il  male  non  procedesse  più  oltre  se  n' andò  volando  a  Ve- 
rona, ove  con  ogni  diligenza  si  diede  a  riparare  all'  impelo 
del  nimico.  Dall'  altro  cinto  persuase  a'  Veneziani  che  in 
luogo  del  Gattamelata  lor  capitano,  il  quale  pochi  mesi  in- 
nanzi era  morto,  conducessero  Micheletlo  con  tremila  ca- 
valli, e  tremila  fanti-  A  se  fece  accrescere  il  soldo  ,  che 
dove  gli  davano  ogni  mese  fiorini  quattordicimila  cinque- 
cento ne  gli  dessero  per  l'avvenire  dicioltomila,  pir  la  qual 
cosa  egli  condusse  a' suoi  stipendj  Sigismondo  Malalesla.  I 


LIBRO    VENTUNESIMO.  59 

Fiorentini  ancora,  e  per  i  suoi  conforti,  e  per  ordine  de' si- 
gnori e  del  gonfaloniere  Daniello  Canigiani  entrati  a  calen 
di  marzo,  attesero  a  dar  denari  alle  lor  genti  ,  e  ricondus- 
sero quelle  della  Chiesa  per  un  anno  a  venire,  perciocché 
il  papa  non  avea  danari  da  pagarle;  anzi  oltre  Massa  e  Ba- 
gnacavallo  venduti  al  marchese  Niccolò,  come  di  sopra  si 
disse  ,  e'fu  costretto  di  dare  in  mano  a  questi  dì  il  Borgo 
a  S.  Sepolcro  alla  Repubblica  fiorentina  per  venticinque- 
mila ducati  di  camera  ,  la  quale  mandò  a  pigliarne  il  pos- 
sesso Niccolò  Valori  uno  de'  dieci.  Trovo  ancora  ,  che  in 
questi  tempi  da'  Fiorentini  si  fece  lega  co'  Lucchesi.  Aveva 
intanto  il  Piccinino  seguitando  il  corso  della  prospera  for- 
tuna preso  Sorcino,  ove  fece  prigione  Michele  Gritti  gen- 
tiluomo veneziano,  che  vi  era  dentro  con  sccenlo  cavalli. 
Quando  finalmente  essendo  passato  gran  parte  del  gonfalo- 
nerato  di  Giovanni  Morelli,  l'  esercito  della  lega,  dopo  molte 
fatiche,  si  trovò  esser  a  ordine  per  uscir  fuori;  e  sapendo 
il  conte  che  Niccolò  era  a  campo  a  Cignano  terra  dodici 
miglia  lontana  di  Brescia,  egli  s'accampò  a  cinque  miglia 
presso  a'  nimici.  Aveva  il  conte  con  se  circa  diecimila  ca- 
valli di  condotta,  e  fanti  seimila,  talché  era  superiore  alle 
genti  del  Piccinino,  ma  egli  era  in  sì  forte  alloggiamento, 
avendo  fortificato  il  campo  con  fossi  d'  acqua  intorno ,  che 
non  dubitava  d'  esser  tirato  a  combattere  per  forza.  Con- 
luttociò  volle  il  conte  assalirlo  dentro  i  suoi  alloggiamenti, 
o  con  speranza  d'aver  a  muover  l'animo  del  Piccinino  di 
natura  ardito,  e  non  punto  atto  a  sostenere  l'ingiurie,  o  pur 
credendo,  che  questo  gli  acquistasse  in  ogni  modo  riputa- 
zione appresso  de' popoli,  e  togliesse  l'animo  a' nimici  e 
accrescesselo  a'  suoi.  Mosso  dunque  per  andare  a  trovarlo, 
0  nel  fine  del  mese  di  giugno,  o  ne  primi  giorni  del  gon- 
falonerato  di  Domenico  Buoninsegni,  commis  e  a  Piero  Bru- 
noro,  e  a  Troilo,  che  fossero  i  primi  ad  assalire  gli  allog- 
giamenti. Il  Piccinino  comandato  a' suoi  che  ninno  del  suo 
luogo  si  movesse ,  e  che  ciascuno  diligentemente  atten- 
desse a  guardare  gli  steccati,  oppose  a  Troilo,  e  a  Bru- 
noro  alcune  poche  genti,  le  quali  dalli  Sforzeschi  furono 
subito  rimesse  dentro  con  grand'  impeto.  Ma  accresciuto 
da  Niccolò  il   numero   de' suoi,  e  fattili  uscir  di  nuovo  da 


60  dell'istorie   FIORENTINE 

due  vicine  porle  del  campo,  li  spinse  da  fianco  con  tanta 
sicurezza  addosso  a' nimici,  che  non  dub  lava  che  avessero 
ad  essere  piìi  ributtali  ;  e  quivi  si  cominciò  a  combatter 
ferocemente  ,  avendo  coloro  che  aveano  a  passare  avanti  , 
per  essere  il  luogo  pantanoso,  disvantaggio;  ove  a'  duche- 
schi  serviva  loro  in  luogo  di  fortezza.  Il  conte  avendo  ri- 
preso Troilo  d'  aver  dello  il  luogo  peggiore,  dopo  1'  essersi 
dalla  mattina  infino  a  mezzo  giorno  corabaltulo  valorosa- 
menle,  fece  sonare  a  raccolta;  essendo  slati  falli  prigioni 
quasi  lutti  quelli  che  erano  della  sua  famiglia,  venti  uomini 
li'  arme,  e  ira  molti  altri  feritivi  Troilo,  e  Fiasco,  il  quale 
vi  perde  un  occhio,  con  pochi  uccisi.  De"  nimici  vi  furono 
feriti  in  maggior  numero,  e  ira  questi  di  chiaro  nome  Ciar- 
pellone  già  condolliere  del  conte,  ma  ninno  preso.  Fu  ben 
de'  cavalli  da  amendue  le  parli  falla  strage  grandissima.  Ri- 
liralosi  il  conte,  tre  miglia  indietro  in  un  casale  detto  Co- 
dignano,  sentì  per  le  spie,  il  passo  d'  andare  a  gli  allog- 
giamenti libero  e  aperto  esser  stato  fallato  di  pochi  passi 
lontano  dal  luogo  ove  si  combattè,  il  quale  se  preso  avesse 
senza  dubbio  sarebbe  stato  vincitore;  [ler  questo  si  prepa- 
rava a  tornarvi  di  nuovo  il  giorno  seguente.  Ma  il  Picci- 
nino di  ciò  temendo,  fallo  di  notte  levar  le  tende  per  Pon- 
terico  se  ne  passò  lacilamenle  nel  Cremonese,  e  quivi  di- 
stribuì le  genti  alle  ripe  del  fiume,  per  vietare  al  conte 
che  non  passasse.  Il  conte  fermatosi  per  due  dì,  tornarono 
alla  sua  devozione  quasi  tutte  le  castella  poco  innanzi  per- 
dute del  Bresciano.  Ma  volendo  soccorrer  Bergamo,  tro- 
vando la  via  di  passar  di  là  dilTìeile,  per  la  molta  solleci- 
tudine del  nimico,  ricorse  ove  la  forza  non  avea  luogo  al- 
l' arti  militari.  Egli  diede  commessioue  al  capitano  de'gua- 
statori,  che  facesse  far  le  spianate  a  man  sinistra  dalla 
parte  inferiore  del  fiume;  poi  comandò  a' trombetti  Iche 
r  esercito  si  mettesse  a  ordine,  perchè  egli  volea  il  dì  se- 
guente muovere  il  campo  alla  seconda  del  fiume.  Poiché 
ebbe  fatte  queste  cose  palesemente,  sicché  per  le  spie  po- 
tessero esser  notificate  al  nimico ,  ordinò  circa  la  mezza 
nelle  a  Cristoforo  da  Tolentino  ,  e  a  Tiberio  Brandolino 
che  s'inviassero  a  Ponteoglio,  luogo  posto  alla  man  destra, 
dove  è  un  ponte  con  una   rocca   sopra  il  fiume,  che  va  a 


LIBRO   VENTCNESIMO.  61 

Cremona  non  lontano  del  Bergamasco ,  gnardalo  allora  dai 
nimici  ,  e  quello  alla  sprovedula  assaltassero.  Quivi  consi- 
stere tutta  la  speranza  di  soccorrer  Bergamo.  Egli  invia- 
tosi col  resto  dell'  esercito  dietro  di  loro,  avendo  camminalo 
trenta  miglia  senza  fermarsi,  giunse  al  tramontar  del  sole 
al  luogo  disegnalo,  il  quale  con  grandissimo  suo  piacere 
trovò  esser  stato  occupato  da' suoi;  e  qui  si  fermò  due  giorni 
per  riposare  l'esercito.  H  Piccinino  lardi  saputo  gli  in- 
ganni del  conte,  prese  ancor  egli  quella  strada  medesima, 
e  immaginando  quali  fussero  i  suoi  disegni,  mandò  Iacopo 
da  Galvano,  e  Piero  Fregoso  con  mille  diigenk)  cavalli  alla 
guardia  di  Marlinengo,  sopendo  non  aver  altra  via  per  ire 
a  Bergamo  che  questa;  e  egli  s' ac  ampò  tra  Romano,  e  il 
fiume  Seri,  come  luogo  onde  polca  difendere  la  Giaradadda 
e  quella  parte  del  Bergamasco  che  era  in  sua  potestà:  ne 
restò  del  suo  avviso  ingannalo,  perciocché  il  conte  avendo 
mancamento  di  vettovaglie,  e  volendo  passar  a  soccorrer 
Bergamo,  giudicò  esser  ottimo  partito  il  cercar  d'insigno- 
rirsi di  Marlinengo,  ove  senza  perder  tempo  s'inviò  con 
tutto  il  campo;  ma  perchè  avea  i  nimici  a  due  miglia  vi- 
cini, volle  prima  fortificar  gli  alloggiamenti  di  fossi  e  d'ar- 
gini, massimamente  da  quella  parte  che  guardava  verso  il 
nimico,  il  che  non  potè  però  così  tosto  condurre,  che  quivi 
non  si  consumasse  Io  spazio  di  trenta  giorni.  Allora  con 
le  bombarde  incominciò  a  batter  gagliardamente  il  ca- 
stello ,  ne  mollo  indugiò  che  pose  a  terra  una  gran  parte 
della  muraglia,  ma  la  diligenza  de'  difensori  era  tale,  che 
tulio  quello  che  era  guasto  il  di  ,  era  incontanente  rifatto 
ja  notte,  né  segno  si  polca  scorgere  alcuno  in  loro  di  timo- 
re, avendo  il  Galvano  promessa  dal  Piccinino  di  presto  soc- 
corso ;  il  quale  essendo  tra  questo  mezzo  notabilmente  ac- 
cresciuto di  genti ,  s'  appressò  con  far  trincero  e  ripari  di 
mano  in  mano  ad  un  miglio  presso  il  campo  del  conte;  onde 
cominciò  con  si  spessi  assalti  a  travagliar  le  sue  genti,  che 
né  di  dì  né  di  notte  rimanea  loro  momento  alcuno  di  quiete. 
Gonducevansi  nel  campo  del  conte  malagevolmente  le  vetto- 
vaglie, nel  campo  de'  nimici  ve  n'  era  dovizia  grandissima  , 
provveduti  abbondevolmente  e  di  Milano,  e  di  Giaradadda, 
e  di  Cremonese.  Il  conte    avea  ad  espugnar  la  terra  ,  a  far 


62  dell'  istorie  fiorentine 

ripari  conlra  le  sonile  di  quelli  di  dentro,  e  in  un  medesimo 
tempo  a  difendersi,  e  a  far  ripari  conlra  l'esercilo  di  fuori; 
talcliè  a  mano  a  mano  egli  parca  più  simile  ad  assedialo  che 
ad  assediatore.  Rimaneva  un  partito  di  levarsi  di  campo  e 
sciorre  l'assedio,  ma  olire  la  perdila  della  riputazione,  della 
quale  il  conle  soleva  esser  geloso  ,  non  era  il  partirsi  per 
la  propinquità  de'nimici  sicuro  ,  talché  egli  era  senz' alcun 
fallo  a  slrano  termine  condotto.  Nò  i  soldati  dal  mancamento 
dell'i  cose  necessarie  afflitti  ,  e  del  conlinuo  da  spessi  as- 
salti di  quelli  di  dentro  e  di  fuori  tormentati ,  poteano  più 
conservare  quell'usata  vigoria  d'animo  invitto.  Contiittociò 
era  il  conte  deliberato  che  che  avvenir  ne  dovesse  di  lev<Trsi 
di  campo,  quando  da  insperali  aiuli  della  sua  amica  fortuna 
aoccorso,  a' presenti  pericoli  pose  fine,  e  d'ogni  tema  e  so- 
spetto se  e  la  lega  liberò,  e  alla  sua  futura  grandezza  diede 
lieto  e  felice  cominciamenlo.  Avca  il  Piccinino  per  le  cose 
da  lui  falle,  e  per  la  vittoria,  la  quale  si  teneva  certissima 
d'aver  in  mano  del  conle,  scritto  al  duca,  che  dopo  tante 
fatiche  da  lui  impiegate  in  servigio  di  sì  gran  principe,  egli 
non  si  trovava  aver  acquistato  pure  un  caslollo  ,  dove  un 
giorno  essendo  ormai  vecchio  e  storpiato  s'avesse  a  riposare. 
Che  Iddio  finalmente  e  la  sua  vigilanza  gli  avean  conceduto 
il  modo  di  farlo  signore  d'Italia,  avendo  il  capitano  della 
lega  con  sì  numeroso  esercito,  si  potea  dire  in  prigione,  e 
che  per  questo  desiderava  aver  da  lui  in  dono  Piacenza  , 
ma  che  quando  di  ciò  noi  riputasse  degno,  si  fosse  conten- 
talo di  licenziarlo.  Questa  domanda  in  tal  modo  e  tempo 
fatta  da  Niccolò  al  duca,  sdegnò  sì  fieramente  l'altiero  animo 
suo,  veggcndosi  mettere  in  necessità  da'suoi  capitani ,  che 
deliberò  tra  sé  di  comportare  ogni  allra  indegnità  prima  che 
questa,  e  subito  spacciò  segretissimamente  al  conte  France- 
sco un  certo  Usipivolo  (dal  Simonetta  è  chiamato  Antonio 
Guidobuono  da  Derlona)  suo  familiare  ,  e  grande  amico  del 
conle  per  fargli  sapere,  che  egli  non  intendea  in  conto  al- 
cuno di  voler  più  guerra  seco,  che  volea  dargli  la  moglie  , 
e  la  dote  promessa  ,  e  che  delle  condizioni  della  pace  che 
s'avea  a  far  con  la  lega,  del  tutto  in  lui  si  rimetteva,  che 
egli  con  la  sua  prudenza  liberamente  del  tutto  disponesse  , 
che  non  sarebbe  per  partirsi  già  mai  da  quel  che  da  lui  gli 


LIBRO  ve:<tu?(esimo.  63 

venisse  proposto.  11  conte  ,  e  per  la  cosa  istessa  ,  e  per  la 
natura  di  Filippo  all'ampiezza  di  sì  grandi  promesse  non  si 
polendo  indurre  a  prestar  credenza  ,  rispose  contuttociò  al 
duca,  che  quando  rendesse  a' Veneziani  quel  ch'egli  teneva 
loro  occupato,  e  queste  cose  che  gli  prometteva  in  parole 
le  mettesse  in  scrittura,  allora  conoscerebbe,  che  egli  di- 
cesse da  dovero.  Il  duca  ,  che  a  questa  volta  non  fìngeva  , 
gli  mandò  per  ambasciadore  Eusebio  Caino  ,  il  quale  con 
pubblici  instrnmentì  tornò  a  confermargli  la  sua  volontà ,  e 
in  un  medesimo  tempo  per  Urbano  di  Jacopo  da  Pavia  mandò 
ordine  al  Piccinino  ,  che  richiedendolo  il  conte  di  tregua  la 
facesse ,  perciocché  egli  avea  deliberato  di  far  pace  con  la 
Ioga.  Fu  tale  il  dispiacere  che  per  sì  fatta  novella  sentì  Nic- 
colò ,  che  egli  fu  presso  ad  uscirne  di  sé  medesimo  ,  reg- 
gendosi folta  sì  grande  e  sì  nobil  vittoria  di  mano  ;  ora  il 
duca  ingiusto,  ora  se  stesso  sciocco  e  dappoco  ,  che  a  sì 
ingrato  e  incostante  signore  avea  cotanto  tempo  servito  chia- 
mando. Talora  in  maggior  furia  montato  diceva  di  non  voler 
consentire  alla  tregua  ,  e  parea  che  fosse  allora  allora  per 
dar  con  tutto  l'esercito  sopra  il  conte;  se  Urbano  finalmente 
non  gli  avesse  fatto  intendere  com'egli  portava  ordine  dal 
duca  di  volgergli  addosso  l'esercito  se  non  l'ubbidiva.  A- 
cquetossi  il  Piccinino  ,  e  seguì  non  polendo  farne  altro  la 
volontà  del  suo  signore  ,  e  fece  tregua  col  conte;  il  quale 
fati' intendere  il  tulio  a' Veneziani  e  a' Fiorentini  ,  trovò  di 
ciò  diversi  giuilizj  di  quelle  repubbliche  ,  biasimando  i  Ve- 
neziani ciò  che  il  conte  avea  fallo,  e  da  lui  traditi  appellan- 
dosi ,  dove  i  Fiorentini  sommamente  nel  commendavano  ;  i 
quali  spedirono  subilo  Agnolo  Acciainoli  e  Neri  Capponi  a 
Venezia  per  far  opera  che  la  pace  seguisse.  Ma  il  conte  il 
quale  per  la  coraun  causa  s'era  in  queste  fuccende lealmente 
portato,  non  tollerando,  che  la  sua  fede  per  il  sospetto  de'Ve- 
neziani  venisse  in  alcun  conto  macchiata,  non  dubitò  d'an- 
dar egli  slesso  in  persona  a  Venezia  per  giustificare  con 
vere  ragioni  avanti  quel  senato  l'azioni  sue  ,  ancorché  da 
Filippo  agramente  ne  fosse  ripreso,  ricordandogli  quello  che 
al  Carmignola  per  essersi  posto  in  mano  de'  Veneziani  era 
intervenuto.  F«estarono  finalmente  capaci  i  Veneziani  della 
fede  del  conte  ,  e  dopo  molte  pratiche  così  per  parte  loro, 


64  dell'  istorie  fiorentine 

Come  de'  Fiorentini  i  quali  sotto  il  secondo  f3;onfalonieralo 
fii  Barlolommeo  Orlandini,  di  qnesla  cosa  caKIamcnle  i  loro 
ambasciadori  sollecitavano,  si  lece  nel  conte  il  medesimo 
compromesso  che  il  duca  avea  fallo  ,  il  qua!  compromesso 
intino  a' 26  del  mese  di  novembre  dovesse  durare.  Per  lo 
luogo  ove  questa  pratica  si  avesse  a  tenere  fu  deputata  la 
Cauriana,  ove  e  il  conio,  e  il  legato  del  papa,  e  gli  amba- 
sciadori de'Venoziani  ,  e  de' Fiorentini,  e  de' Genovesi  ,  e 
del  duca  istcsso  convennero.  E  per  vedere  se  il  duca  dicea 
da  dovvero  ,  parve  che  per  la  prima  cosa  si  dovesse  tentare 
se  egli  vole.i  dar  al  conte  la  figliuola  per  moglie,  e  Cremona 
per  dote.  Il  duca  avendo  mandalo  la  figliuola  a  Cremona 
scrisse  al  conte,  che  colà  n'andasse  per  lei  ,  ove  non  per 
altro  averla  mandata,  che  per  consegnarli  in  un  medesimo 
tempo,  e  la  moglie  e  la  dote  ,  dovendo  entrare  subitamente 
nel  possesso  di  Cremona,  il  che  fu  con  ogni  diligenza  man- 
dato ad  effetto.  Mentre  così  andavano  le  cose  in  Lombar- 
dia, in  Firenze  il  pontefice  avea  ricevuto  gli  ambasciadori 
di  Ciriaco  re  d'Etiopia  detto  volga  rmente  il  prete  Ianni,  ac- 
compagnati da  forse  quaranta  loro  familiari,  i  quali  venivano 
ancor  eglino  per  riunirsi  con  la  Chiesa  di  Roma.  L'orazione 
di  costoro  fu  molto  umile  in  quanto  alla  riverenza,  che  mo- 
stravano portare  alla  sede  apostolica ,  ma  conteneva  cose 
roollo  magnifiche  del  loro  signore  la  ampiezza  del  paese,  la 
grandezza  delle  sue  forze,  el  numero  de' re  sudditi,  e  attri- 
buivano a  non  piccola  gloria  del  pontefice  ,  che  a  lui  solo 
dopo  lo  spazio  forse  di  ottocento  anni  fosse  dato  di  far  quella 
saula  e  necessaria  unione.  Racconiavasi  da  costoro  che  il 
loro  re  per  continuata  successione  de' suoi  maggiori  traeva 
origine  da  David  figliuolo  di  Salomone  ,  il  quale  egli  ebbe 
dalla  regina  Magueda  ,  regina  d'Egitto  e  d'Etiopia,  quando 
invitata  dal  grido  della  sua  sapienza  andò  a  visitarlo  nella 
città  reale  di  Gierusalem,  e  trovatala  maggiore  di  quel  che 
ne  portava  la  fama,  il  giudicò  degno  che  ella  di  lui  conce- 
pisse figliuoli.  Questa  è  quella  regina  nobile  per  senno,  e 
per  scienza  chiamata  dalla  scrittura  Saba;  così  detta  dal 
nome  d'un'  isola  posta  nel  fiume  del  Nilo  ,  a  cui  Cambisc 
pose  poi  nome  Meroe.  Come  che  la  regina  venga  ancor  da 
altri  appellala  Nicaule.  11  quale  imperio  non  alleralo  già  mai 


LIBRO   VENTUNESIMO.  65 

si  recava  a  gran  gloria  ,  che  siccome  nel  tempo  già  dello 
Nicaule  ricevette  la  legge,  così  nel  glorioso  avvenimento 
del  Signore  per  opera  di  Filippo  aj  oslolo  la  regina  Candacc 
ricevesse  il  battesimo.  Ma  un  caso  atrocissimo  commesso 
per  ordine  del  gonfaloniere  Orlandini  diede  in  qnel  tempo 
assai  da  mormorare  alla  città,  facendosi  di  quella  azione 
varie  congetture  ,  e  giudizj  ira  il  popolo.  Portava  costui 
odio  mortale  a  Baldaccio  d'  Anf^hiari,  uomo  in  guerra  per 
condiir  fanti  stimalo  molto  eccellente  ,  e  della  cui  valorosa 
e  fedel  opera  in  molle  imprese  s'era  la  Repubblica  fioren- 
lina  servila.  La  cagione  dell'odio  era,  che  quando  l' Orlan- 
dini proposto  al'a  guardia  d'Anghiari,  di  quel  luogo  brutta- 
mente si  fuggì,  ne  fu  e  con  parole  e  con  lettere  severa- 
mente ripreso  e  accusato  da  Baldaccio.  Perchè  essendo  ve- 
nuto il  tempo  del  suo  magistrali),  all' Orlandini  a  cui  pro- 
fondamente questa  ingiuria  era  penetrata  nell'animo,  parve 
esser  venuto  il  lempo  di  vendicarsi.  E  usando  l'Anghiari 
di  venir  spesso  in  piazza  per  tratiare  co' magistrali  della  sua 
condotta,  il  gonfalorùcre  avendo  apparecchialo  quello  che 
gli  facea  di  bisogno,  mandò  per  lui  quasi  delia  sua  condotta 
volesse  parlargli.  Ubbidì  prontamente  Baldaccio  ,  non  cre- 
dendo che  con  l'autorità  pubblica  volesse  1' Orlandini  delle 
private  ingiurie  prendere  vendella.  E  dopo  l'aver  alcune 
poche  volte  lungo  l'andito  delle  camere  de' signori  col  gon- 
faloniere passeggiato,  le  quali  essendo  d'asse,  (toco  innanzi 
erano  state  fatte  di  mattoni ,  fu  con  grand'  impelo  da  molti 
armati,  che  ivi  entro  ad  alcuna  di  quelle  camere  nascosi  si 
slavano  assalito,  e  l'esser  in  più  parti  ferito  e  preso  e  per 
una  delle  finestre  che  in  dogana  risponde  giltalo  giù  ,  fu 
tutta  una  cosa;  onde  per  mostrare  che  la  causa  fosse  pub- 
blica, gli  fu  ivi  a  poco  così  morto  come  egli  era,  mozza  la 
testa.  Il  Cambi  dice  ciò  esser  successo,  perchè  questo  Bal- 
daccio avea  nella  presente  guerra  mosso  a  sacco  Sughereto: 
del  qual  fatto  se  ne  dava  il  carico  alla  Repubblica,  la  quale 
per  far  fede  che  ciò  non  era  di  sua  volontà  seguito,  ne  volle 
quel  gasligo  dare  al  peccatore  .  che  il  suo  fallo  avea  meri- 
tato. Il  Machiavelli  afferma  oltre  lo  sdegno  dell' Ori, mdini 
ciò  esser  stato  fallo  con  consentimento  e  di  ordine  de'  g»i- 
vernatnri  dello  stalo  per  abbassar  la  potenza  di  Neri  Cap- 
Amm.   Voi..  V.  3 


66  dell'  istorie  fiorentine 

poni ,  di  cui  Baldaccio  era  amico,  dubitando  non  con  questa 
congiunzione,  e  per  mezzo  dell'  altre  sue  qualità  in  guisa 
diventasse  grande  il  Capponi  ,  che  non  fosse  in  lor  poleslà 
poi  di  maneggiarlo  ;  onde  gravi  pericoli  allo  slato,  e  a  loro 
the  lo  reggevano  in  processo  di  tempo  fosser  per  derivare. 
Un  certo  NaMo  Naldi  in  una  vita  the  scrive  di  Giannozzo 
Manetli,  dice  Balilacrio  essere  slato  ucciso  da'  Fiorentini  . 
imperocché  egli  era  slato  condotto  dal  papa  e  aveagli  fatto 
contare  ottomila  fiorini  d'oro,  dubitando,  che  il  pontefice, 
il  quale  non  potea  patire,  che  il  conte  Francesco  gli  occu- 
passe la  Marca,  col  mezzo  di  quest'uomo  esperimentato  nelle 
cose  militari  qualche  cosa  conlra  lo  slato  del  conte  non  mac- 
chinasse. Anzi  mostra  essersi  il  pontefice  della  costui  morte 
fieramente  sdegnato  con  la  Repubblica,  la  quale  mandatogli 
il  Manetti  per  placarlo  ,  trovò  difficoltà  grandissima  a  ram- 
morbidar  l'animo  suo  commosso  dall'ira;  ora  rinfacciando  i 
Leneficj  fatti  a' Fiorentini  ,  ora  mostrando  in  quanto  poco 
conto  era  tenuto  da  essi  ,  che  in  su  gli  occhi  suoi  li  aves- 
sero con  tanta  crudeltà  ucciso  un  suo  capitano  e  amico. 
Qualunque  se  l'uno  di  questi  rispetti  ,  o  pur  tutti  insieme, 
si  fosser  della  morte  dell' Anghi;iri  stalu  cagione,  cotale  fu 
il  fine  di  sì  valoroso  condottiere  quale  si  è  raccontalo.  Di 
cui  restato  un  piccol  figliuolo,  e  quello  in  breve  tempo  mor- 
tosi,  alla  sua  moglie,  che  Annalena  ebbe  nome,  e  onesta 
e  valente  donna  fu  al  pari  di  tutte  1'  altro  di  quella  età,  del 
caro  marito  e  dell'  unico  figliuolo  privala  veggendosi,  parve 
di  volger  tutto  il  suo  amore  ,  e  lutto  il  suo  animo  al  servi- 
gio di  Dio  ,  e  fatto  delle  sue  case  un  monastero  ,  che  del 
nome  di  lei  il  monastero  d' Annalena  ancora  oggi  chiamiamo, 
e  io  quello  con  molte  nobili  donne  rinchiusasi,  quivi  santa- 
iriente  il  rimanente  della  vita  si  visse,  e  morì.  Ma  il  conte 
dopo  aver  celebrate  le  tanto  desiderale  nozze  a  Cremona  , 
\ olendo  fra  il  termine  assegnato  por  (ine  alle  pratiche  della 
pace,  fece  intendere  a  tulli  gli  ambasciadori  che  erano  alla 
Cauriana  che  venissero  a  Cremona,  dove  dopo  molte  conlese 
hi  seiiteuza  da  lui  data  intorno  a' capitoli  di  essa  pace  il  di 
'zO  di  novembre ,  essendo  in  Firenze  gonfaloniere  Castello 
Quaratesi,  fu  tale.  Che  buona  e  perpetua  pace  fosse  fra  il 
duca  di  Milano,  e  la  lega,  la  quale  perchè  di  nuovo  a  tur- 


LIBRO    VESTDNESIMO.  67 

bar  non  s'avesse,  al  pontefice  le  terre  che  S.  Chiesa  solca 
possedere  in  Romagna  liberamente  si  rendessero.  1  Vene- 
ziani di  ciò  che  dalla  prima  guerra  in  qua  aveano  perduto 
fossero  reintegrati ,  e  così  eglino  quello  al  duca  rendessero, 
che  del  suo  dominio  si  trovavano  avere  in  detto  tempo  oc- 
cupalo. A'  Fiorentini  Modigliana  ,  Orivolo  ,  e  Monlesacco 
fossero  rendute ,  e  eglino  Favozano  e  Caivanello  restituis- 
sero ,  e  Astorre  Manfredi  liberassero;  e  altri  molti  capitoli 
fur  fatti,  i  quali  alle  bisogne  de'Genovesi,  del  signor  di 
Mantova,  e  de' Lucchesi  ebbcr  riguardo.  La  qual  pace  ra- 
tificala e  bandita  poi  il  seguente  mese  di  dicembre  quasi  in 
tutte  le  città  d'Italia,  grandemente  ciascuno  rallegrò,  avend'i 
ad  una  difficile  e  pericolosa  guerra  posto  fine  quando  meno 
era  dall'opinione  degli  uomini  che  questo  dovesse  seguir 
sperato. 


-<5*2^lS»>- 


Mll'  ISTORI!  f lORfflTM 


DI 


SCIPIOI^E  AMIIimATO 

LIBRO  VENTIDUESIMO. 


Anni  1442-1453. 


JL  addeo  dell' Antella  la  seconda  volta  prese  il  primo  gon- 
faloneralo  dell'anno  1442  con  poca  allegrezza  della  pace 
poco  dianzi  fatta,  perciocché  il  pontefice  chiamandosi  in- 
gannato dal  conte  ,  diceva  di  non  voler  ratificare  a  così 
dannoso  accordo  por  S.  Chiesa,  essendogli  pervenuto  a  no- 
tizia, come  per  patti  segreti  tra  il  conte  Francesco  e  Nic- 
colò Piccinino  fatti,  al  Piccinino  era  permesso  di  ritenersi 
lutto  quello  che  possedeva  della  Chiesa,  e  oltre  a  ciò  gli 
fosse  lecito  potersi  insignorir  di  Perugia  e  di  Siena.  II 
conte  similmente  tutto  quello  che  della  Chiesa,  o  del  regno 
di  Napoli  potesse  acquistarsi,  si  fusse  suo,  e  quello  paci- 
ficamente e  senza  noia  d' altrui  liberamente  si  godesse.  Ol- 
ire che  si  teneva  ancor  gravemente  oltraggialo  del  giudizio 
fatto  di  Bologna;  la  quale  non  prima  che  ivi  a  due  anni  gli 
dovesse  dal  Piccinino  esser  restituita.  11  che  dispiacendo 
grandemente  in  Firenze  a  coloro  che  governavano;  i  quali 
cacciatosi  i  fuoruscili  di  seno,  desideravano  che  la  città  si 
riposasse;  si  procacciò  tanto  per  opera  di  Cosimo  de'Me- 
dici,  che  del  mese  di  marzo  nel  gonfalonerato  di  Carlo 
Bonciani,  il  papa  fece  accordo  col  conte;  il  quale  pochis- 
simo tempo  durò;  e  ciò  da  un'  altra  cagione  trasse  prin- 
cipio. Renato  d'Angiò  di  cui  di  sopra  si  fece  menzione, 
pretendendo  ragione  nel  reame  di  Napoli,  subilo  che  dalle 


70  DELL  ISTORIE    F10RENTIJ5E 

carceri  del  duca  di  Borgogna  ,  di  cui  in  una  batlaglia   era 
slato  fallo  prigione,  si  potè   liberare,  n'era  nel  reame  di 
Napoli  venuto,  e  dopo  molle  e  lunghe  contese  e   battaglie 
col  re  Alfonso  d'Aragona  avute,  la  fortuna  gli  era  stata  in 
modo  disfavorevole,  che  quel  re  di  tutto  il  reame    in  fuor 
che  della  città  di  Napoli  avea   preso  la  signoria  ;  ne  spe- 
ranza rimaneva  altra  a  Renato,  che  gli  aiuti  del  conte  Fran- 
cesco; il  quale  libero  de' fatti  di  Lombardia,  e  suo  amicis- 
simo essendo,  e  per  gli  stati  che  il  re  d'Aragona  gli  avea 
tolto,  di  quello  inimico  credendolo,   grandemente  il   solle- 
citava che  a  Napoli  ne  venisse  ;  la  qual  cosa  non   essendo 
oscura  ad  Alfonso,  scrisse  al  duca  di  Milano  amicissimo  suo 
strettamente  pregandolo,   che  con  alcun   colore  il  genero  in 
Lombardia  ritenesse,  inQn  che  egli  del  tutto  le  cose  di  quel  re- 
gno avesse  assettate,  che  in  breve  era  per  asseltare.  Il  duca 
entralo  in  sospetto  del  genero,  il  quale  per  niuno  suo  conforto 
dall'amicizia  de' Veneziani  e  de' Fiorentini  vedea  potor  distor- 
re, desideroso  di  far  cosa  grata  ad  Alfonso,  e  insiememente  di 
far  danno  a  Renato,  non  sapendo  di  sua  natura  star  quieto,  e 
avvezzo  a  far  sempre  dalle  vecchie  guerre  nascer  le  nuove, 
prestò  orecchio  alle  parole  del  re;  e   veggendo  C  occasione 
pronta  della  mala  sodisfazione  che  era  tra  il  papa  e  il  conte, 
e  su  quanto  leggier  fondamento  si  era  quella  mal  riconci- 
liata amicizia  fondata,  fece  prestamente  intendere   ad  Eu- 
genio, come  già  era   venuto   il    tempo  di    ritorre  al  conte 
lutto  quello    che  ingiustamenle  a  S.  Chiesa  nella  Marca  avea 
occupato.  E  perchè  conoscesse  quanto    egli  fedelmente   di 
ciò  il  consigliava,  gli  profferiva  il  Piccinino   pagato  mentre 
che  la  guerra  durasse.  Non  fu  mai  cosa  che  Eugenio  sen- 
tisse più  volentieri  di  questa  ;  e  però  rollo  il  nuovo  accordo 
fatto  col  conte,  invano  i  Fiorentini  di  questa  mutabilità  ram- 
maricandosi, e  col  Piccinino  accordatosi,  di  cui  per  esservi 
di  mezzo  il  duca  non  temeva  più  inganno,  lui  che  nel  Bo- 
lognese si  ritrovava,  a  venirne  a  Perugia  sollecitò,  perchè 
di  là  potesse  alla  Marca  passarne.  In   questo  modo   venne 
la  pace  d'Italia  a  turbarsi   di    nuovo,  con  tanto  dispiacere 
de  Fiorentini,  ostinali  a  non  volerla  per  conto  loro  turbare, 
che  essendo  entralo    gonfaloniere   di   giustizia   Luca   degli 
Albizi,  e  avendo  il  Piccinino  preso  Gillà  di  Castello,  e  di 


LIBRO   VENTIDCE51M0.  71 

quivi  il  podestà  cittadino  fiorentino  Neri  Viviani  cacciolo- 
ne  ,  che  per  essere  la  detta  città  nella  lega  compresa,  ve- 
niva ad  esser  rolla  la  pace,  fecero  sembiante  di  non  se  ne 
avvedere.  Né  per  non  esser  loro  Modigliana  restituita  si 
recarono  a  romper  la  pace.  Ma  sentendo  che  il  Piccinino 
entrato  di  Perugia  nclh  Marca  avea  f-reso  Todi:  e  che  nel 
medesimo  tempo  Alfonso  per  un  acquidoccio  s'era  insigno- 
rito di  Napoli,  cose  tutte  che  tornarono  in  gran  danno  del 
conte,  gli  mandarono  Bernardetlo  de"  Medici  per  far  opera, 
se  con  la  sua  industria  potesse  trovare  tra  lui  e  il  Piccinino 
alcuna  sorte  di  composizione;  la  quale  mentre  con  ogni  sol- 
lecitudine si  va  procurando,  e  non  si  ritrova,  il  re  Fienaio 
veggendo  le  cose  di  Napoli  disperate,  uè  per  le  guerre  de!la 
Marca  poter  più  dal  conte  attendere  aiuti,  se  ne  venne  a 
trovare  il  pontefice  Eugenio  a  Fircn2e:  ove  da  Giovanni 
Falconi  gonfaloniere  di  giustizia  fu  con  grand' onori  rice- 
vuto; fuglì  per  abitazione  data  la  ca-a  d' Ilarione  de' Bsrdi, 
e  per  le  spese  della  sua  tavola  assegnatili  dal  publico  ven- 
ticinque scudi  d'oro  il  dì.  Ma  alle  domande  da  lui  fatte  al 
pontefice  e  a  Fiorentini  per  conto  di  ricuperare  il  suo  rea- 
me, non  appariva  ne  dall'una  parte  ne  dall'  altra  risoluzione 
alcuna;  stando  sospesi  in  aspettar  l'esiio  delle  cose  della 
Marca;  ove  il  Piccinino  ali"  acquisto  di  Todi  avea  aggiunto 
Belforte,  Sernano  ,  e  Montefortino  ;  essendo  il  conte  per 
aver  minor  numero  di  gente  coslretto  a  ritener  i  suoi  nei 
luoghi  forti-  Io  non  veggo  che  i  Fiorentini  avessero  man- 
dato genti  in  aiuto  del  conte  ,  ma  per  alcune  memorie  da 
diligenti  uomini  scritte,  che  furono  in  questo  tempo  impo- 
ste dodici  gravezze,  le  quali  ascendi  vano  alla  somma  di 
centoltantamila  scudi,  perchè  a'bisogni  del  conte  si  sovve- 
nisse; il  quale  ingrossato  fioalmenie  di  g^nli,  e  per  que- 
sto sentendosi  gagliardo  a  combatter  col  nemico  ne'  luo- 
ghi aperti ,  andò  a  trovarlo  negli  alloggiamenti  da  lui  falli 
presso  a  Sern.mo,  dove  mentre  s'aspetta  che  tra  loro  sac- 
cedesse la  battaglia  ,  fuor  dell"  aspettìzione  di  ciascuno  . 
vennero  lettere  da  Bernardelto  de' Medici  al  gonfaloniere 
Bernardo  Gherardi  la  seconda  volta  ,  come  per  opera 
sua  s'  era  falla  la  pace  ,  e  i  capitani  s' erano  visitati  e 
.ibbracciati  con  segni   grandi  d'amore   e   di   carità  insieme. 


72  DELL    ISTORIE    FIORExNTlNE 

Parendo  per  questo  al  conle  di  non  aver  più  a  dubitare 
de' falli  della  Marca,  riinanevagli  il  pensiero  del  regno,  ove 
il  re  Alfonso  di  tutte  le  palcrne  castella  l'avea  presso  clic 
spogliato.  Per  la  qual  avea  comandato  a' capitani,  che  con- 
ducessero r  esercito  verso  il  Tronto  ,  dov'  egli  dopo  che 
avesse  visitalo  la  moglie  a  Fermo ,  subitamente  appresso 
s' invierebbe.  Ma  non  era  ancor  di  Fermo  partitosi,  che  il 
Piccinino  contro  la  pace  nuovamente  fatta  prese  Tolentino, 
il  che  costrinse  il  conte  a  rivocar  l'esercito  a  casa,  a  fin 
(he  mentre  le  terre  del  Regno  già  perdute  riacquistar  vo- 
lta, quelle  che  nella  Marca  ancor  possedea  non  perdesse. 
Questo  nuovo  impedimento  tolse  del  lutlo  l'animo  a  Re- 
nato, che  le  cose  sue  dovessero  per  allora  prosperare  noi 
regno;  talché  vcggendo  perdersi  il  tempo  indarno  a  Firen- 
ze ,  dal  pontefice  e  dal  gonfaloniere  Gherardi  prese  co- 
mialo ,  e  messosi  in  sur  una  nave  grossa  de'Genovcsi  con 
quella  in  Provenza,  la  quale  era  di  sua  signoria,  si  ritornò. 
Nella  stanza  che  questo  re  fece  nella  città,  avendo  egli  di 
lungo  tempo  strettissima  familiarità  con  Andrea  de' Pazzi 
contralta,  trovo  che  un  nipote  di  lui  da  Piero  suo  figliuolo 
Katogli  tenne  a  battesimo;  e  quello  dfl  nome  suo  Rinato 
nomò;  e  l'avolo  del  figlioccio  armò  cavaliere,  il  quale  con 
tanta  orrevolezza  nato,  così  sono  strani  gli  umani  avveni- 
menti ,  come  a  suo  luogo  racconteremo  miseramente  morì. 
Ma  il  conte  tornalo  a  petto  al  Piccinino  ,  di  nuovo  con- 
trasse pace  con  lui;  la  quale  da  capo  dal  Piccinino  fu  rolla, 
avendogli  poco  dipoi  nel  gonfaloneralo  di  Manno  Tempe- 
rani  la  seconda  volta ,  tolto  Gualdo  e  Ascesi.  Il  pontefice 
lieto  per  veder  aperta  la  via  alla  ricuperazion  della  Marca, 
fu  ancor  molto  più  lieto  per  aver  avuto  avvisi ,  come  un'ar- 
mata di  otto  galee  da  lui  mandala  contro  infedeli,  con 
l'aiuto  d'  alcune  galee  de'Franzesi ,  e  del  gran  maestro  di 
Rodi  era  nello  stretto  incontratisi  con  quella  de'Turchi  ,  e 
venuto  con  esso  loro  alle  mani ,  benché  con  morte  di  dieci- 
mila cristiani ,  avea  nondimeno  tagliato  a  pezzi  quaranla- 
tieraila  Turchi,  onde  venne  a  cebbrare  una  solenne  messa 
iij  S.  Maria  del  Fiore,  rendendo  grazie  a  Dio  de'nimici  su- 
perali. Ma  nella  Marca  perche  il  Piccinino  si  era  in  Ascesi 
j-irmalato.  e  Ira  perchè  era  il  cuore  del  verno,  le  genti  sj 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  73 

ridussero  alle  stanze,  e  dieci  posa  alla  guerra  ;  la  quale  per 
quel  che  si  vedea  era  al  nuovo  tempo  per  crescer  maggior- 
menle.  Perciocché  il  pontefice  Eugenio  accorgendosi,  che 
i  Fiorentini  non  averebbono  patito  giammai ,  che  il  conte 
fosse  diserto  del  tutto,  essendo  venuto  l'anno  1443  notificò 
a  Cosimo,  a' signori ,  e  al  gonfaloniere  Francesco  Gherar- 
dini  di  quelli  della  Rosa,  com'  egli  volea  di  Firenze  par- 
tirsi; i  quali  per  profcrte  grandissime  che  gli  facessero,  noi 
vi  poterono  ritenere.  Volle  nondimeno  prima  che  partisse, 
il  6."  dì  di  grnnaio  con  le  consuete  cerimonie  consagrar  la 
chiesa  di  S.  Marco,  e  quella  di  S.  Croce.  Visitò  la  Nun- 
ziata, gli  Angioli,  S.  Maria  nuova,  e  S.  Piero  maggiore,  e 
il  d«  seguente  accompagnato  da  quindici  cardinali  e  da  tutta 
la  corte  ,  prese  il  cammino  verso  Siena ,  ove  si  fermò  poi 
iufino  a  settembre.  I.a  Repubblica  gli  deputò  sette  cittadini 
Andrea  de'  Pazzi,  Barlolommeo  Orlandini,  e  Donati  di  Cocco 
tutti  tre  cavalieri ,  e  Tommaso  Alberti ,  Niccolò  Giugni , 
Simone  Canigiani,  e  Niccola  Capponi  ;  i  quali  ad  accompa- 
gnarlo e  a  spesarlo  per  lutto  lo  stato,  e  a  lor  somirK)  po- 
tere di  onorarlo  avesscr  cura.  Ma  egli  volto  con  tutto  l'a- 
nimo alla  ricuperazione  della  Marca,  volendo  rimuover  le 
difiìcollà  che  questo  suo  desiderio  gli  poteano  impedire, 
conobbe  che  gli  era  necessario  rendersi  benivolo  il  re  Al- 
fonso ;  il  quale  se  non  nimico  per  T  addietro,  poco  amico 
per  l'inclinazione  mostrata  verso  il  re  francese  gli  po'ea 
essere  stalo.  I  Fiorentini  sentendo  queste  pratiche  per  tro- 
varsi preparati,  se  nuovi  mali  succedevano,  crearono  lor 
capitano  Pier  Gio.  Paolo  Orsino,  a  cui  venuto  a  Firenze  e 
a  casa  Cambio  de'  Medici  r  cevulo,  il  gonfaloniere  Gherar- 
dini  diede  il  bastone  del  generalato  il  di  quarto  di  febbraio, 
e  per  riconoscerlo  de'  servizj  infino  allora  fatti  e  per  ac- 
cenderlo a  portarsi  fortemente  e  lealmente  per  l'avvenire, 
i  capitani  di  parte  guelfa  un  ricco  elmetto  ,  e  un  cavallo  da 
guerra  coperto  di  broccato  gli  donarono.  11  papa  a  pacifi- 
carsi col  re  non  penò  troppo;  desiderando  il  re  poter  per 
mezzo  del  pontefice  far  allo  alla  successione  di  quel  regno 
nuovamente  acquistalo  Ferdinando  suo  figliuolo  bastardo  , 
e  sapendo  per  essere  quel  reame  feudo  della  Chiesa  quanto 
importasse  che  egli  da  lui  ne  fosse  investito ,  fu  per  que- 


7i  dell'istorie  fiorentine 

sto  al  gonfaloniere  Antonio  Boverelli  rapportalo ,  come  Ira 
il  pontefice  e  il  re  era  falla  la  lega  con  questa  coudizione  ; 
che  il  re  aiutasse  il  papa  a  far  ricuperar  la  Marca  dal  conte 
Francesco  ;  nò  guari  passò  dopo  la  lega  conchiusa  ,  che  il 
Piccinino  andò  a  trovare  il  re  in  Terracina  per  trattar  seco 
del  modo,  che  s'  aveva  a  maneggiare  quella  guerra;  ove  con 
grandi  accoglienze  e  onori  fu  ricevuto  ,  e  dal  re  per  segno 
d'  onore  nella  sua  famiglia  adottato.  E  la  deliberazione  presa 
fu ,  che  verrebbe  il  re  istesso  nella  Marca  con  potente 
esercito  subilo  che  le  biade  fossero  mature  ;  perchè  del 
tulio  il  conte  fusse  caccialo  da  quella  provincia.  Andasse 
intanto  il  Piccinino  innanzi,  e  con  quel  miglior  modo  che 
al  nimico  potesse  dar  noia,  attendesse  a  infestarlo.  Il  conte 
veggendosi  venir  addosso  così  gran  piena,  mandava  conti- 
nui messi  a  Venezia  e  a  Firenze  ,  perchè  alle  cose  sue  sov- 
venissero, avvertendo  quelle  repubbliche,  che  quando  il 
papa  e  il  re  lui  avessero  superalo,  congiuntosi  col  duca, 
addosso  a  loro  si  rivolgerehbono,  e  l'Italia  in  terzo  divi- 
derebbonsi.  Ma  né  il  Boverelli,  né  la  signoria  entrala  con 
Barlolommeo  Spinelli  se  ne  risolveva,  quando  un  accidente 
successo  a  Bologna  gli  animi  de'  Fiorentini  alle  cose  della 
Marca  intenti,  a' fatti  di  quella  città  tirò.  Francesco  Picci- 
nino ,  il  quale  in  nome  del  padre  reggeva  allora  quella  città, 
parendogli  la  grazia  che  Annibale  Benlivoglio  avea  co' Bo- 
lognesi esser  grande  ,  dubitava  non  da  quello  gli  fosse  un 
dì  tolto  lo  stato,  e  spegnerlo  non  osava,  sapendo  quello 
che  ebbe  a  intervenire  al  pontefice,  quando  dall'  OfTìda  suo 
ministro  fu  decapitato  Antonio  padre  d'Annibale  in  quella 
città.  Avvisando  dunque  far  meglio,  avendolo  sotto  vista 
d'andare  a  caccia  nella  rocca  di  castello  S.  Giovanni  coi 
due  de' Malvezzi  condotto,  di  quivi  in  Lombardia  nella 
rocca  di  Varano  il  mandò  prigione,  avendo  altrove  i  Mal- 
vezzi fatto  carcerare.  Ora  di  questa  prigione  il  Benlivoglio 
per  opera  d'alcuni  suoi  amici  liberatosi,  improvviso  a  cia- 
scuno a  Bologna  n'era  venuto,  dove  gli  amici  ragunati,  e 
il  popolo  all'arme  commosso,  e  con  quello  corsone  in 
piazza,  tostamente  e  il  Piccinino  avea  fatto  prigione,  e  alla 
patria  la  perduta  libertà  avea  riacquistato.  La  quale  per  po- 
ter conservare  ,  mandò  subito  a'  Veneziani   e  a'  Fiorentini 


LIBnO   VENTIDUESIMO-  75 

de' principali  della  città;  perchè  in  si  importarne  caso  di 
mille  cavalli  e  di  mille  fanti  Io  soccorressero,  e  la  città  di 
Bologna  nella  lega  ricevessero:  quella  città  alla  lega  in 
lutti  i  suoi  bisogni  dover  esser  sempre  fedele  e  amorevole 
promettendo.  Fu  subito  da'Fiorenlini  spedito  a  Venezia  Or- 
lando de'  Medici  per  consultare  se  si  dovcano  i  Bolognesi 
ricevere  nella  lega,  e  se  gli  aiuti  che  addimandavano  si 
doveano  lor  concedere.  La  quale  fu  da'  Veneziani  pronta- 
mente accettata,  ma  non  prima  pubblicata  che  all'uscita  di 
luglio  nel  gonfalonerato  di  Simone  Guiducci.  Così  gli  aiuti 
chiesti  a  loro  si  mandarono,  e  a  conservarsi  in  libertà 
caldamente  fur  confortati.  Co'  quali  aiuti  non  solo  vinsero 
Luigi  del  Verme  capitano  mandato  dal  duca,  tosto  che 
sentì  il  caso  di  Bologna,  per  conservar  almeno  la  rocca; 
la  quale  essendo  forte  e  ben  munita  dalle  genti  del  Pic- 
cinino ancor  si  lenea;  ma  preser  poco  di  poi  la  rocca 
medesima,  e  quella  come  nimica  alla  lor  libertà  aprirono, 
e  del  tutto  spianarono  infìno  alla  terra.  La  qual  cosa  dal 
Piccinino  sentita,  maravigliosamente  T  animo  suo  commosse, 
ancorché  poco  dipoi  il  figliuolo  scambialo  con  i  Malvezzi , 
i  quali  egli  lenca  prigione,  fosse  stato  liberato.  Ne  le  cose 
della  Marca  a  lui  erano  riuscite  molto  prospere  ;  conciosia- 
chè  il  conte  avea  preso  S.  Natòlia,  ove  molti  de'Braccie- 
schi  furono  uccisi,  e  Tolentino;  né  potendo  Niccolò  far 
profitto  alcuno  in  Toscanella  ,  ove  avea  messo  l'assedio, 
se  n'era  levato  e  ritiratosi  nel  ducato,  ove  col  re  s'avea  a 
congiugnere;  il  quale  mosso  finalmente  dal  regno ,  s' incon- 
trò presso  a  Norcia  col  Piccinino,  e  la  prima  opera  fatta  da 
questi  eserciti  insieme  congiunti  ,  ove  erano  tra  fanti  e  ca- 
valli ventiquattro  mila  uomini  armali,  fu  la  presa  di  Visso, 
La  venuta  d'  un  re  così  grande ,  e  così  valoroso  con  il  nu- 
mero di  tante  genti  tulle  feroci  e  esercitate  alla  guerra,  co- 
strinse il  conte  Francesco,  il  quale  non  avea  più  che  otto- 
mila soldati  a  ritirarsi  a  Fano  città  di  Sigismondo  Malatesta 
suo  genero,  avendo  in  tulle  le  terre  d'importanza  messo 
buoni  presidj  con  pensiero  di  sostenersi  tanto,  finche  l'eser- 
cito per  l'asprezza  del  verno  fosse  costretto  ridursi  alle  stan- 
ze; considerando  chejl  re  non  era  per  star  così  lungo  tempo 
fuor  del  suo  regno  in  quelli  paesi  ;  e  tra  tanto  tornò  a  sol- 


76  dell'istorie  fiorentine 

lecilare  i  Veneziani ,  e  i  Fiorenlini  a  porgerli  aiuto.  E  già 
in  Firenze  della  venula  di  sì  polente  esercito  non  poco  si 
dubitava,  trovandosi  privi  dell'Orsino  lor  capitano,  il  quale 
era  morto  in  Arezzo,  o  come  altri  dicono  a  Sansovino;  il 
cui  corpo  fallo  a  Firenze  condurre,  secondo  il  lor  costume, 
onorevolmente  in  S.  Maria  del  Fiore  fu  seppellito;  per  la 
qual  cosa  parve  ad  Antonio  Masi  nuovo  gonfaloniere  che  si 
dovesse  prima  sentire  dal  duca ,  come  egli  intendeva  que- 
sta guerra ,  e  se  era  per  continuare  nella  lega ,  o  se  pure 
sdegnalo  per  gli  aiuti  dati  a'Bolognesi  intendesse  esser  rotta 
la  pace;  perciocché  essi  erano  per  prendere  risoluzione  ai 
casi  loro  da  questa  risposta.  Il  duca,  il  quale  non  seppe 
mai  in  un  proponimento  lungo  tempo  star  fermo,  avendo 
veduto  il  genero  presso  che  consumalo  nella  Marca,  si  era 
pentito  d'aver  spinto  tanl' olire  a' danni  suoi  le  forze  del 
papa  ,  e  d'  un  re  potentissimo-  Per  il  che  e  co 'Veneziani 
e  co'Fiorentini  confermò  la  lega;  la  quale  fu  bandita  con  di- 
mostrazioni di  fuochi  e  di  feste  in  Firenze  il  18."  giorno  d'ot- 
tobre, e  mandò  prima  ambasciadori  al  re,  pregandolo,  che 
di  molestar  più  il  conte  Francesco  si  rimanesse,  e  contento 
d'  aver  lante  terre  al  pontefice  restituite,  lieto  e  glorioso  al 
suo  reame  si  ritornasse.  Ma  il  re  avendo  mandato  suoi  am- 
basciadori a  Filippo  scusandosi ,  che  per  gli  obblighi  che 
avea  col  papa  non  poteva  senza  mancar  alla  data  fede,  di 
quella  impresa  partirsi  ,  avea  tra  tanto  atteso  a  far  di  grandi 
progressi  in  quella  provincia  ;  dove  dopo  la  presa  di  Visso. 
avendo  passato  l'Appennino,  avea  preso  Monleraellone ,  e 
Monlecchio  ,  che  se  gli  resono;  il  cui  esempio  seguirono 
S.  Severino,  Matelica ,  Tolentino,  Macerata,  Appiniano, 
e  Monlefelilrano  ;  e  come  avviene  il  più  delle  volte,  quando 
le  cose  incominciano  a  prendere  volta ,  alla  perdita  delle 
terre  si  aggiunse  la  ribellione  de'  capitani  del  conte,  il  quale 
fu  abbandonalo  da  Pier  Brunoro,  da  Troilo,  da  Fiasco,  e 
da  Guglielmo  di  Bavera  tutti  antichi  suoi  capitani,  e  amici, 
co'  quali  venne  a  perdere  Fabriano  ,  Jesi,  Staffolo,  e  Masac- 
cio. E  quei  da  Cingoli,  da  Osimo,  e  da  Recanati  non  solo 
si  ribellarono  ,  ma  misero  a  sacco  i  presidj  del  conte  ;  nò 
il  Malatesla  suo  genero  mostrava  di  dover  continuar  lungo 
tempo  nella  fede  del  suocero,  raassimamenle  che   il  re  col 


LIBRO    VENTIDUESIMO.  77 

Piccinino  avvicinatosi  a  Fano ,  pareva  che  quivi  volesse  as- 
sediarlo. Ma  la  venuta  de' nuovi  ambasciadori  del  duca  man- 
dati al  re,  1'  essersi  conosciuta  difiìcoltà  non  piccola  in  as- 
sediar Fano  l'avvicinarsi  tullavia  il  verno,  e  l'avviso  che 
gli  aiuti  de'  V^eneziani  e  de'Fiorentini  s'accostavano  ,  fu  la 
salvezza  del  conte  ;  perchè  il  re  se  ne  tornò  nel  reame  ,  e 
quello  che  al  conte  sopraramodo  fu  caro,  messo  Pier  Bru- 
noro  e  Troilo  per  alcune  sue  lettere  in  sospetto  del  re , 
era  stato  cagione,  che  Alfonso  posto  loro  le  mani  addosso, 
amcndue  mandò  prigioni  in  Spagna  nella  rocca  di  Setabia, 
terra  posta  nel  contado  di  Valenza.  Liberato  il  conte  da  un 
travaglio  ,  ne  gli  rimanca  un  altro  di  congiugnersi  con  le 
genti  della  lega;  poiché  il  Piccinino  partitosi  il  dì  mede- 
simo di  Fano,  che  part'i  il  re  ,  e  passata  la  Foglia,  s'era 
posto  a  Monleloro,  luogo  del  contado  di  Pesaro,  non  con 
altro  intendimento,  che  per  vietare  che  queste  genti  non  si 
congiugnesser  col  conte.  Uscito  dunque  di  Fano  lo  Sforza 
a'  5  di  novembre,  essendo  in  Firenze  gonfaloniere  di  giu- 
stizia Giovanni  Benci ,  venne  alle  mani  col  Piccinino ,  il 
quale  dopo  aver  valorosamente  combattuto ,  restò  vinto  e 
sconfìtlo  da  lui ,  e  sarcbbesi  di  leggier  messo  fine  a  quella 
guerra,  se  non  fosse  sopraggiunlo  il  verno,  il  quale  co- 
strinse il  conte  dopo  aver  acquistalo  al  genero  il  contado 
di  Pesaro  ,  di  ridurre  i  soldati  alle  stanze.  Onde  nel  princi- 
pio dell'  anno  1444  il  Sinaonetta  se  ne  tornò  con  le  genti 
de'Fiorentini  in  Toscana,  e  da  Antonio  Serristori  primo 
gonfaloniere  di  quello  anno,  fu  del  suo  valor  commendato, 
e  con  molti  onori  ricevuto.  Nel  seguente  gonfalonerato  di 
Francesco  Venturi  mor'i  nella  città  Leonardo  Aretino,  uomo 
e  per  la  cognizione  delle  buone  lettere,  e  per  aver  lungi) 
tempo  esercitato  fedelmente  la  segreteria  de'  Signori  molto 
caro  a'Fiorentini.  Furongli  fatte  dal  pubblico  l'esequie,  e 
onorevolmente  in  S.  Croce,  ove  egli  volle  esser  seppellito, 
accompagnalo.  Fugli  in  su  la  bara  per  ordine  de'  Signori 
messo  il  libro  dell'istoria  sopra  del  petto,  e  la  corona  del- 
l'alloro in  capo  da  Giannozzo  Manelli,  il  quale  fece  ancor 
l'orazione  funerale,  non  per  ch'egli  fosse  stalo  versifica- 
tore, ma  perchè  non  parca  in  quei  tempi  che  la  virtù  degli 
uomini  scenziali,  con  altro  segno  si  potesse  meglio  onorare. 


78  dell'istorie  fiorentine 

Fu  il  suo  luogo  dato  a  Carlo  Marsuppiiii   aretino,  e  dotto 
uomo  ancor  egli ,  essendosi   la   fiorentina   Repubblica   per 
antico  tempo  maravigliosamenle  ad  aver  notabili   uomini  in 
si  fatto  esercizio  sempre  ingegnala.  Il  sepolcro  dell'  Aretino 
è  ancor  oggi  in  piede  di   marmo    fatto    da  Bernardo   Ros- 
sellino  scultore  fiorentino.  Ma  le  poche  molestie  che  si  ri- 
cevevan  di  fuori  incominciavano  nella  città   a    produrre   gli 
antichi  effelli,  avendo  alcuni  pochi  cittadini  preso   animo  a 
biasimare  i  governatori  del  presente  stalo.  Per  la  jqual  cosa 
parve  a  Cosimo,  e  agli  amici  suoi,  che  non  si  dovesse  più 
ritardare  a  darvi   rimedio.  Essendo  dunque   per  maggio  e 
giugno  uscito  gonfaloniere  di  giustizia  la  seconda  volta  Giu- 
liano Martini  Giicci ,  si  riprese  per  i  signori  collegi,  e  circa 
dugentocinquanta  cittadini  balia  di  poter  riformar  la  città  di 
squittinì,  di  gravezze,  e  d'altre  cose   necessarie.   Costoro 
tolsero  la  cancelleria  delle  riformagioni  a  Filippo  Pieruzzi, 
e  dalle  dieci  miglia  in  là,  non  avendo  a  uscir  del  contado 
il  confinarono.  Posero  a  sedere  per  dieci  anni  tutti  gli  ac- 
coppiatori fatti  nel  4.3,  e  con  essi  i  figliuoli  di  Iacopo  Ba- 
roncelli,  Neri  Viviani,  Bartolommeo  Fortini,  Francesco  Ca- 
stellani, con  molli  altri,  e  tutta  la  famiglia  de'  Serragli,  salvo 
che  Giorgio  figliuolo  di  Piero.  Confinarono  alle  Stinche  Gio- 
vanni Vespucci,  e  trassonne  infin   a   dieci  cittadini   che  vi 
erano  condennali  ;  i  quali  per  varj  tempi  in   diversi  luoghi 
confinarono.  Prolungarono  a  lutti  gli  altri  confinali  il  tempo 
de' loro  confini,  ristrinsero  il  nomerò  di  coloro,  i   quali  la 
signoria  aveano  a  creare  ,  e  a  molli  gli  uffici   rafTermaronc 
Deputarono  cinque  cittadini  a  Pisa  |ier  provedere  alla  con- 
servazione di  quella  città,   e  gitlarono   i  nuovi  fondamenti 
jier  accrescere  il  palagio.  Prese  poi  il  gonfalonerato  Sandro 
Bilioni,  nel  qual  tempo  il  Piccinino  non  solo  aveale  sue  genti 
rifatto,  ma  per  gli  aiuti  dal  papa  e  dal  re  ricevuti  incominciava 
ad  apparir  superiore  allo  Sforza;  onde  egli  faceva  di  nuovo 

sollecitare  in  Firenze  per  danari;  de' quali  bench' egli  fosse 
più  d'una  volta  sovvenuto,  nondimeno  non  potendo  per  que- 
sto interamente  a' suoi  bisogni  riparare,  era  da  capo  in  ma- 
nifesti  pericoli   condotto  ;  se  non  fosse   stato  nel   maggior 

dubbio  de' suoi  affari  dall' opportuno  favore  della  sua  amica 

fortuna  aiutato;  pcrciochc  il  duca  non  potendo  tollerare  con 


LIBRO  VENTTDl ESIMO.  79 

quieto  animo  la  rovina  del  genero,  avea  con  presto  rimedio 
scritto  al  Piccinino,  che  per  cose  importanti  dello  stalo  suo, 
fotta  tregua  col  conte,  a  Milano  ne  venisse,  e  in  suo  luogo 
Francesco  suo  figliuolo  capitano  di  quelle  genti  lasciasse-  La  qiial 
arte  benché  fosse  conosciuta  dal  Piccinino,  e  per  questo  in  su  1 
principio  mostrasse  di  non  voler  ubbidire  a' comandamenti 
del  duca,  allegando  come  in  ciò  si  trattava  dell'  interesse 
(le!  pontefice,  nondimeno  tirato  dal  divino  volere,  che  il  con- 
duceva a  morire  in  Lombardia,  deliberò  finalmente  d'ubbi- 
dire, e  lasciata  la  cura  di  quell'esercito  al  figliuolo  con  or- 
dine, che  essendo  richiesto  dal  conte  di  tregua  non  la  ricu- 
sasse, se  n'andò  a  Milano.  Lo  Sforza  perchè  Niccolò  si  fosse 
partito,  non  avea  per  questo  migliorato  le  cose  sue,  anzi 
avea  ultimamente  perduto  Castelficardo;  perchè  volle  tentare 
la  giornata,  la  quale  appiccò  con  Francesco  il  dì  23  d'ago- 
sto, giorno  reputato  prospero  e  felice  dal  conte.  Come  fu 
questa  battaglia  nel  principio,  e  quasi  presso  al  fine  tutta 
piena  di  molto  dubbio  per  gli  Sforzeschi,  essendo  il  conte 
istesso  slato  a  rischio  d'essere  ucciso,  e  avendo  avuto  bi- 
sogno di  armare  i  ragazzi  del  campo  con  lance  per  far  vista 
di  lontano  di  aver  delle  squadre  non  ancor  entrate  nella 
battaglia,  cosi  gli  fu  nel  fine  felicissima  affatto,  avendo  scon- 
fìtto i  nimici,  e  fra  il  gran  numero  de' presi  fattovi  prigione 
il  capitano  istesso,  e  il  legato  del  papa;  il  quale  della  li- 
cenza militare  mentre  egli  n'  è  menato  prigione,  non  gli  gio- 
vando dire  come  egli  era  cappellano  del  conte .  fu  villana- 
mente trattato  e  battuto.  Fu  la  preda  grandissima  desoldaii, 
e  il  capitano  alloggiò  la  sera  medesima  negli  alloggiamenti 
de'nimici,  e  Monteloro  presso  la  qual  terra  il  fatto  d'arme 
era  succeduto,  se  gli  rese  il  giorno  seguente;  dietro  la  quale 
in  pochissimo  tempo  se  gli  resero  Macerata,  S.  Severino , 
Cingoli,  Jesi,  e  finalmente  dopo  egregia  difesa  la  Serra  di 
S.  Quirico;  le  quali  novelle  udite  prima  dal  Biliolti,  e  poi 
da  Francesco  Berlinghieri  gonfaloniere  per  seltembre  e  otto- 
bre, fu  consiglio  di  Cosimo  de'Medici,  che  il  conte  con 
ogn' industria  procurasse  di  riconciliarsi  col  papa,  il  che  fa- 
cilmente, trovandosi  tanto  al  disopra  ,  conseguirebbe.  Alla 
qual  cosa  fnre  fu  confortato  ancora  dal  duca  e  da' Veneziani- 
iSè  il  papn  fu  duro  a  lasciarsi  a  questo  persuadere,  il  quale 


80  dell'istorie  fiorentine 

trovandosi  a  Perugia,  non  era  senza  timore  delle  cose  sue, 
nò  vedea  il  modo  come  potere  le  terre  perdute  così  tosto 
riacquistare,  non  meno  per  l'esercito  suo  rotto,  e  prigionia 
di  Francesco,  (he  per  lo  mancamento  di  Niccolò,  in  cui  ogni 
sua  speranza  avea  riposto,  e  il  quale  conosceva  per  unico 
capitano  da  paragonare  col  conte ,  il  quale  vedutosi  in 
Milano  aggirare  dal  duca,  e  sentila  la  rolla  e  presa  del  ti- 
gliuolo,  0  per  dolore,  o  come  alcuni  credettero  di  veleno, 
si  era  morto  in  una  villa  vicino  a  Milano  l'ottavo  dì  di  set- 
tembre. Fu  perciò  concliiusa  la  pace  in  Perugia  tra  i  mi- 
nistri del  papa,  e  del  conte,  essendovi  presenti  gli  amba- 
ssiadori  veneziano  e  fiorentino  con  questo  capitolo  princi- 
pale fra  gli  altri;  che  tutto  quello  che  il  conte  infino  a  mez- 
z'ottobre avesse  nella  Marca  ricuperalo  fosse  suo;  tutto  il 
resto  appartenesse  alla  giuridizione  di  S.  Chiesa.  Ma  per- 
chè vi  restavano  ancora  di  molte  difTerenze  da  decidere, 
se  ne  fece  rimessione  in  tre  cardinali,  e  in  Cosimo  de' Me- 
dici, e  Neri  Capponi,  per  opera  de' quali  ogni  contesa  (u 
finalmente  assettata.  Essendo  in  Firenze  ogn' uomo  lieto 
per  questo  accordo  ,  restava  di  pregare  Iddio  che  conce- 
desse la  pioggia  del  cielo,  perchè  i  contadini  poiessero  se- 
minare, essendo  durato  per  lo  spazio  di  cinque  mesi  con- 
tinui sì  grande  il  secco,  che  ne  pur  una  gocciola  d'acqua 
era  caduta  sopra  la  terra  ;  onde  con  grandissima  divozione 
fu  condotta  nella  città  la  tavola  di  S.  Maria  Imprunela;  per 
la  cui  intercessione  Iddio  mandò  la  desiderata  pioggia  ,  e 
potessi  attendere  alle  bisogne  de' campi.  L'ultimo  gonfalo- 
niere di  quell'anno  fu  Carlo  Federighi  dottor  dileggi.  Co- 
stui raffermò  la  lega  co' Veneziani  e  co' Perugini  per  dieci 
anni,  e  tolsesi  in  tempo  suo  per  raccomandato  Federigo  da 
Montefellro  nuovo  conte  d'Urbino.  Di  costui  molti  stima- 
rono che  fosse  padre  lìcrardino  della  Carda;  ma  Guid'  An- 
tonio da  Montefellro,  il  quale  fu  capitano  de' Fiorentini  Tan- 
no 1430  nell'impresa  di  Lucca,  o  per  i  costumi  e  valore  del 
giovane  ,  o  qual  so  ne  fosse  la  cagione ,  lo  reputò  sempre 
per  suo  figliuoio.  Per  la  qual  cosa  essendo  a  questi  dì  stalo 
ucciso  da'suoi  sudditi  Odd'Antonio  cot\te  d'Urbino,  il  quale 
a  Guido  come  suo  primogenito  era  succeduto,  fu  di  quello 
stalo  eletto  signore  questo  Federigo,  della  cui  amicizia  non 


LIBRO  VENTIDUESIMO.  81 

ebbe  mai  a  pentirsi  la  fiorenlina  repubblica.  Trovo  ancora 
in  questo  tempo  esser  passata  per  Firenze  una  processione 
di  più  di  cinquecento  persone  vestile  di  bianco,  le  qua(li 
erano  tutte  di  Valdelsa  simile  a  quella  del  99.  Segui  senza 
novità  alcuna  così  di  fuori  come  di  dentro  il  primo  gonfa- 
lonerato  dell'anno  1M5  di  Nerone  Neroni,  a  cui  succedette 
Giovanni  Corsini.  Avea  in  questo  tempo  il  re  Alfonso  dopo 
l'esser  restato  pacifico  signore  del  reame  di  Napoli,  dato 
moglie  a  Ferdinando  suo  figliuolo  Isabella  di  Chiararaonte 
nata  di  Tristano  conle  di  Cuperlino ,  o  d'una  sorella  di 
Cunertino,  0  d'una  sorella  di  Giovanni  Antonio  Orsino  prin- 
cipe di  Taranto,  barone  polenlissimo  in  quel  regno,  col  qual 
matrimonio  giudicando  di  lasciare  a  pieno  stabilito  il  nuovo 
regno  al  figliuolo,  e  volendo  per  questo  far  magnifiche  e 
splendide  nozze,  vi  concorsero  per  segno  d'onore  quasi 
tutte  l'ambascerie  de' principi  cristiani.  Perchè  la  Repub- 
blica vi  mandò  per  fare  il  medesimo  ufficio  insieme  con 
Nofri  Parenti,  Giannozzo  Manetti.  Il  quale  famoso  per  la  co- 
gnizione delle  lingue  e  dcllp  scienze,  e  gratissimo  a  quel  re,  il 
quale  sopra  tutti  gli  altri  principi  dell'età  sua  fu  amico  degli  uo- 
mini dotti,  avendo  il  Manetti  fatto  un'orazione  in  lode  delie 
nozze,  e  essendo  anche  poi  intervenuto  in  molte  dispute  con 
dottori  e  teologi  di  quel  principe,  diede  maravigliosamente 
di  se  da  dire  a  tutta  quella  corte,  e  fece  chiaramente  ap- 
parire a  ciascuno  quanto  ben  facciano  quei  principi  e  quelle 
repubbliche,  quidi  non  dandosi  presuntuosamente  a  credere 
che  la  sola  autorità  di  chi  manda  possa  dar  dignità  e  auto- 
rità a' ministri,  s'ingegnano  con  ogni  loro  studio  di  eleg- 
gerli tali,  che  col  valore  e  qualità  propria  possano  aggiu- 
gnere  splendore  e  grandezza  a  quelli  da  cui  sono  mandali. 
Come  avvenne  anco  appresso  per  allro,  che  essendo  venuta 
la  festività  del  Corpo  di  Cristo,  la  quale  in  quella  città  so- 
lennissimamente suol  celebrarsi,  voile  il  re  che  Giannozzo 
v'intervenisse,  siccome  in  festa  che  v'interveniva  la  per- 
sona sua  propria,  e  era  uno  di  quelli,  che  aiutava  a  por- 
lare  il  baldacchino  sopra  il  Corpo  del  Signore.  Vennevi 
l'ambasciadore  in  compagnia  di  tutta  la  nazione  fioreudiia 
con  grandissima  pompa,  ma  inteso  i  Genovesi  esser  messi 
innanzi  a  lui,  senza  far  motto  ad  altri  che  a'suoi  loslamenle 
Aìm.  VoL.  V.  6 


S2  dell'istorie  fiouentine 

a  casa  se  ne  tornò,  dicePido  non  voler  alla  sua  patria    tor 
quello,  che  egli  non  l'avea  dato.   Il   re  avuto  per  male  la 
partita  dell' ambasciadore  mandò  il  conte  di  Fondi  per  lui . 
ma  egli  dicendo  ;il  conte  non  esser  bene,   che  i  Genovesi 
censuarj  del  re  dovessero    a' Fiorentini  popoli    liberi   esser 
preposti,  e    clie    egli    era   tenuto    preporre  la  dignità  della 
sua  patria  alla  propria  vita  ricusava  d  andarvi,  nò  per  messi 
mandati  su  e  giù  si    vedeva,   che  egli   fosse   per  far  altro, 
infinchè  certificato  dal  re,  che  gli  si  darebbe   il   luogo    che 
gli  conveniva  andò  prontamente  a  far    il    suo    ufficio    nella 
processione,  che  olire  il  costume  sì  era  per  tal  conto  ritar- 
data, avendo  di  ciò  non  che    da  altri,  riportata   finalmente 
lode  dal  re  medesimo,  come  uomo  amatore  della  sua  patria 
e  d'animo  nobile  e  generoso.  Segui  il  gonfaloneralo  di  Nic- 
colò Giugni ,  noi  quale   per  un  tumulto   succeduto  in  Bolo- 
gna ogni  cosa  venne  a  turbarsi ,  e  da  capo  si  die  principio 
alla  guerra.  Erano  in  Bologna  due  famiglie  polenti,  dell'una 
delle  quali  Annibale  Bcntivoglio  ,  e  dell'altra  Batista  da  Can- 
netolo  eran  capi.    Annilìale,    la  cui    fazione    era  senz' alcun 
dubbio  superiore,  parea    che  se  ne  po'esse   star  sicuro  ,  si 
per  la  lega  fatta  co' Veneziani  e  co' Fiorentini  ,  quanto  alle 
cose  di  fuori ,  e  si  per  lo    parentado  fatto  in  casa  coi  Can- 
netoli,  avendo  a  Guasparri    fratello  di  Brilisla  data  una  sua 
sorella  per  moglie,  senza  che  egli  era  siato  della   lor  libe- 
razione cagione  ;  perciocché  erano  ancor  eglino  slati  prigioni 
del  Piccinino. 

Ma  non  è  vincolo  alcuno  si  grande  che  non  si  rom- 
pa ,  ove  la  cupidità  del  regnare  ,  o  dell'  esser  supe- 
riore all'altro  mette  in  campo  le  forze  sue  ;  conciossiacosa- 
ché 0  Batista,  o  Baldassar  Canneloli,  che  si  fosse,  non  po- 
lendo soffrire  questa  maggioranza,  prese  partito  di  levarsi 
Annibale  davanti ,  non  senza  intelligenza  del  dura  di  Mila- 
no, il  quale,  per  non  perder  la  prerogativa  d'esser  cagione 
di  tulli  i  liimulli  d'Italia,  doveva  per  quesl' effetto  mandargli 
ad  un  giorno  disegnalo  Italiano  Furiano  con  millecinquecento 
cavalli.  A  Canneloli,  non  prendendo  Annibale  di  ciò  guardia 
alcuna,  fu  facile  a  riuscire  il  lor  desiderio,  imperciocché 
condotto  egli  per  lor  procaccio  da  Francesco  Ghisilieri  al 
battesimo  d'un  suo  fanciullo  nel  ;empio  di  S.  Giovan  Bai- 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  85 

Usta,  il  dì  appunto  della  festività  di  quel  santo  per  fare  la 
scelleratezza  maggiore,  quivi  secondo  il  partito  preso  fu 
da'Cannetoli  insieme  con  due  de' Marescotli  assalito  e  uc- 
ciso; non  potendo  fuggir  l'infortunio  della  sua  famiglia,  es- 
sendo e  il  suo  padre  Antonio  ,  e  Giovanni  suo  avolo  tutti 
due  altresì  stati  uccisi  di  ferro.  Trovavasi  in  Bologna  am- 
basciadore  per  i  Fiorentini  Donato  Donali,  e  per  i  Vene- 
ziani Zaccaria  Trivigiano.  Costoro  in  sul  primo  rumore,  avendo 
ì  Cannetoli  dopo  l'uccisione  fatta  corso  la  città  gridando 
l'imperio  del  duca  ,  si  ritirarono  nelle  lor  case,  ma  sdegnato 
il  popolo  per  lo  tradimento  usato  verso  la  persona  di  Anni- 
bale ,  e  di  quello  fattosi  capo  Galeazzo  Marescotlo  fratello 
degli  uccisi,  gridando  libertà  e  lega,  non  furono  lardi  a 
vendicar  con  molto  maggior  crudeltà  l'ingiurie  de' morti. 
Nella  qual  cosa  e  dal  Trivigiano  e  dal  Donati  riceverono 
giovamento  grandissimo;  i  quali  usciti  fuori  con  le  loro  fa- 
miglie, e  introdotto  poco  dipoi  alcune  genti  delle  loro  re- 
pubbliche, le  quali  erano  presso  a  Bologna,  frenarono  fi- 
nalmente i  rumori,  e  al  Furiano  tolsero  l'animo  d' avvici- 
narsi a  quella  città.  Quasi  nel  medesimo  tempo  die  in  Bo- 
logna erano  questi  rumori  succeduti,  s'aperse  di  nuovo  la 
gwerra  nella  Marca,  il  che  dall'inquieto  animo  del  duca  pa- 
rimente ebbe  origine.  Costui  veggendosi  senza  capitano  pregò 
e  stimolò  tanto  il  conte  dopo  la  vittoria  acquistala  ,  che  sì 
fece  dare  i  figliuoli  del  Piccinino  ,  i  quali  a  Milano  venuti 
subito  d'arme  e  di  cavalli  e  d'ogni  cosa  necessaria  provve- 
dette.  Ma  non  gli  bastando  questi,  domandò  anco  al  genero 
Ciarpellone  ,  disegnando  di  volgere  a  quest'  uomo  tutta  la 
riputazione  della  sua  milizia.  Ma  lo  Sforza  ,  a  cu;  l' inquie- 
tezza del  suocero  era  nota,  e  il  quale  vedea  per  conseguente 
quanto  per  mezzo  d'  un  tal  capitano  avrebbe  potuto  trava- 
gliare tutta  l'Italia,  non  solo  non  glielo  diede,  ma  trovatolo 
colpevole  d'avergli  congiurato  centra,  il  fece  impiccare  per 
la  gola.  La  qual  cosa  recandosi  il  duca  a  sua  ingiuria,  fie- 
ramente s'accese  di  desiderio  di  vendicarsi  conlra  il  conte; 
e  trovato  che  Sigismondo  Maiatesta  si  era  sdegnato  col  me- 
desimo conte  per  essersi  egli  mostralo  grande  amico  di  Fe- 
derigo conte  d'Urbino,  pensò  essergli  corsa  l'occasione 
uroniissima  in  seno,  veggendocon  il  mezzo  di  costui  poter 


"84  dell' ISTGBIE   FIORENTINE 

facilmente  adescare   il   pontefice  a  nuove  speranze   di  ricu- 
perar la  Marca.  Ma  avendo  a  questa  volta   lacciuoli  a  dovi- 
zia, per  obbligarsi    maggiormente  il    pontefice,   prima   che 
delle   cose    della  Marca  gli  facesse  parlare  ,  acciò   non  mo- 
strasse,  che  quosto  egli  facesse  por  sdegno   che  avesse  col 
conte,  gli  propose    l'acquisto    di  Bologna,    promettendogli 
dal  canto  suo  aiuti    gagliardissimi   a  fargliela  ricuperare  ,  e 
dove  la  lega  vi  volesse  concorrere  ,  non  vi  dimostrava  difiì- 
cultà  alcuna.  Così  si  entrò  a  ragionar  di  lega   co' Fiorentini 
e  co' Veneziani  ;  e  il  papa  volea  ,  che  queste  due  repubbli- 
che e  il  duca  gli  pagassero  seimila  cavalli,  duemila  prrcia- 
scuno,  e  che  egli  ne  terrebbe  due  altri  mila  ,   co'  quali  fa- 
rebbe slare  ciascuno  in    p.ice.  I  Fiorentini    essendo   venuti 
in  dubbio  ,    che    il  papa  non  volesse  con    queste    genti  far 
guerra  al  reame  di  Napoli ,  di  che  essi  non   intendeano  vo- 
lersi impacciare  ,  risposero  ,    che  le    leghe  si   desideravano 
l)er  scemare  e  non  per    accrescer  le  spcje ,  ma  che  questo 
era  uno  star   continuamente    su  lo  spendere    senza  profitto. 
Perchè  la  cosa  non  ebbe    cfTcMio.  Allora  il  duca  propose  al 
pontefice  la  ricuperazion  della  Marca,  mostrandogli   come  il 
Malalesla  avea  sdegno    col  suocero;  e    come    essendo  quel 
signore  aiutato  ,  facilmente  gli  moverebbe  la  guerra.  E  per- 
chè il  duca  disponea  del  re  Alfonso  a  suo  modo,  per  l'a- 
micizia grande  che  era  infra  di  loro  ,  e  il  re  desiderava  più 
la  Chiesa    ch'i  il  conte   per   vicino  al  suo  stalo  ,    dispose  il 
re  a  confortart.  ancor  egli  il  papa  alla   medesima   impresa  ; 
anzi  amendue  i  loio  aiuti  gli  profersero  ,  nò  il  conte  fu  ab- 
bandonalo dalli  amici  suoi  ,  perciocché    avendo  fatto  inten- 
dere a' Veneziani  e    a' Fiorentini   i  preparamenti  che  si  gli 
facevano   contro ,   avea  avuto  promessa   d' esser  aiutato  da 
loro,  poiché  conlra  i  capitoli  della  pace  pochi  mesi  innanzi 
fermata,  e  con  poco  riguardo  dell' onor  loro  veniva  ad  esser 
travagliato.  Per  il  che,  e  nella  Marca,  e  in  Bologna  si  su- 
scitò la  guerra  di  nuovo,    essendo  dall' un    lato  il  papa,  il 
re,  e  il  duca;    dall'altro  i  Veneziani,  i  Fiorentini,  i  Bolo- 
gnesi, e  il  conte;  e  la  cosa  era  ordinata  in  modo,  che  dove 
il  conte  nella  Marca  dalle   genti   del  papa  e  del  re   doveva 
essere    assaltato,  Bologna  da  quelle  del  duca   doveva  esser 
combattuta.  Ma  parve  per  la  prima  doversi  soccorrer  Bolo- 


LIBRO    VENTIDUESIMO.  83 

gna;  perciocché  benché  il  Furiano  all'avviso  de'Canneloli 
in  Bologna  straziali  si  fosse  per  strada  arrestalo  il  duca 
nondimeno  vi  mandò  poco  dipoi  Luigi  da  S.  Severino  con 
cinquemila  soldati.  Per  la  qua!  cosa  Dardano  Acciainoli  gon- 
faloniere per  luglio  e  agosto  vi  mandò  Simonella  con  sei- 
cento cavalli  e  dugenlo  fanti;  il  quale  congiuntosi  con  gli 
aiuti  mandati  da' Veneziani,  il  furor  de' nimici  ripresero;  e 
non  fecero  cos' alcuna  succedere,  che  lo  stato  di  quella 
tillà  dovesse  alterare.  Nella  Marca  il  conte  era  uscito  in 
campagna,  e  avoa  comincialo  a  far  di  molle  correrie  in  su 
quel  di  Kiraini  e  di  Fano,  con  pensiero  sopralluUo  di  non 
far  congiugner  le  genti ,  che  si  diceva  che  il  duca  mande- 
rebbe in  aiuto  di  Sigismondo  ;  ma  veggerido  chea  mantener 
una  guerra  di  tanta  importanza  gli  facea  meslier  di  danari, 
lasciato  r  esercito  alla  cura  del  conte  d'Urbino,  e  d'Ales- 
sandro suo  fratello,  se  ne  venne  a  Firenze;  ove  ottenuto 
per  r autorità  di  Cosimo  quelli  danari  che  diceva  farli  di 
bisogno,  se  ne  tornò  nel  c.impo  ,  e  quivi  attese  a  condur 
la  guerra  avanti  con  successi  ora  prosperi  ora  avversi.  In 
Firenze  succedette  all'  Acciainoli  gonfaloniere  di  giustizia 
Cosimo  de'  Medici  la  terza  volta  ,  il  quale  veggendo  le  ri- 
formagioni  molto  intralciate ,  deliberò  che  si  rivedessero  e 
si  desse  loro  chiara  e  ottima  forma.  Alla  qunl  cura  propose 
otto  cittadini.,  la  metà  de' quali  erano  dottori  di  legge.  Co- 
stor  furono  Girolamo  Machiavelli,  Tommaso  Salvetti  da 
Pistoja ,  Domenico  Marlciii ,  e  Guglielmo  Tanagli.  I  non 
dottori  fur  Neri  Capponi  ,  Bernardo  Glierardi ,  Francesco 
Venturi,  e  Nerone  Neroni.  Prese  poi  il  gonfalonerato  Tom- 
maso Corbellini;  nel  qual  tempo  avendo  le  genti  ecclesia- 
stiche con  gli  aiuti  del  re  fatto  progressi  grandissimi  nelhi 
Marca,  costrinsero  il  conte  verso  il  fine  dell'anno  a  tornare 
un'  altra  volta  per  nuovi  disnari  a  Firenze,  ove  senl'i  oltre 
l'altre  terre  e  castella,  finalmente  essersi  perduto  ancor 
Fermo,  e  poco  dipoi  ancor  la  rocca,  la  quale  stinaava  ine- 
spugnabile, esser  pervenuta  in  poter  de'  nimici,  ne  rimaner- 
gli nella  Marca  d'  importanza  altro  che  Jesi  ;  dettcrgli  s't 
per  questo  danari  di  nuovo,  promettendo  egli  cose  gran- 
dissime per  potersi  preparare  per  lo  nuovo  tempo  alla  guer- 
ra; essendo   già  gli   eserciti  ridotti  alle    stanze.  In    questo 


R6  dell'  istorie  fiorentine 

tempo  i  Fiorenlini  per  via  d'  accordo  recuperarono  Modi- 
gliani da  Gtiidanlonio  signor  di  Faenza,  e  a  lui  certe  co- 
sclle  ch'egli  pretendea  restituirono.  Il  qual  signore  venne 
poi  nel  principio  dell'anno  1440  a  Firenze,  e  fatto  rive- 
renza alla  signoria  e  al  gonfaloniere  Galileo  Galilei  uomo 
jìcrilo  nella  scienza  della  medicina,  fu  scambievolmente 
da  quelli  volentieri  veduto  e  onorato. 

Aveano  in  questo  tempo  gli  Anconetani  guerra  con  quelli 
<la  Osimo;  e  desiderando  col  caldo  della  lega  di  potersene 
vendicare,  si  confederarono  co' Veneziani,  i  quali  senza  sa- 
puta dei  Fiorenlini  li  ricevettero  nella  lega,  promettendo 
«he  i  Fiorenlini  ratificherebbono.  La  qual  cosa  saputa  in 
Firenze  se  ne  fecero  molte  dispute  in  palazzo  ,  si  perchè 
non  parea  essersi  in  ciò  tenuto  quel  conto  della  Repub- 
blica che  si  conveniva,  e  sì  perchè  non  volevano  più  di 
quel  che  avevan  fallo  sdegnare  il  pontefice-  Contullociù 
per  non  entrare  in  differenza  co'V^eneziani  finalmente  rati- 
ficarono. 11  seguente  gonfaloniere  Ugolino  Mazzinghi  rice- 
vette con  grandissima  allegrezza  de'  cittadini  Antonio  Pie- 
rozzi  nuovo  arcivescovo  della  città,  essendo  nel  principio 
dell'  anno  morto  Andrea  appo  cui  quella  digniià  era  stata. 
Fu  lieta  la  creazione  di  costui  per  esser  cittadino  fiorentino 
benché  di  umil  condizione,  essendo  figliuolo  di  Niccolò  Pie- 
rozzi  notaio,  e  sì  perchè  alla  santità  della  vita  avea  aggiunto 
scienza  conveniente  a  tanto  grado:  era  per  professione  frate 
di  S.  Domenico,  e  uomo  tanto  lontano  da  ogni  sorte  d'  am- 
bizione, che  avendo  rifiutata  la  dignità  profertagli,  il  papa 
ebbe  a  mandargli  le  bolle  spedite  infin  al  convento  di  S. 
Domenico  a  Fiesole ,  richiedendolo  sotto  pena  d'ubbidienza 
a  voler  ricevere  il  carico  che  gli  era  stato  commesso,  il  che 
jiarvc  tanto  più  da  commendare,  quanto  che  alcuni  de'prin- 
cipali  cardinali  della  corte  aveano  importunamente  gravato  il 
papa  per  quella  chiesa.  Un  mese  dopo  la  venuta  dell'  arci- 
vescovo morì  nella  città  Filippo  Brunelleschi,  del  cui  nobile 
e  elevalo  ingegno  ottimo  testimonio  renderà  per  tulli  i  se- 
coli finche  starà  in  piede  la  memorabil  cupola  di  S.  Repa- 
rata. È  opinione  fra  gli  artefici  di  quest'arte  lui  essere  stato 
il  primo  il  quale  conosciuti  gli  errori  della  struttura  tede- 
sca, la  quale  in  suo  tempo  in  Italia  maravigliosamente  fio- 


LIBRO   VENTIDCESIMO.  87 

riva  ,  avesse  gli  antichi  ordini  de' Greci  alle  sue  prime  forme 
restituito  ;  per  le  quali  cose  fu  dal  popolo  fiorentino  giudi- 
cato degno  della  pubblica  sepoltura,  e  di  esser  chiamato 
dell'antica  architettura  restauratore,  come  in  S.  Maria  del 
Fiore  nella  memoria  che  di  lui  fece  la  Repubblica  chiara- 
mente apparisce.  Erasi  intanto  per  la  stagione  che  non  l'a- 
veva ancora  patito  riposata  alquanto  la  guerra  ;  quando  nel 
gonfalonerato  di  Giovanni  degli  Alhizi  in  ogni  luogo  si  venne 
a  desiare.  Ma  prima  per  sollecitudine  del  duca  si  senl'i  in 
Lombardia,  essendo  messo  in  speranza  per  via  di  trattato 
di  potersi  insignorir  di  Cremona  .  dove  subitamente  fece  vol- 
gere il  Piccinino;  il  quale  benché  avesse  tentato  in  vano 
d'averla,  prese  nondimeno  in  quella  mossa  Soncino.  I  Ve- 
neziani veduto  dato  principio  alla  guerra ,  mandarono  per 
dubbio  delle  cose  loro  alcune  poche  genti  alla  guardia  di 
Cremona,  dentro  la  quale  in  nome  del  conte  era lacopaccio 
da  Salerno  uomo  valoroso  e  fedele  al  suo  signore.  Costui 
uscendo  spesso  della  città  dava  di  grandi  molestie  al  campo 
de'nimici.  Nel  qual  modo  si  ruppe  la  guerra  in  Lombardia. 
Maggiore  e  più  gagliarda  era  quella  che  si  faceva  in  Ro- 
magna per  conto  di  Bologna  ,  ove  il  duca  avea  invialo  Gu- 
glielmo da  Monferrato  e  P.artolommeo  Coglione  ,  benché 
costui  per  sospetto  fosse  poi  richiamato  dal  duca  in  Lom- 
bardia, ne  molto  dappoi  messo  in  prigione,  e  in  suo  scam- 
bio mandato  Carlo  Gonzaga.  Questa  città  importando  alla 
lega  pur  troppo  che  ella  in  poter  del  duca  non  venisse,  nò 
i  Veneziani  né  i  Fiorentini  fur  tardi  a  soccorrerla,  da 
quelli  mand.'itovi  Taddeo  da  Esle  e  liberto  Brandolino,  da 
costoro  Guidanlonio  Manfredi  fatto  poco  innanzi  loro  amico 
come  si  disse,  e  il  Simonetta.  lì  medesimo  rumor  d'armi 
era  intorno  Pontremoli  molestato  da  Luigi  da  S.  Severino, 
e  da  Piermaria  de' Rossi  capitani  del  duca,  e  dalle  genti 
de' Fiorentini  a  lor  sommo  potere  difeso.  Maggior  di  tutti 
era  quel  della  Marca  per  esservi  la  persona  del  conte  ;  per 
cagione  del  quale  s'era  in  tante  parti  d'Italia  accesa  guerra 
sì  terribile,  e  spaventosa.  Era  stato  il  conte  per  conforti  di 
Cosimo  persuaso  a  passar  nel  ducato  con  qualche  speranza 
d'entrare  in  Roma;  dove  facilmente  con  la  prestezza  gli  sa- 
rebbe potuto  riuscire  di  fare   il  papa  prigione ,  ma   trovala 


88  df.ll'  isToniE  fiorentine 

queir  impresa  mollo  diversa  diiiropinione  di  chi  glie  l'avca 
proposta ,  era  sialo  costretto  ritornarsene  a  Fano  ,  sì  per 
guardar  le  cose  che  ancor  possedea,  come  per  ricorerar  le 
perdute,  quando  le  genti  del  papa,  che  dalle  fresche  e  dalle 
vecchie  ingiurie  era  stimolato ,  gli  vennero  addosso  con 
l' aiuto  del  re  ,  e  quello  fieramente  assalirono.  Nò  mollo  tempo 
[tasbò  ,  benché  avessero  in  vano  tentato  Jesi ,  che  acquisia- 
rnn  la  Pergola.  Fecero  che  gli  Anconetani  a  ritornare  alla 
devozione  della  Chiesa  si  disposero.  Costrinsero  il  conlc  non 
potendo  campeggiare  a  ritrarsi  ne' luoghi  forti,  e  di  lauto 
terrore  ogni  cosa  riempierono,  che  Alessandro  Sforza  dispe- 
rando dello  stalo  e  della  salute  del  fratello,  se,  e  Pesaro, 
ove  si  trovava  alla  guardia,  pose  in  mano  del  papa.  Il  «onte 
avvenga  che  da  cosi  fatte  percorse  fosse  gravemente  liallu- 
lo,  sentiva  nondimeno  magp,ior  travaglio  per  le  cose  di  Cre- 
mona e  di  Ponlreinoli;  onde  a' Veneziani  e  a' Fiorentini  di 
continuo  si  raccon'.andava  ,  che  in  Innle  disavventure  de'loro 
aiuti  non  fosse  abbandonato;  poiché  ili  quivi  la  comun  salute 
dipendeva. 

Erano  entrali  in  Firenze  i  nuovi  signori,  e  con  esso 
Joro  gonfaloniere  di  giustizia  Ruberto  Pitti.  Costoro  veg- 
gendosi  da  lanle  diftìcollà  circondati ,  avendo  in  un  me- 
desimo tempo  a  provvedere  a  molte  e  diverse  parti,  delibe- 
raroiio  mandare  a  Venezia  ,  sebben  vi  teneano  prima  Dome- 
nico Martelli  ,  Neri  Capponi ,  e  IJernardo  Giugni  per  dispor 
quel  senato  con  maggior  forze  al  soccorso  di  Cremona  ,  e 
non  fu  r  opera  indarno  ;  imperocché  dopo  molle  contese  si 
fermò,  che  si  snidassero  per  metà  dall'una  e  dall'altra  re- 
pubblica quattromila  cavalli,  co'quali  i  disegni  del  duca  si 
polrebbon  reprimere.  Per  le  cose  di  Bologna  e  della  Marca 
jiresero  altri  partiti,  perciocché  nella  Marca  aveano  disposto 
a  passar  a"ior  soldi  Italiano  Furiano,  e  Jacopo  da  Caivano  ; 
ma  costoro  essendo  stali  scoperti,  furono  presi  dal  palriar- 
ca  ,  e  mandali  prigioni  nella  Rocca  contrada  ;  ove  non  molto 
dopo  ad  amendue  fece  mozzare  il  capo.  Migliore  avvenimento 
ebbero  le  cose  di  Bologna;  perciocché  essendo  gare  e  dif- 
ferenze grandissime  Ira  Guglielmo  da  Monferrato,  e  Carlo 
<ìonzaga,  i  quali  si  trovavano  in  Castel  S.  Giovanni,  si  ten- 
(u  ro  tali  pratiche  con  Guglielmo,  che  introdotto  nella  rocca 


UBHO   VENTIDUESIMO.  89 

il  Brandolino,  e  quindi  fallolo  entrare  nella  terra,  non  solo 
si  riebbe  il  castrilo,  ma  vi  fur  falli  prigioni  la  miglior  parie 
de' soldati  del  Gonzaga;  e  egli  con  pochi  de'suoi  a  rifug- 
girsi a  Modena  fu  costretto-  Di  che  non  solo  nacque  lo  scampo 
de' Bolognesi ,  i  quali  riacquistarono  ancor  poco  dipoi  Ca- 
stelfranco, ma  fu  ciò  cagione  di  tutti  i  felici  successi,  che 
in  quelle  guerre  in  favor  del  conte,  e  delle  due  repubbli- 
che accaddero,  così  in  Lombardia  come  altrove  ,  conciossia- 
chè  i  Fiorentini  speditisi  di  questa  impresa  poterono  mandar 
Guidantonio  e  Simonetta  con  tremila  cavalli,  e  Gregorio 
d'Anghiari  con  mille  fanti  in  aiuto  del  conte;  e  i  Veneziani 
fatto  venir  le  lor  genti  nel  Bresciano  ,  le  fecero  congiugnere 
col  Culignola  lor  capitano  ,  per  esser  preste  a  quello  che 
bisognava  ,  sì  per  la  difesa  di  Cremona ,  come  di  combattere 
co' nimici ,  se  fosse  venuta  l' opportunità.  Con  tutto  queslo 
non  si  lasciava  di  procurare  ,  se  possibil  fosse  ,  che  senza 
proceder  più  oltre  ,  le  cose  ricevessero  qualche  composizio- 
ne ;  e  per  queslo  fu  mandato  al  re  di  Napoli  Bernardello 
de'Mcdici;  benché  imprigionato  in  Roma  dal  papa,  non 
ostante  il  salvocondotlo  avuto  dal  patriarca  ,  sotto  pretesto 
di  certi  danari  di  Monte  ,  (he  il  papa  dicea  dover  consegui- 
re,  avesse  alquanto  differito  il  bisogno  di  quell'ambasceria. 
Vollero  ancora  i  Veneziani,  che  Puccio  Pucci,  il  quale  era 
ambasciadore  appresso  di  loro  per  conto  della  Repubblica 
n'andasse  con  un  loro  ambasciadore  al  duca  per  tentar  di 
svolger  r  animo  suo  alla  pace ,  e  dal  gonfaloniere  Andrea 
Nardi  e  da'  signori  entrali  a  calen  di  scllembre  fu  accon- 
sentito. Ma  essendo  stati  poco  cortesemente  licenziati  dal 
(luca,  i  Veneziani  scrissero  al  lor  capitano,  che  se  gli  ve- 
nisse il  destro  ,  dtsse  addosso  a'  nimici.  Racconlasi  che  Puc- 
cio, il  quale  era  uomo  animoso  e  geloso  delia  riputazione 
della  sua  repubblica,  vedendosi  digerire  dal  duca  l'atidien- 
za  ,  il  qual  avea  fama  di  governarsi  a  punto  d'astrologi,  se 
n'era  molto  turbato  fra  se  medesimo;  perchè  mandalo  poi  a 
chiamare  dal  duca,  averli  risposto,  che  egli  non  era  accon- 
cio ad  andarvi  ,  perchè  se  era  venuto  il  punto  del  duca  , 
non  era  già  venuto  il  suo.  Erasi  il  Piccinino,  disperato  d'a- 
ver Cremona,  volto  a  Castiglione,  e  quello  insieme  con  Uli- 
celo  avea  preso  ;  quando  sentendo  che  Michelelto  volea  pas- 


90  dell'istorie  rions>(Ti?«E 

sar  Oglio ,  egli  sì  pose  a  Casal  Maggiore.  Ma  avvicinatosi  il 
nimico  a  quattro  miglia  vicino  al  suo  campo  ,    prese   partito 
di  mutare  alloggiamento ,  e  posesi  in  un'  isola  che   fa  il  Po 
sopra  Casale,  s'i  per  non  parer    affatto  d'aver  per  tema  ab- 
bandonato   Cremona ,  la    quale  per    un  ponte  verso    quella 
parte  fatto  potea  correre  e  predare  a  suo  modo  ;  e  sì  perchè 
il  luogo  era  assai  comodo    ad   esser  vettovagliato    di    verso 
Parma;  e  venia  fatto  forte  dal  fiume;  oltreché  egli  con  due 
bastie  e  con  l'artiglierie  l'avea  ottimamente  munito.  Il  Cuti- 
gnola  preso  S.  Giovanni  a  Croce,  deliberò  tentare  se  polca 
tirar  Francesco  a  combattere  ,  e  con  le  S(  hiere    fatte   se  ne 
venne  verso  i  nimici.  Francesco  avendo  fatto  armare  i  suoi 
più  per  cautela,  che  per  credenza  d'aver  a  combattere,  at- 
tendeva a  far  guardar  il  ponte  ,  onde  facilmenle  ributtava  i 
nimici.  Ma  acrortosi  il  Cutignoia    che  mentre  in    sul  ponte 
con  poco  profitto  si  scaramucciava ,  certi  saccomanni  con  al- 
cuni cavalleggieri  aveano  trovato  non  lungi  dal  ponte  il  guado 
di  passare  il  fiume,  e  che  già  molt' altri  il    passavano,  co- 
mandò che  per  quindi  si  ponesse  una  parte    dell'esercito  a 
passare,  con  ordine  che    ogn'uomo  d'arme  si    mettesse  un 
fante  in  groppa  per  valersi  di  là  del  fiume  della  lor  opera. 
I  nimici  si  volsero  ancor  eglino  in  quella  parte  ,  e    valoro- 
samente combattendo  ripignevano  spesso  i  Veneziani;  e  sa- 
rcbbesi  senz' alcun    dubbio    fatta  cosa  di  poco  giovamento, 
se  coloro  i  quali  erano  a'ia  guardia  del  ponte,    veggendo  i 
nimici  andar  tuttavia  passando  nell'isola,  con  stolto  consiglio 
non  avessero    abbandonato    il  ponte;  per    lo  quale  potendo 
passar  coloro  che  rimanevano  con  maggior  facilità  ,  non  eb- 
bero molta  fatica  a   superar    il  nimico  da  due    parti    accer- 
chialo. I  capitani  nimici    veggendo  le  cose  loro  spacciate  si 
salvarono    con  la  fuga    tenendo    la  via    dell'altro  ponte,    e 
quello  feccr  tagliare;  onde  in  poter  de' Veneziani  pervennero 
i  cariaggi  ,  e  una  parte  di  quelle  genti  ;  le  quali  chiusa  loro 
la  strada  di  potersi  salvare,    fur   fatti  prigioni    a  man  salva. 
Questa    vittoria   giovò   molto   alle   cose    del    conte  ;  il  quale 
avuto  r  aiuto  de'  Fiorentini  non  dubitò  di  andar  a  trovare  il 
patriarca,  che  assediava  Lunato,  sì  per  levarlo  dall'assedio, 
come  per  tirarlo  a  combattere.  Ma  il  patriarca  non  veggendo 
il  tempo  ,  convenne  far  quello   che  poco  innanzi  era  stato 


LIBRO    VE?(TÌDUESIMO.  91 

fallo  dal  conte,  cioè  ritrarsi  ne' luoghi  forti,  e  non  dar  al 
nimico  comodità  di  poterlo  sforzar  a  combattere.  E  benché 
avendolo  il  conte  sfidalo,  egli  avesse  accctlato  il  guanto  della 
battaglia ,  nondimeno  non  voile  per  conto  alcuno  uscire  da- 
gli alloggiamenti;  talché  tutta  la  fortuna  delle  cose  s'inco- 
minciò a  cangiare ,  imperocché  e  Alessandro  ritornò  al  fra- 
tello, e  egli  andato  in  quello  di  Pesaro  acquistò  Pozzo,  la 
Tomba,  Monteloro;  e  non  spaventato  dal  verno,  che  gli 
era  venuto  addosso  ,  essendo  già  entralo  il  mese  di  novem- 
bre, e  in  Firenze  avea  preso  il  sommo  magistrato  Domenico 
Pescioni ,  volea  per  assedio  in  ogni  modo  insignorirsi  di 
(Iradara,  castello  in  quel  paese  e  per  sito  ,  mura  ,  torri  ,  e 
per  esservi  dentro  un  molto  buon  presidio  di  fanti  forestieri 
giudicalo  fortissimo.  Mentre  pgli  con  tulle  le  sue  forze  at- 
tende ad  espugnar  Gradara  ,  il  Culignola  avendo  messo  in 
fuga  i  nimici ,  si  era  insignorito  di  tulio  il  contado  di  Cre- 
mona ,  e  benché  avesse  trovalo  alcuna  difficoltà  in  Soncino, 
l'avea  pur  costretto  ad  arrendersi  a' ministri  del  conle.  Quindi 
passato  in  Chiaradadda,  quella  avea  preso  tutta  in  fuori  che 
Crema,  onde  i  Veneziani  aveano  dal' ordine,  che  passala 
Adda  si  penetrasse  nel  Milanese.  Il  duca  fornita  Crema  e 
Lodi  ,  e  rifatte  al  meglio  che  potè  le  genti  rotte  nel  Cre- 
monese, avea  commesso  a  Luigi  da  S.  Severino  ,  che  atten- 
desse a  guardar  Adda.  Ma  il  Brandolino  a  cui  era  stala  com- 
messa la  cura  della  vanguardia,  trovata  difficoltà  a  passare 
il  fiume  per  forza,  si  volse  all'industria,  e  informalo  che  il 
fiume  si  polca  passare  verso  una  parte  che  fa  padulc  ,  la 
qual  non  era  guardala  ,  qui  volse  tutto  il  suo  ingegno  ,  e 
fallo  far  graticci ,  e  venire  molli  cavicelli  in  su  carri ,  per 
quelli  la  padule  ,  e  per  questi  fattone  un  ponte  d'aver  a 
passar  il  fiume  propose.  E  già  l'esercito,  venuto  il  sesto  dì 
di  novembre,  essendo  le  cose  a  ordine,  con  maraviglioso 
silenzio  era  cominciato  a  passare,  quando  scoperto  dal  ni- 
mico, Campanella  condotlier  di  Luigi,  subitosi  spinse  oltre 
per  vietare  il  passo,  ma  ributtalo  gagliardamente  da  quelli 
ohe  eran  passati,  e  egìi,  e  Luigi,  e  in  somma  tulle  le  genti, 
le  quali  erano  a  guardia  della  riva  abbandonarono  il  fiume, 
e  posersi  a  fuggire  ;  quali  in  uno  ,  e  quali  in  altro  castello 
cercando  di  ricovrarsi.  Per  la  qual  cosa  entrati   i  Veneziani 


92  dell'  istorie  fiorentine 

nel  Milanese  paese  abbondtinlissirao ,  e  di  ville,  e  d'uomini, 
e  di  bcsliarai,  e  d'ogni  bene  al  pari  di  qualsivoglia  altro  ri- 
pieno, quello  luUo  ingordamenle  predarono,  e  correndo 
senza  trovar  resistenza  alcuna  infino  alle  porle  di  Milano  , 
il  paese,  ma  mollo  più  il  duca  della  sua  iniquitezza  tardi 
pentitosi,  soprammodo  afflissero  :  arebbon  fallo  effetti  mag- 
giori, se  dalla  stagione  del  verno  non  fossero  stati  impediti: 
la  qual  cosa  porse  all'affannoso  animo  di  Filippo  per  allora 
alcun  riparo.  Ma  considerando  che  a  tempo  nuovo  egli  da 
capo  da' Veneziani  sarebbe  assalito,  e  che  tra  tanto  Gentile 
della  Leonessa  lascialo  a  Casciano  con  duemila  cavalli  e 
mille  fanti  ,  quando  il  tempo  il  permetteva  non  lasciava  di 
molestare  tulio  il  Milanese  ,  prese  partilo  di  ricorrere  a  di- 
versi principi  per  aiuto.  E  non  solo  al  re  Alfonso  suo  amico 
si  raccomandò  ,  mostrandogli  le  vittorie  de'  Veneziani  esser 
di  comnn  pericolo  a  tutta  Italia ,  ma  ricorse  anco  alle  forze 
forestiere ,  mandando  amhasciadori  al  re  di  Francia ,  e 
promettendo  di  restituirgli  Asti  ,  la  qual  terra  lungo  tempo 
avea  posseduta  ,  purché  in  tante  calamità  alcuno  aiuto  gli 
porgesse.  Nò  si  sdegnò  di  procurare  per  mezzo  di  Eu- 
genio di  riconciliarsi  la  grazia  del  conte ,  umilmente  pre- 
gandolo che  la  protezione  del  vecchio  e  cieco  suocero  ab- 
bandonar non  dovesse  ,  facendogli  lusinghevolmente  inslillar 
negli  orecchi  ,  che  se  non  per  rispello  del  duca  ,  almeno 
per  lo  proprio  suo  interesse,  a  cui  quel  principato  presto 
avea  a  ricadere  ,  sì  fatta  cura  prendesse.  Era  già  entrato 
l'anno  1447,  e  in  Firenze  avea  preso  il  gonfalonerato  Ber- 
nardelto  de' Medici;  quando  per  l'asprezza  del  verno  e  il 
conte  si  levò  da  Gradara,  e  le  genti  ecclesiastiche,  e  quelle 
del  re  si  ridussero  alle  stanze.  Essendo  le  cose  quiete  pa- 
rca che  da  ciascuno  si  attendesse  a  discorrere  qual  fine 
dovesse  aver  quella  guerra  la  stale  vegnente.  Né  si  credea 
che  il  re,  né  che  il  conte  medesimo  fosse  per  abbandonar 
Filippo ,  poiché  attendendo  il  conte  tuttavia  a  chieder  da- 
nari,  e  non  potendone  aver  quella  somma  che  desiderava, 
si  dubitava  che  avesse  almen  con  questa  scusa  a  prender 
un  dì  occasione  di  partirsi  della  lega.  Ma  la  poca  tema,  che 
si  aveva  di  Filippo  ,  togliea  anche  quel  tanto  rispetto  che 
al  conte  solca    portarsi;  e  i  Veneziani  si  sentivano    spesso 


LIBRO    VENTIDUESIMO.  93* 

andar  mormorando  ,  che  si  era  fatto  più  di  profitto  da'  lor 
capitani  in  due  mesi,  ohe  non  in  tanti  anni  dal  conte.  Anzi 
e' si  crede  ,  che  nò  a  Cosimo  fosse  dispiaciuto  che  il  conte 
si  fosse  congiunto  col  duca ,  non  solo  per  la  privata  amici- 
zia, ma  per  lo  comune  benefizio  d'Italia,  csislimando  egli 
esser  molto  me;;Iio  che  Io  sialo  di  Milano  pervenisse  in 
poter  d'un  principe  solo  ,  che  non  quello  alla  potenza  dei 
Veneziani  s'  aggiugnesse  ;  con  la  quale  si  sarebbono  in  modo 
ingranditi,  che  avrebbnno  posto  in  servitù  tutta  Italia.  Stando 
dunque  le  cose  in  questi  termini,  sopraggiunse  a"  23  di  feb- 
braio la  morte  di  Eugenio;  la  quale  da  coloro  che  gover- 
navano in  Firenze  fu  tenuta  buona  novella  ,  non  essendo 
quel  pontefice  per  i  favor  ch'essi  prestavano  al  conte,  verso 
loro  mollo  ben  disposto.  E  aspettandosi  con  sommo  desi- 
derio per  le  cose  che  correvano  qual  de'cardinali  dovesse 
essere  a  tanla  digniià  promosso  ,  vennero  alla  signoria  en- 
trata con  Lulozzo  Nasi  Icttrre  esser  stato  crealo  pontefice 
Tommaso  da  Sarzana  ,  non  stato  fallo  cardinale  prima 
che  l'anno  innanzi  a  questo,  e  pochissimo  tempo  prima 
fallo  vescovo  di  Bologna  ,  il  quale  Niccolò  volle  esser  chia- 
mato ;  ma  né  l' ignobililà  della  famiglia,  ne  il  ricordarsi  in 
Firenze  molti  averlo  veduto  repctilore  de'  figliuoli  di  Rinaldo 
degli  Albizi ,  ne  l'essere  per  sì  breve  tempo  dimorato  in 
qualche  fortuna  ,  gli  scemarono  punto  di  riputazione;  es- 
sendo per  altro,  e  per  dollrirta  ,  e  per  costumi,  e  per 
grandezza  d'animo  stimato  degnissimo  di  quel  grado.  Gli 
furono  per  questo  dalla  Repubblica  deputati  ambasciadori 
de' principali  cittadini  Agnolo  Acciaiuoli ,  Giannozzo  Pitti, 
e  Alessandro  degli  Alessandri  tulli  tre  cavalieri,  e  Neri 
Capponi ,  Giannozzo  Manelti  a  cui  fu  commesso  il  carico 
di  far  l'orazione,  e  Piero  de' Medici  figliuolo  di  Cosimo. 
Trovo  scritto,  che  costumando  i  pontefici  di  dare  a' Fio- 
rentini udienza  segreta,  cioè  nella  sala  del  Pappagallo, 
siccome  facevano  a  repubbliche  di  simili  qualità,  essendo 
usi  di  dar  l'udienze  pubbliche  agli  ambasciadori  degli  im- 
peradori  e  de' re  Niccolò  V  fu  il  primo,  il  quale  per 
onorar  la  Repubblica  ricevette  i  suoi  ambasciadori  nella 
sala  dei  re;  la  qual  cosa  quanto  passò  con  maggior  peri- 
colo   del    Manelti,  il  quale  ebbe  in  molle  cose  a  variar  la 


94  dell'  istorie  fiorentine 

forma  dell'orazione  da  lui  fatta,  tanto  dagli  uomini  dotti 
di  quel  secolo  gli  fu  a  maggior  lode  attribuita  ,  avendo  con 
maravigliosa  felicità  e  fama  di  memoria  il  suo  ufficio  for- 
nito. Andarono  i  medesimi  ambasoiadori  per  commessione 
della  Repubblica  a  trovare  il  re  d'Aragona,  il  quale  era  a 
Tivoli,  e  da  parte  de'Ioro  signori  gli  significarono,  loro 
intenzione  esser  di  volerlo  per  padre,  e  per  amico,  a'quali 
il  re  rispose,  che  nella  lega  che  egli  col  duca  di  Milano 
avea  fatta,  avea  serbalo  luogo  a' Fiorentini  ;  ma  da  quelli 
fu  replicalo,  che  senza  i  Veneziani  non  poteano  godere 
quel  benefizio  dal  re.  Conchiusesi ,  che  ciò  era  bene  trat- 
tarne col  papa ,  il  quale  tornati  gii  ambasoiadori  da  Tivoli 
prese  la  cura  di  praticarla.  Il  luogo  ove  s' avesse  a  trattare 
come  luogo  comune,  e  per  quel  che  altre  volte  s'era  fatto, 
fu  deputata  Ferrara,  chiamata  per  questo  dagli  scriltori  di 
quel  tempo  albergo  di  pace.  I  mezzani  doveano  essere  il 
cardinale  Morinense  legato  a  ciò  eletto  dal  papa,  e  il  mar- 
chese Lionello  figliuolo  del  marchese  Niccolò  ;  a  cui  morto 
nel  fine  dell'anno  1445  era  in  quello  stato  succeduto.  Ma 
per  questo  non  si  lasciavan  da  parie  le  cure  della  guerra  , 
perciocché  a  Lodovico  Verrazzani  nuovo  gonfaloniere  era 
stato  rapportato  ,  come  le  genti  della  lega  uscite  di  nuovo 
a'  17  di  maggio  in  campagna  aveano  fatto  danni  grandi  sopra 
lo  stato  del  duca  ,  presogli  Sonano,  Romanengo  ,  Brivio,  e 
molti  altri  luoghi,  aveano  corso  infino  alle  porle  di  Mila- 
no,  e  il  popolo  che  avea  ardito  d'uscirgli  contro,  fu  da 
loro  animosamente  infino  dentro  a  le  mura  ripinlo.  Nel  qual 
tempo  il  cardinale  Morinense,  il  quale  andava  a  Ferrara  per 
la  pace  ,  capitò  a  Firenze  ,  ove  fu  con  grandi  onori  ricevuto. 
Tra  tanto  il  re  veggendo  lo  slato  del  duca  tuttavia 
in  pericolo,  acciocché  mentre  la  pace  si  trattasse,  i  Vene- 
ziani affatto  di  Lombardia  non  s'insignorissero,  avea  deli- 
berato muover  guerra  in  Toscana  per  tener  divise  le  forze 
di  quelle  repubbliche  ;  sapendo  che  i  Veneziani  soli  non 
avrebbon  potuto  opprimere  il  duca.  Entralo  dunque  gonfa- 
loniere di  giustizia  Giovanni  Bartoli ,  ecco  fuor  dell' espet- 
tazion  di  ciascuno  venir  novelle  nella  ciità,  come  circa 
cento  fanti  erano  entrali  in  Cennina  castello  posto  nel  Val- 
darno  di  sopra,  e  quello  gridando  il  nome  del   re    d'Ara- 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  93 

gona  ,  mentre  i  terrazzani  erano  fuori  per  i  campi  a  lavo- 
rare ,  aveano  occupato.  Poco  prima  erano  ancor  giunti  avvisi 
come  Guidantonio  e  Astorre  Manfredi  acapiloli  che  aveano 
con  la  Repubblica  ,  non  avendo  riguardo,  s'erano  condotti 
a' soldi  del  duca;  nondimeno  essendo  in  Ferrara  le  cose 
della  pace  molto  ben  digerite ,  ove  intervennero  per  i  Fio- 
rentini Bernardo  Giugni  e  Neri  Capponi,  se  n'aspettava 
d'ora  in  ora  alcuna  buona  conclusione;  quando  si  seppe 
]ier  cosa  certa  il  duca  il  tredicesimo  giorno  d'agosto  essersi 
di  questa  vita  partito.  Voleva  ciò  non  ostante  il  legato  se- 
guitare innanzi  la  pratica  della  pace  ;  ma  i  Veneziani  ,  i 
quali  aveano  in  quel  tempo  acquistato  di  più  Lodi  e  Pia- 
cenza, si  mostrarono  sotto  varie  scuse  in  modo  alieni  da 
quella,  esistimando  esser  venuto  il  tempo,  che  facilmente 
si  poleano  di  tutta  la  f^ombardia  insignorire,  che  il  legato, 
e  gli  ambasciadori  de'  Fiorentini  ,  e  degli  altri  principi  veg- 
gendo  perdersi  il  tempo  indarno,  se  ne  tornarono  nelle  lor 
case  ,  lasciando  i  semi  vivi  delle  discordie  ;  e  fu  la  Lom- 
bardia variamente  molestata  dall'armi  de' Veneziani ,  e  del 
conte,  il  quale  sentita  la  motte  del  suocero  ,  condusse  il 
suo  esercito  in  quella  provincia.  Né  la  Toscana  stette  quie- 
ta,  ove  l'armi  del  re  Alfonso  s'incominciarono  a  sentire- 
Essendo  diinrpie  ogni  ragionamento  di  pace  tolto  via  ,  i 
Fiorentini  attesero  in  prima  a  ricuperare  Gemina,  essendo 
luogo  forte  di  sito,  e  atto  a  far  molti  danni  ai  paese,  e  dopo 
quindici  dì  la  riebbono  a  patti ,  avendo  però  fatto  impic- 
care alcuni  di  que' principali ,  per  opera  de'quali  si  credea 
quelli  fanti  esser  stati  condotti ,  imperocché  il  re  certificava 
tuttavia  i  Fiorentini  non  aver  con  esso  loro  cagione  di  contesa. 
Nondimeno  essendo  entralo  gonfaloniere  Puccio  Pucci  si  ve- 
deva, che  il  re  era  armato,  e  all'uscita  di  settembre  si  seppe 
che  egli  con  settemila  cavalli ,  e  quattro  mila  fanti ,  e  con 
guastatori  e  altra  gente  inutile  che  arrivava  al  numero  di 
quindicimila  uomini  avea  già  passato  Roma  ,  e  tuttavia  s'av- 
vicinava verso  Toscana.  I  Fiorentini  dubitando  noi  re  gli 
cogliesse  alla  sprovveduta  ,  crearono  subitamente  i  dieci  di 
balia.  Costoro  cercarono  di  mettere  quelle  genti  insieme  , 
che  più  poleano;  nel  principio  de' quali  preparamenti  una 
cosa  accadde  loro  prospera,  o  un'altra    avversa;    imperuC' 


96  dell'istorie  fiorentine 

che  il  Simonella  avendo  finito  il  lempo  della  sua  condotta, 
passò  con  mille  cavalli  a'stipendj  dei  re  ,  e  ii  conte  d'Ur- 
bino proffertosi  di  sua  libera  volontà  a' servigi  della  Repub- 
blica ne  venne  con  mille  fanti  e  sccenlo  cavalli  in  suo 
aiuto.  Olire  a  questi  provvedimenti  mandarono  ambascia- 
dori  a'Sanesi,  confortandoli  a  mantenere  la  loro  libertà; 
e  finalmente  essendo  già  il  re  a  Montepulciano  arrivalo  , 
spedirono  a  lui  oratori  Giannozzo  Pilli,  e  Bernardetlo  dei 
Medici  per  intendere  con  che  animo  veniva  verso  lo  stato 
de'  Fiorenlini ,  e  qual  cagione  lo  spìgneva  a  muover  lor 
guerra,  non  avendo  mai  i  Fiorenlini  contro  il  suo  stalo 
macchinato.  Costoro  esposta  la  loro  ambasciala  al  re,  eb- 
bero per  risposta,  com'egli  non  avea  mai  altro,  che  la 
quiete  d'Ilalia  desideralo,  e  per  questo  lui  essere  stato 
{)rincipal  cagione  ,  che  in  tempo  d'  Eugenio  la  pace  in  Fer- 
rara si  traltasse ,  ma  poiché  egli  avea  indubitatamente  co- 
nosciuto, che  non  il  duca  Filippo,  ma  i  Veneziani  erano 
quelli  che  volevan  turbarla ,  poiché  dopo  la  morte  sua  con- 
tinuavano nella  guerra,  e  intendevano  in  ogni  modo  d'in- 
signorirsi di  quello  stato,  il  quale  a  lui  come  a  erede  in- 
stituilo  dal  duca  apparteneva  ,  lui  esser  stato  costretto  per 
conservazione  delle  cose  sue  di  pigliar  l'arme  contro  dei 
Fiorenlini,  come  quelli  col  cui  aiuto  erano  i  Veneziani  en- 
trati in  quelle  speranze ,  sapendosi  per  tutta  Italia ,  che 
mentre  eglino  fur  soli ,  non  ebber  mai  potere  di  far  oltrag- 
gio a  Filippo.  Ne  altra  cagione  di  guerra  aver  co' Fioren- 
lini di  questa.  La  qual  cosa  se  punto  dubitassero  esser 
vera,  facesser  prova  di  spiccarsi  da' Veneziani ,  e  conosce- 
rebbero non  aver  amico  in  Ilalia  maggiore  del  re  Alfonso; 
il  quale  santamente  solca  le  sue  amistà  conservare  ;  così 
narrano  quelli  scrittori ,  i  quali  ebbero  cura  di  raccoman- 
dare alla  memoria  de'  posteri  i  falli  di  quel  re.  Fu  doman- 
dato dunque  dagli  ambasciadori  spazio  di  cinque  giorni  per 
consultar  questa  cosa  col  senato;  ma  non  venutane  altra 
risposta,  0  perche  non  paresse  onorevole,  ne  securo  alla 
Kepubblica  allora  romiier  la  lega  co' Veneziani ,  e  fare  la 
pace  col  re  ,  che  egli  era  entrato  armato  nel  suo  paese  ;  o 
che  pure  credesse  in  ogni  modo  non  essere  a  tempo  ciò 
che  si  facesse,  il  re  ruppe   manifcslamenlc    la    guerra.    E 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  97 

vcggendo  per  la  via  del  Valdarno  di  sopra  come  avea  prima 
disegnalo  ,  non  poter  far  cos'  alcuna  di  momento  ,  avendo 
i  Fiorenlini  riacquistalo  Connina,  e  provveduto  ottimamonte 
que'luoglii,  se  n'andò  all'uscita  d'ottobre  in  quel  di  Vol- 
terra, e  a' 10  di  novembre,  sotto  il  secondo  gonfalonorato 
di  Castello  Quaratesi ,  il  primo  luogo  che  occupò  alla  lio- 
pubblica  fu  Kipomcrancia,  il  quale  per  ispavenlo  degli  aliri 
permise  che  fosse  posto  a  sacco  da"  soldati.  Perciò  se  gli 
diedero  subito  quelli  di  Caslelnuovo,  ancorché  il  luogo  fosse 
forte,  e  da  potersi  difendere,  e  così  quelli  del  Sasso,  del 
castello  de' Rossi ,  e  di  Monlt-verdi.  Ma  non  trovò  poro  la 
medesima  facilità  in  Monlecastello  ;  per  la  qual  cosa  vi  pose 
l'assedio;  ma  tra  per  mancamento  di  vettovaglia  .  e  perchè 
si  levarono  fieri  e  impetuosi  venti ,  che  né  pur  dentro  i 
padiglioni  i  soldati  potevan  posarsi,  e  molli  si  trovarono, 
che  furono  dalla  forza  di  essi  portati  in  aria,  né  senza  le 
bombarde  era  speranza  di  potersi  avere  il  castello,  le  quali 
a  condurre  in  quel  luogo  era  rogito  malagevole  ,  il  re  fece 
levare  il  campo,  e  ordinò  che  s'andasse  in  Campiglia ,  per 
entrar  quindi  in  quel  di  Pisa  ,  allettato  dall«  promesse  di 
Fazio  e  di  Arrigo  conti  della  (Iherardesca;  i  quali  essendo 
nimici  de' Fiorentini ,  lungo  tempo  aveano  il  re  seguitato- Il 
quale  perchè  per  ogni  via  i  Fiorentini  molestasse,  avea  già 
dato  commessione,  che  tutti  i  loro  mercatanti  ,  e  qualunque 
altro  Gorentino  che  ribello  non  fosse,  fra  poco  spazio  di 
tempo  da'  suoi  paesi  dovesse  sgombrare.  Intanto  non  riu- 
scirono vane  le  promesse  de' conti  ;  avendo  il  re  per  la 
costoro  opera  preso  Montescudaio,  Guardistallo,  Bolgheri , 
la  torre  a  S.  Vincenzio,  e  Ripalbello.  Ma  non  gli  venne 
perciò  fatto  di  prendere  Campiglia,  la  quale  da  quelli  di 
dentro  fu  valorosamente  difesa.  Continuò  nondimeno  l'as- 
sedio per  buona  parte  del  gonfaloncrato  di  Bernardo  Ghe- 
rardi  la  terza  volta  primo  gonfaloniere  dell'anno  1448,  ma 
non  veggondo  segno  alcuno,  che  quelli  di  deniro  si  voles- 
sero arrendere  ,  e  essendo  la  stagione  asprissiraa  ,  fu  il  re 
costretto  ritrarsi  cinque  miglia  addietro  a  Portobaratto ,  sì 
perchè  quivi  era  fornito  copiosamente  per  la  via  di  mare 
dal  regno  di  ciò  che  gli  facea  di  bisogno,  e  sì  per  esservi 
l'aria  il  verno,  come  è  sempre  ne' luoghi  accanto  alla  ma- 
Amm.  Vol.  V.  7 


yS  dell'istorie  fiorentine 

rina,  più  temperala.  E  fece  gli  alloggiameiili  nel  colle  che 
sopiasla  al  porlo,  ove  l'aulica  Populonia  fu  edificata.  E 
Piombino  di  questo  luogo  non  più  che  tre  miglia  lontano; 
di  cui  in  qnel  tempo  era  signore  Rinaldo  Orsino  marito  di 
Caterina  Appiana:  la  quale  per  la  morte  di  Iacopo  suo  pa- 
dre senza  figliuoli  maschi,  di  cui  altrove  in  quest'opera  s'<'' 
fatto  menzione  ,  a\ea  quello  sialo  redalo.  Conosceva  il  re 
esser  questo  luogo  molto  opportuno  per  chi  volesse  far 
guerra  allo  stalo  de'Fiorenlini  ,  e  avendo  sentore  che  Ri- 
naldo per  aver  a  sospetto  la  potenza  de' Fiorentini,  non  stava 
mollo  bene  con  esso  loro  ,  stimava  facilmente  poterlo  lir.irc 
alla  sua  devozione  ;  ma  Rina'do ,  il  quale  come  uomo  perito 
delle  cose  militari,  sapeva  con  quanto  cattivo  consiglio  pel- 
le speranze  delontani  principi  s'acquista  l'odio  de' vicini: 
e  eragli  avanti  gli  occhi  fresco  I' esempio  del  conte  di  Po[)- 
pi ,  avca  fermo  nell'animo  di  non  dithiararsi  nimico  de'Fio- 
renlini,  ma  tenendo  diiigentcmente  guardato  il  suo,  as|>e(- 
tare  ove  le  cose  di  questa  guerra  a\ess(ro  a  riui^cire.  Per- 
chè vanendogli  il  re  armalo  intorno  le  muia,  gli  chiuse  le 
porte  in  sul  viso,  nò  fuor  d'alcuni  pochi  soldali,  e  quelli 
disarmati  pati  che  entrassero  nella  terra  ,  né  le  veltovagiic 
che  al  re  venivano  per  mare,  quando  poteva  lasciava  an- 
dare air  esercito.  Stando  il  re  in  queste  parti  gli  vennero 
avvisi ,  come  alcuni  soldati  mandati  da'  Fiorerilini  per  la 
guardia  di  Castiglione  della  Pesc;iia  gli  darebbero  la  terra: 
perchè  comandò  a  Simoneito,  che  con  le  sue  genti  vi  ca- 
valcasse; il  quale  avuta  la  terra,  subito  il  re  v'andò  con 
lutto  l'esercito,  rimanendo  il  sȓcondo  procinto  e  la  rocca, 
che  per  i  Fiorentini  ancora  si  lericano.  Dolse  profondamente 
l'avviso  di  questa  perdita  a"  Fiorentini,  considerando  che 
se  il  re  della  rocca  appresso  s' impaironiva ,  non  si  sarebbe 
(acciaio  per  un  pezzo  di  Toscana ,  esseiido  quel  luogo 
mollo  allo  a  tenerlo  abbondantemente  provveduto  dal  regno 
di  Napoli  di  ciò  che  gli  bisognava,  dove  convenendoli  stare 
tulio  dì  sotto  le  tende,  il  disagio  e  l'incomodila  l'avercb- 
bou  costretto  a  tornarsene  a  casa.  Speravano  nondimeno 
essendo  la  rocca  forte,  e  avendovi  dentro  alla  guardia  Ber- 
nardo Arinuhieri  lor  cittadino  ,  e  Sermanno  por  commessa- 
rio ,  che  fossero  per  tenersi.    E    tra    tanto  mandarono  con 


\  LIBRO   VENTIDUESIMO.  99 

gcnli  in  Maremma  di  Pisa  Bernardello  de'  Medici  e  Neri 
Capponi;  i  quali  accampatisi  intorno  Ripnlbcllo  il  preser 
per  forza  e  disfecerlo.  E  passalo  in  quel  di  Volterra  ricu- 
perarono Ripomerancic  e  molte  altre  castella  ,  quando  noi 
primi  giorni  del  terzo  gonfaloncralo  di  Manno  Temperani 
s'ebbero  novelle,  come  quelli  di  Castiglione  aveano  pat- 
tuito di  darsi  (Va  dicci  giorni,  non  venendo  loro  soccorso 
da' Fiorentini,  il  qual  soccorso  non  potendo  loro  esser 
^ato,  Castiglione  si  perde.  Ma  perchè  e' fu  opinione  che 
ciò  non  passasse  senza  mancamento  di  chi  ne  avea  la  cura, 
e  a  Bornardo  e  a  Manno  fu  dato  bando  del  capo.  Dopo 
la  presa  di  quel  castello  essendo  ancora  il  fre<ldo  grande  . 
benché  si  fosse  entralo  nella  primavera  ,  il  re  lasciato  pre- 
sidio sufficiente  a  Casli;jljone  ,  si  ritirò  ad  Acquaviva  ,  e  i 
Fiorentini  a  provvedersi  con  ogni  diligenza  diero  opera.  E 
avendo  inteso  come  il  re  avea  condotto  a'  suoi  soldi  Gi- 
sraondo  Malatesta  con  secenlo  lance  e  quattrocento  fanti, 
e  aveagli  prestato  infìno  alla  somma  di  trentamila  scudi  per 
averlo  in  quella  guerra ,  non  dubitarono  di  mand^irgli  Gian- 
nozzo  Manotli  per  tirarlo  a' servigi  della  Repubblica,  il  quale 
ricordandogli  l'antica  amicizia  de' Fiorentini  co' suoi  prede- 
cessori ,  e  le  grandi  comodità,  che  egli  potrebbe  sperare 
ogni  volta  che  ne  gli  venisse  bisogno  da  una  Repubblica, 
la  quale  avea  sempre  tenuto  conto  dei  vecchi  amici,  o  per- 
chè conoscesse  queste  cose  esser  vere  ,  o  per  imborsarsi 
oltre  i  danari  de' Fiorentini  la  pecunia  del  n  ,  finalmente 
piegò  a' conforti  del  Manetli,  il  quale  nel  secondo  gonfa- 
lonerato  di  Alessandro  degli  Alessandri  il  condusse  a' soldi 
del  comune;  la  qual  cosa  perciò  parve  ancora  a' Veneziani 
maravigliosa ,  che  tra  lui  e  il  conte  Federigo  d  Urbino  gravi 
nimistà  passavano  per  mezzo  ;  le  quali  furono  in  lulla  quella 
guerra  dall'industria  dc'commessarj  felicemente  tenute  cal- 
cate. Ora  essendo  il  conte  Federigo  in  quel  di  Pisa  ,  e  Gi- 
smondo  non  ancor  mossosi  dalle  sue  terre,  essendo  neces- 
sario accozzar  queste  genti  insieme,  fu  scritto  al  Malatesta 
che  ne  venisse  in  quello  d'Arezzo;  e  essendo  Neri  Cap- 
poni tra  questi  signori  buon  mezzano,  dopo  aver  compreso 
qual  era  l'intenzione  del  conte,  se  ne  andò  per  levare  ogni 
cagione  di  gara  e  di  contesa  in  Arezzo  ;    e    col    Malatesta 


100  dell'istorie   FIOREXTI^E 

convenne  d' accozrarsi  su  la  Cecina  Ira  Montescudaio  e 
Volterra.  Prese  ciiiscuno  il  suo  viaggio,  e  trovaronsi  final- 
menle  allo  Sptd.tlc'lo ,  ove  la  Repubblica  si  trovò  avere 
sollo  questi  duo  capitani,  e  altri  stioi  condottieri,  essendo 
commessari  del  campo  il  Capponi  e  Bernardetlo  de'Medici, 
cinque  mila  cavalli,  e  quattro  mila  Tanti,  e  infìno  a  mille 
guastatori.  Il  re  tra  questo  mezzo  con  l'esercito  |)iiiltoslo 
accresciuto  che  diminuito,  s'era  accostalo  a  Campiglia  ,  e 
quando  si  credca  che  volesse  campeggiar  quella  terra  ,  si 
volse  a  Piombino.  Era  Rinaldo  raccomandato  de'Sanesi,  e 
per  questo  fece  subilo  loro  intendere  lo  sialo  in  che  si 
trovava.  Ma  i  Sanesi  non  poUMido  soccorrerlo  con  le  forze, 
mandarono  in  favor  suo  ambasciadori  al  re,  i  quali  nulla 
operarono,  on  ie  egli  si  volse  a'Fiorenliiii.  Era  entrato 
gonfaloniere  di  giustizia  l,uea  Pitii  uomo  animoso  ,  e  per 
r  opera  usala  verso  il  patriarca  vernilo  in  qualche  rijìnla- 
zione  ,  la  quale  in  processo  di  tempo  cr- bbe  poi  grandis- 
sima, fiiubc  un'altra  volla  venne  a  cadere.  CdsIuì  col  con- 
senlimenlo  di  Cosimo  e  de' Dicci  deliberò,  che  a  Rinaldo 
si  dovesse  porgere  luUo  queir  aiuto  che  si  sarebbe  alle 
cose  proprie,  e  per  questo  e  per  terra  e  per  mnre  senza 
risparmio  o  tardanza  alcuna  gagliardamente  si  soccorresse. 
.\ndalo  l'ordine  in  campo,  parse  che  per  la  prima  cosa 
s'avesse  a  pensare  di  mandare  alcun  soccorso  a  Piombino, 
<•  non  [lotendo  per  la  via  di  lerra ,  avendo  il  re  fallo  una 
bastia  a  Capazuolo ,  fu  bisogno  pigliar  quella  del  mare,  e 
perchè  erano  lornate  di  pochi  di  di  Fiandra  due  galee  grosse 
della  Repubblica,  fu  dato  ordin£  che  con  due  altre  tosta- 
mente s'armassero,  e  trecento  fanti  con  polvere  ,  e  verret- 
toni ,  e  altre  monizioni  mellesser  dentro  a  Piombino,  il  che, 
non  essendo  allora  in  quc' mari  l'armala  del  re,  felicemente 
agli  8  di  luglio  venne  lor  fallo.  Ragionossi  appresso  del 
luogo  ove  il  campo  s'avesse  a  porre,  e  pareva  che  metten- 
dosi alle  macchie  di  Campiglia  fosser  certi  che  i  nimici 
ogni  volta  che  volessero  partirsi  per  terra  sarebbero  rotti, 
o  presi  al  sicuro.  Ma  non  essendo  ancor  comparito  Taddeo 
Manfredi  signor  d' Imola  ,  il  quale  morto  di  pochi  di  Gui- 
danlonio  suo  padre  era  slato  condotto  con  m'Ilcdugonto 
cavalli  e  dugenlo  fanti  dalla  Repubblica  ,  e  per  queeio  non 


LIBRO    VENTIDIESIMO.  101 

parendo  d'esser  sicuri  nel  piano,  si  ritirarono  ne' monli 
sopra  le  Caldane  un  miglio  presso  a  Campiglia  ;  luogo  il 
quale  da  chi  non  ha  provvisioni  per  acqua  ,  può  malagevol- 
mente essere  provveduto;  perciocché  qui\i  le  terre  circo- 
stanti son  rare,  poco  abitate,  hanno  cattive  acque,  e  so- 
prallntlo  mancano  di  vino;  il  che  era  slato  cagione,  che  poco 
meno  di  dugento  saccomanni  s'  eran  fuggiti  nel  campo  del 
re  ,  il  quale  dall'  armala  che  poco  avanti  era  venula  con  vet- 
tovaglia ,  da  strame  in  fuori  d'ogni  cosa  era  ollimamenle 
fornito.  Anzi  perchè  le  delicatezze  abbondassero ,  avendo  il 
re  i  suoi,  falconieri  fatti  venire,  si  condusse  per  quelli  a 
chieder  snlvocondolto  da' rommessarj,  i  quali  risposero,  che 
gliel'  avrebbor  dato  volentieri  ,  se  si  fosse  ad  altro  ,  che  alle 
starne  uccellalo.  Era  dunque  staio  eomme>;so  ,  che  le  ga- 
leazze provvedesscr  di  vettovaglie  il  campo  per  la  via  di 
Pisa.  Ma  scoperte  mentre  erano  Ira  S.  Vincenzio  e  porlo 
Barano  dall' armala  ri  già,  la  quale  si  trovava  nel  canale  di 
Piombino,  gli  usci  subilo  inconiro  con  grande  speranza  della 
vittoria.  Barlolommeo  Facio ,  il  quale  scrive  i  fatti  di  quel 
re,  dice  esser  stalo  sei  galee  e  Ire  navi  da  carico,  e  quelle 
piccole.  Il  Ciipponi  conforme  nel  numero  delle  navi  senza 
parlare  della  qualità  di  esse  ,  afi'erma  essere  st;ite  dieci  galee 
sottili.  In  cene  memorie  che  sono  appreso  di  me  d' incerto 
autore,  ma  le  quali  soglio  ritrovare  mollo  vere,  apparisce 
che  furono  sette  galee,  una  nave,  due  balenieri,  così  dice 
egli,  e  alcune  fusic.  Onde  io  crederò,  che  le  dieci  galee 
sottili  fusser  tra  fusle  e  galee  ;  e  così  s'a  vero  quello  che 
dice  il  Capponi,  e  per  avventura  il  Facio,  il  quale  volle 
molto  ingrandire  le  cose  di  quel  re  ,  altltia  scemalo  il  nu- 
mero de' legni  i)cr  far  maggiore  la  vittoria.  Le  galeazze  ve- 
duto l'armala  de'nmi  i  presero  la  via  del  mare,  acciocché 
lasciando  inverso  terra  da  man  manca  gli  avversarj ,  fossero 
presti  secondo  l'occasione  ,  o  a  dar  dentro,  o  a  ritirarsi. 
Quegli  del  campo  dc'Fiorenlini,  perciocché  l'uno  e  l'altro 
esercito  fu  spettatore  di  questa  pugna  ,  veggendo  le  lor 
galee  levarsi  n' ebber  piacere,  credendo  che  elle  si  ritiras- 
sero; slimando  che  con  quelle  del  re  per  nessun  conto  fos- 
ser  del  pari,  ma  poiché  a  capo  d' un'ora  videro  che  si  ri- 
volsono    a    quelle .   ne    fecero  cattivo  giudizio.  Nondimeno 


102  dell'istorie  fiorentine 

e' non  fu  mai  combiltiilo  in  mare,  né  con  (anta  ferocità, 
uè  con  virtù  in  sì  falla  disuguaglianza  pari  a  quella;  e  fu- 
rono i  Fiorenlini  lanto  lontani  dal  perdere,  che  in  sul  prin- 
cipio guadagnarono  una  nave  ria  carico  ,  e  credeltesi  che 
se  si  avesse  atteso  più  a  combattere  che  a  preilare  ,  che 
leggermente  ne  avrebbon  riportato  vittoria.  CorabaUessi  per 
più  di  cinque  ore  continue,  tanto  che  sopraggiunta  la  notte 
furono  perdute  di  vista,  nò  si  sspea  qual  delie  due  armale 
fosse  stata  superiore,  quando  la  manina  s' ebber  novelle 
due  galeazze  esser  stale  prese,  e  l'altre  due  campale  non 
senza  grande  uccisione  dall'una  parie  e  dall'altra.  Il  capi- 
tano de'nimici  fu  Garzilasso  Richisens  nobile  spagnuoln,  ma 
di  cui  si  conducesse  le  quattro  galeazze  de' Fiorentini  ap- 
presso ninno  autore  o  seiitlura  ritrovo  alcuna  notizia. 

Questa  rolla  la  quale  seguì  a'13  di  luglio  inlesa  dal  campo 
dei  Fiorentini  fece  perdere  aflalto  la  speranza  dei  rinfresca- 
menti,  onde  non  che  i  saccomanni  ,  ma  insino  a' più  prin- 
cipali incominciavano  a  mormorare,  che  non  era  da  star 
più  in  un  luogo,  ove  mancasse  il  vino,  l'acque  fosser  cat- 
tive, e  vi  s'ardesse  di  ealdo.  Perchè  fu  deliberato  il  par- 
tiri:i ,  e  per  non  perdere  il  tempo  indarno,  attender  tru 
lauto  alla  ricupera/ione  delle  castella  perdute  ;  sperando 
che  l'esercito  del  re  non  avrebbe  lungo  tempo  retto  in 
quel  paese,  ove  se  non  mancavano  i  viveri,  v'erano  in 
modo  cresciule  le  nialallie  per  la  cattiva  aria ,  che  nel 
tempo  della  state  in  quei  luoghi  si  genera,  che  pareva  tutto 
quel  rampo  appestalo,  e  già  s'ap])ressavano  a  mille  corpi 
morti  di  malattia  solamente.  Posesi  dunque  il  campo  intorno  a 
Monlcseudaio,  e  col  mezzo  delle  boirdjarde  grosse  falle  venire 
di  Pisa  si  riebbe  a  capo  di  dodici  giorni;  nel  qual  mezzo 
lempo  il  re  non  slava  a  bada,  tentando  con  spessi  assalti  le 
mura  di  Piombino,  e  non  lasciando  dall'altro  canto  di  proporre 
ogni  dì  nuovi  parliti  all'  Orsino  ,  perchè  alla  sua  divozione 
.si  volgesse;  de' quali  niuno  volle  mai  aceelt.ire.  I  Fioren- 
tini veggendo  un  re  potente  in  casa  loro,  il  quale  non  si 
soleva  per  leggicr  fatica  stancare,  sa|iendo  dopo  lunga  pa- 
cienza  e  oslinazione  a  capo  di  venti  anni  essersi  insigno- 
rito del  reame  di  Napoli  parie  così  nobile  e  principale  di 
Italia,  non  vedevano  ove  questa  guerra  si  avesse  a  riuscirò. 


LIBRO    VENTIDLESIMO.  {03 

E  come  nazione  più  che  qualsivoglia   altra  sollecila  ,   e  la 
la  quale  volle  per  antico  costume  che  l'abbondasser  sem- 
pre i  partili,  mentre  non  si  mancava   degli   uflìcj  apparte- 
nenti alla  guerra,  fece  tratiare  d'accordo;  e  mandato  al  re 
Bernardetlo  de'Mcdici  s'ebbe  questa  risoluzione;  che  ogni 
volta  che  la  Repubblica  gli    pagasse    cìnquanlamila    scudi  , 
e  non  s'impacciasse   de' fatti   di  Piombino,    egli    verrebbe 
pronlissinio  nell'amicizia  de' Fiorentini.  Concorrevano  la  mi- 
glior parte  de' cittadini  a  quest'accordo    come   meno    dan- 
noso ,  che  il  continuare  nella  guerra,  infuori  (he  Neri  Cap- 
poni;  le  cui  ragioni  furono  tali,  mostrando    egli  massima- 
mente, che  la  vicinità  d'un  re  tulio   ripieno    di   desiderio 
di  gloria  poteva  un  di  nuocergli  troppo  ,  rhe  fu  concliiuso, 
con  quella  costanza  che  il  re  soleva  gli  altri  slati  occupare, 
con  la  medesima  i  Fiorentini    il   lor   dominio   dover  difen- 
dere, né  per  conto  alcuno  doversi  piegare  a   far    pace  col 
re,  se  il  signore  di  Piom!)ino  nel  suo  stalo  non  rimanesse. 
Non  riuscito  dunque  il  fare  la  pace,  si  ricorse  ad  un  altro 
parlilo.  Aseano  i  Veneziani  non  mollo  tempo    prima  man- 
dato un  loro  ambasciadore    a    Firenze    per  vedere   di  con- 
durre a  comune  il  re  Renato  in  Italia  ,  acciocché  il  re  Al- 
fonso comune  nimico  travagliasse.  Ma  i  Fiorentini  conside- 
rando che  gli  interessi    de' Veneziani    erano   molto    diversi 
dai  loro  ,  imperocché  essi  ciò  facevano    per   insignorirsi    di 
Ajiiano  ,  nel  quale  il  re  pretendeva,  dove    i    Fiorentini  né 
r  imo  né  gli  altri  avrebber  voluto  di  quello    stalo  signori  , 
lasciarono  per  allora  la  pratica  sospesa.  Ma  sentendosi  ora 
indebitamente  tuttavia  travagliati  dal  re  ,  percioccl'.è  sebbenf* 
eglino  erano  in  lega  co'  Veneziani,  non  aveano  però  in  quel 
tempo  porto  loro  alcuno  aiuto,  e  il  desiderio  che  quel  du- 
calo pervenisse  in  poter  del  conte  Francesco   era  occulto  , 
spedirono  al  senato  Giannozzo  Manetli  per  vedere  di  tirar 
a\auti  quella  pratica  già  mezzo  addormenLila ,  acciocché  co- 
stretto il  re  a  difendere  il  regno  di   Napoli ,    di    molestare 
più  Toscana  si  rimanesse.  Intanto  gli  eserciti    attendevano 
a  tirare  innanzi  ;  il  re  a  infestare  continuamente  Piombino, 
quello  della  Repubblica  a  ballerc  Guardistallo ,  il  quale  ri- 
cuperalo che  ebbe  si  volse  a  Bolgheri ,  e  quello    per  trai- 
tato  ottenne,  e  poco  dipoi  entralo  gonfaloniere    Alamj.'iiio 


101  dell'  istorie  fiorentine 

Salvigli  la  seconda  volta,  ebbesi  a' 7  di  setlembre  per  simil 
mezzo  ancora  Monleverdi.  Essendo  per  queslo  le  strade 
fatte  libere  fino  a  Campiglia,  che  priraa  non  erano,  si  de- 
liberò che  si  dovesse  tornare  alla  macchia ,  sì  per  dar 
«nimo  al  signor  di  Piombino .  e  si  perchè  volendo  il  re 
psrlire  gli  fossero  addosso.  Il  re  o  dubitando  di  questo  , 
o  perchè  il  suo  campo  per  l'infermità,  e  per  molli  mortivi 
da  quelli  di  dentro ,  e  feriti ,  era  molto  mal  condotto , 
avendo  a  partirsi,  volle  far  l' ultimo  sforzo  per  veder  se 
con  r  impelo  d'  un  estremo  valore  il  suo  desiderio  gli  ve- 
nisse fornito. 

Avendo  per  questo  con  ornato  e  grave  ragionamento 
infiammalo  i  suoi  a  portarsi  ncll'  ultima  fazione  di  quel- 
r  anno  valorosamente  (perciocché  fu  quel  re  oltre  l'al- 
tre sue  virtù  molto  buon  dicitore  )  comparti  gli  uffici  tra  i 
più  grandi  dell'  esercito  con  maraviglioso  ordine.  A  Pietro 
di  Tardona  commise  che  con  l'artiglierie  grosse,  le  quali 
di  Niipoli  avea  fatto  venire,  attendesse  a  battere  la  fortezza 
di  terra  ,  la  quale  guarda  verso  oriente  ,  ove  i  d'i  addietro 
una  torre  con  parte  delle  mura  aveva  giltato  a  terra,  volle 
che  Inico  di  Ghevara  con  una  scelta  man  de' soldati  assa- 
lisse la  terra  di  verso  occidente-  Assoldati  forestieri  diede 
la  parte  di  tramontana  ove  è  la  porta  della  terra;  1'  armata 
commise  alla  virtù  di  Berlinghieri  Barile;  il  quale  per  la  via 
di  mare,  e  con  le  balestre,  e  con  ogn' altro  arlificio  i  Piom- 
hinesi  infestasse.  Ciò  fatto  ,  e  conforlato  ciascuno  a  pren- 
dere riposo,  comandò  ,  che  per  la  mattina  seguente  all'appa- 
rir drl  sole  sì  trovassero  tulli  apparecchiati  al  combattere. 
Venuto  il  di ,  e  essendo  il  re  primo  di  tulli  montalo  a  ca- 
vallo ,  fece  che  un  corpo  di  guardia  stesse  lungi  alquanto 
dalle  mura,  il  quale  se  i  nimiri  venissero  pnles.«e  soste- 
nergli tanto  che  egli  fosse  a  tempo  al  riparo  ;  mandali 
prima  innanzi  gli  scorridori,  i  quali  se  cos' alcuna  apparir 
vedessero,  subilo  al  re  i!  rapportassero.  Usala  questa  dili- 
genza comandò  che  con  le  trombe  si  desse  il  segno  della 
battaglia.  Rinaldo  Orsino  che  dai  preparamenti  il  giorno 
innanzi  fatti,  avea  compreso  qual  fosse  l' intendimento  del 
re.  si  era  maravigliosaraenle  apparecchialo  a  ricever  1' as- 
.«alto,  e  di  sassi,  e  d'artiglierie,  e  di  saeltume,  e  d'uorairà 


LIBSO    VENTIDUESIMO.  103 

nvca  diligentemente  inlorno  cinto  le  mura.  Alle  donne  avea 
commesso  che  con  pane  e  con  vino  i  lor  mariti    e    fratelli 
stanchi  del  combattere    rinfrescassero;    e   dove   conosceva 
esser    maggiore    il   pericolo,   ivi   i    più    animosi    e  valenti 
giovani,  ne' quali    egli    molla    fidanza  soleva    avere,   avea 
coraparlili.  Insomma  ninna  cosa  a^ea  a  dietro  lasciala,  che 
alla  difesa  d' nn  luogo,  quale  quello  era  si  appartenesse.  Gli 
Aragonesi  udito  il  cenno  con  gran  vigore  così  da  lerra  come 
da  mare  a  batter  la  lerra  cominciarono,  e  in  un  medesimo 
tempo  altri  lanciarsi  nel  fosso ,  altri  appoggiar  le  scale  alle 
mura,  e  altri  salir  su  per  quelle    si    vedeano  ;    mentre    dai 
tuoni  delle  bombarde  e  delle  grida,  così  digli  assalili   come 
degli  assalitori,  ogni  cosa  di  rumore  e  di  confusione  era  ri- 
pieno. Facevasi  ogn' opera  in  su  gli  occhi  del  re,  da  cui  e 
premio  e   vergogna  grandissima,  secondo  ciascuno   si  por- 
tava, era  certo  di  dover  conseguire;  per   la   qual    cosa  né 
Tessere  una  o  due  voile  a  dietro  ripinti,    o    a  terra  dalle 
mura  e  dai  merli  giltali,  purché  le  forze  servissero   a  reg- 
ger il  corpo,  giovava  a  tener  discosto  gli  assalitori.  Né  il  re 
mancava  punto  a  tanta  prontezza  de'  suoi  soldali ,  il  quale 
trascorrendo  in  ogni  luogo  accendeva  i  valorosi,  confortava 
gli  stanchi,  faceva  rilrar  della  lialtaglia  i  feriti ,  e  i  freschi 
e  gagliardi  in  luogo    di    quelli   mandando  ,   lutti  finalmente 
rincorava  e  lodava.  L"  Orsino  mostrando  il  pericolo  comune, 
se  i  nimici  su  le  mura    snlir   si   lasciassero;    e   ricordan-lo 
spesso  che  ora  non  da  Italiani  a  Italiani  si  combaKeva,  ma 
con  Catalani  gente  rapace  e  crudele,  é   cosa  incredibile  a 
dire  quanto  ciascuno  alla  difesa    commovesse;   perchè  noQ 
solo  r  artiglierie  s'adoperavano,  il  mcslier  delle  quali  non 
era  ancora  a  quella  perfezione  ridotto  che  ora  vediamo,  e 
le  saelle  e  le  pietre,  ma  quello  che  era  di  non  piccolo  danno 
agli  assalitori,  acqua  fervenlissima  e  calcina  viva;  la  quale 
passando  per  l'arme  e  colando  per  tutti  i  membri  delia  per- 
sona, soprammodo  l'ardimento  e  le  forze  de'nimici  ritardava. 
In  quella  parte  soprattutto  erano  malmenali  gli  Aragonesi, 
che  era  tocca  al  Cardona ,  battuti  da  un  muro  che  guardava 
loro  per  fianco,  ove  1'  Orsino  molli  buoni  balestrieri,  e  certi 
piccoli  pezzi  d'artiglieria  avea  rizzato;  i  quali  cogliendo  di 
mira  qualunque  di  salir  su  le  mura  s'  arrischiava,  pochi  fai- 


106  dell'  istorie   PinnENTINK 

lavano  rlie  non  uccidessero.  In  lanlo  pericolo  apparì  chiara 
la  virtù  di  due,  Gio.  Antonio  Possano  e  Caldora,  i  quali  con 
incredibil  valore  fur  veduti  combattere  su  le  mura  con  quelli 
di  dentro.  Ma  i  terrazzani  per  lo  contrario  erano  molto  slrelli 
da  quella  parte  che  combatteva  il  Ghevara,  essendo  di  lungi 
della  Fortezza  ,  e  nondimeno  e  Francesco    David   valorosa- 
mente combattendo  aveano  già  fatto  prigione,    e  Bernardo 
Slerlich,  e  Martino  Nuccio,  che  eran  montati  su '1  muro  vi 
avean  ucciso.  Concorrono  molti  scrittori  a  dire .  che  degna 
d'  ammirazione  sopra  tutti  fu  la  virtìi,  che  in  questo  assalto 
si  vide  di  Galeazzo  Bardassino;  il  quale  non  ostante  l'es- 
ser   tre    volte    stato    ributtato    dal    muro    sopra    il    quale 
era  salilo,  tornò  sempre  più  fiero    e    più    animoso    a  mon- 
tarvi   da    capo ,    e   sarebbegli  leggiermente   riuscito   d'  oc- 
cupar quella  parte,  essendo  uomo  d'incomparabili  forze,  e 
famo'^o  per  aver  \into  quattro    steccali    da  solo    a  solo,  se 
r  ultima  volta  che  egli  altaccalosi  a  un  merlo  era  già  vicini» 
a  lanciarsi  su  la  muraglia,  percosso  da  un  grandissimo  sasso, 
e  in  un  medesimo  tempo  mancandogli  quella  parte  del  mu- 
ro, ove  avea  posto  le  mani,  non  se    ne  fusse    insieme   con 
esso  rovinosamente  giù  caduto.  Mentre  in  questo  modo  Piom- 
bino si  combalte,  ecco  al  re  è    rapportato    che   s'incomin- 
ciava a  scoprire    la  cavalleria   de'nimici;  il  che  fu  cagione 
benché  si  fusse  certificato  essere  alcuni   pochi   cavalli,  che 
facesse    sonar  a  raccolta.   E    considerando  così  la  difiìcollà 
d'insignorirsi  di  Piombino,  come  perchè  ne  venia    tuttavia 
il  verno  quella  della  vettovaglia,  oltre   il  mancamento  delle 
sue  genti,  che  ogni  dì  erano  ile   diminuendo  .    deliberò   di 
partirsi  fa(  endo  la  via  fra  la  marina  e  lo  slagno.    Non   vol- 
lero i  Fiorentini  far  prova  di    seguitare    il    re,    o  per    non 
concitarsi  maggiormente  Io  sdegno  di  lui,   o  pur  seguendo 
quell'antico  precetto  militare,  che  non  si  debba  travagliare 
chi  va  via.  Giunse  Alfonso  con  le  sue  genti  molto  mal  con- 
dotte a  Castiglione    della   Pescaia,  ove  lasciò    buono  e  ga- 
gliardo  presidio.    Quindi    minacciando    che  a  tempo   nuovo 
tornerebbe  a  vendicarsi  dell'onte    de'Fiorentini ,    entrò    in 
quel    de'  Sanesi,  e    prima    in    Ansedonia,  e  poi    passalo    in 
qurl  del  papa  a  Civitavecchia  si   condusse,    ove  commesso 
all'esercito  che  per  terra  a  Napoli  se  n'andasse,  egli  mon- 


LIBRO    VENTIDUESIMO.  107 

tato  su  le  galee  a  fatica  dopo  molti  pericoli  a  Gaeta  per- 
venne, ove  sbarcato,  per  terra  a  Napoli  se  n'andò  ,  avendo 
conosciuto  per  isperienza  quanto  è  dìflìcil  cosa  superar  gli 
Italiani  quando  veramente  si  vogliono  difendere.  Appena 
erano  i  Fiorentini  dalle  molestie  del  re  Alfonso  liberi  re- 
stati, che  per  lettere  del  Manelti  udirono  le  risposte  che  i 
Veneziani  alle  lor  domande  facevano,  e  insiememente  i  suc- 
cessi sinistri  di  quella  Repubblica,  i  quali  perchè  meglio 
s' intendano  brevemente  dirò,  li  conte  Francesco,  il  cui 
animo  era  stalo  sempre  di  farsi  signore  di  Milano,  e  per 
questo  avea  con  tanta  pacienza  lungo  tempo  sostenuto  gli 
scherni  e  l'incostanza  del  duca  circa  il  dargli  la  figliuola 
per  moglie,  udita  la  morte  del  suocero,  oltre  che  da  quello 
prima  che  morisse  a' suoi  soldi  era  stalo  condotto,  non  penò 
a  partirsi  della  Marca,  e  a  prender  il  cammino  verso  Lom- 
bardia. E  come  uomo  savio,  e  il  quale  mollo  bene  le  sue 
forze  conosceva,  veggendo  che  volere  scoprire  questa  sua 
volontà  non  gli  tornava  a  profitto  alcuno,  massimamente  che 
i  Milanesi  a  volersi  reggere  in  libertà  protendevano,  si  con- 
tentò d'esser  capitano  de' Milanesi;  i  quali,  ribellandosi  tut- 
tavia molle  città  di  quel  ducalo,  intendendo  con  l'esempio 
loro  di  viver  libere,  o  a  lor  piacimento  altra  signoria  dover 
seguire,  avidamente  di  ciò  l'avcano  richiesto  In  fra  di  quelli, 
che  o  per  bonavoglia  o  per  forza  molti  luoghi  de'  Milanesi 
aveano  occupalo,  erano  i  Veneziani;  onde  il  conte  a  nome 
de' Milanesi  prese  la  guerra  con  quella  repubblica,  la  quale 
in  modo  guidò,  che  dopo  molti  luoghi  ricuperali  ,  e  molli 
notabili  danni  a  quella  fatti,  finalmente  aveva  dato  loro  una 
rotta  grandissima,  e  maggiore  di  tulle  l'altre  a  Caravaggio, 
per  cui  i  Veneziani  forte  storditi  rimasero,  e  all'aiuto  dei 
Fiorentini  fur  coslretli  ricorrere,  a'quali  infino  allora  coi 
solili  loro  vantaggi  procedendo,  poco  aveano  curalo  di  sod- 
disfare; perciocché  domanrlando  i  Fiorentini  che  essi  il  re 
Renalo  con  quattromila  cavalli  e  duemila  fanti  soldassero  , 
finche  egli  in  Lombardia  dimorasse,  aveano  risposto  non  più 
che  con  due  mila  cavalli  senz' alcun  numero  di  fanti  volerlo 
condurre.  E  ciò  fare  con  patio,  che  con  ninno  i  Fiorentini 
far  lega  potessero  senza  averne  prima  il  lor  consentimento 
impetrato.  Volevano  appresso  i  Veneziani  che  di  nuovo  la  lega 


i08  dell'istorie  fiorentine 

in  fra  (li  loro  si  confermasse,  accennando  che  accadendo  che  il 
conle  Francesco  di  Milano  s'impadronisse,  eglino  con  il  conle 
come  erede  del  duca  con  l'aiuto  de'Fiorcnlini  l'arme  pren- 
der potessero,  non  avendo  a  mente,  come  il  Manetti  diceva, 
che  la  lega  era  stala  falla  per  conservazione  degli  stali,  e 
non  per  dar  travaglio  e  molestia  a  chicchessia.  Contultociò 
i  Fiorentini,  i  quali  infino  a  quest'ora  da  che  il  conte  andò 
in  Lombardia  in  cos'  alcuna  di  quesla  guerra  s'  erano  trava- 
gliati, sì  perche  da  niuna  delle  parti  erano  siali  ricerchi,  e 
essi  erano  occupati  nella  guerra  del  re;  e  sì  per  la  ragion 
della  della  lega,  non  vollero,  essendo  ora  rcst;tli  liberi  dal- 
l' arme  regie,  mancare  in  sì  importante  occasione  a'  bisogni 
di  quella  repubblica  ,  e  mandaronle  Gismondo  Malalcsia 
con  duemila  cavalli,  e  Gregorio  d'Anghiari  con  mille  fanti, 
non  perchè  avessero  mutalo  volontà  verso  il  conte,  ma  per- 
chè così  portavano  i  tempi  e  gli  obblighi  che  per  allora  far 
si  dovesse.  Ma  accordatisi  i  Veneziani  col  conle,  il  quale  dai 
Milanesi  diceva  esser  mal'.ratlato ,  e  obblifialisi  ad  aiutarlo 
infmchè  acquistasse  Milano,  e  i  Fiorentini  dall'altro  canto 
non  piìj  per  ora  del  re  dubitando,  cessarono  le  pratiche  di 
condurre  Renato;  e  il  Manetli  a  casa  fu  richiamato;  avendo 
caro  i  Fiorentini  che  il  conle  con. il  mezzo  delle  forze  dei 
Veneziani,  benché  non  sperassero  quesla  amicizia  dover 
lungo  tempo  durare,  dello  stalo  di  Milano  s'insignorisse. 
Venne  poi  alla  cillà,  essendo  Agnolo  Acciaiuoli  gonfalo- 
niere di  giustizia,  Rinaldo  Orsino  per  ringraziare  i  signori, 
i  quali  con  tanto  loro  dispendio  in  signoria  l'aveano  man- 
lenulo,  promettendo  infm  che  ritenesse  lo  spirilo  non  mai 
dover  esser  ingrato  di  così  illustre  beneficio  ricevuto  dal 
popolo  fiorentino.  Fu  non  solo  volentieri  veduto  da  tulli  i 
citladini,  e  accarezzalo  e  onorato  grandemente  per  lo  va- 
lore da  lui  mostralo  in  quella  dilesa,  ma  il  condussero  per 
un  anno  con  1500  scudi  il  mese,  sì  perche  quella  guerra 
gli  avea  tulio  T  entrale,  e  sì  perchè  stando  egli  a  Piombino 
tenesse  con  le  sue  genti  corti  quelli  di  Castiglione,  sicché 
i  terreni  de'Fiorcnlini  non  danneggiassero.  Vennero  simil- 
menle  in  questo  tempo  ambasciadori  del  conte  Francesco , 
e  in  pubblico  alla  signoria,  e  in  privalo  a  Cosimo  de'  Me- 
dici, pregandoli  d'  aiuto,  poiché  con  tanto  giusto   titolo  si 


LIBRO    VKNTIDtESIMO.  109 

era  mosso  alla  guerra  di  Milano;  il  quale  a' figliuoli  nati  di 
lui  e  di  Bianca  figliuola  del  duca  Filippo  ragionevolmente 
s'apparteneva.  Sovvcnnclo.  come  alcuni  scrivono,  la  nuova 
signoria  uscita  il  primo  dell'anno  1i49  sotto  Ugolino  Mar- 
telli, di  venti  o  venlicinquemila  scudi,  ma  molto  maggior 
somma  si  crede  essere  slata  quella  che  da  Cosimo  gli  fu 
presiata  ;  co' quali  danari  e  con  altri  aiuti  si  volse  tutto  a 
proseguir  la  guerra  milanese-  11  Simonetta  non  fa  menzione 
che  il  conte  fosse  stato  a  questa  volta  da' Fiorentini  di  da- 
nari aiutato,  se  non  rhe  essi  gli  mandarono  per  ambascia- 
dorè  Alessandro  degli  Alessandri  a  scusarsi  se  per  la  guerra 
già  due  anni  col  re  avuta,  porgere  alcun  aiuto  non  gli  potea- 
no,  ma  che  desideravano  bene  rhe  l'Alessandri  appo  Ini  e 
il  suo  esercito  sempre  dimorasse,  acciocché  almeno  con  que- 
sta dimostrazione  e  .noscessc  ciascuno  questa  guerra  esser 
approvata  e  fatta  col  giudizio  e  consentimento  de' Fiorentini. 
La  città  in  quanto  a  se  rimase  quell'anno  vota  di  guerra, 
conciossiachè  il  re  attendesse  a  dar  favore  a' Milanesi.  Onde 
nel  seguente  gonfaloncrato  di  Tommaso  Soderini  si  fecero 
alcune  provisioni  convenienti  a'  tempi  di  pace,  imperocché 
veggendo  the  molli  disordini  procedevano  dal  rendere  i  par- 
lili con  le  fave  scoperte,  fu  fatta  una  legge,  che  per  nessun 
conto  per  l'avvenire  scoperte  dar  si  dovessero.  Fu  dato  or- 
dine che  si  raffrenassero  l'immoderate  spe?e,  che  si  facean 
per  conto  degli  ornamenti  delle  donne.  E  perchè  la  peste 
incominciava  ad  essere  in  Firenze  grandissima,  ordinò  l'ar- 
civescovo, che  si  facessero  processioni  per  sei  giorni,  pre- 
gando oltre  a  ciò  Iddio  per  la  pace  d'  Italia,  come  avea  fatto 
fare  il  pontefice  in  Roma.  A  tempo  di  Niccolò  Giugni  gon- 
faloniere la  seconda  volta  si  celebrò  in  Firenze  il  capitolo 
generale  de'  frati  di  S  Francesco,  ove  più  di  mille  religiosi 
di  quell'ordine  convennero,  a  cui  donò  la  signoria  fiorini 
mille  per  le  spese.  Canlossi  una  messa  molto  solenne  su  la 
ringhiera  de' signori,  dopo  la  quale  predicò  con  mirabil  con- 
corso fra  Ruberto  Caracciolo  cittadino  illustre  della  mia  pa- 
tria, e  (la  un  fratello  del  quale  per  canto  di  madre  trasse 
origine  lo  scrittore  di  queste  istorie.  Piero  Davanzali  gon- 
faloniere per  luglio  e  agosto,  non  so  io  che  cos' alcuna  par- 
licolarmenle  si   facesse,   se   non  che  la  pare  più  volle   col 


110  dell'istorie   FIOBENTINE 

re  trattala  non  obhc  mai  effeilo,  instando  egli  sempre  che 
Piombino  nella  pace  non  fusse  compreso,  il  che  la  Repub- 
blica non  volle  mai  acconsentire.  Nel  gonfalonerato  di  Die- 
tisalvi  Neroni  s'avvidero  i  cittadini  esser  vero  il  giudizio, 
che  avanti  tempo  avean  fatto  della  poca  durabilità  dell'ami- 
cizia de' Veneziani  e  del  conte;  perciocché  quando  il  conte 
era  nel  meglio  delle  sue  speranze  circa  i  falli  di  Milano  , 
allora  gli  fu  in  nome  di  quei  padri  fatto  infendere ,  che 
8' astenesse  di  travagliare  i  Milanesi;  coi  quali  essi  s'e- 
rano nuovamente  confederati;  anzi  confortarlo  a  voler  an- 
cor egli  entrar  nella  lega,  a  cui  onoralo  luogo  e  one- 
ste condizioni  da  non  aversene  a  ritrarre  indietro  gli 
aveano  serbalo,  ma  non  più  che  sei  giorni  aver  tempo  da 
ratificare.  Turbò  grandemente  qiieslo  modo  di  procedere 
l'animo  del  conte,  e  mollo  più  quando  mandati  i  suoi  am- 
basciadori  a  Venezia,  sentì  i  Veneziani  averli  per  minaccie 
costretti  a  raiificarc;  per  la  qnal  cosa  i)ropose,  disprezzando 
l'orgoglioso  fatto  del  senato  veneziano,  di  seguitar  oltre  la 
guerra  gagliardamente.  Ma  perchè  i  Veneziani  s'erano  la- 
sciati intendere,  che  in  detta  lega  co"  Milanesi  fatta  avean 
serbato  ancor  luogo  a' Fiorentini,  parve  alla  Repubblica  di 
mandare  a  Venezia  Giannozzo  Pitti  e  Luca  degli  Albizi  per 
vedere  secondo  le  cose  passavano,  o  di  accettar  la  lega,  o 
di  mantenere  in  pie  quella  pratica  senza  dichiararsi;  quando 
passalo  il  gonlalonerato  di  Pier  del  Benino,  e  entralo  quello 
di  Franco  Sacchetti,  che  fu  il  primo  dell'anno  1430,  i  Mi- 
lanesi stanchi  delle  fatiche  di  così  lunga  guerra  ,  e  della 
strettezza  e  miseria  dell'assedio  presente,  Lionardo  Veniero 
legato  de' Veneziani  con  una  parte  di  quelli,  i  quali  a  man- 
tenersi in  libertà  l'aveano  confortato,  tagliarono  a  pezzi; 
e  il  conte  per  lor  signore  chiamarono,  e  quello  con  lietis- 
sime grida  nella  lor  città  Iriceverono  ,  lor  principe  e  duca 
appellandolo;  delle  quali  cose  perocché  elle  furono  fatte 
a' 26  di  fcbbrajo,  ne  vennero  avvisi  e  lettere  scritte  di 
mano  del  medesimo  duca  in  Firenze,  ne' primi  giorni 
de!  gonfalonerato  di  Niccolò  Malegonnella.  Direbbe  cosa 
molto  minore  del  vero  chiunque  s'  affaticasse  di  voler  espri- 
mere con  parole  1'  allegrezza  che  i  Fiorentini  dì  sì  rara  fe- 
licità del  nuovo  duca  sentirono,  parendo  loro  che  quell'an- 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  Ili 

lieo  c  mortale  odio,  il  quale  per  Itinghissirao  spazio  di  tempo 
con  la  casa  de' Visconti  aveano  avuto,  e  per  cui  cagione 
aveano  tante  spese  fatte,  e  tanti  pericoli  corso,  e  tanto  san- 
gue versato,  per  1'  avvenire  per  opera  del  nuovo  principe 
in  buona  e  cara  amistà  e  fratellanza  si  convertirebbe.  Fu 
per  questo  deliberato  che  si  gli  mandasse  una  onorevolis- 
sima ambasceria  per  dimostrare  con  queste  apparenze  non 
Sdlo  r  allegrezza  di  ciò  conceputa,  ma  per  far  fede  qual  do- 
\csse  essere  per  l' innanzi  l'animo  di  tulio  il  popolo  fio- 
rentino verso  il  mantenimento  di  colai  sua  fortuna  e  gran- 
dezza Furono  gli  ambasciadori  Piero  de' Medici,  Neri  Cap- 
poni. Luca  Pitti,  e  Dietisalvi  Neroni,  veramente  se  tu  ne 
lievi  Cosimo,  i  più  slimati  cittadini  di  Firenze.  In  que.slo 
tempo  i  soldati  del  re  Alfonso,  i  quali  erano  ;il  presidio  di 
(]asligli<me,  prenderono  Gnvorano  castello  deMalevolli  gen- 
tiluomini sanesi  più  per  mala  guardia,  che  per  allro;  per 
la  qual  cosa  avendo  già  mollo  prima  i  Fiorentini  discorso 
i  maii  che  durante  questa  nimistà  col  re  poieano  pervenirne 
alla  Toscana  ,  e  i  danni  che  per  lo  divieto  delle  mercalau- 
zie  ne  sentivano  i  privali,  senza  che  il  papa  non  finiva  mai 
di  confortarli  alla  pace,  mandarono  non  ostante  l'esser  lante 
volte  stati  licenziati,  di  nuovo  il  passalo  gonfaloniere  Franco 
Sacchetti  uomo  mollo  eloquente  ,  e  Giannozzo  Pandolfini 
|»er  prati;  are  la  pace  col  re.  Gli  ambasciadori  mandali  a  Mi- 
lano, i  quali  tornarono  a  Firenze  nel  gonfalonerato  di  Si- 
raone  Carnesecchi,  riferirono  gli  onori  grandi  ricevuti  dal 
duca,  e  come  egli  ora  disposto  vivere  e  morire  amico  dei 
Fiorentini,  ne  in  cosa  alcuna  doversi  mai  discoslare  dal 
giudizio  e  consiglio  di  questa  Repubblica,  con  infiniti  altri 
segni  di  sincera  e  non  punto  finla  benevolenza.  Quegli  di 
Napoli  scrivevano  non  esser  del  tutto  il  re  lontano  dall'ac- 
cordo, purché  il  signore  di  Piombino  gli  desse  ogni  anno 
in  nome  di  tributo  un  vaso  d'oro  di  valuta  di  590  fiorini, 
e  il  re  Castiglione  e '1  Giglio  da  lui  presi  si  ritenesse.  I 
Fiorentini  vcggendo  non  altrimenti  poter  aver  la  pace  del 
re.  per  liberarsi  del  sospetto  della  guerra  scrissero  a'  loro 
ambasciadori,  che  quando  ad  altro  non  potessero  il  re  ti- 
rare, fermassero  pure  con  queste  condizioni  la  pace,  e  non- 
dimeno vollero  Ira  questo  mezzo,  iierchè  si  trovassero  prov- 


112  dell'  istorie  fiorentine 

veduti  a  ciò  che  potesse  occorrere  ,  creare  lor  capitano  ge- 
nerale Michele  da  Culignola,  a  cui  il  gonfaloniere  Carno- 
secchi  il  quarto  giorno  di  giugno  diede  il  bastone  del  ge- 
neralato. In  questo  mezzo  la  pace  fu  fermala  tra  il  re  Al- 
fonso, e  il  popolo  fiorentino  il  29"  giorno  di  quel  mese 
co'patti  delti  di  sopra,  essendo\isi  molto  adoperato  An- 
tonio cardinale  d'Ilerda,  il  quale  in  nome  del  papa  avea 
non  meno  i  Fiorentini  che  il  re  a  far  questo  sempre  ar 
dentenicnte  ricercalo.  Giannozzo  Pandolfini  l'uno  de' due 
ambasciadori  fu  dal  re  in  questa  conelusione  della  pace 
fatto  cavaliere;  la  qual  finalmente  fu  poi  fatta  bandire  nella 
filtà  da  Luigi  Uidolfì  seguente  gonfaloniere  il  18°  giorno 
di  luglio  con  allegrezza  grandissima  de' cittadini.  Ma  l'Or- 
sino mortosi  in  questo  mezzo  spazio  di  tempo,  che  corse 
tra  ravviso  e  pubblicazion  della  pace,  lasciò  goder  questo 
frutto  alla  moglie;  la  quale  essendo  dirella  padrona  di  Piom- 
bino, accettò  e  confermò  tulio  quello  che  dalla  Repubblica 
era  stalo  fallo,  e  da  essa  fu  presa  per  raccomandata.  As- 
settato in  questo  modo  le  cose  volsersi  i  cittadini  agli 
sludj  della  pace;  e  bandironsi  subito  le  galee  grosse  per 
le  raercalanzie  in  varie  parli  del  mondo,  in  Catalogna,  in 
Sicilia,  in  Alessandria  ,  e  altrove.  Era  in  questo  tempo  in 
Roma  il  giubileo,  per  la  qual  cagione  non  era  dì  che  in 
Firenze  cinque  e  seimila  forestieri  non  capitassero  ;  non 
essendo  ancora  per  i  nostri  peccati  infettate  l' oltramontane 
Provincie  di  cotante  selle  e  eresie  siccome  oggi  vediamo. 
Furono  a  ciò  dati  buoni  ordini  circa  1'  esser  tulli  comoda- 
mente albergali  e  nutriti,  ma  perchè  per  i  disagi  di  sì  lungo 
cammino  molti  per  strada  infermavano,  fu  conosciuta  singo- 
lare e  maravigliosa  la  carità  di  coloro,  alla  cui  fede  lo  spe- 
dale di  S.  Maria  Nuova  si  trovava  esser  commesso;  per- 
ciocché essi  mandavano  del  continuo  attorno  uomini  co'lor 
muli,  i  quali  gli  infermi  che  per  le  vie  trovassero  allo  spe- 
dale ne  portassero,  ove  diiigeutemcnte  cran  fatti  governare. 
Ne  il  santo  arcivescovo  a  cos'alcuna  al  suo  uflìcio  apparlc- 
renlo  mancava;  il  cui  ardcntissimo  zelo  merilò  che  egli 
fiisse  dopo  la  sua  morie  tra  il  catalogo  de' santi  annoveralo. 
Egli  informato  in  questo  medesimo  tempo,  conciossiachè  in 
niuna  eia  m.anchino  de" buoni  e  de' cattivi    esempi,  che    un 


LIBRO    \EN"T1DL'ESIM0.  113 

medico  ili  |>rofoiula  scienza,  il  cui  iiuiiic  fu  Giov.innida  MotUc- 
caliuo,  negava  l'immortalila  deirauiina,  dopo  averlo  più  volle 
Icalalo  a  farlo  da  sì  malvagia  opinione  ritrarre,  uè  a  cos'alcuna 
le  preghiere,  né  finalmenle  le  minaccic  giovaudo,  il  diede  come 
impenilenle  alla  curie  secdl.ire,  da  cui  lu  impi  calo  e  poscia 
arso.  Contniuò  la  cillà  senza  Uirbazione  di  cos'  alcuna  di  fu  ziri 
per  (ulto  il  seguente  gonfaloncrj'.o  di  Lorenzo  SpinelH,  e  si- 
milmente per  quello  di  Giovanni  Popoleschi,  se  non  che  in 
questo  la  lega  falla  da' Veneziani  col  re  d' Aragona  grande- 
mente diede  a' Fiorentini  da  sospettare,  dubitando  non 
quella  a"  danni  loro  e  del  duca  fosse  falla  ;  di  che  inco- 
minciarono ben  loslo  a  vederne  alcun  segno,  avendo  i  Ve- 
neziani circa  il  fine  di  quel!' anno  fallo  una  legge,  die  in 
Venezia  rion  potessero  entrare  panni  forestieri,  e  che  i  fo- 
restieri uomini  a  pagar  cene  gravezze  fossero  tenuti,  b; 
quali  cose  tulle  in  pregiudizio  particolare  de' Fiorentini  pa- 
reano  esser  fatte.  Era  ancor  la  Repubblica  da  Giannozzo 
M.inelti,  il  quale  appo  il  re  tcrieva  per  ambasciadore,  di 
mano  in  mano  informala ,  come  segrete  prati  he  correano 
Ira  il  re  e  i  Veneziani;  taUhò  ella  continuò  in  qiieslo  so- 
spetto per  tulli  i  due  primi  mesi  dell'anno  1451  ,  che  fu  la 
soconda  volla  gonfaloniere  di  giustizia  Aldobrandino  Aldo- 
brandini,  quando  qnallro  giorni  dopo  esser  entralo  gonfalo- 
n*ere  Simone  Canigiani  vennero  in  Firenze  due  ambascia- 
dori  del  re.  e  uno  de' Veneziani  ;  questi  d'Ilo  Matteo  Vel- 
lori  ,  e  quelli  IvOilovico  Podio  e  Antonio  Panormila,  dai 
quali  prestamente  i  Fiorentini  il  lor  sospetto  esser  stalo 
vero  compresero,  Cosliro  venendo  di  Napoli  pa-is.Tvmo  a 
Venezia  per  cose  apparlenenli  a' lor  principi,  e  nondimeno 
dicevano  recare  alcune  ambasciale  alla  signoria;  perchè 
dopo  essere  stali  con  onori  slraordinarj  ricesuti,  e  più  che 
con  altri  per  1' addietro  non  s'era  costumalo  di  fare  prcsen- 
lali,  il  seguente  giorno  furono  alla  presenza  de' signori  in- 
Irodotli.  Eglino  primieramente  riferirono  la  lega  fra  loro 
signori  essere  slata  falla  a  difesa  degli  siali  comuni,  e  non 
p&r  offendere  chicchessia,  e  aver  serbalo  luogo  a  chi  vo- 
lesse entrarvi;  la  qual  parte  del  loro  ragionamento  abbelli- 
rono eoo  singolare  artificio,  mostrando  il  desiderio  grande, 
(he  così  il  re  come  il  senato  veneziano  avea  del  quieto  e 
Amm    Vol.  V.  8 


114  dell'istorie  fiorentine 

(ranqiiillo  stato  d'  Italia.  Que>le  cose   furono   dette   in  co- 
mune, ma  r  ambasciador  veneziano  soggiungeva  in  partico- 
lare ,  che  jiiccomc  alla  sna  repuliblica    niuna  cosa   era  più 
a  cuore  che  la  della   pace  e  quiete  d' Italia  ,   così   grande- 
nicnle  la  olTe!idcrebl)e  chiunque  procurasse  di  dislurbarl.i  , 
fatendo  ufiicj  (ali  onde  altri  avesse  cagione  di  risentirsi  ;  e 
che  se  si  valevano  ponderar  bene  le  cose,  a  essi  Veneziani 
gliene  era  slata  data  grandissima  da' Fiorentini ,  i  quali  non 
ostante  la  lega  che  era  infra   l' una   repubblica   e   V  altra , 
aveano  commesso  due  cose  di  grave    pregiudizio   a'  confe- 
derati; r  una  in  aver  l'anno  passalo  conceduto  il  passo  ad 
Alessandro  Sforza  fratello  del  duca  per  Lunigiana,  il  quale 
conduceva  gcnli  in  Lombardia  in  aiuto  del  fralello;  T  altra 
in  aver  prest.ito  danari  al  duca,  e  col  lor  consiglio   averlo 
fatto  amico  del  signore  di  Mantova.  Ne' quali  moili  se  essi 
erano  per  p(  rseverare,  non  do\eano  prender  ammirazione, 
il  che  dicea  di  ricordar  loro  amorevolmmle,  se    talora  in- 
corressero ne' pericoli,  e  quando    meno  sci    credessero   si 
vedessero  scoperta  una  guerra   addosso;    mostrando    esser 
cosa  ragionevole,  che  chi  non  tien  conto  de' compagni,  non 
ne  fusse  lennto  di  lui.  il  gonfaloniere  Canigiani  rispose  in 
in  quanto  alla  lega  faltfl,  che  la  sna  Repubbli»  a  ne  sentiva 
incomparabii  piacere  ,  trovandosi    massimamente   amica  del 
re  ,  e  in  lega  co' Veneziani,  imptrocchè  questo  era  un  modo 
di  tenere  unita  tutta  Italia.  In  quanto  alle  doglionze    usate 
dall' ambasciadore  veneziano,  e  alle  modeste  minacae  fatte 
da  lui  disse,  che  se  gli  risponderebbe  appresso  con  animo 
più  riposalo,  e  che  si  manderebbe  per  loro.  Fu  dato  il  ca- 
rico del  rispondere  a  Cosimo  de'  Medici  come   capo    della 
repubblica  e  informatis.-imo  di  tutte  le  cose,  e  il  quale  uè 
dall'ira,  ne  dalla  timidità  si  lasciava  mai  soprafare.  11  cui 
ragionamento,  essendo  gli  ambasciadori  siali  mandali  a  chia- 
mare, si  dice  essere  sialo  tale.  Non  sono  ancora   tre   anni 
passali,  signor  ambasciadore  veneziano,  clic  noi  fummo  ri 
chiesti  di  prender  l'arme  con  esso  voi  a'daimi    del   conte 
Francesco,  il  che  facemmo  conlra  la  prima  confederazione 
stata  fatta  Ira  noi ,  la  quale  era  per  la  conservazione  dcgJi 
stali  comuni,  e  non  per  offendere  chicchessia  E  come  stima 
vi  deve  esser  nolo  che  mandammo  Gisraondo  .Mal  desta  con 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  H5 

duemila  cavalli,  e  Gregorio  d'Anghiari    con  mille    fanti  ai 
servizj  voslri.  E  ciò  facemmo  non  ostante,  che  essendo  voi 
poco  innanzi  richiesli  da  noi  a  conlur  a' vostri  stipendj  il 
re  Renato  con  quattro  mila  cavalli    e  due  mila    fanti  nega- 
ste di  farlo  per  i  fanti,  e  de'  cavalli  non  volevate  discendere 
più  che  a  duemila,  e  tante  altre  condizioni   ci  chiedevate  , 
che  finalmente  ci  ritraemmo  da  parie  senza  darvi  molestia, 
e  allora  come  si  e  detlo,  a  quello  che  ci  fu  da  voi  richie- 
sto ci  lasciammo  tirare  senza  astringervi  a  patto  ,  o  a  con- 
dizione alcuna  di  nuovo.  V  accordaste  col  conte  ,  e  noi  che 
ci  eravamo  con  voi  coui^iunli ,    amici   parimente    del   conte 
divenimmo,  e  come  con  amici  si  costuma,   non    neghiamo 
d'esserci  con  esso  lui  dc'suoi  buoni  avvenimenti  r.illegrati. 
Or  se  voi  per  nuovi  accidenti  vi  sete  col  conte  ,    divenuto 
già  duca,  inimicali,  di  che  vi  dolete  di  noi?  La  prima  lega 
fatta  Ira  noi  a  difesa  degli  stali  comuni  sta  ancora   in    pie, 
né  da  noi  è  stata  violata ,  né  voi  né  altri  può  opporci  che 
in  essa  abbiamo  fatto  errore  alcuno.  La  seconda  particolare 
fatta  centra  il  conte  spirò  con  l'accordo  fatto  da  voi;  e  se 
nuova  cosa  succedendo  altro  vi  occorreva   di  dire  ,    giusto 
era,  che  da  voi  ci  fosse  fatto  intendere,    acciocché   rispo- 
stovi da  noi  quel  che  ci  occorreva,  allora  a  voi,  o  di  rin- 
graziarne, 0  di  dolervi  di  noi  fosse  restata  cagione  ;  se  pur 
non  c'imputate  a  colpa  il  non  esserci  apposti  a  quel  che  po- 
tea  senza  esprimerlo  piacervi  o  dispiacervi.  Ben  si  poirebbe 
dal  canto  nostro  dir  molte  cose,  se  trascorrendo  por  lutti  i 
tempi,  che  le  nostre  repubbliche  si  sono  insieme  confede- 
rate ,  volessimo  far  prova  di  rammemorare  con   quanti   av- 
vantaggi vi  è  piaciuto  di  proceder  sempre  con  noi.  Ma  con- 
cedasi questo  alla  grandezza,    e  maggioranza   dell'  iJluslris- 
sima  signoria  veneziana  ,  la  quale  essendo    per   colanti  ri- 
spetti l'onore  e  lo  splendore  d'Italia,  ci  contentiamo,  che 
ci  porli  questo  vantaggio ,  purché  non  ci   sia   tolto    di  po- 
tervi rispondere  a  quella  parte,  nella  quale  oneslamenle  mi- 
nacciandoci,  ci  fate   accorgere   a    non   parerci   strano,  se 
quando  men  cel  credessimo  ci  vedessimo  addosso  una  nuova 
guerra  scoperta.  Nel  che  vi   dico,  signor  ambasciadore,  da 
parte  di  questi  miei  signori,  che  niun  popolo,   o  principe 
che  voglia  vivere  con  onore  può  far  altro,  che    ingegnarsi 


116  dell'istorie  fiorentine 

di  operare  in  modo  che  non  dia  legiilimamenle  occasione 
altrui  d'  esser  offeso.  E  se  prudeiilcnienle  e  lealmente  ciò 
facendo  venga  offeso,  slimerò  che  non  solo  con  quella  pru- 
denza saprà  difendersi,  con  la  quale  avrà  sapulo  govornarsi, 
ma  che  vi  sarà  aitche  aiutalo  da  Dio,  a  cui  1"  in^iuslc  cose 
non  pinccidno.  E  in  vero  non  con  allre  arti  abl)iamo  am- 
plialo questo  dominio  ,  che  con  portarci  diriltamcnle  e  leal- 
mente co' vicini  n&stri,  cercando  di  ben  vicinare  co' linoni, 
e  di  sbarbare  a  {?uisa  di  pestifere  e  velenose  piante  i  rei. 
E  se  da  forestieri  e  lontani  principi  ci  sono  stale  prese 
l'arme  contro,  a'obiamQ,  aiutali  da  Dio  e  dalle  nostre  forze, 
in  guisa  fallo,  die  sifcome  voi  a  gran  ragione  vi  gloriale 
non  esser  la  città  vostra  siala  calcala  da  piante  nimiche.  di- 
fesa dall' a;.'que  che  \i  circondano,  cos'i  nò  la  nostra  ancor- 
ché posta  in  terra  ferma  ha  mercè  delia  divina  bontà  infino 
a  quest'ora,  da  che  gode  la  sua  libertà,  ricevuto  dentro  le 
tnnra  sue  1'  orgoglioso  e  vitorioso  irimico  Non  sostiene  la 
n!ode»ilia  de' miei  cittadini,  riè  1' uso  di  questa  cil'à,  scarsis- 
sima ne' vanti  suoi,  il  proporre  esempi  di  coloro,  i  quali 
venni  superbamente  a  nuocerci,  uniiimcnlc  dal  procinto  di 
quesle  mura  si  sono  parlili.  Ma  solo  questo  soggiungerò,  che  la 
sicurià  della  HDStra  coscienza  ci  fa  vivere  più  con  speranza  che 
con  timore ,  ammaestrali  tuttavia  per  co'anti  esempi  a  temer 
meno.  E  ci  rendiamo  ancor  certi,  che  qu^Tudo  la  vostra  re- 
piibhlica  bbcra  da  alcun  affetto,  che  ora  per  avventura  l'in- 
gombra .  si  porrà  con  1'  animo  posato  a  giudicar  le  cose,  non 
meno  per  la  sua  dirittura  che  per  altre  cagioni  che  a  ciò  la 
sospigneranno  ,  sarà  più  presta  a  prender  l'arme  in  favore, 
che  a'  danni  de' Fiorentini.  Non  potè  1'  ambasciador  veneziano 
.1  cos' alcuna  di  quelle  dette  da  Cosimo  contradire,  anzi  mo- 
strando di  rimaner  soddisfattissimo  disse  ,  che  quel  che  egli 
avca  prima  detto  ora  stato  più  per  levare  ogni  ruggine,  che 
\ìcT  le  cose  occorse  o  dall'una  parie  o  dall'altra  polca  es- 
ser nata  ,  che  perchè  la  sua  repubblica  avesse  per  questo 
grave  odio  e  volontà  verso  i  Fiorentini  conceputa.  Partironsi 
dunque  di  Firenze  seguendo  il  lor  cammino  per  Venezia  più 
tosto  con  apparenze  amorevoli  che  odiose.  Ma  non  penò 
molto  a  scoppiar  fuori  lo  sdegno  de'Veneziani,  adirati  co'Fio- 
renlini  per  molle    cagioni,    imperocché  c'si    dolevano  d'un 


UBllO   VENTIDUESIMO.  117 

canto  ,  che  fusse  siala  lor  lolla  sì  beila  occasione  di  farsi  si- 
gnori di  Lombardia,  solo  dogli  aiuti  e  consigli  dati  da'Fio- 
rcnlini  al  duca  Francesco.  Pareva  die  la  loro  prudenza  a 
quella  de'Fiorenlini  fosse  restala  di  sotto  ,  i  quali  con  quiete 
e  senzii  molta  boria  aveano  meglio  il  lor  intendimento  sapulo 
condurre  che  essi  non  aveano  fallo;  i  quali  senza  aver  con- 
segiiito  cosa  di  n^olta  importanza  ,  si  erano  al  giudizio  di 
lulla  Italia  scoperti  per  ambiziosi.  Gravava  grandemente  an- 
cor loro  dall'altra  paté  lo  stimar  di  non  eser  tenuti  per 
l'avvenire  in  quel  conto,  che  prima  solevano  da  quella  Re- 
pubblica ,  la  qu.ile  per  lo  lì.nore  de' Visconti  era  stala  co- 
stretta per  r  addietro  di  aderir  quasi  sempre  alle  voglie  e 
disegni  loro,  e  ne  all(ga\ano  per  esempio,  che  quando  gli 
ambasciadori  fiorcnlini  mandati  a  rallegrarsi  col  duca  di  Mi- 
lano vennero  a  Venezia  per  rinnovare  con  qu<  1  senato  palli 
e  confederazioni ,  si  erano  nel  meglio  della  pratica  parliti 
da  loru;  la  qual  cosa  al  onta  grande  s' avean  recato.  Entrato 
dunque  gunfaloniere  di  giustizia  Bernardo  Giugni  vennero 
avvisi  come  i  Veneziani  il  di  pr.mo  di  giugno  aveano  fatto 
jin  ordine,  ihe  per  tutti  i  20  di  quel  me-e  ogni  Fioren- 
tino 0  suddilo  de"  Fiorellini  con  tulle  le  lor  cose  da  Vene- 
zia ,  terre  ,  e  luoghi  del  suo  dominio  sotto  gravissime  pene 
dovessero  sgombrare.  Il  medesimo  avea  si  ritto  Giannozzo 
Manelli  ,  che  avea  fallo  il  re  Alfonsa  in  tulli  i  suoi  regni. 
Seppesi  che  i  Veneziani  aveano  fallo  lega  co'  Sanesi  per  va- 
lersi della  comodità  che  porgeNa  la  vicinità  del  loro  stato 
centra  dei  Fiorentini.  Aveano  di  più  procuralo  d'acquistarsi 
i  Bolognesi,  rimettendo  in  quella  cita  i  fuorusiili;  ma  per 
lo  valore  di  Santi  Bei.tivoglio  non  venne  lor  fatto.  Di  cui 
perchè  altrove  ron  si  è  fatta  menzione,  e  la  sua  buona  e 
maravigliosa  fortuna  procedelte  da"  Fiorentini,  richiede  il 
mio  uflìcio,  che  io  ne  l'a<  eia  in  qneslo  luogo.  Fu  costui  fi- 
gliuolo d  Ercole  Benlivoglio,  il  qual  Ercole  fu  fratello  d'An- 
tonio ,  e  zio  di  Anniha'e  idtirnamon:e  ucciso  in  Bologna? 
da' Cannedoli.  Ma  p- rchè  egli  era  nato  di  non  legittimo  ma- 
trimonio in  Poppi  dalla  moglie  d  un  Agnolo  da  Cascese,  fu 
infìno  alla  morte  d'Annibale  per  figliuolo  d'Agnolo,  e  morto 
lui  per  nipote  d'Antonio  fratello  di  dello  Agnolo  riputato  , 
e  secondo  il  mestier  del  zio  nell'arte  della  lana  in  Firenze 


118  dell'  istorie  fiorentine 

fu  allevato  ,  Santi  da  Caseose  chiamandosi.  Ora  essendo  re- 
stalo d'Annibale  un  fanciullcllo  d'età  d'intorno  a  sei  anni 
detto  dal  nome  de!  bisavolo  Giovanni ,  que'  principali  della 
sua  fazione,  i  quali  i  Cannedoli  aveano  crudelmente  ucciso  , 
dubitavano  forte  prima  che  il  fanciullo  in  età  pervenisse  da 
potef  reggere  quella  parte  ,  non  qualche  disordine  nasce&se 
nella  città  che  richiamasse  a  casa  la  fazione  contraria,  il  che 
della  lor  rovina  fusse  cagione.  Questo  lor  travaglio  cono- 
sciuto dal  conte  di  Poppi ,  il  quale  dopo  la  sua  cacciata  in 
Bologna  si  riparava ,  e  a  cui  l' istoria  di  Santi  era  intera- 
mente nota,  nnn  lardò  punto  a  scoprir  loro  in  che  modo  vi 
poteano  riparare  ,  cotesto  Santi  a  casi  richiamando-  Parve 
in  sul  principio  a  Firenze  ,  ove  questa  cosa  ebbe  a  trattarsi 
per  mezzo  di  Neri  Capponi  ,  il  quale  d'Antonio  da  Cascese 
era  amico,  una  favola;  ma  avutine  molti  riscontri  e  tulli 
veri  trovatili,  fu  a  preghiere  de' Bolognesi  e  con  il  consiglio 
di  Cosimo,  Santi  a  Bologna  onorevolmente  mandato,  a  cui 
tutta  la  grandezza  de'  suoi  maggiori  fu  prestamente  girata. 
Ora  considerando  i  "Veneziani ,  che  mentre  Santi  questa  mag- 
gioranza in  Bologna  conservava,  non  era  possibile  che  quello 
stato  dalla  divozione  de' Fiorentini  si  spiccasse ,  si  volsero  a 
dar  favore  ad  alcuni  fuoruscili,  i  quali  inlrodoUi  di  notte 
per  le  fogne  in  Bologna  in  compagnia  di  certi  signori  di  Car- 
pi -  e  de' fanti  veneziani,  levarono  il  rumore,  e  fu  ora,  che 
d'  essersi  impadroniti  della  città  immaginarono.  Ma  Santi  in- 
teso il  lumiillo ,  come  che  da  molti  gli  fusse  ricordalo  il 
salvare  la  vita,  credendo  co' successi  della  sua  casa  sbigot- 
tirlo .  volle  animosamente  uscir  fuori  per  non  mostrarsi  in- 
degno del  sjingue  Benlivoglio ,  e  fece  con  l'ardire  e  conia 
presenza  sua  in  modo,  che  dato  animo  a' suoi  e  toltolo  ari- 
belli ,  potè  facilmente  superarli,  e  con  uccisione  di  molli 
cacciarli  dalla  città,  tra' quali  uno  di  detti  signori  di  Carpi 
restò  n)orto.  senza  quelli  che  fatti  prigioni  riportarono  poi 
le  pene  del  lor  folle  ordimento.  Vedendo  dunque  i  Fioren- 
tini che  non  si  lasciava  dal  canto  de' Veneziani  cosa  intentala, 
e  però  aspettando  che  d'ora  in  ora  la  guerra  si  movesse  lor 
contro  .  ricorsero  subito  con  incredibile  diligenza  agli  usali 
loro  provvedimenti,  e  in  prima  a'i2  di  giugno  i  Pieci  di 
balia  crearono  ,  i  qudli  furono  Cosimo  de*  Medici .  Neri  Cap- 


LIBRO    VEMIDCESIMO.  119 

poni,  Agnolo  Acciaiuoli,  Luca  di'gli  Albi/i,  Olio  Niccolini, 
Caslello  Quaratesì  ,  Domenico  Buoninsegni,   Francesco   Or- 
landi, Giuliano  di   Parlicino  albi^rgalore  ,  e  Barlolommeo  di 
Francesco  armaiolo.  Costoro  fra  pli  altri  condollicii  presero 
a!  lor  soldo  Simonella,  già  sialo  allre  volle  capitano  de' Fio- 
rentini,  spedirono  anibasciadori  a  quasi  lutti  i  principi  e  re- 
pubbliche d'Italia,  parte  per  giustificare  le  cose  loro  e  gua- 
dagnarsi la  loro  volontà ,    parte  por    intendere   e    scoprire  i 
consigli  de'nimici,  e  in  somma  per  procacciarsi  luUi   quelli 
utili  che  in  sì  falli  casi  si  sogliono  procurare.  Ma  il  princi- 
pal  fondamento,  e  il  quale  non  rius(  i  fallace,  fu  la  pratica, 
che  per  mezzo  di  Dielisalvi  Neroni  si  tenne  col  duca  di  Mi- 
lano,  col  quale  nel  gonfaloneralo  di  Niccolò  Mori   si  fer«ò 
lega  per  dieci  anni,  e  cosi  per  ogni  aderente  a  difesa  degli 
slati  comuni,  la   quale   fu  poi  bandita    a' 15  d'agosto.  Otto 
Nierolini  uno  de'Dieci  raanciato  a'  Sanesi  referiva,  che  eglino 
non  darebbono  passo,  né  vollovaglia  ,  né    ricello  alcuno    a 
chi  venisse  con  animo  di  f;ir  guerra;  la  qual  risposta  fecero 
ancora  ad  un  ambasciadorc  mandtito  d;d  duca  di  Milano,  ag- 
giugncndo  che  col  re  d'Aragona  per  nessun  conto  enlrereb- 
bt»no  in  lega.  l*<r  lettere  di  Giannozzo  Manetli  parca  che  il 
re  fosse  rammorbidato  alquanto  verso  dei  Fiorentini,   prof- 
ferendosi, non  ostante  il  bando  fallo,  di  dar  salvocondolto 
a  chi    glie  l'avesse   addomandato.   De'Bdlognesi   fu    trovata 
prontissima  la  disposizione  verso  della  Repubblica,  affermando 
di  voler  ben  vivere  e   vicinare  con  quel  popolo,  da  cui  nei 
loro  maggiori  bisogni  sì  preclari  benefìcj  avean   ricevuto.  Il 
panlefice  ,  il  quale  e  per  sua  natura  e  per    elezione   da  lui 
falla  avea   V  animo    lontano    dalle  guerre   cristiane   rispose  , 
che  in  sì  falli  tempi  che  la  potenza  de'  Turchi   andava  cre- 
scendo ,  e  si  temeva  dell" imperio  di  Coslanlinopoli,  era  mollo 
meglio  volger  l'arme  contro  infedeli,  che  per  vane    gare  e 
conlese  rompersi  ogni  dì  il  capo  infra  di  loro?  per    questo 
non  poter  né  dovere  niuno  da  lui  attendere  altre   rispos'.e  , 
che  conforti  e  preghiere  ardentissime  all'unione  della  pace 
universale.  De'  Veneziani  si  scoperse  tuttavia  essere  acerbo 
e  mortale  l'odio  verso  dei  Fiorentini,  i  quali  allegando  non 
poler  senza  il  consentimento  del  re,  con  cui  erano  in  lega, 
di  cos' alcuna  trattare  con  esso  loro,  non  vollero  prestare  il 


120  dell'istorie   fioremine 

j;i!\  tc  lulollo  all'ambasciadoic  .  il  qunic  dalla  Repubblica  a 
quel  senato  era  slato  eletto.  Nò  mancarono  altri  «irgomenti 
de  la  mala  disposizione  di  quella  città,  perciocché  passando 
per  Firenze  ambasciadori  di  Costantino  Palcologo  imperadoro 
di  Costantinopoli,  i  quali  anda\ano  a  Roma ,  essendo  venuti 
a  far  riverenza  alla  signoria  entrata  con  Rernardo  Carnesec- 
elii ,  e  a  pregarla  the  in  quel  che  potesse  aiutasse  1'  impe- 
rio costantinopolitano  contro  la  potenza  de'  Turchi,  riferirono 
come  r  impcraiiore  b  r  signore  era  strettamente  stalo  richie- 
sto da' Veneziani  a  licenziale  da  tutte  le  terre  dell'imperio 
i  mercalanli  fioreiitini  ;  ma  che  egli  sapendo  le  cortesie  dalla 
lor  l'icpubblica  usate  all' impcradore  Cìiovanni  suo  frati  ilo  di 
foiice  memora  ,  quando  a  (empo  d'Eugenio  a  Firei  zo  si  ri- 
trovò fer  lunione  della  chiosa  cristiana,  non  glie  l'avea  loro 
in  foi  t(i  alcuno  voluto  acconsentire.  I  medesimi  ufficj  si  sen- 
ti; o«o  a\er  fallo  in  Ragugia,  e  averne  la  medesima  risposta 
riportali!.  Con  Uilto  questo  non  parendo  al  re  per  la  fresca 
paco  fatta  in  Firenze,  la  quale  in  nessuna  parie  era  stala 
turbata  ,  ne  a'  Veneziani  durando  ancor  la  lega  con  la  Repub, 
bliea,  di  procedere  ad  atto  di  guerra  senza  colorire  mollo 
ben  prima  le  loro  ragioni,  di  comun  consentimento  del  be- 
rnrono  di  mandare  ambasciadori  a  Firenze,  non  senza  spe- 
ranza di  poter  seminare  tra' cittadini  alcuna  discordia  per  l'u- 
mor delle  parli,  il  quale  sapevano  non  esser  mai  sialo  spenlo 
(!el  lutto.  Accozzatisi  dunque  in  l^  rugia  Cecco  Anlonio  dot- 
tor di  leggi,  e  Zaccaria  Trivigiaiio,  quello  ambasciadorc  do! 
re.  e  questi  della  repubblica  venoziima  ,  mandarono  a  Fi- 
renze per  sa!voc( mlollo  ,  avendo  da  tratiare  di  cose  impor- 
tanti con  quelli  signori.  Fu  da  Niccolò  Sodcrini  ultimo  gon- 
f.ib  niere  di  quell'anno,  e  da'signori  suoi  compagni  all' am- 
basciadoie  del  re  conceduto  il  salvocondotto  ampiamente. 
A  quello  de'  Veneziani  ,  fu  lisposlo  ,  che  essendo  i  Fioren- 
tini in  lega  col  duca  di  Milano,  non  poìoano  senza  sua  par- 
locipazione  riceverlo  ,  non  che  asccdlarlo  nella  loro  città  : 
perchè  i  Veneziani  s' incominciarono  a  ravvedere  ,  che  in  Fi- 
renze non  si  tcnea  più  conto  di  loro,  che  essi  de'Fiorentini 
in  N'cnezìa  si  facessero-  Non  ebbe  dunque  efTetto  veruno 
quella  ambasceria,  non  volendo  il  legalo  del  re  senza  quello 
de'  Veneziani  venirne  a  Firenze.  Attendendo  dunque  cia«-.cuno 


MIÌRO    VENTIDUESIMO.  12 1 

a  provvedersi  per  la  guerra  ,  il  re  e  i  Veneziani  co' Bolo- 
gnesi, e  i  Fiorentini  co' Genovesi  <!' accompagnarsi  procur,!, 
roiio.  I  Genovesi  per  mezzo  del  duca  prontamente  entrarono 
in  lega  co' Fiorentini ,  ma  i  Bolognesi  in  quella  del  re  e 
de  Veneziani  non  vollero  entrare.  Mandarono  ancora  la  Ue- 
pulbHca  e  il  duca  ambaseiadori  al  re  di  Fraiicia  per  procti- 
rar  d'entrare  in  lega  con  lui.  Nel  mezzo  de' quali  prepara- 
menti entrò  l'anno  14S2,  essendo  gonfaloniere  di  giustizia 
Mariollo  Benvenuti.  A  costui  il  iì°  d'i  di  gennaio  ven- 
ne una  solenne  ambasceria  di  Federigo  d'Austria,  chie- 
dendo alla  Repubblica  il  passo  per  duemila  cavalli ,  dovendo 
egli  andare  in  l\om;«  a  prendere  pacificamente  la  corona  del- 
l' imperio.  Era  costui  il  quinto  imperadore  di  quella  fami- 
glia, e  era  uliimamcnte  succeduto  ad  Alberto  imperadore 
suo  secondo  cugino  l'anno  1440;  per  !a  qual  cosa  fu  loro 
r  sposto,  che  sua  Maei-tà  disponesse  di  quella  città  non  al- 
trimenti che  farebbe  delle  cose  sue;  e  senza  perder  tempo 
gli  furono  incontanente  spedili  tre  ambaseiadori  Bernardo 
Giugni,  Otto  Niccolini ,  e  Carlo  Pandoltini,  i  quali  trovato 
r  imperadore  a  Ferrara,  ivi  la  volontà  e  disposizione  della 
loro  Uepiibbiica  gli  significarono.  Arrivò  l' imperadore,  avendo 
ii(  tiimenhì  ricrvulo  gli  ambaseiadori  a'26  a  Bologna  ,  e  a '29 
venne  a  Scarperia,  ove  trovò  una  gran  parto  della  nobiltà 
liorentina  con  ordine  e  apparecchio  maraviglioso.  I  quali  a 
casa  Cosimo  e  Bernardelto  de' Medici  se  e  la  sua  rorie  ri- 
ceverono. Il  di  seguente  gli  uscirono  incontro  irtir.o  ail  l  e- 
cellaloio  r  arcivescova  Antonino  co' suoi  canonici,  e  venti- 
due  cittadini  cavalieri  con  più  di  sessanta  giovani  nobili  tutti 
pomposamente  vestiti  e  bene  a  cavallo;  co'quali  a  S.  Gal- 
lo essendo  ancor  molto  del  giorno  ne  venne.  Quivi  smon- 
tato sotto  le  logge  del  monastero  ,  le  quali  erano  nobilmente 
ornate  ,  e  posto  a  sedere  in  luo<;o  rilevato  se  gli  presenta- 
rono a  piedi  con  segni  di  grandissima  riverenza  i  Dieci  di 
balia;  in  nome  de"  quali  e  de'signori  priori  e  di  tutta  la  citta 
fece  un  bello  e  acconcio  ragionamento  Carlo  Marzuppini  se- 
gretario della  Bepubblica  ,  mostrando  l' allegrezza  che  quella 
città  della  venuta  di  si  gran  principe  ricevea ,  e  insieme- 
mente  le  forze  e  tutto  il  suo  stalo  a'  servigj  di  sua  Cesarea 
Maestà  largamente  profferendo.  A'  quali  rispose  in  nome  di 


122  dell'  istokif.  fiorentine 

Cesare  Enea  Piccolomini  suo  segretario  ,  quello  che  fu  poi 
in  processo  di  pochi  anni  promosso  al  ponleficalo,  e  dello 
Pio  II ,  ringraziando  sommamenle  la  Repubblica  della  sua 
buona  e  pronta  volontà  verso  Cesare.  E  montalo  di  nuovo 
a  cavallo  reggendogli  il  freno  i  Dieci  già  delti,  venne  per 
ipnno  air  anliporlo,  ove  dal  gonfaloniere  Benvenuti  e  da'si- 
gnori  e  collegi  era  aspettato.  Costoro  ricevutolo  sotto  un 
grande  stendardo  con  l' insegne  dell'imperio,  e  postiglisi  alla 
briglia  il  gonfaloniere  da  man  ritta ,  e  da  manca  il  propo- 
sto, il  quale  fu  allora  il  Rosso  de'Ridoifi,  stando  a  vedipre 
le  donne  dalle  finestre,  e  essendo  gran  popolo  per  le  vie 
ragunalo ,  a  S.  Maria  del  Fiore  il  condussero.  Dove  fatto 
riverenza  all'aliare,  per  la  medesima  via  che  fece  papa  Mar- 
tino ne  venne  a  S.  Maria  Novella,  ove  le  stanze  all'usanza 
reale  magnificamcnle  erano  apparecchiate,  e  quivi  fu  la- 
scialo riposare.  In  questa  stanza  che  fece  l'imperadore  a 
Firenze  creò  il  dì  della  Candelaia  quattro  cavalieri .  Orlando 
de'Medici,  Alessandro  degli  Alessandri  ,  Carlo  Pandolfini 
cittadini  fiorentini ,  e  un  figliuolo  del  podestà ,  il  quale  era 
napoletano.  Nel  qual  giorno  venute  novelle  che  l'imperatrice 
sua  sposa  era  arrivala  a  Livorno  ,  li  furono  subitamente  spe- 
diti quattro  ambasciadori ,  il  Medici  e  l'Alessandri  novelli 
cavalieri,  e  Giannozzo  Pitti  e  Franco  Sacchetti,  non  solo 
per  segno  d'onore  e  di  reverenza,  ma  con  ordine  di  farle 
le  spese  mentre  sarebbe  stala  sul  dominio  fiorentino  con 
ogni  sorte  di  splendore  e  di  magnificenza.  Due  di  poi  arri- 
varono in  Firenze  due  cardinali  da  parte  del  papa  per  te- 
ner compagnia  a  Cesare  infino  a  Roma  ;  i  quali  furono  si- 
milmente dalla  Repubblica  onorevolmente  ricevuti  e  alber- 
gali. Federigo  stato  un  altro  giorno  nella  città,  si  partì  fi- 
nalmente mollo  soddisfallo  della  Repubblica  il  sesto  giorno 
di  febbraio,  nel  quale  l'imperatrice  in  Pisa  fece  l'entrata, 
essendogli  stati  deputati  Bernardo  Giugni ,  Carlo  Pandolfini, 
e  Giannozzo  Manetli ,  sì  per  accompagnarlo  a  Roma,  come 
per  intervenire  in  nome  del  popolo  fiorentino  nella  pompa 
della  sua  coronazione.  L' imperatrice  partì  poi  di  Pisa  a'23 
di  quel  mese,  la  quale  si  congiunse  con  1' imperadore  a  Sie- 
na ;  donde  partiti  di  compagnia  e  arrivali  a  Roma  a' 9  di 
marzo ,  fu  dagli  ambasciadori  scritto  a  Domenico  Buoninse- 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  ili 

gni  gonfaloniere    che  a' 15  di  quel  mese  il  papa   l'avea  so- 
lennemente   coronato  ;  dopo    la    qual  celebrazione   fecer  le 
nozze  e  consumarono    il  matrimonio  con    grande  allegrezza 
de'  suoi  ,  e  del  popolo    romano.  Volle  ancora    il    pontefice 
come  amico  singolare  degli  uomini  letterati  onorare  in  que- 
sta coronazione  della  dignità  delia  cavalleria  Giannozzo  Ma- 
netti  uno  degli    ambasciadori  fiorentini.    In    questo    tempo 
giunsero  in  Firenze    gli  avvisi   della  lega    fermata   Ira  H  re 
di  Francia  dall'una  parte  ,  e  il  duca  e  i  Fiorentini   dall'al- 
tra per  difesa  degli  stali  comuni  ;  la  quale  riempiè  la  città 
d'  incredibile    allegrezza  ,    stimando    che    1'  autorità    di    sì 
grande  re  fosse  per  giovare  grandemente  alle  lor  cose.  In- 
tanto l'imperadore  era  anialoa  visitare  il  re  Alfonso  a  Napoli, 
il  quale  di  Leonora  madre  dell'imperatrice   moglie   già    di 
Edoardo  re  di  Portogallo  era  stato  fralello.  Quindi  l'impera- 
trice  per  Venezia  p.irtilasi,  l'imperadore  per  onde  era  ve- 
nuto si  ritornò;  e  a' 5  di  maggio  a  Firenze    ne  venne,  es- 
sendo gonfaloniere  di  giustizia  Ugolino  Martelli  ;  da  cui  per 
riceverlo  e  per  spesarlo  Tommaso   Sederini,   Franco    Sac- 
chetti, Giovanni  Bartoli,  Niccolaio  degli  Alessandri,  e  An- 
tonio Lenzoni  per  la  minore  fiir  deputati.  Era  con  l'impe- 
radore fra  gli  altri  signori  e  principi  che  il    seguivano  La- 
dislao re  di  Boemia  e  d'Ungheria,    il    quale  nato   dopo  la 
morte  dell' imperadore  Alberto  suo   padre,    Elisabetta    sua 
madre,  figliuola  già  dell' imperadore  Sigismondo  e  di  questi 
regni  erede,  alla  guardia  e  pietà  dell' imperadore  Federigo 
infin  da  bambino    teneramente   raccomandò.   L'imperadore 
aspettando  l'età  che  egli  potesse  se  slesso  e  i   regni  a  lui 
spettanti  governare,  non  l'avea  mai  agli  Ungheri,  che  in- 
stanlemente  gliel'aveari  chiesto,  voluto  concedere;  de'  quali 
fra  1'  altro  ambascerie  per  questo  conto  all'  imperadore  man- 
date, una  a  punto  ne  gli  arrivò  in  su  questo  ritorno  che  egli 
lece  a  Firenze  ;  la  quale  non  polendo  dall'  imperadore  aver 
audienza.jjregò  i  signori  che  questa  grazia  appo  Cesare  gli 
impetrassero,  il  quale  se  non  per  loro  amore,  almeno  per 
quello  della  Repubblica  a' lor  popoli  il  re    suo   restituisse. 
Kispose  Federigo  al  gonfaloniere  Martelli,  che  egli  quando 
fusse  in  luogo  di  sua  signoria  pervenuto,  allora  del  re  quel 
che  fusse  di  dovere  delibererebbe  JSè  sopra  di  ciò  fu  più 


124  dell' isToniE  fiorentine 

rnojionnlo,  non  ascollamio  volenlieri  Federigo  colali  ragio- 
namenli,  come  quegli  che  avea  con  gli  Ungheri  molle  ca- 
gioni di  cruccio  e  di  s(l(  gno.  Furono  dall'  istesso  re  segre- 
tamente i  Dieci  di  bal'ia  pregati ,  che  piacesse  loro  dargli 
spalle  a  potersi  dell'  imperadore  deliberare  ,  di  cai  era  poco 
men  che  prigione,  e  a'  suoi  regni  tornarsi,  che  somnno  ob- 
bligo a  quella  Repubblica  in  perpetuo  ne  sentirebbe.  A  che 
non  vollero  L  Dieci  acconsentire,  si  per  rispetto  dell' impe- 
radore, il  quale  allnmentc,  essendo  in  lor  casa  arebbon  of- 
Icso,  e  si  per  la  poca  età  del  garzonclto  re,  di  cui  aveano 
senlito  tutte  queste  cose  fare  corarnosso  da' conforti  d'un 
suo  precetlnrc.  >è  fu  l' imperadore  senza  sospetto  che  i 
Fiorentini  al  re  fussero  per  prestare  favore,  anri  e' sì  du- 
bitò, cotesto  timore  esser  stato  cagione  che  egli  avesse  la 
sua  partita  affrettalo-  Nondimeno  giunto  poi  a  Vienna ,  e 
avuto  notizia,  che  i  Firtrenlini  alle  preghiere  del  re  non 
nveano  prestato  orecchi,  rese  loro  per  lettere  molte  grazie 
dell'ufficio  usalo,  e  il  maestro  cui  sapeva  della  fuga  del  re 
esser  stato  sollecito  confortatore  severamente  gnsligò.  Parli 
r  imperadore  di  Firenze  due  giorni  dopo  la  sua  arrivala  in 
gran  fretta,  non  avendo  pure  aspettato  i  signori,  i  quali  già 
erano  montali  a  cavallo  e  partitisi  di  palazzo  per  tenerli 
compagnia.  R.iggi-unsonlo  nondimeno  per  strada,  e  fattogli 
le  debite  riverenze  fasciarono  con  lui  Guglielmo  Tanagli 
loro  ambasciadore,  il  qual  facesse  ricevere  l' imperadore  per 
tutto  lo  stalo  co' solili  onori  e  accoglienze  che  s'era  fatto 
al  venire,  e  accompagnasselo  infino  a  Ferrara,  ov' egli  avea 
promesso  di  voler  trattare  la  pace  fra  le  due  leghe  nimiche, 
benché  per  opera  degli  ambasciadori  veneziani,  i  quali  dice- 
vano non  avere  il  mandalo,  nulla  di  ciò  si  conchiudesse.  Onde 
l'inipcradore  crealo  Rorso  da  Esle  successore  di  Lion»llo  già 
morto  duca  di  IModona  e  di  Reggio  per  gli  onori  da  quel 
principe  ricevuti,  sen^a  molto  in  luogo  alcuno  trattenersi,  a 
Vienna  se  ne  tornò.  La  guerra  come  se  avesse  aspettalo  che 
l'imperadore  d'Italia  partisse,  non  tardò  più  ad  uscir  fuori .  «^ 
quasi  in  un  medesimo  tempo  i  Veneziani,  il  duca,  e  il  re  i 
Fiorentini  assalirono.  Volle  nondimeno  il  re ,  quel  che  i  Ve- 
neziani) non  fecero,  annunciare  a' Fiorentini  prima  la  guer- 
ra, facendo  loro  intendere  quelle  cagioni  che  a  venire  con 


LIBRO    VESTIDI  ESIMO.  123 

armalo  esercito  a'ior  danni  il  movcaiio,  e  ikI  metiesimo 
dì,  che  fu  i"  undecime  giorno  di  giugno,  i  soldati  del  re  i 
quali  erano  a  Castiglione,  cavalcarono  in  quel  di  Volterra,  e 
fattovi  molli  danni  ne  riporlaroiio  prede  d'uomini  e  di  be- 
stiami. Avea  il  re  per  metter  maggiore  spavento  ne' Fioren- 
tini el  Ilo  per  questa  guerra  la  persona  di  Ferdinando  duca 
(li  Calabria  suo  figliuolo,  e  diligonlemenle  di  capitani  e  di 
soldati  fornilolo,  conciossiachè  de' suoi  s-uddili  1"  avesse  dalo 
Antonio  Caldora,  I>eonelIo  Accrocciamiira,  don  (yar/ia  Ca- 
vaniglia,  e  Orso  Ors^ino,  tulli  uomini  operali  di  lungo  tempo 
nelle  guerre  napolilane.  Do'  forestieri  Federigo  conle  d'Ur- 
bino ,  a  cui  era  commessa  la  cura  di  lutlo  l' esercito ,  e 
.'\verso  e  Napoleone  amenduc  di  casa  Orsina  capitani  ciliari 
e  di  molta  riputazione.  Noi  campo  ninuco  diccvasi  essere  olio- 
mila-  cavalli  e  qua  Iromila  fanti  bnotiissima  gente.  Apparec- 
rhiavasi  ancora  per  mrre  un' armala,  benché  di  non  molti 
lecni,  alta  mindimeno  a  dar  rinfrescamenli  agli  amici,  a  in- 
festar le  marine,  e  a  tener  divise  le  forze  de' Fiorentini.  In 
su  la  fama  di  questi  apparec  hi ,  e  perchè  in  Lombardia  si 
era  fieramenle  rolla  la  guerra  tra  i  'Veneziani  e  il  duca,  parve 
a' Dieci  e  alla  signoria  entrata  con  Giannozzo  Pilli  a  calen 
di  lualio,  che  la  Repubblica  avesse  di  ra  dio  maggior  prov- 
vedimento bisogno,  che  infuio  a  quell'ora  tiùn  s'era  fallo.  K 
perchè  non  s'avesse  del  conlinuo  per  la  mutazione  de' ma- 
gistrali a  variar  disegni  e  pensieri,  e  a  fin  che  la  guerra  es- 
sendo pronto  il  danaro  gagliardamente  maneggiar  si  potesse, 
si  vinse  di  prendere  nuova  balìa  ,  che  per  cinque  anni  do- 
vesse durare,  con  aulorilà  ampissima  di  far  nuovi  squittini, 
d' impor  gravezze,  e  di  Irallar  e  risolver  alire  cose  impor- 
tanti secondo  il  bisogno  richiedeva;  le  quali  cose  non  es- 
sendo ancor  finite,  ecco  si  ebbero  novelle  come  Ferdinando 
per  la  via  di  Perugia  era  il  duodecimo  giorno  di  luglio  en- 
tralo in  su'  terreni  de'  Fiorentini.  Fu  pensiero  di  Ferdinando 
di  tentar  per  la  prima  impresa  Cortona,  acciocché  non  s'in- 
cominciasse a  lasciar  luogo  nimico  dietro  le  spalle.  Ma  co- 
noscendo la  difficullà  di  espugnarla,  sì  per  esser  quella  cillà 
posta  in  un  colle  malagevole  e  aspro  a  montarvi,  e  si  perchè 
ora  fama  che  fusse  molto  ben  munita,  comandò,  saccheg- 
gialo che  ebbe  il  conlado,  che  si  ailcndcssc  a  cflmminar  ol- 


126  BELl'lSTOniE  F10RENT1NB 

Ire  con  le  schiere  ordinnle,  perchè  dalle  genti  de'Fioreiilini 
che  erano  in  su'coili  di  Castiglione  Aretino  non  fusssro  dan- 
neggiali- Scrive  Barlolommeo  Facio,  che  si  sarebbe  con  gran- 
dissima fatica  r  esercito  regio  di  qua  dal  Tevere  e  dalle 
Chiane  condotto  senza  incorrere  in  alcun  grave  pericolo,  se 
i  Fiorentini  valendosi  del  vantaggio  del  sito  se  gli  lusserò 
in  questo  luogo  opposti;  ma  egli  non  s'avvide  che  non  vi 
era  dalla  Repubblica  corpo  tale  di  gente  ancor  ragunato,  che 
se  ne  fosse  potuto  sperare  opera  di  frutto  alcuno;  non  es- 
sendo prima  che  i  nimici  fussero  a  Foiano ,  giunti  in  Arezzo 
il  Simonetta  e  Astorre  signor  di  Faenza  capitani  dilla  Re- 
pubblica. Venne  dunque  Ferdinando  infino  a  cinque  miglia 
presso  ad  Arezzo  ,  ove  occupate  intorno  a  cinque  piccole 
caslelletta  si  venne  in  disputa  per  qual  via  s'avesse  a  pro- 
cedere, seguendo  la  valle  d'Arezzo  a  man  dritta,  o  pur  ca- 
lare a  man  manca,  e  vedere  d'espugnar  Foiano  per  aprirsi 
la  via  d'entrare  nel  Chianti.  Fu  preposto  Foiano  oltre  gli 
altri  rispetti ,  sperando  per  questa  via  poter  aver  maggior 
copia  di  vettovaglie.  Accampossi  dunque  1'  esercito  intorno 
a  Foiano  a' 22  di  quel  mese,  nel  qual  d"i  Astorre  e  Simo- 
netta ad  Arezzo  ne  vennero  per  tenere  in  qualche  freno 
i  nimici.  Era  dentro  Foiano  un  contestabile  de' Fiorentini 
detto  Piero  de' Somma  con  dugento  fanti,  uomo  valoroso  e 
fedele  a' suoi  signori,  il  quale  gagliardamente  la  terra  di- 
fendeva, ne  per  continui  assalti,  né  per  torri  di  legno  di  al- 
tezza pari  alle  mura  fattevi  dal  duca  rizzare,  in  conto  alcuno 
si  era  sbigottito ,  sperando  pure  che  le  genti ,  le  quali 
erano  in  Arezzo  ,  tenessero  almeno  col  farsi  vedere  in 
alcuna  gelosia  i  nimici,  di  non  aversi  a  perdere.  Ma  tra- 
dito Astorre  Manfredi  da  un  suo  staffiere  mentre  andato  con 
cinquecento  cavalli  in  quel  di  Montepulciano  attendeva  il 
tempo  d'assalire  i  saccomanni  del  duca,  e  per  questo  dato 
in  una  imboscata,  ove  perde  più  di  cento  de' suoi  cavalli, 
grandemente  la  difesa  di  quel  castello  venne  a  turbare; 
non  polendo  il  Somma  dalle  sue  genti,  le  quali  non  osa- 
vano più  uscire  in  campagna,  ricevere  alcun  giovamento, 
massimamente  che  avendo  il  duca  fatto  venire  le  bombarde, 
una  gran  parte  del  muro  a\ea  a  terra  gittalo;  onde  egli  fu 
costretto  pattuire  co' nimici    d'arrendersi  salvo  l'avere  e  le 


LIBRO    VENTIOCESIMO.  127 

persone,  se  fra  lo  spazio  di  cito  giorni  da' Fiorentini  non 
ricevesse  soccorso;  il  quale  non  essendo  vernilo,  egli  a' 5i 
di  settembre  nel  gonfaloncrato  di  Francesco  Orlandi  a  capo 
di  quarantatre  di  che  v'era  sialo  il  campo  ,  consegnò  ii 
castello  a  Ferdinando,  e  a  Firenze  se  m;  venne,  ove  per 
sì  egregia  difesa  fu  amorevohnenle  ricevuto,  e  non  poco 
da' cittadini  commendalo,  avendo  dato  spazio  a' Fiorenlini 
non  solo  di  munire  i  luoghi  importanti  ,  ma  di  mettere  in- 
sieme un  ragionevole  esercito:  imperocché  eglino  aveano 
con  somma  sollecitudine,  olire  Asiorre  e  Simonetta,  con- 
dotto Sigismondo  Malalesta  ,  il  quale  avca  il  carico  di  tulle 
le  genti,  Domenico  suo  fratello  signore  di  Cesena  ,  Michele 
da  Cutignola,  Taddeo  Manfredi  signor  d'Imola,  Carlo  de- 
gli Oddi,  e  altri  minori  capitani,  che  tulli  facevano  il  nu- 
mero di  caralli  selle  mila  e  poco  meno  di  quattro  mila  fan- 
ti, a' quali  comandarono  che  verso  i  nimici  s'inviassero,  ma 
con  ricordo  espresso  di  fuggire  con  ogni  lor  potere  il  com- 
ha'.tere,  tastando  alla  Repubblica  che  il  nimico  non  pren- 
desse alcun  luogo  importante;  sapendo  che  i  piccoli  come 
facilmente  si  perdono,  con  la  medesima  facilità  cessata  la 
guerra  si  riacquistano.  Ferdinando  lascialo  quattrocento  ca- 
valli e  altri  hnnli  fanti  alla  guardia  di  Foiano,  come  luogo 
atto  ad  infestare  il  contado  d'Arezzo,  e  per  far  delle  scor- 
rerie in  quel  di  Firenze  ,  se  ne  venne  per  lo  territorio  di 
Siena  a  Rencine  luogo  forte  e  da  potersi  difendere  ,  se  la 
poltroneria  di  due  conneslabili  che  vi  erano  dentro,  non 
l'avesse  reso  assai  debole,  i  quali  da  Bcrnardelto  de' Me- 
dici commissario  del  campo  mandati  a  Firenze  ,  portarono 
le  pene  della  loro  villa.  Narrasi,  e  a  buon  proposito  fu  dai 
medesimi  autori  napoletani  lascialo  scritto  a' posteri,  che 
essendo  da  un  pauroso  cittadino  raccontalo  a  Cosimo  d«i 
Medici  il  gran  naufragio,  che  la  Repubblica  con  la  perdila 
di  Uencine  avea  palilo ,  il  sagace  vecchio  con  volto  tulio 
Wcis)  e  sereno  lo  domandò  ,  che  per  sua  fé  gli  dicesse  in 
qual  parie  del  dominio  Rencine  fosse  collocato.  Posesi  poi 
il  campo,  occupalo  Rencine,  intorno  a  Broglio  e  a  Cac- 
chiano  ville  della  famiglia  de'Ricasoli,  ma  ridotte  in  qual- 
che fortezza,  le  quali  in  conto  alcuno  non  potè  espugnare; 
onde    il   duca    si    accampò    a' 2}  di  quel  mese  interno  alla 


128  nELL' ISTORIE    nOUENTINE 

Castellina  .  non  lasciando  fatica  o  induslria  alcuna  addietro 
perchè  di  quel  luogo  s' insignorisse-  Mentre    Ferdinando   è 
intorno  la  Castellina    occultalo,  in  Firenze  a  molle  cose  si 
diede  ordino  in  virtù  della  balìa  fatta;  imperocché  in  quanto 
a' falli  de' privali  cittadini,  ci  fu  tolto    il    divieto,   il  quale 
era  tra  Capponi  e  Vettori ,  eccello  a'  signori ,  collegi,  e  Di'ci 
di  balì.i;  e  a  Lorenzo  e  Alessandro  de'Bardi  fratelli  cugini 
fu  conceduto,  che  dagli  altri  Bardi  lor  consorti  si  potessero 
divid.  re  ,  e  per  1'  avvenire  Ilarioni  si  chiamassero  ,  e  come 
nuova  famiglia  dalla  legge  del  divieto  non  fusser  compi  esi. 
l'er  onir  pubblico    si    vinse  ,    che    una  sala  grande  per  lo 
consiglio  far  si  dovesse  ;    conosciuto    per    isperienza ,    clu' 
dopo  la  venula  di  tanti    cittadini  ,    i  quali  di  ^'enezia   e    di 
Napoli  erano  siali  cacciati ,  quel  luogo   ove    prima    ragunar 
si  solevano  non  era  di  tanie  genti  capcvole.  Mandossi    per 
conto  della  guerra  ,  secondo  col  duca  di  Milano  si  era  con- 
chiuso ,  Agnolo  Acciainoli   e    Francesco    Venturi    al    re  di 
Francia  per  disporlo  a  mandare  il  re  Renalo  in  Ilalia  ;   ob- 
bligandosi d' aiutarlo  a  fargli  rlacquislare  il  regno  di  Napoli, 
tosto  che  dalle  guerre  ,  dalle  quali   erano    di    lìresenle  tra- 
vagliati, potessero  prender  fiato.  Crearonsi  poi  a' 28  di  quel 
mese  i  nuovi  Dieci  di  balìa,  Alessandro    degli    Alessandri, 
Bernardo  Giugni,    Giannozzo    Pandollìni ,    Donato    Donali. 
Luca  Pilli ,    Bernardo    Ridolfì ,    Piero    RuccUai ,    Giovanni 
Barloli  cittadini  popolari,  e  due  artefici  Francesco   Corsci- 
lini,  e  Giovanni  di  Dino.  Costoro  mandarono  il  primo  d'ot- 
tobre i)er  commess«rj    al    campo  ,    il    quale    ancor  egli  alla 
Ca'stellina  s'  era  appressalo  ,   Giannozzo    Pandolfini  uno  dei 
Dieci,  e  Iacopo  Venturi,  ove  talora  tra  1' un  campo  e  l'al- 
tro si  scaramucciava.  Ma  fu  scnz' alcun  dubbio  supcriore  la 
virtù  di  quelli  di  dentro  al  campo  di  fuori,  imperocché  alla 
terra  il  duca  non  potè  far  danno  alcnuo  ,  ancorché  egli  ciò 
imputasse  al  un  pezzo  d'  artiglieria  ,  the  al  primo  colpo  se 
gli  era  rollo  ,  nel  quale  mollo  confidava.    Dove  a  quelli  di 
fuori  recò  non  piccol  biasimo  1' avere  ili  questo  tempo  fallo 
i  nimici  di  molle  correrie  fin    presso  'a    S.    Maria   dell' Im- 
pwinela,    guadagnato  più  di  tre  mila  capi  di  bestie,    preso 
Pielrafitla.  Grignano ,  e  la  fortezza  delie  Slinche ,  la  quale 
arsero  ,  e  molli  prigioni  menatine    liberamente    all'  esercito 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  129 

senza  trovar  persona  che  l'impedisse;  perciocché  se  ben 
Simonella  al  romor  de'  contadini  che  sgombravano  liisse 
con  secenlo  cavalli  uscito  in  campagna  per  reprimere  Dio- 
mede Carrafa ,  il  quale  con  trecento  cavalli  e  cinqucccnlo 
fanti  avea  fatto  queste  fazioni,  non  incontratosi  con  lui,  fu 
costretto  senza  profiUo  ritornarsi  nel  campo.  Ma  in  quanto 
alla  somma  delle  cose  non  avea  perù  Ferdinando  fallo  in- 
fino a  quest'ora  cosa  che  rilevasse;  il  quale  slato  intorno 
la  Castellina  quarantaquattro  giorni  ,  e  cominciali  a  venire 
i  catlivi  tempi,  e  a  mancare  a' cavalli  gli  strami,  essendo 
ogni  cosa  di  neve  coperto,  a' 5  di  novembre  ne!  gonfalo- 
neralo  di  Federigo  Federighi  si  levò  con  poco  onore  dal- 
l'assedio di  così  piccolo  e  ignobile  caslcllelto  ,  e  rilirossi 
a  Rencine  per  rinfrescare  alquanto  gli  uomini  e  i  cavalli,  i 
quali  molto  aveano  palilo-  Ma  sialo  quivi  tre  giorni  senza 
avervi  trovato  quella  copia  di  viveri  che  bisognava  ,  alla 
Badia  di  Sangalgano  si  ridusse  in  quel  di  Siena,  luogo  op- 
portuno ad  esser  fornito  di  vellovaglie  così  di  mare  come 
di  terra.  La  Repubblica  avendo  inteso  con  qunnta  virili  i 
soldati  e  il  Rosso  Ridolfi  ,  il  quale  era  commissario  dentro 
la  Castellina  s'erano  portali,  grandemente  li  commendò  e 
ristorò,  e  il  Rosso  creò  per  un  anno  capitano  di  Livorno. 
Sentito  poi  che  il  duca  si  ritirava  per  vernare  verso  il  mare, 
comandò  a  Simonetta,  che  in  quel  d'Arezzo  si  restasse. 
Al  Malatesla  permise  che  alle  sue  terre  per  quel  verno  si 
riducesse.  Ad  Astorre  e  agli  altri  capitani  diede  le  stanze 
in  quel  di  Pisa,  acciocché  volendo  pure  il  duca  alcuna  cosa 
in  quel  verno  lenlare,  non  si  trovassero  del  tutto  que'  luo- 
ghi sprovvecluli.  Né  fu  vano  il  sospetto  de' Fiorentini ,  im- 
perocché il  duca  per  segreti  avvisi  del  padre  aspettava  con 
Tarmata  Antonio  Oleina;  il  quale  veniva  con  animo  di  met- 
tere in  terra  a  Vadq  per  occupare  quel  luogo,  e  egli  si 
volea  trovar  vicino  per  poter  dar  qucH  aiuto  che  bisognas- 
se. Ma  la  viltà,  o  come  fu  creduto  la  ribalderia  del  Rosso 
Atlavanli  cittadino  fiorentino,  il  quale  era  castellano  di  quella 
fortezza,  avendo  tocco  danari  da'nimici,  fu  tale,  che  né 
a' nostri  convenne  di  soccorrer  Vada,  né  a  Ferdinando  di 
porgere  aiuto  a  quelli  dell'armata,  avendo  l'Oleina  in  un 
medesimo  tempo  sbarcato  ollocenlo  soldati ,  cinto  la  rocca, 
Amm.  Voi..  V.  9 


130  DELL    ISTORIE    FIOUENTINE 

e  costroUo  il  Rosso,  salvo  l'avere  e  le  persone,  ad  arren- 
dersi ,  percliè  meglio  il  iradìinenlo  ricoprisse;  a  cui  nondi- 
meno fu  poi  dalia  Repubblica  come  a  ribello  dato  bando 
del  capo.  Grauilemente  dispiacque  la  perdita  di  Vada  a'Fio- 
renlini,  conoscendo  quanto  da  quel  luogo  polea  essere  in- 
festato il  contado  di  Pisa,  e  però  al  Simonetta  e  ad  Astorrc 
comandarono,  che  in  quel  luogo  si  volgessero,  se  per  av- 
ventura via  fusse  da  poterla  ricuperare.  Ma  avendo  costoro 
inteso  che  Ferdinando  s'era  mosso  ancor  egli  con  le  sue 
gcnli ,  e  the  era  impresa  vana  il  tentare  in  quel  tempo  la 
ricuperazione  di  Vada,  a' lor  luoghi  si  rilornarono;  e  il 
duca  ad  Acquaviva  si  ridusse  alle  stanze.  Il  che  fu  il  fino 
de' fatti  di  quell'anno  intorno  la  guerra  toscana;  essendo 
quella  di  Lombardia  variamente  siala  maneggiata:  percioc- 
ché e  il  duca  di  Milano  in  quel  dì  che  Ferdinando  s'  ac- 
campò a  Foiano  dette  una  gran  rotta  al  marchese  di  Mon- 
ferrato confederato  de' Veneziani,  e  poco  dipoi  Alessandro 
suo  fratello  un'altra  a  un  ponte  presso  a  Lodi  da' Vene- 
ziani ne  ricevette.  Nella  città  giunse  a' 21  di  quel  meso 
il  cardinale  d'Angiò,  il  quale  consagrò  l'altare  della  Nun- 
ziata ,  e  come  legato  apostolico  grandi  indulgenze  vi  lasciò. 
Erano  molto  prima  tornati  di  Francia  gli  ambasciadori  Ac- 
ciaiuoli ,  e  '1  Venturi ,  i  quali  non  riportarono  per  allora 
dal  re  di  Francia,  occupato  intorno  la  ricuperazione  di  Bor- 
deaux toltogli  dal  re  d'Inghilterra,  se  non  promesse  di  non 
mancare  agli  amici  suoi  sbrigato  che  si  fosse  della  guerra. 
Riraandossi  per  questo  in  Francia  1' Acciaiuoli  solo  in  com- 
pngnia  d'un  arabasciadore  del  duca  di  Milano  nel  principio 
dell'anno  14.53  dal  gonfaloniere  Francesco  Neroni ,  accioc- 
ché alla  nuova  stagione  Renalo  fusse  a  tempo  di  trovarsi  in 
Lombardia. 

Aspettando  tra  tanto  che  col  tempo  nuovo  la  guerra 
dovesse  uscir  fuori,  prese  il  gonfalonerato  Luigi  Guic- 
ciardini ,  il  quale  non  istimando  convenirsi  alla  fioren- 
tina Repubblica  per  le  noie  di  fuori  tralasciar  in  conto  al- 
cuno le  buone  usanze  della  citlà,  essendo  nel  suo  tempo 
morto  Carlo  Marsuppini ,  volle  che  se  gli  facessero  1'  ese- 
quie pubbliche ,  non  altrimenti  che  a  Lionardo  suo  ante- 
cessore furono  fatte.  Alla  cura  delle  quali  furono    (>ropo.''ti 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  131 

Gìannozzo  Manelli ,  Niccolò  Soderini ,  Matleo  Palmieri , 
Ugolino  Martelli,  e  Piero  de' Medici ,  de' quali  il  Palmieri 
lelteralo  e  dotto  uomo  ancor  egli ,  e  che  era  allora  de'col- 
legi ,  il  coronò  e  con  ornala  e  bella  diceria  le  sue  lodi  rac- 
contò. La  sua  sepoltura  di  mano  di  Desiderio  da  Seltignano 
eccellente  scultor  di  quei  tempi,  vediamo  oggi  posta  dirim- 
petto a  quella  di  Lionardo  ,  da  non  desiderarvi  nulla  in 
questa  età.  [  signori  presero  in  suo  luogo  Poggio  da  Ter- 
ranuova  uomo  nolo  negli  sludj  delle  lettere  umane  ;  il  quale 
si  trovava  allora  a' servigi  del  ponleGce  ,  e  seguitò  poi  a 
scrivere  l'istoria  di  Lionardo.  Ma  già  era  il  tempo  nuovo 
venuto ,  e  la  terza  signoria  di  quel!'  anno  con  Bernardo 
Gherardi  gonfaloniere  la  quarta  volta  uscita  ,  quando  Fer- 
dinando venuto  d'Acquaviva  a  C.isli^lione  della  Pescaia  alle 
faccende  della  guerra  si  preparava.  Né  i  Fiorentini  perde- 
vano tempo,  i  quali  avendo  bisogno  di  gente,  e  al  duca  di 
Milano  mancando  danari ,  con  scambievole  aiuto  di  giovarsi 
l'un  l'altro  procurarono;  imperocché  il  duca  mandò  ad  essi 
con  due  mila  uomini  Alessandro  Sforza  suo  fratello,  o  eglino 
il  duca  accomodarono  di  ottanta  mila  fiorini  ;  il  qual  partito 
riuscì  molto  utile  a' Fiorentini  e  al  duca.  E  tra  tanto  fu  la 
Repubblica  per  lettere  dell' Acciaiuoli  certificala  .  come  egli 
avea  già  cond<iIlo  il  re  Renato  ;  il  quale  a  mezzo  giugno 
si  troverebbe  in  Italia  con  duemila  quattrocento  cavalli  pa- 
ratissimo  per  far  guerra  in  ogni  luogo,  ove  dalla  lega  fosse 
richiesto.  La  cui  venula  benché  per  impedimenti  ricevuti 
dal  duca  di  Savoia  fosse  stata  alquanloj)rolungala,  non  per- 
ciò si  lasciò  tra  lauto  di  guerreggiare  cosi  in  Lombardia 
come  in  Toscana,  esclamando  il  pontefice,  che  mentre  i 
principi  cristiani  con  empie  armi  l'un  l'altro  si  proi-.uraii 
di  spegnere,  e  la  misera  Italia  da  tante  continue  guerre 
comballula  in  tutti  i  suoi  membri  miseramenle  van  laceran- 
do ,  r  immondissimo  Maometto  principe  de'  Turchi  del  no- 
bilissimo imperio  di  Costantinopoli  si  fosse  insignorito  , 
avendo  il  18°  giorno  di  giugno  con  nostra  grandissima  infa- 
mia, e  con  immortai  gloria  del  nome  suo,  non  solo  vinta 
ed  espugnata  la  città  di  Costantinopoli ,  ma  tagliatovi  a  pezzi 
l'infelice  imperadore  Costantino,  e  tutte  le  forze  de'Greci 
abbattute  e  spente  in  quella  sola  battaglia;  le  quali  novelle 


132  dell'  istorie  fiorentine 

nel  principio  del  gonfalotieralo  di  Martino  Bencivenni  già 
erano  lagrimevolmenle  stale  sparse  per  lutto.  E  nondimeno 
non  per  questo  l'arine  già  prese  si  posavano,  anzi  aveano 
i  Fiorentini  di  più  a' lor  soldi  condotto  Emanuello  Appiano 
signor  di  Piombino  con  mille  cinquecento  cavalli ,  il  quale 
a  Caterina  sua  nipote  carnale  come  figliuolo  di  Iacopo  era 
in  quello  stato  succeduto.  Col  quale  esercito  in  questo  modo 
accresciuto  andarono  i  Fiorentini  a  Rencine;  e  benché  Fer- 
dinando si  fosse  studiato  di  soccorrerlo  ,  il  riebbero  ia 
breve  tempo  per  lorza  d'artiglierie  in  su' primi  giorni  d'a- 
gosto. Andati  di  quivi  a  Foiano ,  quello  ancor  ricuperarono 
a'  ventiquallro  di  quel  mese  ,  essendo  in  vano  Ferdinando 
venuto  a  Sorano  ;  ove  i!  suo  esercito  incominciò  di  modo 
a  infermare ,  che  non  che  a  combattere ,  ma  ne  a  pena  era 
possente  a  muoversi  degli  alloggiamenti.  Dispiacque  sopram- 
modo alla  Repubblica  che  quel  castello  per  mal  provvedi- 
mento fosse  ito  a  sacco  ,  e  talmente  arso  e  quasi  disfatto 
de!  lutto  ,  che  fu  necessario  con  molti  prcmj  e  esenzioni 
invitar  quelli  del  castello ,  purché  a  venir  a  riabilarlo  di 
nuovo  si  riducessero.  Nel  qual  tempo  era  finalmente  Re- 
nato con  le  genti  promesse  venuto  in  Lombardia  ;  il  quale 
alle  cose  del  duca  di  Milano  giovò  grandemente.  Mentre  il 
<;ampo  intorno  a  Foiano  si  ritrovava,  ebbe  la  Repubblica 
per  un  trattato  a  ricevere  un  grave  sinistro  ,  il  quale  ca- 
duto sopra  del  capo  di  chi  v'avea  tenuto  mano  ,  a  lei  ap- 
portò nel  fine  benefizio  non  piccolo.  Trovavasi  la  signoria 
di  Valdibagno  in  persona  di  Gherardo  Gambacorti  figliuolo 
di  quel  Giovanni ,  a  cui  per  ricompensa  della  dedizione  di 
Pisa,  fu  l'anno  1406  dalla  Repubblica  assegnala.  Costui,  o 
perchè  per  esser  cognato  di  Rinaldo  degli  Albizi  fosse  fatto 
nimico  di  quella  parte  ,  che  ora  la  fiorentina  Repubblica 
reggeva  5  o  che  pretendesse  non  essere  da' Fiorentini  al  pa- 
dre interamente  le  promesse  fatte  osservate .  o  qual  se  ne 
fosse  la  cagione,  perche  negli  scritiori  ninna  ve  n'appare, 
cadde  in  uno  strano  pensiero;  il  che  fu  di  dar  quella  si- 
gnoria al  re  Alfonso  ,  purché  egli  d'  un  allro  slato  fosse  da 
lui  nel  reame  di  Napoli  provveduto.  La  quid  cosa  piaciuta 
al  re  sommamente,  perocché  avrebbe  recalo  giovamento  alla 
guerra,  avea  commesso  ad  un  fra  Puccio    cavalicr    friere , 


LIBRO   VENTIDUESIMO.  133 

il  quale  mollo  in  simili  cisi  adoperava  ,  che  con  Ferdinando 
la  comunicasse  ,  il  quale  con  1'  esercito  in  Toscana  si  rilro- 
vava  ,  e  quelli  modi  che  slimasscr  migliori  tenessero  ,  pur- 
ché la  cosa  ad  effclto  fosse  condotta.  Questo  maneggio  non 
si  potè  in  guisa  tenere  occulto,  che  alcun  odore  a* Fioren- 
tini non  ne  pervenisse  ;  i  quali  benché  malagCTolmente  s'in- 
ducessero a  prestarvi  credenza  ,  pure  mandarono  un  lor  cit- 
tadino grande  amico  di  Gherardo,  perchè  cautamente  degli 
andamenti  suoi  s  informasse ,    e    dove    cosi  gli  paresse    di 
dover  fare,  del  suo  errore  piacevolmente  l'avvertisse,    ri- 
cordandogli i  beneficj  clie  egli  e  il  padre  di  lui  dalla    Re- 
pubblica in  diversi  tempi  aveano  ricevuto.    Trovò    il    citta- 
dino in  apparenza  il  Gambacorti    molto    loiilano    da  queste 
imputazioni;  perciocché  egli  non  richiesto,    mandò    a' Fio- 
rentini un  suo  figliuolo  di  età  di  14  anni,  perchè  di  lui  si 
assicurassero,  prcgoUi   ardentemente    che    alcuno  lor  citta- 
dino a  prendere  la  tenuta    delle  sue  castella  gli  mandasse- 
ro ,  dolendosi  sopra  tutto,  che    per    trovarsi    infermo    non 
potesse  egli  slesso  andarne  in  persona  a  Firenze  ,  e  a  met- 
tersi nelle  mani  di  quei  signori,  purché    di    lui    senza  so- 
spetto vivessero.  Fu  rassicurata  per  tanti  argomenti  la  Re- 
pubblica, credendo  ciò  che  del  Gambacorti    si    era  detto, 
essere  stali  inganni  e  false  caluiin'C  per  macchiar    la    fama 
d'un  signore  afl'ezionato  e  devolo  di  quella  signoria;  quando 
mandato    Gherardo  per  fra  Puccio  ,    prestamente  il  mise  in 
tenuta  delle  sue  torre,  quelle    in    nome  di-1  re  consegnan- 
doli-  Ma  la  fortuna  amica    de' Fiorentini   foco,  che  mentre 
il  Gambacorti  era  in  sul  consegnare  a  fra  Puccio  la  fortezza 
di  Corzano ,  un  citlndino  pisano,  che  con  esso  luì  era,    il 
cui  nome  fu  Antonio  Gu.ilandi  ,  non  polendo  si  fatto  tradi- 
mento sostenere,  e  veggcndo  che  mal  volentieri  qne'popoli 
al  consiglio  del  lor  signore  acconsentivano  ,  colto  il  tempo 
opportuno  ,  imperocché  egli  era  verso  il  dì  deniro  la  rocca  , 
prese  con  ambi  le  mani  Gherardo  ,  e  quello  rovinosamente 
pinsc  fuor  della  fortezza  ,  disleale  e  malvagio  chiamandolo; 
la  qual  cosa  inlesa  in  Ragno  e  ne' luoghi  vicini  con    molta 
loro  letizia  le  gemi  regie  cacciarono  ,  e  alzalo  le   bandiere 
de' Fiorentini  quello  stalo  alla  Repubblica  conservarono.  !l 
che  fu  senza  dubbio  a' Fiorentini  cosa  molto  utile,  concios- 


134  dell'istorie  fiorentine 

siachè  se  Ferdinando  questi  luoghi  occupalo  avesse,  avrebbe 
con  gran  facìlìlà  potuto  correre  in  Yalditcvero  e  in  Casen- 
tino ,  il  che  avrebbe  forse  impedito  la  ricuperazione  di 
Foiano.  Siccome  l'aver  certi  soldati  per  opera  d'Antonio 
Salimbeni  ribellato  la  rocca  di  Valiano,  fu  di  grande  stor- 
pio a  quell'esercito,  che  maggiori  acquisti  non  Tacesse.  Pur 
si  riprese  la  rocca  per  forza ,  partito  che  fu  il  campo  di 
Foiano  ne'primi  giorni  di  settembre;  fne' quali  era  stato 
gonfaloniere  di  giustizia  Matteo  Palmieri  ,  e  subitamente 
si  prese  deliberazione  che  s' andasse  con  1' esercito  a  Vada. 
Fu  questa  espugnazione  molto  lunga,  nel  qual  tempo  fu  la 
Repubblica  richiesta  da!  pontefice,  che  gli  dovesse  man- 
dare due  nmbasciadori  a  Roma  per  Iraltare  la  pare  comune 
d'Italia,  affinchè  si  potesse  attendere  alla  guerra  contro 
del  Turco;  dalla  quale  vi  furono  subilo  mandali  Bernardo 
Giugni  e  Giannozzo  Pilli.  Ma  perchè  praticandola  e' vi  si 
trovava  denlro  di  molti  nodi,  domandando  il  re  a' Fioren- 
tini i  danari  in  questa  guerra  spesi ,  e  eglino  a  lui  la  re- 
stiluzion  di  Castiglione  della  Pescaia  e  di  Gavorrano,  e 
simiglianlemenle  di  esser  ristorali  delle  spese  falle  cercan- 
do; e  quasi  le  medesifne  cose  passando  tra  i  Veneziani  e 
il  duca,  proruppe  il  pontefice  in  ira,  dichiarando  ch'egli 
scomunicherebbe  coloro  per  cui  di  far  la  pace  si  rimanes- 
se. Per  la  qual  cosa  fu  di  più  mandalo  a  Roma  Otto  Nic- 
colini  dottor  di  legge  per  intender  bene  come  questa  pra- 
tica s'avesse  a  guidare.  E  tra  tanto  Vada  quasi  verso  il  fine 
d'ottobre  fu  presa,  avendola  difesa  quelli  di  dentro  valo- 
rosamente ,  i  quali  veggendo  al  fine  di  non  poterla  più 
tenere,  vi  poser  fuoco,  e  montati  in  su' legni,  che  erano 
nel  porto  ,  cos'i  abbruciata  ai  Fiorentini  la  lasciarono,  dai 
quali  a'i26  d'ottobre  fu  ordinato  che  ella  affatto  si  disfa- 
cesse. Non  si  conduceva  in  Roma  la  pace  ;  perchè  in  Fi- 
renze fu  dispulalo  quello  che  dopo  la  presa  di  Vada  si 
avesse  a  lare  ,  e  benché  e'  fosse  omai  tempo  di  ridurre  i 
soldati  alle  stanze ,  pareva  a  molli ,  che  essendo  i  Fioren- 
tini superiori  in  campagna  ,  si  dovesse  de'  Sanesi  prender 
vendetta,  i  quali  aveano  in  questa  guerra  dato  aiuti  grandi 
al  re;  ma  per  consiglio  di  Cosimo  de' Medici  e  di  Neri 
Capponi  fu  mostralo,    che    ad    Alfonso  non  si  poteva    far 


LIBRO  VENTIDUESraO.  133 

cosa  che  più  gì' avesse  a  recare  piacere  di  questa  ,  costrin- 
gendo i  Sanesi  a  raellersi  liberamenle  nelle    sue    braccia  , 
il  che  era  allro  che  aver  l'anno  passato  occupato  Rencine, 
Vada,  e  Foiano.  Doversi  per  questo  far  vista  di  non  vedere 
i  torti,  che  da  quel  comune  si  erano  ricevuti;  poiché  non 
sarebbe  mancato  del  tempo,    cessata  che  fosse  la  guerra, 
a  far  conto  con  esso    loro;  la  quMi    sentenza  fu  approvata. 
E  tra  tanto  poiché  in  Toscana  non  si  temea  più  dell'arme 
aragonesi  ,    fu    stimala    opera    utile    rimandar    Alessandro 
Sforza  al  fratello,  perché  dall' esser  bene  stretti  ,    e    com- 
battuti i  Veneziani  in  Lombardia  ne  nascea  por  conseguente 
il  riposo  di  Toscana,  e  la  pace  con  più  riputazione  si  con- 
cliiuderebbc.  Ma  dove    i    Fiorentini    erano    alquanto  dalle 
guerre  di  fuori  cominciati  a  respirare ,  parve  che  molto  più 
dalle  rainaccie  di  Dio  fossero  sgomentali  :  essendo  la  notte 
tJelli  28  di  settembre    maravigliosamente    tremala  la  terra  , 
o  per  lo  spazio  d'un  mese  seguitato    più    volte  il  tremore 
con  tanto  sbigottimenlo    di    ciascuno  ,  che  abbandonato    le 
case ,    molli  nei  luoghi  scoperti  soli©  tende  e  padiglioni  a 
dormire  si  conducevano;  ed  è  c«sa  certa    infino    a' signori 
essersi  in  quel  tempo  dal  pubblico  palagio  partiti.  Accioc- 
ché dunque  l'ira  di  Dio  si  placasse  furono  dall'arcivescovo 
Aulonino  ordinate  solenni  e  devote  processioni,  e  daDieci 
molte  limosino  furono  a' poveri   distribuite,  e   molla    gente 
all'  orazioni  e  a'  sagramenti  ricorse.  Ma  cessati  i  tremoti,  e 
entrato  a    calen  di  novembre  gonfaloniere  di  giustizia  Luca 
Pilli  la  seconda  volta ,  vedendo  che  la  pace  non  seguiva,  si 
crearono  nuovi  Dieci  di  balia  il  gonfaloniere  Pilli ,  Cosimo 
de' Medici,  Neri  Capponi ,  Agnolo  Acciainoli,  Dietisalvi  Ne- 
roni,  Otto  Niccolini ,  C^rlo  da  Diacceto,  Simone  Guiducci. 
e  due  artefici  Barlolommco  Michclozzi  t  e  Andrea    Guardi. 
Fu  ancora  in  questo  tempo    la    balìa    che   l'anno  avanti  fu 
presa  per  cinque  altri  anni  prolungala.  Diedesi  ordine,  che 
dove  prima  il  podestà  andava   in    mezzo    al    capitano  e  al 
gonfaloniere,  per  l'avvenire    il    gonfaloniere    v'andasse;  e 
nella  seconda  coppia  il  proposto    fosse  posto  in  mezzo   da 
due  signori.    Deliberossi  che  per  maggior    maestà  della  si- 
gnoria dodici  mazzieri  con  le  mazze    d'argento    l'andasse 
avanti  ogni  volta  che  in  pubblico  usciva.  Ne'  quali  pensicii 


136  dell'istorie  fiorentine^ 

roiiliiiiiondo  Matteo  Morelli  primo  gonfaloniere  dell'anno 
lioi,  procurò  che  una  somma  di  danari  si  spendesse  in 
arazzerle  e  argenti  per  il  servigio  de'  signori ,  e  che  lutto 
le  stanze  dcgl'ufficj,  i  quali  erano  sotto  gli  archi  nella  corte 
del  Palagio,  perchè  quello  fosse  più  spazioso  ,  via  si  levas- 
sero ;  e  che  il  mercato,  che  in  su  la  piazza  de' signori  si  fa- 
ceva ,  in  quella  di  santa  Croce  si  trasferisse  ;  e  così  altri 
mercati  di  alcune  piazze  in  altre  o  maggiori  o  più  comode 
si  trasmutassero.  E  contutlociù  le  cose  più  gravi  non  si  tra- 
lasciavano ,  imperocclic  e' si  mandò  a  Milano  Dielisalvi  Ne- 
roni  per  tirare  a'  soldi  della  Repubblica  Bartolommeo  Co- 
glione ;  il  quale  dovea  partirsi  dal  duca  e  andare  a' servigi 
de' Veneziani.  E  essendosi  partito  il  re  Renalo  di  Lombar- 
dia per  gli  suoi  stali ,  si  aspettava  Giovanni  suo  figliuolo . 
ii  quale  a  Firenze  venisse  per  capitano  della  Repubblica 
per  apporlo  a  Ferdinando  come  suo  vero  competitore  ,  in- 
titolandosi ancor  egli,  per  esser  primogenito  del  re  Rena- 
lo, duca  di  Caliibria.  Il  quale  con  grand' allegrezza  di  tutti 
venne  finalmente  a  Firenze  il  7°  giorno  di  febbraio;  per  la 
cui  venula  e  balli  e  giostre  con  mirabil  pompa  da'  signori 
fur  falle  celebrare  ,  come  se  tanti  apparali  e  giuochi  più 
convenienti  a  tempi  tranquilli,  che  a  tempestosi,  come 
quelli  erano,  fiissero  certi  segni  della  futura  pace;  la  quale 
non  tardò  oltre  il  gonfalonerato  di  Manno  Temperani  la 
quarla  volta  a  conchiudersi  tra' Veneziani  e  il  duca,  ser- 
bando luogo  a'  confederati.  Pace  conchiusa  più  per  privati 
interessi,  che  per  pubblica  carità,  essendo  tutti  parimente 
stanchi  delle  spese  ,  i  Veneziani  in  particolare  sbigottiti  per 
i  successi  felici  del  Turco  ,  e  il  duca  desideroso  di  trovar 
nrm;ii  dopo  tante  guerre  riposo  ,  e  potere  stabilire  pacifi- 
camente e  senza  briga  così  ricco  e  nobile  imperio  a"  suoi 
successori.  Ma  non  seguì  cos' alcuna  senza  consentimento 
de' Fiorentini  ,  essendo  venuto  a' 23  di  marzo  lettere  del 
duca  a  Cosimo  ,  con  le  quali  il  pregava  a  non  voler  dalla 
pace  allontanarsi ,  quamio  bene  dal  re  Castiglione  della 
Pescaia  e  Gavorrano  per  ora  non  si  riavesse,  mostrando 
per  molte  ragioni  come  non  si  dovea  perciò  lasciare  di  ab- 
bracciar la  pace  ;  e  per  questo  lo  richiedeva  che  gli  man- 
•iassc  ambasciadorc  ,  il  quale  in  nome  della  Repubblica  iio- 


/ 


LIBRO   VENTIDURSIMO.  137 

rcnlina  ncllr.  conclusione  di  della  pace  intervenisse.  Cosimo 
conferilo  il  lutto  co' Dieci,  scrisse  al  Neroni ,  che  segui- 
tasse quanto  pareva  al  duca  de' fatti  della  pace;  la  quale  fu 
poi  conchiusa  in  Lodi  1'  nndccimo  giorno  di  aprile  ,  e  in 
Firenze  a' quattordici  ,  di  solenne  per  la  domenica  dell'uli- 
vo ,  pubblicata.  Non  ebbero  il  medesimo  rispetto  i  Vene- 
ziani al  re  ,  che  il  duca  a' Fiorentini  avea  avuto  ,  a  cui  cosa 
alcuna  della  pace  prima  che  ella  fosse  seguita  non  fecer 
sentire;  onde  egli  di  ciò  forte  sdegnato  fu  piìi  lardo  a  con- 
sentirvi di  quello  che  gli  altri  aderenti  non  fecero,  maldi- 
eendo  con  agre  parole,  conlra  la  sua  natura,  e  con  rigide 
riiraoslrazioni  la  veneziana  perfidia. 


-c»:3«c@o- 


DELL'  ISTORIE  FIORETTISI 

DI 

SCIPIOI\fE  AMMIRATO 

LIBRO  VENTITREESIMO. 
AnoJ  14^4-li76. 


IjraiifJe  fu  in  Firenze  la  letizia  clie  dalla  nuova  pace  falla 
sentirono  i  Fiorentini  ,  per  cui  mostrò  rallegrarsi  ancor 
grandemente  il  duca  Giovanni  ;  il  quale  in  memoria  di  essa 
armò  cavaliere  in  S.  Reparata  il  gonfaloniere  Temperane 
nella  frequenza  del  popolo  ,  che  ivi  per  conio  delie  pub- 
bliche processioni  per  questo  fine  ordinate  era  ragunalo.  La 
quale  allegrezza  crebbe  ancora  mollo  più  ,  quando  nel  se- 
condo gonfaloneralo  di  Dietisalvi  Neroni  si  sentì,  che  i  Ge- 
novesi e  i  Sanesi  V  aveano  ratificala ,  e  che  si  credeva  per 
fermo,  il  che  mollo  importava,  che  il  re  eziandio  la  ratifi- 
cherebbe, raffreddato  che  fosse  in  lui  alquanto  lo  sdegno, 
che  per  lo  poco  rispetto  mostratogli  da'  Veneziani  avea  con- 
ceputo.  Perchè  pensò  la  Repubblica  per  uscir  una  volta 
d'affanno,  che  alla  pace  la  lega  fra  lutti  delti  principi  e 
repubbliche  aggiugner  si  dovesse.  La  quale  desiderava  il 
papa,  richiedevano  i  tempi,  e  ciascuna  delle  parti  dovea 
ornai  sopra  tutte  le  cose  bramare.  Perchè  furono  in  un  me- 
desimo tempo  mandati  ambasciadori  al  papa  Carlo  Pandol- 
tìni,  a' Veneziani  Piero  de'Medici  e  Giannozzo  Pandolfini, 
e  al  duca  di  Milano  Alessandro  degli  Alessandri,  affinchè 
detta  lega  praticassero.  E  intanto  fu  nella  città  tolta  via  la 
balìa  ,  la  quale  in  tempo  di  Giannozzo  Pitti  fu  fatta.  11  duca 
di  Milano  volle  che  per  riputazione  de' Veneziani  la  lega  ia 


140  dkll'  istorie  fiorentine 

Venezia  trattar  si  dovesse  ;  ove  egli  mandò  per  conto  suo 
Guernero  da  Castiglione  e  Niccolò  Arcimboldo;  i  quali  in 
compagnia  degli  ambasciadori  fiorentini  del  mese  d'ago- 
sto, esseniio  in  Firenze  gonfaloniere  di  giustizia  Tommaso 
Soderini  la  seconda  volta,  con  gran  facilità  la  conchiusero; 
e  quella  per  lo  spazio  di  25  anni  fermarono  a  difesa  degli 
slati  comuni,  riserbando  luogo  al  re  e  a' Genovesi.  Ma 
perchè  col  tratlar  del  re  Alfonso  come  aderente,  nel  se- 
condo errore  non  si  cadesse,  fur  richiesti  instanteraenle  dai 
Veneziani  i  confederali ,  che  si  dovessero  i  già  detti,  o  al- 
tri ambasciadori  insieme  con  quelli  che  il  lor  senato  eleg- 
gerebbe mandare  al  pontefice,  e  pregarlo  slretlamcnte  che 
accompagnandoli  con  un  suo  legato  al  re,  con  questa  dimo- 
strazione d'onore  il  rappacificasse,  e  insiemcmente  ad  ac- 
cettar la  lega  il  disponesse  ;  il  che  così  fu  fatto.  11  re  Al- 
fonso veduto  fra  questo  mezzo,  che  i  Veneziani  por  le  cui 
preghiere  avca  mosso  la  guerra  in  Toscana  ,  eran  fatti  amici 
co'Fiorenlini,  scrisse  a  Ferdinando,  che  lasciato  presidio  in 
Castiglione  e  in  Gnvorrano  a  Napoli  se  ne  tornasse:  e  tra 
tanto  apparvero  in  Firenze  i  segni  delle  greche  calamità; 
avendo  un  gentiluomo  greco  comparso  da  quelle  parti  re- 
cato con  se  molte  reverende  reliquie ,  e  un  libro  ove  era 
in  lingua  greca  scritto  il  nuovo  testamento ,  molto  bello  e 
maravigliosamente  adornato;  le  quali  cose  i  signori  per  lo 
pregio  di  mille  fiorini  d'oro  comprarono.  Preso  poi  il  gon- 
falonerato  Giovanni  Niccolini  vennero  in  Firenze  con  gli 
ambasciadori  della  Repubblica  Girolamo  Barbarigo  e  Zac- 
caria Trivigiano  ambasciadori  del  senato  veneziano,  e  Bar- 
tolommeo  V^isconti  vescovo  di  Navarra  ,  e  Alberigo  Maleta 
per  lo  duca  di  Milano;  co' quali  eletti  dalla  signoria  per 
nuovi  ambasciadori  Bernardetlo  de' Medici  e  Dictisalvi  Ne- 
roni  fur  subilo  lasciati  partire  per  Roma,  acciocché  la  tanto 
desiderata  lega  si  conchiudesse.  Non  perde  tempo  il  pon- 
tefice desiderosissimo  sopra  ciascun  altro  di  veder  prima 
che  morisse  questa  buona  intelligenza  tra'polentali  d'Italia, 
d'aiutare  così  pietosa  e  onesta  domanda  con  la  sua  auto- 
rità; perchè  mandò  al  re  insieme  con  1' ambasceria  de' con- 
federati Domenico  Capranica  cardinale  di  Fermo  per  di- 
sporlo  a  questa  amicizia   e   confederazione.   La   qual  cosa 


LIBRO   VENTITBEESIMO.  141 

prima  che  avesse  i!  desiato  fine  passò  tulio  il  gonfalone- 
rato  di  Agnolo  Acciainoli  la  seconda  volta,  nel  tempo  del 
quale  niun' altra  cosa  accadde  ,  se  non  che  Borso  da  Este 
volle  ancor  egli  entrare  nella  lega  ;  e  Alessandro  Sforza 
pretendendo  ingiustamente  di  non  aver  avuto  l' intero  soldo 
da'  Fiorentini,  svaligiò  per  trentamila  fiorini  di  robe  alcuni 
lor  mercatanti  con  grande  dispiacere  del  duca;  e  in  Firenze 
nuovi  squittini  si  focero.  Ma  enirato  l'anno  1455,  e  gonfa- 
loniere di  giustizia  Agnolo  della  Stufa  ,  poiché  al  re  Alfonso 
parve  d'  aver  in  parte  ricuperalo  la  sua  ripu'.azione  ,  non 
volendo  mancare  come  buon  principe  alla  causa  comune,  si 
contentò  di  far  la  pace  e  di  entrare  nella  lega  universale 
d'Italia,  dalla  quale  volle  che  solo  i  Genovesi,  e  Gismondo 
Malatesta  ,  e  Asiorre  Manfredi  non  fossero  compresi.  Co- 
storo due  come  quelli  che  avendo  tocco  da  lui  denari  ai 
servigi  de' Fiorentini  si  erano  ri\oIti,  i  Genovesi  pcrmolle 
e  varie  pretenienze  che  avea  con  quella  nazione.  Se  la  pace 
rallegrò  la  Repubblica,  maggiore  senza  comparazione  fu  il 
piacere  che  sentì  della  lega;  nella  quale  volle  ancor  en- 
trare il  pontefice,  per  anni  venticinque  per  sé  e  suoi  suc- 
cessori ricevendola.  Ritornali  dunque  in  Roma  tulli  gli  am- 
basciadori,  con  giubilo  universale  fiir  ricevuti,  e  fu  per  con- 
siglio del  papa  conchiuso,  che  per  comune  soddisfazione  di 
tutta  Italia  si  dovesse  della  lega  far  bandire  a' 25  di  marzo 
in  ogni  città  a' detti  principi  e  repubbliche  soltoposle.  Ma 
non  fu  a  Niccola  conceduto  polcr  lungo  tempo  goder  il 
frutto  di  questa  tranquillila;  il  quale  essendo  già  vecchio 
e  infermo  ,  e  dopo  la  perdila  di  Costantinopoli  rade  volle 
vedutosi  rallegrare,  si  mori  pieno  d'angoscia  e  d'amaritu- 
dine la  notte  che  precedelle  a'2'(-  di  marzo-  Bernardo  ri- 
dolfi,  11  quale  risedea  in  quel  tempo  in  Firenze  gonfaloniere 
di  giustizia,  nel  giorno  che  avea  con  solenni  cerimonie  falla 
pubblicare  la  lega  ,  sentì  la  morie  del  papa  ;  la  quale  mo- 
derò in  parte  cotanta  allegrezza ,  essendo  slato  quel  pon- 
tefice per  lo  sue  buone  qualità  singolarmeiiie  amalo  da' Fio- 
rentini. E  aspettandosi  la  creazione  del  successore,  vennero 
novelle  ossero  sialo  crealo  papa  agli  8  d'aprilo  Alfonso 
Borgia  nobile  valonziano  e  vescovo  della  sua  pairia,  uomo 
lV  antica  età ,  e  perito  nelle  leggi  civili  e  canoniche  ;  a  cui 


142  dell'istorie  fiouentine 

fu  spedila  una  nobile  ambasceria  di  cinque   cilladini,  l'ar- 
civescovo Antonino,  Giovanni  de'  Medici  figliuolo  di  Cosi- 
mo .  Antonio  Ridolfi  fratello  del  gonfaloniere,  Olio  Nicco- 
lini,  e  Giannozzo  PandoHìni,  sì  per  rallegrarsi  seco  in  nome 
della  Repubblica  della  sua  promozione,  e  sì  per  confortarlo 
a  continuare  nella  lega  con  tanta  lode  e  cosi  di  fresco   dal 
suo  predecessore  fermala.  Partirono  gli  ambasciadori  di  mag- 
gio, essendo  entralo  gonfaloniere  di  giusUzia  Piero  Corsi,  e 
furono  ricevuti  da  Calisto  IH,  che  questo  fu    il   nome  del 
nuovo  pontefice,  con  molle  dimostrazioni  d'onore  e  d'amo- 
revolezza; il  quale  non  solo  promise    loro    di    voler  conti- 
nuare nella  lega,  ma  mostrò  com'era  tempo  di  farne  vedere 
r  esperienza.  Conciosiacosachè  Iacopo    Piccinino   licenzialo 
dal  soldo  de' Veneziani  e  congiuntosi  con  Matteo  di  Capoa, 
e  con  altri  condottieri,  quasi  a  somiglianza  dell'  antiche  com- 
pagnie, avesse  messo  insieme  tante  genti  che  faceano  forma 
di  un  giusto  esercito,  e  con    sì  falla   moltitudine    vaga  di 
preda  tuttavia  ingrossando,  ne  fusse  venuto  in  Romagna,  né 
si  sapesse  dove  egli  volesse  volgersi.  Richiedeva  per  que- 
sto gli  ambasciadori  in  nome  della  loro  Repubblica,  che  do-' 
vesserò  opporsi  di  compagnia  contra  il  Piccinino  ,  quando 
egli  lo  stalo  della  Chiesa,  o  di  qualunque  altro  confederalo 
imprendesse  a  molestare  ;  della  qual  cosa  avutone  i  signori 
contezza  non  se  ne  mostraron  lontani,  ancorché  il  Piccinino 
passalo  di  Romagna  in  Toscana  avesse  mosso  la  guerra  ai 
Sanesi;  co' quali  se  bene  i  Fiorentini  avean  fallo  pace,  non 
aveano  però  obbligo  di  difenderli;  non    essendo   con    quel 
popolo  entrali  in  lega,  anzi  aveano  cagione  di  desiderare  la 
loro  rovina  per  gli  aiuti  dati  nelle  guerre  passale  agli  Ara- 
gonesi. Tra  tanto  il  duca  Giovanni  si  partì  di  Firenze  aven- 
do la  sua  condona  finita,  forse  nel  profondo  del  cuor  suo, 
non  interamente  soddisfallo  de'Fiorenlini,  veggendoli  col  suo 
competitore  rappacificati ,  ma  ben  con  segni  apparenti  d' in- 
finito contentamento,  mostrando  come  egli  non  dovea  per 
suoi  comodi  invidiar  la  quiete  e  tranquillità  degli  amici  suoi. 
Per  la  qual  cosa  gli  furono  dalla  Repubblica,   perchè  egli 
affatto  amico  loro  si  partisse  ,  usiile  cortesissime  dimostra- 
zioni; avendogli  olire  la  condona    donato    ventimila   fiorini 
d'  oro  di  [iccunia  numr  rata^  novanta  libbre  d'ariento  lavoralo 


LIBRO   VENTITREESIMO  14:5 

in  vascilaincnli  da  tavola  di  nobilissiiao  arlificio,  e  MU)i«> 
accompagnare  da  due  reiteri,  i  quali  in  nome  del  comune 
per  tulio  il  dominio  gli  facessero  le  spese  del  pubblico.  Ma 
già  il  Piccinino  trovato  i  Sanesi  per  la  sicurezza  della  pace 
sprovveduti,  avea  col  (erro  e  col  fuoco  notabili  danni  fatto 
in  quel  paese  :  insignoritosi  di  Celona,  costretto  ad  arren- 
derscgli  Sartiano,  e  altre  piccole  castella  occupalo;  ma  il 
fine  di  questo  movimento,  entrato  gonfaloniere  di  giustizia 
Piero  Rucellai,  fu  tale,  che  mandatogli  contro  dal  papa  Gio- 
vanni conte  di  Ventimiglia  suo  capitano,  dal  duca  di  Milano 
Curradt)  da  Fogliano  e  Ruberto  Sanseveriio,  da' Veneziani 
Carlo  Gonzaga  e  Pier  Brunoro  liberato  di  prigione  da  Al- 
fonso ad  istanza  de'Veneziani,  e  da"  Fiorentini  il  Simonetta  , 
e  col  Piccinino  venuti  alle  mani  non  lungi  dal  fiume  Fiore, 
il  costrinsono  a  ritrarsi  a  Castiglione  della  Pescaia  ,  non 
senza  opinione  che  il  re  Alfonso  il  favorisse  ;  né  quivi  potè 
lungo  tempo  fermarsi,  che  rifuggito  nel  regno,  fu  da  quel 
re  amichevolmente  ricevuto.  Ma  Alfonso  perchè  non  pa- 
resse voler  conlra  tutta  la  lega  favorire  un  capitano  di 
ventura,  fece  dopo  alcun  tempo  restituire  a' Sanesi  le  terre 
tohegli  dal  Piccinino  ;  il  quale  da  loro  veni  mila  fiorini  ri- 
cevette. E  benché  avesse  il  re  per  un  pezzo  persuaso  ai 
confederali,  che  per  levar  \ia  ogni  cagione  di  disturbo  si 
dovesse  conducere  per  capitano  di  essa  lega  il  già  dello 
Piccinino  con  provisione  di  centomila  scudi  l'anno,  pure 
e  di  queslo  pensiero  al  fine  si  rimosse;  mostratogli  dal 
papa  come  era  cosa  mollo  indegna,  che  tanti  principi  diven- 
tassero Iribularj  d'un  ladrone,  il  quale  avea  con  ingiuste 
armi  assaltalo  l' Italia;  le  quali  cose  in  varj  tempi  succe- 
dute ,  ho  in  questo  luogo  raccolte  per  non  averci  più  a  ri- 
tornare. I  Fiorentini  mentre  queste  cose  fuori  si  lralta\ ano 
ridussero  la  tratta  de' signori  a  sorte,  essendo  infino  a 
queslo  tempo  dopo  il  34  per  le  spesse  balìe  ripigliate 
slati  sempre  traili  dalli  accoppiatori  a  mano;  e  fu  il  gon- 
faloniere Rucellai  il  primo  a  cui  fusse  tocca  la  sorte;  di 
che  grandemente  i  cittadini  grandi  si  rallegrarono,  parendo 
che  in  questo  modo  meno  la  potenza  di  Cosimo,  e  più 
quella  di  loro  in  comune  avesse  luogo.  Imperocché  costoro 
i  quali  non  per    ben    pubblico ,    ma    per    privati  interessi 


144  dell'istorie   FIORENTINE 

aveano  la  grandezza  di  Cosimo  sostenuta,  veduto  che  eb- 
bero né  per  le  cose  di  fuori  essendo  la  guerra  cessata,  ne 
per  quelle  di  dentro  aver  piij  cagion  da  temere,  desidera- 
vano graiidemenle,  e  soprattutto  i  proprj  amici  di  Cosimo  , 
che  la  sua  potenza  si  diminuisse;  da' quali  umori  in  processo 
di  tempo  seguirono  dicisioni  e  contese  g'andissime.  Man- 
daronsi  in  questo  tempo  quattro  cittadini  di  grande  auto- 
rità a  Pistoja,  i  quali  insieme  col  podestà  e  col  capitano  le 
differenze  de'  contadini  acquetassero  ,  fieramente  in  fra  di 
loro  imbestialiti  per  antiche  gare  ad  uccidersi  l'nn  l'altro. 
In  questa  universal  quiete  d'  Italia  non  parve  al  pontefice 
tempo  più  da  prolungare  a  confortare  i  principi  e  i  po- 
poli cristiani  a  pigliar  l'arme  contro  del  Turco.  Per  la  qual 
cosa  mandò  a  Firenze  nel  secondo  gonfaloneralo  di  Ber- 
nardelto  de' Medici  maestro  Giovanni  da  Napoli,  il  quale 
grandemente  il  popolo  fiorentino  con  le  sue  prediche  com- 
mosse, e  le  borse  e  le  persone  trovò  pronte  di  chi  voleva 
andare  a  questa  impresa  oltre  mare  per  spargere  il  sangue 
per  onore  e  mantenimento  di  santa  fede  cattolica;  perchè  si 
fece  a' 19  d'ottobre  una  solenne  processione,  ove  è  fama 
più  di  ventimila  anime  essersi  ragunale.  E  certo  se  mai  si 
sperarono  efTetli  grandi  intorno  questa  impresa,  allora  parve 
che  ne  fusse  venuto  il  tempo,  avendo  due  principi  quasi  i 
più  potenti  d'  Italia,  oltre  la  lega,  congiuntisi  ancor  di  pa- 
rentado insieme  ,  come  per  un  araldo  del  re  Alfonso  fu 
pubblicato  in  Firenze,  il  qual  fece  intendere  per  parte  del 
suo  re  a'  signori,  come  egli  avea  ad  Alfonso  suo  nipote  fi- 
gliuolo di  Ferdinando  dato  una  figliuola  del  duca  Francesco 
per  moglie,  e  a  una  sorella  di  esso  Alfonso  avea  Gio.  Ga- 
leazzo figliuolo  del  detto  duca  dato  per  marito:  la  qual  cosa 
diceva  aver  voluto  far  intendere  a  quella  Repubblica  sa- 
pendo la  gran  bcnivolenza,  che  ella  e  il  duca  si  portavano 
insieme,  affine  che  ancor  egli  entrasse  per  terzo  in  quella 
così  cara  amicizia  e  fratellanza.  Fu  sommamente  ringraziato 
il  re  di  così  amorevoli  dimostrazioni;  e  l'Araldo  ne  fu  con 
danari  e  con  vestimenti  a  Napoli  rimandalo.  Non  succede 
poi  cos' alcuna  degna  di  memoria,  uè  per  lo  line  di  quel- 
l'anno, che  risedette  gonfaloniere  di  giustizia  Francesco 
del  B  nino ,  nò  per  tulli    i   due    primi   dell'anno    Ut'òl]    di 


LIBRO    VENTITREESIMO.  143 

MarioUo  Benvenuti,  e  di  Francesco  Venturi  amendue  la 
seconda  volta-  Quello  di  Domenico  Martelli  fu  alquanto 
spaventoso  per  una  cometa  apparila  nel  cielo  di  maravi- 
giiosa  grandezza,  la  quale  continuò  cinquanta  giorni  a  ve- 
dersi con  una  coda  lunghissima  di  color  d'  oro  volta  verso  . 
i!  levante  ,  la  quale  divenuta  di  color  di  fuoco  ,  venne  a 
poco  a  poco  mancando  ,  verso  iramonlana  a  spegnersi. 
Riferivano  ancor  uomini  degni  di  fede,  e  così  lascia- 
rono notato  molli  scrittori,  essere  in  Roma  piovuto  sangue, 
in  quel  di  Genova  carne;  ne'  Sabini  esser  nato  un  vitello 
con  due  capi,  e  nella  Marca  d'  Ancona  un  bambino  con  sei 
denti  col  volto  di  maravigliosa  grandezza,  i  quali  prodigi 
da  di\ersi  furono  diversamente  interpretali,  secondo  nei 
loro  paesi  le  cose  prospere  o  avverse  succedettero.  Ma  in 
Firenze  entrato  gonfaloniere  di  giustizia  Daniello  Canigia- 
ni ,  non  ebbe  lungo  tempo  a  dubitarsi  quello  che  per  tali 
sogni  l'ira  di  Dio  minacciasse,  e  nondimeno  fu  poco  prima 
la  città  d'una  lieta  novella  grandemente  rallegrata.  Questa 
fu  la  copia  di  una  lellera  scritta  al  pontefice  dal  cardinale 
di  Sant'Angelo  suo  legato  in  Ungheria  della  vittoria,  che 
gli  Ungheri  conlra  Maometto  imperadore  de' Turchi  aveanu 
avuto;  il  quale  insuperbito  dell'acquisto  di  Costantinopoli, 
e  per  questo  venutone  con  centocinquantamila  uomini  a 
Belgrado  e  a  cattivo  termine  condottolo ,  fu  dalla  virtù  di 
Giovanni  Corvino  Vaivoda  della  Transilvania  e  capitano  va- 
loroso ,  e  da  Giovanni  da  Capistrano  frale  dell'ordine  di 
S.  Francesco  uomo  di  santissima  vita,  da  quell'assedio  con 
strage  grandissima  de' Turchi  ributtalo;  la  qual  vittoria  co- 
me che  avesse  a  ciascuno  potuto  far  vedere,  che  non  era 
del  tutto  impossibile,  che  quella  fiera  nazione  si  potesse 
vìncere,  il  che  doveva  accendere  le  forze  de'Cristiani  cen- 
tra infedeli,  raffreddò  nondimeno  in  guisa  gli  animi  di  tulli 
i  principi  italiani,  come  fosse  cessato  interamente  quel  ti- 
more che  dall'armi  loro  si  avea,  che  poco  piii  s'ebbe  l'ani- 
mo a  quella  improsa,  volendo  ciascuno  attendere  a  cavar  i 
frutti  di  quella  pace,  che  tanto  tempo  in  Italia  era  slata  desi- 
derata, ma  non  sperata.  Era  ancor  fresca  la  letizia  della 
fuga  del  Turco,  e  dell'  assedio  sciolto  a  Belgrado  ,  quando 
per  una  tempesta  di  cui  non  si  legge  nò  prima  ne  dopo 
Ami.  Voi..  V.  10 


146  OELLISTOUIE   FIOUE.NTI^E 

infino  a  qucsli  tempi  per  memoria  di  scrittori  esserne  stala 
alcuna  altra  simile  in  Toscana,  fu  grandemente  la  Repub- 
blica sbigottita.  Apparì  nelle  parti  di  Valdt'lsa  di  là  di  Lu- 
cardo  la  mattina  de' 22  d'agosto  alquanto  innanzi  a!  dì  una 
gran  qnaiililà  di  nugoli  neri  e  folti,  e  tanto  bassi  a  terra, 
che  non  più  di  venti  braccia  era  la  lor  maggiore  altezza  , 
e  meno  d'un  miglio  d'ampiezza  occupavano,  i  quali  cam- 
minando verso  S.  Casciano,  e  per  la  via  di  S.  Maria  Im- 
pruneta,  in  pian  di  Ripoli,  e  quindi  passalo  Arno  ,  poco 
più  in  là  di  Seltigna  no  e  di  Vincigliala  si  distesero  quasi 
un  corso  di  venti  miglia.  Da  questo  così  fatto  turbine  com- 
mosso da  un  terribile  e  impetuoso  soffiamento  di  venti  in 
fra  di  loro  contrarj  uscivano  senza  alcun  intervallo  spaven- 
tosi baleni,  i  quali  secondo  la  forza  di  quel  venie,  nel 
quale  prima  incontravano,  così  essi  or  di  salire  verso  il 
cielo,  e  or  di  calare  a  terra,  e  ora  di  volf^ersi  in  giro  e 
urtarsi  e  percuotersi  insieme  eran  costretti;  per  la  qual 
zuffa  era  sì  grande  il  rumore  e  lo  strepito,  che  parca  che- 
la terra  e  '1  cielo  rovinasse  ;  perchè  gli  effetti  di  tal  lem- 
pesta  ov' ella  potè  esercitar  il  furor  suo,  furono  sopra  ogni 
credenza  stupendi  e  raaravigliosi,  conciossiacbè  non  solo 
ella  abbattesse  case,  sbarbasse  alberi,  uccidesse  animali, 
e  trasportasse  uomini  insieme  co'carri  e  con  le  bestie  d'un 
luogo  in  un  altro  ,  ma  quello  che  ogni  maraviglia  ecce- 
deva, fu  che  alcuni  luoghi  gillali,  non  tutti  per  un  ver- 
so, come  il  vento  suol  fare  cadevano,  ma  d'una  me- 
desima muraglia  una  parte  vers-o  tramontana  e  im'  allra 
verso  mezzodì  si  vedeva  abbattuta,  come  in  un  palagio 
de'  Vettori  presso  a  S.  Casciano  m  potè  vedere.  Una  casa 
d'un  lavoratore  fu  tagliata  d<il  palco  in  su  tutta  per  un 
verso  braccia  otto,  e  per  l'altro  quindici,  e  portata  di  netto 
braccia  venti  discosto  senza  lasciare  in  sul  palco  un  matlone 
o  un  calcinaccio.  Ad  un  contadino,  il  quale  avea  in  casa 
parecchie  moggia  di  grano,  In  portato  via  tulio  per  una  fi- 
nestra ferrata  senza  avere  fatto  nocumento  alcuno  all' abi- 
tazione. Ad  un  altro  ne  fu  tratto  un  bugnolo  pieno  e  por- 
talo iu  campo  senza  versarne  un  granello.  Lungo  sarebbe 
a  racconlare  i  diversi  e  strani  accidenti  che  per  quella 
tempesta  si  videro  in  lutti  i  luoghi  onde  ella  passò;  i  quali 


LIBRO   VENTITREESIMO.  147 

diligentemente  da  Giovanni  Riicellai  in  un  libro  furono  r;ic- 
coiti;  perchè  si  penò  molli  dì  prima  che  per  le  strade 
pubbliche  si  fusse  potuto  passare  por  le  quorcie  e  per  gli 
altri  alberi,  cosi  selvaggi  come  domestici,  da' quali  erano 
attraversale.  Né  solo  i  palagi  e  le  case  private,  ma  nò  al- 
cune chiese  al  servigio  di  Dio  dedicale  dal  rabbioso  im- 
peto di  così  fatto  turbine  si  poterono  difendere.  Per  la 
qual  cosa  fu  spelta  olo  veramente  lagrimoso  ,  cessola  che 
fu  la  tempesta,  1'  andar  di  luogo  in  luogo  i  danni  palili 
considerando.  Ma  parve  che  Iddio  non  solo  la  Toscana  a- 
vesse  voluto  minacciare,  ma  come  poi  s' intese  anche  il  re- 
guo  di  Napoli,  dove  nell' ultimo  mese  dell'anno,  che  in  Fi- 
renze era  gonfaloniere  di  giustizia  Barlolommeo  Lenzi,  il 
quale  a  Donalo  Cocchi  gonlaloniere  per  settembre  e  otto- 
bre era  succeduto,  i  danni  furono  senza  comparazione  mag- 
giori; imperocché  per  ccrli  tremoti ,  i  quali  a' 5  di  dicem- 
bre incominciarono,  e  poi  andaron  sempre  maggiormente 
crescendo  per  tulio  il  fine  dell'anno,  molte  castella,  e  città 
intere  furono  disfatte,  e  meglio  che  trentamila  persone  peri- 
tovi, e  fu  luogo  ove  non  si  poteva  a  quattro  miglia  appressare 
per  lo  puzzo  de'  corpi  morti.  Erano  per  altro  le  cose  mollo 
quiete,  onde  attese  la  signoria  col  gonfaloniere  I^enzi  a  provve- 
dere che  i  pubblici  interessi  scemassero,  de'quali  la  Repub- 
blica per  le  passate  spese  mollo  abbondava.  Ma  entrato 
r  anno  1457  gonfaloniere  di  giustizia  Andrea  della  Stufa 
furono  uditi  gli  ambasciadori  de'  Sanesi,  che  riferivano  co- 
me la  loro  repubblica  avca  la  città  di  Siena  di  molli  suoi 
nimìci  purgata  ,  i  quali  conosceva  essere  anco  poco  amici 
de'Fiorenlini;  e  che  per  questo  ella  intendca  di  vivere  in 
pace  e  in  buona  fratellanza  con  la  Repubblica  di  Firenze, 
da'cui  consigli  e  conforti  non  mai  si  discosterebbe,  e  che 
perciò  desiderava  di  far  la  lega  insieme  per  meglio  slabi- 
lire  questa  loro  amicizia.  Furono  sommamente  ringraziali 
i  Sanesi  per  un  ambasciadore  mandatovi  dalla  signoria  en- 
trata con  Francesco  Bonsi ,  ma  non  però  vollero  entrare 
in  pratiche  di  lega,  slimando  che  questo  punto  contenesse 
in  se  di  molte  cose  dubbiose.  Matteo  Morelli  prese  ap- 
presso il  gonfalonerato  la  seconda  volta ,  il  quale  fece 
molle  provvisioni  intorno  gli  avanzi  del  comune,  imperocché 


148  dell'istorie  fiorentine 

e  levò  le  doli  posle  sul  raonle  a' figliuoli  maschi,  e  pose 
gabelle  a  chi  falle  o  riscosse  l'avesse.  Fecesi  una  riforma- 
gione,  che  il  tempo  di  certe  paghe  sostenute,  le  quali  si 
aveano  a  pagare  si  prolungasse  ;  che  tutti  i  giudei  della 
città  e  contarlo,  i  quali  denari  de' Fiorentini  tenessero, 
quelli  sotto  gravissime  pene  dovessero  palesare,  pagan- 
done dieci  per  certo  al  comune;  la  qual  porzione  mettes- 
sero a  conto  del  capitale  o  degli  interessi  di  cui  fussero. 
Poi  fu  tratto  gonfaloniere  la  seconda  volta  Simone  Gui- 
ducci,  nel  qual  tempo  la  pestilenza  facea  gran  danno  nella 
ciltà,  da  che  presero  alcuni  cittadini  occasione  di  far  no- 
vità, stimando  che  per  votarsi  la  terra  di  genti  leggiermente 
sarebbe  venuto  lor  fallo  quello  che  disegnavano.  Capo  di 
questa  congiura  fu  Piero  de' Ricci  figliuolo  di  Giovacchino, 
seguitato  da  Alamanno  degli  Adimari,  e  da  un  figliuolo  ba- 
stardo di  Niccolò  Valori  cognominalo  il  Bolticello  ,  uomini 
nobili,  ma  scellerati  e  di  perduta  speranza;  de' quali  mentre 
il  Ricci  cerca  tirare  in  sua  compagnia  un  altro  cittadino ,  il 
cui  nome  fu  Francesco  di  Vermiglio,  da  lui  alla  nuova  si- 
ji,noria  entrata  con  Francesco  Ginori  fu  tutto  il  trattato  sco- 
perto. Fur  poste  le  mani  addosso  al  Ricci,  non  essendosi 
gli  altri  potuti  avere;  il  quale  messo  alla  colla  e  rigida- 
mente esaminalo,  palesò  cose  mollo  gravi  ordite  contro  la 
Repubblica,  ammazzamenti,  arsioni,  e  mutazioni  grandissi- 
me. E  credendo  col  nominar  allri  fuggire  o  almeno  di-- 
minuire  il  gasligo  che  gli  si  doveva,  confessò  olire  alcun  altro 
Carlo  de'Birdi  figliuolo  di  Lipaccio;  il  quale  per  esser  tro- 
valo innocente  fu  liberato,  e  al  Ricci  la  manina  de' 16  di  set- 
tembre a  piò  del  palagio  del  podestà  mozza  la  lesta.  Al  Ver- 
miglio in  premio  del  palesalo  tradimento  furono  dulia  Repub- 
blica date  l'arme  in  vita,  conceduto  per  dieci  anni  i  lava- 
toi di  Pisa  ,  fiittolo  esente  delle  gravezze  ,  e  molti  altri  be- 
neficj  conferitili.  Cessalo  questo  tumulto  atlese  la  Repubblica 
a  trovare  tuttavia  modi  da  rifarsi;  e  per  tal  conto  si  fece 
una  legge  in  materia  di  paghe  riscosse  per  polize  da  per- 
sone che  non  erano  sue;  onde  si  trasse  buona  quantità  di 
denari.  Tennesi  poi  per  alcuni  una  pratica  mollo  stretta  d'ar- 
dere lo  squillino  de' priori  fatto  l'anno  1453  in  tempo  del 
Morelli;  ma  perchè  non  si  volea  fare  Icgitlimamenle  ,   e  di 


LIBRO    VENTITREESIMO.  149 

conseiilinieiìlo  del  popolo,  Cosimo  de' Medici  in  conio  al- 
cuno non  vi  avca  voluto  acconsentire,  sentendo  gran  con- 
forto, che  quelli  cittadini  ,  i  quali  non  aveano  voluto  che 
più  la  balìa  si  ripigliasse  ,  ma  che  la  sorte  prevalesse,  si  ac- 
corgessero dell'errore  che  aveano  fatto:  poiché  in  questo 
modo  procedendo  ,  non  a  lui  a  cui  non  mancava  il  favor 
del  popolo,  ma  a  sé  stessi  avean  toltola  riputazione;  per- 
ciocché allargate  le  borse,  e  ammesse  negli  ufRcj  e  ne' gradi 
molte  persone  ,  non  si  avca  più  loro  quel  rispetto  e  rive- 
renza che  si  solca  a\erc,  ma  indistintamente  erano  come 
gli  altri  trattati,  e  bene  spesso  da  quelli  che  gli  erano  siali 
inferiori,  e  aveanli  talora  scherniti  e  oltratigiati ,  erano  vi- 
cendevolmente ancor  essi  belTati  e  olTisi.  La  qual  cosa  ap- 
pari molto  più  esser  vera  passalo  che  fu  il  gonfalonoralo  di 
Luigi  Guicciardini  la  seconda  volta.  Venuto  adunque  l'anno 
1458,  e  preso  il  sommo  magistrato  da  Nofri  del  Caccia  ,  il 
padre  del  quale  era  il  primo  della  sua  famiglia  entralo  nel 
governo  della  Repubblica,  e  il  suo  gonfaloneralo  il  mille- 
simo dopo  che  la  Repubblica  da  Baldo  Rudoli  incomincian- 
do ,  avea  l'anno  1293  a  quel  magistrato  dato  principio,  parve 
a'signori  tutti  intenti  a  veder  di  cavare  il  comune  di  debi- 
to, che  si  facesse  un  nuovo  calaste  simile  a  quello  del  27 
a  che  furono  subilo  deputali  dieci  cittadini ,  i  quali  fra 
il  termine  d'un  anno  dovessero  averlo  messo.  La  qual 
cosa  i  grandi  soprammodo  sbigotli  ;  perchè  tulli  si  rislrin- 
siro  intorno  a  Cosimo,  pregandolo,  che  non  permettesse 
che  dalla  plebe,  e  da  questa  nuova  gente  fossero  sopraffal- 
li, e  che  per  questo  non  attardasse  a  riprendere  la  balìa  , 
col  mezzo  della  quale  egli  avea  sempre  mantenuto  gli  amici 
suoi  grandi,  e  la  casa  sua  potente.  Ma  Cosimo  perseverava 
costante  a  non  voler  ricorrere  a' modi  slraoniinatj,  ove  dalla 
necessità  non  fosse  costretto.  Intanto  vennero  avvisi  come 
Casliglione  della  Pescaia  ribellato  al  re  d'  Aragona  per  opera 
di  certi  mandriani,  di  nuovo  a  devozione  della  Repubblica 
era  tornalo.  Ma  non  volendo  i  signori  che  por  un  castello 
si  fallo  si  avesse  da  capo  ad  accendere  la  guerra  in  Tosca- 
na, n'avvisarono  il  re  ;  e  benché  quello  fusse  prima  stalo 
del  lor  dominio,  mostrarono  tenerlo  a  sua  istanza,  la  qual 
profcrta  non  fu  dal  re  rifiutala.  Seguì  gonfaloniere    di  giù- 


130  DELI.'  ISTORIE    FIORENTINE 

sliria  per  marzo  e  aprile  Matteo  Bartoli;  il  quale  volendo 
conlra  la  volontà  di  Cosimo  a' conforti  dei  sopraddetti  cit- 
tadini far  il  parlamento,  non  gli  fu  da' compagni  aeconsen- 
lilo,  anzi  schernito  da  loro,  fu  a  far  quasi  lulto  il  contra- 
rio sforzato  ;  impcrochè  e'si  vinse,  che  non  si  potesse  far 
balia  nessuna  per  l'avvenire  ,  se  prima  per  le  nove  fave  nere 
Ira' signori  non  si  vincesse  ,  e  dipoi  tra' signori  e  collegi  per 
tutte  le  fave  nere  non  s'  approvasse,  e  di  mano  in  mano  per 
lo  consiglio  del  popolo  e  del  comune,  e  del  dugenlo  non 
passasse  ,  sottomettendo  a  gravi  pene  il  proposto,  e  poscia 
i  signori  che  a  questa  legge  contravvenissero.  Ma  per  uno 
strano  accidente  portò  la  cillà  pericolo  di  sollevazione.  Ciò 
fu  r  improntitudine  d'un  frale  di  S.  Francesco  milanese 
della  casa  de' Visconti,  i!  quale  per  molte  prediche  avea 
preso  a  mostrare  come  si  potea  legillimanien'.e  torre  a' giu- 
dei lulto  quello  che  essi  tenevano  ,  come  roba  che  vera- 
mente non  era  loro,  ma  guadagnata  altrui  con  usure:  il 
quale  benché  dall' arcivesrovo  gli  fosse  detto  che  attendesse 
ad  altra  materia  per  non  far  sollevare  il  popolo,  da  questi 
sua  malta  impresa  non  si  volea  rimanere.  Perchè  la  signo- 
ria gli  mandò  in  su  le  Ire  ore  della  notte  due  mazzieri , 
che  in  quell' istess' olla  fuor  della  porla  della  città  l'acco- 
miatarono  ,  con  ordine  che  fra  tre  dì  si  trovasse  avere  sgom- 
bro i  terreni  della  Repubblica. 

Nel  terzo  gonfaloncrato  di  Ugolino  Martelli  non  succede 
nella  cillà  cos' alcuna  di  nuovo,  se  non  (he  s'ebbero  novelle 
di  fuori,  come  Pierino  Fregoso  doge  di  Genova  non  potendo 
più  ripararsi  dalla  guerra,  che  il  re  Alfonso  gli  facea,  per  di- 
sperazione avea  dato  la  cillà  a  Carlo  VII  re  di  Francia,  e  in 
nome  del  re  il  duca  Giovanni  d'Angiò  era  venuto  a  pigliarne  il 
possesso. La  qualcosa  fu  a'cittadini  di  somma  letizia,  sì  per 
l'amicizia  che  aveano  col  duca  Giovanni,  e  sì  perchè  parca  loro 
d'aver  trovalo  senza  spendere  uno  scudo  da  opporre  al  re  Al- 
fonso, quando  mai  per  desiderio  di  cose  nuove  dalla  congiun- 
zion  della  lega  si  dipartisse  ,  e  sotto  qualche  occasione  gli  al- 
trui stati  imprendesse  a  infestare.  Ma  il  re  Alfunso  sopraggiun- 
to dal  giorno  estremo  delia  morte,  ne  co' Genovesi,  nò  col 
duca  ebbe  più  a  travagliarsi ,  avendo  lascialo  per  aver  troppo 
voluto,  un  grave   nimico   a  Ferdinando   suo   figliuolo.  Non 


LllSKU     \  t;>  1  I  IHlitM-HU. 


ostante  qtiel  che  si   è  dotto,    perchè  appartiene   alla  nostra 
fede  ii  riassumere  la  natura  e  i  coslnmi  d'  un  preclarissimo 
re,  il  quale,  e  i  successori  del  quale  ebbero  tanto  che  fare 
co' Fiorentini,  e  col  resto  d' Italia,  diremo  con  verità  tutte 
quelle  virtù  che  possono  fare  un  re  chiaro  e  famoso,  essere 
slate  in  Alfonso  I.  E  fu  cosa  degna  di  maraviglia  ,  che  es- 
sendo egli  gran  guerriero  apprezzasse  cotanto  le  lettere,  e 
che  con  essere  cotanto  vago  di  quello  ,  attendesse  con  pari 
affetto    all'opere  militari.    Non    solo  fu  liberale   premiando 
largamente  chi  il  meritava,  ma  fu  più  volte  veduto   con   le 
proprie  mani  porgere  aiulo  ad  uomini    di   privatissima  con- 
dizione.  Fu  tenerissimo  co' suoi,  e  nondimeno  sostenne  con 
gravità  reale  le  morti  di  quelli.  Ancorché  egli    e    per  ispo- 
rienza  ,  e  per  senno  naturale  fu>;se  s.tvio  e    prudente    piin- 
cipc  ,  non  di.sprczzava  i  consigli  d'alcuno.  Nei  casi  prosperi 
r,on    isvaniva,    e  gli   avversi  non  lo    sbigottivano.    Osservò 
giuslizia  infìno  con  sé  medesimo,  onde  senza  torre   al  fra- 
tello i  regni  ereditar] ,  volle  che  il  figliuolo    si   contentasse 
di  quello  che  egli  s'avea  con  l'arme  acquistato,  intero  os- 
servatore fu  di  quello  che  prometteva,   si    fattamente,  che 
non  che  Filippo  duca  di  Milano  si  pentisse  d'averlo  liberato, 
ma   il   volle    instituire    suo  erede.  In    tante   sue   virtù  potè 
tanto  in  lui  con  le  forze  della  sua  bellezza  Lucrezia  d'Ala- 
gli a ,  che  patì  che  ella  trattasse  in  corle  di  Roma  se  possi- 
bil  fusse  che  il  re  sciolto  dal  primo  matrimonio    come  ste- 
rile ,  col  suo  si  congiugnesse,    se  pure   cerio   che    ciò  non 
potesse  avvenire  ,  non  si  fosse  compiaciuto    dar  questa  ap- 
parente soddisfazione  a  chi  cotanto  amava.  Le  novelle  della 
sua  morte  non  prima  a  Firenze  arrivarono  ,  essendo   morto 
verso  gli  ultimi  giorni  di  giugno,  che  fosse  la    terza   volta 
entrato  gonfaloniere  di  giuslizia  Luca  Pitti.  Era  Luca  come 
altrove  abbiam  dimostrato  uomo  animoso  e    audace  ,   e  per 
essere  egli  uno    di  quei  cittadini,  a  cui  né    il    catasto,  né 
questo  slato    cos'i  largo    piaceva,  fu  subitamente,    ricevuto 
che  ebbe  il  magistrato,    da'compagni   in    palazzo    andato  a 
trovare  ,  e  con  molte  parole  i  prissali  e  presenti  umori  rian- 
dando ,  gli  mostraroC';    come    a  viver  grandi    e    riveriti   bi- 
sognava far  nu^^ro  parlamento,  riassumer  lo  slato,  e  insomma 
con  il  ritstrignere  lo  borse  reprimere  la  temerità  della  plebe 


JÌ)Z  DELL    ISTORIE    FIOKb.MlAK 

c  degli  nomini  nuovi;  ]a  quale  mollo  parca  che  fosse  per 
ondare  surgcndo.  Ma  Luca  volendo  in  un  medesimo  tempo 
accompagni  e  [a  Cosimo  soddisfare,  si  pose  a  lenlare  se  per 
via  di  petizione  potesse  il  medesimo  fine  conseguire  ;  mo- 
strando come  era  necessario  ripigliar  le  borse  ,  far  nuovi 
squillini,  eleggere  accoppiatori,  e  ad  altre  occorrenze  simili 
provvedere",  la  qual  petizione  in  modo  alcuno  vincer  non  si 
polca.  E  dove  camminando  la  pratica  per  le  fave  segrete  era 
difficollà,  che  i  grandi  1' avesser  potuta  spuntare,  l'audacia 
di  Girolamo  Machiavelli  dottor  di  leggi  die  la  causa  vinta 
in  mano  degli  avversarj.  Costui  opponendosi  con  parole  bal- 
danzose contro  do' signori  diceva;  a  che  fine  doversi  a  que- 
sto tempo  simil  petizione  proporre  ?  che  sospetto,  quale  ni- 
mici  deniro  o  fuori  apparire  che  a  ricorrere  a  sì  falli  par- 
titi l'avesse  a  coslrignere  ?  se  si  aveano  a  trovar  danari, 
che  cosa  meglio  potersi  immaginare  del  catasto,  trovato  ri- 
medio eccellentissimo  per  conservare  1' equalila-  Alcun  in- 
ganno dunque  star  nascosto  sotto  questo  velame  ,  il  quale 
era  da  torre  dinanzi  agli  occhi  degli  altri  cittadini,  per  non 
starsene  al  buio  de' falli  della  loro  Repubblica.  Non  vedere 
quali  opere  o  quali  meriti  concorrer  sì  grandi  in  que'  po- 
lenti, che  tenendo  gli  allri  a  guisa  di  servi  esclusi  dal  go- 
verno del  lor  comune,  eglino  a  lor  posta  a  guisa  di  tiranni 
tutte  le  cose  manoggiassero.  Queste  e  simili  parole  delle 
con  molla  licenza  dal  Machiavelli  fecero  l'ira  dc'signori, 
sdegnali  di  non  poler  quel  che  bramavano  conseguire,  vol- 
ger centra  di  lui;  perchè  fattolo  pigliare  e  incontinente  porre 
alla  fune,  il  fecero  da"rellori  addomandare,  col  caldo  dt  cui 
egli  si  era  posto  a  parlare  con  tanlo  poco  rispetto  de'suot 
signori;  che  nuovi  vocaboli  di  servi  e  di  tiranni  aver  semi- 
nalo in  una  città  libera;  e  insomma  quali  pratiche  tener  pa- 
lesi 0  segrete  contra  il  quieto  e  pacifico  sialo  della  Re- 
pubblica. 11  Machiavelli  vinto  dalla  forza  de' tormenti  con- 
fessò aver  intelligenza  con  molti  cittadini,  a' quali  le  mede- 
sime cose  che  egli  aborriva  dispiacevano,  e  per  principali 
compagni  nominò  Antonio  Rarbadori  e  Carlo  Benizi;  i  quali 
presi  e  posti  ancor  essi  alla  fune,  quel  che  il  Machiavelli  ave» 
dello  confermarono;  perchè  trovalo  il  vilupj-.ì  esser  grande, 
parve  a  Luca,  e  a  Cosimo  istesso,  il  quale  però  luila  que- 


LIDRO   VENTITREESIMO.  153 

sfa  pralira  dall' arln'trio  di  Luca  lasciò  guidare,  che  in  ogni 
modo  si  dovesse  fare  pailamcnio.  Fallo  venir  dunque  in 
piazza  di  molti  soldati  con  Tarme,  e  prese  e  forlificate  le 
bocche  onde  in  essa  si  entrava,  perchè  scandolo  non  se- 
guisse, fu  al  suono  della  campana  grossa  il  popolo  a  par- 
lamento chiamalo  ;  e  sceso  i  signori  in  ringhiera,  e  preso 
in  loro,  e  circa  dugen'.o  cinquanta  altri  cittadini  balìa  am- 
pissima, senza  esser  rumore  seguilo,  ne  fu  ciascuno  a  casa 
mandato.  Fccersi  dagli  elettori  gli  squittinì,  gli  accoppiatori 
i  segrotarj  e  tulle  l'altre  provisioni,  che  essi  stiranrono  es- 
ser necessarie,  ma  sopratlulto  a'17  d'agoslo  il  Machiavelli,  il 
Barbadori,  e  il  Benizi  con  quattordici  altri  cittadini  confina- 
rono, parte  de'quali  anco  in  dai  ari  fur  condennali.  Crearonsi 
in  questo  tempo  gli  Olio  di  balìa,  che  così  s'avessero  a  far 
sempre  per  1'  avvenire,  i  quali  credo  sian  quelli,  che  furono 
jìoi  chiamati  gl'Olio  di  pratica,  e  bandironsi  cinque  galee 
|)or  diversi  loro  viaggi.  Il  gonfaloniere  per  aver  bene  am- 
ministrala la  Repubblica  crelibe  appo  lutti  in  tanta  aulorilà 
e  riputazione,  che  non  più  Cosimo  che  Luca  era  come  prin- 
cipe della  Repubblica  riguardato.  A  lui  chi  avea  d'alcuna 
cosa  bisogno  ricorreva.  A  lui  si  facevano  doni  e  presenti 
grandissimi,  egli  a  guisa  di  principe  era  per  le  strade  ri- 
verito, in  casa  visilalo,  in  palazzo  accompagnato,  nelle  chic- 
se,  nelle  ragunanze  ,  ne' luoghi  pubblici,  o  privali  ceduto- 
gli e  datogli  luogo  per  tutto.  Nò  egli  mancav.i  ad  aciTCscersi 
i  favori  del  popolo  mostrandosi  cortese  a  tulli  con  le  paro- 
le, coi  favori,  con  la  piacevolezza,  e  con  ogni  sorte  di  gen- 
tilezza, e  d'umanità;  sì  fattamente  che  aiutato,  onorato,  e 
servito  da  tutti  ebbe  ardire  di  por  mano  a  due  edificj  l'uno 
dentro,  e  l'altro  fuori  della  citlà,  più  tosto  a  guisa  di  re, 
che  di  privalo  cittadino.  Nò  fu  dubbio,  che  con  quello  della 
cillà  avesse  cerco  di  avanzare  quello  di  Cosimo  ,  della  cui 
potenza  sì  scoperse  in  quesla  sua  grandezza  esser  fatto  e- 
mulo  e  concorrente  ;  il  che  dimostrò  con  l' impresa  della 
bombarda,  la  quale  come  se  \\  fosse  stato  dato  fuoco,  traeva 
una  palla  ,  quasi  egli  avesse  abba'.tuto  la  grandezza  de'Me- 
dici,  di  cui  sono  insegne  le  palle.  Ma  poco  innanzi  che 
queste  cose  succedessero  era  in  Roma  Calisto  di  questa  vita 
partitosi;  e  poscia  a' 23  del  mese  Enea  Piccolomini,  di  cui 


154  DELI.'  ISTORIE    FIORENTINE 

dì  sopra  si  parlò,  succcdulogli  nel  ponlificalo  ;  i!  quale  per 
dimoslrare  per  avventura  1'  oKima  disposizione  dell'  animo 
suo ,  Pio  li  volle  esser  chiamalo.  A  costui  furono  cinque 
ambasciadori  deputati,  l'arcivescovo  Antonino,  Pier  Fran- 
cesco de' Medici  nipote  di  Cosimo,  quello  che  alla  sua  cu- 
ra dicemmo  essergli  stalo  lascialo  dal  fratello  ,  Piero  de'Paz- 
zi,  Guglielmo  Rucellai  ,  e  Luigi  Guicciardini,  i  quali  si  par- 
tirono nel  principio  del  gonfalonerato  di  Olio  Niccolini  la 
terza  volta.  In  questo  tempo  imperocché  avvenne  ,  die  quasi 
tutti  gli  stali  d'Italia  mutassero  principe,  essendo  anco  in 
Venezia  mutalo  il  doge  l'anno  passato  ,  vennero  alla  Repub- 
blica lellere  così  del  re  Ferdinando  di  Napoli ,  come  del 
duca  Giovanni  di  Genova,  perle  quali  mostravano  voler  vi- 
vere in  buona  pace  e  concordia  con  la  Repubblica,  il  che 
fu  sommamente  aggra  lito.  E  come  avviene  quando  si  vis  e 
in  pace  di  pensare  a' comodi  degli  siali,  deliberarono  i  Fio- 
lentini  di  metter  Arno  in  canale,  cosa  molte  volle  tentala. 
ma  non  mai  posta  ad  effetto  ,  e  fu  questa  cura  assegnala  a 
(Cosimo  e  a  Luca  Pilli  con  quallro  altri  cittadini.  Poi  en- 
tralo ultimo  gonfaloniere  di  queir  anno  Bardo  Allovili  di 
nuovo  al  confinare,  e  all'ammonire  si  ritornò;  e  trovalo 
che  il  comune  era  da'  ministri  delle  porle  .  e  della  dogana 
ingordamente  rubalo  ,  se  ne  fece  severissima  giustizia,  aven- 
done oltre  molli  ammoniti,  cinque  in  Firenze,  due  in  Pisa, 
e  quattro  in  Arezzo  fallo  impiccare  per  la  goln;  oltre  un  al- 
tro ciie  da  sé  stesso  s'uccise  in  prigione.  In  tempo  di  Ru- 
berto Sostegni  primo  gonfaloniere  dell'anno  1459,  durando 
ancor  la  balia,  si  fece  un  consiglio  mollo  ristrclto  del  conio. 
Si  vinse  che  i  signori ,  i  quali  erano  delti  priori  dell'  arti  , 
per  l'avvenire  si  chiamassero  priori  di  libertà;  e  il  penno- 
ne, che  al  nuovo  gonfaloniere  si  solca  dare  dal  podestà,  da 
quindi  innanzi  si  desse  dal  vecchio  gonfaloniere;  co' quali 
ordini    terminò  1' autorità  della  bal'ia. 

Ma  tutta  Italia  era  volta  all'ardente  affollo  del  nuovd  pon- 
tefice, il  quale  d'ogn'allro  pensiero  spogliatosi,  solo  a  trovar  ri- 
medi come  alla  ognor  crescente  potenza  di  Maometto  riparar 
potesse  attendeva.  Perchè  mandato  Latino  Orsino  suo  legalo  a 
dar  rinvestitura  del  regno  a  Ferdinando,  giudicando  parlilo  più 
quieto  il  confermar  uno,  il  quale  era  in  possesso,  che  averlo  a 


LIBRO   VENTITRERSIMO.  15S 

chiamar  di  fuori,  egli  se  ne  venne  a  Siena  per  passar  a  Man- 
tova,  ove  avea  convocalo  tulli  i  principi  cristiani  o  loro  am- 
basciadori  per  consultar  delia  guerra  che  s"  avea  a  muover 
contro  a' Turchi.  Fu  dunque  cura  di  Agnolo  Vellori  seguente 
gonfaloniere,  che  il  pontefice  e  gli  altri  signori  che  per  la 
sua  venula  a  Firenze  s'aspettavano  ,  fossero  raagniflcaraenlc 
ricevuti,  de'quali  il  primo  che  alla  città  venisse  fu  Giovanni 
Galeazzo  Sforza  primogenito  del  dura  di  Milano  accompa- 
gnalo da  Ircccnlocinquanla  cavalli;  il  quale  da  Cosimo  nel 
suo  magnifico  paligio  fu  con  pompa  reale  alloggialo.  Venne 
il  seguente  giorno  (ìismondo  Malatesta  signor  di  Rimini,  e 
di  mano  in  mano  i  signori  di  Forlì,  di  Carpi,  il  fratello  del 
conte  d'Urbino,  e  alcuni  cardinali  sopraggiunscro  infino  a'25 
d'aprile,  ne!  qua!  dì  arrivò  il  papa  ,  a  cui  ricevuto  con  le 
solite  pompe,  le  consuete  stanze  di  S.  Maria  Novella  furono 
assegnate.  Non  ispese  mai  la  Repubblica  nella  venula  di 
principe  alcuno  t.into  profusamente ,  quanto  fece  allora  , 
massimamente  per  intratlencre  con  diversi  spellaceli  Gio- 
vanni Galeazzo  ,  a  cui  per  la  sua  fresca  età  si  polca  cre- 
dere che  simili  diletti  aggradissero;  per  la  qual  cosa  se 
gli  fecero  balli  ,  giostre  ,  cacce  .  e  armeggierie  molto  ric- 
che. Nella  caccia  fatta  in  su  la  piazza  di  S.  Croce,  oltre  le 
fiere  di  mandria,  furono  condotti  lupi,  cignali,  lioni,  e  una 
giraffa.  Donaronsigli  in  vassellamenti  da  tavola  cenloventi- 
cinque  libbre  d'argento.  Questa  comune  allegrezza  della 
città  intorbidò  la  morte  del  santo  arcivescovo  ;  la  quale  segni 
il  primo  giorno  del  gonfaloneralo  di  Bernardo  Gherardi.  Fu 
gran  segno  della  sua  carità  verso  i  poveri ,  ninna  cosa  es- 
sersegli  nella  morti*  trovala,  altro  che  un  cucchiaio  d'ar- 
gento. Il  papa  avendolo  grandemente  lodato,  si  partì  il 
quinto  giorno  di  quel  mese,  essendo  di  due  giorni  prima 
parlilo  Gio.  Galeazzo  ,  e  prima  che  a  Bologna  fusse  arri- 
vato pronunziò  arcivescovo  della  città  Orlando  Sonarli  cit- 
tadino fiorentino,  che  era  in  quel  tempo  auditore  di  ruota  , 
e  riputalo  per  uomo  di  vita  incorrotta;  il  quale  venne  ali.» 
città  senza  voler  pompa  alcuna  il  lo*^  giorno  di  luglio,  ri- 
sedendo gonfaloniere  di  giustizia  Lionardo  Barlolini.  Non 
molli  giorni  da  poi  si  morì  in  Firenze  in  andando  per  le- 
galo del  papa  all' imperadore  Iacopo  cardinale  di  Lisbona, 


loG  DELL  ISTORIE   FIORENTINR 

1)011  figliuolo  del  re  di  Portogallo,  come  scrive  1' Orufrif., 
ma  ben  della  casa  realo,  e  (igiiuolo  di  quel  Pielro,  il  quale 
capitò  a  Firenze,  di  cui  altro\c  abbiamo  fallo  menzione  in 
questa  istoria.  Fu  seppellito  con  molto  onore  a  S-  Minialo, 
sì  per  la  grandezza  del  sangue  ,  e  per  esser  cugino  del- 
l' imperalrice  Leonora,  e  si  perchè  egli  il  valse  per  meriti 
suoi  particolari.  Scrivesi  di  costui  ,  che  essendogli  dello 
da'medici,  che  usando  il  coito,  camperebbe  leggiermente  di 
quel  male,  volle  prima  aspettar  la  morte,  che  ricomprar  la 
vita  col  prezzo  del  peccato,  il  che  gli  si  potè  a  tanto  mag- 
gior lode  recare,  quanto  che  non  avea  ancor  egli  il  venti- 
settesimo anno  della  sua  età  fornito.  Nel  gonfalonerato  di 
iSicolao  degli  Alessandri,  passando  in  Livorno  il  duca  Gio- 
vanni con  un'armata  di  venli  galee  chiamalo  da  alcuni  ba- 
roni del  regno  contra  Ferdinando,  ricevè  da' ministri  della 
ttcpubblica  onori  grandissimi.  Gio.  C.-ihigiani  ultimo  gonfa- 
loniere di  quell'anno  creò  in  luogo  del  Poggio  morto  se- 
gretario de' signori  Benedetto  Accolti  aretino.  Ma  il  pon- 
tefice ritrovale  maggiori  difficoltà,  che  non  avea  prima  sti- 
mato nell'impresa  da  farsi  contra  Turchi,  e  sentendo  la 
guerra  essere  accesa  noi  regno  tra  Ferdinando  e  il  duca 
Giovanni,  deliberò  tornarsene  a  Roma.  Giunse  a  F'irenze 
a' 27  giorni  dell'anno  1460,  che  fu  gonfaloniere  la  seconda 
volta  Francesco  Orlandi ,  e  non  essendovisi  più  che  due 
giorni  fermato,  segn'i  il  cammino  verso  Siena.  All'  Orlandi 
Iacopo  Mazzinghi,  e  al  Mazzinghi  Silvestro  Lapi  succe- 
dette ,  stando  i  Fiorentini  a  vedere  a  che  fine  le  contese 
del  regno  fra  il  re,  e  il  duca  dovessero  riuscire.  Quando 
vennero  anibascindori  dell'  uno  e  dell'altro  alla  città,  Fer- 
dinando in  virtù  della  lega,  e  il  duca  Giovanni  per  l'an- 
tica amicizia  che  quel  popolo  avea  avuto  con  la  casa  di 
Francia  ,  domandando  d'  essere  aiutali.  Non  parca  alla  Re- 
pubblica che  ella  fosse  astretta  più  dall' obbligo  della  lega  ; 
la  quale  per  1'  arme  mosse  dal  Piccinino  in  Toscana  stima- 
vano essere  dal  re  Alfonso  slata  violata.  Prevaleva  dunque 
l'amicizia  dc'Franzcsi,  e  per  questo  si  fece  un  decreto, 
che  il  duca  Giovanni  di  ottomila  fiorini  1' anno  dovesse  es- 
ser soccorso,  mentre  egli  penasse  ad  acquistare  il  reame 
di  Napoli;  ma  per  consiglio  di  Cosimo  ne    fu    sospesa    la 


i 


LIBRO    VE?«TITREESIMO.  157 

pubblicazione,  raenlre   sopra   ciò    s'avesse    il    giudizio   del 
duca  Francesco  ;  il  quale  non  che  a  ciò  acconsentisse  ,  ma 
mostrò  aver  deliberalo    di  soccorrere  con  tutte  le  sue  forze 
Ferdinando,  e  in  questa  sentenza  aver  tratto  il    pontefice: 
alla  quale  non  essersi  mosso    per    rispetto    del   parentado  , 
quanto  perchè  così  stimava  prr  molte  ragioni  esser  utile  al 
buono  e  tranquillo  stalo    d'Italia.    Fu  dunque    in    Firenze 
dopo  molle  dispule  conehiuso  che  il  decreto  si  dovesse  an- 
nullare ,  e  che  la  Repubblica  seguendo  in    ciò    il    giudizio 
de' Veneziani  di  questa  guerra  non  si  dovesse  impacciare, 
né  al  re ,  ne  al  duca,  né  in  palese,  né  in  segreto  prestando 
aiuto  0    disaiuto  alcuno    Per  la  qual  risoluzione  furono  gli 
ambasciadori  a'  loro  principi  rimandati  con  cortesi    parole  , 
scusandosi  se  per  esser  la  loro  Repubblica  oppressa  di  molli 
debili  non  potea  a  nissundi  loro  esser  d' alcun  giovamento. 
Intanto  fu  condotto  a  Firenze  Girolamo  Machiavelli    preso 
in  Lunigiana  per  poca  fede  d'un  di  quelli  marchesi,  men- 
tre circondando  l' Italia  andava  diversi  principi  contra  la  pa- 
tria sollevando  ;  il  quale  tormentalo  aspramente  per  sentire 
le  pratiche  eh'  egli  in  quest'  ultimo  tempo   avea   tenuto  ,  si 
morì  per  i  disagi  patiti  prigione  nel  seguente  gonfalonerato 
di  Tommaso  Soderini  la  terza  volta  ;  essendo  stalo  cagione 
<li  far  confinare  più  di  venticinque  altri  cittadini  da  lui  no- 
minati; di  ripigliar  per  cinque  altri  anni  a  mano  le  borse, 
e  di  propor  certi  premj  a  chiunque  uccidesse  alcuno  ribello. 
Ma  Ferdinando  veggendo  non  trar  da'  Fiorentini    altro  che 
parole,  e  essendo  gagliardamente  molestalo  dal    duca  Gio- 
vanni ,  mandò  nel  gonfalonerato  di  Giovanni  del  Caccia  per 
un  suo  ambasciadore,  protestandosi  di  lulli  i  danni  e  inte- 
ressi, che  per  la  inosservanza  della  lega  fattagli  da'  Fioren- 
tini era  per  patire  ;  e  il  medesimo  fu  protestato  da  un  gen- 
tiluomo del  re  Giovanni  d'Aragona  zio   di    Ferdinando.   A 
che  fu  risposto  non  essere  la  Repubblica  ad  obbligo  alcuno 
tenuta,  e  per  questo  non  potersi  accus.!rc  d'inosservanza. 
Come  provarono  con  ragioni  e  con  scritture,  delle  quali  fe- 
cero più  loro   notaj  rogare,  per  potersi    con   quelle  difen- 
dere dinanzi  al  cospetto  di  lutti  i  principi  d' Italia  ;  benché 
fosser  certi  i  Veneziani  sentire  il  medesimo  che    essi  sen- 
tivano. In  lempo    del   gonfaloniere  Francesco   Cigliamoilii 


158  dell'istorie  fiorentine 

capitarono  a  P'irenze  ambasciadori  d'alcune  parti  di  Persia, 
d' Ermeaia,  e  dell' inaperadore   di  Trebisonda ,  i  quali  anda- 
vano ai  papa  per   chiedere  aiuto  contro  la  potenza  de'Tui- 
chi,  non  essendogli   ancor  noto,  come  assaltato  già  con  po- 
tentissima armata  l'infelice  loro  impcradore  Davit  da  Mao- 
metto, e  dell'  imperio  e  non  molto  da  poi  della  vita  era  stalo 
spogliato.   Nò   altro  operarono  gli  apparati    de'Cristiani   oc- 
cidentali, che  a  metter  sospetto  al  Turco,  perchè  con  tanta 
maggior  solleritudine  affrellasse  la  ro\ina  delle    sventurate 
reliquie  de' Greci;  i  quali  forte  lemea,  che  di  porti,  d'ar- 
mi, e.  di  consiglio,  e  d'ogn' altra  cosa  necessaria  gli  uomini 
e  l'armate  che  aspettavano  di  qua  non  aiutassero.  Eranno 
de'  detti  ambasciadori  de'  discendenti  del  poeta  Dante  Ali- 
ghieri; perchè  fu  da'  Fiorentini  volentieri  veduto  e  accarez- 
zato. Piero  de'  Medici  figliuolo  di  Cosimo   prese    il   primo 
gonfalonerato  dell'anno  1461  a    cui    Bernardo    Corbinelli , 
Franco  Sacchi  Ili  la  seconda  volta,  e  Guido  Bonciani    suc- 
cederono  ,  continuando  sempre  la  città  nella  solita  quiete; 
la  quale  Cosimo  sciolto  da  ogn'  altro  pensiero  altendeva  così 
dentro  come  di  fuori  maravigliosamente  ad  ornare;  massi- 
mamente poiché  s'  avvide  esser  quasi    stato    ingannalo   dal 
duca  Francesco,  il  quale  promessogli  in   minor   fortuna  se 
mai  diventava  signore  di  Milano  di  far  per  i  Fiorentini  l'im- 
presa di  Lucca,  non  se  n'era  poi  voluto  travagliare.  Bava- 
gli ancor  noia  il  vedere,  che  i   citta  dini  grandi  diventati  in- 
solenti usavano  troppo  acerbamente  la  loro  autorità,  né  egli 
per  la  vecchiaia  potea  quella  cura  aver  più  delle  cose  pub- 
bliche   come  solca.    Per    la     qual    rosa   accomodandosi  coi 
tempi  e  con  gli  pnni  slimò  non  poter   meglio  impiegare  il 
suo  sludio,  che  in  abbellir  quella  patria  ,  da  cui  avea  co- 
tanta riputazione  acquistata,  e  per  mezz  o  di  quelle  opere  , 
le  quali  sono  commendate  da'Cristiani   aprirsi  ,  in  quanto  le 
umane  forze  si  stendono,  la  strada  del  cielo.   Attendea  dun- 
que tuttavia  a  murare  ,  a  instaurare  ,  ad  abbellire   con  pit- 
ture, e  con  altri  ornamenti  in   Mugello  una    chiesa    di  frati 
minori;  ne' monti  di  Fiesole  S,  Girolamo,    e    la    Badia,  in 
Firenze  il  convento  di  S.  Marco,  il   tempio    di  S-  Lorenzo. 
e  il  monastero  di  S.  V^erdiana.  Avea  confortato  i  gio  vani  fio- 
rcniiiii  alli  slulj  delle  lettere  greche,  e  per  questo  co    ndolto 


LIBRO    VENTITREESIMO.  159 

a  Firenze  l'Argiropolo  poco  innanzi  dalle  ro\  ine  della  Grt.- 
(ia  scampalo.  A  Marsilio  Filino  concedeva  ville  e  opportu- 
nità necessarie  al  sostentamenlo  della  vita,  perchè  potesse 
a  bell'agio  attendere  alla  traduzione  di  Platone  E  perchè 
alia  cultura  non  mancasse  il  suo  luogo  edificò  quattro  ville 
con  niiigoificenza  reale,  a  Careggi,  a  Fiesole,  a  C;ifaggioIo,  e 
al  Trebbio,  mi  parlicolarmente  fece  in  tempo  del  gonfaloniere 
Bonciani  consagrar  con  grandissima  solennità  dall'  arcivescovo 
Bonarli  l'aliar  maggiore  di  S.Lorenzo,  tempio  particolarmente 
dedicato  per  la  fam-glia  de'  Medici.  In  questo  tempo  ven- 
nero novelle,  rom'  era  in  Francia  morto  il  re  Carlo  VII, 
e  suct  eilulo;^li  nel  regno  Lodovico  XI  suo  figliuolo.  Parve 
però  alla  seguente  signoria,  di  cui  fu  capo  Carlo  Pandolfini 
cavaliere  che  se  gli  dovessero  mandare  ambasciadori ,  si 
per  condolersi  seco  delia  morte  del  padre  ,  e  rallegrarsi 
della  sua  assunzione,  e  s'i  per  rinnovare  l'antica  amicizia, 
che  il  popolo  fiorentino  avea  sempre  avuto  con  la  casa  di 
Francia.  Gli  ambasciadori  furono  Filippo  de' Medici  arci- 
vescovo di  Pisa,  Buonaccorso  Pitti  figliuolo  di  Luca,  e 
Piero  de'  Pazzi  compare  del  re  Renalo,  il  quale  tornò  alla 
patria  fatto  cavaliere  dal  re.  A'  10  di  novembre  essendo 
gonfaloniere  Alessandro  Machiavelli  venne  alla  città  Car- 
lotta regina  di  Cipri  per  passar  a  Roma  a  chieder  aiuto  al 
papa  centra  Iacopo  suo  fratello  bastardo;  il  quale  occupa- 
tole con  le  forze  del  soldano  del  Cairo  ingiustamente  il 
regno,  che  a  lui  non  apparteneva ,  le  lenea  di  più  asse- 
diato Lodovico  di  Savoia  suo  marito  dentro  la  rocca  di 
Nicosia.  Furonle  falli  molli  onori  dalla  Repubblica,  e  ella 
visitalo  la  chiesa  di  S-  Miniato,  ove  il  cardinale  di  Lisbona 
fratello  del  primo  marito  era  seppellito,  a  capo  di  Ire  dì 
se  ne  passò  a  Roma.  Mandaronsi  poi  a  Milano  Bernardcllo 
de' Medici  e  Dietisalvi  Ncroni  per  avvisi  venuti  di  là  co- 
me il  duca  Francesco  s'era  gravemente  infermalo;  e  che 
per  una  fama  che  si  era  sparsa  di  fuori,  ch'e'fosse  morto, 
i  villani  del  Piacentino  desiderosi  di  cose  nuove  aveano 
assalito  il  governatore,  negando  di  voler  pagar  le  gabelle. 
Ma  il  duca  ristorato  del  male  ringraziò  sommamente  i  Fio- 
rentini, che  in  casi  cosi  dubbiosi  avessero  avuto  pensiero 
di  conservar    quello    stalo    a'  suoi    figliuoli.    Quasi  nel  fine 


1G0  dell'  istorie  fiorentine 

del  gonfulonerato  di  Carlo  da  Diaccelo  gonfaloniere  per 
gennaio  e  febbraio  dell'anno  146:2  morì  l'arcivescovo  IJo- 
narli*,  il  quale  in  S.  Reparala  fu  seppellito,  a  cui  in  quello 
di  Giuliano  Vespucci  fu  pronuncialo  successore  dal  ponte- 
fice Giovanni  Neroni  fratello  di  Dietisalvi.  In  quello  di 
Piero  de' Pazzi  novello  cavaliere  passarono  per  Finn/r 
ambasciadori  del  re  di  Francia,  che  andavano  a  Remi  per 
protestare  a  Pio  II  che  egli  non  dovesse  prestar  favore  a 
Ferdinando  d'Aragona  conlra  il  duca  Giovanni,  acni  qiud 
regno  legittimamente  s'apparteneva.  I  seguenti  gonfalonieri 
Luigi  Pitti,  Francesco  Baguesi,  e  Gherardo  Gianfìgliazzi  non 
hanno  cosa  alcuna  degna  di  memoria,  se  io  non  volessi  con- 
lra il  mio  costume  gli  altrui  falti  andar  raccontando.  Con 
questo  silenzio  passarono  Antonio  Pucci  e  Cristoforo  del 
Bugliaffa  primi  gonfalonieri  dell'anno  liG.'J  Fu  ben  pieno 
di  lurbnzione  quello  di  Francesco  Salviati  per  la  perdila 
del  regno  di  Rossina,  il  quale  se  ben  cosa  esterna,  assai 
appartiene  a  ciascun  potentato  de'Crisliani  ciò  che  dal  Turco 
comune  nimico  viene  occupato.  Ne  furono  le  sue  vittorie 
senza  parlicolar  danno  degli  uomini  fiorentini,  essendo  in- 
torno a  questo  tempo  finito  per  la  costui  crudeltà  nella 
casa  degli  Acciainoli  il  ducato  d'Alene,  il  quale  per  lo 
spazio  di  settant'anni  si  era  in  quella  famiglia  conservato, 
perchè  Maometto  avea  ultimamente  fallo  morire  da'  suoi 
giannizzeri  Franco  Acciainoli  duca  d'Alene:  non  ostante 
che  il  duca  Neri  suo  zio  se  gli  fosse  reso  nell'assedio  di 
Croia,  e  Franco  seguitasse  la  sua  corte  come  amico.  Manno 
Temperani  la  quinta  volta,  e  Giovanni  Lorini  gonfaloniere 
in  cos'  alcuna  non  ebbcr  che  fare.  Ma  il  primo  dì  che  prese 
il  sommo  maj^islrato  Antonio  Ridolfi  seguì  con  gran  dispia- 
cere del  vecchio  padre  la  morte  di  Giovanni  de' Medici  fi- 
gliuolo di  Cosimo.  Avea  in  costui  il  padre  gran  parte  della 
speranza  della  sua  futura  successione  fondato  ,  giudicando 
che  Piero  1'  altro  figliuolo  per  essere  spesso  infermo  fosse 
poro  allo  a  sostenere  il  peso  della  Repubblica;  e  se  bene 
a  Giovanni  era  prima  morto  un  figliuolo  ,  il  quale  dal  no- 
me dell'avolo  fu  dello  Cosimo,  sperava  nondimeno  essendo 
giovane  di  quarantadue  anni,  e  mollo  vigoroso,  e  avendo  per 
olonna   la   Ginc\ra  degli   Alessandri  figliuola  d'Alessandro 


LlBllO    VENTITREESIMO  161 

il  c<'i\ oliere,  che  non  gli  avessero  a  mancare  figliuoli;  e  per 
la  des>rez?a  del  suo  ingegno  ,  per  l.i  bonlà  e  uraanilà  sua 
credeva,  eh' e' fusse  per  conservale  in  ogni  modo  la  ripu- 
tazione d.  Ila  famiglia.  Dicesi  per  quello,  che  facendosi  un 
giorno  dopo  la  morie  di  sì  caro  figliuolo  portar  per  la  ca- 
sa, che  avesse  amarissimamente  sospirando  dello  ,  quella 
esser  troppo  gran  casa  per  si  poca  famiglia  ,  non  veggcn- 
do  di  Piero  poco  alio  a  più  procrearne  ,  sulvo  che  due  fi- 
gliuoli, e  quelli  molto  fanciulli  ,  non  avendo  Lorenzo  il 
quindicesimo,  e  Giuliano  il  decimo  anno  della  loro  età  finito. 
Il  pontefice  tra  tanto  vcggcndo  il  Turco  andar  tuttavia  fa- 
cendo acquisii  grandissimi  con  d  inno  e  vergogna  del  nome 
cristiano,  e  in  questo  lempo  le  cose  del  regno  esser  presso 
«he  acquetate,  e  la  Chiesa  aver  ridotto  ad  ubbidienza  i 
Malatesli,  cominciò  a  mandar  uomini  e  lettere  per  tutta 
l'Europa  confortando  i  principi  e  i  popoli  cristiani  a  do- 
versi trovare  per  lutto  il  primo  di  giugno  dell'anno  se- 
guente in  Ancona;  onde  1  armata  cristiana,  su  la  quale  egli 
stesso  era  per  montare,  parlirebbc  por  1' impresa  conira 
Turchi,  il  quale  ufficio  fece  l'undecimo  giorno  di  dicembre 
in  nome  del  pontefice  Mariano  de'Scr\i  vescovo  di  Corto- 
na. Il  dì  poi  di  Natale  fu  faito  cavaliere  di  popolo  Luca 
Pilli  per  mano  di  Bernardo  Giugni  «reato  per  questo  ef- 
fetto sindico  delia  Ut  pubblica.  Nel  principio  dell'anno  1464, 
che  in  Firenze  riseile\a  gonfaloniere  di  giustizia  Orlando 
Gherardi,  il  [)ontefice  vecchio  e  infermo  ne  venne  a  Siena 
])er  poter  esser  subilo  nel)  entrar  della  firimavera  com'era 
usato  a'ba;^ni  di  Pelriuolo,  acciocché  al  tempo  assegnate» 
|»olesse   trovarsi  in  Ancona. 

Ma  costretto  lornar  a  Roma  1'  aprile  come  fu  scritto 
al  seguente  gonfaloniere  Andrea  Carducci,  e  ivi  da'  do- 
lori delle  podagre  con  febbri  fieramente  assalito,  non  potè 
trovarsi  in  Ancona  in  quel  tempo  che  aveva  proposto  Con- 
lullociò  mandò  innanzi  Niccolò  Forteguerri  pistoiese  cardi- 
nale di  Chicli  suo  legalo  ,  il  quale  arriv«ì  a'  lO  di  maggio 
a  Firenze,  ov  era  Nigi  Neroni  gonfaloniere.  E  egli  benché 
non  fosse  inleiamenle  del  male  ristorato  si  parli  di  Roma 
a'  18  giorni  di  giiigno,  e  tenendo  la  via  della  Marca  ,  or- 
dinò che  a' 22  si  bandisse  la  ciociala  in  Firenze;  avendo 
Amm.   Vol.  V.  Jl 


iC)-2  DFIL' ISTOIÌlE    FIORENTINE 

Cosimo  avuto  a  dire,  che  gli  doleva,  che  il  papa    es<ciui<« 
vecchio  si  iiietlcsse  a  far  una  impresa  da  giovani,  come  se  egli 
avesse  anlivedulo  la  vicina  morie  di  Pio,  a  coi    nondimeno 
la  sua  di  diciassellc  giorni  andò  innanzi.  Era  eali  arrivato  al 
.sellanlacinquesimo  anno  della    sua  età,  essendo  slato  lullo 
il    rimanente    della    sua    vita    di    saliite    prosperi^s  ma  ,    e 
di  complessione  mollo  gagliarda  e  robusta  ;    ma  mentre  in- 
cominciato a  i)atir  dolori  di  stomaco  e  ritenzione  di  oriii.ì, 
cerca  nella  sua  villa  a  Careggi  di  ristorarsi,  ivi  il  primo  giorno 
d'agosto,  essendo  in  Firenze  gonfaloniere  di  giustizia  Gior- 
gio Ugolini,  di  questa  vita  passò,  uomo  per  prudenza,  per 
grandezza  d'animo,  per  modestia,  e  per  le  ricchezze  ine- 
stimabili che  egli  possedeva,  di  tanta  autorità  e  riputazione 
nella  patria  sua  e  in  tutta  Italia,  che  per    cittadino  privalo 
dopo  la  declinazione  dell'  imperio  non    si    crede    aver   mai 
città  0    repubblica   alcuna    avuto    uomo    simile    a    lui.    Ma 
jiiuna  cosa  arerebbe  tanto    questa    sua    gloria,    quanto   eh." 
tacendo  con  l'opere  e  con  gli  cffelli  cose  da  principe,  nel- 
l'apparenza non  trapassò  mai   il  grado  di  privato  cilladino. 
sapendo  esser  peccato  della  natura    umana  il    non  patir  di 
veder  con  piacevoi  occhio  in  allo  colui,  cui  nostro  pari  ab- 
biam  conosciuto.    Furono  deputali    dalla    Repubblica   dieci 
cittadini,  Ira' quali  Luca  Pilli,  Oiclisalvi  IS'croni,  e   Agnolo 
Acciainoli ,   con   auloiilà   ampissima  d'  onorare  ,  non  ostanle 
qualunque    spesa  ,    la    sua    memoria.     Costoro    (alto    con- 
durre il  suo  corpo  a  Firenze  ,    1'  accompagnarono  con  ma- 
ravigliosa  pompa  dietro  al  figliuolo  e  a'  nipoti  il  giorno  se- 
guente a  S.  Lorenzo,  Sedici  di  poi  mori  il  ponlelice,  men- 
tre pieno  di  desiderio  d'aver  a  Car  cosi    gloriosa    impresa. 
stava  aspetlaudo  Cristoforo  Moro   do'i;e    di    Venezia,  e  gli 
altri    signori    con    1'  armale  e  genli  promesse    in    Ancona  : 
morte  succedula  con  danno  non  piccolo    de' Cristiani ,   poi- 
ché inlerroUi  quegli  ordini  che  dalla  vita  di  lui  dipendeva- 
no ,  diventarono  vani  lutti  gli  apparati  di  quella  guerra.  Fu 
a' liO  d'agosto  dopo  esser  in  Homa  stalo  ri|iorlalo  il  corpo, 
e  celebrale  l'essequie  del  morto  pontciìcc  ,  crealo  suo  suc- 
cessore Pietro  IJarbo  nobile  veneziano  nipote  già  per   lato 
di  sorella  d' Fugenio  ,  e  eh  amato  nel  pontificato  Paolo  IL 
A  costui  da  Giovanni    Serristori    gonfaloniere  e  da'  signori 


LIBRO    VENTITREESIMO.  163 

suoi  compagni  furono  deputali  sei  ambasciadori  a  prestargli 
l'ubbidienza  Tommaso  Soderini ,  Luij;i  Guicciardini,  Olio 
Niccolini  ,  Filippo  de' Medici  arcivescovo  di  Pisa  ,  Carli» 
Pandolfini ,  e  Buonaccorso  Pilli,  de' quali  i  primi  Ire  ci 
tornarono  fatti  cavalieri  dal  papa  in  tempo  di  Giovanni 
Venturi  Enlrò  l'anno  14G5  insieme  con  Maso  della  Rena 
gonfaloniere  di  giustizia  col  solito  riposo  quanto  alle  cose 
di  fuori ,  ma  grandi  gare  si  scopersero  iu  un  momento 
esser  tra  quelli  di  dentro,  non  tollerando  Luca  Pitti  a  conto 
alcuno  che  Piero  de' Medici,  il  quale  dopo  la  morte  del 
padre  era  restato  il  primo  cittadino  di  Firenze  ,  di  autorità 
e  di  riputazione  l'andasse  avanti.  Al  qual  suo  pensiero  avea 
per  compagni  principali  Agnolo  Acciaiuoli  e  Diotisaivi  Ce- 
roni ;  quelli  i  quali  più  da  Cosimo  erano  stali  falli  grandi 
e  potenti.  Ma  di  costoro  procedeva  con  maggior  artificio 
di  tutti  il  Neroni ,  il  quale  mentre  segretamente  mostrava 
a  Luca  di  esser  suo  seguace  ,  intendeva  dall'  altro  cantn 
servirei  di  lui  come  d'  un  instrumenlo  della  grazia  che  egii 
avea  col  popolo;  sperando  abbai  luto  che  fosse  Piero,  fa^ 
cilraenlc  con  la  sagacità  e  con  la  prudenza  potersi  levar 
Luca  d'avanti,  uomo  per  esser  d'animo  aperto,  facile  ad 
esser  ingannato.  Di  Piero  non  solo  si  mostrava  amico ,  ma 
intimo  consigliere  e  segretario,  avendogli  persuaso,  che 
per  assettar  le  sue  cose ,  le  quali  erano  in  qualche  disor- 
dine ,  attendesse  a  riscuotere  i  crediti  del  padre  ;  il  qoal 
consiglio  pietoso  in  apparenza  ,  conteneva  sotto  di  se  il 
veleno  ,  avendo  Piero  con  questa  importuna  domanda  ren- 
dutosi  nimici  una  gran  parte  degli  aflezionali  e  aderenti  del 
padre.  Luca  intanto  scopertosi  manifestamente  nimico  di 
Piero  diceva  ,  che  non  era  da  sofferire  in  una  città  libera 
questa  continuazione  di  maggioranza  da  padre  a  figliuolo, 
e  che  molte  cose  si  concedettero  alla  prudenza ,  all' età,  e 
a'  servigi  falli  da  Cosimo  alla  sua  patria ,  che  a  Piero  non 
si  doveano  concedere,  uomo  avaro,  altiero,  di  poca  espe- 
rienza, e  per  la  sua  infermità  poco  o  niente  utile  alla  Re- 
pubblica. Dall'  alira  parte  ,  da  quelli  che  con  Piero  si  erano 
ristretti ,  i  quali  di  questo  procedere  si  erano  accorti,  si 
diceva ,  che  Luca  vendeva  lo  slato  a  ritaglio ,  che  dispo- 
neva degli  ulTicj  come  voleva  ,  che  la  casa  sua  era  del  con- 


16Ì  DEI.r  ISTORIE  FIORENTINE 

tinuo  piena  di  sbandili  ,  di  condannali,  e  d'ogni  sorte  di 
cattivi  e  scellcrali  uomini  :  e  che  sotto  una  falsa  apparenza 
di  cortesia  e  di  liberalilà  rubava  i!  pri\ato  ,  spop;ilava  il 
pubblico  ,  e  non  prezzando  Iddio  ne  santi  confondeva  in 
un  tempo  medesimo  li-  co^e  umane  e  le  divine.  Talché 
surte  su  le  fazioni  ,  se  le  diede  ancor  prestamente  il  no- 
rne  ,  e  quella  di  Luca  per  essere  le  sue  abitazioni  poste 
alle  radici  del  colie  di  S.  Giorgio  fu  detta  dd  Poggio, 
quella  de' Medici  si  cogìiominò  del  Piano.  Essendo  la  citlà 
in  queste  faz-oni  divisa,  e  aspettandosene  da  quelli,  i  quali 
desideravano  la  quiele  della  patria  cattivi  effetti,  ebbe  nn 
poco  di  posa  per  la  passala  che  fece  per  !a  città  Federigo 
d'Aragona  in  tempo  del  gonfalonerato  di  Niccolò  Gipponi, 
si  perchè  egli  si  fermò  [ter  al-  uni  di  alla  citlà  ,  e  sì  per- 
chè fu  in  sua  compagnia  mandalo  a!  duca  lìi  Milano  Dieli- 
salvi  Neroni  per  rallegrarsi  seco  delle  nozze  della  figliuo- 
la, la  quale  Federigo  andava  per  menare  ad  Alfonso  duca 
di  Calavria  suo  fralel  maggiore  a  marito.  Fu  Dielisalvi  in 
questa  allegrezza  fallo  cavaliere  dal  duca  ,  e  in  Firenze  in 
questo  tempo  fu  per  decreto  pubblico  Cosimo  padre  della 
patria  chiamalo.  Ma  ritornato  Dielisalvi  a  casa,  ove  da  Lo- 
renzo Niccdlini  gonfaloniere  furono  Federigo  e  la  sposa 
con  Ascanio  e  con  Sforza  fratelli  di  lei  realmente  ricevuti, 
e  nel  partirsi  con  grandi  onori  accompagnati ,  non  tarda- 
rono i  cittadini  a  ritornare  alle  medesime  sedizioni;  le  quali 
crescendo  grandrmente  nel  gonfalonerato  di  Martino  Scharlì , 
finalmente  o  per  opera  di  Niccolò  Cerretani,  che  li  segui 
gonfaloniere  per  settembre  e  ottobre,  o  per  industria  d'altri 
buoni  uomini  si  conchiuse  d'accordo,  che  le  borse  si  ser- 
rassero ,  e  che  la  signoria  si  traesse  per  sorte.  Il  che  fu 
l'atto  con  tanla  allegrezza  de' cittadini  e  con  univcrsal  con- 
sentimento di  ciascuno,  che  non  furono  di  tutto  il  consi- 
glio trovale  più  che  sei  fave  bianche ,  a  cui  il  serrar  delle 
borse  non  piacesse.  Parca  che  le  conlese  fossero  in  que- 
sta guisa  assai  bene  acquetate  ,  quando  venendo  la  tratta 
de'uuovi  signori,  usci  la  seconda  volta  gonfaloniere  di 
giustizia  Niccolò  Soderini  amico  della  fazione  del  Poggio  , 
uomo  eloquente,  di  tenace  memoria,  e  animoso  mollo: 
con  cui  tosto   i    tre  principi  di  quella   fazione  si  ristrinse- 


LIBRO    VENTlTUEESlilO.  165 

ro  ,  c  soUo  lo  scudo  della    romuno    lilìcrlà    varie  cose  gli 
proposero,  le  quali  (inalmente    tulle  a  questo    tendevano, 
che  in  qualche  modo  l'aulorilà  di  Piero  si  diminuisse.  Era 
fratello  del  gonfaloniere  Tommaso  Sederini  uomo  savio,  e 
per  essere  stalo  tre  volle  gonfaloniere  e  poco    dianzi    tor- 
nato ambasciadorc  e  cavaliere  dal  pontefice  nella  patria  sua 
mollo  slimalo,  e  sopra  tulio  singoiar  amico  di  Piero.    Co- 
stui dall'altro  canto  mostrava  al  fralelìo  che  ei  non  dovea 
lasciarsi    svolgere  da  chicchessia,  né  soito  omhra  di   bene 
permettere  che  danno  alcuno  alla  sua  palria  succedesse;  e 
poli  he  eran  serrale  le  borse,  e  la  s'gnoria  si  traeva  a  sor- 
te, a  tener  fermo  quello  stalo  continuasse.  Il  popolo  a  cui 
gran  parie  di  q.icsl' an  ìamciili  eran  palesi ,  slava  aspellando 
che  da  Niccolò  uscisse  qualche    buon    frullo  ,    essendo  in 
cometlo  glande  dell' univeisale ,  e  non  dubitando  che  altri 
l'avesse  a  corrompere.  Ma  egli  aggiralo  ronliìiuamenle  dalle 
varie  senlen/c  di  coloro  che  gli  erano  tutto  di  all'orecchio, 
resse  e  fini  poi  niiel  magistrato  con  maggior  basimo  ,    che 
non  r  avea  con  loclo  e  con  riputazione  coir.iticialo.  Ragunò 
dunque  a' quatiro  di  del  suo  udieio  più  di  cinquecento  cil- 
ladini    in    ]iaiagiu  ,    e    parlò   per  una  luiiga  ora  al  popolo, 
raccontando  i  disordini  ne'  quali  la  llepuljblica  era    perve- 
nuta ,  e  quali  danni,  se  a  ciò  non  si  ri|>arava,  ne  poleano 
intervenire,  e  per  questo    domandava  noi  (ine  del  suo  ra- 
gionamento, che  ciascun  (i:taiiino  spogliatosi  de' particolari 
affetti  cousigiiasse  <juelìo  che  in  ciò  fosse  da  fare.  Monla- 
rono  molli  dicitori  in  ringhiera,  e  vari  parlili  furono    pro- 
[)0sli  senza  che  ninno  se  ne  conchiiidesse  ,  in  guisa  erano 
i  pareri  delle  conlrarie  fazioni  contrappcsali.  Fece  sette  dì 
pA  nuova  pratica  d'un  consiglio  più  ristretto,    ove    inter- 
vennero trecenlo  citladip.i  ;  e  avendo  con  un'altra   copiosa 
e  ornala  diceria  dimo- Irato    le    avversità,  che  alla  città  di 
Firenze  erano  intervenute  per  cigione  delle  discordie,  non 
solamente  in  tempo  del  popolo,  ma    de' grandi,    e    quante 
uccisioni,  quanti  abbruciamenli ,  quante  case  spente  e  altre 
simili  calam.lii  erano  per  colali    gare    seguite ,    cercava   di 
nuovo    che   ogn'  uomo  che  amasse  la  pace  della  sua  casa  , 
la  quiete  de' cilladiiii ,  e  il  bene    universale    della    Repub- 
blica volesse    liberamente  dire  il  parer  suo.  Ma  nò  più  nò 


166  DF.LI.'  ISTOUIE    FIOniìNTINE 

meno  segui  della  priaia  volla,  essendo  per  i  dispai  eri  dei 
('onsullori  ogni  cosa  ilascne  in  fumo.  Entrò  in  pensiero  che 
si  rivedessero  i  conti  di  coloro,  i  quali  avevano  amministrala 
la  Hepubltiica.  e  per  consiglio  di  Luca  Pilli  non  se  ne  fece 
c-os' alcuna.  Tentò  d'esser  fallo  cavaliere  dal  popolo  e  non 
l'ottriine.  Corresse  ma  con  molta  fatica,  alcune  coso  mal  falle, 
Ira  le  quali  fu  lolla  la  legge  falla  in  tempo  del  fratello,  che 
concedeva  premi  a  chiunque  uccidesse  alcuno  ribello.  Final- 
mente fu  messo  su  in  far  nuovo  squillino  ,  la  qual  cosa  gii 
tolse  affatto  la  grazia  e  la  reputazione,  che  per  1' addietro 
s'aveva  acquistala,  essendosi  scoperto  per  uomo  debole,  e 
che  come  era  presto  a  jiigliare  i  partili ,  così  riusciva  lento 
e  tarilo  a  risolverli,  se  non  dove  non  gli  giovava.  Finissi 
questo  squillino  in  tempo  di  Francesco  IJagncsi  primo  gon- 
faloniere dell'anno  14C6,  ma  non  por  ciò  finirono  le  conte- 
se; le  quali  quanto  più  coperte  procedevano  in  questo  tem- 
po ,  per  non  mostrarsi  ninna  delle  parli  malcontenta  di  quel 
(he  era  seguito,  tanto  più  di  vigore  e  di  forza  prendevano 
p.er  iscoppiar  poi  con  tanto  maggior  impeto  a  deslrnzionc 
d"  una  delle  parti.  Di  che  parve  che  ne  fosse  stalo  segno  non 
solo  l'inondazione  del  fiume,  ma  certi  prodigj  del  cielo; 
essendo  il  primo  dì  che  prese  il  gonfalonerato  Bartolommeo 
Lonzi  apparite  alle  sedici  ore  Ire  stelle  di  sotto  al  sole,  che 
lo  copersono  ;  delle  quali  v'era  una  che  a  guisa  di  cometa 
avca  una  coda  molto  ben  lunga.  Ma  per  essero  agli  8  di 
marzo  suocedula  in  Milano  la  morte  del  duca  Francesco,  si 
credelle  da  molti ,  che  quelle  stelle  la  morte  di  sì  gran- 
d' uomo  avessero  dinotalo,  dalla  cui  morie  grande  arcrcsci- 
riiento  presero  le  fiorentine  discordie,  parendo  a  quelli  del 
I^oggio.  che  spogliato  Piero  di  sì  grande  aiuto  con  minor 
dilTicollà  si  potesse  abbassare  ;  non  istimando  che  fosse  da 
lar  gran  fondamento  nel  nuovo  duca.  Sostennero  nondimeno 
che  se  gli  mandassero  Luigi  riuicoiardini  e  Bernardo  Giu- 
gni ambastiadori  por  far  quelli  unicj  dio  in  simili  casi  si  co- 
stumoiìo. 

Ma  essendo  nel  gonfaloneralo  di  Maso  dogli  Alessan- 
dri gli  ambasciadori  ritornati  di  Milano  ,  e  in  lor  compa- 
gnia venuto  un  ambasciadore  di  Giovanni  Galeazzo  per  con- 
icrinar  ccrle  convenzioni,  che  il  duca  Francesco  suo  padr-i 


LIBRO   VENTITREESSMO.  1G7 

sveva  con  la  Repubblica,  Ira  le  quali  ve  n"  era  una  ,   che  i 
Fioronlini    soleano   pa;;are    a  quel    principe  ogn'  anno    una 
certa  somma  di  danari .  quindi  si  aperse  da  capo    la  strada 
alle  usate  contese.  Perchè  Piero  de' INIcdici  avea  dello  pale- 
semente ,  che  egli  era  di  opinione  ,  che   la    convenzione  si 
dovesse  osservare,  se  non  per  rispetto  di  Giovanni  GaliMzzo, 
almeno  per  i  proprj  comodi  della  lor  Repubblica,  la  quale 
(on  mantener  quel  principe  in  riputazione  veniva   a  mante- 
ner la  libertà  sua  istessa  ;  non  dando  cagione  a' Veneziani, 
vì^ggrndolo  da'  Fiorentini  disgiunto  di  procurar  la  sua  rovi- 
na,  onde  poi  quella  di  Toscana  sarel)be  proceduta.  Nò  per 
altro  essersi  per  1' addietro  fallo  tante  guerre,  tenute  tante 
inlelligenze  col  duca  Francesco,  incorso  nell'odio   di  papa 
Eugenio,  inimicatosi  il  re  Alfonso,  e  i  medesimi  Veneziani 
sdegnatisi ,  che  per  non  lasciar  pervenire  quclln  ampissimo 
stato  in  man  loro  ,  con  la  cui  (ipporlunilà  si  fossero  di  tutta 
Italia  insignoriti.  Palla  parte  contraria  non  erano  queste  ra- 
gioni ai)provale,  dicendo  che  elle  erano  invenzioni   trovalo, 
in  fino  dal  tempo  di  Cosimo;  il  quale   volendo    provvedersi 
d'un  amico  gagliardo,  la  cui  autorità  contra  i  suoi  avversari 
m  Firenze  grande  il  mantenesse  ,  avea  s<>tto  lo  scudo  della 
Repubblica  e  del  bene  universale  d'Italia  procurato  la  gran- 
dezza di  Francesco  in  Milano  :  dal  quale  però  niun  benell- 
cio  avea  la  loro  Repubblica  consegnilo  giammai.  T  cui  vestigi 
ora  Piero  seguitando  voler  a  spese  del  comune  quest'  altro 
idolo  mantenere,  acciocché  eglino  pagassero    con  perpetuo 
tributo  i  ministri  della  lor  servitù.    Ma  non  giovando  ne  le 
parole  ardite   e  libare  di  Luca  ,  né  lo  segrete  arti  di  Dieti- 
^alvi  a  tirre  il    credito  a  Piero,    nella  cui  parte  oltre  il  fa 
vure  della    plebe    era  senza  dubbio     maggior    riputazione  , 
parve  ad  alcuni  che  si  venisse  a' rimedi    più  gagliardi;    e  fu 
chi  propose  che  si  dovesse  ammazzare  ;    ricordando    quello 
che  a  Palla  Strozzi,  a  Rinaldo   degli  Albizi,  e    agli  altri  di 
quella  l'azione  intervenne  per  aver  lasciato  Cosimo  vivo.  Al- 
tri ne' quali  era  maggior  prudenza  mostravano  come  questo 
non  bastava;  perciocché  i  fautori  de' Medici  leggiermente  si 
sarebbono  voltati  contra  coloro  i  quali  a  sì  fatta  scelleratezza 
avesser  tenuto  mano;  onde  era  necessario  vedere  con  quali 
appoggi  di  dentro  o  di  fuori   una  s"i  fatta    impresa  ave^-^c  a 


16S  DELI.'lSTOKIE    F50nn>Tl>F. 

guidarci,  siccliè  il  flcsificralo  fine  se  ne  polessc  sperare.  Sl:- 
inarono  dunque  esser  necessario  aver  into|lin;enza  con  qual- 
che condolliere  ,  il  quale  quando  essi  avessero  una  signori.! 
n  lor  divozione  il  facessero  a  Firenze  venire,  e  con  le  spallo 
di  quelle  senti  allora  risolversi  a  pigliare  qualche  parlilo,  che 
in  sul  fallo  fosse  giudicato  esser  più  utile  ,  e  più  sicuro  per 
loro.  E  parve  tornar  molto  al  lor  proposito  Ercole  da  E^te 
frale'lo  del  duca  Borso ,  quello  a  cui  dopo  la  sua  morte  ri- 
cadde la  signoiia  di  Ferrara  :  col  quale  entrato  gonfaloniere 
di  giustizia  Ber. lardo  Lotti,  si  convennero,  che  stesse  a  or- 
dine .  che  in  su  1  bisogno  si  servirebbono  di  lui.  Ercole  si 
profcrse  ess  r  prontissimo  al  bisogno  ,  la  qiial  prontezza 
fece  risolvere  i  congiurali  a  procurar  la  morte  di  Piero,  sli- 
mando con  qui'sl'aiulo  poter  f.rlo  sicuramente  ;  e  questa  es- 
ser la  via  più  spedila  a  far  loro  conseguire  quel  (he  brr- 
mavano.  A  die  fare  gli  pro^tava  ancor  caldo  il  sentii  e  neila 
presente  signoria  ritrovarsi  molti  de  loro  amici;  e  il  Iiioizo 
e  il  tempo  di  assalirlo  era,  o  nell'andare,  o  nel  tornare 
fhe  egli  faceva  di  Careggi;  ove  essendo  impedi'o  delle  gotto 
sì  faceva  il  più  delle  volle  in  lettiga  portare.  Era  il  23° 
giorno  d'agosto  venuto;  r  Piero  agjzrava'o  del  male  in  Ca- 
rogsi  si  ritrovava,  qnando  per  due  cavallari  speditili  l'uno 
iiuiaiizi  l'altro  ila  Giovanni  Bentivoglio  principe  di  Bologna, 
già  {lervenulo  iti  età  di  pr»i<r  go^e^nale,  inlese  circa  mil!e- 
lrcccn;o  cavalli  trovarsi  in  su!  fiume  d' Alba  a' confini  di  Pi- 
stoja.  e  quelli  capitanali  da  Ercole  da  Eslf^.  e  da  altri  si- 
gnori venirne  verso  Firenze.  Oucsla  cosa  comrao  se  grande- 
mente Piero,  e  spedilo  con  diligenza  nitdli  messi  a  diverbi 
suoi  cimici,  e  pariicolarmente  ad  un  capitano  del  duca  di 
Milano,  il  t;ua'e  si  ritrovava  in  Romagna  ci^n  dueinilaciis- 
quecento  cavalli  ,  clic  dovesse  spaccialamente  appressarsi  a 
Firenze  ,  egli  il  di  medcs'rao  in  lettiga  in  mezzo  d'alcuni  ar- 
mali a  Firenze  ne  venne.  TS^iccolò  Valori,  il  quali^  seris^e  la 
vita  di  Lorenzo  de'Medci,  dice  clic  infino  di  questo  tempo 
apparve  mirabile  l'aci  ertezza  di  quei  giovanetto:  perciocché 
avendo  egli  inlcso  da  ai-uni  contadini,  come  per  la  via  di- 
ritta d'andar  alla  città  si  erano  veduti  molli  uomini  armati. 
e  sospettando  di  quel  che  volessero  ,  fece  andar  il  padre 
per  un'altra  via   più  lontana,  e  occnlla  .  e  egli  messosi  a  ca- 


r.lB"0    VENTITREESIMO.  i09 

valcar  per  la  strada  solita  rflerniava  Piero  venirne  poco  ad- 
dietro ;  co!  quale  avvedimento  il  padre  d'un  gran  pericolo 
liberò;  il  che  mi  fa  riliniare  per  falso  quello,  clie  il  Ma- 
chiavelli dice.  Piero  aver  finto  d  aver  ricevuto  questa  let- 
tera dal  Benlivoglio  ,  nias'imamonle  avendo  io  riscontri  per 
altre  memorie  molto  fedeli,  che  mostrano  la  cosa  esser  an- 
data in  quel  modo  che  da  me  è  racrontala  ,  oltre  che  in 
vero  si  vede  il  Machiavelli  esser  poco  ddigente  in  tutta 
quelli  sua  opera;  i  cui  errori  se  noi  volessimo  andar  ripro- 
vando, 0  non  osserveremmo  il  decoro  dell' istoria ,  o  senza 
didib'io  ci  acquisteremmo  biisimo  di  maligno.  Imperocché 
eg!i  fa  morto  il  duca  Fraic 'Sco  iniìanzi  al  gì  nfaloneralo  di 
Niccolò  Soderini ,  e  vuol  che  Piero  de'  Medici  sia  vivo  dopo 
la  morte  di  pana  Pagolo-  Aliriboisce  a  LucaPitti  quello  che 
è  di  Hulicrlo  Sostegni,  nomina  Bardo  Altovili  per  gonfalo- 
niere di  giustizia  dopo  Huherto  Lioni ,  che  non  vi  fu  mai. 
Insomma  scambia  gli  anni,  muta  i  nomi,  altera  i  falli,  con- 
fonde le  cause,  accresce,  aggiugne  ,  toglie,  diminuisce  ,  e 
fa  tutto  quel  che  gli  torna  in  fantasia  senza  freno,  o  rilegno 
di  legge  alcuna  ,  e  quel  che  più  pare  noioso  è  ,  che  in  molti 
liìoghi  pare  che  egli  voglia  ciò  fare  [dù  tosto  artatamente  , 
the  perchè  ci  prenda  errore,  o  che  non  sappia  quelle  cose 
esser  andane  allrimenii;  forse  perchè  cosi  facendo,  lo  scri- 
vere più  be!Io,  o  men  secco  ne  divenisse,  che  non  avrebbe 
f/itto  se  a' tempi  e  a' falli  avesse  ubbidito  .  come  se  le  cose 
allo  stile,  e  non  lo  siile  alle  cose  s' avesse  ad  accomodale. 
Ma  è  bene  «he  noi  ritorniamo  onde  ci  siamo  partili.  Pirro 
venuto  a  Firenze  ,  e  con  maravigliosa  diligenza  i  suoi  amici 
talli  raguiiare  ,  mostrò  a  que  li  le  lettere  del  Benlivoglio; 
le  quali  mandò  anco  alla  signoria  ,  si  per  iscusarsi  ,  se  egli 
per  sua  salvezza  ricorreva  a  quelle  armi ,  che  ingiustamente 
da' suoi  avvcrsarj  erano  siale  prese,  e  sì  perchè  essi  prov- 
veilessero  con  la  lor'»  autorità  alla  salute  della  Repubblica. 
I  signori  non  polendo  mancare  al  loro  uHìcio ,  eiessero 
commissario  Bernardo  Corbinelli ,  si  per  informarsi  che 
gente  questi  fossero  ,  e  da  cui  mandate  ,  e  sì  per  far  opera 
che  elle  non  passassero  più  avanti.  E  per  alcuni  cittadini 
di  mezzo  mandarono  a  pregar  le  fazioni,  che  posassero 
l'arme,  e  le  differenze  Ira  loro  civilmenle  si  terminassero. 


170  HEI.l/ ISTORIE    KIOUENTINE 

Ma  non  parendo  a"  capi  che  qiiestn  bastasse  ari  assicurarli, 
ciascuno  atleso  a  provvedersi  d'amici,  di  arme,  e  «H  vel- 
lovaglie.  E  la  sera  medesima,  olire  quelli  della  cillà  ,  si 
Irovò  Piero  aver  molti  fanti  mandatili  da  Serristori  e  da  altri 
suoi  amici ,  che  in  ccnlado  si  ritrovavano.  Di  Luca  le  prov- 
vigioni furono  più  Iarde  ,  perciocché  non  avendo  pensato  a 
difiMidersi .  slimava  che  le  gen!i  elette  all'offesa  fossero 
state  a  bastanza.  Nondimeno  comparito  in  su  le  due  ore  di 
notte  al  suo  palagio  •  Niccolò  Sederini  con  piti  di  dugento 
persone  .  le  quali  avea  ragunate  al  forte  di  Camaldoli .  pa- 
rea  che  le  for/e  fossero  ragguagliate.  Dispulavasi  per  que- 
sto q.iello  che  fosse  da  fare  ,  e  alcuni  erano  di  opinione 
che  s'andasse  a  pigliare  il  palagio,  perciocché  v  avcano 
cinque  signori  della  loro  fazione  ,  tra'  quali  era  il  gon- 
faloniere, che  per  esser  del  quartiere  di  S.  Spirilo  eia 
amico  del  Soderini  e  del  Pitii  Altri  volevano  che  s  andasse 
a  meller  fuoco  alle  case  di  quei  cittadini,  che  s'accosla- 
vano  a  Piero  ,  e  secondo  i  fini  e  i  disegni  di  ciascuno  ,  da 
diversi  diverse  cose  si  proponevano.  Non  istavan  le  cose 
del  lutto  quiete  dalla  parte  di  Piero,  perciocché  v'erano 
di  molti,  che  consigliavano  che  s'andasse  di  là  del  fiume 
a  trovar  l'altra  parte,  e  con  quella  azzuffarsi  e  venir  alle 
mani,  prima  che  col  mezzo  de' signori  alcuna  cosa  acerba 
contra  loro  polesser  deliberare.  Ma  quivi  per  1"  autorità  di 
Piero,  e  ivi  per  la  diversità  delle  sentenze  ninna  cosa  fu 
messa  ad  effetto  ;  avendo  Niccolò  Soderini  avulo  a  dire  a 
Luca,  che  egli  per  aver  fatto  troppo  a  voglia  rli  Luca,  e 
Luca  per  aver  fallo  poco  a  senno  di  lui  rovinerebbero. 
Venuto  il  d'i  di  S.  Bartolommeo ,  e  praticandosi  pace  o 
accordo  intra  le  parti,  non  si  trovava  mezzo  alcuno  da  rac- 
chetarle ;  se  non  che  correvano  parole  per  mezzo  di  non 
offendersi,  finché  qualche  partito  si  ritrovasse,  che  ba- 
stasse ad  assicurarli.  Le  quali  dilazioni  a  Piero  non  davano 
noia,  perciocché  non  confidava  molto  nella  presente  signo- 
ria, e  dovendo  fra  pochi  dì  uscire  la  nuova,  e  toccando  il 
gonfaloniere  a  S.  Croce ,  dove  avea  degli  ninici  ,  sparava 
poter  far  meglio  con  gli  altri.  E  tra  lauto  praticava  diligeii- 
lementc  se  potesse  tirar  Luca  dalla  sua,  a  cui  fece  pro- 
porre ragionamenti    di    parentado ,    parlandosi  di  dare  una 


LIBRO    VENTI  riEESlMO.  JT( 

sua  nipote  por  niojilie  a  Giovanni  Toinabiioni  die  era  co- 
gnato di  l'iero.  Luca  veggendo  la  sua  parte  andare  sce- 
mando, imperocché  egli  non  avea  fatto  quelle  provvisioni 
che  bisognavano,  e  sapendo  che  quella  di  Piero  era  accre- 
sciuta infino  al  numero  di  quattromila  fanti,  incominciò  a 
prestar  volentieri  orecchi  a  questi  ragionamenti,  tanto  che 
in  queste  pratiche  si  consumò  luito  quel  tempo  che  corse 
infino  a'28  del  mese;  nel  qual  dì  soleva  uscire  la  nuova 
fratta.  Seppersi  prestamente  da  amcndue  le  parli,  e  da  tutta 
la  città  i  nomi  de' nuovi  signoti,  ne  si  stelle  molto  a  du- 
bitare che  quelli  fossero  degli  amici  di  Piero  Onde  tanto 
pili  facilmente;  Luca  parlandoglisi  d'accordo,  vi  si  lasciò 
condurre-  Accozzatisi  dunque  i  vecchi  con  i  nuovi  signori, 
honcliè  non  avessero  ancor  preso  il  magistrato  ,  mandarono 
per  le  parti  ;  e  per  quella  del  Poggio  venner  Luca  e  i  com- 
pagni con  altri  loro  amici.  Piero  non  potendo  intervenirvi 
in  persona  per  l'allra,  vi  mandò  Lorenzo  e  Giuliano  suoi 
(igiiuoli  accompagnali  dai  principi  della  fazione,  i  quali  di- 
nanzi alla  signoria  rappresentatisi ,  si  rappacificarono  insieme, 
con  molti  segni  d'amore,  e  di  levar  1' odesc  ,  e  di  1  cen- 
ziar  le  brigale  promisero.  Il  dì  seguente  Luca  con  quasi 
ttitli  quelli  della  sua  parte  andò  senz'armi  a  visitar  Piero 
nel  letto;  il  quale  benignamente  il  ricevette  ,  e  senza  aspet- 
tare che  egli,  o  allri  delle  cose  seguite  si  scusasse,  g!i  usò 
quest'  islesse  parole  ;  le  quali  raccolte  da  chi  vi  si  trovò 
presente  non  ho  voluto  in  conto  alcuno  alterare.  M.  Luca 
voi  siale  il  benvenuto.  Il  nostro  Sijinore  Dio  e  nostra  Don- 
na, e  questi  nobili  ciltadini  che  mi  sono  intorno  mi  sieno 
testimoni,  come  sempre  v'ho  tenulo  in  luogo  di  padre,  e 
son  cerio  che  Cosimo  v'amò  coma  buon  fratello,  e  per  que- 
sto mi  maraviglio  di  ciò  eh*  è  avvenuto  infra  di  noi.  Luca 
imputando  la  colpa  de' sospetti  successi  a  coloro,  che  avcano 
riferito  dcile  bugie,  pregò  Piero  che  le  cose  passate  si  di- 
menticassero, e  per  l'avvenire  attendessero  con  buona 
unione  al  governo  della  Repubblica.  Questo  fu  detto  in  pa- 
lese ,  ma  siali  lor  due  con  Lorenzo  e  con  Giuliano  soli ,  o 
non  allri  per  mezz'ora  in  segreti  ragionamenti,  alla  fine 
s"  abbracciarono  insieme  e  baciaronsi  in  bocca  ,  e  con  lo 
lagrime  in  su  gli  occhi  Luca  da  Piero  si  dipartì.  Diccsi  che 


172  BRLL'  ISTO'.'.IE   FIORENTINE 

Niccolò  Sodorlni,  il  quale  non  intervenne  in  questa    visita 
con  gli  altri,  andò  a  trovar   Luca    tornato  elio  fu  in  casa, 
e  si  gli  usò  questo  parole.  Voi  vi  credete  M.  Luca  d'aver 
fatto  la  pa<e  cori  Piero  ,  e  d'aver  a  vivere  in  questa    città 
con  quella    riitutazione  che  avete  fatto  iiifìno  a  quest'ora; 
il  clic  Lidio  sa  quanto  m'  incresce  per  conto  vostro,    per- 
ciocché T  intervenire  agli   uomini    grandi    de'sinistri,    suol 
essere  lalor  colpa  della  fortuna  ,  onde    da    molti    possiamo 
essere  scusali;  ma  T  ingannarsi  da  se  stesso  e   solo  errore 
e    peccalo    nostro  ,    di    (he    ninno    quintunque    amico    ci 
può    difenderò.    Non    sono  le  offi  se    gravi  di  natura ,  che 
le  si  possano    ristorare   con  le  parole  ,  e  se  alcuna  ve  n'  è 
che  pesi  nelle  ragiinaiìze  degli  uomini ,  quella  che  ci  si  fa 
per  conio  di  stato  è  gravissima.    Per    questa    rare  volte  il 
padre  dal  Tgliuoìo ,  e  il  figliuolo  dal  pa  ire  si  è  tenuto    si- 
curo; e  i  fratelli  uccidersi  1' un  l'altro  insieme  è  divenuta 
ormai  poro  meo  che  cosa  ordinaria    lu'^omnia  non  è  legame 
alcuno  SI  forte  ,  che  a  guisa  di  vetro  non  si  spezzi  agcvol- 
menle  da  qualunque  piccol    sospetto    che    altrui    entri   nel 
capo.  E  voi  credete  che  Piero    abbia  a  dimenticar    questa 
ingiuria  mes'^o  da  noi  in    manifesto   pericolo    dello    slato  e 
della  vita?  A  filli  grandi    o    non    si    dchbe  por  mano,  o 
posta  che  una  volta  vi  si  è ,  non  se  ne  debbe    cavar    senza 
frullo;  perciocché  non  che  il  cominciarli,    il    sognarli   reca 
quel  medesimo  rischio  che  il  finirli.  Alla  parità  della    pena 
è  molto  disuguale  il  premio,  conciossiachè  i  fati  degli  uo- 
mini coraggiosi  benché  infelici  sono  ammirali ,  e  spesso  in- 
vidiali nelle  loro  miserie;  de' dappochi  e  de' timidi  e  scher- 
nita e  tenuta  a  vile  la  felicità    islessa.    Noi    siamo    anco  in 
piò,  b'  genli  che  abbiamo    di    fuori    non    sono    lontane,  il 
gonfaloniere  è  dalla  nostra  ,  nella  città  non  ci  mancano  de- 
gli amici.  Abbiamo  a  fare  con  un  avversario    il    quale  tien 
l'anima    co' denti ,    e    con    due    fanciulli,  che  appena  sono 
usciti  da'  bandiini.    Perchè  in  questo  poco  di  tempo  che  ci 
resta  non  diamo  noi  dentro  ?  perche  non    facciamo    venire 
queste  genti  in  Firenze?  perchè  non  si  chiama    il    popolo 
a  parlamento?  e  far  una  balìa  a  modo  nosiro  ?  o  pur  è  vero 
quell'antico  proverbio,  che  Iddio  a  cui  vuol  male    tolga  il 
senno.    Onde  a  me  nel  gonfalonerato ,  e  a  voi  ora  sia  vie- 


LIBRO   VKNTITREESIMO.  173 

(alo  provvedere  allo  scampo  noslro.  Oucslo  lio  voluto  «lirvi 
per  non  mancare  allii  parte  inlìno  noli  estremo  Del  resto 
segua  quel  che  si  voglia  ,  non  si  dirà  mai  che  io  al  primo 
cirore  abbia  agsiunlo  il  secondo.  E  se  prima  io  non  pos- 
setli ,  0  non  seppi  da' conforti  altrui  ripararmi,  ora  non  pa- 
tirò che  a  guisa  di  cieco  da  me  stesso  inciampi  e  m'in- 
ganni; son  certo  che  a  me  sarà  men  noioso  il  mio  libero  e 
onorato  esilio,  che  non  recherà  altrui  conlcnlo  il  rimanere 
a  casa  circondalo  da  sì  dure  e  sozze  catene  di  servitù. 
Hideelossi  in  Luca  per  queste  parole  il  vecihio  stimolo,  e 
scrissesi  a  Ercole  che  s'  avvicinasse.  Chiamaronsi  gli  amici 
della  città,  e  nuove  praiiche  si  fecero;  le  quali  tulle  a  Piero 
fur  pubblicate  ;  quelle  di  dentro  da  Domenico  iMartelli  e 
da  Niccolò  Pedini  la  notte  seguente,  q-.ieile  di  fuori  dal 
capitano  di  Pislnja  il  dì  che  venne  aj^presso  de' 30  d'ago- 
sto, avvisando  come  le  genti  ili  Fium' albo  si  facevano  in- 
nanzi verso  S.  M.Kcer.o.  Queste  novelle  dier  gran  trava- 
glio a  Piero  ,  essendo  massimamente  presentatagli  una  li- 
sta ,  ove  tutti  coloro  i  quali  aderivano  al  Poggio  si  erano 
soscritti  :  onde  fu  costretto  far  nuove  provvisioni,  e  ordi- 
nalo ancor  egli  che  i  suoi  partigiani  si  soscrivessero  ,  si 
maravigliò  forte  che  molti  di  quelli  che  contra  lui  si  erano 
scritti,  ora  in  favor  suo  si  soscrivessero.  Ma  per  tentar 
ogni  cosa  prima  che  venire  al  sangue,  man  Io  a  Luca  J>o- 
renzo  suo  figliuolo  per  intendere  che  nuovi  movimenti  eran 
questi,  e  se  possibii  era,  che  si  fermassero  ;  il  quale  seppe 
in  guisa  persuadere  quel  vecchio  ,  il  cui  animo  già  era  co- 
minciato a  crollare  ,  che  a  maraviglia  sei  rese  mansueto  e 
benivolo  ,  tanto  che  terminò  finalmente  quella  signoria 
senz'  altro  disturlto.  Ma  entrato  Ruberto  Lioni  nuovo  gon- 
faloniere ,  non  islctte  però  sospesa  la  parte  di  Piero  a  pren- 
der parlilo;  perciocché  raunatiglisi  tutti  inlorno ,  dicevano 
che  non  era  da  far  fondamento  alcuno  nelle  fallaci  pro- 
messe degli  avversari  ;  i  quali  come  per  isperienza  si  era 
veduto,  non  di  dì  in  dì,  ma  d'ora  in  ora  si  eran  mutali, 
e  che  tanto  ritardcrebbono  a  nuocergli,  quanto  spera'^sero 
poterlo  fare  con  lor  sicurezza.  Per  questo  recisa  ogn'alira 
pratica  conchiudevano  ,  che  i  (re  cavalieri  e  il  Soderini  si 
dovessero  far  morire  ,  nò  sperar  mai  mentre  cotestor  fosser 


174  dell'  istorie  fiorentine 

vivi,  che  la  Repubblica  avesse  a  posare,  riero  non  volendo 
il]  conio  alcuno  udir  parola  di  sangue  disse  ,  che  si  osser- 
vasse il  costume  antico  della  città,  convocassesi  il  popolo 
a  parlamento  ,  e  facessesi  una  balia  che  a  quesli  disordini 
riparasse  ;  la  quale  dovendo  di  ragione  la  maggior  parte 
esser  de' loro  amici,  non  s'aveva  a  temere,  che  di  comuii 
consentimento  non  s' avesse  a  provvedere  a  la  quiete  di 
ciascuno.  Questa  sentenza  fu  messa  ad  effitto.  e  fatto  il 
tutto  intendere  al  gonfaloniere,  non  più  lardi  che  nel  se- 
condo d'i  del  suo  magistrato  ,  si  chiamò  il  popolo  a  parla- 
mento. Nel  quale  è  cosa  eerla  ,  e  Luca  Pilli  e  Dietisalvi 
esser  intervenuti.  Presesi  la  bal'ia,  posaronsi  le  armi,  li- 
cenziaronsi  i  soldati,  e  creati  a' 6  di  soltcìiibre  otto  cilia- 
dini  di  balia  insieme  col  capitano  del  popolo,  uscirono  su- 
bilo con  essi  i  provvedimenti  del  nuovo  magistrato.  La 
prima  legge  fu  ,  che  le  borse  del  priorato  per  dieci  anni 
si  tenessero  a  mano;  appresso  si  lessero  i  nomi  de' confi- 
nati. L' Acciaiuoli  e  i  figliuoli  a  Barletta,  il  Neroni  e  due 
fratelli  in  Sicilia  ,  il  Soderini  con  Gerì  suo  figliuolo  in  Pro- 
venza tutti  per  venti  anni ,  Guallier  Panciatichi  per  dieci 
anni  fuor  del  liominio.  Non  fu  nel  numero  Jp'conlinati  Luca 
Pitti,  il  che  gli  accrebbe  biasimo,  come  se  egli  avesse 
patUiito  la  sua  salute  col  danno  degli  amici  e  compagni 
suoi.  Ma  mollo  presto  conobbe  essergli  stato  predetto  il 
vero  da  Niccolò  Soderini;  perciocché  la  casa  sua  non  era 
più  frequentala,  non  trovava  persona  per  via  che  gli  facesse 
multo,  e  chi  di  lontano  il  vedeva,  scantonava  e  si  fuggiva 
da  lui  per  non  aversi  ad  allrist,:r  seco  della  sua  miseria. 
Altri  gli  mormorava  dietro,  rapace  e  crudele  chiamandolo. 
Si  trovarono  molti,  the  le  cose  da  loro  donalegli ,  come 
prestate  chiesero  che  gli  fossero  restituite,  talché  non  solo 
del  suo  superbo  edificare  si  rimase  ,  ma  finì  il  resto  della 
vita  che  gli  sopravanzò  con  oscuro  e  ignobii  silctizio.  Ma 
non  terminò  quivi  la  severità  della  balia  ;  da  cui  quattordici 
giorni  dopo  questa  pubblicazione  allri  cittadini  furono  ,  o 
condannali  in  denari ,  o  privati  degli  ulTicj  ,  o  in  varie  parti 
confinali  ;  nondimeno  fu  in  quel  giorno  mollo  maggior  il 
numero  di  coloro  rcstiluili  agli  ulTicj ,  i  quali  altre  volle 
p' erano  stati  privali.  A"  venliquallro  si  tolsero  l'arme  a  forse 


J.IBKO    VENTITREESIMO  175 

quar;ì!ila  cillaùiai,  de' quali  avea  lo  slato  qualche  so-pelLo. 
(^)ucslo  fine  ebbe  la  congiura  di  Luca  Pilli  donlro  la  cilla; 
|ier  cui  specialmente  luUa  la  casa  de'Neroni  fu  disellala; 
pereliè  l'arcivescovo  islesso  non  gli  parendo  slar  in  Firenze 
con  alcuno  onore,  si  elesse  volontario  esilio  a  Roma.  Prese 
1)01  i!  uonfaloneralo  Paolo  Federighi ,  e  si  coniìbbc  che  per 
y.er  cacciato  della  città  i  confinali,  non  eran  perù  fermi  i 
pericoli  che  dalla  congiura  si  temevano  ,  anzi  se  ne  aspcl- 
l;ivan  maggiori;  perciocché  il  Neroni  in  luogo  d'andare  a 
Sicilia  se  n'era  ito  a  Venezia,  onde  l' ambasciadure  che 
vi  era  per  la  R  pubblica  scriveva,  che  il  Nennii  >i  lro\ava 
ogni  giorno  ne!  consiglio  de' Pregai,  e  che  lenea  strette 
l)ralichc  con  Bartolommeo  Coglione  lor  capitano,  ila  ebe 
dubitava  che  qualche  grave  co<a  non  si  deliljerasse  in  quel 
senato  per  i  suoi  conforti  contro  la  loro  Repubblica.  Parve 
dunque  a' signori  e  a  coloro  che  governavano,  die  queste 
cose  non  si  dovessero  disprezzare;  raa  che  si  attendessero 
a  provvedere  con  ogni  sollecitudine,  acciocché  se  al  tempo 
nuovo  si  movesse  loro  guerra ,  si  trovassero  apparecchiati 
a  difendersi  ;  ma  in  prima  perchè  col  far  vista  di  non  ve- 
dere la  temerità  de'  fuorusiiti  più  non  crescesse  ,  fu  da 
(lucili  della  balìa  a' 4  di  dicembre  dato  bando  di  ribello  al 
Neroni.  Scrissesi  a  molti  principi  i  sospetti  che  dei  fuoru- 
scili s'aveano,  e  come  la  Repubblica  fiorentina  desiderava 
vivere  in  pace,  mi  che  se  ella  assaltata  da' suoi  avversar] 
fosse  coslrella  ricorrere  all'arme,  sapessero  da  cui  la  colpa 
si  procedeva.  Ma  perchè  le  guerre  senza  danari  maneggiai 
non  si  possono,  Carlo  PandoUìni  primo  gonfaloniere  del- 
l'anno 1467  pose  un  balzello  di  cento  mila  fiorini;  e  oltre 
al  Neroni  fece  il  Soderini  e  l' Acciainoli  giudicare  ribelli, 
trovato  che  ancor  essi  avean  rotti  i  confini.  Collcgossi  per 
venlicinquc  anni  col  duca  di  Milano,  e  con  Ferdinando  re 
di  Napoli;  il  quale  restato  libero  delia  guerra  mossajili  da/ 
duca  Giovanni,  e  da'  baroni ,  desiderava  obbligarsi  con  qual- 
che ufiìcio  la  Repubblica  fiorentina  la  qual  sapeva  esser 
mollo  ferma  in  conservar  l'amicizie,  e  credeva  con  questa 
dimostrazione  aversela  a  guadagnar  per  sempre  ,  spiccan- 
dola del  tulio  dall'amicizia  della  casa  d' Angiò.  Falli  que- 
sii  provvedimenti ,  e  entrato  gonfaloniere  di  giustizia  Tom-- 


176  dell'istorie  fiorentine 

1U.1S0  Sodcrini  la  quarta  volta  ,  si  conliiiuù  a  far  1  altre  cose 
neccessarie,  riserbando  la  creazione  dei  Dicci  delia  giurra 
per  r  ultima  provvisione.  Condussuiisi  per  questo  Astorre 
Manfreiii  signor  di  Faenza  ,  e  Taddeo  signor  d  Imola  ;  ma 
Astorre  secondo  il  suo  costume,  avendo  preso  d.mari  dai 
riorentiiii  ,  rizzò  poi  le  bandiere  de' Veneziani.  Seri  sesi  a 
Federigo  conte  d'  Urbino  perchè  gii  piai  esse  di  pigliare  il 
carico  delle  gelili  della  Uepubbl:ca,  e  si  ebbe.  Le  quali  di- 
ligenze non  furono  punto  fuor  di  proposilo ,  essendosi  final- 
naente  i  signori  accertali  come  Bartolommco  (ìoglione  culi 
scm  la  cavali  e  con  molli  fanti  si  e  a  mosso  per  senirne 
a' danni  de' Fiorentini  ,  accompagnalo  e  guiilali»  da' fuoru- 
scili; e  se  bene  soUo  voce  d'essersi  mosso  di  suo  libero 
volere,  nondimeno  con  certo  consentimento  e  aiuto  dei 
Veneziini,  i  quali  niuna  cosa  tirò  tanto  a  questa  impresa, 
quanto  l'acerba  memoria  che  ritenevano,  che  parlicolar- 
ciente  per  opera  di  Cosimo  de'Medici  era  loro  stalo  impe- 
dito l'insignorirsi  dello  stalo  di  Milano.  Il  che  da'fuorusciti, 
i  quali  aveano  in  quel  tempo  insieme  con  Cosimo  maneg- 
giala la  Rejiubbiica,  eli  fu  sapulo  ottimamente  dipingere. 
Fu  ancor  fama  che  Hartolommeo  si  fosse  mosso  ad  instanza 
del  pontefice  ,  sdegnalo  conlra  il  re  Ferdinando  per  non 
aver  soddisfallo  la  sede  apostolica  del  tribulo,  che  se  le 
dovea  per  lo  reame  di  Napoli.  Per  la  qual  cosa  entralo 
gonfaloniere  Giovanni  dell'  Anieila  si  senti  come  a'  10  di 
maggio  Bartolommco  avea  già  ordinato  di  passar  il  Po , 
essendo  accresciuto  il  suo  esercito  inlìno  al  numero  di  otto 
mila  cavalli,  e  di  seimila  fanti.  Era  egli  seguitalo  da  Ercole 
da  Esle  ,  da  Alessandro  Sforza  principe  di  Pesaro,  da 
Cecco  e  Pino  OrdelafR  signori  di  Forlì,  dal  Manfredi 
signor  di  Faenza,  da' signori  della  Mirandola  e  di  Carpi, 
da  Deifebo  conte  dell' Aiiguil  ara  ,  e  da  moli' altri  signori, 
laiche  e  per  lo  numero ,  e  per  la  qualità  degli  uomini  era 
stimato  un  esercito  molto  fiorilo,  uè  dopo  la  moi  te  del 
Piccinino,  il  quale  per  opera  del  re  Ferdinando  era  stato 
due  anni  addietro  fallo  morir  prigione  in  Napoli,  si  sli- 
mava esser  restalo  capitano  alcuno  di  riputazione  maggiore 
a  Barlolommeo.  Allora  non  parve  a' Fiorentini  più  da  in- 
dugiare ,  e  crearono  Dicci  di  bal'ia  il  gonfaloniere  jiass^io , 


LIBRO   VEXTiTREESISIO.  177 

Piero  de' Medici ,  Bongianni   Gi.mfigliazzi,    Bernardo    Cor- 
binelli ,  Niccolò  Giugni,  Malten  Palmieri,  Mariolto  Benve- 
nuli  ,    Bartolommco  Letizi,  Romolo  di  Nofori  ,    e    Niccolò 
Pedini.  Costure   mandarono  il  conte    Federigo  in  Romagna 
con  ottocento  cavalli,  solo  per  osservare  gli  andamenti  del 
nimico,  e  lencrln  in  sospetto  fin  che  le  genti  de' confede- 
rati sopraggiugnessero.  Bartolommeo  passato  il  Pò  avea  già 
occupato  Mordano,  B;ignara ,    Bubano ,    e    Dovadola,    pii- 
cole  castella  del  contado   d'Imola,    e    finalmente  ad  Imola 
s'era  accampato;  quando    l'eseriilo    della  lega  incominciò 
a  ingrossare,  essendo  venuto  dal  reame  Federigo    figliuolo 
del  re,  e  poco  poi  da  Milano  il  duca    Giovanni    Galeazzo 
is'esso  ,  con  cui  s'era  congunlo  Giovanni  Beiitivogiio    con 
tante  genti,  che  già  pareggiavano  quelle  de' V'eneziani.  Né 
il  capitano  principale  di  Intla  la  lega,  che  (u  fatto  il  conte 
Federigo  d'Urbino,  era  di  valore  e  di  ardimento   inferiore 
al  nimico.  Questo  esi-rcilo  postosi  in  quel  di  Bologna  mollo 
vicino    a' nimici  ,  non  lasciava    a    Bartolommeo  far  cosa  di 
molla  importanza;    e    stava    aspettando  l'occasione  se  con 
suo  vantaggio  gli  potesse  venir  fatto  dassallar    il    nimico; 
parendo  che  oltre  la  causa  pubblica  s'avesse  in  questo  con- 
fiitto  a  far  giudizio  della  scienza  militare  de'capitani.  Stando 
dunque  l'uno  e  l'altro  sul  vedere,    e    essendo  in  Firenze 
entralo  nuovo  gonfaloniere  Bongianni  Gianfigliazzi  uno   dei 
Dicci ,  il  duca  Giovanni  Galeazzo  ne  venne    a    Firenze  ,  o 
per  visilar  Piero  e  i  signori,  o  pure    chiamato    artificiosa- 
mente   da    loro  ,    avenilo    inteso  che  la  sua  presenza    nel 
campo  era  più  tosto  di  danno  ,  che  d'  utile  ;  perchè  essendo 
egli  di  gran  riputazione    e    di    poca    esperienza  ,  ne  da  se 
sapea  fare  ,  ne  a  quelli  che  sapeano    voleva    prestar    fede. 
Nella  qual  dimora  il  conte  Federigo  prese  l'occasione    del 
combattere,  avendo  in  su  le  sedici  ore  assaltato  Alessandrr) 
Sforza;  il  quale  guidava  l'anliguardia  nel  volere  alloggiare 
alia   Molinella.    Incominciossi    la    battaglia  con  una  piccol.i 
parte  d'amendue  gli  esercili;  facendo  forza  il  capitano  della 
lega  d'impadronirsi  d'un  ponte,  il  quale  se  da' nimici  ve- 
niva   occupato,    gli    potea    leggiermente  esser  impedita  la 
vettovaglia.    Ma    crescendo    e   riscaldandosi  maggiormcnlo 
tuttavia  la  battaglia  ,  accadde    che    alcuni    cavalli  di  quelli 
Amm.  Vol.  V.  12 


178  dell'istouie  fiuRentinr 

del  duca  di  Milano    volendo    animosamente    farsi    innan/.i  , 
dcltero  in  mia  imboscala  di  fanti,  i  quali  fuggendoli  dinanzi 
lì  tirarono  in  un  pantanelo ,   dove   rivolto  loro    il    viso  ,    e 
gridando    come  in  quei  tempi    s'usava  alle  cigne,  in  poco 
d'ora,  più  di  sessanta  corsieri  grossi  del  duca    di    maravi- 
gliosa  bellezza  sfondarono,    e    molli    di    quelli  che  v'eran 
sopra   uccisero.    La    qual  cosa  sentita  dal  conte  Federigo  , 
egli  fece  gridar  carne,  segno  che  ad  uccidere,  e  non  a  far 
prigioni  s'attendesse.  Combattessi  con  incredibii  valore  da 
amendue  le  parli  infino  a  notte    scura  con  morte    dell'  una 
parte  e  dell' altra  di  trecento  uomini  d'arme,  e  di  quattro- 
cento corpi  di  cavalli  ;  se  a  chi  scrisse  la  vita  del  Coglione 
si  deve  prestar  fede.  Lo  scritlor  delle  cose  Ferraresi  dice 
di  mille  persone.  Alcune  memorie    che   sono    appresso    di 
me  fanno  menzione  di  ottocento,  la  miglior   parte    de' Ve- 
neziani. Il  Machiavelli  schernendo,  come  egli  suol  far,  quella 
milizia  ,  dice  che  non  vi  morì  niuno.    Dal    Sabellico  senza 
esprimere  il  numero  ,  è  chiamata  quella  battaglia  molto  san- 
guinosa: così  siamo  trascurati  a  saper  la  verità  delle  cose; 
ma  che  la  vittoria    fosse  stata  dal  lato  del  conte    Federigo 
vi  concorrono  tulli  gli  autori,  eccetto  lo  scriltor  delle  cose 
del  capitano  de' Veneziani  ;  anzi  il  Sabellico  islcsso  afferma 
che  temendo  i  Veneziani  dopo  questo  successo  ,  non  i  prin- 
cipi e  i  popoli ,  che  erano  in  sull'  arme    riducessero    tutto 
il  peso  della  guerra    addosso  a  loro  ,  poiché  già  si  era  di- 
volgato ,  che  questa    impresa  non  era  stala    falla    senza   le 
loro  forze  ,  mandarono  alquante  squadre  e  fanterie  in  aiuto 
di  Barlolommeo ,  sollecitandolo  che  quanto  prima  rimenassc 
il  campo  in  Lombardia.  Non  succedette  poi  cos' alcuna  no- 
tabile tra  questi  eserciti,    o    perchè    B.irlolommeo  si  fosse 
ritirato,  come  alcuni  accennano,  verso  Lombardia,  o  per  una 
tregua  (  il  che  mi  si  fa  più  credibile  )    che  si  fece  tra  loro 
a  gli  8  d'  agosto    per   venti    giorni ,  affinchè  il  duca  Borso 
avesse  tempo  di  poter  trattcTie  alcun  buon  accordo  fra  que- 
sti potentati.  Circa  la  qua'   bisogna    nacquero    molle    difTì- 
collà ,  perciocché  i  Fiorentini  non  intendevano  di  farla  pace 
con  Barlolommeo  come  capo  di  quell'esercito,  senza  esservi 
espressi  i  Veneziani ,  non    volcano    comprometlcre    libera- 
mente nel  duca    Borso ,    non    si    contenlavano  che  il  papa 


LIBRO   VENTIDCESIMO.  179 

fosse  passalo  in  questo  nuovo  accordo  sollo  silenzio,    non 
piacea  loro  in  conio  alcuno  d'assicurare    i    fuorusciti  ;   ma 
rimosse  parte  di  queste  difTicollà  da  uno  ambasciadore   del 
duca    Borso ,    fu    finalmente    acconsentilo  che  egli  per  lor 
conto    trattasse    la    pace.  A  che  tanto  più  agevolmente  in- 
chinarono quanto  si  erano  accorti  del  furioso  procedere  del 
duca  di  Milano  ,  il  quale  sdegnatosi    prima    fieramente  che 
il  conte  d'Urbino  avesse  attaccato  il  fallo  d'arme  senza  la 
sua  persona  ,  giunto  nel  campo,  anche  di  là  prestamente  si 
parli .  e  ne  menò   seco  il  fiore    delle    sue    genti    per    una 
guerra  mossa  in  Lombardia  da  Filippo  fratello  del  duca  di 
Savoia  conLra  Guglielmo  marchese  di  Monferrato  suo  amico. 
Venne  nondimeno  in    questo  tempo  in  aiuto  della  lega  Al- 
fonso   duca  di  Calavria  con  duemila    cavalli,    e    col    conte 
Orso    degli    Orsini  famoso  cnpilano  di  quei  tempi ,  che  gli 
era  stato  dato  dal  padre  per  maestro  ,    e    per    consigliere. 
Onde  parca  che  fosse  adempito  al  mancamento  delle    genti 
del  duca  di  Milano.  Ma  per  tutto  ciò  non  parve  che  le  pra- 
tiche cominciale  della  pace  s'avessero  a  tralasciare.  Per  la 
qual  cosa  fu  nel  gonfalonerato  di  Andrea    di    Cresci   man- 
dato  Tommaso    Sederini    a    Ferrara  per  passar  poi  di  là  a 
Venezia,  e  Otto  Niccolini  al  pontefice  per  dimostrare   che 
dalle  cose  giusle  non  si  discosterebbono.  E  dall'altro  canto 
Alfonso  senza  fermarsi  mollo  in  Toscana  n'andò  per  accoz- 
zarsi col  conte    d'Urbino    in    Romagna;   acciocché  la  pace 
con  tanta  maggior    lor    dignità    si    trattasse  ,  o  gillandosi  i 
nimici  alla  guerra  ,  si  trovassero  apparecchiati  a  quello  che 
facesse  di  bisogno.  Ma  essendo  sopraggiunlo  il  verno  prima 
che  la  pace  fusse  conchiusa  ,  rinscuno  si  ridusse  alle  stan- 
ze,  scoprendosi  tuttavia  maggiore    l'arroganza  del  giovane 
e  folle  duca  di  Milano  ,  il  quale  sentendo  il  Sederini  a  Ve- 
nezia venuto,  ebbe  a  dire  che  i  Fiorentini  a  guisa  di  men- 
dici  andavano  per  Dio  accattando    la    pace.  Ma  il  Sederini 
fece  modestamente  intendere  a  quel  signore ,  come  la  pace 
era  di  principio  siala  trattata  ,  e  si  trattava  tuttavia  dal  duca 
Borso,  che  n'era  stalo  mezzano,  e  movilore.  E  che  a  Fer- 
rara era  prima  comparito  il  cardinale  di  Sant'Angelo  Icgatu 
del  papa  ,  e  Andrea  Vendramini  ambasciadore  de'  Venezia- 
ni.  che  uomo  alcuno  della  Repubblica    di    Firenze,  ma  se 


180  dell'istorie  fiorentine 

ptire  i  Veneziani  per  cos' alcuna  avessero  a  insuperbirsi, 
credeva  egli ,  avere  lor  dato  colesla  baldanza  le  parole  da 
sua  eccellenza  delle  nel  campo  della  lega,  quando  partitosi 
per  Milano  disse  ,  che  chi  voleva  rompere  il  capo  andasse 
a  urlare  nel  muro  ,  che  egli  non  inlendea  per  allora  di  voler 
più  guerreggiare.  Entralo  dunque  su  questi  maneggi  ultimo 
gonfaloniere  di  quell'  anno  Bertoldo  Corsini  ,  fur  condotti 
in  Firenze  tre  fralelli  di  Dietisalvi  prigioni  con  un  suo  ni- 
pote detto  Lotiieri ,  i  quali  in  Mugello  <■  in  Prato  andavano 
nuove  cose  Icnlando;  e  ritrovato  che  la  donna  istessa  di 
Dietisalvi,  superando  la  natura  dell' animo  femminile,  cer- 
cava in  Firenze  i  congiunti  e  gli  amici  del  marito,  di  solle- 
vare ,  fu  a' 22  di  novembre  dal  capilai-o  della  ba'ia  confi- 
nala fuori  del  contado.  Fccersi  poi  nuovi  provvedimenti  di 
denari  per  Ire  anni  d'un  milione  e  duf^ento  mila  fiorini, 
non  avendo  molta  speranza  che  la  pace  avesse  a  riuscire  ; 
sì  perchè  lìartolommeo  voleva  denari  ,  e  i  fuoruscili  sicu- 
rezzi ,  a  che  i  Fiorentini  non  voleano  in  conto  alcuno  ac- 
consen'ire  .  e  sì  perchè  v'  avea  posto  le  mani  il  pontefice, 
di  cui  si  dubitava,  che  per  l'odio  che  aveva  con  Ferdi- 
nando egli  non  avesse  a  conchiudore  cosa  che  fusse  a  sod- 
disfazione delle  parli  ,  o  che  almeno  si  lasciasse  dall'  amor 
della  patria  trasportare  a  consentire  con  pregiudizio  altrui 
cose  in  favore  de'  Veneziani.  Il  che  si  vide  in  parie  esser 
verincato  entrato  che  fu  l'anno  1468  Perciocché  risedendo 
in  Firenze  gonfaloniere  di  giustizia  Piero  Mellini ,  ricevè 
la  signoria  dag'i  ambasciadori  che  teneva  in  Roma  lettere, 
le  quali  contenevano  come  il  pontefice  aveva  a' 2  di  feb- 
braio dì  solenne  per  la  purificazione  della  Vergine  pubbli- 
cato una  pace  a  modo  di  sentenza  ;  per  la  quale  oltre  molli 
altri  capitoli,  voleva  che  rinnovandosi  la  pace  e  lega  falla 
al  tempo  di  papa  Niccola ,  si  dovesse  da  quella  soldare 
IJartolommeo  Coglione  con  cento  mila  scudi  1'  anno  per  la 
guerra,  che  s'aveva  a  fare  in  Albania  contro  a'Turclìi.  Il 
quale  pagamento  in  questo  modo  s'  aveva  a  compartire,  che 
diciannove  per  uno  ne  toccasse  al  papa,  re,  Veneziani,  e 
duca  di  Milano  ,  quindici  a' Fiorentini,  quattro  a'Sanesi,  Ire 
a  Ferrara,  e  due  per  metà  a  Mantova,  e  a' Lucchesi,  ri- 
servando luogo  a  chi  volesse  entrarvi,  e  scomunicando  chi 


LlBaO    VENTITREESIMO.  181 

de'  nominali  non  volesse  ubbidire.  E  perchè  ninno  avesse 
cagione  di  dolersi,  voleva  che  Dovadola  a' Fiorentini,  e  due 
caslellcUa  al  signor  d'Imola  tolte  si  restituissero.  Non  pia- 
cque a' Fiorentini  questa  dichiarazione  fatta  dal  pontefice, 
giudicando  che  questo  onorato  e  illustre  titolo  dell'impresa 
d'Albania  era  un  colore  per  nutrire  a  loro  spese  il  capi- 
tano de' Veneziani  ;  onde  essi  dicevan  fra  loro,  che  il  papa 
aveva  cavata  questa  arte  dall'  esempio  del  re  Alfonso  , 
quando  ancor  egli  propose,  che  al  Piccinino  il  medesimo 
stipendio  dar  si  dovesse.  Ma  che  era  ben  meglio  aver  egli 
in  questo  immilalo  Calislo ,  il  quale  scoprendo  i  disegni  del 
re  disse  ,  che  era  cosa  indegna  della  lega  1'  avere  a  pascer 
un  ladrone  per  ristoro  d'aver  con  ingiuste  armi  voluto  met- 
tere r  Italia  in  nuovi  scompigli.  Ma  fingendo  di  non  si  ac- 
corger dil  fine  del  papa,  risposero  che  eglino  per  la  lor 
rata  allora  sborserebbero  il  danaro,  che  il  capitano  avesse 
posto  il  piò  nel  paese  de'  Turchi.  Ma  sentendo  che  il  duca 
di  Milano  palesamente  la  biasimava  ,  dicendo  che  egli  non 
voleva  che  i  Vencziimi  si  valessero  de' suoi  danari  contro 
di  lui,  gli  mandarono  Tommaso  Soderini.  e  Antonio  Ri- 
dolfi,  il  quale  era  stalo  fatto  ancor  egli  cavaliere  da  Paolo  II, 
perchè  -con  più  unione  s'apponessero  a' voleri  del  papa, 
trattando  insieme  di  appellarsi  al  futuro  coni  ilio;  quando 
il  pontefice  volendo  star  fermo  nella  sua  sentenza  proce- 
desse ad  atto  di  scomunica  contra  di  loro.  Era  del  mede- 
simo parere  il  re  Ferdinando  ,  benché  in  sul  principio  non 
avendo  ancor  ben  consideralo  i  capitoli,  per  i  quali  veniva 
escluso  da  certe  protezioni,  avesse  lodato  quella  sentenza. 
11  papa  sdegnato  olire  modo,  sì  per  non  vedere  ubbidir 
gli  ordini  suoi,  mossi  siccome  egli  dicea,  da  cosi  giusta  ca- 
gione, e  si  per  aver  sentilo  parlare  di  concilio,  disee  che 
egli  non  era  per  raulare  cos' alcuna  dc'capiloli  falli,  e  mi- 
nacciava d'aver  a  far  pentire  chi  di  questa  inubbidienza 
era  slato  cagione  ,  impedendo  per  suoi  disegni  una  impresa 
tan!o  onorata,  tanto  santa,  tanto  necessaria.  Queste  cose 
scritte  dagli  ambasciadori  a  Cipriano  di  ser  Nigi  gonfalo- 
niere furono  cagione,  che  si  creassero  nuovi  Dieci  di  balìa 
Luigi  Guicciardini,  e  Antonio  Uidolfi  cavalieri  e  dottore. 
Bernardo  del  Nero  ,  Francesco  Dini ,  Giovanni    Serristori, 


182  dell' ISTOR  lE  FIORENTINE 

JJartolomraco  del  Zaccheria,  Francesco  Cigliamochi ,  An- 
drea Carducci,  Iacopo  de' Pazzi  e  Piero  de' Medici.  Già  dal 
re,  dal  duca,  e  da' Veneziani  si  preparavano  genti,  arme, 
e  cavalli  in  Romagna  per  rinnovar  la  guerra  ,  quando  final- 
mente 0  mitigato  il  papa  da'  conforti  del  duca  Borso ,  o  da 
se  stesso  consideralo  di  quanti  mali  sarebbe  stato  cagione, 
se  per  lai  rispetto  permetteva  che  la  guerra  andasse  in- 
nanzi, si  dispose  a  mitigare  la  sentenza  data  senza  far  più 
menzione  di  Bartolomroeo  ;  solo  che  chiunque  cosalcuna 
avesse  tolto  la  restituisse ,  con  alcuni  all'ai  capi  a  niuna 
delle  parti  pregiudiciali.  La  qual  pace  fu  pubblicala  in  Roma 
a' 23  d'aprile,  e  in  Firenze  a' 27,  benché  alcuni  ripongano 
questa  cosa  nell'altro  gonfalonerato.  Di  che  si  fecero  non 
solo  l'usate  feste,  e  fuochi,  ma  se  ne  resero  grazie  a  Dio 
con  processioni,  con  limosine  distribuite  a' poveri ,  e  con 
aver  fatto  venire  alla  città  la  tavola  dell' Impruneta;  essendo 
tutto  ciò  seguito  non  solo  con  piacere  ,  ma  eziandio  con 
molla  riputazione  della  Repubblica.  Mentre  queste  cose  di 
fuori  si  trattavano,  in  Firenze  fu  giudicato  ribello  per  aver 
rotto  i  confini  Agnolo  Neroni.  Comperossi  da  Lodovico 
Fregoso  Serezzana,  e  Serezzanello  ,  e  alcune  altre  castel- 
letla  per  trenta  mila  fiorini.  Scopersesi  un  Irallato  che  te- 
nevano i  fuorusciti  nella  città,  per  lo  quale  molti  ciltadini 
fur  presi  e  confinati.  Cappone  Capponi,  Giuliano  Strozzi. 
Pierantonio  Pitti,  Ugo  degli  Alessandri,  Lorenzo  Soderini 
figliuolo  di  Tommaso  ,  e  altri.  Ne  venne  a  luce  un'  altro 
in  Icmpo  di  Carlo  de' Medici  gonfaloniere  che  seguì  ap- 
presso, d'un  figliuolo  di  Papi  Orlandini,  il  quale  lenea  mano 
di  dar  Pescia  a' banditi,  e  gli  fu  mozzo  il  capo,  finalmente 
non  apparendo  dentro  nò  fuori  lurbazione  alcuna,  il  duca 
di  Calavria  si  part'i  di  Firenze  in  tempo  del  gonfalonerato 
di  Mnriolto  Lippi ,  e  tornossene  a  Napoli.  Ma  ne  la  rotta 
della  Molinella,  non  i  confini,  non  le  prigioni ,  non  le  mor- 
ii, non  ogn'allra  cosa  infelicemente  tentata  sbigottiva  i  fuo- 
ruscati di  cercare  ogni  di  novità.  Per  la  qual  cosa  fu  a  Fran- 
cesco Dini  gonfaloniere  per  settembre  e  ottobre  scritto  da 
Francesco  Pucci  capitano  di  Marradi  ,  come  un  Francesco 
da  Brisighella  insieme  con  quindici  compagni  era  venuto 
per  occupar  di  furto  la  rocca  di  Casliglionchio ,  i  quali  tulli 


LIBRO    VENTITREESIMO.  i83 

infuor  di  uno,  dia  difendendosi  era  slato  ammazzalo,  si 
ritrovavano  in  sua  balìa.  Cosloro  falli  venire  a  Firenze  con- 
fessarono ciò  aver  fallo  ad  inslanza  di  Pino  Ordelaflì  signor 
di  Forlì,  e  di  Galeotto  fratello  di  Carlo  Manfredi,  il  quale, 
morto  poco  innanzi  Astorre  suo  padre,  era  succeduto  alla 
signoria  di  Faenza  ;  e  costoro  essere  slati  mossi  da'  fuoru^ 
scili  ;  perche  far  lutti  condannali  al  supplicio. 

A  tempo  di  Niccolò  Tornabuoni  non  succedelle  cosa  >ii 
nuovo,  se  non  la  passala  dell' imperadore  Federigo  per  la  via 
di  Romagna  a  Roma.  La  qual  cosa  come  che    molti    avesse 
fallo  maravigliare,  e  i  Fioreniini  medesimi;  nondimeno  si  tro- 
vò quel  viaggio  essere   stalo    l'alto   da   quel  religioso   prin- 
cipe   nel    cuore  del  verno  per  scioglier  un  voto  a  cui  egli 
si    era    obbligalo.    Prese  il   primo  gonfaloneralo    dell'anno 
li69  Incopo    de'  Pazzi ,  il  quule    per     aver    bene   ammini- 
strala la  Repubblica  «la  Tommaso    Sederini  eletto   Sindaco 
del  comune  fu  per    coraandaraenlo    de'  signori    fatto    cava- 
liere.   Iacopo    Guicciardini ,  e  Francesco    Cocchi    in    cosa 
alcuna    per    quanto    io   rilr,ovo   non   s'  impacciarono.  Ma  il 
gonfaloneralo  di  Piero  Minerbelli  fu  per  le  cose  di  Riraini 
travagliato  mollo  ,  benché  con  gloria  della  Repubblica.  Era 
nel  fine  dell'anno  passalo  morto  Gismnndo  Malalesla  signor 
di  Rimini  uomo  mollo  inlendenle  delle    cose  della  guerra  , 
ma  per  altro  di  sì    scellerata  vi!a  e  di  sì  corrotta,    che  di 
ladronecci,  di  lussuria,  e  di  crudeltà  lutti  gli   altri   uomini 
della  sua  età  sopravanzò.  Costui  non  avendo  di   tre  donne 
che  egli    ebbe  figliuolo    alcuno  potuto  generare,    le   quali 
tulle  crudelmente  si    tolse  dinanzi,  né   lasciò    uno    da  una 
sua  femmina  chiamato  Ruberto,  il  quale  riuscì  poi   glorio- 
sissimo capitano,  e  nell'allrc    qualità  in  modo    dissimile  al 
padre,  che  quanto  colui  di  ribalderia  non  trovò  chi  gli  n>et- 
tesse  il  piede  avanti;  tanto  costui  di  liberalità ,  di  cortesia, 
e  d'ogn' altra  bella  virtù  trovò  pochi,  o  quasi  ninno,  che'l 
pareggiasse.    Ora    egli    benché    bastardo    tra    per  l'amore 
de"  sudditi,  e  per  la  sua  destrezza,  e  per  lo  parentado  fatto 
col  conte  d'  Urbino  ,    di  cui  avea  una    figliuola    per  moglie 
era  succeduto  nello  stillo  paterno;  nel  quale  perchè  meglio 
si  confermasse  si  era  subilo  raccomandato  a' Fiorentini.  Er.i 
ancora  stalo  preso  in  proiezione  dal  re  Ferdinando,  la  qual 


18 i  dell'istorie  fiorentine 

cosa  è  difficile  a  dire  quanto  l'aniaio  dei  ponlence  pcrlur- 
Lasse,  il  quale  pretendendo  quel  Tudo  per  mancamenlo  di 
prole  Icgiuima  esser  iscadulo  alla  sede  apostolica,  non  po- 
lca darsi  pace  ,  che  per  cagione  di  altri  fosse  la  chiesa  inal- 
vagiameule  de'  suoi  diritti  spogliata.  Per  la  qual  cosa  dopo 
l'avere  in  concistoro  agramente  T  ambizion  della  Repubblica 
fiorentina  e  del  re  accusala  infìn  con  dire  ,  the  egli  non  era 
maraviglia  che  un  illeg  Itimo  da  un  altro  non    legillirao  ve- 
nisse difeso,   e  dopo  avere  scritto  a  gli  altri  principi  quanto 
iniquamente  si  gli  voleva  legar  le  mani,  perchè  alie  ragioni 
de  Li  chii'sa  non  pole«se  attendere  ,  ne  essendo  fuor  di  spe- 
ranza di  far  venire  in  Italia  il  duca   Giovanni    per    le  cose 
del  regno,  del.berò  di  assaltar  Rimini,  cacciarne  Ruberto, 
e  pigliarla  con  qualunque  a'suoi  giusti  desi.ierj  avesse  cer- 
calo d'opporsi,  più  mosso  da  impelo,  che  d'aver  ben  prima 
misurate  le  forze  sue.  Propose  a  questa  guerra  Lorenzo  ar- 
civescovo di  Sftnlrilro  ;  ma  molto  più  si  era  appoggialo  nella 
persona  di  Alessandro    Sforza,  il  quale    essendo    signor  di 
Pesaro  per  la  vicinità  del  ppesc  il  giudicava    mollo   utile  a 
quella  impresa;  e  Alessandro  essendo  una  volta  entrato  nel 
|)osscsso  delle  cose  de' Malatcsti  (perciocché  Galeazzo  signor 
di  Pesaro  per  le  molestie ,  che  riceveva  da   Gismondo    suo 
parente  era  stalo  coslretlo  di  venderlo  al  duca  Francesco  , 
con  patto  che    il  dovesse  dare  ad    Alessandro,    che    aveva 
una  sua  nipote  per  moglie)  sperava  potersi  ancor  fa' ilmenic 
in  su  questa  occa>iione  insignorir  di  Rimino  ;  il  quale  se  si 
toglieva  a  Ruberto,  credeva  che  sut:o  un  giusto  censo  l'a- 
vcrebbe  oltonulo  dalla  chiesi  ;  talché  si  come  il   fratello  in 
Lombardia  mancali  i  Visconti,  così  egli  in  Romagna  [u-r  di- 
fetto de'Malatesti  un  nobilissimo  principato    venisse  a  fon- 
dare. Posersi  dunque  1'  arcivescovo  ,  e  Alessandro   intorno 
a  Rimini  del  mese  di  l.iglio  con  uno  assai  buono    esercito; 
se  a'  tempi  debiti  egli  fosse  slato  delle  sua  paghe  soddi«if;it- 
to.  E  in  su  1  principi!»  presero  per  inganno   il    borgo  di  S. 
Giuliano,  e  speravano  di  far  progressi  grandissimi,  ancorché 
Ruberto  gagliardameule    si  difondesse;    [lerciocchè  i  Vene- 
ziani non  potendo  mancar  al  pontefice  lor  cittadino  gli  aveano 
mandato  di  molli  fanti    e  cavalli;    quando  e  il  conte   d'Ur- 
lino primo  di  tulli,  e  il  re  Ferdinando  ,  e  i  Fiorentini  con- 


LIBRO    VENTITEESIMO.  ISS 

corsero  con  presti  e  valorosi  aiuti  in  difesa    del   Malatesta. 
Accozzossi  col  conte  il  duca  di  Calavria  per    parie    del  re 
suo  padre  con  cinquemila  cavalli,  duemila  fanti,  e  quattro- 
cento balestrieri  a' 12  d'agosto.  Ruberto   Sanseverino  rapi- 
lano  de' Fiorentini    con  Tristano    Sforza    fratello    del   dura 
Giovanni  Galeazzo  arrivarono  al  cnmpo  per   la  via  del  Mu- 
gello con  cinquecento  cavalli  a'  28.  Tre  dì  poi    si  venne  al 
fatto  d'arme.  Durò    la    baltnglia  lunga  ora:    perciocché  se 
non  da  tutti  combattevasi  saldamente  da  una  parte  per  par- 
ticolari   interessi  ;  da    Alessandro  Sforza ,    imperocché    già 
avea  fatto  disegno  in  quello  sialo  ;  dal  conte   Federigo  per 
la  salute  e  signoria  del  genero.  Finalmente    fu    rotto  Ales- 
sandro con  esser  mancati  de'  suoi  tra  morti    e    presi    circa 
quattrocento  soldati.  La  qual  novella    grandemente   rallegrò 
il  gonfaloneralo  di    Giovenco  della  Stufa.  Il    papa  per  non 
incorrere  in  più  gravi  sciagure,  essendo    i  nimici    in  sulle 
arme  ,  non  solo  la  guerra ,  che  imprudentemente  avea  preso 
abbandonò,  ma  fu  coslrello ,  si  come  dice  il  Platina,  rice- 
vere quella  pace  che    da'\i  citori  gli  fu  oflerta.   Parca  per 
questo  esser  venuto  il  tempo  che  i  Fiorentini  ,  e   per  con- 
seguente Piero  de' Medici  dovesse  ormai  dalle  passale  mo- 
lestie   respirare,    domati  i  nimici    domestici,    e  forestieri; 
quando  essendo  entralo  gonfaloniere  di  giustizia  Piiro  Nasi, 
ed  egli   tuttavia  piìi  nel  male  aggravando  a'3  di  dicembre  di 
questa  vita  si  partì.  Fu  Piero  uomo  molto    umano  e  di  l)e- 
nigno  ingegno,  e  in  quelle  novità  che  nel  suo  leiQ[>o  accad- 
dero alla    Repubblica  fu    buona    cagione ,    che    molti  suoi 
partigiani  nel  sangue    de' loro   cittadini  ?non    s'avessero   le 
mani  bruttnle ,  a  che    slraboccbevolmenle  li   vedeva  rivolti. 
Non  gli  mancò  nò  esperienza,  ne    vivezza    di    spirito,    ma 
l'infermità  quando  sono  continue  indeboliscono    non  che  il 
corpo  ancor  l'animo.  E  alla  fama  sua  tolse  molto  1'  essersi 
trovato  tra  un  padre,  e  un  figliuolo,  i  raggi  del  cui  valore 
arebbono  ogn' altra  chiarezza  offuscato.  Fu  portalo  a  seppel- 
lire secondo  io  ritrovo    senz' altra  onoranza,    forse  p<  rchè 
così  egli  in  sua  vita  avesse  disposto,  o  perchè   con  le  ap- 
parenze non  s'accrescesse    a' successori   l'invidia;    a' quali 
d'essere  e  non  d'apparir  grandi  importava.  Tommaso  Sode- 
rini,  a  cui  Piero  i  figliuoli,  morendo,  avea  caramente  racco- 


186  dell' ISTORIE    FIORENTINE 

mandati,  non  volendo  seguir  l'esempio  di  Dielisalvi  ,  fece 
di  notte  ragunar  molli  cilladini  de' più  principali  in  S.  An- 
tonio ,  e  da  alcuno  suo  amico  fece  proporre  lo  sialo  in  che 
la  ciltà  si  ritrovava ,  e  come  per  alcuni  segreti  avvisi  era 
venuto  in  notizia,  che  il  pontefice  intendeva  di  dar  Bolo- 
gna a'Veneziani.  Per  la  qual  cosa  era  necessario  discorrere 
in  che  modo  per  l'avvenire  s'avessero  a  governare,  potendo 
ciascuno  da  per  sé  stesso  considerare  in  che  stato  la  loro 
Repubblica  si  troverebbe,  se  i  Veneziani  di  Bologna  s'in- 
signorissero. Non  era  il  più  stimato  uomo  in  tutta  la  ciità 
dopo  la  morte  di  Piero  senz' alcuna  contesa  di  Tommaso  ; 
perrhc  a  lui  erano  gli  occhi  di  tutti  rivolti,  né  parca  che 
fosse  alcuno,  il  quale  osasse  d'arringare,  se  prima  egli  non 
avesse  detto  la  sua  sentenza.  Laonde  Tommaso  con  una 
grave  e  prudentissima  dicerìa  mostrò  ,  che  a  mantener  quella 
città  grande  e  possente  non  vedea  modo  alcuno  migliore  , 
rhe  seguir  quello  dei  governo  incomincialo  ,  e  confermar  in 
Lorenzo  de'Medici  la  riputazione  dello  slato  in  luogo  del 
padre;  essendo  più  facile  il  continuar  in  quelle  cose  a  che 
gli  uomini  sono  usali,  che  inlrodurle  nuove.  Il  che  diceva 
essere  otlimamenlc  slato  conosciuto  dalla  felice  memoria  di 
Pio  il.  quando  non  per  altro  suo  affetto  ,  che  per  la  quiete 
d'Italia  giudicò  esser  meglio  il  confermare  il  reame  di  Na- 
poli a  Ferdinando  d'Aragona;  il  quale  in  quel  regno  si  ri- 
trovava, che  in  richiamare  di  fuori  Giovanni  d'Angiò.  Par- 
larono dopo  Tommaso  alcuni  altri,  e  quasi  tulli  in  questa 
sentenza  convennero.  La  qual  unione  sentila  di  fuori  dal 
papa,  fu  cagione  che  le  cose  di  Bologna  s'acquetassero, 
essendo  egli  certo  che  i  Fiorentini  trovandosi  in  casa  quieti 
non  lascerebbono  in  conto  alcuno,  che  quella  ciltà  in  poter 
de'  Veneziani  pervenisse.  E  per  questo  il  primo  gonfalone- 
rato  dell'anno  1470  sotto  Bernardo  Salviali  fu  quietissimo. 
Ma  la  rabbia  de' fuoruscili  non  era  ancor  doma  affatto.  Onde 
nel  gonfalonerato  d'Antonio  de' Nobili  si  senti  in  Prato  un 
grande  e  impensato  tumulto  essere  a'6  giorni  d'aprile  avve- 
nuto ;  il  quale  quanto  in  sul  primo  avviso  apjìarì  pericoloso, 
tanto  poi  riuscì  vano  e  di  niuno  momento.  Tra  i  ribelli  di- 
chiarali gli  anni  addietro  per  conto  d'aver  seguitato  il  campo 
de'nimici,  fur  due  fratelli  della  famiglia  de' Nardi,  Salvcstro, 


LIBRO     VENTITRUESIMO.  187 

e  Bernardo  figliuoli  di  Andrea;  il  quale  fu  gonfaloniere  nel 
46.  Bernardo  avendo  conoscenza  con  un  messo  del  podestìi 
di  quella  terra  ,  il  quale  era  allora  Cesare  Petrucci  ,  ebbe 
ardimento  d'entrare  in  Prato,  d'occupare  il  palagio,  di  fare 
il  podestà  col  suo  cavaliere  prigione  ,  e  di  correre  la  terra 
con  principi  lietissimi  della  sua  malta  e  bestiale  inlipresa  , 
perchè  trascorrendo  egli  a  guisa  di  furioso  promelleva  li- 
bertà al  castello,  esenzione  a' terrazzani ,  premj  a  chi  il  se- 
guiva,  e  d"  impiccare,  e  di  squartare  il  podestà  o  i  ministri 
de' Fiorentini  aiinacciava.  Trovavasi  per  avventura  in  Prato 
in  quel  tempo  Giorgio  Ginori  cittadino  Horenlino  ,  e  cava- 
liere di  Rodi ,  il  quale  inleso  questo  movimento  del  Nardi, 
e  uomo  leggiero  conoscendolo,  immaginò  non  poterlo  aver 
fatto  con  molto  fondamento,  e  accortosi  come  veramente 
egli  non  avea  menalo  seco  più  che  trenta  compagni,  e  come 
della  terra  non  era  alcuno  che  avesse  le  arme  prese  in  suo 
favore ,  avvisò  di  far  un'  opera  molta  grata  alia  sua  Repub- 
blica se  il  furor  di  cotesto  pazzo  raffrenasse.  Perchè  ragù- 
nati  molti  altri  Fiorentini ,  che  in  Prato  abitavano  con  alcuni 
della  terra,  ne  quali  egli  confidava,  e  conoscevali  amanti 
della  Repubblica  assaltò  il  Nardi  ;  il  quale  non  polendo  far 
lunga  difesa  restò  a  capo  di  cinque  ore ,  che  questa  sedi- 
zione avea  mossa  preso  e  ferito.  Era  intanto  di  Firenze,  ove 
questa  novella  era  in  fretta  arrivala ,  stato  spedilo  Bernardo 
Corbinelli  con  molli  fanti,  perchè  a  questi  disordini  ripa- 
rasse, quando  trovalo  il  Nardi  con  molti  de' suoi  già  fatto 
prigione ,  non  ebbe  a  far  altro  che  a  rimenarlo  in  Firenze, 
avendo  prima  dodici  de'  suoi  in  Prato  fatto  morire.  Dal  Nardi 
a  Firenze  il  dì  seguente  condotto  si  conobbe  con  quanti 
piccoli  appoggi  si  sogliono  spesso  metter  gli  uomini  alle 
grandi  cose  ;  imperocché  se  ben  questo  trattalo  non  era 
stalo  senza  saputa  del  Neroni,  nondimeno  e  si  seppe  per 
fermo,  che  quell'uomo  astuto  si  curò  poco  d'avventurare 
a  discrezion  della  fortuna  la  temerità  di  costui ,  il  quale  due 
di  dopo  fu  decapitalo  ,  essendo  ivi  ad  alcuni  altri  giorni  sei 
altri  per  tal  conto  mandatine  al  supplicio.  Entrò  poi  gonfa- 
loniere di  giustizia  la  terza  volta  Carlo  Pandolfini,  il  quale 
essendosi  accorto  come  il  papa  co' Veneziani  era  una  cosa 
medesima ,  e  non  sapendo  interamente  quello  che  di  Bolo- 


188  dell'  istorie  fiorentine 

glia  potesse  succedere,  e  reggendo  che  i  fuoruscili  mai  di 
tentar  novità  non  (ìnavano,  procurò  di  rinnovar  la  lega  col 
re,  e  col  duca.  La  quale  concliiusasi  in  tempo  di  Giovanni 
Kidolfi  suo  successore  ,  fu  pubblicata  in  Firenze  a'15  giorni 
d'agosto.  Ma  certo  con  poca  allrgrezza,  avendo  quasi  nel 
tempo  medesimo  il  re  scritto  a"  signori  come  da  un  suo  ca- 
valiere ,  il  quale  egli  tenea  nella  Velona  ,  avea  avuto  avvisi 
della  perdita  di  Negroponte  ,  isola  chiamata  dagli  antichi  Eu- 
lea ,  ovver  Callide.  Queste  infelici  novelle  delia  grandezza 
de' Turchi  fur  cagione,  che  un'altra  volta  si  tentasse  di  rin- 
novar la  lega  universiile  d'Italia  per  le  cose  di  Rimini  in- 
terrotta ;  perciocché  i  Veneziani ,  e  il  re  specialmente  per 
la  vicinità  de' loro  stati,  e  il  papa  per  l'interesse  della  re- 
ligione n' aveano  sospetto  e  timore  non  piccolo.  Andate  per 
questo  su  e  giù  leti  ere,  messi,  e  ambasciadori  più  volle 
(nel  che  si  consumò  tulio  il  gonfalonerato  di  Ristoro  Serri- 
stori  )  finalriente  del  mese  di  dicembre  in  quel  di  Bongianni 
Gianfigliazzi  fu  la  delta  lega  conchiusa  fra  il  papa  ,  il  re,  i 
Veneziani ,  il  duca  ,  e  i  Fiorentini,  e  loro  aderenti  con  alle- 
grezza grande  di  tutta  Italia.  Molte  allre  cose  in  questo  ma- 
gistrato cos'i  dentro  come  fuori  con  utile  della  Repubblica 
furono  ordinale,  onde  per  pubblico  decreto  fu  creato  sindaco 
liei  comune  Lorenzo  de' Medici  ;  il  quale  in  nome  del  po- 
polo in  S.  Rcparala  desse  al  gonfaloniere  l'ardine  della  ca- 
vallerìa. Agnolo  della  Stufa  fu  il  primo  gonfalonieri  dell'anno 
1471  in  tempo  del  quale  uscì  il  catasto  ,  che  montò  dieci- 
mila fiorini,  e  la  decima;  la  quale  annullando  le  bocche,  e 
ogn' altro  peso  arrivò  a  quarantaduemila.  Seguì  appresso 
Gino  Capponi  figliuolo  di  Neri ,  nel  qual  tempo  venne  a 
Firenze  per  cagione  di  \oto  insieme  con  la  sua  donna  ,  e 
con  una  pomposissima  corte  il  duca  Giovanni  Galeazzo  ,  il 
quale  fu  da  Lorenzo  de' Medici  a  sue  private  spese  allog- 
gialo, avendo  a  lutti  gli  altri  signori  e  cortigiani  che  il  se- 
guitavano assegnato  la  signorìa  le  spese  del  pubblico  ,  e 
stanze  e  abitazioni  per  la  città.  Questo  principe  fu  ne' falli 
della  sua  casa  molto  magnifico  ;  talché  coloro  i  quali  raccon- 
tano di  colesla  sua  venuta  a  Firenze ,  narrano  le  maraviglie 
della  sua  m;ignificcnza  ,  avendo  fra  l'altre  cose  fatto  condurre 
per  ischiene  di  mulo  per  1'  alpe  dodici  carrette  per  Io  scr- 


LIBRO   VENTITREESIMO.  189 

vigio  (lolla  duchessa,  e  delle  sue  dame  tulle  con  le  coperte 
di  panno  d'oro  e  d'argcnlo  legf^indramente  ricamale,  olire 
cìiiquanla  cliinee  e  bellissime  menale  a  mano,  solo  per  la 
persona  della  moglie,  cinquanta  grossi  corsieri  per  lui  con 
selle  di  panno  d'oro,  e  altri  guernimenli  mollo  ricchi.  Cento 
uomini  d'arme,  e  cinquecento  fanti  per.  la  sua  guardia,  cin- 
quanta stafiieri  vestili  di  panno  d'argrnlo  e  di  seta  per  lo 
servigio  della  staffa,  cinquecento  coppie  di  cani,  e  infinito 
numero  di  falconi,  e  di  sparvieri  per  l'uso  della  caccia  e 
deiriicccllarc  ,  la  qual  pompa  i;iiitata  da'corligiani  e  da'suoi 
baroni,  che  lulli  fecero  il  numero  di  duomila  cavalli,  ren- 
«Icva  uno  spcltacolo  il  più  superbo  e  il  più  bello  ,  che  in 
que' tempi  si  fusse  polulo  vedere.  Conlullociò  egli  benché 
giovane  e  aliiero,  e  in  si  grande  fortuna  collocato  ebbe  a 
dire  ,  che  da'la  magnificenza  di  Lorenzo  era  di  gran  lunga 
stalo  superalo,  perciocché  negli  arredi  de'Medici  la  ric- 
rhezza  della  materia  era  di  g'-ande  spazio  avanzata  dalla 
maestrìa  e  eccellenza  dell' arlificio ,  cosa  tanto  più  nobile 
quanlo  è  meno  comune,  e  con  più  stento  e  fatica  s'acqui- 
sta; e  le  cose  istesse  per  la  rarità  di  esse  erano  molto  piìi 
che  l'oro  a' riguardanti  di  stupore  e  di  maraviglia;  impe- 
rocché egli  vi  avea  veduto  numero  grande  di  vasi  di  pietre 
preziose  e  da  lonlani  paesi  recale.  le  quali  il  suo  splendi- 
dissimo avolo  avea  dr)po  lungo  processo  di  tempo  con  spesa 
e  diligenza  grande  raccolte  e  messe  insieme.  Grandemente 
restava  egli  ammiralo  dalle  molle  tavole  da  oliimi  maestri 
dipinle;  essendo  per  propria  inclinazione  vago  mollo  della 
pittura  ;  delle  quali  maggior  numero  diceva  aver  veduto 
dentro  il  solo  palagio  de' Medici  ,  che  non  in  tutto  il  resto 
d'Italia;  e  così  dei  disogni,  delle  statue,  e  dell'altre  opere 
in  marmi,  così  de' moderni  ,  come  degli  antichi  artefici; 
delle  medaglie,  delle  gioie,  dei  libri,  e  dell' altre  cose  singo- 
lari, e  di  pregio  grandissimo;  appetto  alle  quali  egli  diceva 
stimare  per  cosa  vile  qualunque  somma  grande  d'oro,  o  d'ar- 
gento. Arrivò  questo  principe  alla  città  a' 13  di  marzo,  con 
cui  volendo  pure  i  signori  in  nome  del  pubblico  fare  ogni 
sorte  di  complimenlo,  fecero  rappresentare  tre  spettacoli 
sacri  per  trovarsi  in  tempo  di  quaresima,  che  per  l'artificio 
ingegnosissimo    delle  cose  che  v'intervennero    riempierono 


190  dell'istorie  fiorentine 

di  somma  ammirazione  gli  animi  de' Lombardi.  In  S.  Feli- 
ce r  annunziazione  della  Vergine ,  nel  Carmine  l'ascen- 
sione di  Cristo  in  cielo  ;  in  S.  Spirilo  quando  egli  mandalo 
Spirito  Santo  a  gli  apostoli.  Ma  come  suole  il  più  delle 
volte  avvenire  ,  che  col  fine  delP  allegrezze  vada  sempre 
congiunto  qualche  principio  di  amaritudine;  la  notte  che 
seguì  a  questa  ultima  rappresontazione  si  appiccò  il  fuoco 
nella  già  detta  chiesa  di  S.  Spirito  ,  che  tutta  arse  senza 
cos'  alcuna  rimanervi  salvo  ,  che  un  Crocifisso.  Il  che  non- 
dimeno fu  cagione  ,  che  molto  più  bella  ,  siccome  oggi 
vediamo  si  rifacesse.  Due  di  poi  si  partì  il  duca  dalla 
città  per  tornarsene  a  Milano  soddisfattissimo ,  così  de'pub- 
blici ,  come  de'  privati  onori  da  Lorenzo  ricevuti  •,  con 
cui  con  stretto  vincolo  d' amicizia  congiunto  rimase,  avendo 
conchiuso,  che  congiungendo  i  danari  de' Fiorentini  con  le 
genti,  arme,  e  cavalli  de' Milanesi,  facilmente  d'ogn' altra 
potenza  quantunque  grande  si  sarebbon  difesi.  Bardo  Corsi 
vivendo  la  città  in  una  quiete  grande  fece  poi  risedendo 
nel  supremo  magistrato  mettere  la  palla  di  rame  inorata  so- 
pra la  cupola  ,  opera  d'  Andrea  Verrocchio  ,  di  che  fece 
incredibil  festa  il  popol  fiorentino.  Nel  qual  tempo  giunsero 
avvisi  della  morte  del  duca  Dorso  ,  pochi  dì  prima  crealo 
duca  di  Ferrara  dal  pontefice,  il  quale  ancor  egli  a' 26  di 
luglio  nel  gonfalonerato  di  Piero  Malegonnelle  chiuse  1'  ul- 
timo giorno  della  sua  vita.  Fu  Paolo  II,  seguitando  in  ciò 
l'uso  de' Veneziani,  destinato  dalla  fanciullezza  alla  merca- 
tura ,  e  non  prima  che  udita  la  promozione  del  suo  zio  cu- 
gino a  pontefice,  si  diede  alli  sludj  delle  lettere.  Onde  si 
come  in  quelle  non  potè  far  profitto  d'alcun  momento,  così 
fu  degli  studiosi  di  esse  poco  amatore.  Cercò  di  dar  ripu- 
tazione al  pontificato  con  la  pompa  degli  ornamenti ,  così 
suoi  come  di  cardinali,  aiutandolo  in  questo  la  grandezza 
e  maestà  del  suo  corpo  ,  con  la  quale  a  guisa  di  nuovo 
Aaron  apparve  venerabile  e  reverendo  sopra  tutti  gli  altri 
pontefici  nel  cospetto  de' riguardanti.  Fu  ancor  magnifico 
negli  edifici,  e  all'apparecchio  della  tavola;  ma  mentre  in- 
tento alle  cose  apparenti  non  curò  l,e  sustanziali ,  difTicile 
ijcl)'  udienze ,  avido  di  accumular  denari ,  e  per  questo  in- 
tjiscrcto    distributore  delle  dignità  ecclesiastiche,  poco  os- 


LIBRO    VENTITREESIMO.  19l 

sctva(orc  di  quello  che  proraetlea  ,  irainoderato    parlatore  , 
sollecito  ricercatore    di  gioie  ,    il    quale  molto  si    dilettava 
d'  apparire  sagace  e  astuto,  mostrò  manifestamente  egli  aver 
jircso  errore  non  piccolo,  sperando  per  cotali  vie  poter  con- 
seguire gloria  dal  suo  pontificato  ;  e  sebbene  egli  sovvenne 
talvolta  co' denari  della  chiesa  a' bisogni  d'alcuni,  non  per- 
ciò scemò  il  biasimo  d' averli  per  non  debile  vie  ammassa- 
ti; non  consentendo  la  legge  cristiana,  che  per  qualunque 
gran  bene  si  possa  alcun  male  commettere.  Ardi  nondimeno 
di  privare  come  eretico  del  regno  di  Boemia  Georgio  Pog- 
gibraccio  ,  e  privollo  ;  si  sono   tremende  e  potcnli  le  forze 
de' pontefici  quando  eglino  non  escono  i  confini  dell' ofiicio 
loro.  \{ì  questo  tempo  fu  vinto  per  i  consigli  di  far  cinque 
accoppiatori  con  potestà  di  eleggere  insieme  co' signori  qua- 
ranta cittadini ,  da'  quali  dugento  altri  ne  fur  nominali-  Co- 
sloro  avuta  potestà,    eccetto  di  levare  il  catasto  e  la  deci- 
ma, di  far  tutto  quello    che    il    popolo    fiorentino  insieme 
l)olea  fare,  annullarono  il  consiglio  del  comune  e  del    po- 
polo, e  altre  cose  ordinarono   per   stabilimento    di    quello 
stalo.  E  subito  s'intese  esser  stalo  crealo  nuovo    pontefice 
il  cardinale  di  S.  Piero  in  Vincola,  chiamalo  Francesco  della 
Rovere,  frale  di  S.  Francesco,  uomo  di  nazione    assai  umi- 
le, come  colui  il  quale  da  padre  pescatore,  in  una  piccola 
villa  del  contado  di  Savona  era  nato,  ma   per    la    dottrina 
delle  lettere  sacre,  e  per  la  eloquenza  del  predicare  molto 
nolo  a' suoi  tempi.  Onde  prima  d'esser  fatto  generale  della 
sua  religione,  e  poscia  cardinale  da  Paolo  II  avea  meritalo. 
A  costui  secondo  1'  uso  della  città  fu  deputala    una   nobile 
ambasceria-  Agnolo  della    Stufa,    Bongianni    Gianfigliazzi , 
Domenico  Martelli  ,  Piero  Minerbetti  ,    Donato  Acciaiuoli  , 
Lorenzo  de' Medici,  de' quali  Donato,  uomo  eccellente  nel- 
l'opera delle  lettere,    ebbe  il  carico  di    far    l'orazione.    Il 
Martelli,  e  il  Minerbetti  ci  tornarono  in  tempo    d'Antonio 
Taddei  falli  cavalieri.  E  Ira  il  pontefice  e  Lorenzo    appar- 
\ero  nel  principio  segui  grandi  d'amore  e  di  benivolenza; 
la  quale  fu  poi  poco  durabile.  È  fama  ,  che  Lorenzo  avesse 
avuto  animo  di  f.ir  il  fratello,  Giuliano  cardinale  per  rimaner 
egli  nelle  cose  del  governo  della  città  piìi  libero,  ma    che 
al  pontefice    non    parve    di    aggiugner   tanta  riputazione  a 


192  dell'istorie  FIOREMIM! 

quella  casa,  onfle  per  avventura  nacque  quel  mollo,  (he 
si  attribuisce  a  Giuliano ,  che  essendo  e^li  ilo  a  Roma  por 
un  cappello  per  un  suo  amico  n'avea  in  luogo  di  que  Io 
riportalo  una  milera  ,  benché  altri  crederono  per  qu(  1  sui» 
amico  aver  inleso  Gentile,  vescovo  d'Arezzo  ;  da  cui  egli  e 
Lorenzo  aveano  le  latine  lettere  appreso.  In  tempo  di  Za- 
nobi  Bilioni  si  die  bando  di  ribello  a  Francesco  Neroni. 
Fecersi  gli  accoppiatori  del  priorato  ,  e  alcuni  ammunili  a 
gli  iilTìcj  furono  restituiti.  Entrato  poi  l'anno  1472,  la  si- 
gnoria (he  uscì  con  Giovanni  Salviali  ridusse  i  corpi  delle 
ventuno  arti,  le  quali  erano  riilotle  a  dodici  all'antico  ordi- 
ne, e  qiiasi  alla  (ine  del  gonfaloncrato  di  Gio\anni  Compa- 
gni si  sentì  la  ribellion  di  Volterra.  La  cagione  di  questo 
movimento  fu  il  tenersi  i  Volterrani  offesi  da' Fiorentini  per 
aver  trovato  nel  lor  contado  una  cava  d'allumi,  una  parlo 
de'cui  uiili  pretendea  la  Repubblica  che  si  dovesse  incor- 
porare nel  Silo  (igeo,  come  cosa  allenente,  al  signor  princi- 
pale e  supremo  del  luogo.  Così  par  che  accenni  il  Volter- 
rano ,  e  un  certo  Stefano  Sanese;  il  quale  scrisse  i  falli 
della  famiglia  de'  Medici ,  se  ben  questa  cosa  atlribuiscono 
particolarmente  a  Lorenzo.  Il  che  mi  si  fa  più  crcdd)ile 
che  quello  che  scrive  il  Machiavelli ,  cioè  le  gare  esser 
succedute  tra  il  comune  -di  Volterra  e  i  suoi  privati  cilia- 
dini.  Non  volendo  dunque  i  Volterrani  a'  comandamenti  della 
Repubblica  ubbidire,  e  per  questo  avendo  i  loro  ambascia- 
dori  sprezzato,  e  sdegnali  con  alcuni  de"  lor  cittadini  me- 
desimi ;  i  quali  in  mantenersi  in  fede  li  confortavano,  pro- 
ruppero in  tanto  furore,  che  prima  un  lor  ciltadino  detto 
Antonio  Pecorino,  e  dopo  alcuni  allri  uccisero.  A  Piero 
Malegonnelle ,  che  v'era  commessario  per  la  Repubblica 
tolsero  l'ubbidienza,  e  finalmente  prese  l'arme  a' 27  d'a- 
prile affatto  dell'imperio  de' Fiorentini  si  ribellarono.  Que- 
sto avviso  perturbò  grandemente  la  citta  ,  non  tanto  per  la 
cosa  islessa  ;  poiché  per  la  pace  univcrssle  d' Italia  non  si 
▼edeva  su  quali  appoggi  si  (ossero  i  VoIl(  rrani  fondali  a 
creder  di  potersi  difender  dall'arme  loro,  quanto  che  moltis- 
simi ricordavano  non  esser  più  che  quarantatre  anni  passali, 
che  un'altra  volta  da  loro  iù  ribellarono-  Ragunato  per  ci('j 
1  cilladini  più  principali  e  domandalo    quello   che  nel  prc- 


LIBRO   VENTITREESIMO.  1^3 

sente  caso  si  dovesse  deliberare  ;  Lorenzo  de'  Medici  con- 
tro la  sentenza  di  coloro,  i  quali  volevano  che  a' Volter- 
rani, quando  il  loro  errore  volessero  riconoscere,  si  dovossc 
perdonare,  disse,  che  la  temerità  di  quel  popolo  era  ila 
esser  gastigata  con  1'  arme  ;  acciocché  la  quinta  volta  non 
avesse  lo  esercito  Fiorentino  a  vedersi  intorno  le  mura  di 
Volterra;  e  perchè  gli  altri  dall'  esempio  loro  commossi  , 
meno  avessero  ardire  dopporsi  a' comandamenti  de'Ioro 
maggiori.  E  che  non  si  maravigliasse  alcuno  che  egli  ne!- 
r  entrar  del  governo  della  Repubblica  desse  questo  saggio 
d'animo  crudele;  perciocché  siccome  avviene  ne' mali  del 
corpo ,  sono  alcuni  morbi  ,  che  se  col  ferro  non  si  reci- 
dano ,  conducono  il  corpo  a  morie  ,  onde  quelli  medici 
sono  da  esser  giudicati  più  crudeli,  i  quali  più  appaiono 
pietosi.  Questa  sentenza  fu  posta  ad  effetto  ,  e  ,  senza  per- 
der momento  di  tempo  enlnilo  che  fu  gonfaloniere  di  giu- 
stizia Antonio  Martelli,  fur  creati  venti  ci.'t.jdini.  cosa  che 
non  era  mai  altre  volle  accaduta  ,  i  quali  di  questa  guerra 
avessero  a  travagliarsi.  I  nomi  loro  sono  laica  Pitti ,  Gian- 
nozzo  Pilli,  Antonio  Ridolfi  ,  Iacopo  Guicciardini ,  Giovanni 
Serrislori,  Girolamo  Morelli,  Piero  Minerbelli,  Niccolò 
Fedini ,  Iacopo  de' Pazzi,  Lorenzo  de' Medici,  Tommaso 
Sederini,  Giovanni  Canigiani ,  Bernardo  Corbinelli  ,  Ber- 
nardo del  Nero,  Ruberto  Lioni,  Bongianni  Gianfìgliazzi , 
Lionardo  Bartolini ,  Agnolo  della  Stufa,  Antonio  di  Puccio, 
e  Bartoloramco  del  Troscia.  Contaronsi  cento  mila  scudi  per 
soldar  genti;  depularonsi  commessarj  del  numero  de' delti 
venti  cittadini  Bongianni  Gianfìgliazzi,  e  Iacopo  Guicciar- 
dini ,  i  quali  andasser  col  campo  all'  oppugnazione  di  Vol- 
terra. Creossi  capitano  generale  di  questa  impresa  il  conte 
Federigo  d'Urbino;  a  cui  il  Gianfìgliazzi  fu  mandato  a  con- 
durlo, e  venuto  alla  città  a' 10  di  maggio,  e  datogli  dal 
gonfaloniere  il  bastone  del  generalato,  fu  con  cinquecento 
cavalli  incontanente  mandalo  all'  esercito  ;  il  quale  si  era 
tuttavia  di  genti  tumultuariamente  raccolte  andato  mellendo 
insieme  in  quello  di  Pisa,  che  fu,  secondo  il  Machiavelli,  di 
diecimila  fanti  e  duemila  cavalli ,  ancorché  alcuni  non  più 
che  di  cinquemila  fanti,  e  di  cinquecento  cavalli  facciali 
menzione.  I  Volterrani  dall'  allra  parte  qivesti  preparamenti 
Amm.  Voi..  V.  1.3 


l'Ji  dell'istorie  fiorentine 

sentendo  ,  mandarono  a  lulli  i  princìpi  d' Italia  accusando  la 
tirannìa  de' Fiorentini  ;  i  qnali  non  conienti  d'averli    ridotti 
in  servitù  e  spogliatoli  del  contado ,  Qnalinenle  li  volevano 
privare  di  quel  poco  beneficio,    che    dalla    benignità    delia 
natura    qn.isi    fatta    compassionevole  delle  loro  miserie  era 
stato  lor  conceduto  ;  ma  non  trovando    chi   per  loro  si  mo- 
vesse, salvo  c(rle  deboli  speranze    avute    da'Sanesi,  e  dal 
signor    di    Piombino,    con  quelle  forze  che  poterono    mag- 
giori si  erano  acconci  a  difendersi  da  per  loro  ;  e  le  castella 
del  lor  contado    a    seguitare  la  lor  fortuna  avean   condotto. 
Andò  primieramente  l'esercito  addosso  a' contadini ,  e  a'20 
di  quel  mese  li  coslrinser  lulli  ad  arrendersi,  salvo  l'avere, 
e  le  persone,    eccetto  Montecalino  ,    il    quale  si  rese  final- 
mente anror  esso  alcuni  giorni  dipoi.  Tra  tanto    s'accampò 
intorno    Volterra,    e    l'assedio  per  lo  forte  sito  della   cillh 
sarebbe  in  lungo  andato,  se  quelli  cittadini,  i  quali  aveano 
da  principio  ctmforlalo  che  si  dovesse  ubbidire  a' comanda- 
menti della  Repubblica  non  avesser  di  nuovo  mostro  i  dati 
ni ,  ne'  quali  incorrerebbero  se  lasciassero  che  la  città  fussc 
presa  per  forza.  Aggiugncvasi  a  quc>to  ,  che  quelli    soldati 
che  i  Volterrani   avean    condotto  per  difesa  della  lor  città , 
veggendo  gli  ostinali   e    gagliardi  assalti    de'niraici,  si  eran 
,  grandemenle  inviliti,    e    con    molta    lentezza   al  difendersi 
procedeano  ;  e  nondimeno  portandosi  ogni  d'i  vieppiù   arro- 
gantemente co'  terrazzani    erano    diventali    intollerabili ,    n»^ 
pe' conforti ,  né  per  le  minaceie    de' loro   capitani    si    potC' 
vano  raffrenare.  Per  la  qual  cosa  credendo  qne'di  Volierra 
di  due  mali  esser  minore    il    tornare    al   mansueto  imperio 
de' Fiorentini,  the  slare  alla  discrezione  di  sì  fatta   gente, 
incominciarono  a  pensare  d'  accordarsi.  E  avendo   alcuni  di 
loro  amicizia  con  Iacopo  della  Sassella,  e  col   marchese   di 
Fosdinuovo  ,  i  quali  si  trovavan  nel  campo  ,    li    fecero    in- 
tendere, che  quando  i  Fioreniini  gli  perdonassero,  con  al- 
cuni onesti  patti  tornerebbero  alla  loro  ubbidienza.  Costoro 
parlatone  con  i  commessarj   ebbero    autorità    di    trattare  le 
convenzioni.  E  ottenuto  soprattutto  che  la  città  fosse  salva, 
furono  i  primi  ad  entrare  in  Volloira  con  le  genti  venticincpic 
giorni  dopo,  che  vi  erano  stali  intorno  con  l'assedio.    Ma 
o  per  colpa  de' soldati,  o  per  dl'ello  d'alcuno  dei  capi,  o 


LIBRO   VENTITREESIMO.  195 

q  ti  al  altra  se  ne  fusse  la  cagione,  la  infelice  ciuà  fu  messa 
a  sacco,  rubale  le  case  ,  ira|)rigionati  i  cittadini,  svergognale 
le  donne,  e  le  cose  sagre,  e  non  sagre  poste  tulle  in  un 
fascio.  Onde  molli  consideravano  quanto  scambiamento  di 
costumi  avean  fatto  i  presenti  dagli  amichi  uomini ,  quando 
presa  Volterra  già  erano  dugento  anni  passati  per  forza  dai 
Fiorentini,  aveano  nel  mezzo  dell' ardor  del  combattere  po- 
sato lo  sdegno,  e  non  consentilo  che  violenza  alcuna  fusse 
fatta  a  veruno  ;  e  ora  essendosi  resa  a  palli ,  e  entratovi  a 
sangue  freddo,  da  nessuna  sorte  d'ingiuria  essere  siala  si- 
cura; benché  altri  questa  colpa  attribuissero  al  servirsi  dei 
soldati  mercenarj.  I  Fiorentini  per  torre  a' Volterrani  per 
l'avvenire  cagione  di  ribellarsi,  e  a  loro  d'incrudelire, 
spianato  il  palagio  del  vescovo,  vi  fecero  fabbricare  una 
ròcca,  col  qiial  freno  lungo  tempo  quella  città  in  fede  man- 
tennero. Il  con-te  rilorn>-tto  a  Firenze  fu  con  onori  grandis- 
simi dalla  signorìa  ricevuto ,  e  in  remunerazione  della  guerra 
valorosamente  amminislrata  fa  per  pubblico  decreto  ammesso 
nel  numero  degli  allri  cittadini  Fiorentini  ,  donatogli  una 
bandiera  e  un  elmo  d'ariento  con  vesti  e  vasi  di  mirabil 
lavoro.  E  perchè  la  cittadinanza  non  paresse  vana ,  fu  com- 
pro dal  pubblico  la  possessione  di  Rucciano,  che  era  di  Luca 
Pilli ,  e  quella  datagli  in  dono.  I  tre  seguenti  gonfalonieri 
Tanai  de' Nerli ,  Giovanni  Orlandini,  di  quelli  che  vanno 
per  santa  croce ,  e  Piero  Berardi  non  ebbero  in  cos'alcuna 
che  fare.  Quasi  la  medesima  quiete  (u  per  lutto  l'anno  1473; 
onde  ne  Piero  de' Medici  ,  nò  Luigi  Guicciardini,  ne  Chi- 
rico Pepi,  né  Barto'ommeo  del  Vigna  fecero  cos'alcuna 
degna  di  memoria,  chi  non  volesse  in  questo  dire  che  si 
fecero  gli  accoppiatori.  Il  che  nondimeno  fu  seguito  per 
l'avvenire  di  farsi  d'anno  in  anno  quasi  sempre  di  questo 
tempo  medesimo  ,  perchè  il  governo  Ira  persone  confidenti 
si  mantenesse.  Seguì  appresso  Antonio  degli  Alessandri;  nel 
qual  tempo  fu  gran  carestìa,  e  arebbene  la  città  più  di  quel 
che  ella  fece  patito,  se  per  la  diligenza  di  cinque  cittadini 
a  ciò  eletti  non  fosse  stata  alquanto  ricreata.  Fu  finalmente 
tratto  per  ultimo  gonfaloniere  di  quell'anno  Iacopo  Ridoifi, 
ma  in  quel  giorno  medesimo,  che  egli  dovea  prendere  il 
magistrato  n'andò  (il  che  non  era  altre  volte  avvenuto )  alla 


196  de!,l'  istorie  fiorentine 

sepoltura,  perchè  fu  trailo  in  suo  luogo  Antonio  Ridolfi.  In 
questo  tempo  essendo  morto  1'  arcivescovo  Ncroni  ,  conferì 
il  papa  l'arcivescovado  della  citta  a  Piero  Riario  suo  nipote 
chiamalo  cardinale  di  S.  Sisto  ,  il  quale  venuto  a  Firenze  a 
prenderne  il  possesso,  e  poscia  a  Roma  tornato,  ivi  di  la 
a  poco  si  morì.  Fu  costui  per  la  molta  potenza  che  appo  il 
pontefice  avea ,  non  nipote,  ma  sno  figliuolo  stimato;  uomo 
fu  d'aspetto  assai  bello,  lieto  e  piacevole  nel  dare  audien- 
za ,  liberale  e  magnifico  soprammodo ,  talché  non  un  frati- 
cello vilmente  nato,  e  poveramente  dentro  le  mura  d'un 
convento  allevalo  ,  ma  parca  per  un  lungo  ordine  da  gran- 
dissimi re  esser  disceso.  Ma  la  immodcrata  ambizione,  che 
in  lui  si  scoperse  quando  la  slate  pascala  ricevette  in  Roma 
Leonora  d'Araj^ona  figliuola  del  re  Ferdinando,  che  n'an- 
dava a  marito  a  Ferrara  ,  essendo  opinione  fra  '1  vulgo  che 
in  un  solo  convito  avesse  speso  ven'itnila  scudi  ,  e  l'essersi 
fuor  di  quello  che  al  suo  grado  si  conveniva  strabocchevol- 
mente dato  a' piaceri ,  e  credutosi  ohe  per  la  troppa  copia 
di  quelli  si  fusse  morto,  lisciarono  di  lui  a' posteri  disonesta 
memoria.  Entrò  l'anno  l'f74  col  gonfaloneralo  di  Iacopo 
Cocchi,  nel  quale  si  fece  la  legge  de' loccatori  per  conto  di 
d.'bito.  Donalo  Acciainoli ,  quasi  la  fortuna  avesse  favorito 
in  tanta  quiete  il  magistrato  d'  un  uomo  di  simil  condizione, 
che  egli  non  passasse  sotto  silenzio  ,  ricevette  con  pompa 
reale  nella  città  Cristcrno  re  di  Dania,  di  Svezia,  e  di 
Norvegia,  il  quale  n'andava  a  Roma  per  cagione  di  volo  , 
e  veniva  allora  da  S.  Iacopo  di  Galizia.  Era  questo  re  di 
grave  aspello  ,  aveva  la  barba  lunga  e  canuta  ,  e  benché 
barbaro  non  avea  dall'apparenza  dissomigliante  l'animo. 
Onde  il  dì  seguente  veduto  che  ebbe  la  città  ,  volle  venire 
in  palagio  ,  e  visitata  che  ebbe  la  signoria  chiese  che  si  gli 
mostrassero  gli  Evangelj  greci  ,  i  quali  erano  siali  portati 
gli  anni  addietro  di  Costantinopoli ,  e  le  Pandette,  le  quali 
andato  a  vedere  ne' luoghi  ov' elle  erano,  disse,  per  quanto 
referì  l' interprete  ,  quelli  essere  i  veri  tesori  de'  principi  ; 
dalle  quali  parole  fu  compreso,  che  egli  avesse  voluto  di- 
nolare  quello,  che  dell'oro  mostratogli  dal  duca  Giovanni 
Galeazzo  in  Milano  avea  dello,  ciò  fu:  che  ad  nn  vero  e 
magnanimo  signore  non  si  conveniva  accumulare  tesori.  Ma 


LIBKO   VENTITKEESIMO-  197 

queste  sor»  di  quelle  cose  secondo  il  mio  avviso,  che  a 
prima  vista  prendono  altrui ,  ma  considerate  bene  a  dentro 
scuoprono  la  loro  falsità  ,  essendo  più  che  nessun'  altro  , 
a'piincìpi  necessario  l'accumular  denari,  sì  per  conserva- 
zione de' loro  slati  ,  come  per  i  varj  accidenti,  a'  quali  del 
continuo  sta  esposta  la  fortuna  de'  grandi.  Questo  pareva  ben 
degno  di  maraviglia  a  lutti ,  che  si  vedesse  andare  disarmalo 
e  pacifico  per  Italia  un  re  ,  i  cui  predecessori  non  solo 
aveano  b.itlula  l'Italia,  e  malcomio  la  Spagna,  eia  Francia, 
ma  ancor  guasio  e  mandato  tossopra  tulio  l'Imperio  Ro- 
mano. Il  gonfaloniere  di  Mnso  degli  Albizi  fu  quieto,  ma 
non  già  quello  di  Bernardo  Anlinori;  imperocché  il  papa 
sdegnato  che  Niccolò  Vitelli  non  lasciass'  entrare  in  città 
di  Castello  gli  usciti,  mandò  con  le  forze  sue,  e  con  quelle 
del  re  Ferdinando,  con  cui  aveva  slrella  amicizia  contraila, 
l'esercito  intorno  città  di  Cartello,  quando  Niccolò  uscito 
con  le  sue  genti  a  tempo  che  quelli  di  fuori  stavano  sprov- 
vedutamente, fece  di  loro  e  massimamente  de' capi  una 
grande  occisiono,  e  a  salvamento  co' suoi  nella  città  si  ri- 
dusse. I  Fiorentini  tra  questo  mezzo  avendo  inleso  la  guerra 
a'ior  paesi  esser  vicina,  e  sapendo  la  grande  amicizia,  che 
era  Ira  il  papa  e  il  re,  forte  dubitarono,  che  quando  città 
di  Castello  fosse  presa,  quelle  genti  non  si  volgessero  al 
Borgo  perchè  niandiirono  in  quella  terra  commessario  Piero 
Nasi,  e  credettesi  the  avessero  anche  a  Niccolò  segreti  aiuti 
prestati.  Questo  sospetto  accese  grandemente  l'animo  del 
pontefice,  e,  benché  per  allora  le  cose  si  fussero  racchetate, 
nondimeno  larciarono  i  semivivi  di  future  discordie,  le  quali 
come  a  suo  luogo  si  dirà  ftnon  di  gravi  accidenti  cagione. 
Non  vollero  tra  tanto  i  Fiorentini  esser  colli  alla  sprovve- 
duta, e  però  entrato  gonfaloniere  di  giustizia  Pigolo  Nic- 
colini,  si  cominciò  a  trattare  la  lega  per  venticinque  an- 
ni con  alcuni  patti  particolari  co' Veneziani ,  e  col  duca  di 
Milano;  per  Io  qual  conto  fu  mandato  a  Venezia  Tom- 
maso Sederini,  il  quale  del  mese  di  novembre  nel  gon- 
falonierato  di  Tommaso  Davanzali  con  grand'  onore  della 
sua  Repubblica  la  conchiuse,  riserbando  nondimeno  luogo 
al  papa  e  al  re ,  anzi  obbligandosi  a  procurare  che  essi  v'en- 
irassero;  i  quali  commendando  in  parole  la  delta  lega  full»; 


198  dell'istorie  fiorentine 

non  l'approvarono  già  mai  con  le  opere,  non  essendo  in 
quella  voluti  entrare,  ne' primi  di  dell'anno  1475.  Essendo 
gonfaloniere  Alessandro  da  Filicaia,  vennero  a  Firenze  gli 
ambasciadori  de'Veiieziani  per  rallegrarsi  con  la  signoria 
della  lega  falla,  i  quali  furono  con  grandi  onori  ricevuti: 
imperocché  avendo  i  Veneziani  in  queslo  tempo  scoperto 
come  il  re  Ferdinando  era  lor  competitore  nel  regno  di 
Cipri,  procurando  di  dar  la  figliuola  naturale  del  re  morto 
ad  un  suo  figliuolo  altres'i  naturale,  eran  diventati  grandi 
nimici  del  nome  Aragonese ,  e  desideravangli  ogni  male.  Il 
seguente  gonfaloniere  fu  Bernardo  del  Nero;  il  padre  del 
quale  essendo  stalo  de' signori  per  l'arte  minore,  egli  fu  il 
primo  che  per  opera  di  Cosimo  fiisse  ammesso  tra  quelle 
della  maggiore.  Segui  appresso  Ruberto  Lioni  la  seconda 
volta,  e  al  Lioni  Giovanni  Hucellai  succedette,  uomo  in  quel 
tempo  e  per  le  ricchezze  ,  e  per  lo  parentado  de'Medici  mollo 
slimalo,  avendo  Bernardo  suo  figliuolo  una  sorella  di  Lo- 
renzo per  moglie;  sotto  il  qual  magistrato  si  fecero  i  nuovi 
accoppiatori.  Poi  fu  Ir.illo  Giovanni  Carnosccihi  ,  e  l'ullimo 
di  quell'anno  usci  Giovanni  Canigiani,  del  cui  savio  e  pru- 
dente consiglio  molto  e  nelle  pubbliche,  e  nelle  privale  fac- 
cende soleva  valersi  Lorenzo  de'  Medici.  Crislofano  Spi- 
nelli primo  gonfaloniere  dell'anno  1476  con  quella  signoria 
che  usc'i  seco  pose  una  certa  lassa  a  tulli  gli  olBcj ,  che 
avevan  salario,  la  quale  rendila  si  dovesse  dire  a' Consoli 
del  mare  per  navigare.  Tulli  gli  altri  gonfalonieri  si  sle- 
rono  senza  far  nulla,  in  guisa  erano  le  cose  non  che  in  Fi- 
renze, ma  in  tutta  Italia  quiete,  sicché  ne  di  Carlo  Carducci, 
ne  di  Domenico  Pandolfìni,  ne  di  Tommaso  Ridolfi,  se  non 
che  si  fecer  gli  accoppiatori,  nò  di  Girolamo  Morelli  si  puà 
cos'  alcuna  raccontare.  Prese  l'ultimo  Gonfalonerato  di  quel- 
l'anno Filippo  Tornabuoni  zio  di  Lorenzo  ,  e  avealo  presso 
che  con  la  medesima  quiete  ancor  egli  finito,  se  non  che 
per  lettere  di  Tommaso  Soderini,  il  quale  era  ambasciadore 
a  Milano,  s'ebbe  la  violenta  morte  di  quel  principe  succe- 
duta a'26  di  dicembre,  mentre  egli  entralo  con  tutta  la  sua 
corte  nel  tempio  di  Santo  Stefano,  camminava  inverso  l'al- 
tare per  onorar  la  festa  di  quel  martire  ;  la  qual  morte  come 
che  non  generasse  allora   in    Italia    altra   novità,    increbbe 


LIBRO    VENTITREESIMO.  i9f) 

nondimeno   grandemente    a'Fiorenlini    essen>lo    le    cose  di 
quello  slato  per  la  faniiullezza  del    nuovo    principe,  e  per 
l'ambizione  de' suoi  zii  esposto  a   molti    e    gravissimi  peri- 
coli. Entrato  dunqne  l'anno  1477,  e  preso  il  gonf.ilonerato 
da  Giovanni  Aldobrandini,  di    cui   fu    padre   Aldobrandino, 
che  fu  gonfaloniere  due  volle,  si  mandarono  anibasciadori  a 
Milano  per  far  animo  alla  moglie  del  morlo  duca,  sicché  lo 
stato  al  figliuolo  Giovanni  Galeazzo  francamente  conservasse, 
profferendo  le  forze  e  i  danari  della  loro  Repubblica  pron- 
tissimi per  il  mantenimento  di  quel  dominio.   Porta   il  pre- 
gio ,  che  per  la  grandezza  delle  cose  che    sono    seguite,  e 
per  la  chiarezza  che  n'acquista  questo  popolo  e  questa  citlà 
di  cui  scrivo,  che  noi  queste  poche  cose  in    questo    luogo 
aggiungiamo    Del  gonfaluniere  Giovanni  non    essere  restali 
tigliuoli .  ma  ben  un  suo  fratello    detto    Saivestro,    il  quaìe 
fu  nel  sessantanove  de'  signori  ,    essere    stalo    bisavolo  del 
presente  pontefice  C  emcnle    Vili.  E  tra  tanto  passate  nella 
città  le  cose  molto  quiete  per  tutto  il  gonfaloneralo    di  Ia- 
copo Guirciardini.  Ecco   alquanto    di    tumulto    sentitosi   in 
quel  dì  Giovanni  delTAntella  per  aver    Carlo    da   Montone 
assaltalo  lo  slato  de' Senesi.  Questo  Carlo   fu  figliuolo  natu- 
rale di  Braccio  famoso  capitano,  di  cui  di   sopra  si  è  falla 
copiosa  menzione,  il  quale  benché  lasciato  fanciullo  dal  pa- 
dre, e  il  fratello  Oddo    mortogli   in   servigio  de' Fiorentini 
mollo  per  tempo,  nondimeno  essendo  egli  venuto  con  gli  anni 
crescendo,  si  per  lo  suo  valore,    e   si  per  la    reputazione 
paterna  s'aveva  onorato  luogo  nella  milizia  acquistato ,  e  tra 
condottieri  de' Veneziani  non  era  slato  d'oscuro  nome.  Ma, 
essendo  in  questo  tempo  la  sua    condotta   finita,    gli  corse 
nell'animo  un   pensiero,  e  ciò  fu  se  la  città  di  Perugia  già 
posseduta  dal  padre,  o  con  l'arme,  o  con  qualche  arte  po- 
tesse soltomellersi.  V^enutosene  dunque  in  Toscana  con  molle 
genti  si    era  verso    Perugia   invialo,    quando  per  una   lega 
nuovamente    fatta  fra  i  Fiorentini  e    i  Perugini,   conobbe  il 
tentar  questa  impresa  esser  del  tutto    opera  temeraria.  Ma, 
per  cavar  da  questo  suo   movimenlo    alcun  fruito,   si    volse 
sopra  a'  Senesi ,  i  quali    trovali    sproveduti  fieramente    stri- 
gneva,  allegando  dover  da  essi  per  stipendi  del  padre  grossa 
somma  di  danari  conseguire  I  Sanesi  o  per  lo  sospeito  J-.o 


200  dell'istorie  fiorentine 

hanno  naturale  de' Fiorentini,  o  pure  perchè  per  le  spe- 
ranze date  gli  anni  addietro  a'  Volterrani  credessero  quella 
l«epubblica  avere  sdegno  con  esso  loro  ,  credettero  questa 
liiria  essergli  venuta  addosso  per  opera  de'Fiorenlini.  Ai 
qu;di  mandarono  ambisciadori  non  tanto  per  dolersi  dell'in- 
giurie l'atlo  loro  da  Cario,  quanto  per  far  loro  intendere  che 
queste  ingiurie  da' Fiorentini  riconoscevano,  non  essendo 
cosa  credibile,  che  un  condutliere  si  fosse  un  simile  stato 
senza  maggior  forze  posto  ad  assalire.  I  Fiorentini  non  solo 
di  ciò  si  scusarono  ,  mostrando  come  Cario  con  lor  caldo 
ciò  non  l'acca,  ma  essendone  da  loro  richiesti,  fecero  inten- 
dere a  Carlo  che  da  molestar  i  Sanesi  si  rimanesse-  Il  quale 
benché  si  dolesse  della  Repubblica  che  lei  di  un  bello  ac- 
quisto, e  lui  d'una  gran  gloria  privasse,  toslamcnle  ubbidì. 
e  lasciale  le  cose  di  Toscana  nella  prima  quiete,  al  servigio 
de' Veneziani  tornossi.  Accrebbesi  in  questo  tempo  la  ga- 
bella del  vino ,  e  intanto  essendo  alla  città  arrivato  novelle 
come  il  re  Ferdinando  passato  alle  seconde  nozze,  con  la 
iìs'iuola  del  re  Giovanni  d'Aragona  s'era  in  malrimonio  con- 
giunto. La  città  gli  mandò  ambasciadori  Bongianni  Gianli- 
gliazzi,  e  Pier  Filippo  Pandolfini.  In  tempo  di  Francesco  Fe- 
derighi si  elessero  gli  accoppiatori,  e,  per  qual  cagione  sei 
facesse,  che  non  la  trovo,  sotto  il  suo  magistrato  quattro 
porte  della  città  si  serrarono.  Giovanni  L orini  la  seconda 
volta,  e  Iacopo  Lanfredini  chiusero  il  rimanente  dell'anno 
senz'aver  fatto  cos' alcuna  degna  di  memoria. 


-c»^S5^o- 


mw  \mm  iiorestìe 

DI 

SClPIOiVE  AMMIRATO 

LIBRO  YEPsTIQUATTRESniO. 

Anni  1478-1480. 


Z^cguila  l'anno  1478  memorabile  per  la  congiura  de' Pazzi , 
e  per  la  guerra  di  papa  Sisto;  le  quali  cose  cominciale  a  pre- 
parare nel  gonfaloneralo  di  Berlinghiero  Derlinghieri,  quanl» 
nel  principio  afflissero  la  famiglia  de' Medici,  tanto  poscia 
in  alto  la  sollevarono.  Le  cagioni  di  questo  movimento  furono 
diverse.  Ma  Podio  del  papa  trasse  primieramente  origine 
dall'aiuto  prestato  da  Lorenzo  a  Niccolò  Vitelli,  parendogli 
troppa  arroganza  il  volersi  egli  lutto  dì  impacciare  di  quello 
che  i  papi  verso  i  loro  sudditi  si  facessero,  avendo  massi- 
mamente nella  memoria  quello ,  che  a  Paolo  II  suo  prede- 
cessore era  avvenuto  per  conto  di  Ruberto  Malatesta  intorno 
le  cose  di  Rimini:  olire  lo  sdegno  suo,  era  acceso  il  pon- 
tefice conlra  Lorenzo  da  conforti  del  conte  Girolamo  Riario 
suo  nipote;  il  qual  conte  sapendo  che  Lorenzo  aveva  fatte 
ogn' opera  che  Imola  dopo  che  dal  duca  Giovanni  Galeazzo 
fu  tolta  a  Taddeo  Manfredi  pervenisse  in  potere  de'  Fioren- 
tini, e  non  sua,  fiero  odio  serbava  conlrn  di  lui ,  non  ostan- 
te che  il  conte  avesse  in  ogni  modo  conseguita  Imola  datagli 
dal  duca  per  dola  di  Caterina  sua  figliuola  naturale.  Né  gio- 
vava poco  a  tener  viva  questa  malevoglicnza  il  credere  il 
conte  Girolamo  che  egli  fosse  non  meno  da  Lorenzo  odiato, 
a  cui  sapeva  essere  manifesto,  che  il  conte  e  non  allri  era 
stalo  cagione,  che  la  tesoreria  del  papa  fosse  stata  lolla  ai 


202  dell'istorie  fiorentine 

ministri  de' Medici  e  data  a  quelli   de' Pazzi.    A    che  si  ag- 
giugneva,  che  essendo  ora  i  Fiorentini  in  lega  co'  Veneziani 
non  gli  pareva  lo  slare  in  Romagna  sicuro,  e  furie  dubitava, 
che  nella  nraorle  del  zio    non  gli    convenisse    sgombrare   da 
quello  stato,  se  daModici  continuasse  la  Repubblica  Goren- 
tina  a  lasciarsi  governare.  Questi  erano  gli  sdegni  dalla  parte 
del  pontefice.  I  Pazzi,  e  i  Salviati,  che  co'Pazzi  si  congiun- 
sero, aveano  altre  cagioni;  ma  in  prima  è  da  sapere,  chela 
famiglia  de'  Pazzi  una  delle  piti  nobili  e   antiche    case  delia 
città;  secondo  l'uso  delle  f.imiglie    grandi,  le    quali    furono 
dai  popolo    tenute    lontane    dal    governo,    non    prima   che 
dalla  ritornata  di  Cosimo  dall' esigilo,  godè  i  privilegi  del  po- 
polo. Per  questo  Andrea  de  Pazzi   fu  l'anno    li;39    fatto  de 
Signori.  Costui  lasciò  tre  figliuoli  Piero,  che  nel  61,  e  Ia- 
copo che  nel  69  erano  stati  gonfalonieri;  e    olire  a    questi 
Antonio.  Di  Piero  eran  figliuoli  Galeotto,  Renalo,  Andrea, 
Giovanni,    e   Nicmlò.   D'Antonio,    Francesco,    Giovanni,    e 
Guglielmo  nascevano-  La  nobiltà  di  questa  famiglia,  la  quan- 
tità di  tanti  figliuoli,  e  le  ricchezze,  le  quali  erano  grandi, 
furono  cagione,  che  desiderando   Cosimo   di    lasciare    il  fi- 
gliuolo, e  i  nipoti  bene  imparentati,    s'inducesse  a  dare  la 
sua  nipote  sorella  di  Lorenzo  per  moglie  a  Guglielmo  .  come 
che  più  volte  si  sia  veduto  i  parentadi,  e  simili  congiunzioni 
non  operar  nulla  appo  quelli  uomini ,  i  quali,  o  da    slimolo 
di  vendetta,  o  da  desiderio  di  gloria  sono   agitali.   Percioc- 
ché a  Francesco,  quando  bene  niuna   ingiuria   avesse   con- 
seguila, non  pareva  vivere  onorato  in  Firenze,  avendo  ogni 
cosa  a  riconoscere  dalla  man    di   Lorenzo.  Ma    perchè   alla 
malvagia  disposizione  non  mancassero  degli  aiuti  ,  accaddero 
in  diversi  tempi  varj  accidenti,  che  l'animo  di  Francesco  alla 
rovina,  e  morte  de' Medici  maravigliosamente  infiammarono; 
lo  sdegno  che  credeva  essergli  portato  da' Medici  per  conto 
della  tesoreria  del  pontefice;  l'esser  egli  stato  fatto  venire 
dagli  Otto  per  lieve  cagione  di  Roma  in   Firenze   con  poca 
sua  reputazione;  e  un  giudizio  daio  contra  Giovanni  suo  fra- 
tello per  cagione  d'una  eredità,  che  s'apparleneva  alla  sua 
moglie  ;  le  quali  cose  tutte  da  Lorenzo  riconosceva.  Essendo 
dunque  Francesco  in  questa  guisa   disposto  ,  e    usando   fa- 
migliarmente  per  l'ufficio  della   tesoreria   (  perciocché    egli 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO.  203 

abitava  il  più  del  tempo  in  Roma  )   col  conle  Girolamo ,  ve- 
niva spesso  a  dolersi  seco  de'  torli    che  da  Lorenzo  gli  pa- 
rca di  ricevere.  E  facendogli  il  conle  su  questa  materia  per 
i  suoi  interessi  assai  buon  tenore,  non  si  penò  troppo  a  con- 
chiudere, che  per  quiete,  e  sicurezza  d'amendue  loro,  era  ne- 
cessario spegnar  Lorenzo  e  Giuliano.  Francesco  benché   gli 
paresse  aver  presso  che  il  suo  desiderio  conseguilo,  avendo 
così  fallo  compagno,  pur  volle  intendere,  di  che  aiuti,  se  a 
ciò  mettesse  mano,  si  potesse  valere ,  e  se  il  papa   vi    con- 
sentirebbe. E  inteso  che  aiuti  non  mancherebbono ,    e  che 
non  solo  il  papa  ma  anche  il   re   favorirebbe    l'impresa;   a 
cui  il  papa,  avea  fatto  un  figliuolo  cardinale;  egli  si  ristrinse 
con  Francesco  Salviati  arcivescovo  di  Pisa,  il  quale  per  es- 
sergli Ijngo  tempo  il  possesso    di   quell'arcivescovado   per 
opera  di  Lorenzo  stato  impedito,  sapeva    essere     de' Medici 
fiero  e  capitale  nimico  ,  senza  che  Iacopo    Salviati   suo  pa- 
rente era  da  Cosimo  sialo  fatto  ribello-  L'arcivescovo  desi- 
deroso di  vendicarsi,  e    insiememente    sperando    poter   per 
questa  via  più  facilmente  accrescer  nella   grazia    del   ponte- 
fice, non  solo  la  sua  opera  profferì,  ma  promise  tirare  a  que- 
sta impresa  degli  altri  della  sua  famiglia.  Ma  che    gli  ricor- 
dava, che  l'uccider  Lorenzo  e  Giuliano  era  cosa    facile  per 
andar  eglino  a  guisa  degli  altri  cittadini  soli  per  la  ritià,  ma 
che  l'importanza  consisteva  in  frenare  il  popolo,  dove  quello 
corresse  all'arme,  il  che  senza  l'aiuto    di    molte  genti   non 
si  polea  mandare  ad  effetto.   Mostrògli    Francesco    come  a 
lutto  ciò  si  era  pensato,  e  finalmente  dopo  1'  esser  egli  ve- 
nuto a  Firenze   e    tirato  a   questa   impresa   Iacopo   de' Pazzi 
suo  zio,  e  molt'altri,  e  molte  difficoltà  agevolate,  il  modo  tenuto 
per  ucciiier  i  due  fratelli  de' Medici  fu  questo.  Avea  il  ponte- 
fice a'  IO  di  di  cembre  passato  creato  selle  cardinali,  de'quali  fu 
uno  Raffaello  Riario  nipote  del  conle  Girolamo,  mollo  giova- 
ne,  che  si  ritrovava  in  quel  tempo   a  studio   a  Pisa.  A  co- 
stui scrisse  il  zio,  che  tuttociò  che  dall'arcivescovo    di  Pisa 
gli  fusse  detto  ,  eseguisse;  perchè  all'entrata  d'aprile,  essendo 
gonfaloniere  di  giustizia  Cesare  Petrucci,  fu  dall'arcivescovo 
e  da  congiurati  alla  loggia  de' Pazzi  vicino  un   miglio    a  Fi- 
renze condotto  sotto  nome  d'aspettare    alcune    commessioni 
dal  papa,  avendolo  già  fallo  governatore  di  Perugia;  ma  ve- 


20i  dell'istorie  fiorentine 

raracnle  perchè  con  1'  occasione  della  persona  sua,  o  in  qual- 
che convito  ,  o  altrove  Lorenzo  e  Giuliano  uccidessero  :  ma 
non  essendo  riuscito  che  in  un  convito  che  Lorenzo  fece  al 
cardinale  nella  .sua  villa  di  Fiesole,  Giuliano  ancora  v'inter- 
venisse ,  fecero  dire  al  cardinale  ,  che  egli  voiea  la  domenica 
vegnente  ,  che  fu  a' 26  di  quel  mese,  udir  la  messa  a  S.  Ma- 
ria del  Fiore,  acciocché  Lorenzo,  si  come  egli  a  s'i  fatte 
persone  era  costumalo  di  fare  quando  a  città  venivano,  seco 
il  convitasse.  Venuto  il  cardinale  come  nipote  di  papa  ,  e 
legalo  con  molta  compagnia  in  Firenze  ,  e  a  casa  de'  Medi- 
ci,  ove  Lorenzo  convitato  l'avea  scavalcato,  subito  seppero 
i  congiurati  come  Giuliano  quella  mattina  a  casa  non  avrebbe 
(lesinato,  ove  era  preso  l'ordine  che  al  levar  delle  tavole 
fossero  manomessi.  Per  la  qual  cosa  furono  costretti  pren- 
der nuovo  partito,  sì  perchè  per  esser  la  congiura  a  molli 
nota,  co' 1  differirla  non  si  palesasse;  e  sì  per  aversi  trovalo 
dato  commissione,  che  in  quel  di  Giovanni  Francesco  da 
Tolentino,  e  Lorenzo  da  Castello,  nomini  del  papa,  a  Firenze 
con  duemila  fanti  s'avvicinassero.  Fu  perciò  loslameule  de- 
liberalo ,  che  quello ,  che  in  casa  non  si  potea  fare,  in  chiesa 
si  facesse,  e  che  il  cenno  fusse  quando  il  corpo  del  signore 
si  levava,  e  che,  l'arcivescovo  andato  tra  questo  mezzo  in 
palagio,  al  tocco  delle  campane,  il  medesimo  del  gonfalo- 
niere facesse,  e  del  palagio  s' impadronisse,  e  Jacopo  de'Pazzi, 
montalo  a  cavallo,  il  popolo  alla  libertà  chiamasse.  Ma  avendo 
Francesco  de'Pazzi  con  Bernardo  Bandini  preso  la  cura  d'uc- 
cider Giuliano,  e  a  Giovan  Batista  da  Montesecco,  condot- 
tiere  del  conte  Girolamo,  commesso  d'assalire  Lorenzo,  il 
qual  carico,  essendosi  parlalo  di  ucciderlo  in  casa,  aNea 
mostrato  di  prenderlo  volentieri  ,  accadde  (  il  che  rovinò 
queir  impresa  )  che  per  la  mutazione  falla  di  far  quest'opera 
in  Chiesa,  (gli  apertamente  il  disdisse,  allegando,  che  non 
gli  dava  il  cuore  di  profanare  la  chiesa  di  Dio,  e  aggiun- 
gendo peccalo  a  peccato  di  far  testimonio  Cristo  di  tanta 
scelleratezza;  la  onde  furono  Francesco,  e  l'arcivescovo  co- 
stretti volgersi  a  due,  benché  d'altra  professione,  pure  lor 
confidenti,  e  uomini,  se  non  pratichi,  molto  bene  arditi  a  fare 
ogni  male  ,  ad  uno  Stefano  de'  Bagnioni  piovano  di  Monlc- 
raurlo ,  e  cancelliere    di    Jacopo  de'  Pazzi ,    e    ad   Antonio 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO  205 

Maffei  da  Volterra,  scrittore  apostolico,  il  cui  animo  il  sacco 
(Iella  sua  patria  avca  fieramente  inacerbito  conira  Lorenzo. 
Essendo  in  questo  modo  ordinale  le  cose  ;  e  lutti  alla  chiesa 
condotti,  l'arcivescovo,  dalo  voce  ciie  andava  a  visitare  la 
madre,  uscì  del  tempio  con  forse  trenta  persone.  Ira 'quali 
erano  tre  Jacopi ,  un  suo  fratello  ,  e  Jacopo  Salviati  figliuolo 
di  Jacopo,  e  Jacopo  figliuolo  del  Poggio  scrittor  dell'istoria, 
il  quale  era  segretario  del  cardinal  Riario-  Questo  pazzarello 
da  niun'  altra  cosa  .fu  a  ciò  spinto  ,  che  da  desiderio  di  cose 
nuove  ,  e  da  leggi  rezza  di  cervel'o,  non  si  ricordando,  che 
suo  padre,  da  maestro  di  scuola,  ora  per  il  favor  de'  Medici 
stato  tirato  alla  segreteria  della  Repubblica  ;  f.illo  da  terraz- 
zano di  Tcrranuova,  cittadino  fiorentino  ,  e  acquistato  ripu- 
tazione e  ricchezze;  oltre  costoro  v' erano  persone  di  conio, 
cinque  fratelli  Perugini,  a' quali,  essendo  della  lor  patria 
confinati,  aveano  i  Pazzi  dato  ad  intendere,  che  a  casa  gli 
farebbon  tornare.  Con  queste  genli  ne  venne  l'arcivescovo 
iu  palagio,  e  lasciati  alcuni  di  loro  alia  porta,  perchd",  levato 
il  rumore,  quella  occupassero,  con  gli  altri  su  ne  salì;  ove 
trovò,  che  la  signoria  desinava,  mail  gonfaloniere  levatosi 
tanto  prima  da  tavola  per  non  fare  star  fuori,  l'arcivescovo 
seco  in  camera  se  n'  entrò  ;  ove  messosi  I'  arcivescovo  a 
dirgli  ,  che  il  papa  avca  fallo  depositario  Niccolò  suo  figliuo- 
lo, s'accorse  il  gonfaloniere  che  procedendo  egli  olire  nel 
parlare,  ora  si  scambiava  nel  \iso,  ora  interrompeva  le  pa- 
role,  e  1' una  con  l'altra  a  guisa  d'insensato  non  attaccava 
in  modo  ,  che  costrutio  alcuno  cavar  se  ne  potesse  ;  talora 
Noltandosi  verso  l'uscio  si  spurgava,  come  se  alcun  cenno 
far  volesse;  perchè  il  g  onfaloniere  che  altra  volta  in  Pralo 
s'era  in  queste  mischie  trovato,  saltò  subitamente  fuor 
della  camera,  e  chiamati  ad  alla  voce  i  compagni  e  i  mini- 
stri del  palagio,  e  tulli  insieme  a  quelle  arme  dato  di  ma- 
i;o ,  the  prima  innanzi  gli  occorsero  ,  alcuni  de'  congiurali 
fecero  prigioni,  quando  intesero  nella  piazza  un  tumulto 
grandissimo  ,  e  fattosi  alle  finestre  veggono  con  forse  cento 
armati  Jacopo  de' Pazzi  discorrere  a  cavallo  gridando  il  nome 
della  libertà.  In  questo  viene  lor  riferito  come  la  porla  del 
palagio  è  occupala,  e  che  alcuni  salendo  su  per  le  scale 
cercavan  di  porgere  aiuto  a'  compagni  falli  prigioni.  1  signori 


206  dell'  istorie  fiorentine 

con  l'arme  in  roano  valorosamente  il  palagio  difendono  ,  il 
Pazzi  con  le  sue  genti  co' sassi  salutano,  alcuni  de' congiu- 
rali di  dentro  uccidono  ,  e  la  porta  già  perduta  ricuperano  ; 
quando  corso  a  loro  di  molli  cittadini  affezionati  alla  parte, 
a'quali  era  prima  stato  vietato  l'entrare,  raccontano,  come 
Giuliano  de' Medici  per  le  mani  di  Francesco  de'Pazzi  e  di 
Bernardo  Bandini  era  stalo  ucciso  in  S.  Maria  del  Fiore  , 
come  Lorenzo,  radutogli  morto  a  lato  Francesco  Nori,  e  egli 
ferito  nel  collo  da  Antonio  Maffei  e  da  uno  Stefano  uomo 
de'Pazzi,  a  fatica  ricoveratosi  nella  sagrestia  ,  di  là  si  era 
mezzo  vivo  finalmente  a  sua  casa  condotto.  Allora  incrude- 
lito il  gonfaloniere  verso  i  congiurati ,  come  quello  che  da 
Medici  avea  avuto  lo  sialo,  e  da  figliuolo  di  coltriciaio  era 
a  gradi  onorali,  e  finalmente  alla  somma  dignità  del  gonfa- 
loniere pervenuto,  accozzatosi  con  gli  Otto  ,  comanda  che 
gìttato  un  capresto  al  collo  dell'arcivescovo,  e  de'suoi  Sal- 
viati,  e  del  Poggio,  quelli  alle  finestre  del  palagio  s'  impic- 
chino ,  si  che  dal  popolo  possasi  esser  veduti ,  gli  altri ,  o 
scannati,  o  semivivi  fuor  della  porta,  o  dalle  finestre  in 
piazza  si  gittino  ,  e  che  a  ninno  si  perdoni  che  morto  non 
sia.  In  somma  di  quelli  che  con  l'arcivescovo  vennero  in 
palagio,  fuor  d'uno,  il  quale  dopo  quallro  dì  fu  trovalo 
presso  che  morto  dalla  fame  nascoso  fra  le  legne  ,  e  fussi- 
glì  perdonato  *,  tutti  gli  altri,  quali  in  un  modo  ,  e  quali  in 
un  altro  perirono.  Non  era  minore  lo  sdegno  e  il  furor  della 
plebe  per  la  città  di  quello  de' signori  in  palagio,  la  quale 
avuto  notizia  di  quel  che  era  avvenuto ,  e  come  i  Pazzi 
erano  stali  di  quel  male  cagione,  ne  corre  con  impeto  alle 
lor  case  ,  e  quivi  non  altri  che  Francesco  trovatovi,  il  quale 
nel  dare  a  Giuliano  aveva  per  la  sete  ingorda  d''  ucciderlo 
se  stesso  in  una  gamba  gravemente  ferito  ,  e  per  questo 
entralo  nel  lello,  cosi  ignudo  come  era  condusse  al  pala- 
gio, ove  prestamente  fu  a  canto  all'arcivescovo  e  a  gli  al- 
tri impiccato.  Ne  si  sarebbe  la  plebe  a  tanto  contenuta  di 
menarli  vivi  alla  signoria,  se  andata  a  casa  de' Medici,  e 
gridando  che  volea  chiarirsi  se  Lorenzo  vivo  o  morto  si 
fosse,  egli  fattosi  alle  finestre  col  collo  legato  non  l'avesse 
pregala  a  raffrenarsi ,  e  a  lasciar  fare  al  magistrato  ;  accioc- 
ché mentre  di  un    colpevole  slimassero  prender    vendetta  , 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO-  207 

.ilcun  innocenlc  callivello  non  venisse  degli  altrui  l'alli  a  pian- 
gere li  pena.  Andando  per  questo  con  mnggior  temperanza 
attorno  spiando  ove  i  Puzzi  ricoverali  si  fossero,  trovarono 
Giovanni  fratello  di  Francesco  negli  Agnoli,  e  Galeotto  li- 
gliuolo  di  Piero  ,  che  vestito  a  guisa  di  lemmina  n'andava 
a  S.  Croce,  e  senz'allro  strazio  in  palagio  li  menarono.  La 
signoria  tra  tanto  cavallari  e  lettere  per  lutto  Io  stalo  aveva 
quel  giorno  spacciato  ,  sì  che,  ovunque  di  queste  genti  ca- 
|)ilas«ero,  le  fosser  poste  le  mani  addosso,  e  a  Firenze  con- 
doUe;  perchè  fu  il  dì  seguente  trovato  a  Cercina  un  fratello 
del  cardinale  ,  il  quale  menato  a  Firenze  fu  in  palagio  in- 
sieme col  fratello  guardato,  avendo  ciò  chiesto  diii^-ente- 
mente  Lorenzo  ,  che  contro  la  persona  del  cardinale  in  modo 
jilcuno  non  si  procedesse.  Vennero  in  quel  medesimo  dì  di 
Mugello  presi  Renato,  Giovanni,  e  Niccolò  fratelli  de'Pazzi 
con  molti  fanti  di  quelli  del  Monlesecro,  otto  de'quali  l'al- 
tro dì,  che  fu  a'28,  furono  impiccati.  Non  si  saziava  la  plebe 
di  questi  spettacoli,  se  ella  medesima  di  quel  sangue  le 
mani  non  si  bruttava.  Onde  d'alcuni,  che  furono  dal  mani- 
goldo squartati  ,  e  di  quelli  che  in  piazza  erano  stali  giltati, 
la  plebe  ne  fece  minutissime  parti,  le  quali  su  le  lor  arme 
portando  ,  e  cvn  pazze  grida  e  sconci  modi  e  applausi  esul- 
tando ,  parca  che  de'  miseri  congiurati  trionfar  volesse,  per- 
ciò fu  in  questo  dì  prr  un  leggiere  accidente  mollo  presso 
la  città  ad  esser  posta  a  sacco.  Era  fra  gli  olio  fanti  impic- 
cali uno  di  loro,  il  quale  aveva  a"  piedi  un  pa'di  calze  nuove 
della  difesa  de"  Pazzi  ;  alle  quali  molti  fanti,  tagliato  che 
fu  il  capestro  dal  boia,  posero  mano.  E  essendo  per  azzuf- 
farsi si  levò  il  rumore  ,  il  quale  nella  già  commossa  città 
prestamente  si  sparse  per  tutto.  E  non  si  sapendo  dalla 
maggior  parte  onde  si  procedesse,  e  varie  cose  dicendosi  , 
corse  la  plebe  in  molli  luoghi  con  l'arme  ,  e  videsi  che 
avrebbe  leggiermenle  fatto  del  male  se  da  cittadini  d'auto- 
rilà  non  fosse  stala  raffrenata.  In  quel  dì  medesimo  venne 
alla  città  Jacopo  de' Pazzi,  uomo  già  stato  in  grande  slima, 
da  molli  e  invidiato  come  felice  per  le  ricchezze,  per  l'an- 
tica noliiltà  della  fam'glia  ,  e  per  vedere  la  sua  casa,  se  non 
di  figliuoli  ,  lìorita  per  molti  nipoti.  A  lui  non  erano  man- 
cali gli  onori  della  cilià.  Retto  il  gonfaloneralo,  creato  ca- 


208  dell'istorie  fiorentine 

valiere  dal  popolo,  stato  <lei  venti  nell'impresa  di  Volter- 
ra ,  e  altri  magistrali  esercitalo  ;  ora  per  V  allrui  follia  a  tal 
condono  ;  che  avendo  più  volle  pregalo  coloro  ,  che  a  Fi- 
renze il  conducevano  ,  che'l  dovessero  uccidere,  non  l'avea 
mai  pollilo  impetrare  ;  accioct  he  ancor  egli  per  aggiugnere 
uno  esempio  agiuoclii  delia  fortuna  fosse  da  quel  popolo, 
che  già  il  solca  annoverar  fra  gli  uomini  felici,  vedulo  alle 
finestre  medesime  del  pala  gio  impiccato  ,  e  per  accrescer 
maggiormente  la  sua  miseria  in  compagnia  di  Renalo  suo 
nipole,  a  cui  niun'alira  rosa  nocque  che  il  silenzio,  per- 
ciocché e  avea  egli  quella  congiura  biasimato  ,  e  per  non 
intervenirvi  nella  sua  villa  se  n'  era  ito  ,  uomo  e  per  lettere 
e  per  costumi  indegno  veramente  di  quella  miseria,  se  col 
tacere  non  avesse  dato  indizio  che,  più  della  salvezza  de'pa- 
renti ,  che  della  Repubblica  gli  calesse.  Il  di  seguente  fu- 
rono confinati  Bernardo  Corsi,  e  Rarlolo  suo  figliuolo,  Bar- 
do, e  Lorenzo,  della  medesima  famiglia  furono  ammuniti.  Il 
di  che  prese  il  gonfaloneralo  Jacopo  degli  Alessandri  venne 
preso  Andrea  de'  Pazzi  con  due  compagni  ,  e  poco  dipoi 
arrivò  Giovan  Battista  da  Monlesecco  ,  e  appresso  Piero 
Vespucci.  Costui  fu  condannalo  alle  Sliiiche  in  perpetuo  , 
e  Piero  suo  figliuolo  Ira  le  cinque  e  quindici  miglia  confi- 
nato, non  per  esser  nella  congiura  inlervenuli,  ma  per  aver 
prestalo  aiuto  a  fuggirsi  a  Napoleone  Francesi  molto  in 
questo  Irallato  imbrallatosi  ;  al  qiial  Francesi,  e  al  Bandini, 
perchè  soli  questi  per  allora  scamparono,  fu  dato  bando  e 
posta  grossa  taglia.  Due  giorni  dì  poi  furono  trovati  in  ba- 
dia Slefano  da  Bagnone ,  e  Antonio  da  Volterra,  nel  qual 
giorno  un  cavallaro  del  conte  Girolamo,  e  un'allro  dello 
il  Brigliaino  furon  dati  al  supplicio  ,  avendo  sospeso  di 
eseguir  la  sentenza  contro  degli  altri,  finche  da  loro,  e  dal 
Monlesecco  in  iscritto  i  particolari  e  ordine  di  tulio  il  trat- 
tato pienamente  si  sapesse.  Il  qual  risaputo ,  Antonio  e 
Stefano  furono  dalle  finestre  impiccali ,  e  a  Giovambalista 
da  Montest'cco  su  le  porle  del  podestà  fu  mozzo  il  capo. 
Furono  dappoi  confinali  tra  le  dieci,  e  le  trenta  miglia 
Giovambalista  canonico  di  duomo ,  e  Filippo  amendoe  fra- 
telli di  Jacopo  del  Poggio.  Molli  altri  furono  |)er  questo 
»'A)nto  giustiziati,  de'  quali  lutti  lungo  fascio  sarebbe  il  far 


LIBRO    VENTIQUATTRESIMO.  209 

menzione;  lauto  che  infino  a'setlanta  si  Uovo  esserne  morii 
infino  a  questo  tempo.  I  fratelli  e  cugini  de' Pazzi  furono 
linaimente  messi  in  fondo  di  lorre  a  Volterra  ,  ove  lun^o 
!empo  piansero  la  disavventurala  impresa  de'  loro  parenti , 
eccello  Guglielmo  .  il  quale  per  rispetto  d<'!la  moglie,  fu 
roidinalo  in  villa.  Ma  ninna  cosa  fu  più  orribile  a  vedere  a 
coloro  massimamente,  che  non  avend.»  con  niuna  delle  parli 
iiiteresse  giudicavano  questi  accidenti  privi  d'ogni  passione  , 
(  he  Io  strazio  di  nuovo  fallo  nel  corpo  di  Jacopo  de'Pazzi. 
One  to ,  essendosi  levala  una  fama,  che  le  piove,  le  quali 
tTiino  allora  grandi,  avvenissero,  imperocché  egli  era  sep- 
pellito in  luogo  sagro  ,  e  sapevasi  the  in  sul  tempo  della 
morte  si  era  disperalo  ,  chiamando  il  diavolo,  fu  per  ordine 
de' signori  di  notte  tempo  ravato  dalla  sua  sepoltura  di  S. 
Croce,  e  lungo  le  mura  st  ppellito.  La  qual  cosa  venula  a 
notizia  de'  fanciulli  ,  prestamente  il  giorno  che  venne  ap- 
presso andarono  a  disotlerrare  ,  e  col  capestro  alla  gola  , 
(O-ì  com'egli  era,  per  la  città  lo  strascinarono,  e  a  casa 
sua  condotto,  più  volte  picchiaron  l'uscio  gridando,  cìw 
aprissero  a  messer  Jacopo  de'Pazzi.  Il  che  parendo  a' si- 
gnori stessi  cosa  crudele  ,  mandarono  i  loro  famigli  ,  che 
a' fanciulli  il  logliesscro  ,  e  in  Arno  il  gillassero  ;  e  nondi- 
meno perchè  più  lungo  tempo  fosse  scherno  e  obbrobrio 
dell' imbestialito  popolo,  non  potendo  andar  sollo ,  fu  ve- 
duto passarsene  a  galla  parecchie  miglia,  tah he  parca  che 
infino  alla  fortuna  si  prendesse  trastullo  della  miseria  di 
questa  casa;  poiché,  olire  la  morte  di  Jacopo  in  così  fatto 
modo  suiceduta  e  rinnovala,  Francesco,  si  come  fu  detto, 
ignudo  ,  e  Renato  vestilo  da  contadino  con  un  gonnellino 
bigiello  ,  perocché  in  quell'abito  fu  ritrovalo,  furono  im- 
piccali ,  come  se  avessero  a  fare  le  mascherale  in  su  le 
forche.  Quale  per  questo  avvenimento  fosse  l'animo  del 
pontefice  divenuto  ,  sentendo  che  verso  le  persone  saliere 
ron  tanto  impeto  e  rabbia  si  era  proceduto,  io  non  torrò 
impresa  d'  esprimerlo ,  e  crederò  che  gran  fede  ne  faranno 
gli  effetti,  che  da  questi  movimenti  ebber  principio;  im- 
perocché il  pontefice,  non  ostante  che  il  nipote  si  gli  fosse 
senza  niuna  offesa  a  casa  rimandato  ,  e  che  la  Repubblica 
per  la  irregolarità  ,  nella  quale  era  incorsa  per  aver  messo 
Amm.  Voi..  V.  14 


210  dell'istorie    FIOnKNTI?(B 

mano  a" preti,  gli  chiedesse    umilmente    perdono,    si  vedea 
ohe  si  preparava  a  pigliar  la  via    dell'arme.    Confederatosi 
<ol  re  Ferdinando,  crealo  lor  capitano  il  duca  Federigo  da 
Urbino  ,  tiralo  nella  loro  amicizia  i  Sanesi  ,  e  dato    ordine 
al  Tolentino    e  a  Lorenzo    da  Castel!  o  che    attendessero  a 
ragunare  maggior  numero  di  gemi  e  di  cavalli,  i  quali,  scn- 
x' aver  polulo  far  ni/ìla,  avendo  inleso  il  successo  della  con- 
giura ,  si  trovavano    ancor   in  Toscana.    Per    la    qual    cosa 
a' Fiorentini  non  parve  di  starsi,  e  poiché  non  giovava  loro 
l'umiltà  col  pontefice  usata  ,  ancor  essi  a' preparamenti  della 
guerra  si  volsero,  e  a' 13  di  giugno  crearono  i  Dieci  dellii 
guerra,    Lorenzo     de' Medici ,    Tonimaso    Sederini,   Luigi 
Guicciardini  ,    Bongianni    Gianfigtiazzi ,    Piero    Minerlielli  , 
Bernardo  Buongirolami,  Ruberto  Lioni ,  Giovanni  Serristorì, 
Antonio  di  Dino,  e  Niccolò  Fedini.  I  provvedimenti  di  co- 
storo, come  in  tanto  bisogno  si  richiedeva,  furono  diversi  ; 
poiché  essi  mandarono  ambasciadori  poco  meno  che  a  tutti 
i  principi   cristiani ,  raccontando  le  cose  surcodute  nella  loi 
citlà  per   causa  del  pontefice ,  ma  sopratlutlo  a  Venezia  Piei 
Filippo   Patidolfini,  e  al  duca  di  Milano,  co' quali  erano  in 
lega,  Girolamo  Morelli  spedirono;  mostrando,  olirei  danni 
ricevuti,  i  pericoli  che  gli  soprastavano    per    l' assalto   che 
aspellavano  da'nimici,  se  non  eran  soccorsi.  Dettero  ordine 
che  tutte  le  terre    delle  frontiere  si  forlilicasseio  ,    e  vi  si 
meltesser  dentro  buon  presidj,  non  solo  in  quelle  the  con- 
finavano  con  lo  stato  della  chiesa  ver^o  Roma ,  ma  ancora 
in  quelle  che  aveano  verso  Romagna  per  rispetto  del  conte 
Girolamo  ,  il  quale  era  signor  d' Imola  ;  anzi    furono  prima 
d'opinione   d' assallar  essi  Imola,  se    l'aver    trovalo    the  i 
nimici  venivano    grossi  non  gli    avesse  indotto    a    lener  le 
genti  unile  insieme.  Mandarono  uomini  in  Lombardia  e  al- 
trove per  condur  fanti,  cavalli,  conneslabili,  e  condottieri, 
non  perdonando  a  spesa  alcuna;   onde  ebbero  per  lor  con- 
dottieri Niccula  Orsino  conte  di  Piligliano,  Ridolfo  Gonzaga 
fratello  di  Federigo  mariliese  di  Mantova  con    due   suoi  fi- 
gliuoli ,   Giovanni  Francesco    e  Guasparri ,    Currado  Orsino, 
e  allri  capitani.  Ma  perchè,  oltre  il  difendersi,  si  è  conosciuto 
|)er  esperienza  nelle  cose  milit.iri  essere   necessario  pensar 
di  Biolcslare  chi  viene  ad  olìcnderti ,  a   questo    sopratlutlo 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO.  211 

si  dava  opera;  consultando  lutto  dì  in  Firenze  con  gli  am- 
basciadori  de' principi  che  vi  si  trovavano,  che  al  papa,  co- 
me che  non  levasse    li  scandali  ,  si  dovesse  levare    1'  ubbi- 
dienza ,  e  per  questo  confortavano  così  i  Veneziani,  come 
i  Milanesi  a  mandare  ambasciadori  unitamente  al  re  di  Fran- 
cia ,  pregando  quel  re  ,  che  così  dovesse  fare  ancor  egli,  e 
a  rimuover  di  Roma  non  solo  i  legali  loro,  ma  lutti  i  pre- 
lati lor  sudditi,  per  far  mutare  il  papa  d'opinione.  Procura- 
vano appresso  con  ogni  studio,  che  unitamente  dalla  lega 
i  signori  di  Furlì,  di  Peserò,  e  di  Faenza  si  conducessero, 
prima  che  da'nimici  fosser  soldati;  e  conlullociò  al  ponte- 
fice islesso  si  era  mandalo  Donato  Acciaiuoli  per  veder  di 
placarlo  ;  ma  non  che  ad  accordo  alcuno  il  suo  altiero  animo 
si  piegasse,  anzi  i  Perugini,  i  quali  erano  in  lega  co'Fio- 
renlini ,  mandaron   per  ordine  del  papa  a    disdire   la  lega, 
talché  richiamato   l'Acciaiuoli  di  Roma,  fu  deliberalo  man- 
darlo in  Francia,    perchè  più  vivamente  la  ritrosìa  e  orgo- 
glio del  pontefice  a  quella  corona  esponesse.  Non    manca- 
vano dall'altra  parie  i  nimici  a  tulle  quelle  cose  fare,  che 
conoscevano  poter  la  loro  impresa  favorire.  Perciocché  co- 
noscendo essi ,  che  essendo  il  duca  di  Milano  a  casa  trava- 
glialo,  poco  giovamento  da  Ini  potrebbono  i  Fiorentini  ri- 
trarre ,  il  re  particolarmente  si  diede  a  procurare  di  mutar 
lo  stato  di  Genova,    la  qual    ciità  sotto  l'imperio  del  duca 
si  ritrovava,  e  sapendo  che  Lodovico  Fregoso  ,   che  n'  era 
stalo  doge,  e  trovavasi  allor  fuoruscilo  ,  v' avea  gran  parte, 
con  denari    e  con  altri  appoggi  il  mandò  a  Piombino,  per- 
chè di  là  a  Genova  si  conducesse.  La  qual  cosa    a  notizia 
de' Fiorentini  pervenuta  ne' primi    giorni  del    gonfaloneralo 
di  Pagolo,  machiavelli ,  fu  cagione,  che  essi  con  gran  frettri 
mandassero    alla    guardia  di    Serczzana  Gabbriello    e  Leo- 
nardo,  marchesi  Malespini  ;  i  quali  di  presente  a' lor    soldi 
avevan  condotti;    perchè  da  quella  parte  alcun  danno  non 
si  ricevesse.  Ma  essendo  venuti  avvisi  come  il  duca  di  Ca- 
lavria  con  dodici  squadre,  e  con  cinquecento  provvisionali 
di  Mercatallo  era  venuto    al  Panicale,  e  come  ti    dì  mede- 
simo il  duca  d'Urbino  con  circa  venti  squadre  tra  delle  sue 
e  di  quelle  di  Ruberto    Malalesta  signor   di    Rimini,    e  di 
Costanzo  Sforza,  principe  di  Peserò,  condotti  già  da'Dimic, 


212  dell'istorie  fiorentine 

era  arrivato  al  Pianello,  si  posero  con  ogni  studio  a  solle- 
citare ,  che  le  gi'nli,  che  di  mano  in  mano  a  loro  arrivavano, 
delle  quali  avcano  creato  commessario  generale  Jacopo 
Guicciardini ,  senza  tardanza  alcuna  prendessero  il  cammino 
verso  Arezzo,  ove  delle  genti  de' Veneziani  Galeotto  Pico 
signor  della  Mirandola,  e  Giovanni  Antonio  Scariotto  ;  del 
duca  di  Milano,  Giovanni  Jacopo  Trivulzio ,  Giovanni  Con- 
ti, Alberto  Visconti,  e  altri  capitimi  fiiion  mandati,  senza 
quelli  che  i  Fiorentini  stessi  specialmente  avcvan  condotti; 
de'  quali  ogni  di  alcuno  compariva.  Ma  non  avendo  certezza 
per  qu.il  via  volessero  i  nimici  assalirli,  essendosi  prima 
detto,  che  cntrerebbono  per  Valdambra,  e  di  là  per  Val- 
damo;  e  poscia  essendosi  sparso  voce  che  verri bbono  per 
Valdelsa;  parve  che  per  più  sicurezza  luna  parte  e  l'altra 
si  dovesse  forlificarc  ,  perchè  fu  ordinalo  .  che  cento  uomini 
d'  arme  d'  Alberto  Visconti  restasse  ro  verso  Montevarchi , 
Tcrraniiova  ,  e'I  Bucine  ,  e  per  tema  di  Valdelsa  Giovanni 
(Àmli  con  trecento  fanti  guardasse  il  Poggio.  II  campo  ove 
ancor  non  era  creato  captano  generale ,  andasse  osservando 
gii  andamenti  de'nimici,  con  dar  loro  quell'impedimento, 
che  fosse  possibil  maggiore ,  finché  sopraggiunti  gli  altri 
aiuti  che  s' aspeltavono  ,  e  deliberalo  della  persona  del  ca- 
lcitano ,  il  quale  si  sperava  che  avesse  a  essere  il  duca  di 
Ferrara,  si  fusse  potuto  pigliar  altro  partilo.  Nel  qual  tempo 
era  a  Firenze  arrivato  Filippo  Argentone  ambasciador  del 
re  di  Francia  proCfiTcndo  alla  Repubblica  in  nome  del  re 
suo  signore  ,  così  di  procedere  unito  insieme  con  gli  am- 
basciadori  de' principi  collegati  intorno  a  minacciar  il  papa 
della  disubbidienza  se  non  si  levava  dall'arme,  come  di 
concorrere  con  le  forze  del  suo  regno  perla  quiete  d' Ita- 
lia,  se  il  papa  in  quelle  perseverava.  Eravi  ancor  giunto 
un'uomo  del  re  Renato;  il  quale  prometteva  per  questa 
guerra  la  persona  del  suo  nipote ,  essendogli  morto  il  duca 
(«iovanni  suo  figliuolo  ,  benché  i  Fiorentini  credessero  che 
egli  fusse  venuto  per  scoprir  paese;  quando  finalmente  u>i\ 
il  campo  de'  nimici  alli  11  di  luglio  essersi  posto  a  piò  di 
Montepulciano  a  due  miglia  presso  alla  terra ,  ove  era  a 
guardia  Matteo  d'Anghiari  ,  e  quivi  aver  guasto  alcuni  mu- 
lini, predato  bestiami,  preso  de' prigioni,  ablirucialo  e  fatto 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO-  213 

danni  grandissimi;  essendo  fama  the  avessero  già  posto  in- 
sieme sessanta  squadre  di  cavalli,  e  numero  non  piccolo  lii 
fanti.  Dietro  a'quali  avvisi  trovandosi  nel  medesimo  tempo 
il  campo  de' Fiorentini  all'Olmo  per  andare  a  Cignano  , 
giunse  a'  13  a  Firenze  un  trombetta  del  duca  di  Calavria 
con  un  breve  di  Sisto  spedilo  alla  Repubblica  a'7  di  luglio: 
per  lo  quale  notificava  a' Fiorentini,  come  non  polendo  egli 
più  tollerare  l'ingiurie  the  da  Lorenzo  de"  Medici  in  diversi 
(empi  avca  sostenuto  la  sede  apostolica  ,  era  sialo  costretto 
prendcili  l'arme  contro,  actiotchc  libeiala  la  cillà  di  Fi- 
renze da  tosi  fallo  tiranno,  potesse  egli  con  l'aiuto  suo,  e 
degli  altri  principi,  e  repubbliche  de' cristiani  volgersi  con 
tulio  liinimo  all'impresa  de' Turchi;  la  quale  a  questo  tem- 
po ,  e  altre  voile  por  tagion  sita  era  stala  interrotta.  Che 
credeva  per  questo  ,  che  qu(  Ila  prudenlissima  Repubblica 
si  risolverebbe  uilimnmtnle  a  pigliar  i  parliti  migliori  ;  im- 
perocché quando  in  sì  dannosa  servili!,  volesse  continuare, 
egli  non  vedea  in  qiial  alUo  modo  al  pubblico  beneficia 
sovvenir  si  potesse.  E  stimava  chiunque  lenlasse  opporsi  a 
questa  deliberazione,  che  insienieminte  alla  nligione  ,  e 
a' comodi  della  crislinna  Repubblica  si  epponesse.  E  che 
darebbe  saggio  che  Dio  l'avesse  tolto  all'atto  l'intelletto, 
non  volendo  riparare  a' mali  della  sua  patria,  e  del  suo  co- 
mune. E  che  perciò  la  confuriava  a  considcr.ire  diligente- 
mente quello  che  si  meltta  a  f.ire,  conchiudendo  insomma 
non  vo'er  altro  da' Kit  renlini,  che  la  cacciala  di  Lorenzo 
de'iMediti,  contro  a  cui  solo  s' avea  l'odio  e  la  nimistà. 
Lette  queste  lellfre  in  senato,  e  veggendo  Lorenzo  come 
tutta  la  colpa  a  lui  solo  s'attribuiva,  giudicò  esser  neces- 
sario parlar  col  popolo.  E  perciò  avendo  fallo  ragunare  in 
palagio  un  numero  grande  de' cilladini ,  mostrò  loro,  come 
se  essi  stimavano  che  con  l'esilio  o  morte  sua  a'danni  della 
Repubblica  si  riparasse  ,  che  egli  venia  volentieri  a  pigliar 
quel  partito  che  di  lui  fusse  fallo;  perciocché  egli  non  sa- 
pea  in  qual  modo  potesse  mai  spender  meglio  la  vita  sua  , 
che  per  saUi:e  di  quella  Re[iubblica  da  cui  con  lauto  uni- 
versal  consentimento  all'avolo,  al  padre,  e  a  sé  slesso 
erano  l'onore,  la  vita,  e  le  facoltà  tante  volle  stale  con- 
servate. Che  delle  cose  passale  egli  non  volea  in  guisa  al- 


2H  dell' ISTOKIE    F10KE?(T1NE 

cuna  entrare  a  parlare ,  sì  perchè  non  gli  accadca  scusare 
jse  ,  ne  accusar  altri;  poiché  la  Repubblica  col  giudizio  in- 
torno a  ciò  fatto  ,  avea  dichiarato  come  intendea  questo 
accidente  ,  e  si  perchè  volentieri  avrebbe  desiderato  ,  che 
così  fiera  e  rabbiosa  crudeltà  si  fusse  potuta  cancellare 
dalia  memoria  degli  uomini.  Che  gli  doleva  bene  infino 
al  profondo  del  cuore  ,  che  un  vicario  di  Cristo  in  tanta 
dignità  sollevalo  ;  abbattutosi  a'  tempi  così  pericolosi  per  la 
cristiana  Repubblica  ,  circondato  da  cure  tanto  gravi,  e  tanto 
importante  avesse  preso  a  perseguitare  un  uomo  privato,  e 
per  questo  a  turbarne  con  acerba  guerra  una  così  eccelsa  e 
fiorita  Repubblica.  Nella  qual  cosa  egli  non  sapea  se  era 
maggior  l'obbligo,  che  alla  sua  patria  doveva  sentire  per  la 
tanta  costanza  da  lei  mostrata  in  mantenergli  lo  slato  ,  o 
(uire  il  dolore  che  1' affliggeva,  considerando,  che  per  altrui 
colpa  egli  avesse  a  porre  in  tanto  scompiglio  i  parenti,  gli 
amici,  e  la  Repubblica  istessa ,  che  mollo  più  che  la  propria 
vita  amava  e  tenea  cara.  Ma  poiché  in  poteslà  d'  alcuno  non 
«ra  il  poter  l'altrui  voglie  frenare;  e  in  qualunque  avveni- 
raeiilo  porgeva  a  ciascuno  grande  consolazione  il  non  sen- 
tirsi dalia  coscienza  rimordere:  che  doveva  anco  a  lui  ba- 
star questo  ;  sperando  nel  resto  che  la  Repubblica  con  l'aiu- 
to di  Dio  prima  ,  e  poi  per  la  prudenza  ,  e  industria  di 
tanli  suoi  cittadini,  agevolmente  e  con  onore  e  gloria  sua 
grande  si  sarebbe  tra  poco  tempo  dalle  presenti  molestie 
liberala.  La  quale  se  la  vita  di  lui  piìi  che  la  morte  o  esi- 
lio tra  tanto  stimasse  utile  alla  causa  comune,  egli  niuna 
cosa  serbandosi,  quella  insieme  con  l'avere,  e  col  sangue 
de'proprj  figliuoli  largamente  le  proferiva  Fu  a  Lorenzo  in 
poche  parole  risposto  da  chi  a  questo  fu  eletto  ,  che  egli 
stesse  di  buon  animo  ,  perciocclic  a  lui  conveniva  di  vivere 
e  di  morire  con  la  sua  Repubblica;  e  perchè  egli  conoscesse 
che  eglino  di  lui  quella  cura  aveano,  che  di  caro  e  buon 
cittadino  si  deve,  gli  deputarono  dodici  uomini  per  guardia 
della  sua  persona.  Poi  avuto  parere  di  Bartolommeo  Sozino, 
di  Francesco  Aretino,  di  Lancillotto  Decio  ,  del  Bulgarino  , 
d'  Andrea  Panormita  ,  di  Pier  Filippo  Cornio  ,  e  d'  allri  grandi 
canonisti  e  teologi,  come  non  ostante  le  censure  del  pon- 
lelìce  da  cui  già  erano  slati  scomunicati,  eglino  appellandosi 


i 


LIBRO   VENTIQL'ATTUESIMO.  2iS 

al  futuro  concilio,  potcano  far  celebrare  i  divini  udìcj   nella 
loro  ciltò  risposero  al  papa  in  modo,  che  la  guerra  che  cal- 
damente era  incominciala  con  molla  maggior  cadczza    s'at- 
teso a  proseguire.  E  porche  il  papa  incominciasse    a  sentir 
ancor  egli  parie  delle  molestie,  Cu  mandato  a  Roma  Guido 
Antonio  Vcspucci;  perchè  unito  con  gli  ambasciadori  Fran- 
zpsi,  i  quili  a  ciò  venivano  pronti,    proieslasse   la    disubbi- 
dienza al  pontefice  ancorché    quelli   de' confederati    non    vi 
concorressero.  A  Donalo  Acciainoli,  il  quale  ancor  non  era 
partito  per  Francia  fu  commesso,  che  senza  più  rilardare  a 
a  quel  cammino  si  volgesse ,  ma  con    ordine    che  è    il  Ye- 
spucci  per  viaggio  visitasse  e  ringraziasse  i  Perugini;  i  qnnH 
avcan  di  nuovo  significalo  di  voler  vivere  in  lega  con  i  Fio- 
rentini ;  e  TAcciaiuoli  abboccatoisi  in  Mdano  col  duca,  e  con 
gli  ambasciadori  de' collegati,  con  esso  loro  innanzi  ad  ogni 
altra  cosa  il  tutto  partecipasse.  Tra     questo    mezzo  a' 14  il 
campo  de  nirnici  si  era  ridotto  sul    Balarco    tra    Montopul- 
ciano    e  Turrita  ;  ove  essendo  a'cuni  di  loro    scorsi    a  Va- 
llano gagli.ird  imente  fur  ributtati,  benché  il  campo  della  Re- 
pubblica ,  dubitando  di  non  esser   costretto    a    venire    con 
disvantaggio  a  giornata,  si  ritirasse  pianamente  verso  Arezzo. 
1  Dieci  dubitando  per  questo  di  Valiano,  oltre  le  genti  che 
v'erano  dentro,  vi  mandarono  a'!5  Pier  Andrea  Corso  con 
ia  sua  compagnia,  e  fingendo  di  non  avvedersi  del  mal  ani- 
mo de' Senesi  scrissero  a  quella  Repubblica,  proferendoli  le 
loro  forze,  se  per  avventura  facea  lor  bisogno  d' aiuto  ,  per 
vietare  a'nimici  il  passar  per  i  loro  paesi.   Ma  bene  in  Ge- 
nova la  ribellione  conlra  il  duca  era  scoppiata;  onde  i  Dieci 
da  lui  richiesti,    furon  costretti    rimandarli    Giovanni    Conti 
per  servirsi  in  quella  guerra  della    persona    sua.    11    di  se- 
guente i  nimici  si  levarono,  e  i  nostri  per  non  esser  colti 
alla  sprovveduta  gli  si  fecero  innanzi ,  ma  non  seguì  altro  , 
a' 17  si  ridussero  sull' Ombrone  in  quel  di  Siena  in  un  luogo 
comodo  a  passare  su  quel  di  Firenze  ;    così    per   la    via    di 
VaMambra  ,    come  per    quella  di  Valdelsa  ;    nel    qual    dì  il 
campo  de' Fiorentini  venne    a    ponte    romito,    luogo    posto 
nello  sboccar  di  Valdarabra  ;    ma  per   numero,  e  per    capi- 
tani a  quello  de' nimici  mollo  disu.^ualc  ;  perciocché  in  que  I(! 
era  cerio  esser  finalmente    sessfintadue    in    scssantaqnallro 


216  df.ll' ISTORIE  Fiorentine 

squadre,  e  in  qiie-;to  erano  appena  qiiaraiila.  Quello  d  li 
(lucili  di  C;>lavria  e  d' Urliino  peritissimi  capitani,  e  per 
la  qualità  loro  molto  slimati  era  condotto;  dove  questo  non 
a\end')  capitano  alcuno  che  a  tulli  potesse  comandare  ,  era 
assomiglialo  ad  un  corpo  senz'anima.  Sopraggiugnevano 
pure  ogni  giorno  di  nuove  genti,  fra  le  quali  e  Giberto 
dc'sigiìoii  di  Coreggio,  e  Teodoro  Trivulzio  nipote  d  Jacopo, 
e  alisi  lullavia  andavano  comparendo;  oltre  esser  arrivati 
gli  ambasciadori  Veneziani  Giovanni  Emo  ,  e  Bernardo  Bem- 
bo ;  la  cui  venula  fu  nUreniudo  grata  a'Fiorenlini  ;  ma  gli 
iiiiuiiei  arrivali  a' 18  tra  Querciarossa,  e  il  ponte  a  bottone, 
e  cavalcando  forte,  detler  sospetto  che  non  volessero  an- 
dari- alla  Ca  11  Tina.  È  questo  luogo  posto  a  olio  miglia 
presso  di  Siena,  onde  quello  de' Fiorentini  venne  la  sera 
de' 19  a  Monlcvarchi  prr  venir  verso  Radia  quando  i  nimiii 
alla  line  prcser  li  via  di  Rencine.  Ma,  mentre  s' altiMìiieva  a 
pianlar  le  bombarde  ,  una  parte  trascorse  alla  Castellina  ,  a 
(<ol!e,  e  a  Sangirnignano  predando,  e  ardendo  il  paese  con 
(Igni  sorte  di  crudeltà;  presero  Talcone,  S.  Agnesa,  e  Cep- 
l^eicilo,  con  al're  bicocche  per  Chianti ,  e  infino  a  Poggi- 
iionsi  ogni  tosa  riempierono  di  spavento  e  di  paura,  il 
G  licciardini,  il  quale  ai  21  era  arri\ato  a  Greve,  dubitandu 
clic  i  iii.Tiiri  non  venissero  alla  volta  di  Firenze,  però  clie 
rg!i  doveva  venire  per  questo  ad  ac  amparsi  al  Poggio; 
ine. lire  sta  sospeso  se  doveva  accostarsi  con  le  genti  delln 
{'icpubblica  per  Valdirubbiana,  o  per  la  via  di  Meleto  vi'rsi> 
l'anzams  gli  fu  da' Dicci  lodata  la  via  di  Aleleto;  parend  « 
(  lie  l'altra  fosse  più  1  uiga  patisse  di  vettovaglie  e  per  es- 
sere talliva  fosse  dilTicile  a  pissaie;  e  perche  Luigi  sim 
iraltllo  ultra  volta  aveva  guidato  esercì  i  iti  tempo  tii  Gi- 
bmondo  Malatesla  per  questi  luoghi  glielo  mandaiono  per 
compagno.  Veggendo  i  Fiorentini  in  questo  mìdo,  che  tul- 
(avia  le  cose  s'andavano  maggiormente  slrigncndo,  atter.- 
do:ino  a  sollecilare  i  confederali  a  mandar  gli  aiuti  che  ri- 
Tnancvano  ;  e  sopratutlo  tre  capi  proponevano  per  salvezza 
loro,  e  per  onore  e  gloria  comune;  ne' quali  essi  stimava  .o 
«he  la  somma  di  tulle  le  cose  consistesse  Che  concorres- 
sero a  torre  l'ubbidienza  al  papa,  che  creassero  capi  ano 
generale,  e  che  guerra  si  movesse  per  mezzo  del  signor  di 


LIBRO    VENTIQUATTRESIMO.  217 

Faenza,  e  di  Ginanni  Bniivoi^lio  a  Imola,  poiché  non  po- 
tendo quelle  genti  farsi  venire  di  qua  rimanevan  di  là  oziose 
e  inutili,  oltreché  Gnidaccio  figliuolo  di  Taddeo  già  signor 
d'Imola  promelt(va  col  favor  della  lega  di  far  gran  movi- 
menti in  quella  ciilà.  Concorsero  i  Veneziani  a  torre  l'ub- 
bidienza in  caso  che  il  papa  non  si  risolvesse  a  levar  l'arme 
e  le  censure.  Porgev.mo  speranza  di  capitano  ;  ma  il  mover 
guerra  a  Imola  non  parca  che  fusse  approvalo,  per  dimo- 
strar forse  che  l'arme  prese  fossero  solamente  per  difen- 
dersi e  non  per  offendere.  I  Fiorentini  veggendo  che  i  Ve- 
neziani benché  tardi  concorrevano  ale  cose  necessarie;  e 
del  duca  o  slato  di  Milano  polendo  promettersi  quanto  di 
se  medesimi,  mandarono  Girolamo  degli  Albizi  a  Ferrara 
per  vedere  di  condor  quel  signore  con  online  che  a  Bolo- 
gna visitasse  Giovanni  Bentivoglio,  e  i  conservadori  di  quel- 
lo stato,  confortandoli  a  favorir  vivamente  l'impresa,  poiché 
così  il  bisogno  il  richiedea  ;  imperocché  i  niraici  avendo  già 
occupalo  Kencine,  faceano  vista  di  voltarsi  alla  Castellina.  I 
Sanesi  si  erano  scoperti  nimici  e  la  guerra  molto  difforme 
da  quelle  che  per  tempi  passali  s'erano  costumate  in  Italia, 
purea,  molto  crudele  e  rabbiosa,  oltre  le  prede  e  l'arsioni, 
menandone  infin  le  donne,  e  i  fanciulli  prigioni ,  che  trova- 
vano su  pei  campi.  I  Guicciardini  iraltanlo  s'  eran  ridotti  al 
Poggio,  la  qual  cosa  quietò  grandemente  l'animo  dei  Dicci. 
Ma  sentendo  eglino,  che  nel  campo  per  non  vi  esser  capo. 
e  per  esservi  molli  signori  e  condottieri  di  diversi  luoghi 
non  vera  ubbidienza,  né  ordine  alcuno;  diedero  ordine,  che 
quattro  di  essi  avesser  la  cura  di  tutto  l'esercito,  a"  quali 
tulli  gli  aliri  intìn  che  il  capitano  si  fusse  crealo  dovessero 
ubbidire.  Costor  furono,  il  conte  di  Piligliano,  il  signor  delli 
Mirandola  ,  Giovanni  Jacopo  Tr.vulzio  e  Alberto  Visconti. 
1  nimici  a  26  s'accamparono  intorno  alla  Castellini,  ove  il 
dì  avanti  v'era  staio  mandato,  oltre  il  presidio  ordinario, 
(iiovanni  della  Vecchia  ,  e  i  balestrieri  a  cavallo  del  conte 
Pier  Nofri ,  e  commesso  che  lutti  quelli  strami  che  vi  erano 
attorno,  i  quali  non  fosse  tempo  da  riporli  ,  s'ardessero;  e 
piirendo  che  il  campo  per  trovarsi  al  Poggio  fusse  in  luogo 
sicuro,  si  mandarono  fanti  a  Radda,  a  S.  Paolo  ,  a  Panzana  , 
a  S.  Donato  e  a  Barberino;  e  diedesi    ordine    che  Niccolò 


218  rf-ll'istorie  fiorentine 

da  Carpi  e  Bernardino  da  Todi,  i  quali    partitisi  di   Monte- 
pulciano por  lacaltiva  aria,  erano  venuli  ad  alloggiare  a' bor- 
ghi di  Vagliano,  attendessero    ad  infestare  il   contado.  I  ni- 
mici  o  perchè  avessero  altro    nell'  animo,  o   per   tener  più 
sospesi  i  Fiorentini,  non  finirono  di  piantar  le  bombarde  in- 
torno alla  Castellina  infino  rfl  primo  dì  d'Agosto,  nel  quale 
fu  fatto  prigione  da' Fiorentini  Giordano  Orsino    da  Collallo 
benché  prestamente    fusse  poi   liberalo;    la  qual  cosa  facca 
tornare  i  Dieci  a  conTorlarc  i    Veneziani,    e   per  loro  Ber- 
n.trdo  Bembo  alla  risoluzione  di  creare  il  capitano,  alla  quale 
quel  senato  veniva  tardo,  così  per  sua  natura,  come  per  es- 
ser di  que'dì  quindici  mila  Turchi  passali  nel  Friuli,  e  ri- 
pieno tutto  quel  paese  di  terrore.  Ma  i  Dieci  senza  aspetlar 
.'litro,  mandarono  di  nuovo  Jacopo  Lanfr.ediiii  a  Balogna  ,  e 
poco  di  poi  Cristofano  Spini  con  dieci  mila  scudi  a  Ferram, 
acciocché  quel  signore  si    conducesse  ;    perciocché  in  cam- 
pagna si  Iravag'iava  gagliarJamente  dall'una  parte  e  dall'al- 
tra. I  nimici  altendeano  a  balter  la  Castellina,  ove  i  capitani 
fiorentini,  non  ostante  esservi  attorno   col  campo  «vcano  in 
piij  volte  entromesso  quaranta  fanti  e  Giovanni  Jacopo  Tri- 
vulzio  avendo  cavalcalo  in  Valdimersa  avea  guasto  tutte  quel- 
le mulina,  delle  quali  si  servivano  i  niraici,  prelato  bestiami, 
fatto  prigioni,  e  dato  loro  altri  incomodi  di  che    fu  grande- 
mente lodato  da'Dieci.  Ardendo  in  questo    modo   la  guerra 
in  Toscana,  non  erano  minori  gli  affanni,  che  riceveva  ella 
dalla  peste;  la  quale  già  si  era    incominciala    a  sparger  per 
tutto;  onde  tra  per  F  una  cagione  e    per    l'altra,  morivano 
spesso  di  molli  soldati,  e  talora  de' condottieri  istessi,  come 
fu  la  morie  di  Giovanni  da  Scipione  ;  la  quale  molto  increb- 
be alia  Repubblica.  Suscitaronsi  tra  questi  rumori  le  cattive 
disposizioni,  che  erano  in  città  di  castello  tra  Lorenzo,  Giu- 
stino e  Niccolò  Vitelli,  dove  trovandosi    vicino    Bernardino 
da  Todi  era  venuto  co' Castellani  alle  mani,  e  feritovi  grave- 
mente e  fatto  prigione  Giovanni  Francesco  da  Piandimelelo. 
La  Repubblica  avea  deliberato  che  in  ogni  modo  al  Vitelli, 
il  quale  era  stato  cacciato,  si  desse  aiuto,  disegnando  man- 
darli i  figliuoli  di  Ruberto  Sanseverino,  col  conte  Ugo  San- 
severino,  che  erano  stati  mandali  da'  Veneziani  nel  campo; 
ma,  avendo  inteso  che  in  ciltà  di  Castello  vi  era  entrato  un 


LIBKO   VENTIQUATTRESIMO.  219 

vicclegalo  dil  papa  con  Braccio  Baglioni,  fu  scritto  ai  Vi- 
Icili  che  lasciasse  per  ora  posar  quelle  cose  ,  e  egli  con  le 
sue  genti  si  ritirasse  tra  il  Borgo  Anghiari  e  Monterdiio 
per  la  guardia  di  quelle  terre;  ma  quelli  della  Castellina 
avendo  per  molti  di  fallo  valorosa  resistenza  a'nimìci  a'ii, 
pattuirono  d'arrendersi  se  per  tutti  i  ISnon  erano  soccorsit 
di  che,  essendosi  variamente  consultato  in  Firenze,  si  deli- 
berò che  non  si  dovesse  per  questo,  mettere  in  pericolo  lo 
esercito,  con  la  conservazione  del  qu<ile  speravano  poter 
coHscrvare  tutti  i  luoghi  loro  importanti;  per  la  qual  cosa 
venuto  il  di  disegnato,  la  terra  si  rese  e  il  dì  seguente  fece 
il  medesimo  la  ròcca,  nel  qual  giorno  i  nimici  andarono  a 
Radda.  I  Veneziani  stretti  dalle  continue  preghiere  del  Pan- 
dolfini  aggiunsero  la  condotta  di  mille  fanti  ;  per  la  qual  cosa 
mandarono  Rinaldo  Guavardi  a  Firenze,  il  quale  col  Bembo 
andò  a  vedere  il  campo,  come  i  di  addietro  aveva  fallo  mon- 
signore d'Argentone  ambisciadore  del  re  di  Francia  per 
poter  presentemente  considerare  i  bisogni,  e  quello  che  si 
conveniva  fare,  in  guerra  così  importante.  Quelli  di  Radda 
nel  giiigner  del  campo  avean  fatto  buone  e  gagliarde  dimo- 
strazioni,  e  perciò  si  ragionò  soccorrerla,  mostrando  mas- 
simamente Francesco  Carcherelli  i  luoghi  onde  si  potea  co- 
modamente ciò  fare  ,  perchè  si  attese  a  ingrossare  il  campo: 
ma,  non  osando  pigliar  risoluzione  alcuna  valorosa  per  la 
quantità  de'  nimici,  lasciaron  loro  la  via  aperta  di  calar  nel 
VaUlarno,  e  di  predare  in  discorrendo  il  paese,  Lamole,  Gu- 
viUe  la  badia  di  Collibuono,  Castelnuovo  in  Valdarno,  Mon- 
tegrossoli,  e  altri  luoghi  de' cittadini ,  e  di  prediire  e  abbru- 
ciare ciò  che  trovavano.  E  benché  Jacopo  Guicciardini  fosse 
venuto  a  Firenze  per  vedere  con  i  Dieci  quello  che  in  tal 
s'avesse  a  fare.  Radda  nondimeno  senza  pò  ter  essere  altri- 
raenli  soccorsa,  pervenne  in  poter  de'nimici  a'26  d' agosto. 
La  qual  contra  i  patti  fu  da"  nimici  abbruciata.  A'  27  calarono 
verso  Brolio  e  Cacchinno,  nel  qual  dì  per  lettere  di  Fran- 
cia si  ebbe  come  quel  re  manderebbe  in  aiuto  della  Repub- 
blica cinquecento  lance  in  compagnia  del  duca  di  Calavria  fi- 
gliuolo di  Carlo  d'Angiò;  le  quali  si  stimava  che  sarebbon 
venute  a  mezzo  settembre  ;  e  speravasene  ogni  buon  suc- 
cesso con  1'  arrivata  dell'Argentone,  al  quale  in  partendo  di 


220  dell'  ISTOUIE    FIORENTINE 

Firenze  erano  stale  donale  cinquanlacinque  libbre  d' arienlo 
lavoralo  in    vascllamenli    da    tavola.    Questo    avviso    ricreò 
grandemente  i    Fiorentini  e    massimamente    perchè   due  d'i 
poi  sopraggiunscro  lettere  di    Ferrara    dall' Albizi,    come  il 
duca,  benché  la  pratica  della  sua  condotta  fusse  presso  che 
guasta,  si  era  finalmente    risoluto  di  mettersi    a' 30  in  cam- 
mino, rimettendosi  mollo  lilieralmente  dello  stipendio  ne' Fio- 
rentini ;  il  qual  era  i  dì  addietro   stato  trattalo  per  quaranta 
mila  scudi  in  tempo  di  pace  e  sessanta  mila  per  guerra.   E 
nondimeno  queste  buone   novelle     erano   contrappesale    dai 
cattivi  avvisi  delle  cose  di  Genova,  ove  essendo  le  genti  du- 
chesche  venute  alle  mani  co' Genovesi  vi  erano  state  rotte, 
e  oltre  seicento  di  loro  morii,  quasi   la  maggior  parte  fattavi 
prigione.  Perchè  fa  comandato  a  Tommaso    di    Saluzzo  che 
rimanesse  a  guardia  di  Serrazzana,    non    ostante    che    poco 
innanzi  gli  fusse  slato   scritto    che    ne    venisse    co' suoi   in 
campo.  Ma  s'incominciava  anche  a  dubit.ire    di    Brolio,  ove 
i  nimici  si  erano  volti,  benché  con  Bernardo  Corbinelli,  il 
quale   era  in  quei  luoghi  commissario,  fossero  Jacopo  della 
Sassetta  condotliere  di  chiaro  nome ,  Scaramuccia  di  Santa 
Croce,  Alfonso  Spagnuolo,  1'  Anghiarino  e  altri  conneslabili 
pratichi  e  valorosi,   nel  nn  sliero    dell'arme.  Già    era    stato 
tratto  nuovo  gonfaloniere  di  giustizia  Simone  Zati  e  entrata 
la  nuova  signoria,  a  cui  oltre  i    sospetti    di    Chianti    erano 
ginnte  novelic,  ccme  Donato  Acciaiuoli  senza  poter  passare 
in  Francia  si  era  morto  in  Milano.  Increbbe  grandemente  la 
morte  di  così  fatto  cittadino  alla  patria,  perciocché  Donato 
fu  uomo  non  solo  chiaro  per  la  cognizione  delle  lettere  gre- 
che e  per  li  studj  della  filosofia,  ma  molto  alto    ne' maneggi 
civili;  onde  la  RepL:b!>lica  sj)erava  grande  benclìzio  in  ogni 
suo  grave  acci  lente  della  destrezza  e  prudenza  di  così  fatto 
uomo;  la  quale  per  lironoscerlo  in  morte,  poiché  in  vita  nou 
aveva  potuto,  gli  fece  l'esequie  del  pubblico,  (iolò  due  delle 
sue  figliuide  femmine,  e  a' maschi  scemò  le  gravezze,  con  depu- 
tar quattro  cittadini  per  lo  governo  della  sua  fa  raiglin.  E  per- 
chè le  cose  pubbliche   intanto    per  la  sua  morte  non  patis- 
sero, fu  in  un  suo  luogo  deputato  per  ire  in  Fra  icia  Guidan- 
lonìo  Vespucci,  già  tornato  di  Roma  in  tempo  che  i  nimici 
battevano  Mortaio.  Difesersi  quelli  di  dentro  valorosamcnle, 


MBP.O   VENTIQUATTRESIMO.  221 

e  (lelter  lanlo  di  lempo  ,  che  in  Brolio  potè  enirar  l'Anghia- 
rino,  e  Balzarino  in  Cacchiano,  ove  posero  polvere,  piombo  e 
ferro,  oltre  aver  mandalo  prima  a  Cicchiano  quatirocenlo 
fanti.  Ma  per  tulle  quesle  provvisioni  nm  si  sperava  che 
questi  luoghi  avessero  a  tenersi;  nondimeno  non  pareva  ai 
Fiorentini,  far  poco,  se  Iratlencndo  il  nimico  in  tali  acqui- 
sti, davan  lempo  a  venirne  il  verno,  e  per  conseguente  o  a 
stancar  gli  avversar],  o  a  ingrossar  tanto  il  campo  ,  che  si 
potesse  mostrar  loro  il  viso  ,  e  coslrignerli  a  pensar  non 
tanto  ad  offender  al; ri,  quanto  a  difonder  se  stessi.  A  che 
parca  che  avesse  dito  buon  principio  l'essere  agli  8  del 
mese  arrivato  a  Firenze  il  duca  di  Ferrara  ,  e  nel  mei'e- 
simo  di  Tesser  giunto  con  dugentocinquanla  cavalli  e  poco 
meno  di  dugerito  fanti  il  marchese  di  Siluzzo  a  Pisa.  Fer- 
jnossi  la  condotta  col  duca  di  Ferrara  in  nome  del  duca  di 
Milano  e  de' Fiorentini ,  con  promessa  che  fra  un  mese  i 
Veneziani  ratitìi  hcrebbono;  e  senza  più  ritardare,  a"  i2  parli 
per  ire  al  campo,  nel  qual  dì  v'  erano  lettere  come  i  nimici 
ballevan  forte  il  c.issero  di  Brolio,  e  già  n'  avcvan  diveltato 
una  parie.  Fu  per  questo  mandato  Bongianni  Gianfigliazzi 
in  Valdarno,  penhè  con  le  genli  di  là  desse  alcun  soccorso 
a  Brolio ,  ma  prima  che  egli  potesse  ciò  fare  Brolio  ;  ai 
14  si  rese  a'nimici,  i  quali  siccome  avevan  fatto  a  Radda  , 
senza  osservar  a  quelli  di  dentro  promessa  alcuna  ,  entrali 
che  vi  furono  dier  la  terra  a  sacco,  abbruciaronvi  molle  ca- 
se, e  gillarono  a  terra  parte  delle  mura.  Quindi  andarono  a 
Cacchiano,  il  qunl';  preso  che  fusse  ,  si  dubitava  che  non 
venissero  al  Poggio.  Per  tanto  il  duca  di  Ferrara  giunto 
(he  fu  al  Poggio,  fece  intendere  a' Dieci  come  per  sicu- 
rezza del  campo  gli  fai  èva  bisogno  aver  quattromila  fanti 
vivi;  e  che  la  gente  d'arme,  la  qual  era  in  molti  luoghi  di- 
spersa ,  senza  perder  momento  di  tempo,  tiilla  al  Poggio  si 
riducesse.  La  qual  cosa  fu  comandala  che  si  eseguisse  con 
ogni  pre'»tezza.  Intanto  quelli  di  Cacchiano  essendo  assalili 
fecero  gagliarde  dimostrazioni.  Ne  i  fanti  che  erano  a  Mon- 
ieluco  furono  di  picool  danno  a'  nimici,  i  quali  mentre  at- 
tendeano  a  piantar  le  bombarde  intorno  a  Cacchiano,  ven- 
nero alcune  squadre  di  loro  verso  la  Castellina  soli' ombra 
di  fare  scorta  ad  una  bombarda;  ma  invero  per  tirar  i  Fio- 


222  dell'istorie  fiorentine 

renlini  a  combatlere,  avendo  messo  in  ordine  altre  squadre 
per  pigliarli  in  mezzo;  ma  essendo  eglino  di  ciò  avvisali, 
la  cosa  non  ebbe  altro  effetto.  Piantale  finalmente  le  bom- 
barde, i  nimici  a'  20  si  posero  intorno  a  Cacchiano  da  tre 
lati,  il  quale  essendo  battuto  quasi  continuamente,  a' 24  il 
preser  per  forza,  arserlo  e  saccheggiaronlo  senza  ricever  i 
Mimici  offesa  alcuna  da  quelli  del  campo.  Ricevettero  sola- 
mente i  Sanesi  alquanto  travaglio  da  quelli  di  Sansovino , 
ov'era  coramessario,  Vanni  Strozzi,  perciocché  usciti  quelli 
di  dentro  incontro  a' nimici,  li  rimisero  infino  alle  porte 
d' Asinalunga,  abbruciarono  intorno  il  paese  a  cinque  mi- 
glia, presero  una  fortezza  detta  Amorosa,  menarono  grandi 
prede  di  bestie  grosse  e  minute ,  e  fra  molti  uomini  che 
fecero  prigioni  presero  Carlo  di  Forma  e  il  Corsetto  con- 
dottieri de'  Sanesi,  benché  in  condurli  a  Firenze  il  Cerselto 
fosse  scampato.  Non  ardirei  di  scriver  quello  che  io  sono 
per  dire,  se  dai  libri  de'  Dieci  per  piìi  lor  lettere  tutto  ciò 
manifestamente  non  si  confermasse.  Mentre  Cacchiano  si 
balte  e  i  Fiorentini  sono  allenti  a  pigliar  il  punto  dell'A- 
strologo per  r  ora  e  il  dì,  nel  quale  il  bastone  al  generale 
si  dovea  consegnare,  non  prima  quasi  dell'oracolo  dispo- 
sti, ebber  balìa  di  poter  ciò  fare,  che  a'  27  del  mese  dopo 
le  sedici  ore;  scrivendo  i  Dieci  a  Lorenzo  de' Medici,  che 
diligentemente  quel  punto  osservasse  ,  nel  quale  il  Cielo 
ogni  cosa  felice  promettea,  dove  avanti  alle  sedici  ore  ro- 
YJna  e  pericoli  venivano  minacciate  grandissime.  Queste  sì 
fatte  superstizioni  mi  fanno  credere  aver  indotto  per  avven- 
tura in  que'  tempi  il  dottissimo  Giovanni  Pico  a  scrivere 
dodici  libri  contra  questa  generazione  d'  uomini.  Dettero  il 
bastone  al  duca  da  parie  de'  Fiorentini  Lorenzo  de'Medici,  e  in 
nome  del  duca  di  Milano  Gio.  Jacopo  Simonetta  suo  amba- 
sciadore  ;  nel  qual  giorno  i  nimici  dopo  la  presa  di  Cac- 
chiano s'  accamparono  a  Selvamaggio  luogo  de'  Sanesi  po- 
sto in  su'  confinì  ;  onde  levatisi  a'  29  presero  il  cammino 
inverso  Valdicbiana.  Con  questa  levata  crebbe  l'animo  ai 
Fiorentini,  perchè  commisero  al  capitano,  che  si  levasse  dal 
Poggio  col  campo  e  entrando  in  quel  de'  Senesi  vedesse 
di  far  loro  quel  maggiore  male  che  fusse  possibile  ;  ma 
con  questo  avvertimento,  che  bisognando  in  qualunque  oc- 


LIBRO   VENriQOAl'TRESIMO.  223 

easionc  .  potesse  prima  che  i  nirnici  rifrovarsi  al  Pof^gio.  Al 
Gianfigliazzi  dall'altro  cant»  scrissero,  posciachè  egli  si  ritro- 
vava con  molte  buone  genti  nel  Chianti,  che  attendesse  o 
per  forza  o  per  amore  a  ricoverare  i  luoghi  perduti,  per- 
donando a  coloro,  i  quali  da  se  volevano  rilornare  ;  la  qual 
coramessione  fu  ancor  data  a  tutti  i  vicini  luoghi  e  presidj. 
Fu  per  questo  dagli  uomini  di  Monlebonzi,  e  da  alcuni  po- 
chi fanti  ripreso  Barbischio;  ove  fur  fatti  prigioni  intorno  a 
cento  fanti  messivi  da'  Sanesi  e  fra  gli  altri  Bartolomeo 
Gozzi  con  due  altri  cittadini  Sanesi.  Il  Giafigliazzi  riprese 
Caslclnuovo  dove  era  Lorenzo  Gozzi  uomo  ricco  a  condi- 
zione, e  fecevi  un  bollino  di  qualtromila  scudi.  Riebbe  poi 
Aboia,  e  allendea  a  portarsi  valorosamente.  Il  capitano  par- 
lilo a"  4  d'ottobre  dal  Poggio,  alloggiò  alla  badia  a  Conio 
quattro  miglia  discosto,  in  tempo  che  i  nimici  s'erano  già 
fermi  intorno  a  S.msovino,  e  per  potervi  stare  atteso  e  rac- 
conciare le  mulina  di  Rapulano.  È  Sansovino  posto  in  luo- 
go che  fa  quasi  un  capo  delle  terre  di  Valdichiana,  il  quale 
quando  in  man  de" nimici  fusse  pervenuto  ,  arebbc  porlo 
loro  facilità  grandissima  e  di  svernare  ,  e  di  molestare  in 
un  medesimo  tempo  così  il  piano  d'Arezzo  e  di  Cortona, 
come  la  Valdarabra,  e"l  Valdarno  ;  per  la  qual  cosa  ben- 
ché egli  non  fosse  molto  forte  di  sito,  era  pure  slato  assai 
ben  fornito  d'uomini  e  di  munizioni;  e  trovavisi  dentro  il 
conte  Bernardino  da  Montone,  che  avea  ferocemente  co- 
mincialo a  salutare  i  nimici  con  lo  spingarde,  e  essendo  a 
Gargouza  il  conle  di  Piliglrano,  i  figliuoli  di  Ruberto  Sanse- 
verino,  e  i  Torelli  con  più  di  due  mila  fanti,  parca  che  le 
cose  stessero  m^l'o  ben  sicure,  in  guisa  che  il  duca  di  Fer- 
rara essendo  delia  b.idia  a  Conio  arrivalo  a  Monte  Castelli 
in  quel  di  Colle,  costrinse  quelli  di  dentro  a  pattuire  d'  ar- 
rendersi ,  se  per  tutti  i  sei  del  mese  dai  loro  non  fusser 
soccorsi:  il  qua]  aiuto  non  essendo  venuto,  il  dura  v'  entrò 
il  dì  diseguato,  e  lasciatolo  provvisto  n'andò  con  le  fanterie, 
e  con  circa  quattordici  squadre  al  Petraio  ;  il  quale  (  on 
una  battaglia  di  circa  sei  ore  fu  vinlo  ,  salvi  i  fanti  e  fo- 
restieri, e  ogn'  altra  cosa  a  sacco.  Furonvi  trovale  dentro 
quattrocento  moggia  di  grano,  mille  barili  d'olio,  quantità 
grande  di  biade  e  di  vino,  e  altre  ricolte,  talché  vi  fu  roba 


224  dell'  istorie  fiorentine 

di  ventimila  scudi.  Prese  ancora  in  quella  cavalcala  Mon- 
Icacuto ,  e  a'9  andò  ad  alloggiare  alla  badia  a  Isola  ,  nel 
qnal  giorno  aveano  i  niraici  con  due  bombarde  incomin- 
cialo a  ballare  Sansovino.  Era  il  duca  stalo  d'  opinione  di 
entrare  nell;i  Maremma,  e  di  seguitare  per  quella  via  a  dan- 
neggiare i  Sanesi;  ma  veggtnilo  che  i  niraici  si  erano  po- 
sti a  Sansovino  per  espugnarlo,  fece  pensiero  insieme  col 
parere  e  deliberazione  dei  Dieci  d'andar  con  lutto  il  cam- 
po al  soccorso  di  quel  luogo,  lasciando  però  genti  al  Pog- 
gio e  agli  altri  luoghi  importanti.  E  per  afFreltare  a' 12  fur 
mandati  innanzi  con  le  loro  compagnie  il  marchese  del 
Munte  tancilollo  di  Faenza,  Jacopo  Martiuengo,  Pieranto- 
nio  Allendoli ,  e  Pier  Andrea  Corso.  A' 14  di  buon'ora 
si  mo  se  poi  il  duca  col  resto  del  campo  eia  sera  al  lardi 
mollo  arrivò  alia  badia  di  Passignano  ;  avendo  lascialo  Tor- 
nilo il  Petraio  da  potersi  difendere,  ma  Monteaculo,  e  Mon- 
lecaslelii  sfasciali  per  la  morìa.  A'  15  andò  al  borgo  a  Gre- 
ve; a'  16  a  San  Giovanni;  1'  altro  giorno  si  condusse  in  Val- 
damo ,  ove  era  stalo  inconlralo  dal  conte  di  Pitigliano  e 
dal  Gianfigliazzi  per  consultare  ove  s"  avesse  a  fare  1'  ultimo 
alloggiamento  appresso  a'  nimici  ;  il  quale  essi  stimavano  per 
ottimo  quel  di  Ccggiano.  Intanto  i  nimici  allendeano  a  bat- 
tere e  a  slrigner  la  terra  gagliardamente,  onde  si  sollecita- 
va ,  che  il  campo  camminasse  oltre  con  diligenza,  non  man- 
cando i  Dieci  dal  canto  loro  di  provedere  a  tutte  quelle 
cose  che  dal  capitano  erano  proposte  ;  a  cui  avendo  chie- 
sto più  gente  ,  erano  stali  mandali  fino  a  i  cento  provigio- 
nati  che  si  tengono  in  piazza.  E  perche  aveva  fallo  diffi- 
coltà che  da  lutti  non  era  ubbidito ,  era  dal  commessario 
veneziano  stato  scritto  a  Galeotto  signor  della  Mirandola 
che  ubbidisse  a  Sigismondo  da  Esle  fratello  del  duca  ,  il 
quale  con  otto  o  nove  squadre  veniva  di  Lombanlia,  fecero 
intendere  i  Dieci  che  per  la  via  di  Casentino  s' inviasse  ad 
Arezzo.  Il  duca  dunque  seguitando  il  cammino  preso  a'  18 
l'alloggiamento  sotto  Civileila,  tenendosi  per  fermo  seconlo 
le  cose  deliberate  ,  che  il  dì  seguente  dovesse  allosrgiar« 
a  Ceggiano  due  miglia  presso  a'nimici,  quando  per  lettere 
sue  s'intese  non  poter  essere  a  quell'alloggiamento  senza 
danno  e  manifesto  pericolo  dell'esercito;  oltre  che  il  ripu- 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO  225 

lava  debole  e  esser  necessario  fortificarsi;  e  per  questo  es- 
sersi fermo  sotto  Civilella  cinque  miglia  lungi  dai  Monte  ; 
non  ostante  che  il  conte  di  Pitigliano  perseverasse  tutta- 
via caldamente  ad  approvare  1'  alloggiamento  di  Cegginno  : 
a  che  concorrevano  i  commessarj  Iacopo  Guicciardini  ,  e 
Bongianni  Gianfigliazzi;  i  quali  già  si  erano  accoppiati  in- 
sieme ,  essendosene  Luigi  tornato  a  Firenze.  Nelle  quali 
dispule  mentre  si  perde  inutilmente  il  tempo  ,  si  cominciò 
a  parlare  di  tregua  ;  !a  quale  trattala  da  Giordano  Orsino 
da  Collalio  ,  e  il  conte  di  Pitigliano,  fu  a' 22  conchiusa  per 
otto  giorni  con  due  dì  di  disdella  ,  permettendo  che  cosi 
V  un  campo  come  1'  altro  potesse  andare  a  saccomanno  in 
su  i  lor  Lerrcni,  senza  farsi  alcuna  fazione  ,  e  il  Monte  si 
stesse  ne' medesimi  termini  non  offeso  nò  soccorso.  Dice  il 
Machiaveiii ,  e  così  si  cava  dai  libri  de'  Dicci  ,  che  la  tre- 
gua fu  mossa  da  nimici  ;  i  quali  ridotti  in  molte  difficullà 
per  la  vicinila  dell'esercito  fiorentino,  si  sarebbon  trovati  a 
cattivo  p-rtilo  se  non  avessero  avuto  spazio  di  riordinare 
le  cose  loro.  E  nondimeno  dal  canto  di  qua  senza  pigliar 
mai  risoluzione  che  buona  fusse,  s'attese  conlinuamente  a 
disputare  degli  alloggiamenti  ;  avendone  il  duca  proposto 
sotto  Gargonsa  piìi  a  proposilo  e  più  forte  e  approvato  per 
buono,  se  non  che  ricevea  la  medesima  difficuUà  che  non 
vi  si  polca  andare  scuza  pericolo.  Onde  i  Dieci  si  dolevano 
e  rammaiicavansi  di  cuore  ,  che  per  la  disunione  dell'  opi- 
nioni del  capitano,  e  de' condettieri  si  perdesse  l'occasione 
di  soccorrere  il  Monte.  Se  durava  la  tregua  dicevano  essi, 
e  il  capitano  con  pochi  cavalli  si  trovava  presso  al  campo 
de' nimici ,  a' quali  non  era  vietato  far  bastìe,  tagliate,  cai- 
tri  preparamenti;  perchè  l'Esercito  non  poter  andare  senza 
pericolo  a  Gargonsa,  s'era  forte  ,  o  fortificai  Caggiano  se 
era  debole?  se  cosa  c-rta  era  che  i  nimici  si  trovavono 
consumati  dalla  carestia  di  vettovaglie  ,  e  di  strati!!  ,  col 
morbo,  e  in  un  paese  dove  le  piove  li  potevano  olTender 
molto,  perchè  da  tale  esercito  lasciarsi  torre  il  Monte  su- 
gi' occhi?  il  quale  contentavansi  filialmente  i  Dieci  veggendo 
tanti  disordini,  che  si  depositasse  in  persona  non  sospetta- 
Ma  finito  il  mese  d'  ottobre  ,  col  quale  spirava  il  termine 
degli  otto  dì  della  tregua  ,  e  entralo  in  Firenze  nuovo  gon- 
Am«.  Vol.  V.  15 


■2ii(}  dell'istorie    FIOKENTJNE 

{rtlonicr  di  giustizia  Piero  Miiicrbelli ,  i  niniici  non  volen(i<> 
^enlite  parola  alcuna  di  proroga,  mandarono  in  campo  Gior- 
dano Orsino  con  un  cancelliere  del  duca  d'  Urbino  a  disdire 
la  Iregua  al  duca  di  Ferrara,  iraemlo  inglrumento  di  tale  di- 
sdelta. Né  perchè  da  Fiorentini  fusse  proposto,  che  il  Moile 
»ì  depositasse  in  mano  del  re  di  Francia  ,    o    deJ   collegii» 
<ie'cardinali ,  e  ullimamente  che  egli  si    mettesse   in  mano 
del  conte  Orso  ,  e  del  cavaliere  Orsino  per  renderlo  a'  Fio- 
rentini, se  seguisse  pace  o  se  non  seguisse,  a'niniici,  si  pie- 
garono a  convenzione  alcuna ,  essendo  diventati  superbi  per 
la  viltà  del  campo  <legli  avversarj,  ove  non  tra  condizione  al- 
cuna buona  .  partendosi  tuttavia  de'soldati ,  così  de'colìegati. 
come  de'Fiorentini  scn/a  licenzia  del  capitano,  e  altri  disordini 
conlra  ogni  buon  costume  rnililare.  Convenendo    dunque  o 
di  difendere  il  Monte,  o  di  perderlo  ,    si  levò  finalmente  il 
duca  di  Ferrara  con  1'  esercito  a'  4  di  novembre  por  allog- 
giar la  sera  Ira  Uliveto  e  Ceggiano    luogo    sicuro  ,  e  onde 
si  polca  dar  animo  agli  amici  e  torlo  animici.  La  qual  no- 
vella fu  senli'a  a  Firenze  con  somma    allegrezza  de'Dieci. 
benché  fosse  per  |)oche  ore  durata  ;  essendo  nel  medesimo 
giorno  arrivate  lettere  di  Vanni  Strozzi  ,    per  le    quali  scri- 
veva ,  come  ,  non  volendo  quelli  <lcl  Monte  aspettar  il  sac- 
ci» ,  aveano  sei  di  loro  uomini  mandato  a  capitolare  co'  ni- 
mici  d  arrendersi  salvo  Pavere  e  l(v  persone,  così    de'ler- 
razzani,  come  de' forestieri,  se  per  tutti    li  otto   non  fusser 
soccorsi.  Turbò  questa  cosa  grandemente  i  Fiorentini,  pa- 
rendo loro,  olire  la  perdita  di  così  imi)ortniite  luogo,  essere 
stali  scherniti  da  nimici.    Il    qual    dispiaci  re  anco    crebi)e  , 
perchè  essendo  stala  data  loro  speriiiiza  di  riaver  la  Castel- 
l.na  ,  e  per  questo  mandatovi  di   notte   tempo   cinquecento 
soldati  tra  pie  e  a  cavallo,  per  non  aver  usato  quella  virtù 
che  si  conveniva,   se  ne    tornarono    senz'aver  fatto    nulla. 
Aggiunse-i,  che  dove  si  aspettava  che  inimici,  dopo  avulo 
il  Monte  ,  il  quale  non  potè  essere  soccorso  .  si  dovessero 
ormai  ridurre  alle  stanze,    si  sentiva    esser    venule   leitcre 
dal  Pontefice,  per  le  quali  dava  ordine,   che  si    segiiiiasse 
la  guerra-  OUre  a  queste  cose  si  dubitava  che  di  verso  Pie- 
trasanta  non  venisse  gente  ,  o  per  mare,  o  per  terra,  a  danni 
della  Uepubblica.  Coalullo;iò  essendosi  i  nimici  levato  a' do- 


LIBRO    VENTIQUATTRESIMO.  227 

dici  e  arso  gli    alloggiamenti ,  incominciarono    a    dare  spe- 
ranza che  s'avviassero  alle  stanze.  I  nostri  per  sospetto  di 
Vaiiano  passaron  le  Ctiiane,  e    alloggiarono   tra   l'Olmo  e 
Pulicciano,  mentre  i  nimici  erano  tra  Foiano,  Lucignano,  e 
Asinaliinga  Ma,   veduto  che  andavono  a  svernare,  ancor  essi 
pensarono  di  fare  il  simigliante.  Né  per  tutto  ciò  restavano 
i  Fiorentini  liberi  dal  travaglio  ,   sì  per   la    vicinità    de'  ni- 
mici ;  e  SI  perchè    aspellavano    al   tempo    nuovo  la    guerra 
lauto  più  atroce  e  crudele  ,  quanto   più  per  tempo  si  polca 
cominciare  a  guerreggiare  ;    oltreché    tullavia  da   molli  lati 
sopraslavano  pericoli  gravi  e  importanti  alle  cose  loro.  Aveva 
it  re  Ferdinando  letiulo  pratica  per  mezzo  di  Piero  Baldi- 
notti  pistoiese  di    ril)el!are    Pistoia    a'  Fiorentini  ,    nel    quai 
trallalo  tenea  mano  Iicopo  de' Rossi   e   altri.  E    benché  il 
Baldinotti  fosse  fallo  prigione  da    magistrali   della    Repub- 
blica ,  si  vedea  che  il  re  non  cessava  per   ogni    via  possi- 
bile di  Iravagliare    quello   slato.    De'  Lucchesi,    benché   si 
portassero  tuttavia  bene,  si  viveva  in  un  dubbio  grande,  e 
per  questo  vi  si  tenea  quasi  continuamente  Piero  Capponi, 
e  concedevasi  loro  ciò    che    chiedevano    per   conservarseli 
amici.  Eran  fuori  quattro  galeazze  della  Repubblica  ,  sopra 
le  quali  era  di  mercanzia  quel  che  valeva  trecenlomila  scu- 
di. Il  re  posto  l'occhio  addosso  a  così  nobii  preda  preparava 
legni,  e  tenea  intelligenza  in  Genova  per  poterle  córre  alla 
trappola    Quindi  nasceva  un'altro  inconveniente   che  i  Fio- 
rentini non  si  potevano  .'■coprire  nimici  de'Genovesi,  il  che 
gravava  forte  al  <luia  di  Milano  ;  onde  la  Repubblica  fu  co- 
slreUa    giiislificarsi    con    quel    signore  ,    mostrandoli  ,    che 
quando  avvenisse  il  caso  che  quelle  mercanzie  pervenissero 
in  poter  de'Genovesi,  ciò  non  sarebbe  stato  maggior  danno 
della  Repubblica  ,  che    dello  slato   del    duca  ,    potendo  con 
quelli  danari  far  delle  cose,  che  senza  essi  non   farebbono. 
Per  cagione  di  tanti  dubbj  e  pericoli    pirve  per   primo   ri- 
medio ,  che  si  raffermassero  per    altri   sei    mesi  i  Dieci  di 
balìa  ;  e  costoro  giudicarono  che  si  dovesse  mandare  in  Ve- 
nezia un  cilladino  principale  per  trattar  del  modo,  che  s'avea  a 
tenere  per  la  guerra  dell'anno  futuro.  Questo  carico  fu  dato  a 
Tommaso  Soderini,  il  quale,  benché  vecchio  e  infermo,  prese 
colai  peso  volentieri  per  beneficio  della  patria.  jE  intanto  essen- 


228  dell'  istorie  fiorentine 

do  stato  fallo  doge  di  Genova  Balislino  Fregoso,  se  gli  scrisse, 
rallegrandosi  seco  di  quella  dignità,  benché  si  credesse  aver 
egli    fallo    lega  col  papa  e  co!  re.  E  nondimeno    essendo  i 
Dieci  richiesi!  dal  duca  di  Milano  d'aiuto  di  genti  per  for- 
nire il  borgo  di  VaMilaro  ,  ove  s'era  inviato  Ruberto  San- 
sevcrino  ,  e  Obiollo  del  riesco  con  allri  capitani  del  re,  e 
de' Genovesi,  i  Fiorentini  vi  mandarono    dugento    fanti,  e 
pregarono  i  Luccìiesi  per  mezzo  di  Piero  Capponi,  che  re- 
stasser  conienti  nìan<iar  fuori  della  loro  città  il  suocero  ,  la 
donna  e  i  figliuoli  di  Ruberto  SauKCverino;  i  quali  figliuoli, 
ad  inslanza  del  duca  di  Milano,  erano  stati  licenziati  dal  soldo 
de' Fiorcnt  ni.  Ma  i  Lucchesi  assicurando  di  voler  continuile 
neir  amicizia  della  Repubblica,  non  facevan  però    cenno  di 
miniar  fuori  alcuno  de' richiesti  ;    onde  si  preparava  che  a 
quel  comune  si  mandfissero    ambascindori    di    tutti  gli  altri 
confederali    per    farli    star    saldi    nella  divozion  delia  lega', 
massimamente  che  per  una  mossa  fatta    da    Baldassar  Gui- 
diccioni ,  e  da  Galvano  Trenta  cittadini  Lucchesi  si  viveva  in 
nuovo    sospetto  ;  i  quali  parti;i  di  Lucca  con  guide  per  vie 
e  Iragetti  inusitati  avcan  preso  il  cammino  della  riviera;  per- 
chè si  dubitava  non  tenessero   pratiche    co' nimici  del  duca 
di  Milano  ;  i  quali  ridottisi  a  Bregne  contra  le  terre  di  quel 
signore  e  de' suoi  raccomandati,  non  cessavano  di  travagliar 
il  duca  ,  e  di  tenere  in   sospetto  i  Fiorentini  ,    che    scrive- 
vano continuomcnle  al  commessario  e  capitano  di   Serezza- 
na ,  che  desse  ogni  aiuto  e  favore  possibile    alle    cose    del 
duca.  Ma  perche  facendosi  tuttavia    maggiore  il  dubbio  dei, 
fatti  di  Luniginna  per  le  cose  di  Genova  ,    non    pareva  che 
in  Serezzana  fosse  quel  provvedimento    che    bisognava,  fa 
comandalo  ne' primi  d'i  dell'anno    1479,    essendo    gonfalo- 
niere Andrea  di  Cresci,  a  Bongianni  Gianfigliazzi ,  che  i  d'i 
addietro  era  stalo  mandalo  a  Pisa  per  provvedere  a  quello 
stalo  ,  che  passasse  in  Serezzana ,    e    quivi    facesse   quelle 
provvisioni  che  più  stimasse  necessario  ,  promettendo  i  Dicci 
mandarli  Troilo  da  Bevagna ,  e  Niccolò  'V^eneziano  con  tre- 
cento fanti ,  oltre  le  compagnie  che  v'  erano  per    sicurezza 
del  luogo.  Dall'  idiro  canto  al  conte  di  Pitigliano  avevano  i 
Dicci  fatto  intendere  ,  che  egli  attendesse  a  fortificar  il  Pog- 
gio Imperiale  a  modo   suo  ,    perciocché  non  se  gli  sarebbe 


LIBRO   VESTIQCATTRESIMO.  221 

mancato  di  nulla.  Avendo  i  Fiorentini  in  lai  modo  e  allri 
simili  alle  bisogne  della  guerra  provveduto  ,  intesero  con 
grande  loro  allegrezza  l' infermità  del  papa  (  benché  fusse 
poi  riuscita  io  fumo  )  e  che  il  re  veniva  a  Tivoli  sotto  voce 
di  visitar  il  pontefice  ,  ma  veramente  perchè,  morendo,  po- 
tesse esser  presente  a  fare  un  papa  a  suo  modo.  Quel  eh? 
arrecò  loro  incrcdihii  piacere  fu  la  venula  di  sei  ambasc  a- 
dori  francesi;  che  a' 10  dtl  mese  fecero  una  solenne  entrata 
in  Firenze.  Costoro  venivan  mandali  dal  re  per  protestarsi 
al  papa  di  concorrere  con  la  fortuna  de'  Fiorentini ,  se  egli 
della  guerra  non  si  rimanea,  i  quali  partiti  di  Firenze  a'16, 
dopo  aver  co' signori,  e  co' Dieci  trattato  le  cose  necessa- 
rie ,  seguitarono  la  via  di  Roma  con  promessa  di  far  buon 
frutto  come  fecero  gli  ambasciadori  dell' imperadore .  che 
arrivati  a  Firenze  due  giorni  dipoi,  e  mostrato  come  Cesare 
desiderava  la  quiete  e  pace  d'Italia,  poiché  ebbero  inteso 
come  ciò  era  parimente  desiderio  della  loro  Repubblica , 
promisero  di  far  ogn'  opera  col  pontefice  che  le  cose  si  rac- 
chetassero. Traltanto  non  erano  restati  oziosi ,  ancorché  fosse 
nel  profondo  del  verno,  gli  effetti  della  guerra,  perciocché 
Ottaviano  Alidosio  con  permissione  de'  Fiorentini  avea  fatto 
correrie  e  preso  de'prigioni  in  quel  d'Imola.  Il  duca  di  Ca- 
lavria  facea  radunata  nel  piano  di  Rusia,  e  accennava  vo- 
lersi volgere  a  Volterra.  Ruberto  Sanseverino  col  conte  Giu- 
lio ,  Lodovico  Fregoso  ,  e  Obietto  del  Fiesco  era  venuto  a 
Chiaveri  ,  ove,  fatto  campo  grosso,  de'Ior  partigiani  con  gran 
numero  di  genti  eran  venuti  in  Luniginna  a' danni  del  duca 
di  Milano  ,  e  della  Repubblica.  E  quivi  avendo  preso  tre 
castellella  di  madonna  Teodorina  raccomandata  del  duca  , 
a' 15  avean  passato  la  Magra  e  dato  uno  assalto  a  Serezzana, 
dalle  cui  mura  erano  stali  feroceraenle  ributtati  con  molla 
lode  di  quelli  di  dentro  ;  i  quali  corsero  iufin  dentro  le 
sbarre  de'  nimici  :  ancorché  né  a  Bongiauni  Gianfigliazzi . 
né  a'Dieci  piacesse  del  tutto  cotanta  animosità,  parendo 
loro  di  metter  troppo  in  arbitrio  della  fortuna.  Quasi  nel 
medesimo  tempo  gii  Svizzeri  che  avevan  guerra  col  duca  di 
Milano,  commossi,  come  si  credette,  dal  re  di  Napoli,  cala- 
rono in  gran  numero  in  Bellinzone,  e  posersi  ad  assediare 
quella  terra,  ma,  per  soccorso  venuto  a  gli  assediali  di  Mi- 


230  dell'  istorie  fiorentine 

lane  ,  furono  coslrelti  partirsi  in  fuga  ,  e  arebbono  apparale 
quello  che  fiisse  l'andare  altrui  molestando;  se  un  accidente, 
col  quale  si  conobbe  quanto  nelle  cose  militari  vaglia  la 
fortuna,  di  rolli  non  li  avesse  reso  vittoriosi.  Costoro  es- 
sendo seguitati  si  posero  a  rotolare  di  grandissimi  sassi  di 
su  le  bahe  onde  fuggivano  addosso  a  coloro,  da' quali  erano 
cacciali;  la  qual  cosa  diede  in  principio  alquanto  di  spa- 
vento, facendo  credere  che  fosse  maggior  numero  di  quel 
she  non  era,  e  che  i  villani  del  paese  aves?cr  preso  la  loro 
difesa;  il  che  fu  cagione,  che  i  Milanesi,  bastando  loro 
d'aversi  tolto  dinanzi  i  nimici ,  pensassero  a  ritirarsi;  e  es- 
sendo slato  dato  ordine  che  la  sairaeria  indietro  tornasse  , 
accade  che  un  mulo  dibattendogli  sopra  il  basto  alcuni  arnesi 
tla  letto,  spaventato  si  pose  in  fuga  ;  questo  urlando  ne  gli 
altri  fece  un  grande  scompiglio  ,  e  sparsesi  per  tutti  i  sol- 
dati un  grido,  che  i  nimici  avessero  assalito  la  dietro  guar- 
dia,  perchè,  senza  sapere  da  cui  cacciati  si  fossero,  lutti 
parimente  si  diedero  a  fuggire  con  tanto  terrore  e  sbigotti- 
mento di  ciascuno,  che  urtandosi  nelle  strette  balze  l' un 
r  altro  fu  maggiore  il  danno  che  infra  di  essi  si  facevano  , 
che  quel  che  riceveano  da'  nimici.  Gli  Svizzeri  non  lascia- 
rono uscirsi  r  occasione  di  mano ,  ma  dato  addosso  a  coloro 
che  fuggivano ,  tra  ammazzali,  e  annegali  nel  fiume,  che  di 
sotto  correva,  ne  perirono  più  di  ottocento.  Nacque  non 
molto  di  poi  maggior  rovina  per  quello  stato;  h  quale  per- 
chè di  tulli  mali,  che  in  Italia,  ivi  a  non  molli  anni,  segui- 
rono, fu  cagione  ,  e  che  da  questa  guerra  trasse  principio  , 
non  è  da  ignorare.  Francesco  Sforza  duca  di  Milano  lasciò, 
olire  Giovan  Galeazzo  suo  primogenito ,  cinque  altri  figliuoli 
legittimi,  de' quali  Sforza  duca  di  Bari,  e  Lodovico,  clic  poi 
tu  cognominato  il  Moro,  furono  dal  fratello,  per  inferessi  nati 
Ira  loro,  confinali  in  Francia.  Costoro  nella  morie  del  fratello 
ritornarono  in  Milano  ,  e  dopo  alcune  contese  e  differenze 
avute  con  la  cognata,  e  co' governatori  del  nipote,  de'quali 
il  primo  era  Cecco  Simonetta  già  sialo  segretario  del  duca 
Francesco,  si  racchetarono,  essendo  stale  loro  assegnale 
alcune  rendile.  Ma  essendo  nate  tra  loro  nuove  gare  e  so- 
.spetli ,  finalmente  non  erano  ancor  duo  anni  finiti,  che 
Sforza  nel  suo  ducato  nel  regno,  Lodovico  a  Pisa,  e  Asca- 


I.IBUO   VENTignATTRESTMO.  231 

nio  ,  il  qtiale  era  un  altro  de'  fratelli,  a  Perugia  fu  confina- 
lo. Oltaviano  (questi  sono  li  frulli  della  mal  moderata  am- 
bizione), un  de'frritelli  ancor  esso  e  giovanetto  di  diciollo 
anni ,  fuggendo  afTogò  in  Adda  .  perciocché  solo  Filippo  non 
mosse  r  armi  contra  il  ninole.  Ora  Lodovico,  avendo  rollo 
il  confino,  se  n'era  pns';ato  a  Lucca  ,  essendo  il  duca  di  Bari 
con  quantità  di  denari  capilalo  a  Piombino  ;  del  qiial  movi- 
mento si  ebbe  in  Firenze  gran  sospetto,  ancorché,  tra  tanti 
bollimenti,  non  mimcassero  d'andar  allorno  pratiche  di  pace  ; 
perciocché,  ritornato  a  Firenze  monsignor  di  Cìusmè,  nno 
degli  ambasciadori  Francesi  che  erano  iti  in  Roma,  riferiva 
come  crono  siati  eletti  dieci  cardinali  per  Iraltnre  l'accordo, 
e  che  i  capiloìi  che  il  papa  ricorcava  erano:  Che  i  Fioren- 
tini si  umiliassero  a  chieder  perdono ,  che  facessero  dir 
messe  per  V  anime  de'  morti  nel  caso  de'  Pazzi ,  cancellaf;- 
«esi  la  pittura  de'l' arcivescovo  ,  proraeKessesi  non  offender 
la  Chiesa  nò  suo  stalo  ,  assicurassersi  g'i  siali  dall'una  parlo 
e  dall'  altra  ,  e  rislorassesi  Ja  chiesa  delle  spese  falle  ;  o  con 
danari  o  con  rendere  il  Borgo  a'  Sansepolcro.  A  parte  delle 
quali  cose  non  volendo  i  Fiorenlini  acconsentire,  faccano 
inslanza,  che  di  comun  consentimento  de'collegali  si  levas- 
sero i  prelati  di  Roma  ,  inlimassesi  il  concilio  ;  cose  chp! 
sogliono  alterare  i  pontefici ,  e  soprattutto  si  seguitasse  la 
guerra  gagliardamente  ,~perchè  così  si  spererebbe  più  age- 
v(dmenle  la  pace  ;  e  soprattutto  ricorcavano  i  Veneziani  , 
che  gli  accomodassero  del  conte  Carlo  da  Montone  ,  e  di 
Dcifebo  deil' Anguiliara  ,  come  quelli  che  essendo  Deifebo 
nimico  di  Ferdnando ,  e  il  conte  Carlo  pretendendo  azione 
in  Perugia  dalla  persona  di  Braccin  suo  padre  ,  che  n'  era 
stalo  signore,  li  stimavano  utili  alla  guerra  che  s'aveva  a 
fare  col  papa,  e  col  re,  i  quali  essendo  stali  liberamente 
promessi ,  e  venule  novelle  che  i  Veneziani  avevano  con- 
chiusa la  pace  col  Turco,  e  che  il  re  di  Francia  promette» 
di  trattar  i  Genovesi  per  nimici  in  Lione,  e  eziandio  i  Luc- 
chesi se  si  discostavano  dalla  lega  ,  rincorarono  grandemente 
i  Fiorentini.  Preparandosi  dunque  alla  guerra  gagliardamen- 
te ,  assoldarono  nel  gonfaloncrato  di  Piero  del  Benino  Ru- 
berto MalalPSta  signor  di  Rimino,  preso  già  in  proiezione 
da' Veneziani,  Goijlanzo  Sforza  signor  di  Peserò  ,  Anloncl'o 


232  dell'  istorie  fiorentine 

da  Fiirlì  e  molli  altri  signori  e  eondoUieri  di  conio.  Il  duca 
di  Milano  promeUeva  di  mandare  il  marchese  di  Mantova  , 
non  ostante  che  Lodovico  e  gli  altri  zii  fosser  passati  per 
la  via  di  Massa  in  Lunigiana  ,,  e  congiuntisi  quivi  col  San- 
severinj  ,  e  con  gli  altri  della  fazione  si  fosser  posti  a  campo 
a  Panzano,  castello  del  marchese  Iacopo  Ambrogio  Malas-pina 
di  esso  duca  raccomandalo.  Ma  perchè  i  nimici  senza  perder 
tempo  la  notte  de'  10  di  febbraio  furtivamente  cosi  per  terra, 
come  per  mare  erano  passa'i  di  qua,  e  entrati  in  Valdiser- 
thio  e  preso  Filetto  ,  fu  subitamenic  scritto  al  duca  di  Fer- 
rara, che  se  ne  venisse  da  questa  banda,  e  congiuntosi 
con  le  genti  di  Giovanni  conte,  e  di  Giovanni  Francesco 
dell' Anguillara  desse  in  Valdiserchio  ancor  egli.  Verso  le 
quali  parti  furono  tosto  mandati  comniessarj  Girolamo  degli 
Albizi ,  e  Iacopo  Gui(  ciardini ,  colui  in  Valdinievole,  e  quc- 
s'ii  a  Pisa  ;  ove  finalmente  giunse  il  Sanseverino  con  quat- 
tromila uomini  a  piò,  la  maggior  parte  riverasclii  ,  e  con 
cinquecento  in  secenlo  cavalli  ,  avendo  passato  il  fiume  a 
guazzo,  il  dodicesimo  giorno  del  mese.  Con  quale  speranza 
a  far  ciò  si  movesse,  perciocché  non  è  da  credere,  che 
con  quelle  gpnti  egli  avesse  stimato  di  pigliar  Pisa,  si  spinse 
con  le  sue  genti  infino  all' antiporto  della  città,  e  misevi 
fuoco;  dal  qual  luogo  fu  ferocemente  ributtato:  onde  si 
Tolse  a  correr  la  campagna  ,  e  di  quivi  menò  grandi  prede 
d'uomini  e  di  bestiami;  e  fatto  un  ponte  in  sul  Serchio  di 
barche  e  di  botti  per  poter  avere  il  passo  libero  ;  Ruberto, 
e  Obietto  dal  Fiesco  ,  lascialo  Lodovico  Sforza  con  gli  al  ri 
di  là ,  alloggiarono  dalla  parte  di  qua  nelle  case  propinque 
«1  ponte  ,  scorrendo  tulio  il  paese  a  lor  piacimento.  A  que- 
sto male  s'aggiunse;  dio  il  popolo  di  Lucca  intendendo 
falsamente,  che  alcuni  do'noslri  cran  corsi  ne' loio  terreni, 
si  levò  a  furore,  e  preso  l'arme  corse  alla  casa  di  Piero 
Capponi  ambasciadore  della  Rcpubltlica,  il  quale  difficilmente 
arebbe  campato  del  pericolo  della  morte,  se,  fugr.ilosi  per 
la  porta  di  dietro,  non  si  lusso  ricoverato  in  casa  dun  Luc- 
chese suo  amico  ;  perciocché  gli  Svizzeri  mandali  dalla 
signoria  per  posare  il  rumore  non  surebbono  stali  a  tempo. 
Olire  a  queste  coso  i'  conte  Amoratto  Torello  avea  donalo 
a!  doge  di  Genova  le  ragioni,    che    egli,    la    mogie,  e  la 


LIBRO    VENTIQUATTHESIMO.  233 

fognata  aveano  nel  marchesato  di  Fivizzano,  per  la  qua! 
cosa  e  di  questi  luoghi  anche  si  sospettava.  I  niraici  final- 
niente  guastarono  le  mulina  di  Valdicalci  con  alcuni  altri 
luoghelti  di  non  molta  importanza  ,  ma  avendo  dato  la  bat- 
taglia al  castello  di  Valdicalci,  noi  poterono  però  avere. 
Per  queste  ragioni  fu  mandato  Sforza  Bettini  a  sollecitar  la 
venula  del  duca  di  Ferrara;  il  quale,  chiamalo  in  Reggiana 
dal  duca  di  Milano  ,  avea  poco  innanzi  scritto  senza  sua  par- 
ticipazione  nun  potersi  partire  ,  benché  avesse  mandato  Si- 
gismondo suo  fratello  ,  sotto  il  qual  capo  si  sarebbono  go- 
^  ornate  in  sua  assenza  le  genti  che  erano  verso  Pisa.  Mentre 
così  procedeano  le  cose  da  questa  parte  ,  il  cavaliere  Orsino 
entrò  dalla  parte  di  Siena  con  circa  secento  cavalli  utili ,  e 
due  mila  fanti  in  Valdicecina ,  e  occupato  Gello,  castelletto 
di  poche  case  in  quel  di  Volterra ,  e  Monlesciidaio  ,  erasi 
posto  a  campo  a  Guardistallo ,  il  quale  non  potendo  avere 
senza  passar  la  Cecina ,  se  ne  tornò  in  quel  di  Siena  con 
aver  predalo  secento  bestie.  Essendo  dunque  la  guerra  ri- 
destata più  presto  che  non  si  credea  ,  vennero  opportuna- 
mente avvisi  come  il  duca  di  Ferrara,  cessando  il  sospetto 
di  Lombardia,  a' 21  era  arrivato  a  Modena  con  ordine  di 
nieltersi  fra  tre  dì  in  cammino  per  passar  di  qua.  I  Fioren- 
tini creato  capitano  generale  delle  lor  genti  particolari  Ru- 
berto Malalesta ,  e  governalor-;  del  medesimo  esercito  Co- 
stanzo Sforza,  sollecitavono  tuttavia,  che  tulli  i  condollieri 
e  le  genti  disegnale  per  la  volta  di  Pisa  s'accostassero  al 
luogo;  acciocché  stringendo  il  Sanseverino  ,  rimanessero  li- 
beri da  quelle  mo'estie  per  potersi  volgere  con  tulle  le  forze 
unite  addosso  a' duchi  di  Calavria  e  d"  Urbino  ;  essendosi 
massimamente  inleso,  the  Obietto  del  Fiesco  di  Valdisercbio, 
ove  erano  gli  alloggiamenti  de' nimici  era  stato  mandato  in 
Riviera,  per  comlur  genti,  e  Guaspari  Sanseverino  figliuolo 
di  Ruberto  al  duca  di  Calavria  per  sollecitarlo ,  che  per  la 
via  di  mare  desse  loro  soccorso  ,  o  almeno  slrignessc  i  ni- 
mici sì  gagliardamente  di  verso  Siena,  che  di  cosli  non  po- 
tessero badare;  perciocché  avendo  eglino  novelle  della  ve- 
nuta del  duca  di  Ferr.ira  dubilavono  non  esser  posti  in  mez- 
zo. Ma  essendo  il  duca  di  Ferrara  l'ultimo  dì  di  marzo 
arrivalo  a  Pistoia,  e  il  primo  giorno  d'aprile   le  genti    del 


23Ì  DKtl.' ISTORIE    FIORENTINE 

Benlivoglio  a  Prato,  i  nimici  a  guisa  di  disperali  passarono 
di  qua  del  Scrchio  ,  e  abbr'iciato  lutto  il  paese  mollo  cru- 
dt'lmenle  incominciando  da' borqlii  di  Librafatla ,  si  ridus- 
sero a  gli  alloggiamenli.  Alla  fine  sentendo  che  i  nostri,  s'av- 
vicinavono ,  passarono  a' 6  di  là  dal  Scrchio.  Ma  per  ieltere 
dei  medesimo  dì  scritte  a  quattro  ore  di  notte  dal  duca  di 
Ferrara,  si  turbarono  grandomonle  i  Dieci,  che  egli  senza 
seguitarli  volesse  attendere  a  ingrossare  ;  perciocché  avendo 
tre  mila  fanti  buoni,  e  cinquecento  uomini  d'arme,  non 
parca  loro  che  egli  dovesse  dubilar  de' nimici;  ma  mollo 
maggiori  rammarichi  ne  fece  il  popolo,  di  che  ne  giunsero 
!  rumori  infino  al  duca  istesso  ,  il  quale  ebbe  a  dolersene 
gravemente  coi  Dieci,  mostrando  come  egli  era  tenuto,  go- 
vernarsi secondo  ragion  di  guerra  ,  e  non  a  volonià  de'  po- 
poli ,  i  quali  siccome  il  piìi  delle  volle  son  maltamenle  be- 
sliali  e  feroci ,  così  spesso  fuor  del  dovere  temono  e  hanno 
paura.  Ma  i  Dieci  confortandolo  a  non  guardare  all'  igno- 
ranza del  volgo,  r accennavano  dall'altro  canto  che  atten- 
desse a  confonderlo  con  fare  alcuna  opera  segnalata.  Diverso 
Siena  a'  nimici  per  virtù  d'Anton'o  di  Fiume  era  slato  [olio 
Scivoli ,  e  per  furto  occupato  Monistero  capo  di  Valdambra 
dieci  miglia  discosto  di  Siena  ;  ove  era  stato  trovalo  grano, 
vino,  olio,  e  carne  in  grande  abbondanza.  Ma  perchè  si 
dicea ,  che  i  Sanesi  s'armavano  popularraente  per  ricuperar 
Scivoli  non  più  (he  quattro  miglia  dalla  Castellina,  e  di 
Siena  discosto,  fu  commesso  che  Castagneto,  e  Borgheri 
sgombrassero  ,  in  tempo ,  che  avendo  i  nimici  già  passato 
le  Chiane  ,  incominciavano  a  scorrer  per  tulio  il  paese.  Ma 
o  per  le  pratiche,  che  si  tenevano  in  corte  di  Roma  del- 
l'accordo, 0  come  fu  cre<lulo  perchè  i  nimici  non  fossero 
interamente  a  ordine,  il  pontefice  consentì  a' 4  del  mese  che 
si  levasser  l'arme,  e  le  censure;  e  Ira  tanto  la  pace  si  trattasse 
a  Napoli;  la  qual  cosa  notifi-ata  al  duca  di  Calavria  e  accettala 
da  lui  incominciò  per  tulli  a  correr  la  tregua  a'l4  senza  termine 
profisso.  Rriberlo  Sanseverino,  il  quale  era  già  slato  assaltalo 
ilal  dnca  di  Ferrara  infìno  alle  sbarre,  benché  dicesse  vo- 
ler ubbidire,  non  si  partiva  però  di  su  i  terreni  della  Re- 
pubblica, anzi  mettendo  quanto  polca  a  sacco,  facea  a  punto 
il  contrario  co' falli  di  quello  che  mostravan  le  parole.  Ave» 


LIBRO    VRNTIQUATTRF.SIMD.  23S 

messo  il)  fortezza  S.  Jacopo  ,  e  postovi  guardia  che  non 
facca  prima,  e  a'fossi  doiipj  venutosene  di  qua  di  S.  Jacopo 
ogni  cosa  lanca  intenebrala  ;  il  che  parca  mollo  strano  e 
pericoloso  a  ciascuno  ,  niassimnraenle  che  il  duca  di  Calavria 
durante  la  tregua  era  passato  con  tre  galee  di  qua,  e  accoz- 
zatosi col  Sansevcrino  ,  a  cui  avea  condotto  rinfrescamento 
di  cavalli.  Considl.ivano  per  questo  il  conte  Carlo  da  Mon- 
tone,  e  Deifebo  dell' Anguillara ,  i  quali  mandati  da  Vene- 
zia già  si  erano  congiunti  col  duca  di  Ferrara ,  che  in 
ogni  modo  fusse  da  procurar  che  Ruberto  si  levasse  dal 
Serchio.  Della  qual  cosa  ne  fece  anco  inslanza  nel  gonfalo- 
neralo  di  Giovanni  Serristori  Jacopo  Guicciardini,  al  duca 
medesimo  ,  il  quale  avendo  costretto  a  disloggiare  il  Sanse- 
verino  ,  andò  a' 4  di  maggio  ad  alloggiare  ne'proprj  allog- 
giamenti onde  i  niraici  s'  erano  partili.  Ruberto  ritirandosi 
andò  a' 6  ad  alloggiare  al  Salto  alla  Cervia  luogo  molto 
forte,  dal  Salto  della  Cervia  andò  in  un' altro  alloggiamento 
a  Luni  sotto  Serezzana ,  avendo  pubblicamente  disdetto  la 
tregua,  e  finalmente  tra  la  Venza,  e  Carrara,  ove  si  fermò 
per  molli  dì,  e  posesi  a  campo  alla  Venza;  perciocché  il 
duca  di  Ferrara  dicendo  non  volersi  lasciar  lunghi  nimici 
dietro  le  spalle,  avea  ricuperato  S.  Maria  in  Castello,  e  Fi- 
letto, ov' entrò  la  mattina  de'  17,  luoghi  ne' quali  aveva  il 
Sanseverino  lasciato  alcun  presidio.  Quindi  partitosi  il  dì 
medesimo  prese  il  cammino  conlra  i  nimici ,  ma  a  lento 
viaggio  ,  aspettando  di  congiugnersi  con  il  marchese  di  Man- 
tova,  col  quale  s'accozzò  il  giorno  seguente;  perchè  i  ni- 
mici si  ridussero  a  S-  Maurizio  infra  Luni,  la  Magra  ,  e  il 
Mare,  luogo  di  sua  natura  fortissimo,  in  tempo,  che  quelli 
di  Pielrasaiita ,  terra  de'Genovesi,  si  dichiararono  nimici 
de' Fiorentini.  La  qual  difficoltà,  ma  molto  più  il  manca- 
mento delle  vettovaglie  ,  fece  trattener  il  duca  di  Ferrara 
di  qua  di  l'ictrasanla  alcun  giorno  ,  con  tanto  rammarico 
de' Dieci,  i  quali  desideravano,  che  cacciatosi  dinanzi  il 
Sanseverino,  se  ne  venisse  per  riparare  a' nimici  di  verso 
Siena,  che  il  costrinsero  a'2o  a  farsi  avanti.  La  qual  cosa 
intesa  da' nimici  si  levarono,  e  ridussonsi  di  là  dalla  Magra 
a  S.  Martino  paese  de'  nimici  in  una  valle  di  là  da  Arbiano 
circa  tre  miglia,  avendo  prima  dato  il  guasto    ad  Arbiano, 


236  dell'istorie  fiorentine 

per  aver  gli  uomini  di  quel  luogo  ricusalo  d'arrendersi.  11 
duca  di  Ferrara  verso  il  fine  del  mese  ,  avendo  ancor  egli 
passato  la  Magra  ,  alloggiò  a  Cepperano  per  avvicinarsi  a'ni- 
mici ,  e  costrignerli  a  ritirarsi  ;  cosa  la  quale  non  intera- 
mente contentava  coloro  del  governo;  parendo  loro  che  non 
portasse  il  pregio  tenere  impiegala  tanta  gente  per  andar 
dietro  ad  un  che  fuggiva  ;  e  perciò  come  che  essi  deside- 
rassero grandemente  che  quelle  forze  si  disunissero,  veg- 
gendo  nondimeno  ,  che  era  dillficile  a  riuscire  per  i  siti  for- 
ti,  erano  mollo  prima  stati  d'opinione,  che  dove  ciò  avve- 
nisse, dovesse  il  duca  lasciati  trecento  uomini  d'arme  a'con- 
fìni,  venirsene  con  la  maggior  diligenza  che  fosse  possibile 
di  qua,  ove  l'importanza  e  il  pericolo  era  maggiore;  non- 
dimeno essendo  camminalo  tanto  avanti ,  non  potè  nel  ri- 
torno prima  che  a' 12  di  giugno  essere  al  ponte  a  Serchio. 
Mentre  si  erano  in  questo  modo  governate  le  cose  di  Lu- 
nigiana  ,  di  qua  era  seguila  la  tregua  ,  ma  male  osservata  , 
avendo  i  nimiri  predato  bestie  a  Monleluco  ;  onde  avendo 
continuamenie  la  Repubblica  richiesto  i  Veneziani,  che  slri- 
gnessero  il  papa  a  risolver  le  pratiche  che  aveva  nelle  ma- 
ni,  poiché  si  credea ,  che  egli  non  fosse  venuto  a  questa 
tregua  per  allro  fine  che  per  prepararsi;  venne  finalmente 
ordine  di  quel  senato  conrhiuso  a'16  di  maggio;  per  lo 
quale  si  ricercava  il  pontefice,  che  fra  otto  dì  dovesse  di- 
chiarare rintenzion  sua,  altrimenti,  protestalo  il  concilio, 
e  rivocali  i  prelati  ,  gli  ambasciadori  si  pnrlissero  ,  e  atlen- 
dessesi  alla  guerra  ,  avendo  oltre  i  duemila  cavalli  promessi 
a' Fiorentini ,  de' quali  era  già  venuta  la  maggior  parte, 
promesso  di  nuovo,  se  il  bisogno  il  ricercasse,  di  mandarne 
cinquecento  altri;  e  dato  ordine  a' loro  capitani,  che  ubbi- 
dissero al  duca  di  Ferrara  ,  e  a'coramessarj  de'  Fiorentini. 
Avea  il  papa  tornato  a  dichiarare ,  i  patti  e  capitoli  della 
pace  dovessero  esser  questi  ;  che  si  facesse  una  cappella  . 
e  dessersi  limnsine  per  i  morti  nel  caso  de' Pazzi:  a  che  si 
rispondea  che  questo  era  un  nutrire  una  memoria  molto  a- 
ccrba.  Voleva  che  Niccolò  Vitelli  non  fosse  ricettato  nello 
stalo  de' Fiorentini,  e,  quel  che  importava  più,  che  fussero 
restituiti  alla  chiesa  il  Borgo,  Modigliana,  e  Castrocaro  ;  e  a 
questo  anco  si  rispondea ,  che  il  Vitelli  non  si    polca  né  si 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO.  237 

«loveva  senza  cagione  cacciar  dello  stalo,  ma  che  si  obbli- 
garono bene  a  non  pcrmcllere ,  che  egli  in  su'l  paese  loro, 
0  col  lor  favore  molestasse  la  chiesa,  e  che  le  (erre,  che 
si  addoinanda\ano  erano  cose  fuor  di  quella  guerra,  e  s'avea 
ragionevolmerite  a  trallar  delle  cose  to'te  ,  o  octupale  in 
quella  guerra.  Fu  bene  il  papa  compiaciuto  circa  il  levar 
via  la  pittura  fatta  doli"  arcivescovo  di  Pisa.  Per  la  qual  cosa 
fu  bisogno  volgersi  a' pensieri  della  guerra,  essendosi  in- 
leso, che  i  duchi  di  Calavria,  e  d' Urhino  erano  a' 25  ve- 
nuti a  Siena  con  Irenlasei  squadre  ,  ove  prepaiavano  grossa 
.  cavalcata.  Fu  per  questo  dal  lato  de'Fiorentini  presa  questa 
deliberazione,  che  con  due  eserciti  si  dovesse  maneggiar 
questa  guerra.  L'uno  che  dovesse  stare  al  Poggio  Impe- 
riale per  vietare  animici  il  trascorrer  più  oltre;  ove  già  si 
trovavono  Carlo  da  Montone,  e  Deifebo  dell' Anguillara  ;  i 
quali  veggendo  che  !a  tregua  non  s'osservava,  cran  corsi 
ancor  essi  in  quel  di  Sietia  verso  Buonconvento ,  e  ripor- 
tatone prede  di  prigioni  e  di  bestiami,  ma  quivi  avcano  « 
stare  il  duca  di  Ferrara,  e  il  marchese  di  Mantova.  E  l'al- 
tro verso  Perugia  ,  e  questo  doveva  essere  sotto  Ruberto 
Malatesta  e  gli  altri  signori  di  Romagna ,  ma  particolar- 
mente con  intendimenlo  del  conte  Carlo,  che  per  la  fazione 
che  avea  in  Perugia  ,  avea  a  rivolgere  quello  stalo.  Ne  an- 
darono di  lungi  al  proponimento  gli  effetti;  perciocché  es- 
sendo le  genti  di  Romagna  comparite  in  su  le  Chiane  a'i27; 
dopo  aver  tarda'o  alcuni  dì  per  mettersi  insieme  ,  e  per  a- 
spettare  il  conte  Carlo  ,  il  quale  per  dolor  di  fianco  s'  era 
ammalato  in  Cortona  ,  finalmenìe  avendo  avuto  la  persona 
del  conte  Bcrardino  figliuolo  di  Carlo,  a' 9  di  giugno  entra- 
rono in  quel  di  Perugia,  e  in  nome  del  conte  Carlo  otten- 
nero senza  difficoltà  nessuna  il  Borghetlo,  e  Passignano 
d'accordo  insieme  con  Monte  Gualante,  luogo-  forte  posto 
sul  lago  di  Perugia;  dopo  le  quali  cose  il  conte  Birardino 
con  parte  dell"  esercito  era  ito  ad  appresentarsi  infìno  alle 
porte  di  Perugia;  avendo  il  rimanente  del  campo  in  quattro 
di  preso  più  di  venti  castella  del  Perugino.  La  qnal  cosa 
diede  tanto  spavento  a  coloro  che  governavono  quel'a  città, 
che  mandarono  ambasciadori  a  Firenze  per  ricercare  la  Re- 
pubblica di  continuare  nella  vecchia  amicizia.  A    che  fu  ri- 


238  dell'  istorie  fiorenti>k 

sposto  ,  che  ciò  volentieri  si  farebbe  ogni  volta  che  essi 
deliberassero  di  aver  amici  e  nimici  comuni.  Al  the  non 
avendo  voluto  acconsentire,  benché  in  privalo  avessero  dello 
ad  alcuni  cittadini,  che  avrebbono  trallato  in  quel  mòdo  le 
genti  de' Fiorentini  ,  che  farebbono  quelle  del  papa,  cioè 
dar  passo  e  vettovaglia,  o  negarla  ad  amendue  eli  eserciti, 
si  partirono  senza  lar  alcuna  conclusione.  I  nimici  si  \olsero 
al  soccorso,  ma  temporeggiando,  perciocché  aspettavano  Mat- 
teo di  Capoa  con  quindici  squadre,  che  ne  venia  per  la  via 
di  Romagna  ;  con  le  quali  genti  mostravano  intenzione  di 
voler  venir  alla  giornata.  Ma  avendo  essi  alli  undici  pas- 
salo il  ponte  a  Chiusi  ,  e  riavuto  per  l'orza  alcun  castello  , 
i  nostri,  per  non  esser  costretti  venire  al  fallo  d'arme,  es- 
sendo di  minor  numero  si  ritirarono  verso  Cortona;  nella 
qual  città  con  danno  grandissimo  di  quella  impresa  a' 17 
inor'i  il  conte  Carlo.  Quelli  che  si  trovavano  al  Poggio,  per 
non  perdere  tempo,  poiché  i  nimici  erano  lontani,  anda- 
rono il  dì  medesimo  per  espugnar  Gasoli,  ove  piantarono 
in  due  dì  tre  bombarde,  mentre  i  nimici  venuti  al  borghello 
e  datogli  un'aspra  battaglia  tentarono  in  vano  e  con  ver- 
gogna di  ricuperarlo,-  onde  voltisi  al  Ponte  a  Chiusi  teneano 
in  sospetto  i  nostri  se  eran  per  passarlo  o  no.  Ma  Gasoli, 
avendo  Antonello  da  Ftirli,  che  l'anno  addietro  l'avea  guar- 
dalo per  i  nimici,  dato  di  esso  molte  buone  informazioni  al 
commessario  Guicciardini,  e  per  questo  combattutolo  da 
quella  parte  ove  era  pili  debole,  a' 21  venne  in  potere  dei 
Fiorentini.  Tutte  le  cose,  che  infino  a  quest'  ora  sono  da 
me  siale  raccontate,  diligentemente  ho  cavalo  io  da' libri  dei 
Dieci,  de' quali  manca  ciò  che  passa  da' 21  di  giugno  poco 
dianzi  nominato  infino  a' 14  d'agosto.  Solo  ho  qualche  spi- 
raglio che  a' 27  dovette  combattersi  tra  Ruberto  Malatesta  , 
e  i  nimici,  e  la  vittoria  essere  stala  dal  lato  di  Ruberto;  la 
qual  brevemente  dal  Sabellico  veggo  poi  essere  in  un  si- 
mil  modo  narrala  ;  cioè,  che  il  fallo  d'arme  succedette  a  Mon- 
tesi^.erello,  villa  sul  Perugino,  tra  Ruberto  Malatesta  da  una 
parte,  e  Matteo  di  Capoa  e  il  prefetto  di  Uoma  dall'altra 
quasi  in  eguale  cavalleria  Combattessi  con  gran  forza  quasi 
due  ore,  ma  essendo  le  prime  squadre  de'  nimici  rotte,  le 
quali  erano  andate  fuor  de'  ripari  incontaaenle  l' altre  genti 


LIBRO    VEMIQLATTRESIMO.  239 

sm;trri(e  per  la  rotta  de' suoi,  si  misero  a  fuggire  ancor  elle 
essendone  restali  non  pochi  di  loro  prigioni  ;  li  quali  spo- 
gliati d'arme  e  di  cavalli  fur  lasciati  andar  via.  Fra  tanto, 
essendo  già  vicino  al  mese  di  luglio,  in  Firenze  uscì  gonfa- 
loniere Lorenzo  Davanzali,  e  la  guerra  intorno  le  Chiane 
incominciò  a  trattarsi  in  questa  maniera.  Di  due  ponti  che 
erano  sopra  esse  quello  vicino  a  Chiusi  era  in  poter  del 
duca  di  Calavria  e  l'altro  in  mano  di  Ruberto,  assai  ben 
munito  e  forlificato.  Ora  non  potendo  il  Malalesla  stare  a 
petto  del  duci,  il  quale  gli  era  superiore  di  gemi,  si  gover- 
nava in  questo  modo,  che  quando  il  duca  era  discosto,  egli 
travagliava  i  Sanesi,  e  quando  il  duca  accostandosi  porgea 
ainio  a'  Senesi  allo-a  egli  ritirandosi  tormentava  i  Perugini. 
I'"ra  l'allre  volle  accostatosi  una  a  Perugia,  e  dopo  aver  pre- 
so ed  arso  certe  tenute  con  tre  mul  na  e  case  e  palagiolli 
vicini  alla  città  se  ne  tornò  con  centocinquanta  prigioni  di 
taglia,  con  cinquecento  capi  di  bestie  grosse  e  molle  mi- 
nute. Il  duca  di  Calavria  che  si  ritrovava  in  su  la  foce  di 
Ruguraagno  luogo  del  contado  di  Siena,  non  sperando  di 
poter  ratTrenare  le  correrie  di  Ruberto,  si  volse  nel  Val- 
damo,  avendo  una  piirte  dell'esercito  tcnuio  la  via  di  Chianti 
verso  Siena;  l'altra  quella  di  Valdambra,  e  corso  infìno  a 
Lalerina  e  Montevarchi.  C<tn  questa  occuparono  Pielraviva, 
Ambra,  e  allre  caslella,  onde  dubitandosi  di  Montevarchi , 
ove  erano  tre  squadre  Marchesche,  fu  scritto  al  commes- 
sario  Albizi,  che  richiedesse  il  duca  di  Ferrara  che  coman- 
dasse a  Giovan  Francesco  e  Ridolfo  Gonzai^hi  ,  che  andas- 
sero a  guardar  quel  luogo.  Ma  non  avendo  i  nimici  tentata 
altro,  e  delle  caslella  prese  avendole  abbruciate  tulle,  ec- 
cetto Rapale,  a' 20  tornarono  nell' alloggiamento  di  Kugu- 
magno.  Tra  questo  mezzo  il  dui'a  di  Ferrara,  il  quale  stav^i 
nel  Poggio  Imperiale  con  ordine  di  moverai  muovendosi  i 
nimici  corse  ancora  egli  in  Val  di  Russia,  ma  con  aver  oc- 
cupalo due  castelletta  di  quelli  Valle  ,  le  quali  saccheggiò 
e  arse,  se  ne  tornò  più  presto  che  non  s'asnettava.  Ma  U 
Malatesta  avendo  disegnato  di  stendersi  pel  Tevero  infino  a 
ciità  di  Casi  Ilo  fece  effetti  maggiori  imperocché  egli  prese 
dodici  castella  de' nimici,  sette  d'accordo,  e  gii  altri  per 
forza,  le  quali,  poiché  predò,  commise  alle  fiamme  ;  e  a' 22 


2'<0  dell'istorib  piorkntinr 

sì  ritirò  verso  Pierli  ili  Valnifera  per  rinfrescarsi  di  pane,  n 
poi  seguitare  luUavia  piìi  olire  ;  di  che  dubitando  i  nimici 
si  levarono  di  Rugiimagno,  e  leggieri  di  carriaggi  s'incomin- 
ciarono ad  avviare  verso  il  ponte  a  Chiusi.  Nel  qnal  tempo 
essendo  por  i  pericoli  del  duca  di  Milano  stato  richiesto  il 
duca  di  Ferrara  che  passasse  di  là  ;  perciocché  Ruberto 
Sanseverino,  e  Lodovico  Sforza,  con  quelle  genti  che  svf^ano 
in  Lunigiana  erano  per  vie  strane  e  difficili  entrati  nel  Dor- 
tonese,  convenne  dargli  licenza,  avendo  egli  lasciato  suo 
luogotenente  Sigismondo  suo  fratello.  Disse  però  prima  che 
si  partisse,  (he  l'esercito  del  Poggio  si  dovesse  congiugnere 
con  l'altro,  essendo  le  forze  unite  più  goj^liarde.  Ma  pre- 
valse la  sentenza  di  Costanzo  Sforza,  il  quale  nui!  che  le 
genti  del  Poggio  non  si  dovesser  levare ,  ma  consultò  do- 
versi con  quelle  congiugnere  quelle  di  Lunigiana,  poiché 
per  la  passala  del  Sanseverino  in  Lombardia,  non  rimanea 
di  là  pili  sospetto  di  quell'arme;  e  dui  giudicio  che  i  ni- 
mici ne  fecero,  videsi  essere  stato  approvato  il  parere  dello 
Sforza;  i  quali  avendo  a'2S  passalo  il  ponte  a  Chiusi,  man- 
darono di  qua  Giulio  Acquaviva,  Matteo  di  Capoa,  Virginio, 
e  Giordano  Ordini,  con  22  squadre  per  occupare  il  Poggio. 
E  veramente  con  la  partila  del  duca  avvennero  de'disordini, 
i  quali  congiunti  con  gli  altri  furono  cagione  de' danni  che 
si  riceverono  essendo  nel  gonfaloncrato  di  Crislofano  Car- 
nesecchi  nata  diversità  di  pareri  tra  Sigismondo  da  Este,  e 
Gostanzo  Sforza,  perchè  fu  mandato  Bongiauni  G'anfìgliazzi 
uno  de'Dieci  in  campo  perchè  non  seguisse  alcun  male- 
Olire  a  ciò  sentendosi  che  Matteo  di  Capoa  passava  in  Ro- 
magna, Gostanzo  fece  levar  le  sue  genti  dal  Poggio,  perchè 
mentre  l'altrui  cose  difendea,  le  sue  non  andassero  in  ro- 
vina. E  in  un  momento  s'intese  che  i  nimici  tornati  di  qua 
delle  Chiane  si  Irovavan  sull'Arbia.  Appena  erano  venuti 
questi  avvisi  alla  città,  che  sopraggiuuser  l'acerbe  novelle 
della  rolla  del  c^mpo  del  Poggio,  il  quale  assaltato  la  mat- 
tina innanzi  l'alba  del  settimo  giorno  di  settembre  da' ni- 
mici, che  vennero  molti  grossi  di  gente  d'arme  e  di  fanlcr'ie, 
fu  in  poco  d'ora  senza  potervi  fare  alcun  riparo,  messo  in 
fuga.  Non  succedette  mai  rotta  più  vilmente  di  questa,  per- 
ciocché appena  vennero  i  nostri  alle  mani  che  si  diedero  a 


UBRO    VESTlOUATTRKStMO.  241 

idggire.  Fu  conlultociò  notabile  la  virlò  d' ali  uni,  i  quali 
viilorosamente  combattendo  fur  fatti  prigioni.  Tra  questi  di 
chiaro  nome  furono  Galeolto  Pico  signor  della  Mirandola, 
•iiovanni  Antonio  Scariolto,  e  Niccolò  Secco  tutti  Ire  con- 
dottieri de' Veneziani,  Ridolfo  Gonzaga  e  Niccolò  da  Coreg- 
gio  condottieri  dei  duca  di  Ferr.ira,  e  forse  cento  cinquanta 
uomini  d'arme.  Costanzo  Sforza  mentre  dal  signor  di  Piom- 
bino verso  Sangimignano  era  seguitato,  con  felice  avventura 
fece  prigione  colui  che  il  seguitava.  Salvò  lo  stendardo 
della  Hepubblica  che  era  in  poter  suo  e  ridottosi  a  S.  Ca- 
sciano  altendea  a  ricorre  il  men  che  potea  le  genti  che  si 
erano  salvale.  In  questo  medesimo  giorno  morì  il  gonfalo- 
niere di  giustizia,  il  che  dette  tanto  maggiore  spavento,  senza 
che  la  città  non  era  allora  del  tutto  secura  di  morbo.  E 
seppesi  poi  per  avvisi  dell' ambasciadore  Morelli  in  Milano, 
come  la  sera  era  entrato  in  quella  città  Lodovico  Sforza,  e 
ricevuto  in  grazia  della  duchessa-  La  qual  novella  non  te- 
nuta allora  per  cosa  buona  ,  si  scoperse  in  processo  di  tempo 
essere  stala  la  rovina  d'Italia,  essendo  dall' immoderata  am- 
bizione di  costui,  come  a'Ior  tempi  apparirà  chiaro,  nali  grandis- 
simi danni.  Senliruno  i  Fiorentini  questa  rotta  con  incredibile 
dolore  d'animo;  ma  non  essendo  temi)o  da  sbigottirsi,  atte- 
sero con  ogni  possibil  diligenza  a'  rimedj;  e  tratto  nuovo  gonfa- 
loniere di  giustizia  in  luogo  del  morto,  Duto  Masi,  mandarono 
di  proprj  cittadini  per  fermare  i  soldati  che  fuggivano.  Ad  altri 
commisero  che  attendessero  a  fornire  i  luoghi  circostanti.  Fu 
subito  mandato  ordine  che  lo  esercito  di  Perugia  calasse  di  qua. 
E  perchè  ()area  che  i  nimici  volessero  Pogsiibonzi,  vi  si 
mandarono  incontanente  Giovanni,  e  Paolo  Savelli.  E  cono- 
sciuto la  fanteria  in  tali  paesi  esser  più  utile,  massimamente 
per  mancamento  di  strami,  s'attese  in  luogo  di  cavalli  a 
soldar  fanti.  Ne  si  vivca  fuor  di  speranza  che  la  bastia  de! 
Poggio,  la  quale  non  era  ancor  pervenuta  in  poter  de' ni- 
mici,  s'avesse  a  difendere.  Ma  i  nimici  lascialo  chi  trava- 
gliasse di  qua  la  bastìa  ,  entraron  per  la  Valdelsa,  e  oltre 
alcune  mulina  e  tenute  di  poca  importanza  presero  alli  nu- 
dici Certaldo ,  che  posto  a  sacco  l'abbruciarono,  nel  qnal 
dì  l'esercito  ciie  venia  di  Perugia  alloggiò  a  Monlecchiu. 
Il  dì  seguente  i  nimici  prescr  Vico  a'  patti  più  per  ditello 
Aìiìi.  VuL.  \.  Hi 


242  dell'  isToniE  fìorkntìne 

•lelerrozzani.  che  de'soliJati,  e  i  nostri  s'accostarono  verso 
Montuosi,  e  Laterina  A'irodici  quelli  corsero  verso  Gam- 
l)a»si  ,  e'I  Malaicsta  s'avvicinò  all'Ancisa.  In  questo  di  es- 
sendo arrivalo  il  conte  di  Piligliano  co' suoi  caval!egp;eri,  e 
con  parte  dello  fanterk'  a  S.  Caseiano,  rincorò  grandemente 
ciascuno  ,  benché  la  sera  medesima  i  nimici,  i  quali  erano 
restati  di  qnà,  avessero  con  le  bombarde  cominciato  a  bat- 
tere la  basila  del  PojiEtio.  Il  dì  seguente  quelli  di  là  dellon 
la  battaglia  a  Gamhassi ,  ma  con  danno  e  morte  d'  alcuni 
di  loro,  se  ne  tornarono  a' quindici  verso  il  Poggio;  nel  qua] 
d'i  l'esercito  perugino  alloggiava  tra  Figline  e  l'Ancisa.  Bat- 
tevasi  tra  tanto  tuttavia  la  bastìa  del  Poggio:  la  quale  es- 
sendo sfasciala  dalle  bombarde ,  né  vesgendo  quelli  di  den- 
tro modo  alcuno  di  resistere,  si  resero  finalmente  a' nimici 
salvo  ra\ere  e  le  persone  a'dìciolto.  E  in  questo  dì  arrivò 
il  Malaicsta  a  S.  Caseiano,  onde  prima  era  sialo  necessario 
far  parlire  Gos!an70  Sforza,  e  Sigismondo  da  Esle  per  vie- 
tar le  gare  delle  precedenze  e  altre  cagion  di  contese,  come 
il  Malalesla  avea  chiaramente  lasciatosi  intendere.  Il  dì  che 
seguì  appresso  si  condusse  ad  Agnuolo  luogo  di  là  di  S. 
Gasciano  per  consultar  queilo  s'avesse  a  fare;  e  i  nimici 
<alali  nel  piano  si  posero  intorno  Poggihonzi  ,  (he  promise 
d'arrende  si  ogni  volta,  che  per  tutti  i  ventiqua.tro  non 
avesse  dal  campo  de' Fioi onlini  aiulo  su(lìi.iei',te  ad  esser 
salvalo;  nel  qual  dì  i;on  cJSf-ndo  comparito  l'niuto,  si  rese, 
e  i  nimici  andarono  con  le  bombarde  a  metiersi  intorno  a 
'Golle.  Era  dentro  questo  casiello  un  conucsl.ibi'e  de'Venc- 
'ziahi  detto  Carlino  uomo  di  grande  animo  e  mollo  esercitalo 
nel  mestiere  dell'  arme.  Costui  con  mi!  tare  ardimento  avea 
l>ri)messo  a' Fiorentini  di  difendere  la  terra  egregiamente; 
onde  fu  Ira  ptr  la  virtù  di  quest'uomo,  e  perchè  il  castello 
era  ottimamente  provveduto  ,  oltre  la  fede  degli  abitatori  , 
la  sua  espugnazione  di  grande  diflìcullà  a'  nimici.  Volsersi 
perciò  tutte  le  loro  forze  in  questa  parie  .  essendo  le  cose 
di  fuori  ne  in  calma  ne  in  tempesta  ;  perciocché  i  Venc- 
/i;iii  da  che  inlescro  la  rolla  fecero  per  Bernarlo  Bembo 
intendere  alla  Ilepubblica  che  1' aiuterebbono  gagliardamen- 
te. Delle  cose  di  Milano,  dopo  l'entrala  di  Lodovico,  se  ne 
vi^cva  tra  due,  pure  se  n'aspettavano  in   breve  ambascia- 


LIBRO    VENTIQUATTRESIMO.  243 

dori  di  qua  per  prender  alcuno  assetto  a' presenti    travagli 
Di  Lunigiana  seguitava  il  medesimo,  perciocché  Amoralto  e 
Jacomazzo  Torelli,  i  quali   pretendevano    ragione    in  Fiviz- 
zano  dicevano  volersene  di  ciò  stare  a  quello  che   i  signori 
di  Milano  ne  gindicherebbono  ;  la  qual  cosa  era  da"Fioren- 
lini  accettata;  ma  contuttociò  non  erano  liberi  dal  sospetto, 
che  da  quella  parte  non  fossero  molestati.  Ora  la  prima  cosa 
notabile  succeduta  intorno  a  Colle  nel  di  medesimo  che  v'ar- 
rivò il  campo,  l'u  l'esservi  stalo  morto  Cristofano  da  Furlì. 
Era  questi  nipote  di  Stefano  Nardino  cardinale  di  Milano,  e 
per  proprj  meriti  uomo  di  conto.  Sollecitavano  i  Dieci  che 
il  Ma'alesta  s'avvicinasse  con  1' esercito,  e  mandassersi  con- 
tinuamente de' fanti  a  Cibile;  poiché  del  venire  co' niraici  a 
«iìrnata,  per  esser  di  numero    molto    maggiore,  non  se  ne 
discorreva    Intanto  comparì  a  Firenze  Antonio  Donalo  com- 
messario  de' Veneziani  ;  il  quale  avea  ultimamente    condotto 
mille  fanti;  costui  fere  proferte  grandissime  a'signori  in  no- 
me del  senato,  e  il  dì  seguente,  che  fu  a' ventisette,    entra- 
rono  gli  ambasciadori    milanesi  ricevuti  con   molta    magnifi- 
cenza   e  onore,  saijeiido  che  dal  duca  di  Milano    in    nome, 
ma    veramente  \ coivano  mandati  da  Lodovico;  il  quale    fatto 
per   la  morte  di  Sforza  suo  fratello  duca  di  Bari,  e  avendo 
imprigionalo  il  Simonetta,  avea,  sotto  nome  di  governatore, 
preso  in  se  tutto  il  governo  di  quel  dominio.   Costoro  rife- 
rirono esser  mai  dati  a' duchi  di  Calavria  e  d  Urbino,   e  po- 
scia a  Koma  ,  e  a  Napoli  per  tre  cagioni;  prima    per  signi- 
ficare e  giustificare  quanto  era  seguito  in  Milano  dopo  l'en- 
trata di  Lodovico,  appresso  per  vedere  del  matrimonio  della 
figliuola  del  duca  di  Calavria  col  duca  di  Milano,   e  ultima- 
mente per  aiutare,  e  favorire  la  pace  in  beneficio  della  le- 
ga ;  le  quali  cose  esposte    che  egli  ebbero,  partirono    ivi  a 
due  giorni  pel  campo  de'niraici,  e'I  Donalo  a    quello  della 
lega,  il    quale  a  S.    Casciano  si  ritrovava,  di    dove    era  in 
quel  dì  ritornato  Lorenzo  de'  Medici,  per  la  cui   opera  fu- 
rono i  priori  di  Colle,  per  eccitare  maggiormente    la    virili 
de'  Collegiani ,  creati  cittadini  fiorentini  e  fatti   abili  alle  di- 
gnità, jN'è  fu    questo  segno    d'  onore    punto  fuor  di  tempo  . 
perciocché  a' 3  di  ottobre  fu  dato  l'assalto  generale  a  Colle, 
dove  quelli  dentro  ;  cosi  i  soldati,  come  i  terrazzani,,    anzi 


214  dell'istorie   FIORENTINE 

le  donne  medesime  si  porlaron  valorosamente.  Aveano  ini- 
mici rotto  le  mura  in  più  parli,  dalle  quali  a\eano  stimalo 
che  sarebbe  lor  riuscito  facile  l'entrarvi,  e  per   questo  or- 
dinarono tre  brigate  per  tre  divise  battaglie ,    che  1'  una  al- 
l'altra  succedi  ssero.  Incominciò  T  assalto  alle  diciassette  ore, 
e  durò    infino  alle    venlidue  ,  ma  non  fu    permesso    che  la 
terza  brigala  rinnovasse  la  ballaglia,  avendo    veduto  le  due 
prime  molto  maltraltalL'.  Furonvi  molli  morii,  ma   de' feriti 
il  numero  fu  molto  maggiore  ,  non  solo  degli  uomini  d'arme 
e  de'  fami ,  ma  eziandio  de' principali  baroni  che  erano  appo 
il  duca  di  Calavria  ,  perciocché  il  conte   Giulio    d'  Altavilla 
vi  fu  ferito  duna  pietra  nella  testa,  il  duca  di  Milli  d'una 
spingarda  nella  coscia,  e  il  colite  Giidio  di  Con\ersai;o  d'un 
passatoio  nel  piò.  Fuwi  anche  ferito  il    capitano    della  fan- 
teria del  re  d' una  spingarda,  ma  quello  che  penetrò  akuore 
del  duca  di  Calavria  fu,  che  ritiratosi  della  battaglia,  quelli 
di  dentro  si  feciono  su  le  rotte   mura    ove    la    battaglia  era 
seguita,    e  di  quivi  con  grandissime  grida  e  facendo  sonare 
a  gloria    infino  alla  notte,  puri  a  che  rimproverassero  il  mal 
successo    ardimento  a'nimici;  quindi  furono    scritte    lettere 
de' Dieci    a'CoUcgiani,  inalzando  al  cielo  la  virtù  degli  uo- 
mini e  delle  donne  loro  ,  le  quali  con  esso    loro   vivendo  , 
diceano  non  esser  maraviglia  se  erano  fatte  simili  alla  loro 
virtù.  Dopo  questo  assalto  i  nimici  mutarono  una  bombarda 
pir  rompere  verso  la  porla  del  Borgo,  a  che  per  quelli  di 
ilenlro  si  attendea  a    far  gagliardo  riparo;  ma   ad    una  che 
era  stala  piantata  \erso  Siena,  non  si  polca  vietare  che  non 
facesse  notabile  danno  alle  case,  diche  gridavano  tutti  pa- 
rendo che  si  facesse  a  cattiva  guerra.  Mentre  cosi  Colle  si 
combatteva,  si  fece  lo  scambio  d'alcuni  prigioni,    essendo 
d'un  pezzo  prima  stato  mandato  da' nimici  Galeotto  Pico  lur 
prigione  per  questo  effetto;  perchè  i  Fiorentini  restituirono 
Astorre  Baglioni  nipote  di  Braccio  ,  e  a  lor    petizione   altri 
ne  furono  restituiti  ;  Antonio  Donato  essendo  slato  in  campu, 
non  era  di  parere  che  1'  esercito  andasse  ad  alloggiare  a  .S. 
Gimignano ,  e  perciò  noi  consentiva  ;  la  qual  cosa  parendo 
dura  a' Fiorentini ,  se  non  per  allora,  almeno  per  l'avvenire 
scrissero  a  Tommaso  Sederini  loro  ambasciadore  a  Venezia, 
che  s'ingegnasse  in  ogni  modo  d'impetrare    il   mandato  da 


UBRO   VENTIQUATTRESIMO.  243 

fjuel  sonalo,  acciocché  venendo  T  occasione  potesse  il  campo 
muoversi  ,  e  pigliar  quello  o  altro  alloggiaraenlo  come  più 
gli  paresse  opportuno.  Quando  fuor  dell'espeltazione  di  cia- 
scuno giunse  a  Firenze  a' dodici  il  marchese  di  Mantova, 
dicendo  convenirgli  andar  in  gran  fretta  a  casa  sua  per  no- 
velle avute  che  la  Marchesana  sua  moglie  stava  male  ;  la 
qual  cosa  comeche  gravemente  diapiaccsse  a' Fiorentini,  du- 
bitando che  non  avvenisse  il  medesimo  che  accadde  per  la 
parlila  del  duca  di  Ferrara  ,  non  poterono  però  impedirgli 
che  non  andasse;  concedutogli  nondimeno,  olire  la  sua  fa- 
miglia, soli  venticinque  balestrieri  a  cavallo,  e  alcuni  pochi 
provvigionali.  A' sodici  detlono  i  nimici  un'altra  hatlaglia  a 
Colle  ,  nella  quale  mentre  stavano  occupali ,  fu  il  campo 
loro  assalito  da  quelli  fanti ,  i  quali  erano  per  presidio  in 
S.  Gimignano.  Ne  fu  questo  assalto  senza  profitto,  percioc- 
ché, oltre  alcuni  uomini  d'arme  e  cavalli  che  vi  far  presi  , 
vi  fu  fat'o  prigione  Giulio  Orsino  ,  e  lasciatovi  presso  che 
morto  Giordano  da  Collalto.  A' diciannove  dettero  la  terza 
battaglia,  la  qu;ile  fu  aspra  e  lerrihile  mollo,  e  durò  per 
spazio  di  quattri)  ore  continue.  In  questa  morirono  de' ni- 
mici Cola  Gaetano,  e  il  maiordomo  del  duca  di  Calavria.  e 
furonvi  sconciamente  feriti  Giulio  d'Altavilla,  e  Giordano 
da  Monteritondo.  Quelli  di  S.  Gimignano  ,  ove  per  ordine 
de' Dieci  era  già  con  dieci  squadre  e  duemila  fanti  ilo  il 
Malatesta  ,  assaltarono  di  nuovo  il  campo  per  disturba'li  dalla 
battaglia  ;  e  mentre  Giovanni  Savello  entralo  fra  primi  per 
combattere  ,  e  fu  anco  dogli  ultimi  a  ritrarsi,  restò  prigione 
de'  nimici  ,  gli  altri  si  ridussero  a  salvamento.  Era  già  ve- 
nuto l'ordine  de' Veneziani  che  tutto  il  campo  si  potesse 
muovere  a  suo  piacimento  ,  contiiltociò  non  parve  che  ciò 
dovesse  farsi,  e  per  questo,  dubitandosi  finalmente  di  Colle, 
si  sollecitava  che  il  marchese  di  Mantova  ritornasse  ,  a  cui 
essendo  già  moria  la  moglie  fu  mandr.to  Jacopo  Lanfredini, 
che  si  ritrovava  a  Bologna  per  condolersi  seco  della  morte 
di  lei,  e  per  vedere  se,  rassettale  le  sue  cos<',  fusse  possi- 
bile che  egli  ritornasse.  Intanto  non  lasciavano  i  nimici  ri- 
posar Colle,  ove  a' ventuno  dettero  il  quarto  assalto,  senza 
dubbio  con  maggior  ordine  e  vigoria  che  ciascun" aliro.  Durò 
''alla  mattina  ali"  aUia  infino  al  mezzo  d'i,  ma  quanto  fu  per  i 


2iG  dell'istorie  FLiKENTI^E 

niraici  più  feroce,  così  fu  per  loro  più  snngiiinoso  ;  laiche 
oltre  i  morti  il  numero  de'  feriti  e  guasti  fu  tale  ,  che  fu 
tosa  certa  esf5ersi  di  loro  ripieni  tutù  gli  spedali  di  Siena; 
perché  inaspriti  i  nimici,  piantarono  a' ventisei  di  nuovo  due 
bombarde,  luna  venula  di  I.ucignano  ,  e  l'altra  di  Siena  , 
facendo  ogni  dimostrazione  e  preparazione  d'abbattere  il 
Borgo.  E  i  Fiorentini  per  dar  animo  a  loro,  poiché  il  campo 
non  era  per  levarsi  da  S.  Casciano,  ordinarono  al  conte  di 
Pitigliano,  che  co' suoi  balestrieri  e  cavalieggieri  e  con  mille 
lanti  n'andasse  a  Staggia,  e  di  quivi  molestasse  gli  assalitori, 
e  continuamente  rimettesse  de' fanti  in  Colle,  come  me' gli 
paresse,  avendo  il  medesimo  commesso  ad  Antonello  da 
Furlì ,  che  era  restalo  in  S.  Gimignano  in  luogo  del  capi- 
tano. Ma  quelli,  i  quali  erano  in  Colle  veggendo  che  il  Borgo 
non  era  da  tenersi ,  e  occupamlolo  i  nimici  ,  rendea  il  po- 
tersi difendere  più  malagevole ,  dcliberorono  d"  abbruciarlo 
e  di  spianarlo  affatto;  il  che  poterono  ottimamente  fare  , 
avendo  fatto  vista  di  voler  uscire  a  combattere  co'  nimici. 
Mandarono  ancor  fuori  tulli  i  forestieri  disutili ,  e  serba- 
ronsi  mille  soldati  cappati,  bene  armali,  e  tulli  disposti  a 
difendersi  vigorosamente  infino  alla  morie.  Le  quali  cose 
come  davano  animo  a' Fiorentini  di  qua ,  così  lo  toglievano 
loro  gli  avvisi  che  avevan  di  Lombardia,  sentendosi  che  i 
Torelli,  e  il  Sanseverino  s'armavano  per  passare  di  qua  ; 
il  (he  metteva  sossopra  tulli  gli  amici  de'  Fiorentini,  minac- 
ciando Bologna,  Faenza,  Rimino,  e  Pesaro;  oltre  i  danni 
che  polean  fare  in  Lunigiana  in  quel  della  Repubblica.  Per 
questi  rispetti  essendo  entrato  gonfaloniere  di  giustizia  Tom- 
maso Soderini  la  quinta  volta,  il  quale  era  già  ritornato  dalla 
sua  ambascicria ,  fu  mandalo  verso  Castrocaro  Costanzo 
Sforza  con  cinquecento  in  seicento  cavalli,  e  fu  dato  ordino 
che  tulio  quel  paese  sgombrasse,  e  ad  Antonio  Boscoli  fu 
commesso,  che  tenesse  fermo  il  signor  di  Faenza  ,  si  che 
in  questi  scompigli  non  vacillasse.  Ma  i  nimici  essendo  ri- 
dotti a  Imola,  si  divisero  a'7di  novembre  in  più  parti.  Al- 
tri vennero  verso  Firenzuola  ,  e  si  condussero  infìno  alle 
valli  correndo  e  predando  il  contado;  ma  non  avendo  tro- 
vato mollo  da  rubare,  se  ne  tornarono  indietro  con  poco 
guadagno.  Un'allra  parie  s'addirizzò  alla  via  di  Paiazzuolo, 


LIBRO    VENTIQrATTRESlMO.  247 

«iove  essendo  stali  rinchiusi  per  qne' balzi  dalle  genti  dc"Fio- 
rentini,  vi  perderono  cento  cavali!,  tra' quali  furono  intorno 
a  venticinque  uomini    d' arn'ic.  Conluttociò    procedendo  poi 
oltre  vennero  a  Piancaldoli ,  e  presero  la  ròcca,  poi  dclter 
un'assalto    al  Ca\renno,  minacciando    a'terrazzani   d'arder 
loro  i  borghi  se  non  si  rendevano.  Ma  coloro  avendo  difeso 
gngiiardamcnle    il    castclio ,  non    poterono   vietare  a"  niniici 
l'arsione  de' borghi.  11  signor  di  Faenza  si    era    con  la  sua 
genie   d'arme  e  co' fanti  ridotto  a    Brisighclla    per    congiu- 
gnersi con  Costanzo  Sforza;  nel  qnal  tempo  Culle  non  po- 
tendo   più    tenersi,    o    come  i    Fiorentini    dtd3Ìtarono,  per 
colpa  de" forestieri  patteggiò  il  dodici  di  quel  mese  d'arren- 
dersi se  per  tulli  i  quattordici  non  era  socrorso.  E  non  po- 
tendo daglisi  aiuto  alcuno,  venuto  il  tompo  assegnalo  i  ni- 
mici  se  n'insignorirono.  Apparivano  tuttavia  nuove  difiìcollà 
e   pericoli  in  questa  guerra  ,  perriocchè  i  Veneziani  per  una 
guerra  mossa    da' Turchi    al  re  d'Ungheria,  non    volevano 
sfornire   i  lor  luoghi  ;  da  che  veniva  che  i  loro  soccorsi  ,   e 
provvedimenti  erano  molto  tardi.  Erasi  incominciato  a  dubi- 
tare  di  Lodovico  Sforza  che  non  venisse   di    buone  gambe 
a!  fatto  della  lega",  il  qual  sospetto  era  ancor  penetrato  nel- 
l'animo della  duchessa  di  Milano.  E  quel    che   era    peggio 
d'  ogn'  altra  cosa  ,  in  Firenze  erano  di  coloro,  i  quali  inco- 
minciavano a  mormorare  direndo,  che  per  un  cittadino  non 
doveva  andar  in  rovina  manifesta    tutta   la   Repubblica.    Ma 
questi  rumori  furono  in  gran  parte  racchetati    dal  beneficio 
della  stagione;  perchè  i  nimici  di  verso  Romagna  dopo  l'ar- 
sione de' borghi  d<fl  Cavrenno  ,  avendo  preso  alcune  piccole 
ville  intorno  Firenzuola,  finalmente  lasciato  Piancaldoli  for- 
tiilo  ,  se  ne  lornarr-no  verso  Imola    Similmente  questi  altri. 
i  quali  erano  a  Colle  dopo  aver  racconcie  le  mura  e  i  luo- 
ghi rolli  ,  messovi  dentro  buon  presidio  ,  aveano  pian  piano 
cominciato  a  ridursi  alle  stanze.  Il  duca  di  Calavria  in  Sie- 
na ,  e  quel  d'Urbino  a  Viterbo  per  essere  a  tempo  a  que'ba- 
gni  per  cagione  delle  sue  infermità.  1    Fiorentini  ridussero 
ancora  le  lor  genti  a  gli  alloggiamenii,  i  lor  soldati  in  quello 
d'Arezzo,  quelli  de' Veneziani  nel  contado  di  Pisa.  A'Mila- 
ncsi ,  e    a' Mantovani  fu  conceduto  che    se    ne  tornassero  ,i 
casa,    perchè    tal    ordine    aveano    da' loro  signori.  Q'iando 


218  dell'istorie  fiorentine 

n' vnnliquallro  giunse  a  Firenze  nn  Ironibella    del    duca    di 
Cal.nvria  .  col  quale  nolificava  per  ordine  del  papa  e  del  re, 
mossi  ad  instanza  del  re  di  Francia,  e  del    duca  di  Milano 
aver  comandamento  di  levar  l'offese   a' Fiorentini.    Essendo 
piaciuto  grandemente  questo  avviso  ,  fu  pubblicala  la  tregua 
;!\enlisei,  e  avendo  i  Fiorentini  chiesto  dieci  dì  di  contrad- 
detta, il  duca  si  contentò  di  cinque.  Con  questa  posa  del- 
l' armo  si    misero  innanzi  nuove  pratiche   e  maneggi ,    per- 
ciocché Lodovico  Sforza  ,  il  quale  si  era  accorto  che  il  suo 
cjoverno  non  piaceva  a'Veneziani,  si  era  pacificato  col  re  di 
Niipoli.  e  desiderava,  che  i  Fiorentini  si  spiccassero  da  quella 
llciMibblica:  a  che  i  Fiorentini  rispondevano,  che  quando  ben 
i\  quoslo  discendessero,  non  volevano  obbligarsi  a  farle  con- 
tro. Cercavano  di  più  che  gli  stali  di  Romagna  non  si  alte- 
rassero. E  che  se  le  castella  e  terre,  che  essi  aveano  perdute, 
non  si  potevano  renpcrare,  fosse  almeno  lor  conceduto  di  ri- 
comprarsele,  purché  non  avessero  a  dar  denari  a'Sanesi.  Lo- 
renzo de'Medici  veggendo  la  citlà  stracca  della  guerra,  e  che 
se  quella  continuava  ancor  l'anno  seguente,  facilmente  sarebbe 
jiotulo  succedere  alcuno  scompiglio,  volle  servirsi  di  questa 
occasione  che  correva  tra  queste  nuove  pratiche  di  congiun- 
7Ìnni  ;  ed  accordi.  E  avendo  tenuta  segreta  intelligenza  col 
capitano  dell'  armata  del  re  ,  la  quale  si  trovava  ne  liti  To- 
scani ,  che  il  dovessero   condurre  a  Napoli   a   Ferdinando , 
ordinò  col  gonfaloniere  che  facesse  a' 3  di  dicembre    ragu- 
nare  i  cittadini  più  principali  della  città.    I    quali    essendo 
venuti  in  palazzo,  e  non  essendo  se  non  a  pochissime  per- 
sone nolo  quel  che  trallar  si  dovesse,    Lorenzo  alzatosi  su 
parlò  in  questa  maniera:  Io  sarei  il  più  ingrato    uomo    del 
mondo  se  a  tanti  bonellci  e  onori  ricevuti  da  voi,  pres  an- 
tissimi  cittadini,  non  prendessi  risoluzione  di  corrispondere 
con  altro  che  con  parole,    delle  quali  se  la  bontà,  e  uma- 
nità vostra  si  è  infino  a  quest'ora  contentata,  e  per  avven 
l\na  si  contenterebbe  anche  per  1'  avvenire  ,  potendo  a  molli 
segni  esservi  accorti,  che  io  non  ho  mai  mentilo,    non  so 
però  quel  che  gli  emoli  e  avversar]  mici  e  vostri  ne  direb- 
bono  .  parendo  pur  troppo  chiaro  ,  che  per  la  conservazione 
d'un  sol  cittadino  qual' io  sono,  si  tenga  tuttavìa  esposto  in 

Uìouifesto  pericolo    lo    stato    dell'  intera  Repubblica.  Parrai 


LIBRO   VEMigCATTRESlMO.  2Ì9 

dunque  esser  vcnulo  Icmpo  opporliino  di  mostrare  non  a 
voi,  i  quali  slimerci  d'oiTendere  troppo  notabilmente,  se 
della  vostra  beni|i;niià  verso  rac  mostrassi  di  sospettare,  ma 
a' mici  e  vostri  avversarj ,  che,  premendomi  di  gran  limga 
molto  pili  il  ben  pubblico  ,  che  il  particolare  ,  faccia  ancor 
io  dal  canto  mio,  manifesto,  senza  che  essi  slessi  il  possano 
negare,  che  con  gli  effetii,  e  non  con  le  sole  parole  pre- 
ponga la  salute  della  Repubblica  alla  vita  mia  islessa.  Voi 
sapete,  nobilissimi  cittadini,  che  da  coloro  che  ci  furono 
prese  1'  arme  contro,  fu  detto,  che  non  si  avea  ira  e  sdegno 
con  la  Repubblica  Fiorentina,  ma  con  Lorenzo  de' Medici, 
e  che  ogni  volta,  che  io  fussi  cacciato  da  questa  città,  essi 
ileporrebbono  l'arme;  il  che  dalla  pietà  e  carila  vostra  non 
fu  in  alcun  modo  acconsentilo,  dicendomi,  che  io  dovea  in 
ogni  modo  vivere  e  morire  con  esso  voi ,  e  quel  che  avanzò 
ogni  moderno  e  aulico  esempio  della  benivolcnza  vostra 
verso  di  me  ,  vi  piacque  per  consentimento  di  tulli  di  asse- 
gnarmi la  guardia  di  dodici  uomini  per  conservazione  della 
persona  mia.  Non  potei  allora  oppormi  alla  vostra  delibera- 
zione ,  e  lutto  quello  che  infino  a  quest'ora  e  seguito  è 
troppo  gran  segno  della  bontà  vostra  e  dell'obbligo  mio; 
al  quale  dovendo  io,  in  quanto  per  me  si  può,  cercare  in 
alcun  modo  di  soddisfare  ,  ho  deliberato  d'  andare  a'  vostri 
nimici ,  e  mettermi  nelle  mani  loro,  acciocché  avendo  essi 
odio  meco  ,  se  'i  vero  dicano,  con  me  e  non  con  esso  voi, 
sfoghino  r  ira  loro.  Io  non  credo  aver  dato  ad  alcuno  di  voi 
mentre  con  voi  son  vissuto  ,  indizio  d'  uomo  furioso  o  di- 
sperato. Perciò  farete  conto  che  io  non  di  mio  proponi- 
mento ,  ma  quasi  mandalo  da  voi  vada  per  prendere  alcun 
compenso  alla  causa  comune,  e,  o  coslor  dicano  daddovero, 
e  ragioncvol  cosa  è  che  piuttosto  nno  pala  per  lutti,  che 
tulli  per  uno,  o  forse  altro  senlon  nell'animo  di  quello 
che  suonano  le  parole,  e  in  lai  caso  m'ingegnerò  e  sludierò 
io  per  ogni  modo  e  via  possibile  ,  che,  tornando  a  voi  sal- 
vo ,  e  per  voi,  e  per  me  vi  rechi  la  deliberala  salute  e  tran- 
quillità. Vi  prego  ardentemente  ,  che  non  vogb'a  alcuno  di 
voi  opporsi  a  questa  mia  onestissima  e  necessarissima  de- 
liberazione ,  portando  ferma  speranza  nella  infinita  bontà  , 
e  misericordia  di  Dio ,  che  questa  mia  andata  né  a  me  ,  uè 


•2'iO  DELt'lbTOHlE    FIORENTJNE 

a  voi  debba  esser  danno^•a.  Non  essendo  <T!ciinn  ,  die  ar- 
disse opporsi  alla  volonlà  di  Lorenzo ,  non  ebbe  a  dirsi 
allro  ,  se  non  a  pregarli  felice  viaggio  ;  sperando  così  nella 
virtù  e  valore  suo  ,  come  nella  giustizia  della  causa ,  che 
le  cose  comuni  succedcrebbono  felicemcnle.  Non  fu  appena 
parlilo  Lorenzo  ,  che  vennero  novelle  come  la  notle  mede- 
sima,  che  egli  avea  fallo  le  parole  in  palazzo,  i  Fregosi 
entrali  alle  undici  ore  in  Screzzana  ,  de' quali  era  capo  Ago- 
slino  figliuolo  di  Lodovico,  aveano  quella  terra  occupalo,  e 
messo  a  sacco  la  casa  del  capitano  e  de' doganieri  ;  la  qual 
cosa  fu  olire  modo  grave  alia  Repubblica  parendo  oltre  il 
danno  esser  l' ingiuria  siala  maggiore  per  cagione  che  erano 
levate  l'offese,  e  che  non  s'aveva  a  temere  in  simil  tempo 
di  così  fatto  accidenle.  Furon  mandati  trecento  fanti  sotto 
il  governo  del  marchese  Gabriello  per  riparare  che  non 
seguisse  peggio  ;  e  fu  commesso  a  Francesco  Gaddi ,  che 
il  tulio  notificasse  a'duchi  di  Calavria,  e  d' Urbino  .  lamen- 
tandosi in  nome  della  cillà,  che  sotto  la  sicurtà  della  fede 
avessero  i  Genovesi  avuto  ardimento  di  por  mano  a  simi! 
scelleratezza.  Mandarono  quei  signori  due  loro  uomini  per 
la  restituzione  di  Serezzana  ,  ma  la  cosa  andò  più  in  lun- 
go,  che  i  Fiorentini  non  avrcbbon  voluto.  Tra  tanto  i  Dieci 
della  guerra  fecero  intendere  a  tutti  i  signori  amici  e  con- 
federati 1' andata  di  Lorenzo  a  Napoli,  assicurandoli  che 
ella  non  era  ad  altro  fine  che  a  comun  beneficio,  e  perciò 
chicdeano  strctlamente  che  di  ciò  non  pigliassero  ammira- 
zione. E  essendo  venuto  il  tempo,  che  il  lor  magislralo 
finiva,  entrarono  a"  13  di  dicembre  i  nuovi  Dieci;  i  quali 
furono  Anlonio  Ridolfi,  jJernaido  Curbinelli  ,  Francesco 
Dini,  Girolamo  Morelli,  Anlonio  de'Nohili,  Lorenzo  Car- 
ducci, Agnolo  della  Stufa,  Maso  degli  Albizi ,  Franccscn 
Uomoli ,  e  Piero  de' Pieri.  Costoro  essendo  confortati  d;il 
duca  di  Calavria  a  non  far  novità  per  le  cose  di  Serezzana 
finche  egli  vedesse  quello  che  potesse  operare  senz'armi, 
pretendendo  in  ciò  mettervi  dell' onor  siio,  commiscro  a 
Conte  Compagni  che  non  molestasse  Serezzana  ,  ma  facesse 
ben  opera  che  i  Fregosi  tra  questo  mezzo  non  la  munis- 
sero. Quasi  nel  fine  dell'anno  seguì  la  morte  di  Bernardo 
Bandiui,  che  fu  una  di  quelle    cose    che    grandemente  ac- 


l.inRO    VEMIQdATTUESISIO.  231 

crebbe  la  ripiilazione  di  Lorenzo  de' Medici ,  considerandc.» 
che  scampalo  egli  dal  furore  del  popolo  ,  quando  1'  anno 
innanzi  si  Irovò  a  uccidere  nella  congiura  de'  Pazzi  in  Santa 
Maria  del  Fiore  Giuliano  de' Medici,  e  Ira  gli  infedeli  ri- 
coverato ,  era  stata  tanta  la  potenza  e  autorità  di  Lorenzo, 
che,  trovato  egli  in  Costantinopoli ,  e  di  là  a  Firenze  con- 
dotto ,  fu  ìa  notte  che  segui  a' 28  di  dicembre  impiccato 
per  la  gola  alle  finestre  del  palagio.  Essendo  le  cose  in 
q  lesti  termini  Averardo  Salviati  prese  il  primo  gonfalone- 
rato  dell'anno  1480  con  espettazione  grandissima  di  quello 
the  Lorenzo  in  Napoli  conchiudesse.  Perciocché  il  caso  di 
Iacopo  Piccinino  mollo  prontamente  occorreva  nell'  animo 
e  degli  amici,  e  de'nimici  suoi  Coloro  temendo,  e  questi 
desiderando  che  il  medesimo  a  lui  intervenisse.  Ma  Lorenzo 
avendo  co'  doni  guadagnato  gli  amici  del  re,  e  con  la  pru- 
denza e  eloquenza  sua,  e  co' parliti  che  egli  proferiva  al 
re  medesimo  ;  a  cui  avea  fatto  toccar  con  mano  quanto  alle 
cose  sue  in  ogni  tempo  più  1'  amicizia  de'  Fiorentini ,  che 
quella  de'  ponlefici,  fosse  per  giovare  ,  non  solo  rese  a  se 
benivolo  Ferdinando,  ma  il  condusse  a  fiir  pace  con  la  sua 
S^epubblica  ,  a  tempo  ,  che  i  Fiorentini  della  futura  guerra 
dubitando,  altcndeano  tuttavìa  a  far  nuove  provvisioni;  per- 
ciocché condussero  di  nuovo  al  lor  soldo  Gismondo  Manfredi 
figliuolo  di  Taddeo;  confortarono  Antonello  Ordeladì,  avendo 
la  sua  condotta  finito,  a  continuare  in  essa,  e  ringraziarono 
sommamente  il  conte  di  Pitigliano ,  che  essendo  da  passali 
Dicci  stato  condotto  per  tre  anni,  avesse  ratificato.  Cre- 
detlesi  che  questa  pace  fosse  slata  aiutata  gagliardamente, 
non  tanto  da  alcuna  buona  disposizione  che  il  re  avesse 
verso  di  Lorenzo,  o  de' Fiorentini ,  quanto  da  vera  ne- 
cessità; perciocché  il  duca  di  Loreno  confederalo  de' Ve- 
neziani era  calato  in  Italia,  e  manifestato  che  il  duca  di 
Calavria  per  lettere  sue  de' 9  di  febbraio  avea  fatto  inten- 
dere a'  Dieci ,  che  non  si  maravigliassero  se  egli  con  la 
sua  gente  d'arme  s'inviava  verso  Pori' Ercole  di  marem- 
ma ,  perchè  avea  inleso  ivi  esser  arrivato  Loreno  col 
bastardo  del  duca  Giovanni ,  benché  i  Dieci  non  credendo 
allora  interamente  allo  parole  del  duca ,  avessero  ordi- 
nalo a  Bernardo  del  Nero ,  che  s'esse  con  glj  occhi  aperti  , 


23-2  tell'  istorie  fiorentine 

perchè  sotto  questa  mossa  alcuno  inganno  non  si  nascon- 
desse. Ottenne  dunque  Lorenzo  la  pace  dal  re  in  nome  della 
sua  Repubblica;  la  quale  fu  conchiusa  a' 6  di  marzo  nel  gon- 
falonerato  di  Bernardo  Lucalberti  con  queste  condizioni.  Che 
l'uno  all'altro  fusse  parimente  obbligato  per  difesa  dei  loro 
stali;  la  restituzione  delle  terre  a' Fiorentini  nella  passni.i 
guerra  tolie,  secondo  l'arbilrio  del  re  si  facesse  ;  i  Pazzi  dell.i 
torre  di  Volterra  fusscro  liberali,  e  al  duca  di  Calavria  per 
un  certo  tempo  una  somma  di  danari  sotto  titolo  di  condotta 
pagar  si  dovesse-  Questa  pace,  nella  quale  intervenne  il  papa 
e  il  duca  di  Milano  fu  poi,  secondo  dice  il  Corio  pubblicata 
in  Milano  a' 25  di  quel  mese;  sebbene  il  pontefice  lamen- 
tandosi che  egli  fosse  slato  uccrllalo  in  questa  pratica,  e  che 
non  si  fosse  tenuto  conto  di  lui  non  più  lardi  che  verso  il 
fine  d'aprile  si  fosse  da  questa  amicizia  separalo,  e  co' Ve- 
neziani congiuntosi.  La  qual  cosa  temuta  da' Fiorentini  fu 
ragione  che  prima  che  ella  succedesse  si  fosse  pensato  a 
tener  quanto  più  fosse  possibile  quello  stalo  che  allora  reg- 
geva fermo  e  unito;  perchè  sebbene  Lorenzo  dopo  la  pace 
latta  col  re  molto  di  reputazione  fosse  accresciuto,  non  che 
in  Firenze,  ma  in  tutta  Italia,  magnificando  gli  amici  suoi  la 
destrezza  dell'ingegno,  la  forza  del  parlare,  e  soprattutto 
con  la  prudenza  e  avvedimento,  l'ardente  carità  sua  verso 
la  patria  accoppiando:  non  mancavano  per  tutto  ciò  di  coloro, 
i  quali  più  sottilmente  queste  cose  interpelrando  dicevano  , 
che  egli  non  per  cagione  del  pubblico  beneficio,  ma  per 
mantenere  se  grande  e  potente  nella  Repubblica,  era  entrato 
in  colali  pericoli;  e  che  se  ne  vedrehbon  tosto  i  segni;  quan- 
do tirando  pian  piano  a  se  le  faccende  pubbliche  e  insie- 
memente  l'autorità  delle  leggi  non  trovando  alla  fine  più 
contrasto  del  tutto  si  fusse  insignorito.  Ristrettosi  dunque 
co' capi  della  città  ottenne,  che  balia  si  prendesse  ;  dalla  quale 
fu  creato  un  consiglio  di  trenta  cittadini,  benché  conosciuta 
questa  opera  odiosa,  a' settanta  si  fosse  prestamente  allar- 
gato: aggiungendovi  ancora  che  qualunque  fosse  slato  per 
l'avvenire  gonfaloniere  di  giustizia,  benché  in  detto  consi- 
glio non  fusse,  vi  dovesse  esser  ammesso  dove  però  dal 
detto  consiglio  del  settanta  fosse  vinto.  Ne  fu  dubbio  alcuno 
per  quel  che  s'avea  a  trattare  esser   questo   consiglio  stalo 


LIBRO   VENTIQUATTRESIMO  253 

utile  alla  Repuliblica,  trovando  minor  diflìcollà  nel  condurre 
a  fine  gli  affari  importanti,  che  non  si  sarebbe  fatto  quando 
maggior  numero  vi  fosse  intervenuto.  E  perchè  la  guerra 
paresse  veramente  cessata,  fu  tolto  via  1' ufficio  de' Dieci,  e 
in  ior  luogo  creati  gli  Otto  di  pratica;  la  cura  de' quali  ben- 
ché sia  la  medesima,  è  nondimeno  senza  comparazione  la 
loro  autorità  più  regolata  e  ristretta.  Parendo  che  le  cose 
fossero  assai  bene  assetiate,  ancorché  molti  si  lamentassero, 
che  Lorenzo  co' dinari  pubblici  avesse  rimediato  alle  sue 
cose  private,  che  correvan  pericolo;  entrò  nuovo  gonfaloniere 
Bernardo  Kuongirolami.  Ma  oltre  che  il  papa  movendo  1' ar- 
me contro  Gostunzo  Sforza  principe  di  Pesaro  purea  che 
fusse  per  appiccar  nuovo  fuoco  in  Italia,  non  era  dall'altro 
canto  molto  sicura  la  vicinità  del  duca  di  Calavria;  il  quale 
sotto  vista  di  rimettere  i  fuoriusciti  in  Siena,  si  era  di  quelld 
città  impadronito.  Dava  ancora  non  piccola  noia  a' Fioren- 
tini il  non  vedere  via  che  Screzzana  Ior  hi  rendesse  ;  nelle 
quali  molestie  si  continuò  anco  per  buona  parte  del  gonfa- 
lonerato  di  Giovanni  Bonsi,  anzi  ricevendosi  da'nimici,  i 
quali  erano  in  Serazzana  dell'offese,  fu  commesso  a  Gio- 
vanni Aldobrandini  capitano  di  Sarezzanelle  che  ancor  egli 
facesse  loro  il  medesimo.  In  Furlì  erano  ancora  apparite  no- 
vità, dove  essendo  morto  Sinibaldo  piccolo  f.mciulio  lasciato 
da  Francesco  Ordelaffi,  il  quale  ancor  egli  si  era  morto  di 
fresco,  erano  col  favore  del  signor  di  Faenza  loro  zio  entrati 
Antonmaria,  e  Francesco  Maria  Ordelaffi,  che  a' Fiorentini, 
al  re,  e  al  duca  di  Calavria  perciò  caldamente  si  raccoman- 
davano; dubitando  che  il  papa,  come  fece  d'Imola,  non  vi 
mettesse  mano.  Ma  questo  e  ogni  altro  sospetto  fu  da  un 
grave  e  non  aspettalo  accidente  superalx).  Viveva  ancor  Mao- 
metto signor  de' Turchi  che  l'anno  53,  come  di  sopra  si  disse 
avea  acquistato  Costantinopoli.  Costui  non  sazio  d'  aver  gua- 
dagnalo due  Imperj,  soggiogato  dodici  regni,  e  preso  dugenlo 
città  de'cristiani,  a\ea  in  quest'anno  medesimo  assalito  Kod:; 
dalla  quid  Isola  essendosi  levato  con  danno  grande  de' suoi 
0  per  sfogare  l'ira  sua  altrove,  o  da  alcuni  vi  fusse  chiamato 
a  cui  la  potenza  del  re  di  Napoli  era  venuta  in  orrore,  o 
the  pure  trovandosi  con  l'arme  in  mano,  e  soprastandogli  il 
tempo  vicino  della  sua  morte,  volesse  linir  la  vita  sua  met- 


25i  dell'  istorie  fiorentine 

tendo  il  piede  in  Italia  con  un,i    impresa    piena    di    suinm,i 
gloria,  commise  ad  Acomalto,  come  altri  dicono,  ad  Alcmcch 
capitano  della  sua  armaia  che  assalisse  Olranlo,   ove  smon- 
tato a' 28  di  luglio,  quella  con  grandissimi  uccisione  dei  di- 
fensori prese  alli  H  d'agosto.  Quanta  nuilazione  de' pensieri 
avesse   fatta  nul  re,  nel  duca  di    Calavria,    e    nel    ponlelice 
islesso  questo  accidente,  è  dilFn  il  cosa  d'esprimere,  percioc- 
ché e  il  papa  col  re,  durante  quella  guerra,  si  ristrinse,  e 
il  duca  di  Calavria  sospirando    che    la    fortuna    gli  togliesse 
di  grembo  l'occasione  d'insignorirsi  di  Toscana,  fu  toslrelto 
ritornare  nel  regno  a  difendere  le  cose    sue.     Patironne    in 
questo  gli  Ordelallì;   perciocliè  dov(!  dal  re  e    da' Fiorentini 
sarebbono  stali  difc;;i.  il  re,  per  gratificarsi  il  papa,  promet- 
tendo de  rato  per  lo  duca  di  Alilaiio  e  pe' Fiorentini,    per- 
mise che  il  piipa  Furl'i  si    acquistasse;    il    quale,  mandatovi 
Federigo    duca  d'Urbino,  con  poca  fatica  se  ne  insignorì,  e 
al  suo  Kiario  lo  diede.  Restò  dunque  alla  RcpuUblica  libera 
da  ogni  molestia  solo  il  pensiero  di  Serezzana  ;  dove   deli- 
berò per  assicurare  le  vettovaglie    volger   parte    di     quelle 
genti  che  allora  si  trovava;  perchè,  entralo  che  fu  gonfaio 
niere  di  giiis:i/ia  Piero  Mcliini,  vi  fu  mandato    con    la   sua 
compagnia  d'uomini  d'arme,  (  comprendeva  ogn'uomo  d'ar- 
me cinque  persone  a  cavallo  )  e  con  venticinque  bideslrieri 
Alarco  de'Pii,  il  quale,  benché  io  non  trovi  da  chi  né  per  che 
cagione,  fu,  passato  che  ebbe  Seravalle,  fatto  prigione:  per- 
chè i  Fiorentini  per  rimediare  vi   raanlarono  di    più    mille 
fanti,  e  dettero  ordine  che  la  cavalleria  di  Marco  ubbidisse 
a  Iacopo  della  Sassella.  Succedettero  alcune    leggieri  zuffe 
tra  costoro  e  i  nimici,  ma  asendo  le  genti  de' Fiorentini  fatto 
quello    perchè  erano  andate,  fu  a   mezzo    ottobre    ordinato 
loro   che  sene  ritornassero;   avendo   m  isiim;\menle    il  duca 
di  Calavria  assicurato  la  Repubblica  che  A'^ostino    Fregoso 
leverebbe  le  offese.  iMa  soprastando  tuttavia  il  pericolo   dei 
Turchi  (perciucchc,  preso    Otranto,    s'erano  in    quella  città 
fortilìcali,  e  attendevano  ta'ora  a  far  delle    scorrerie    per  i 
luoghi  vicini)  il  re,  oltre  la  pace  falla  ,  fece  una  nuova  lega 
co' Fiorentini,  nella  quale  intervennero  non  solo  il  duca    di 
Milano,  ma  Luigi  re  di  Francia,  Ercole  duca  di  Ferrara  ,  e 
Federigo  marchese  di  Mantova.  E  confortò  i  Fiorentini  che 


IIB!U)    VENTigCATTRESlMO-  253 

iter  militare  I  Jiiiìmo  del  pontefice,  e  per    assolversi    dfjlie 
'cnsiire,  venissero  con  S'.ia  beatÌMidine  a  lutti  quelli  atti  di 
nmiUà  che  ella  arelibe  ricerco.  Furono  dalla  signoria,  che 
entrò  con  Bernardo    Hiicellai    gonfaloniere,  eletti    per    lare 
questo  ufficio  d'ubhi  iionza  al  ponlefr/e  dodici  aml)asciadori 
Francesco    Soderini    vescovo    di  Volterra,    Luigi    Guicciar- 
dini, Antonio  Rivloifì,  Giovanni  Gianfigliazzi,  Piero  .\liner- 
heltì,    lutti  quattro  cavalieri,  GuidAntonio  Vespucci  dottor 
di  leggi,  Maso  degli  Aìhizi  ,  Gino  Capponi,  Iacopo  Laiifre- 
dini,  Domenico  PandoHini,  Giovanni  Tornabiioni,  e  Antonio 
de" Medici.  Costoro  entrali    in    Roma    di   notte   tcm|to   scn- 
z'  a cnia  dimostrazione  d'  onore  ,    vennero   nv\    giorno  ,  che 
l'u  determinalo,  ne!  portico  di    San  Piero,    ove  il  papa  cir- 
condalo da  molli  cardinali,  e  prelati  seggendo  sopra  la  Sedia 
piìnlificale  parato    gli    slava    aspettando.  Quivi  gillatiglisi  a 
piedi  tiitli  e  «lodici  in  terra  con  segni  grandissimi    li' umilia 
gii  chiesero  de' falli  della  lor  patria  perdono,  profferenijosi 
pronti  a  uhbilire  inler.iraente  a  tutta  qu(lla  pena  che  fosse 
loro  imporla.  Il  pa[)a,  avendo  a  ciascuno  di  loro  tocco  leg- 
giermente la  spalla  con  una  baccbella  che  in  mano    tenea  . 
dopo  Ielle  alcune  sacre  cerimonie  che  ne'  IìItI  de  pontefici 
si  contengono  sopra  così  fatti  casi  appartenenti  ,  diede  lor(t 
F  assoluzione  di  tutte    le    colpe    jiassate  .    e    animiseli   alla 
chiesa,  e  a' divini  ufTicj  .  permise  che  non  più  come  scisma- 
tici e  innbbidienli .  ma  a  guisa  ili  buoni  cristiani,  accompa- 
gnati dalle  famiglie  de' cardinali  e  da  molli    prelati  e  corli- 
giani,  alle  case  loro  se  ne  rituriiiissero  :  onde  fu  c<d  line  di 
quell'anno  posto  ancor  line  ad  ogn' altra  lite  e  ciuite^a. 


Dilli'  ISTORIE  liOREMl^E 

DI 

SCIPIONE  AUmiIRATO 

LIBRO  VEiNTICISQUESIMO. 

Anni    1481-1487. 


%.wm  questa  tranquillità  entrò  l'anno  1481,  e  prese  il  som- 
mo magistrato  Antonio  Pucci,  continualo  con  la  medesima 
qniele  da  Bernardo  Corbinelli  e  da  Cristofano  Spinelli,  nel 
tempo  del  quale  venuta  a  luce  una  congiura  ordinata  contro 
l;i  persona  di  Lorenzo  de' Medici  da  tre  cittadini  Fiorentini, 
da  Halisla  Frcscobaldi .  da  un  figliuolo  di  Guid*)  Baldovi- 
iietti,  nato  di  non  legittimo  matrimonio,  e  da  Filippo  Bal- 
dticci,  i  quali  aveano  ad  ucciderlo,  siccome  scrive  IViccol»> 
Valori,  nel  tempio  del  Carmino:  di  costoro  fu  presa  giustizia 
conveniente  al  lor  fallo  il  sesto  giorno  di  giugno;  maravi- 
gliandomi forte  io  che  essendo  stato  il  Frcscobaldi  buona 
cagione,  trovandosi  egli  allnra  consolo  de' Fiorentini  in 
Pera  .  di  far  pervenire  in  mano  della  giustizia  il  Bandini , 
si  fusse  poi  a  tanto  misfatto  recato,  potendo  ragionevol- 
mente stimare  quanto  piii  agevolmente  sarebbe  stalo  punito 
il  s  10  peccalo,  essendo  egli  in  Firenze.  Passò  ancor  che- 
tamente il  gonf.iloneralo  di  Cosimo  Barloli.  Ben  si  stima  che 
avessero  i  Fiorentini  porto  aiuti  al  re  di  Napoli  per  la  guerra 
d'Olranlo,  essendo  suoi  confoderati,  ma,  qual  se  ne  sia  la 
cagione,  mancano  per  questo  tempo  le  scritture  pubbliche. 
Nondimeno  Otranto  fu  ricoveralo  dalle  genti  regìe  il  12 
giorno  di  settembre,  essendo  in  Firenze  gonfaloniere  'il 
giustizia  Audio  de' Medici.  La  qual  cosa  diede  allcgrez/.i  a 
A3!.M.   Voi.  V.  17 


2o8  dell'istorie  fiorentine 

tijlta  Italia  ;  il  cui  comun  pericolo  da  si  polente  nimico  avoa 
fallo  posar  le  domeslithc  gare  defili  altri  principi  e  poten- 
tati Iialiani.  Ala  essendo  quello  cessato,  non  si  pose  mnlin 
ifinpo  in  mezzo  a  siisciLirle.  Il  primo  movimento  usci  di 
ìMilano  per  l'ambizione  di  Lodovico  Sforza  duca  di  Bari;  iì 
quale  per  cupidigia  di  regnare,  molli  danni  in  suo  tempo 
apportò  a  It>iiia  ,  e  finalmente  a  se  stesso  ;  perchè  fosse 
egli  oitimo  esempio  a  cìasrnno  a  moderar  miglio  i  non  ra- 
gionevoli desi  lerj.  ('oslui  avendo  1'  anno  passato  spoglialo 
il  giovane  i;i;iotc  duca  di  Milano  del  più  caro  e  fidato  fa- 
miliare e  ministro  che  avesse  avuto  il  duca  Francesco  suo 
avolo ,  tenne  tali  modi ,  che  la  madre  islessa  fu  costretta 
partirsi  anco  dal  figliuolo ,  la  quale  tostamente  fé  ritenere. 
Di  questi  modi  di  procedere  a\ enfio  preso  sospetto  gran- 
dissimo Ruberto  Sanseverino  cugino  di  Lodovico,  in  prima 
si  allontanò  dalla  corte,  poi  in  lutto  si  alienò  da  lui.  La 
qnal  cosa  con  altre  accompagnata,  po-se  di  nuovo  l'armo  in 
mano  di  tutta  Italia;  perciocché  Ruberto  con  Pietro  dal 
Vermo  ,  con  Piermaria  de' Rossi  conte  di  Sansecondo,  con 
Obiello  dal  Fiesco  e  con  molti  altri  amici  si  congiunse  ;  e 
costoro  da' Vcueziani  fatti  amici  del  papa  desiderosamente 
fiìron  raccolti.  I  quali  Veneziani  erano  sdegnati  col  duca  di 
Ferrara  per  cagione,  che  quel  principe  col  callo  dei  re  di 
Napoli  suo  suocero  recusava  di  far  i  sali  a  Comacchio,  avea 
usalo  poco  rispetto  al  Visdomino  che  essi  tencano  in  Fer- 
rara ;  e  come  se  egli  volesse  farsi  certi  confini,  attendea  a 
tirare  innanzi  alcune  bastìe  vicino  a  capo  d'argine;  per  le 
quali  cose  dubitando  de'Vtneziani  ricorse  a  confederati;  e 
costoro  tra  per  gli  obblighi  della  lega,  e  per  tema  di  se 
medesimi  se  lasciavano  più  ampliare  la  Veneziana  polenya, 
noi  poterono  abbandonare.  Ma  noi  per  non  generare  cou- 
lusione  racconteremo  questi  successi  di  luogo  in  luogo , 
seguitando  la  ragione  de' tempi.  Intanto  Lodovico  duca  di 
Bari  per  frenar  la  ribellione  del  Sanseverino  richiese  i  Fio- 
rentini del  lor  capitano.  Questi  era  Costanzo  Sforza  prin- 
cipe di  Pesaro,  a  cui  il  gonfaloniere  Attilio  de' Medici  la 
mattina  del  quarto  giorno  d'ottobre  aveva  in  su  la  ringhiera 
con  gran  pompa  dato  il  bastone  del  generalato  ;  il  quale 
giunse    poi    a    Milano  il  diciotlesimo  giorno  di  quel  mese. 


MBRO   VENTICINQUESIMO.  239 

Crearonsi  a' 20  non  i  Dieci  della  guerra,  non  apparendo 
iincor  cosa  di  tanto  momento  ,  ma  gli  Oi(o  di  pratica.  E  nel 
medesimo  tempo  crebbe  a' Fiorentini  il  sospetto  de'Frc- 
gosi  ,  perchè  fu  mondalo  a  Serczzanello  co'soui  balestrieri 
a  cavallo  ,  e  con  quatlroceiilo  cavalli  di  Costanzo  Sforza  ,  i 
quali  erano  in  Arezzo,  Giovan  Francesco  Sanseverino^,  e 
dopo  lui  Niccolò  di  Berignano  con  altri  condottieri,  essendo 
stalo  crealo  commessario  di  quella  impresa  Antonio  PuclÌ. 
>l'on  lasciarono  ancora  per  i  loro  uomini  di  persuadere  a 
Ruberto,  nel  gonfalonerato  di  Lorenzo  Nasi,  a  volere  star 
saldo  nella  fede  del  suo  principe  e  parente  ,  confortandolo 
a  contentarsi  dello  stipendio  ,  sotto  la  quale  scusa  egli  si 
era  di  Milano  partilo.  Ma  Ruberto  scusandosi  the  egli  non 
^i  fidava  di  quel  goveriiO  che  in  Milano  reggeva,  attese  a 
nìenare  innanzi  le  sue  pralitlie.  Mentre  Agostino  Fregoso 
lenea  ancor  egli  i  Fiorentini  in  gelosia  per  trattati  che  me- 
nava in  Lunigiana.  Nel  medesimo  tempo  si  trattava  calda- 
mente col  re  di  Napoli  da  parte  della  Repubblica  per  hi 
restituzione  che  i  Sanesi  aveano  a  fare  delle  castella  per- 
dale nellu  guerra  passala  ;  la  qiial  pratica  benché  fosse  ita 
in  lungo  ,  ebbe  poi  l'elice  fine-  Con  questi  principj  di  gran- 
dissimi movimenti  prese  Lapo  Niccolini  il  primo  gonfalone- 
ralo  dell'  anno  l482.  Ma  i  Fiorentini  facendo  vista  di  non 
sapere  dove  il  papa  si  volesse  gillare ,  tornando  il  cardinale 
ùi  S.  Piero  in  Vincola  legalo  di  Francia  ,  ordinarono  che 
egli  fosse  ricevuto  a  Pisa  con  ogni  sorte  d'onore,  com- 
niellendo  che  si  facesser  cacce  per  tutto  il  paese  per  sal- 
vaagiurai ,  perchè  ei  fosse  con  magnifiche  spese  inlratte- 
nulo.  Ma  essendo  Ruberto  Sanseverino  arrivalo  a  Piombi- 
no ;  perciocché  Obiillo  dal  Fiesco  era  stato  rollo  da  Go- 
sljnzo  Sf!>rza,  accrebbe  il  sospetto  di  coloro  che  regge- 
vano la  Repubblica,  onde  essi  licenziarono  da  lor  soldi 
Giovan  Francesco  suo  figliuolo  ,  vietando  nondimeno  con 
e^prcbsi  coraandamenli ,  che  alla  moglie  di  lui.  la  quale  era 
restata  a  Pisa,  si  facesse  alcun  oltraggio,  dicendo  che  essi 
avean  guerra  con  gli  uomini  e  non  con  le  donne;  ancorché 
molto  presto  si  fosse  sapulo,  che  Giovan  Francesco  mon- 
tato sopra  tre  navi  di  Genovesi ,  le  quali  s'  erano  scoperte 
su'  mari  di  Genova ,    conducesse  Ire  mila  fanti  in  corazzina 


260  dell'istorie  fiorentine 

aManni  de' luoghi  de' Fiorentini.  Fu  per  questa  cagione  nel 
gonfaloneralo  di  Nofri  Acciainoli  creato  capitano  della  fan- 
teria Andrea  dal  Borgo  ;  e  già  si  vedca  che  le  cose  di  Fer- 
rara non  poleano  ricevere  sorte  alcuna  d'accomodamento, 
stando  fermi  i  Veneziani  a  volere  interamenle  esser  resti- 
tuiti alle  loro  ragioni  ;  onde  i  collegali  di  questa  parte  si 
posero  a  praticare  di  condurre  per  capitano  generale  della 
lor  lega  Federigo  duca  d'Urbino;  il  quale  finalmente  con- 
dussero con  onorevolissime  condizioni.  Né  i  Veneziani  vol- 
lero trovarsi  sprovveduti  di  capitano  ,  i  quali  dettero  la  cura 
de' loro  esrrcili  a  Ruberto  Sanseverino.  Contutlociò  essendo 
venuto  il  lem|io  che  gli  otto  di  pratica  finivano  il  lor  m..- 
gislrato ,  s'astennero  i  Fiorentini  di  creare  i  Dieci,  ma 
trassero  a' 20  d'aprile  gli  altri  otto  di  pratica;  i  quali  sen- 
tendo che  il  Sanseverino  a' principj  di  maggio  nel  gonfalo- 
nerato  di  Pier  Filippo  Pandolfini  si  era  volto  alla  via  di 
Lombardia  ,  ebbero  la  guerra  per  retta  ,  e  volendo  far  le 
provvisioni  necessarie  ,  sollecitarono  che  il  re  mandasse  il 
duca  di  Calavria  in  aiuio  del  genero;  con  la  quale  occasione 
si  cbiarireldic  dcla  monte  del  papa,  avendo  a  passare  per 
i  suoi  terreni  armalo.  Il  quale,  quando  pure  il  passo  non  gii 
consentisse,  allora  stimandolo  per  nimico  sei  togliesse  per 
forza,  e  mancggiassesi  la  guerra  da  ogni  lato  vivamente. 
Di  ciò  si  liallò ,  oltre  il  mezzo  degli  ambasciadori ,  con 
don  Federigo  il'  Aragona;  il  quale  era  poco  innanzi  tornalo 
di  Francia,  e  in  Pisa  Bernardo  del  Nero  in  nome  della 
Repubblica  1'  avea  magnificamente  ricevuto  In  questo  modo 
si  appiccò  la  guerra  in  tre  parti  d'  Italia.  In  Parmigiana  tra 
le  genti  del  duca  di  Milano  e  il  conte  di  Sansecondo.  In 
Ferrarese  tra  i  Veneziani  e  il  duca  Ercole;  e  in  campagna 
di  Roma  tra  il  papa  e  il  re.  In  quel  di  Ferrara  il  Sanseve- 
rino, dopo  aver  preso  alcune  piccole  castella  si  accampò 
a' 28  di  maggio  a  Ficheruolo  ,  il  duca  d'Urbino  si  pose  al- 
l' ineonlro  di  qua  del  Pò  alla  Stellala.  Circa  questo  mede- 
simo tempo  il  duca  di  Calavria  era  arrivato  in  su  '1  lago  di 
Marti  vicino  a  Roma  quaranta  miglia ,  e  trovato  che  gli 
s'impediva  il  passo,  avea  preso  e  posto  a  sacco  Trievi  ; 
perchè  i  Fiorentini  richiesero  il  duca  di  Milano  ,  che  ri- 
mandasse a  Firenze  il  lor  capitano  per  potersi  valere  di  lui 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  261 

nelle  cose  che  occorressero  in  beneficio  della  lega,  e  si- 
curlà  loro  in  Toscana.  Il  papa  reggendosi  parimenic  in  casa 
sua  travagliare  ,  richiese  i  Veneziani  che  gli  mandassero 
Ruberlo  Malalesla.  K  henchc  i  Fiorenlini  per  qiiesli  mag- 
gior moli  avessero  inlralleniilo  i  fatti  di  Sere/zana  per  po- 
ter tirare  i  Genovesi  nella  lega,  non  fecero  però  alcun  pro- 
fitto,  essendosi  i  Genovesi  confederati  col  papa  e  co' Ve- 
neziani. Bollendo  dunque  la  guerra  quasi  in  tutte  le  parli 
più  notabili  d'  Italia  ,  ella  si  ridusse  anco  a  città  di  Castel- 
lo,  dove  da  i  Fiorentini  per  dar  favore  a  Niccolò  V^ilelli 
fu  deputato  Goslnnzo  Sforza  già  ritornato  di  Lombardia  , 
poiché  il  signor  di  Faenza  •  il  quale  avea  domandato  aiuto 
dalla  Repubblicn  .  e  eragli  Costanzo  Sforza  stalo  mandato  , 
avea  detto  non  aver  più  bisogno  di  lui.  Per  tanti  tum'iUi 
era  maravigliosa  la  diligenza  che  usava  ciascuno  in  conser- 
varsi gli  amici  o- aderenti  suoi.  Onde  i  Fiorenlini  ordina- 
rono ad  un  mazziere  del  pontefice  die  sgombrasse  da  i 
loro  terreni  ;  il  quale  veniva  [ter  pubblicare  alcune  scomu- 
niche contra  il  signore  di  Piumbino  per  alcune  lumiere-  E 
lo  s'ato  di  Milano  s"a\ea  riconcilialo  Obiclto  e  Giovan 
F.iuigi  Fieschi  ;  da  che  le  cose  di  Sansecondo  prncedeano 
con  più  strettezza  e  difiìcollà  di  quel  signore.  Ma  dubilavasi 
bene  di  Ficheruolo  ,  come  che  quelli  di  dentro  valorosa- 
mente si  difendessero  .  e  non  restasse  dal  duca  d'Urbino  con 
ogn'indiistria  po'isihile  di  molestare  il  campo  dei  nimici.  Es- 
sendo dunque  da  spcr.iro  e  dn  temere  da  ogni  Iato;  la  prima 
cosa  che  apparve  d'  alcuna  importanza  in  favore  de'  collegali 
da  questa  parte  ,  fu  la  presa  di  città  di  Castello,  nella  quale 
i!  Vitelli  entrò  il  19  giorno  di  giugno  a  venlidue  ore,  es- 
sendosi lutto  il  contado  scoperto  in  favor  suo.  Ma  come  la 
fortuna  facesse  a  vicenda  non  pa^sò  questo  mese,  che  il 
S  inscverino  ancor  egli  s' insignorì  di  Ficheruolo.  In  tal  va- 
rietà di  stalo  fu  in  Firenze  trailo  gonfaloniere  di  giustizia 
Ruggieri  Corbinelli  ;  noi  quale  poco  spazio  di  tempo  tro- 
vandosi nel  colme  delle  faccende,  s'.iccedetlero  grandi  e  di- 
versi accidenti.  In  Toscana  oltre  cillà  di  Castello  si  ebbero 
ancora  a  patii  le  due  fortezze  di  quella  città:  quella  di 
Santamaria  a' 9  di  luglio,  quella  di  S.  Iacopo  alli  11  ;  le  qiiili 
consegnale  a' Priori,  e  a  Niccolò  Vitelli  furono    per  univci- 


262  DKI.l'iSTORIE   FIORENTINE 

sale  conscnlimenlo  de'ciltadini  spianale,  noi  ricusando  i  Fio- 
rciilini  ancorché  fossero  stati  di  parere  che  non  si  dovessero 
durante  la  guerra  spianare.  Conluttociò  si  fece    tregua  tra 
i  Perugini  e  Corlonesi  e  l'esercito  si  pose  a  Celle.  Il  duca 
di  Calavria,  oltre  Trievi  e  altre  castella  di  non  mollo  nome 
lolle  al  papa  ,  avea  pochi  dì  poi  (  il  che  era  giudicato   cosa 
di  somma  importanza)  occupalo  Terracina,  e  tra  pochi  altri 
giorni  ottenuto  la  ròcca;  la  qual  cosa  fece  affrettare  la  ve- 
nuta del  Malalesla  in  Roma.  Questi  partitosi  infmo  dal  mese 
passalo  di  Lombardia,  per  la  didìcollà  del  cammino,  impiegò 
molli  giorni  prima  che  si  potesse  condurre  in  quel  di  Roma; 
e  prima  fu  credulo  da'Fiorenlini  che  si  fosse  mosso  per  le 
cose  di  ciltà  di  Caslcllo,  e  la  fama    di    ciò    dotte    alcun  ti- 
more a  quel  campo,  e  porse  confidenza    a'nimici,    i  quali 
erano  in  quel  di  Perugia,  ove  ricuperarono  ccrle  castellclla 
di  poco  momento  stale  guadagnate    prima    da'Fiorenlini;  e 
deitesi  ordine  a  B.irlolommeo  Pucci,   il  quale  era  commes- 
sario  neir  impresa  di  Castello,  e  a  Costanzo  Sforza;  che  non 
si  tenendo  sicuri  intorno  a  Celle,  si  riducessero  dentro  città 
di  Castello    Ma  per  lollere  de' 26    di   Roma  i    Fiorentini  sj 
assicurarono,  che  quella  mossa  era    per   le    cose    di  Roma 
per  i  progressi  fatti  dal  duca  di  Calavria  e  che  in    Perugia 
per  sicurezza  di  quella  ciltà  dovea  restare  il  signor  di  Ca- 
merino con  dieci  squadre  solamente-  Talché  le  cose  di  citlà 
di  Castello  si  ridussero  ne' termini  di  prima,  e  certe   genti 
che  per  questo  sospetto  erano  dalli  Olio  state    chiamate  di 
Romagna,  furono  rimandale  indietro;  tra'quali    fu    Antonio 
figliuolo  del  duca  d'Urbino  con  le  genti  Fcltrosche.  Essendo 
dunque  i  Fiorentini  liberi  da  questo  timore  ,    comandarono 
che  si  attendesse  ad  espugnare  Citerna  ,    andando    tuttavìa 
prospere  le  cose  del  duca  di  Calavria,  il  quale  dopo  T  occu- 
jiazione  di  Terracina  avea  a"  21  assalilo  la  scorta  del  sacco- 
manno dcnimici,  e  preso  loro  dugento  Ira  cavalli    e  muli. 
e  una  buona  brigata    d'uomini   d'arme;    nel    quale    assedio 
essendo  venuto  a  soccorrere  il  conte  di    Pitigliano    soldati» 
del  papa,  v'  ora  restato  ferito,  messo  in  fuga  tutta  la  sua  squa- 
dra, e  fallovi  prigione  il  conte  Ulisse  da  Maiano  pur  di  casa 
Orsina,  con  molli  altri  de' suoi.  Avevasi  ancora  per  buona 
novella  che  quel  campo   era    molestalo  mollo    dal  morbo  ; 


LIBRO    VENTIf.INQuTvSIMa.  263 

essendo  al  conio  di  Piligliano  morii  parecchi  uomini  d'ar- 
me, 0  infioo  a  due  della  sua  propria  camera.  Mi  questo  fe- 
Jice  corso,  fu  impedito  dalla  giun(a  del  Malalesta;  il  quale 
arrivalo  a  Roma  e  confdrlato  caldamente  dal  pontefice  a  re- 
primere l'orgoglio  del  duca  di  Calavria,  mostrandogli  quanta 
gloria  s'acquisterebbe,  se  liberasse  da  cosi  fiero  nimico 
la  sede  apostolica,  senza  perder  tempo  s'appressò  al  nimico, 
e  condottolo  in  un  luogo  del  territorio  di  Vcllclri,  dello 
lampo  morto,  a' 21  d'  agosto  il  costrinse  a  couibalterc.  Durò 
la  battaglia  dalle  quindici  ore  infino  alle  vcntuna  ,  e  per 
testimonio  di  lutti  gli  allri  scrittori  non  s'era  combattuto  in 
Italia  per  molti  anni  addietro  can  tonta  virtù  quanto  si  fece 
allora.  Dice  il  Machiavelli  che  morirono  Ira  T  una  parte  e 
l'altra  più  di  mille  uomini,  per  quel  che  io  ritrovo  dalle 
nii'mnrie  pubbliche  della  città;  furono  fatti  prigioni  di  quelli 
del  duca  circa  trecento  uomini  d  arme ,  e  molti  de' capi 
|)rincipali;  tra  qujìli  sono  nominali  il  duca  di  Melfi,  V'icino 
Orsino,  Ross -Ito  da  Capoa,  Marlicclla,  e  Pietro  Paolo  della 
Sassetta.  Il  duca  si  ridusse  con  circa  cento  uomini  d'arme 
a  Sermonela;  ma  gli  scrittori  dicono,  che  egli  scampò  in  gran 
|iarle  per  la  virtù  di  qua Itrocento  altri  accrescono  infino  in 
<inqueccnto,  Turchi  di  quelli  che  trovnli  da  kit  in  Otranto  si 
erano  contentali  di  restare  a' suoi  stipendj.  I  carriaggi  si  sal- 
varono lutti;  perciocché  il  dì  axanti  eran  dal  duca  slati  man- 
dali a  Terracina;  da  che  si  vede  che  egli  arebbe  potuta 
schifar  quella  batlaglia  se  non  vel  avesse  slimolato  I'  onore. 
Dopo  la  vittoria  il  Malalesta  si  ritrasse  a  Vellelri,  così  per 
rinfrescar  l'esercito  come  se  medesimo,  il  quale  o  per  l'af- 
fanno patito  nella  giornata,  o  per  la  moli' acqua  che  ei  bevve 
in  quel  giorno,  si  era  alquanto  infermato.  La  qual  malattia  da- 
togli appena  spazio  di  potersi  rallegrare  col  papa  di  così  piena 
vittoria,  il  pose  prestamente  al  letto,  ove  prendendogli  il  male 
ogni  giorno  sopra  maggior  vigore,  senz' alcun  riparo  l'ucciso 
con  gran  dolore  di  Roma  e  di  tutta  la  corte  il  10  di  settembre, 
essendo  in  Firenze  entrato  nuovo  gonfaloniere  Carlo  Serristo- 
ri.  Gli  scrittori  dicono  che  fu  sospetto,  che  egli  fosse  morto 
di  veleno,  e  io  nelle  notizie  private  dc'Malalcsla  ritrovo,  che 
l'autore  di  tanta  scelleratezza  fu  creduto  essere  stato  il 
conte  Girolamo  nipote  del  papa,  o  per  invidia,  o  pure  con 


261  dell' isToniF.  fiorentine 

spcrnnza  di  poter  raellcre  le  mani  a  quello  sialo,  non  la- 
sciaiKiij  Ruberie  (ìgliuoli  k'gitlirai.  l^a  qual  cosa  gli  Iacea 
verisimile  l'es-sergii  riuscito  di  Tarsi  signore  d' Imola  e  di 
Fiirlì.  Il  papa  onorò  la  virtù  di  questo  capitano  con  una 
statua  equestre,  ove  furono  scritte  quelle  parole  di  Cesare: 
Venni ,  Vidi,  e  Vinsi.  Ma  levala  de)  suo  luogo  in  tcuipo 
che  si  cominciò  la  nuova  fabbrica  di  S.  Pietro,  è  poi  slata 
sempre  in  parte  oscurissima  con  poca  cortese  rimunerazione 
(li  così  segnalalo  boieficio.  Nel  medesimo  giorno  fu  per 
avvisi  certi  noliOcalo  esser  morto  a  Bologna  il  duca  d'I'r- 
bino,  ove  dalia  Stellala  malato  si  era  fallo  condurre;  per- 
ciocché i  successi  di  quella  guerra  erano  stati  l;ili,  che  in 
luogo  del  ferro,  e  delle  bombarde  ,  la  morie  d'una  gran 
parte  d'amenduo  gli  eserciii  era  proceduta  da  maialile ,  sì 
faltanicnle,  che  per  molti  giorrii  quasi  per  un  tacilo  consen- 
limonlo  di  tulle  due  le  parti  si  stelle  in  quei  luoghi  sonz;i 
gnì^t^ggiaro.  Cinque  giorni  prima  che  questi  due  illuslri 
capitani  morissero,  veggendo  i  Fiorentini  che  per  la  rotta 
del  duca  di  Calavria  le  cose  loro  avrebbono  corso  pericolo, 
deliberarono  di  creare  i  Dieci  della  guerra  per  tutto  aprile 
seguente,  i  quali  furono  Tommaso  Sederini,  Bernardo  Biior,- 
girolami,  Niccolò  Capponi,  due  Pieri  Mellini,  e  Nasi,  Ia- 
copo Guicciardini,  Picrlilippo  Pandoifirii,  due  AnloJii  Kidolli, 
e  Diiii,  e  Michele  delle  Colombe,  i  quali  erano,  fuori  del 
UidoKi,  e  quel  delle  Colombe,  stati  i  passati  Otto  di  pratica. 
Costoro  mandarono  Braccio  Martelli  a  Guidubaldo  nuovo 
duca  d'Urbino,  pregandolo  a  non  voler  per  la  morie  del 
padre  rilrar  le  sue  genti  a  casa,  polcn  lo  esser  fncilmenle 
la  rovina  di  quella  impresa,  massimamente  avendo  Giovanni 
rrancesco  da  Tolentino  ripresa  la  b.islìa  di  Saturano  iti  Uo- 
inagna;  la  quale  il  mese  i;inanzi  dal  signor  di  Faenza  era 
slata  presa,  e  a' Fiorentini  restituita.  Perchè  si  lete  dai 
Dieci  intendere  al  Guicciardino  lor  collega,  il  quale  era  stato 
eletto  generale  commessario  fuor  di  Firenze  per  questo  ei- 
fetlo,  che  usasse  ogni  diligenza  per  ricuperare  la  ba>lia.  e 
che  s'ingegnasse  di  far  slare  Anton  maria  Ordebdl  quanto 
più  fosse  possibile  vicino  a  Furlì,  per  tenere  alquanto  io 
freno  il  Tolentino:  sicché  con  più  riguardo  procedesse  ad 
Ufciro  con  le  sue  geriti  fuor  della  terra  ,    ove  di   corto  era 


LIBRO    VEXTlClNQrESIMO.  265 

venuto.  E  Iradanlo  si  attendeva  di  qua  a  slrignere  i  Citer- 
iiesi,  i  quali  a'24  del  mese  palluirono]  col  coraracssario  , 
e  capitano  dei  Fioreniini  di  darsi  fra  dieci  giorni  alla 
Repubblica ,  se  in  questo  tempo  non  ricevevano  tal  soc- 
corso (lai  loro ,  che  i  nostri  fossero  costretli  a  levare 
il  campo;  per  osservanza  de'quali  patti  dicrono  dieci  sta- 
lichi  de' primi  del  luogo.  E  non  essendo  il  soccorso  venuto, 
riceverono  nel  giorno  dolerminnlo  i  Fiorentini  dentro  la  ter- 
ra ;  il  quale  esempio  seguì  non  molli  giorni  dopo  il  castel- 
lano della  ròcca,  talché  l'u  dal' ordine  ihe  si  attendesse  ad 
espugnar  Celle;  così  erano  procedute  le  cose  in  Toscana. 
Gli  avvisi  delle  cose  di  Roma  crino,  che  le  genti  del  papa 
dopo  aver  tentalo  in  vano  d'aver  Cavi,  si  erano  ridotte 
parte  sotto  Jacopo  conte  verso  ponte  Corvo  a  guardia  de'con- 
lìni ,  parte  sotto  Giordano  Orsino  per  guardar  le  fronlierc 
di  Piperno,  e  che  dodici  in  sedici  squadre  erano  disognale 
di  mandarsi  verso  Perugia  per  poterle  adoperare  secondo  il 
bisogno  in  Romagna,  o  altrove.  Ma  che  il  duca  di  Calavria, 
che  si  era  ritiralo  a  Napoli ,  essendosi  di  nuovo  rimesso  a 
"cavallo  si  trovava  a' 18  di  settembre  esser  passalo  Capoa  , 
seguendo  la  via  di  S.  Germano  ,  e  che  il  re  aveva  preso 
due  navi  de' Genovesi  ;  le  quali  erano  ite  a  caricar  grano 
nell'isola  d'Ischia,  e  avca  mandata  la  sua  armata  a  Livorno 
per  servigio  della  lega.  Le  cose  di  Milano  andavan  benis- 
simo ,  ove  il  duca  avca  restituito  nlla  patria  Ascanio  «no 
zio;  e  olire  esser  seguita  la  morte  di  Piermaria  de' Rossi, 
era  finalmente  slata  prosa  la  terra  di  S.  Secondo.  E  il  conte 
Guido  figliuolo  e  successore  di  Piermaria  in  quello  stalo  , 
avca  quasi  per  sladico  mandato  a  Milano  Filippo  suo  figliuo- 
lo. Era  ancora  rilornala  a  Milano  la  madre  del  dura  con 
grande  allegrezza  di  (ulta  quella  città  ;  sicché  da  quella 
jiarle  parca  che  si  potesse  aUendere  con  meno  incomodo  e 
pericolo  ;il!a  d'fesa  dello  slato  di  Ferrara  ;  ove  i  Veneziani 
andavano  da  capo  ingrossando.  Io  dubito  che  a  molli  sia  per 
rocar  noia  così  pieno  e  cumulato  inviluppo  di  cose ,  mri 
avendo  io  a  ubbidire  a  spa/io  di  tempo  così  rislrello  quanto 
è  qtiello  di  due  mesi,  e  insiememente  a  maleiia  (auto  varia 
e  molteplice  come  è  questa  ,  che  in  un  medesimo  tempo 
ditta  Italia  in  diverse  parli  bolliva  di  guerra,  che  altro  modo 


266  dell'istorie  f'.or  emine 

o  via  posso  tener  io,  per  cui  speri  poter  con  maggior  luce 
queste  cose  Irallarc?  Essendo  dunque  entralo  ultimo  gonfa- 
loniere di  quell'anno  Giovanni  Tornabnonì,  il  primo  danno 
che  s'intese  d'alcun  momento  fu  dal  lato  della  lega  regia  ; 
perchè  i  Veneziani  pervenuti  con  le  galee  e  altri  lor  legni 
a' confini  d'Argenta,  s'incontrarono  co' nostri  ;  e  benché 
sul  primo  impeto  Andrea  dal  Borgo,  che  si  era  poco  in- 
nanzi parlilo  dal  soldo  de'  Fiorentini,  ricevesse  alcun  danno, 
nondimeno  riuscendo  al  fine  i  Veneziani  superiori,  costoro 
restaron  rolli,  fra' quali,  oltre  il  Pasqua,  uno  de' connestabili 
de'Fiorenlini  vi  restaron  prigioni  persone  illustri  Gismondo 
da  Esle ,  Niccolò  da  Coreggio  ,  e  Ugo  Sanseverino.  La  Re- 
pubblica e  i  Dieci  particolarmente  ,  che  di  ciò  dubitavano  . 
aveano  innanzi  al  fatto  proibito  a  Gostanzo  lor  capitano  ,  il 
quale  se  n'era  ito  a  Peserò,  che  dovesse  dar  passo  pel 
suo  a  Virginio  Orsino  ,  che  in  nome  del  Girolamo  per  cin- 
que squadre  glielo  addomandava ,  poi  detler  ordine  a  lutti 
i  lor  soldati  che  s'  avviassero  verso  Romagna,  s'i  per  conto 
de' fatti  di  Ferrara,  come  per  k'  loro  castella,  le  quali  an- 
dando male  le  cose  di  quel  signore  rimancvan  in  manifesto 
pericolo.  Appresso  richiesero  che  il  medesimo  facesse  i' i- 
stesso  lor  capitano,  il  quale  scusandosi  per  l'acerbità  della 
stagione,  che  era  più  tempo  di  slar  alle  stanze,  che  di  guer- 
reggiare ,  severamente  ripresero  ,  che  per  gii  esempj  anti- 
chi e  modcni  si  combatteva  nei  verno,  nell'acque  ,  nelle 
nevi,  nc'fanghi,  ne'monli,  nell'alpi  e  in  ogni  più  estrema 
difficoltà  :  e  che  fare  il  contrario  sarebbe  contro  la  disci- 
plina sforzesca;  ma  che  più  se  i  nimici  gl'insegnavano  quello 
che  egli  avesse  a  fare?  I  quali  dire  la  prima  fazione  tro- 
vandosi dal  lato  di  sopra  a  Ferrara,  e  di  verso  Ficheruolo 
cominciaron  a' 20  del  mese  a  passar  sul  Polesine  di  Ferrara 
fra  la  bastìa  del  lago  oscuro  e  Francolino,  tanto  che  a' 21 
essendo  passale  fino  in  trenta  squadre  e  tremila  fanti,  s'in- 
contrarono co'  Ferraresi  e  co'  lor  confederati  ;  co'  quali  at- 
taccata una  grossa  scaramuccia,  li  costrinsero,  essendo  in- 
feriori di  numero  ,  ad  abbandonare  la  campagna  e  tutti  i  ba- 
stioni ,  ritraendosi  con  spavento  grande  a  Ferrara.  E  non- 
dimeno convenne  mandare  al  capitano  Piero  Nasi  co'denari, 
e  il  medesimo  suo  ambasciadorc,  che  egli   teneva  appresso 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  2G7 

la  Repubblica  ,  Pandolfo  Collenuccio  ,  quello  che  scrisse  i 
compendi  del  regno  di  Napoli,  e  protestarsi  d  inubbidien- 
ra,  prima  che  si  potesse  condurre  a  volersi  partir  di  Pese- 
rò; la  qual  conlesa  occupò  tulio  il  mese  di  novembre.  Fe- 
cersi  i  racdcsimi  conforti  al  duca  di  Calavria  per  mezzo  di 
Francesco  Gaddi ,  il  quale  appo  lui  dimorava-,  ma  il  due.» 
non  potendo  avere  il  passo  dal  papa,  o  perchè,  come  si  seppe 
poi,  si  slava  Irallando  d'alcuno  accordo  col  pontefice,  non 
potè  per  quest'anno  venire  al  soccorso  del  cognato.  Conlut- 
lociò  fu  grande  la  diligenza  de'  Fiorentini  a  confortare  così 
Oilaviano  Ubaldini  governatore  delle  genti  fcllrcsche,  come 
il  signor  di  Faenza,  Giovanni  Bcnlivoglio,  e  ciascun  altro 
a  porgere  aiuto  alle  cose  inchinale  di  Ferrara;  massima- 
mente che  sentendo  ingrossar  genti  in  Imola,  e  farsi  in  Furiì 
preparazioni  di  gralicci  e  d'allre  monizioni  per  fortificar 
Monlepoggiuolo ,  vedevano  da  ciò  procedere  il  danno  ma- 
nifesto delle  loro  tenute;  perchè  fu  in  quelle  parli  spedilo 
Gismondo  della  Slufa  con  ordine  disiar  molto  bene  avver- 
tito ad  ogni  moviraenlo  de'nimici,  e  di  consultare  ogni  cosa 
col  marchese  del  Monte,  il  quale  era  a  guardia  di  Castro- 
caro;  ove  il  commessario  avoa  a  fare  la  maggior  parte  della 
sua  residenza.  Tra  lanli  sospetti  successe  mollo  opportuna- 
mente la  sospensione  dell'  arme  tra  il  papa  ,  e  la  lega  regia, 
<osc  trattale,  per  quello  che  fu  slimalo,  dal  cardinale  S.  Piero 
in  Vincola,  il  quale  infino  de' 14  d' oltobre  ci  fu  avviso,  che 
si  era  partilo  di  Roma  per  la  via  del  re,  e  del  duca  di  Ca- 
lavria. Dietro  la  quale  seguì  prestamente  la  pace  conchiusa 
iu  Roma  in  camera  del  papa  il  12  di  dicembre  a'cinquc  ore 
di  notte,  nella  quale  intervenne  Anello  Arcamone  ambascia- 
dor  regio,  Giovanni  Antonio  vescovo  d'Alessandria  amba- 
sciador  di  Milano,  e  Sforza  Bellini  mandalo  da'Fiorenlini 
per  concorrer  con  esso  loro  a  lutto  ciò  che  bisognava;  es- 
sendo opinione  per  niun' altra  cosa  essersi  a  ciò  il  ponlcfice 
lasciato  indurre  ,  che  per  essersigli  fallo  conoscere  ,  che  la 
grandezza  de' Veneziani  sarebbe  sialo  l'abbassajnenlo  di  S. 
Chiesa,  avendo  eglino,  come  per  molle  prove  si  era  cono- 
sciuto, volto  r  animo  a  farsi  signori  d'Italia.  Per  quello  che 
toccava  a'  Fiorentini  il  principal  fatto  fu:  Che  essi  deposi- 
tassero Citerna  con  la  fortezza  in  mano  degli    arabasciadorì 


2C8  DELI.   ISTORIE    FIOHENTINE 

del  re  e  regina  di  Spagna,  i  quali  slavano  in  Roma,  come 
amici  e  confederali  comuni  ,  per  farne  poi  quello  che  essi 
arbitrassero.  E  non  fu  dubbio  alcuno,  che  la  pace  del  pon- 
tefice, sì  per  r  autorità  e  riputazione  che  si  traeva  dietro  , 
e  sì  perchè  nò  al  duca  di  Calavria  ,  né  a' Fiorentini  rima- 
neva impedimento  da  queste  parti ,  fosse  stata  di  giova- 
mento grandissimo  a  tutta  l'impresa;  e  allor  molto  più,  che 
essendosi  levato  un  rumore  ,  che  il  duca  di  Ferrara  si  fosse 
morto  (fama  non  del  lutto  falsa  ,  perciocché  per  le  battiture 
ricevute  daVeneziani  era  slato  >icino  a  smaniare)  molli  po- 
poli di  Carfagnana  s'erano  incominciati  a  sollevare ,  benché 
i  Fiorentini  avessero  scrillo  a'  Lucchesi,  che  essendo  eglino 
nolabil  membro  di  essa  lega,  non  doveanoper  la  loro  vici- 
nità permettere,  che  per  così  false  voci  quel  signore  do- 
vesse esser  danneggialo  nelle  sue  cose.  Fu  similmente  scritlo 
al  signore  di  Piombino,  che  facesse  avvertite  le  navi  che 
dovevan  venire  di  Napoli  con  grani ,  che  il  re  mandava  a 
Ferrara  ,  perchè  in  Genova  si  eran  armali  di  molti  logni  per 
assalirle;  ma  quello  che  importò  mollo  fu,  che  il  papa  senza 
metter  più  tempo  in  mezzo,  mandò  in  aiuto  del  duca  tre- 
cento uomini  d'arme,  cinquanta  del  conte  di  Piligliano  ,  e 
il  restante  di  Virginio  Orsino.  Mandò  a  Ferrara  il  cardinale 
di  Mantova  suo  legato,  il  quale  passando  per  Firenze  e  al- 
loggialo in  casa  del  gonfaloniere,  trattò  co' signori  molte 
cose  in  beneficio  della  lega.  Il  duca  di  Calavria  similmenle 
avendo  dato  ordine,  che  venissero  mille  provvigionali  per 
mare  a  Piombino,  tra' qunli  erano  i  suoi  cinquecento  Tur- 
chi, si  preparava,  non  curando  la  difFicollà  della  stagione, 
di  venirsene  per  terra  con  circa  seicento  cavalli.  I  Dieci 
avendo  deliberalo  riceverlo  con  ogni  sorle  d'onore,  sapendo 
che  il  duca  faceva  la  via  di  Orvieto  e  poi  di  Cortona,  com- 
juiscro  ad  Antonio  Ridolfi  .  e  a  Jacopo  Guicciardini  lor  col- 
leghi che  gli  si  facessero  innanzi  in  quella  città  per  con- 
durlo con  le  spese  del  comune  infino  in  Firenze.  Era  già 
di  tre  dì  entralo  Tanno  1483  e  preso  il  sommo  magistralo 
Francesco  della  Stufa  .  quando  il  duca  fu  in  Cortona  da  due 
commessarj  ricevuto  ,  il  quale  a' cinque  venne  a  Firenze  con 
poco  meno  di  cinquecento  cavalli,  essendosi  gli  altri  av- 
viati per  la  via  di  Caslrocaro.  Fu  alloggialo  in  casa  de!  pas- 


i.IBRO    VENTICINQUESIMO-  269 

salo  gonfaloniere,  e  quivi  sommamcnle  onoralo.  Vennero 
seco,  oltre  i  suoi  baroni,  Virginio  Orsino,  il  conte  di  Pili- 
gliano ,  e  Antonmaria  Pico;  il  quale  da  Galeotto  suo  fra- 
tello era  slato  caccialo  della  Mirandola;  e  questi  erano  con- 
dottieri del  papa  ;  a'  quali  tulli  furon  fatti  onori  e  cortesie 
grandi ,  e  dimorati  non  più  che  Ire  giorni  in  Firenze,  a  gli 
otto  parliron  per  Ferrara.  Por  la  veiaila  del  legalo  ,  e  del 
duca  in  Firenze  si  presero  molle  deliberazioni  ulili  per  que- 
sta guerra  ;  peri  iocclic  il  duca  foce  alcuni  obblighi  segreti 
per  colilo  di  Serezzana,  e  di  Pianculdoli  ;  e  mandossi  Sforza 
Bellini  al  papa  con  ordine  ,  che  ogni  voita  che  S.  Beatitu- 
dine seguis-'C  la  s;nlcnza  del  re  circa  la  restituzione  delle 
castella  che  leneano  i  Sanesi  della  Repubblica,  clli  gli  ce- 
dei ebbe  Cina  di  Caslello.  ÌVJa,  uienlre  queste  co^e  si  trat- 
tavano, sentissi  con  gran  dis[)iaccre  di  tulli  ,  che  Costanzo 
di  Pesaro  senzallra  paitecipazione  della  Repubblica,  si  fosse 
parlilo  di  Ferrara  ,  ove  con  tanti  stimoli  era  stalo  spinto  il 
dicembre  passato.  Nel  qual  tempo  conlinnamente  erano  rap- 
portate nuove  di  sospetti.  Dal  lato  di  Serezzana,  dicendosi 
che  Lodovico  Fregoso  faceva  fare  scale  e  altre  prepara- 
zioni per  entrare  in  Serezzanello.  Ma  erano  ancora  le  lur- 
bazioni  più  vicine,  essendo  in  Firenze  da  parte  delia  b  l'ia 
di  Siena  venuto  Barlolommco  Sozzini,  eccellente  e  chiaro 
giureconsulto,  a  dire  come  i  loro  fuoruscili  aveano  occupato 
Monlereggioni ,  on<le  essi  desidrravano  di  vivere  in  pace 
con  la  Repubblica.  Fu  risposto  che  ella  avea  caro  ben  vi- 
cinare co' Sanesi,  e  per  segno  di  ciò  fu  coumiesso  a  Piero 
Vettori ,  e  a  Piergiovanni  da  Ricusoli,  che  facessero  sgom- 
brare tutti  i  fuoruscili  di  Siena,  i  quali  erano  a  Poggibon- 
zi,  a  Staggia,  e  a  Colle;  e  ad  altri,  quelli,  i  quali  avvertine, 
e  a  Sansoviiio,  e  a  Monlepulciano  ,  o  altrove  a  dieci  miglia 
vicin'a'confini  di  Siena  si  ritrovassero.  Al  papa  per  diihia- 
razione  degli  ambasciadori  Spagnuoli  fu  resa  Cilcrna  ;  e 
perchè  mostrava  di  voler  seguire  la  sentenza  del  re  di  Na- 
poli circa  la  restituzione  delle  castella  ,  gli  fu  mandato  per 
ambasciadore  Pierfdippo  PandoHini.  Lorenzo  dc'Medici  par;i 
il  12."  di  febbraio  per  Ferrara  sotto  nome  d' ambasciadore, 
ma  con  autorità  molto  maggiore  ,  il  quale  passalo  a  Cre- 
mona intervenne  in  nome  della  Repubblica  ncl'a    dieta  ,  la 


270  DELI,'  ISTORIE   FIORENTINE 

quale  si  celebrò  Ira  luUi  i  principi  della  lega  l'ultimo  di 
febbraio  ,  ove  si  conchiiise  che  per  liilto  aprile  si  doves- 
sero in  ccrli  luoghi  assegnali  trovar  le  genti  di  ciascuno 
per  far  buona  e  gagliarda  guerra  a'  Veneziani.  Tornalo  dun- 
que ne'  primi  dì  del  gonfaloneralo  di  Antonio  Ridolfi  alla 
città  ,  fu  mandato  in  campo  per  esser  appresso  il  duca  di 
Calavria  Jacopo  Goicciardini  ,  ma  non  v'era  ancor  egli  ar- 
rivato ,  che  vennero  novelle  come  i  Veneziani  accostatisi  a 
Ferrara  avean  preso  !a  Certosa  ,  S  Maria  degli  Angioli  ,  e 
Belfiore,  tutti  luoghi  a  un  miglio  presso  alla  città;  onde  fu- 
rono ricerchi  da' Fiorentini  e  Giovanni  Benlivoglio  ,  e  il  si- 
gnor di  Faenza,  che  dovessero  soccorrer  con  le  lur  genti 
prima  che  maggior  danno  si  ricevesse.  Ma  il  duca  di  Cala- 
vria non  potendo  sostener  lanl' insolenza  de' nimici,  venne 
con  esso  loro  alìe  mani  presso  ad  Argenta,  e  valorosamente 
combattendo  in  una  grossa  scaramuccia  li  ruppe  ;  nella 
quale  fece  prigione  quaranta  uomini  d' arme  ,  dugenlo  slra- 
diotti,  e  non  piccolo  nomerò  di  provvigionati,  con  la  per- 
sona di  Luigi  Marcello  provveditore  Veneziano,  che  fu 
grande  aggiunta  a  questa  vittoria.  I  Veneziani  veggendosi 
così  gran  carica  addosso  condussero  a'  lor  soldi  il  duca  di 
Loreno  ,  sollecitavano  i  Genovesi  ,  confortavano  i  Rossi  ,  e 
porgevano  aiuti  e  favori  a'  fuoruscili  di  Siena  ;  perchè  in  un 
medesimo  tempo  Loreno  al  re  di  Napoli,  i  Rossi  al  duca 
di  Milano,  i  Genovesi  alla  Repubblica  fiorentina,  e  i  fuo- 
ruscili Sanesi  al  papa  e  a' Fiorentini  desser  sospetto  Pro- 
cedendo dunque  tuttavìa  le  cose  piiJ  caldamente  ,  parve  in 
Firenze  a' settanta  che  aveano  la  balia  in  mano  di  dover 
raffermare  per  Kalen  di  maggio  innanzi  i  Dieci  della  guerra 
per  6  altri  mesi.  Costoro  elessero  ambasci;idore  al  ponielìce 
Guidanlonio  Vespncci .  e  al  re  Piero  Nasi,  i  quali  partirono 
poi  per  que'  principi,  preso  che  ebbe  il  gonfaloneralo  Nic- 
colò Sacchetti.  Col  pontefice  si  fece  lega,  avendogli  di  nuovo 
fallo  toccar  con  mano,  che  la  perdita  di  Ferrara  si  sarebbe 
tirala  dietro  la  rovina  di  tutta  Italia.  E  i  patti  perciò  fatti 
co'  Fiorentini  furono:  Che  Città  di  Castello  si  dovesse  ren- 
der alla  Chiesa  ,  jierchè  fu  mandiitn  a  quella  cillà.  e  a  Nic- 
colò Vitelli  Dionigi  Pucci,  confortandoli  a  ubbidir  al  ponte- 
fice; poiché  per  i  pericoli  maggiori    essi   cran  costretti  ac- 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  271 

lijnscnlire  la  dodizion  loro  alla  chiesa  ;  facendo  iiilcnderc 
a'cilladini,  che  il  papa  si  contentava  di  lasciar  partir  di  ca- 
stello ciascuno  che  non  vi  volesse  slare ,  conservando  inte- 
ramente i  suoi  beni:  Che  di  Niccolò  diceva  il  medesimo  , 
purché  egli  non  islesse  in  luogo  alcuno  sotloposio  alla  chie- 
sa ;  nò  il  papa  fosso  tenuto  fargli  alcun  pagamento  percento 
delie  sue  possessioni ,  alle  quali  cose  non  volendo  i  Castel- 
lani, né  Niccolò  star  contenti,  rimase  la  guerra  fra  essi,  e 
il  pontefice,  con  obbligo  a' Fiorentini  di  porger  vettovaglie 
e  altri  aiuti  a!  campo  ecclesiastico.  Fecersi  ancor  lega  co'Sa- 
nesi  il  14  giorno  di  giugno  con  palio  espresso  della  resti- 
tuzione di  tulli  i  luoghi  tolti  nella  passata  guerra  a' Fioren- 
tini ,  talché  la  sera  medesima  fu  spedito  Puccio  Pucci  per 
pigliarne  la  tenuta,  di  che  se  ne  fece  in  Firenze  gran  festa. 
Accomodale  in  questo  modo  !e  cose  della  parte  di  sotto 
(perciocché  la  guerra  di  Castello  procedea  senza  molto  di- 
sconcio de' Fiorentini  )  rimaneva  il  pensiero  di  quelle  di  so- 
pra, runa  pubblica  e  comune,  che  era  quella  di  Ferrara  , 
l'altra  particolare  della  Repubblica,  che  era  cominciala 
fieramente  ad  accendere  ,  e  questa  era  quella  di  Lunigiana, 
essendo  infin  de' 6  di  maggio  venuto  a  Screzzana  Agostino 
Fregoso  ,  e  con  esso  congiuntosi  Guidomaria  de' Rossi  ;  il 
quale  succedutogli  male  le  cose  in  Lombardia  ,  era  gillatosi 
a  questa  parte  ;  né  era  fuor  di  dubbio  che  non  avessero  a 
seguitare  la  medesima  fortuna  i  Torelli.  1  Fiorentini  cjò 
sentendo  vi  mandarono  prestamente  con  molta  diligenza 
Giovanni  della  Vecchia,  Gillo  da  Cortona,  e  di  mano  hi 
mano  altri  lor  connestabili ,  essendo  ancora  richiesti  d'aiuto 
da  Alberigo  Malespina  marchese  di  Massa  ;  i  dan>ii  del 
quale  non  poteano  in  qualunque  tempo  succedere  senza  il 
danno  della  Rppubbìica.  Ma  i  nimici  prevenendo  la  solleci- 
tudine de"  Fiorentini  acquistaron  la  Vonza,  prima  che  da 
essi  potessero  essere  impediti  ;  e  senza  perder  momerfto 
di  tempo  si  volsero  a  Massa,  la  quale  mentre  fanno  proN.i 
d'  espugnare  ,  i  Fiorenlini  veggcndo  che  avean  bisogno  di 
più  gagliarde  provvisioni,  deliberarono  con  ogni  forza  d'op- 
porglisi.  E  in  prima  mandarono  Sforza  Reltini  per  chiarirsi 
affatto  dell'  animo  di  Gostanzo  Sforza  ;  il  quale  finalmente 
si  scoperse  esser  passato  con  carico  di    leggerezza  e  d'in- 


272  dell'istorie  fiorentine 

fedeltà  a'  Veneziani.  Elessero  però  per  capo  di  quella  im- 
presa il  conte  di  Piligliano ,  e  dopo  lui  Rinnccio  Farnese 
lino  de' principali  condottieri  delle  senti  fellresche-  Dcpti- 
taronvi  commessario  Bernardo  del  Nero  ,  e  mamìarono  spac- 
ciatamente  cinquecento  fanti  per  guardia  di  Massa,  confor 
landò  cosi  il  marchese  Alberigo,  come  il  marchese  Giovanni 
Francesco  a  star  saldi ,  che  non  sarebbe  lor  dinegata  sor- 
l'alcuna  d'aiuto;  e  dicendo  per  loro  avviso  che  la  vittoria 
de'  niraici  non  era  stala  loro  di  molta  letizia  ,  avendo  nel 
medesimo  tempo  i  Rossi  perduto  Felino  in  Parmigiana  ,  e 
una  gran  parie  delle  loro  castella.  Venuto  dunque  il  conte 
di  Pitigliano  in  Firenze  (benché  questa  sua  richiamala  di 
Ferrara  avesse  dato  alcun  sospolto  al  pontefice  non  fusse 
per  impedirgli  l'impresa  di  Castello)  e  con  Ini  comunicato 
tutto  quello  che  per  detta  impresa  eia  necessario  di  fare  ; 
a' 9  di  giugno  fu  lasciato  ire  verso  il  suo  cammino  con  due 
squadre  della  sua  gente  d'arme,  e  con  venticinque  bale- 
strieri a  cavallo.  Ma  incont;inenle  fu  soldato  Galeotto  Ma- 
lespina  figliuolo  del  marchese  Gabbriello  ,  Dolce  dell'  An- 
guillara  con  gente  d'arme,  e  altri  capitani  di  fanti,  i  quali 
gli  si  mandarono  appresso  ;  e  fu  commesso  al  conte  che 
potesse  fare  cento  provvigionati.  Alla  giunta  di  queste  genti 
i  nimici  si  levarono  di  Massa,  e  vennesi  con  esso  loro  in 
qualche  scaramuccia  ,  ove  ebbero  sempre  il  peggiore,  e  fu 
di  essi,  di  persone  di  conto,  fatto  prigione  un  certo  Lanci- 
lotlo,  di  cui  non  ritrovo  il  cognome.  TS'ondimeno  non  che 
poi  fosse  più  succeduta  cos' alcuna  di  momento,  anzi  con 
ramrparico  grande  de' Dieci  non  si  fece  altro  che  dispulare 
circa  gli  allogi^iamenli  ;  benché  le  cose  di  Lombardia,  mas- 
sime quelle  conlra  de'Rossi,  andassero  tuttavìa  migliorando, 
avendo  ulti.mamenle  il  governo  di  Milano  tollo  loro  Sanso- 
condo ,  e  alcuni  di  prima  Basilica  nuova,  e  in  fine  d'ogn'al- 
Ira  lor  cosa  spogliatili.  A  questa  freddezza,  secondo  i  Fio- 
rentini. 0  difficoltà,  pt-r  qurllo  che  i  capitani  dicevano  di 
Serczzana  s'aggiunse,  clic  per  sospetti  che  s"aveano  nim 
Ruberto  Sanscverino  passasse  con  l'esercito  a' danni  del 
Milanese,  Lodovico  Sforza  richiedeva  i  Fiorentini  che  ri- 
mandassero in  l>ombardia  il  conte  di  Pitigliano;  i  quali, 
Lenche  questa  cosa  dilTcrissero  (perciocché  si   offeriva  ari- 


LIBRO    VENTICINQUESIJIO.  273 

cor  la  passata  del  Sanseverino  )  pure  avendo  nel  gonfalone- 
rato  di  Lorenzo  Carducci  finalmenle  il  Sanseverino  passata 
Adda,  con  lasciar  Ferrara  presso  che  assediata,  1' inslanza 
della  passala  del  Piligliano  si  facea  maggiore;  onde  benché 
i  Dieci  avessero  scritto  a  Bernardo  del  Nero  ,  che  mettesse 
delle  difTicoltà  in  mezzo  perchè  il  conte  non  partisse,  a  cui 
conluttociò  eglino  aveano  mandato  1' ordine  dell'andare,  con- 
venne   alla  fine  in  ogni    modo  ,  che  egli    pur    prendesse  il 
cammino  di  Lombardia.  Talché  lutto  il  carico  rimase  a  Ri- 
niiccio  Farnese  ,  in  cui  la  Repubblica  molto  confidava.  Ma, 
non  facendosi  più  di  quello  che  per  l' addietro  si  era  fatto, 
lur  tenuti  i  Dieci  in  speranze,  che  il  campo    dovesse    insi- 
gnorirsi di  S.  Francesco,  e  per  questo  elìetlo  piirle  solda- 
rono  di  nuovo  ,  e  parte  accrebbero  le  condotte  del  marchese 
Gabbriello ,  d'Alfonso  «pagnuoio,  di  Lionardo  suo  figliuolo, 
di  Giovanni  Antonio  delle  Treccie,  di  Scaramuccia  di  San- 
tacroce, e    d'Anlonello    da  Prato.    Ma  appena    aveano  co- 
storo messo  in  ordine  le  lor  compagnie,  e    da' Dieci  com- 
messo ad  Ercole  Benlivoglio  che  passasse  in  Lunigiana,  che 
per  tema  che  i  Sanesi  ebbero  de'  lor  fuoruscili,  a  richiesta 
di  B.irlolommeo    Sozzini,    e  di  Tommaso  .  .  .  loro    araba- 
hciadori,  la  Repubblica  fu  costretta  rivocar  le  genti  di  Lu- 
nigiana ,    e  farle  calar    a  Pisa    per  esser    preste    a'  bisogni 
de' lor  confederali.    Ma,    cessato  il  Umore    de"  Sanesi  ,  era 
stalo  dal' ordine  che  se  ne  ritornassero  in  Lunigiana;  quando 
da  capo  si    sentì  che  i    fuoruscili    ingrossavano;  perchè  di 
nuovo  crealo  di  questa  impresa  commessario  generale  Dio- 
nigi Pucci,  gli  fu  scritto  che  per  Valdera  e  Ponte  di  Sacco 
se  ne  venisse  verso  la  volta  di  Siena,  e  Bernardo  del  Nero 
se  ne  tornasse  in  Lunigiana  :  ove  in  certa  scaramuccia  Liu- 
iiardo  figliuolo  d'Alfonso  spagnuolo  era  stalo  fallo  prigione. 
Duhilavasi  che  questa  cosa  non  avesse  a  ire  in  lungo;   ma 
essendo  i  Saniisi  confederatisi  col  [>onlefice  ,  e  continuando 
i  Fiorentini    a    mostrarsi  vivi  in  lor  bcneUcio,  i  fuoruscili, 
dopo  essere  stali  alqnanli  dì  a  Sarliano,    s'incominciarono 
a  dissolvere,  ancorché  per  una  ^ran  parte  di  essi  ridotti  a 
Saturnia  citlà  de' Sanesi ,  fu  scnllo  a  Elena  Orsina  contessa 
di  Soana  ,  e  a  Guido  Sforza  conte  di  Sanlafiore  ,  ihe  ,  es- 
sondo loro  vicini,  s'ingegnassero  levarseli  dinanzi,  facendone 
A>i3i.  Voi..  V.  i8 


274  dell'istorie  i'iokemixe 

servigio  a  liilla  la  lega,  oUrc  il  boneficlr,  delle  lur  terre. 
Ma  sciullisi  atTalto  da  sé  slessi,  però  che  non  aveano  da 
niar.lcneisi  in  campagna ,  e  erano  circondali  dalie  forzo 
de' confederali ,  al  Pucci  fu  data  licenza  che  se  ne  lornasse 
in  Lunigiana -,  a  t  mpo  che  le  cose  di  Lombardia  cammina- 
van  benissimo.  Perciocché  il  duca  di  Caiavria  passalo  in 
bresciana  ai  soccorso  del  duca  di  Milano,  era  già  superiore 
al  nimico;  ii  quale  fuggendo  d'accozzarsi  con  lui,  andava 
col  suo  esercilo  rilracndosi  a'  luoghi  forli ,  mciilre  il  duca 
tuttavia  allenduva  ad  acquistar  delle  terre  e  castella  de'Ve- 
neziani;  i  quali  non  solo  con  l'arme  temporali  furono  iu 
questo  tempo  travagliali  gagliardamente  ,  ma  eziandio  dalle 
s[)irituali  ;  avendo  il  papa  pubblicalo  contro  di  loro  sco- 
munica in  lutti  i  luoghi  della  lega  .  e  parlicolarmcnle  in  Fi- 
renze nella  chiesa  di  S-  Rcparala.  Né  era  succeduta  senza 
piacere  de' Fiorentini  la  morte  di  Goslanzo  Sforza,  di  cui 
non  si  erano  pure  incominciati  a  servire  i  Veneziani;  benché 
per  gli  interessi  che  portan  seco  gli  siali ,  i  quali  e  gli  odj 
e  r  amicizie  parimente  ,  ove  il  bisogno  se  ne  mostra  ,  la- 
sciano da  parte  ;  fosse  scritto  a  Covelia  Marzana  sua  mo- 
glie,  che  la  Repubblica  fiorentina  non  lascirrehbe  mai  la 
i;ura  delle  cose  sue,  e  che  sommamenle  si  rallegrava  eh»' 
lo  sialo  restasse  al  suo  primogenilo  fanciullo,  con  cui  ella 
intendeva  di  voler  vivere.  Capitò  in  questi  tempi  in  Firenze 
un' ambasciador  del  Turco,  ma  per  molla  diligenza  che  io 
v'abbia  usata  non  ri'rovo  ,  che  cosa  egli  avesse  trattato  con 
la  Republ)lica,  se  non  che  dovendo  egli  passare  in  Savoia 
e  in  Francia  ,  gli  fu  dato  Pagolo  di  ser  Giovanni  da  Colle, 
il  quale  gli  dovesse  per  tutto  tener  compagnia.  Prese  ap- 
presso il  gonfaloneralo  Alamanno  de'  Medici ,  continuando 
tuttavia  le  cose  prospere  in  Lombardia  per  beneficio  della 
lega,  avendo  oltre  i  felici  progressi  del  duca  di  Calavria 
contra  Ruberto  Sansevcrino,  ancora  il  duca  di  Ferrara  ri- 
cevuto una  villoria  alla  Stellata  contra  il  duca  di  Loreno. 
Ma,  non  si  facendo  a  Serezzana  cosa  di  molto  momento,  si 
prese  da'  Dieci  deliberazione  che  se  le  desse  il  guasto  at- 
torno per  danneggiare  il  più  che  poteano  i  nimici,  e  con- 
dussero a'Ior  soldi  il  conte  Antonio  da  Marciano,  veggendo 
che  la  guerra  non  era  per  finire  per  un  pozzo  •  con  ordine 


LIBRO   VENTICINQDESIMO.  SlTii 

che  dalo  il  guasto  a  Serezzana,  le  genti  feltresche  passas- 
sero a  Ferrara,  ove  erano  tuttavia  richiamale,  bemhè  elle 
recusando  d'ubbidire,  avessero  fatto  apparir  maggiore  la 
virtù  di  Rinuccio  Farnese  ,  il  quale  solo  si  prolTcriva  pron- 
tissimo a  far  quanto  dalla  Repubblica  gli  era  comandato. 
Ardendo  in  tal  modo  l'Italia  di  guerra,  quello  che  non  fa- 
ceano  i  suoi  principi  e  il  ponletice  istesso,  si  era  mosso  a 
fare  un  re  forestiere,  questi  fu  Lodovico  X!  re  di  Francia, 
il  quale  mandò  suoi  ambasciadori  in  Italia  per  trovar  alcun 
riparo  a  cotanta  discordia.  Ma  venuti  i  suoi  ambasciadori  a 
Firenze  ,  e  restatone  uno  di  loro  ammalato  ,  il  quale  vi  si 
morì,  essendo  gli  allri  passati  a  Roma,  potettero  poco  o 
nulla  operare  di  buono,  essendo  sopraggiunte  novelle  della 
morte  del  lor  signore,  morto  infin  de'  30  d'agosto  passalo. 
Restò  di  costui  un  figliuolo  maschio  detto  Carlo  di  quel 
nome  VII ,  a  cui  parve  alla  Repubblica  che  si  dovessero 
mandare  ambasciadori  ,  cosi  per  dolersi  della  morte  del 
padre  ,  come  per  rallegrarsi  della  sua  assunzione  al  re- 
gno ,  poiché  il  padre  era  stalo  sempre  amorevole  verso 
la  loro  Repubblica.  Questo  è  quel  Carlo  VII  ,  il  cui  nome 
per  la  memoria  delle  cose  fatte  è  più  di  qualsivoglia  altro 
re  noto  e  chiaro  in  Italia  ,  benché  egli  fusse  slimalo  uomo 
di  piccolo  valore.  Gli  ambasciadori  a  lui  deputati  ,  che 
partirono  d'  ottobre  ,  furono  Gentile  vescovo  di  Arezzo  , 
Antonio  Canigiani ,  e  Lorenzo  deMedici  figliuolo  di  Pier- 
francesco.  Intanto  prese  in  Firenze  il  sommo  magistrato 
Giovanni  Lanfredini.  In  questo  tempo  in  Lombardia  fuor 
d'una  rolra  di  Giovanni  Antonio  Scariotto  ,  e  del  figliuolo 
condollieri  de'nimici,  ove  far  presi  diigento  cavalli,  e  Gio- 
vanni Antonio  restò  ferito  ,  non  succedette  cosa  degna 
di  notizia;  e,  essendo  venuto  il  tempo  di  ridursi  alle  stanze, 
il  duca  di  Calavria  si  ridusse  a  Cremona,  e  il  Sanscverino 
ad  Orcinuovi.  Ma,  dubitando  Roberto  non  il  duca  andasse 
in  Ferrarese,  si  volse  a  quel  cammino,  si  per  assicurare 
Caslelnuovo ,  il  bastione  del  lago  oscuro,  e '1  resto  del  Pa- 
lesine, e  sì  per  poter  di  là  condurli  a  Venezia  per  consul- 
tare con  quel  senato  o  di  pace  o  di  guerra,  secondo  che 
più  mettesse  lor  conto.  Ma,  il  duca  non  si  partì  di  Cremona, 
sì  per  esser  vicino  a'niraici,  e  sì  perche   quivi  era   delibc- 


276  dell'istorie  fiorentine 

rato  che  s"  avesse  a  far  la  diela  per  le  cose   dell'anno  av- 
venire. Né  in  Serezzana  succedelle  cosa  di  molto  noomenlo  , 
benché  il  marchese  Gabbricllo  per  una  certa  pratica  segreta 
che  avea  con  alcuni  di  dentro  ,  avesse  per  lungo  tempo  te- 
nulo  in  speranza   i  Fiorentini  di  potersi  di  quella  terra  in- 
signorire. A  città  di  Castello  per  intercessione  del  papa  fu 
mandato  Rinuccio  Farnese  con    parie    di  quelli    Feltreschi 
che  avean  ricusalo    d'andar    in   Lombardia,    e    mandòvvisi 
Tommaso  Miuerbetti  per  gasligar  coloro,  che  coulra  gli  or- 
dini della  Repubblica  a'castellani  avesser   prestato    favore. 
Ma,  perchè  per  la  guerra  dell'anno  seguente,  era  necessario 
far  nuovi  ordini  e  preparazioni,  fu  raffermalo  l'ufficio  a'Dieci 
PlT  tutto  febbraio;  e  in  laogo  di  Piero  Nasi,  che    era  am- 
basciadore  a  Napoli,  e  di  Bernardo  B:ion,Mrolami  a  Milano, 
furono  neir  ufficio  eielli  Bon^'iaiini  (i.anfigliazzi,   e  Antonio 
l'ucci.  Similmente  per  la  nuova  dieta  a  Cremona  fu  depu- 
tato liicopo  Guicciardini  con  piena  auiorilà;  ma,  con  queste 
commissioni  parlicolarmenle  ,  cho  in    qualsivoglia  caso  non 
sia  impedita  l'impresa  di    Serezzana,    non    si    muli  il    pre- 
sento stalo  di  Sena,  e  che  in  quanto  al   fatto    delle   genti 
(«ile  debbano  attendere  al  servigio  comune  e  non  a' privali 
C(»m)ii,  ofTerondosi    nel    resto  di  concorrere  a  tulle  quel- 
r  altre  cost;  a   che    gli   altri    confederali    concorrerebbono. 
I*,irii  il  Guicciardini  il  primo  dì  dell'anno  1484,  nvl  quale 
Galeotto  del  Caccia  era  entralo  gonfaloniere,  e    arrivato  ai 
7  del  mese  a  Cremona,  ove  il  duca  di  Calavria  insieme  col 
«  ommessario  del  duca  di  Milano  gli  uscì  un  miglio  incontro 
fior  della  terra,  scnlì  come    per   una  congiura   scopertasi 
lontra  il  duca  di  Bari,  la  diela   si   dovea   celebrare  in  Mi- 
lano; ove  arrivali  a' 12  non  si  die  a  qiiella  principio  infino 
a' 21,  avendo  prima  aspellato  il  duca  di   Ferrara,  e   dipoi 
Giovanni  Francesco  da  Tolentino,  e    Giovanni   Bentivoglio 
]|^T  parte  del  papa,  i  quali  vi  vennero  a'  17.    Da  parte  del 
re  fu  proposto  ,  che  per    resistere    e    per   offendere  i  Ve- 
neziani conveniva  far  un'armata  di  venti  navi,  e  di  sessan- 
tasei galee,  drlle  quali  venlidue  fusscro  armnle    per  forza; 
la  spesa  della  quale  armala  per  sci  mesi  ascenderebbe  alla 
somma  di  irecentoqaaranta  mila  scudi.    Ciò  essere   di  gio- 
vamento sì  per  guardia  delle  marine  del  papa,  e  djl  re,  e 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  277 

SI  per  offendere  le  riviere  de'niraici,  e  le  loro  mercanzie; 
il  che  arebbe  loro  recato  grandissima  incomodità.  Ma  re- 
plicalo, che  non  per  questo  la  lega  sarebbe  stata  superiore 
in  mare,  e  che  per  guardia  delle  lor  cose  sarebbono  ba- 
state venti  in  venticinque  galee;  dopo  molte  dispute  si  fermò 
il  numero  di  galee  trentuna  per  quattro  mesi  fermi,  e  piìi,  bi- 
sognando; la  qual  spesa  per  i  quattro  mesi  fermi,  ascendea 
a  setlantanove  mila  trecentosessanta  scudi,  di  che  volendo 
il  re,  che  l'avea  a  armare,  sicurtà  di  banchi  di  Napoli,  la 
qual  cosa  pareva  impossibile ,  si  prese  di  mezzo  che  il  papa 
il  dijca  di  Milano,  e  i  Fiorentini  promettessero  1'  uno  per 
l'altro,  purclic  la  porzione  che  toccava  a' Fiorentini  si  traes- 
se dal  clero.  Il  che  fu  consentito  dall' ambasciadore  del 
papa;  da  parie  del  quale  tre  cose  furono  richieste:  quattro 
cento  uomini  d'arme,  e  fanti  convenienti  per  l'impresa  di 
Castello,  il  concorso  della  provisione  del  signor  di  Rimino, 
e  che  Virginio  Orsino  sia  sodisfatto  de' suoi  contadi  del 
regno.  A  questa  parte  il  duca  di  Calavria  rispose,  che  non 
sarebbe  mezzo  marzo,  che  Virginio  sarebbe  interamente 
sodisfallo.  La  provvisione  del  Malatcsla,  toltine  i  Fiorentin'', 
fu  distribuita  Ira  il  papa,  il  re,  e  il  duca.  Per  l'impresa  di 
Castillo  fu  dimostrato  nel  duea  di  Ferrara,  che  sarebbono 
bastati  dugenlo  cinquanta  uomini  d'arme  e  quattrocento 
fanti,  e  così  si  rimise  d'accordo.  Alla  domanda  de  Fioren- 
tini per  la  sicurtà  del  pres.  nte  stalo  di  Siena  fu  largamente 
acconsentito;  per  i  fat  i  di  Serezz.ma  si  prose  questa  riso- 
luzione ;  ihe  Vi  lendo  i  Fiorentini  far  la  guerra,  quella  do- 
vesse essere  spedita  per  tulli  i  20  d'aprile;  nel  qual  caso 
polesero  ritenersi  le  lor  genti,  e  Milano  vi  sarebbe  concorso 
con  cento  uomini  d'arme;  ma,  quando  quella  in  quel  tempo 
non  fosse  finita  o  paresse  ala  Kepubblica  di  dilTerirla  al 
tempo  che  si  va  alle  stanze,  allora  così  il  duca  di  Mi- 
lano, come  il  duca  di  Calavria  conrorrcranno  con  dugento 
uomini  d'arme  per  ciascuno,  finche  l'impresa  fosse  finila. 
Al  duca  di  Ferrara  per  espugnare  il  bastione  del  Lago  o- 
scuro,  furono  assegnati  tre  mila  fanti  e  mille  dugento  uomini 
d'arme,  lasciando  provvisioni  tali  in  Cremonese,  e  in  Berga- 
masco che  lo  stalo  di  Milano  fosse  da  questa  parte  sicuro, 
che  soprattutto  a' 10  d'aprile  si  esca  in    campo,  e  a  Kalea 


278  dell'istorie  fiorentine 

di  marzo  si  dieno  le  prestanze  acciocché  si  trovassero  a  or- 
dine al  tempo  assegnato.  Ma  appena  era  Iacopo  Guicciar 
dini  partito  per  tornarsene  a  Firenze,  che  si  sentì  il  San- 
severino  esser  tornato  agli  Orci,  e  nel  Mantovano  i  Vene- 
ziani aver  preso  il  bastione  di  S.  Michele;  onde  il  duca  di 
Caiavria  a'23  partì  per  Pavia  per  condursi  di  là  per  acqua 
a  Cremona  per  opporsi  a  lluberlo.  E  al  conte  di  Pitigliano. 
il  quale  era  alla  Concordia,  fu  commesso,  che  andasse  a  Ri- 
vieri  e  a  Carbonara  per  provedere  a' pericoli  di  Ponterau- 
lino,  e  d'Ostia.  Per  questo  veggendo  che  i  Veneziani  vo- 
levan  prevenire,  furono  sollecitate  le  provvisioni  innanzi  al 
tempo  ordinalo,  avendo  massimamente  Ruberto  passato  Olio, 
e  a'26  accostatosi  a  Bergamo  a  dieci  miglia  dalla  parte  di 
Cremona,  e  di  Martinengo  ;  onde  si  dubitava  che  non  an- 
dasse a  qualche  partito  inverso  Adda  ,  come  altre  voile 
avea  tentalo.  Ciò  fu  cagione  che  Alberto  Visconti,  il  quale 
era  slato  eb  tto  per  capitano  di  cento  uomini  d'  arme  pro- 
messi per  Serezzana,  lusse  scambialo  in  Ruffino  Mirai  li  ;  e 
il  conte  di  Pitigliano,  il  quale  i  Fiorentini  sommamen  te  de- 
sideravano in  questa  impresa,  del  lutto  fusse  negalo-  Fu  in 
questo  tempo  preso  in  Milano  supplicio  di  Luigi  Vilmercalo. 
il  quale  per  pratiche  tenute  col  Sansevcrino  per  restituire 
il  governo  a  Buona,  madre  del  duca,  palesò  come  egli  dovea 
con  alcuni  altri  uccidere  il  duca  di  Bari.  Tra  tante  lurbazioni 
e  scompigli  avea  il  pontefice  comincialo  per  mezzo  de'Cardi- 
nali  di  Lisbona,  e  d' Antibari  a  trattar  di  pace,  e  dall'altro 
calilo  si  tentava  di  conducere  i  Genovesi  alla  lega  ;  per  lo 
qual  conto  fu  dal  papa  mandato  ambasciadore  a  Milano  il 
protonolario  Agnello  per  vedere  di  consentimento  de' coi>- 
felerati,  con  quali  ordini  dovesse  andare  a  Genova.  Per 
tanti  rispetti  quanti  erano  quelli  che  allor  correvano  ,  ben- 
ché gli  ambisciadori  che  andarono  in  Francia,  fussero  tor- 
nati ;  de'quali  il  Canigiani  tornò  cavaliere;  ordinò  la  Repubbli- 
ca che  rcsasse  appo  quel  re  in  nome  di  legalo  Bartolommco 
Ugolini ,  che  era  andato  cancelliere  degli  ambasciatori.  Ma, 
entra'.o  nuovo  gonfaloniere  Ani  )nio  Spini,  le  cose  parca  che 
cominciassero  a  tranquillare,  onde  non  si  fece  altra  elezione 
che  raffermare  i  solili  Dicci,  secondo  slimo,  per  un  anno;  per- 
ciocché il  papa  convenne  in  modo  per  città  di  Castello  con 


LIBRO    VKNTIClNQrKS'MO.  279 

Niccolò  VitoHi,  elio  f;iliovi  rientrare  Lori'nzo  Giustino  rima- 
ser d'accordo.  E  in  un  mcilesimo  Icmiio  parca  eh;*  doves- 
sero prender  la  mcilesiraa  composizione  le  cose  di  Serez- 
7ana  e  di  Lombardia.  Perciocché  cnlrato  di  mezzo  Ottaviano 
Ubaldini  conte  di  Mercalello  prr  accordare  Lodovico  e  Ago- 
slino  Fregosi  co' Fiorentini  ,  e  preso  nelle  man  sue  quel 
deposito  che  essi  medesimi  avean  chiesto  per  le  ragioni 
the  pretencieano  sopra  Falcinello  e  Orlonuovo  ;  parca  che 
del  mito  avesse  a  rimuover  ogni  cagione  di  discordia, 
quando,  qaal  se  ne  fosse  la  cagione,  s'  intese,  che  gli  Adorni 
avean  fallo  parlilo  di  Serezzana  c-u  S.  Giorgio.  La  mede- 
sima fortuna  ebbero  per  allora  i  fatti  di  Lombardia  ;  ove  ì 
Veneziani,  benché  si  mostrassero  pronti  alla  pace ,  nondi- 
meno quando  si  veniva  al  ristrello  .  si  vedea  che  eglino  vo- 
leaiio  deporre  quello  che  avean  occupato  in  parole,  e  quello 
(ho  a  loro  o  a' lor  amici  era  s'.ato  toilo-  accennavano  che 
-i  dovesse  rendere  in  fatti;  come  erano  le  castella  de"R(js?i, 
dol  Sanseverino  ,  e  di  Galeollo  Pico,  a  cui  s' avea  a  resti- 
tuire la  Concordia  ;  ne  di  Genova  si  traeva  conclusione  che 
buona  fusse.  Tornossi  dunque  a'  pensieri  della  guerra  ,  !a 
quale  però  noii  si  era  mai  intermessa,  benché  con  successi 
•  legni  di  poca  notizia.  Per  la  qual  cosa  nel  gonfalonerato  di 
Francesco  Valori  vennero  in  Serezzana  mandati  da  S.  Gior- 
gio due  commessarj  Luigi  Doria  ,  e  Niccolò  di  Marco  con 
buon  numero  di  prowigionati ,  i  quali  preso  con  segni 
grandi  di  letizia  la  possessione  di  quel  luogo  in  nome  del- 
r  ufficio ,  trascorsero  infino  a  minacciar  coloro  che  per  i 
Fiorenlini  erano  alla  guard'a  di  Serezzanello.  Mandaronvi 
poscia  con  cinquecento  fanti  Agostino  Fregoso  ,  posero 
gente  in  Pietrasanla  ,  e  di  bombarde ,  e  di  ogn'  altra  cos;i 
necessaria  le  lor  frontiere  fornirono.  La  qual  cosa  inacerbì, 
non  che  raffrenasse  punto  l'animo  de' Fiorentini  ;  benché, 
per  certe  discordie  nate  fra  Alberigo  ,  e  Francesco  Male- 
spini  fratelli  marchesi  di  Massa,  grandemente  dubitassero 
non  si  accordasse  alcuno  di  loro  con  S.  Giorgio ,  ma  non 
avendo  ancor  mosso  tante  genti  insieme  da  poter  contra- 
stare co"  niraici  ,  fecero  vista  di  non  si  accorgere  del  lor 
orgoglio  ,  e  scrissero  a  liindaccio  Buoninsegni  commoss.irio 
di  Serezzanello  che  alien  desse  a  guardar  le  cose  della  ile- 


280  dell'istorie  fiorentine 

piibMica  senza  onlrar  in  conirsa  con  pli  avversari  Ma  peg- 
gii»  ;:iìdavano  i  falli  del  regno,  o  di  Lombardia;  percioc- 
tliè  i  Veneziani,  mandato  nn' armala  sotlo  Francesco  Mar- 
te Io  s'insignorirono  di  Gallipoli,  cillà  molto  imporlntitc 
nc'Salentini ,  benché  con  poca  foitnna  del  capitano,  il  quale 
vi  rclò  morto  d'un  colpo  d'artiglieria.  E  in  Lombardia 
per  i  preparamenti  ,  che  qnel  senato  faceva  in  Ravenna  , 
non  istavan  le  cose  senza  pericolo ,  attendendo  a  ingrossjsrc 
di  gente  d'arme,  di  slradiotli,  di  scoppeltieri,  e  di  fanlc- 
rip.  Delle  quali  preparazioni  temendo  il  duca  di  Ferrara  si 
doleva,  (he  Gio\an  Fraiìcesco  da  Tolentino  richiesto  da  lui 
che  il  servisse  almeno  d'una  squadra  da  balestrieri  a  ca- 
>alio,  avea  manifestamente  ricusato  di  farlo,  alhgandochc 
era  costretto  ubbidire  al  pontefice  ,  da  cui  era,  per  una  inub- 
bidienza usata  da'Colonne&i  a  non  render  gli  stali  a  sii  Or- 
sini, chiamato  a  lloma.  Simil  difficoltà  gli  era  allegata  da 
Galeotto  Manfredi  ,  scusandosi  che  per  non  esser  pagato 
del  suo  stipendio  né  dal  re  ,  nò  dal  duca  di  Milano,  i  suoi 
soldati  si  trovavano  senza  cavalli,  e  erano  stali  costretti 
impegnar  1'  armi  se  volcan  vivere.  Ma  quello  che  su[)erava 
ogn' altro  male,  era,  che  tra  i  duchi  di  Calavria,  e  di  Bari 
era  cominciata  a  nascer  mala  soddisfazione.  Bari  allegando 
che  di  Napoli  non  venivan  gli  aiuti  promessi  per  questa 
guerra ,  e  a  Calavria  cominciando  a  parer  mollo  strano  che. 
dolio  stato  del  genero  Lodovico  volesse  più  di  quello  che 
ne  gli  toccava  ;  perciocché  già  la  figliuola  del  duca  di  Ca- 
lavria era  stata  promessa  per  moglie  del  duca  Giovan  Ga- 
leazzo. Contuttociò  essendosi  a'i8  di  giugno  accozzati  gli 
esercì! i  presso  Orrinuovi  ,  e  in  certe  grosse  scaramuecie,  fu 
sempre  sup  riore  il  duca  di  Calavria  ;  il  quale  tolse  anco 
a'nimici  di  molle  castella.  Era  già  venuio  il  me?e  di  luglio, 
e  in  Firenze  uscito  nuovo  gonfaloniere  Antoiiii)  Canigiani . 
quando  trovandosi  ciascuno  stanco  della  guerra,  soprag- 
giunse per  affrettar  più  presto  la  pace,  la  morie  di  Fede- 
rigo Gonzaga  marchese  di  Mantova  :  il  quale  era  stalo  po- 
l(nte  mezzo  a  tener  uniti  i  duchi  di  Calavria,  e  di  Bari. 
Veggendosi  per  questo  tuttavia  Lodovico  sfornire  di  danari 
per  provvedere  alle  bisogne  della  guerra,  e  parendogli 
senza  profilto  aversi  tirato  il  fuoco  a  casa,  cominciò  a  voi- 


LIBRO    VENTICINQUESIMO.  281 

gcrsi  con  lulto  l'animo  alle  pratiche  della  pace,  la  quale 
tirala  gagliardamente  innanzi  da  lui  in  snl  principio  senza 
participa/ione  de'  compagni ,  fn  poi  seguitata  da  confede- 
rali, più  per  non  potersene  (li^coslare,  che  per  altro.  I 
Fiorentini  mandarono  in  campo  Picrfìlippo  Pandolfini,  per- 
chè nella  conchision  di  quella  intervenisse.  E  benché  astretti 
con  preghiere  ardcntissime  dal  duca  di  Ferrara  a  moderare 
i  capi  che  in  suo  pregiudi/io  tornavano ,  in  fuor  d'  alcuno, 
poche  caslelia,  non  potè  però  ottenere  ,  se  non  che  il  Pole- 
sine di  Rovigo  gli  si  restituisse;  anzi  furon  a' Veneziani 
conservate  1'  antiche  ragioni  di  Ferrara  Fu  bene  al  re  re- 
stituita Gallipoli;  eRubeito  Sanseverino,  che  si  era  molto 
in  questa  pace  adoperato  i  la  quale  d^l  luogo  ove  fu  con- 
chiusa,  la  pace  di  Bagninolo  fu  delta)  fu  da  tulli  i  principi 
e  popoli  d'Italia  creato  capitano  generale.  Molle  furono  le 
doglienzc  del  duca  di  Ferrara  fatte  por  i  suoi  interessi, 
essendo  massimamente  tra  la  lega  un  crpitolo,  che  senza 
suo  consentiracnlo  co' Veneziani  non  si  potesse  far  pace; 
ma  consentano  tutti;  che  il  ponlelicc  sentì  cos'i  fieramente 
il  dispregio  della  sua  autorità,  avendo  poco  tempo  innanzi 
i  Veneziani  la  pace  che  da  lui  era  st.da  proposta,  rifiutala, 
che  quattro  giorni  appresso,  la  note  che  seguì  al  13  d'a- 
gosto ,  se  ne  morì  di  dolore.  Sentirono  i  Fiorentini  qMej.la 
pace  con  inestimabile  allegrezza,  non  solo  per  la  cosa  istessa, 
quanlo  che  parca  lor  esser  venuto  il  tempo  di  rioupenir 
Serezzana,  di  cui  ardisco  dire  che  ninna  tosa  eliher  mai 
[liù  a  cuore;  forse  perchè  alio  stato  de'Medici  paresse  cosa 
mollo  acerba,  che  in  luogo  di  far  maggior  acquisii  per  ag- 
guagliar almeno  se  non  potenno  avanzare  la  gloria  di  colo- 
ro, che  avean  aggiunto  all'imperio  della  Repubblica  lo  stato 
di  Pisa  ,  così  bruttamente  incominciassero  a  perdere  delle 
lor  cose.  Fu  per  ciò  eletto  subitamente  Iacopo  Acciaiuoli , 
il  quale  andasse  a  Parma  per  rimenar  di  là  le  genti  della 
Repubblica  ,  e  quelle  che  da  Lodovico  Sforza  erano  stale 
promes«e ,  e  furon  mandati  denari  al  conte  Antonio  da 
Marciano  e  a  Rinuccio  Farnese  ,  perchè  il  venir  loro  non 
SI  dilTeris«c  ,  oltre  l' instanza  che  s' avea  a  far  grande  al 
conte  di  Pitigliano  ,  nella  cui  fede  e  valore  molto  la  Re- 
pubblica confidava.  Scrissesi  a  Giovami    Lanfredini  amba- 


282  DEIL"  ISTORIE    IMOr.KNTiNE 

stia(Jore  ;i  Napoli  appresso  Ferdinando    che    solicitassc  ìe 
genli  del  re  ,  e  fu  clello  general  commessario  dell'  impresa 
Iacopo  Guicciardini.  Quanto  alle  cose  comuni   fu   per    con- 
siglio di  Lodovico  Sforza  scrino  a  Roma    all'  ambasciatore 
Vespucci,  che  insieme  con  Anello,  e  Giovanni  Angelo  ani- 
basciadori  del  re,  e  del  duca    procedesser    uniti  a  dar  fa- 
vore ,  che  si  facesse  un  pontefice  ,  a  cui  fosse  più  a  cuore 
la  pace  e  la  quiete  d'Italia,  che  al  passalo    non  era  stala; 
mas:jimamerjte  perchè  in  Roma  eran  molli    bisbigli    causati 
così  da  dispareri,  i  quali  erano  Ira  Colonncsi    e    Orsini;  e 
sì  perchè  il  conte  Girolamo,  il  quale  come  nipote  del  morto 
pontefice  che  avea  l'arme  in  mano,  dovca  mettersi  di  mezzo 
*'  tener  quieta  Roma  ,  accostatosi  a  gii  Orsini  veniva  a  (ar 
y  incendio  magi^jore.  Ma  prima  che  il  mese  d'agosto  finisse, 
\enner  novelle  .  come  a'  29  era  stalo  crealo    papa    Giov.m- 
baiisla  Cibo,  dello  il  cardinale  di  Molletta,  uomo  di  natura 
piacevole  e  mansueta  ;  il  quale  lorse  per  dar  col  nome  un'  ir- 
ra  ,  qual  dovesse  esser  il  pontificalo  suo,  Innoccnzio  volle 
osser  cbiam.ito .  con  la  cui  elezione    i    rumori  di  Roma  po- 
sarono. Entralo  dunque  in  Firenze  la  terza  volta    gonfalo- 
niere   di    giustizia    Ruberto  Lioni  ,  e  i  Dieci  e  la  Signoria 
iste«sa  con  tulle  le  lor  forze  all'  impresa    di    Screzzana    si 
volsero  ;  ove  l'esercito  essendo  già  la  maggior  parie   delle 
genli  che  s'aspettava  ragunata  .  s'accampò  il  sesto  giorno 
di  settembre  Ma  erasi  per  prova  conosciuto  ,  che   malage- 
volraenle  si  sarebbe  questa    imjtresa    maneggiala,   essendo 
Piclrasanta  in  poter  di  san  Giorgio  ,  come  luogo  posto  Ira 
Pisa  e  Serezzana-,  onde    il    conte    di    Pitigliano    era   stato 
Fanno  passato  d'opinione,  che    dovesse    prima    occuparsi 
Piclrasanta;  il  che  i  Fiorentini  non  aveano  permesso,  alle- 
gando allora  essi  che  aveano  guerra  co' Piegosi ,  e  non  con 
S.  Giorgio  ,  che  era  di  quel  luoga  signore.  Or  volle   piul- 
loslo  il  caso  che  artificio  alcuno  ,  il  quale  va  il  Machiavelli 
accattando,  che  Pagolo  dal  Bojgo  conestabile  de' Fiorentini 
in  passare  di  Pitlrasanla  fu  con  tutta  la  sua  compagnia ,  la 
quale  era  di  trecenlo  fanli,  da  quelli  del  castello  svaligiato. 
Por  la  qual  cosa  fu  senza  perder   momento  ili  tempo    deli- 
berato ,  che,   lasciata  per  ora  Serezzana  ,  l'impresa  di  Pie- 
trasanta  far  si  dovesse;  e  l'esercito  vi  s'accampò  due  giorni 


LIBRO    VENTICIKQUKSIMO.  283 

(li  poi,  prendendo  l'alloggiamento  Terso  Mulronc  assai  presso 
!a  terra ,  ove,  piantale  le  bombarde,  benché  con  molta  ma- 
lagevolezza ,  secondo  la  poca  perizia  di  que' tempi,  ii  co- 
minciò a  trarre  quasi  senza  frammellimento  alcuno  di  tem- 
po; non  essendo  allora  dentro  la  terra  più  che  trecento 
fanti  forestieri-  Tosto  si  conobbe  per  ciascuno  aver  in  se 
quella  espugnazione  molto  maggior  difficultà  ,  che  da  prima 
non  erano  state  considerale;  perciocché  essendo  le  vie  del 
monte  diverse,  si  reputava  per  cosa  presso  che  impossibile 
il  serrar  del  tulio  quel  passo  animici.  E  i  Genovesi  non 
eran  punto  tiepidi  a  far  quelle  pro\ visioni  the  stimavan  ne- 
ressarie  ,  avendo,  oltre  il  primo  presidio,  mandalo  in  soc- 
corso di  Piclrasanta  Domenicaccio  Doria  con  mille  fanti,  e 
commesso  a  Girolamo  da  Montenegro  che  conlinuaracnte 
con  correrie  e  assalti  tenesse  infestalo  il  campo  nimico. 
Oltre  a  ciò  fecero  un'  armala  per  mare  per  travagliar  le 
marine  de'Fiorenlini  ,  e  occupar  loro  alcun  luogo  impor- 
tante ,  acciocché,  mossi  da  proprj  pencoli,  dal  travagliar 
altrui  si  rimanessero.  Fu  per  questo  da'  Dieci  accrescinlo 
il  campo  di  duemila  provvigionati ,  essendone  stati  ri- 
chiesti da'  capitani.  Né  si  lasciava  cosa  addietro  intentala 
non  perdonando  a  spesa  né  a  opera  alcuna  possibile  per 
uscir  con  vittoria  di  questa  guerra,  quando  s'udì  l'armala 
de' nimici  atcr  posto  buon  numero  di  fanti  in  terra,  e  a' 9 
d'ottobre  aver  preso  Vada,  e  far  visla  di  voltarsi  a  Rosi- 
gnano.  In  un  medesimo  tempo  vi  erano  avvisi,  come  il  conte 
di  Piligliano,  il  conte  Antonio  da  Marciano,  e  Rinuccio 
Farnese  si  erano  ammalali  in  campo,  e  quello  che  dava 
maggior  noia ,  come  Piligliano  avea  mandalo  i  suoi  carriaggi 
a  Pisa  ,  e  che  il  campo  era  costretto  a  mutar  alloggiamen- 
to,  e  allontanarsi  di  Pielrasanla,  le  quali  cose  penetrando 
vivamente  infìno  al  cuor  di  ciascuno,  fecero  risolvere  il 
popolo  a  voler  vincere  ,  o  morire.  Furono  per  questo  .  se- 
condo che  il  bisogno  richiedeva,  falli  varj  e  gagliardi  prov- 
vedimenti. A  Vada,  e  per  salvezza  di  Rosignano  ;  dal  qual 
luogo  i  nimici  erano  stati  ribuitati  a  gli  11,  avendo  essi 
nondimeno  abbruciato  parie  del  borgo,  fu  eletto  Bernardo 
del  Nero  con  piena  autorità,  avendovi  prima  addirizzalo 
Antonio  Boscoli  con  dugenlo  provvigionati .  e  con  dugento 


28i  dell'  iSToniE  fiorentine 

quaranta  uomini  d'arme  del  signor  di  Faenza;  i  quali  egli 
jivea  avuto  ordine  di  condurre  a  Pielrasanta.  Ebbcsi  dal 
duca  di  Calavria ,  il  quale  era  pochi  di  prima  passalo  per 
Firenze,  il  Rossetto  da  Capoa,  e  il  Bronchino  con  dugento 
provvigionali ,  e  dugento  balestrieri  a  cavallo,  senza  l'altra 
gente  raccolta  in  fretta  ,  con  la  quale  andò  Bernardo  del 
Nero  a  trovar  i  nimici.  Per  le  cose  di  Pietrasanta  furono 
in  aiuto  e  compagnia  del  Guicciardini  eli  tti  due  nuovi  com- 
messarj,  amcndue  de' Dicci,  Bongianni  Gianfìgliazzi ,  e  An- 
tonio Pucci  ,  i  quali  andaii  a  Pielrasanta  ,  e  col  Guicciar- 
dino,  e  co' condottieri  alquanto  prevaluti  della  loro  indispo- 
sizione, ritrovatisi,  udirono  finalmente  la  conclusione  del 
conte  di  Pitigiiano  esser  questa  :  Che  non  insignorendosi 
della  valle  di  S  ravejza  ,  e  della  Corvara  per  torre  a  gli 
avversarj  questo  ricetto,  e  insignorirsi  del  monte,  egli  ri- 
putava per  queir  anno  V  espugnazione  di  Pielrasanta  del 
tutto  impossibile.  I  Fiorentini  non  isbigoltiti  da  cos'alcuna, 
vollero  che  in  ogni  mo<io  si  dovesse  la  impresa  seguitar 
quell'anno,  permettendo  a' condottieri  che  tentassero  ogr.i 
parlilo  che  essi  stimasstr  migliore,  purché  s'attendesse 
ad  andare  innanzi;  e  tanto  li  stimolarono,  ora  con  l'esem- 
pio di  Bcrn.-.rdo  del  Nero  ,  il  quale  aveva  già  cacciato  i 
nimici  di  Vada,  avendone  molli  feriti  ,  e  alcuni  di  loro  fatti 
prigioni,  e  ora  accusandoli  di  viltà,  e  dolendosi  d'esser 
stati  ingannali  da  loro  ;  a  cui  in  tutte  le  cose  che  avean 
saputo  chiedere  con  bocca  avean  largamente  risposto;  che 
a  21  andarono  ad  assaltar  una  bastia  posta  al  salto  alla  Cer- 
via, e  presonla  per  forza  con  tult'il  presidio  che  v'era 
dentro.  Il  qual  buon  principio  essendo  grandemente  riscal- 
dalo da'commessarj,  fu  cagione  ,  che  il  giorno  seguente 
s'insignorissero  ancora  d'un'altra  bastìa  posta  sopra  la  valle 
della  Corvara,  luogo  molto  forte;  e,  ivi  a  Ire  giorni,  della 
ròcca  della  Corvara;  ove  avendo  posto  presidj  sufficienti 
con  allegrezza  inestimabile  de' Fiorentini ,  l'esercito  ritornò 
ad  accamparsi  a  Pietrasanta.  Mentre  queste  cose  in  campo 
si  facevano,  non  si  tralasciavan  del  tutto  le  vie  dcll'acctir- 
do,  avendo  il  p;ipa,  e  il  re,  come  mezzani,  mandato  Jor  uo- 
mini a  Genova  per  assettar  in  alcun  modo  questa  differen- 
za ,  benché  ogni  partilo  riuscisse  vano.    E    la    Repubblica 


LIBKO   VENTICINQUESIMO.  285 

non  volendo  più  (ìitTorire  la  elezione  degli  ambasciadori ,   i 
quali  doveano  andar  secoiido  l' viso  della  città  a  render  l'ub- 
liiJienza  al  ponlefice  ,  nominò  iìnalmenle  por  questo  conio 
sei  cittadini.  Francesco  Sudcrini  vescovo  di  Volterra,   An- 
tonio Caiiigiani ,  Barloloinnieo  Scala,  Guid'Anloniu  Vespuc- 
ci,  Agnolo  Nic  olini  ,  e  Giovanni  Toroabuoni.  I  Dieci  elrs- 
suro  per  Milano  Ilcrnardo  Rucellai  in  luogo  di  Pier  Filippo 
PcindoKini  :  e  Lori-nzo  de' Medici  senz'altro  sprone,  \olle  da 
se  stesso  andar  a  Pisa  per  dar  con  la  Niciniià  maggior  caldo 
e  fervore  all'iuijjresa.  Ma  c^^sendo    il    Guicciardiiio  per  in- 
lerrnità  sopraggiunlagli  fait  si  pò  lare  malato  a  Pisa ,  e  tro- 
vandosi  il   Gi.inlig  lazzi  parirnenlo  e  il  Pucci  mal  del  corpo 
disposti;  i  quili  mali  parvero    anc  »    maggiuri  per  esser    in 
un  asfalto  che  si  delle    alla    terra    il    pcnulliino  giorno  del 
njese  restatovi  morto  d'un  colpo  d' arliglieria  il  conte    An- 
tonio da  Marciano ,    fu    eletto  per  general    cominessario   di 
queir  impresa  Bernardo  del  Nero;  il  quale  giunto  a  Pietra- 
santa  a' 2  di  novembre  nei  gonfalonerato  di  Mariollo  Rucel- 
l.ii,  e  desideroso  di  riportar  gloria  di  quell'impresa,  avendo 
trovalo  i  colleghi,  per  essere  aggravali  nel  male  ,  e  in  peri- 
eolo  della  vita,  inutili  alle  faccende,    sollecitò    che    a' 5    si 
desse  la  battaglia  al  bastione  posto  sopra  la  ròcca  ;  la  quale 
benché  non  riuscisse   secondo    il    suo    desiderio ,    tornativi 
n ondnneno  il  giorno  seguente  di  nuovo  ,  s'otlene  il  bastione 
per  forza,  e  furonvi  fatti  dugento  prigioni    da    taglia;  delia 
qual  cosa  spiventati  quelli  di  dentro,  e  temendo,  se  a\ ossero 
aspettata  la  forza,  del  sacco  e  d'ogn' altra  piii  grave    cala- 
mità, l'altro  dì  si  resero    a    patti,   avendo  i  soldnli  .  e  p  r 
opra  di  Bernardo,  e  per  li  conforti  di  Lorenzo  de' Medici, 
il  quale  era  poco  prima  con  denari  arrivato  in  campo,  fatto 
veramente  1'  estremo  delle  lor  forze.  Reslava  d'aver  la  for- 
tezza ,  nella  quale,  oltre  il  castellana,  s'  eran    ridotti    molli 
de"  principali ,  e,  quel  che  gli  scrittori  genovesi  raccontano, 
con  animo  di  difendersi;  ma  per  i  libri   de' Dieci  si  ve<le , 
che  il  castellano  promise  d'arrendersi   non    gli    venendo  i! 
soccorso  fra  due  giorni  dipoi,  come  appunto  succedette- In 
questo  modo  Pietrasanta    pervenne  in  poter    de' Fiorentini. 
Il^nno  alcuni  credulo  che  ella   fusse    edificata    dalle    mine 
d'un  antico  castello  detto  il  Luco  di  Fcronia,  altri  stimano 


286  dell'istorie  fiorentine 

essere  cosi  cognominala  dalla  famiglia  nobile  milanese  di 
Pietrasanla,  imperocché  essendo  differenza  Ira  Genovesi  e 
Lucchesi  per  conio  de' confini,  e  di  ciò  datone  dall' impera- 
dore  carico  di  deciderla  a  un  gentiluomo  di  essa  famiglia  , 
i  Lucchesi,  in  cui  favore  cadde  la  sentenza,  dal  nome  suo 
averla  cognominala  Pietrasanla.  Non  erano  i  Fiorentini  per 
questo  acquisto  contenti,  ma  ardivano  di  desiderio  di  far, 
non  ostante  il  verno  ,  l' impresa  di  Serezzana  ,  confortati  a 
questo  dalla  ripulazione  doli' esercito  vittorioso,  ove  erano 
selle  mila  fanti  vivi,  milledugeiito  guastalori.  buon  numero 
d'uomini  d'arme,  e  provvisioni  suflicienli  per  metter  fine  ad 
ogni  grande  impresa.  Aveano  soldato  Kiccasens,  e  Villama- 
rina  con  diciotio  galee,  le  quali  d'ora  io  ora  con  Agostino 
e  Giovanni  Adorni  si  stavano  aspettando  a  Livorno.  Bali- 
slino  Fregoso,  il  quale  essendo  doge  di  Genova  era  l'anno 
addietro  dal  cardinale  Fregoso  suo  zio  della  signoria  sialo 
discaccialo,  lenea  pratiche  co'partigiani,  e  con  gli  amici  suoi 
d'entrar  in  Genova,  e  avendo  chiesio  gli  aiuti  de' Fiorenti- 
ni, i  quali  gli  avevano  mandalo  denari,  genti  e  Guido  Man- 
nelli per  commessario  ,  promettea  loro  ogni  aiuto  e  favore 
dal  canto  suo  per  le  cose  di  Serezzana;  ove  si  tenea  tutta- 
via alcuno  app'cco  per  poterla  o  in  un  modo  o  in  un'altro 
avere.  Il  qual  Irallalo  d'cnlrarc  in  Genova  sparando  che  al 
pili  tardi  dovesse  riuscire  avenlicinque  del  mese,  nel  qual 
tempo  si  credea,  che  avendo  eglino  travagli  in  casa,  avreb- 
bono  richiamalo  le  genti  di  Serezzana  a  Genova;  questo 
era  quel  tempo  che  da  i  Dieci  si  veniva  a  chiedere  a' con- 
dottieri che  dovessero  trattenersi  in  campo;  dopo  il  quale 
si  contentavano  che  ciascuno  n'andasse  alle  stanze.  Parca 
strano  a' soldati  e  a' capitani  l'aver  in  luoghi  malagevoli,  e 
in  citsì  falla  stagione  a  slare  in  campagna  infino  a  quel 
tempo,  e  già  gli  Sforzeschi,  slimando  d'aver  interamente  il 
loro  ufficio  fornito,  sene  ritornavano  a  casa  ;  e  pareva  che 
ciascuno  volesse  andare  lor  dietro  ;  quando  per  le  calde 
persuasioni  di  Lorenzo  e  di  Bernardo  consentirono  gli  al- 
tri di  voler  fare  il  servigio  della  Repubblica.  Ma  essendo 
ritardate  le  galee  tanto  a  venire,  che  il  soprastar  più  in 
campo  parca  cosa  mollo  dura;  e  Bernardo  del  Nero  s'era 
fatto  ancor  egli  portar  malato  a  Pisa,  le  genti  fnr  mandale 


LIBRO   VENTICIXQIESIMO.  287 

alle  sl.mze;  la  dislribuzione  delle  quali  tu  data  a  Dionigi 
Puc'i-,  ma  premendo  grandemente  il  desiderio  di  mantener 
l'ietrasanta ,  fu  lasciata  questa  cura  ad  Ercole  Beiilivoglio, 
la  guardia  della  ròcca  si  diede  a  Piero  Toruabuoni,  ma  ca- 
pitano della  terra  fu  crealo  Jaropo  Acciaiuoli.  I  Dieci  in 
luogo  del  Gianfigliazzi  morto,  la  cui  perdita  increbbe  gran- 
demente alla  Città,  crearono  Antonio  de'NobiJi,  perciocché 
e  si  era  ancor  morto  il  Buongirolami ,  il  cui  luogo  era  per 
la  sua  legazione  a  Milano  slato  dato  al  Gianfigliazzi.  Mo- 
rissi anche  Antonio  Pucci  con  dolore  inestimabile  di  tulio 
il  popolo,  essendo  stata  la  sua  opera  mollo  utile  alla  patria 
in  questa  impresa  di  Pietrasanta  ;  ma  perchè  egli  era  stalo 
(•rcjilo  de'Dieci  in  luogo  del  Nasi,  che  era  già  ritornato  di 
Napoli,  non  bisognò  far  altra  elezione.  A27  di  novembre 
furono  spediti  gli  ambasciadori  al  pontefice  stati  infino  a 
quell'ora  trattenuti  vanamente;  imperocché  Lodovico  Sfor- 
za, di  cui,  come  allro  scrittore  disse ,  fu  proprio  il  volere 
con  nuovi  tro\ali  apparir  agli  altri  superior  di  prudenza, 
avea  inslantemenle  chiesto  che  tutti  g!i  ambasciadori  della 
lega  dovessero  entrare  in  Roma  e  far  questo  nfilcio  insie- 
me per  mostrar  questa  unione  infra  di  loro.  La  qual  ,cosa 
dicendo  i  Dieci  essere  una  cerimonia,  che  benché  in  appa- 
renza paresse  d'alcuna  importanza,  in  fatto  potea  giovar  po- 
co, ma  che  alterandosi  il  costume  della  città  al  popolo  da- 
va noia,  e  nell'animo  del  papa  a\rebbe  polulo  generare 
scandalo,  non  vollero  piìi  differir  questo  ufficio-,  onde  ri- 
manea  solo  il  pensiero  dell'armata  per  conto  delle  cose  di 
Genova,  ove  il  Fregoso  con  gli  Adorni,  e  con  alcuni  delli 
Spinoli  s'era  spinto  quasi  fin  sulle  porte  della  città.  Fu  per 
questo  commesso  a  Niccolò  Martelli  eletto  coramessario  ge- 
nerale dell'armata ,  che  disponesse  in  ogni  modo  il  Uicca- 
spns  ad  uscire  dal  porlo  ,  e  a  pigliare  con  le  sue  do- 
dici galee  la  via  di  Genova,  poiché  il  Villamarino  non  era 
ancor  comparilo;  il  qual  Riccasens  avendo  imbarcalo  molto 
buon  numero  di  fanti,  fece  finalmente  dar  de'remi  in  acqua 
l'ultimo  d'i  di  novembre;  ma  o  perchè  i  Genovesi  avesser 
latto  maggior  armala,  o  perché  egli  riputasse  quell'impresa 
di  molto  pericolo,  sene  tornò  in  Foce  a' 3  di  dicembre. 
Vi-nne  il  Martelli  in  Firenze  per  informare  i  Dieci  dc'pcu- 


288  dell'  istorie  fiouemine 

sieri  del  caj)it;ino,  e  degli  andamenli  de'niraici,  il  qu.ilc  ri- 
mandalo subito  all'arinala,  atrrellava  il  capilano  per  non  sla- 
re ozioso  in  porto  a  lenlar  Porto  Venere  ;  ma  nientre  eg'i 
propon  l'impresa  di  Corsica  ,  e  dall  altro  canto  i  Fiorentini 
stanno  sospesi,  or  in  volere  che  s'aspettino  l'altre  sei  ga- 
lee, ora  per  lo  sospetto  che  Tarmala  de  Genovesi  non  des- 
se a  Livorno,  in  non  voler  che  si  levi  del  porto  ,  compari 
a'diciannove  del  mese  con  grande  al. egrezza  di  lutti  il  Vil- 
lamarina  a  Livorno;  perciocché  essendo  di   quei  dì  stato  a 
Firenze  Fr;incesco  Spinola  per  domandar  aiuto  da'Fiorenli 
ui  ,  per  conio  di  quelli  che  voleain)    rientrar    in    Genova  , 
avea  rifiorito  che  sette  galee  de'Genovesi  erano  venule  alla 
Spezie,  e  che,  restatone  nella  Spezie  du<',  l'altre  cinque  es- 
ser sparile  non  saper  do\e,  laiche  si  dubitava  non  fossero 
ile  alla  volta  di  Capocorso  per  meller  in  mezzo  Villamari- 
uo.  Messo  dunque  insieme  un'armata  di  diciotlo  galee,  e  di 
ji,enli  e  d'ogn'altra  cosa  necessaria  ottimamente  fornita,  lu 
sollecitato  che  ella  senz'altra  tardanza  dovesse  avviarsi  alla 
volta  di  Genova;  ove,  oltre  i  danari  mandati  e  il  commessa- 
rio,  fu  creato  governator  di  quelle  genti  il  Pasqua  d'Arez- 
zo. E  già  dopo  alcune  dispute  messe  in  mezzo  dal  Villama- 
rino  per  conto  del  soldo  e  dell'armare,  s'era  deliberato  che 
l'armata  si  levasse  di  porlo  la  notte  del  natale  del  signore; 
quando  per  lettere  ricevute  da  Francesco  di  ser  Barone  di 
Cortona  sollo  de'venlidue,  si   inlese,  Batislino  venuto    alle 
mani  co'  Genovesi  esser  sialo  rollo,  perche  fu  hi-  ogno  pren- 
dere altra  risoluzione,  e  commcller.-  al  Martelli  ,  che,  l'.ilti 
sbarcare  i  fanti  messi  sulle  galee  ,  e  mamtali  alle    stanze  , 
l'armala  s'inlrallenesse  infino  a  nuovi  ordini,  ma  non  erano 
ancor  queste  commissioni  eseguile,  che  Piero    Capponi,  il 
quale  era  commessario  a  Pisa  con  queU'amjMa  autorità  che 
il  Martelli  avea  in  mare,  fece  intendere  a'Dicci  esser  a'ven 
tisei  arrivata  in  porlo  l'armala  de'Genovesi,  e,  quello  (ho 
non  meno  di  questo  increbbe,  quella  della  Repubblica  es- 
sersi levala;  per  la  qual  cosa,  in  luogo  d'assalir  altri,  fu  bi- 
sogno pensare  a  difendersi,  veggendo  che  i  niraici  disegna- 
vano d'occupar  la  torre  ,  che  di  nuovo  era    siala    falla  nel 
)  orlo,  la  qu.-ile  infino  a'presenli   tempi    si  chiama    la  Torte 
nuova.   D  d^e  grandemente  alla  Repubblica  il  lev:ir  dell  ar- 


LIBRO   VENTICI.>Q0ES1M0.  289 

mata  ,  stimando  che  col  favor  delle  torri  potea  star  sicura- 
mente in  Porlo,  ove  irovaniiosi  tre  navi ,  le  quali  s'avreb- 
bou  potute  armare  d'uomini,  non  che  di  far  resistenza,  ma 
senzalcun  fallo  avrebbon  dato  the  fare  a'nimici.  Fu  dunque 
scritto  al  Martelli,  che  non  parendo  a'capitani  di  tornare  io 
porto,  almeno  si  riducessero  in  Arno  ,  dove  starebbon  si- 
cure, 0  pur  finalmente  verso  Piombino  per  poterli  avere 
vicini  a  Pisa,  e  servirsene  a'bisogni.  Del  resto  non  si  ebbe 
molto  dubbio  ,  essendo  in  Livorno  state  fatte  gagliarde 
provvisioni,  e  trovaudovisi  il  conte  di  Pitigliano  ,  e  Rinuc- 
cio  Farnese  con  genti  a  bnsian/a.  Aveano  i  uimici  ordinato 
in  mare  una  macchina  chiamala  Puntone  ,  per  poter  da 
quello  ripieno  di  terra  battere  la  torre,  la  cui  opera  fu,  se- 
condo le  cronache  genovesi  raccontano,  di  sì  maraviglioso 
artificio,  che  il  Turco  ne  volle  vedere  il  modello,  ma,  per 
quello  che  io  ritraggo  da'libri  de'Dieci,  ella  non  riuscì  così 
spaventosa  e  terribile  come  altri  s' aveano  dato  a  credere, 
se  bene  anco  i  Fiorentini  fecero  il  lor  puntone  per  danneg- 
giar l'armala  nim  ca;  per  la  qual  cosa  facendosi  di  qua  quella 
difesa  che  parca  ragionevole,  s'incominciò  di  nuovo  a  sol- 
lecitare che  nell'armata  monlasser  mille  fanti,  per  dar  con 
quella  aiuto  a'fuoruscili  di  Genova,  che  non  isbigottili  della 
rotta  ricevuta,  facevano  tuttavia  inslanza  alla  Repubblica 
d'esser  succorsi,  che  per  loro  non  resterebbe  di  tornar  da 
capo  all'impresa.  In  queste  pratiche  entrò  l'anno  14^5,  di  cui 
fu  primo  gonfaloniere  Averardo  de' Medici,  quando  fuor 
della  loro  espeltazioue  fu  riferito  ,  Lodovico  Sforza  aver 
comandato  a  Giovanni  Spinola,  che  senza  altr'  ordine  non 
faccia  deliberazione  alcuna  intorno  alle  cose  di  Genova,  e 
non  molto  di  poi  aver  mandato  Marco  Trotto  suo  segreta- 
rio per  far  la  medesima  proibizione  a  Batislino  Fregoso-,  la 
qual  cosa  non  è  da  credere  quanta  niolestia  avesse  recala  ai 
Fiorentini,  i  quali,  oltre  quello  ciie  scrissero  a  Bernardo  Ru- 
cellai  loro  ambasciadore  a  M.lano,  vi  mandarono  per  questo 
Niccolò  Michelozzi,  mostrando  quanta  ingiuria  si  facea  con 
così  fatta  dimostrazione  alla  loro  Repubblica,  perchè  fu  per- 
messo allo  Spinola  il  poter  procedere  nell'impresa.  Ma  que- 
sta cosa  avea  sotto  di  se  |)iù  alle  radici;  imperocché  aven- 
do il  duca  di  Milano  pretcudenza  nello  staio  di  Genova, 
.Amm.  Voi.  V.  jy 


290  dell'istorie  fiorentine 

volle  Lodovico  promessa  dalla  Repubblica  di  duemila  fanti 
infino  a  guerra  finita  ogni  \oUa  che  quello  sialo  andasse 
nelle  mani  di  alcuna  esterna  polenza,  o  pure  del  medesimo 
Balistino  Fregoso;  il  che  gli  fu  prestamente  e  con  gr.in 
larghezza  acconsentilo,  così  era  grave  ogni  disturbo  che  ai 
Fiorentini  intorno  questa  bisogna  si  opponeva.  Nel  qual 
mezzo  tempo  le  cose  di  Livorno  erano  succedute  benissi- 
mo, perciocché  il  puntone  de'  nimici  era  diventato  inutile, 
a  quelli  dell'armala  era  siaM<^ielato  il  far  acqua,  e  V  arti- 
glieria del  puntone  della  ^Biibbliia  cominciava  a  far  dai.no 
alle  galee  nimirhe,  alle  qoaK'cose  aggiunto  il  comparire  di 
Riccasons,  i  nimici  furono  costretti  di  levarsi  ,  e  con  gran 
disordine  ridursi  a  Genova.  In  questo  tempo  furono  gli 
ambasciadori  che  il  re  di  Francia  mandava  il  papa  ricevuti 
in  Firenze  magnificamente,  quando  trattandosi  dagli  amba- 
sciadori della  lega  col  papa  la  riconciliazione  de'  V'eneziai.i 
con  santa  Chiesa  in  quanto  ad  assolverli  delle  censure.  Iii- 
nocenzio  nel  discorso  del  parlare  accennò,  che  per  stabili- 
mento della  detta  pace  universale  d'Italia,  era  d'opinione 
innanzi  ad  ogn' altra  cosa  doversi  prima  assettar  le  diffe- 
renze de'Fiorenlini,  e  de'  Genovesi.  Cominciossi  dunque  a 
prop(»rre  di  molli  parlili  per  venire  a  questo  accordo  ,  tra- 
vagliandosi intorno  a  ciò  molto  caldamente  Simone  tlo  Bel- 
pralo,  uomo  del  re  di  Napoli;  i  quali  insomma  eran  quattro: 
restituir  Pielrasanla,  e  riavere  Serezzana  ,  o  vero  ritener 
Pietrasanta,  e  restituire  Serezanello  con  alcuni  castelli  della 
compra,  i  quali  due  modi  in  conto  alcuno  da'Fiorentini  non 
eran  accettali.  Gli  altri  due  erano  riaver  Serezzana  o  con 
pagar  infino  a  dodicimiia  scudi  a'Genovcsì,  o  con  averla  li- 
bera, e  questo  pagamento  farlo  di  segreto  al  cardinal  Fre- 
goso dandoli  per  tre  o  pure  per  quattro  anni  quallromila 
scudi  per  ciascun  anno,  di  che  i  Fiorentini  si  cejnlenlava- 
no;  e  per  agevolar  più  questa  pratica  aggiugnevan  da  loro 
il  quinto  partito,  che  era,  rimanendo  a  loro  Pietrasanta,  la 
quale  di  ragione  era  loro,  restituire  a'  Genovesi  Serezzana 
con  gli  altri  luoghi  della  compra,  i  quali  erano  pur  loro, 
purché  i  Genovesi  restituissero  il  prezzo  indietro  ,  nelle 
quali  pratiche  si  spese  senz'abun  profitto  tanto  di  tempo  che 
entrò  gonfaìoniere  la  seconda  volta  Agostino  Biliclli.  Furon 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  291 

creali,  secondo  io  stimo,  nuovi  Dieci  Antonio  Ridolfi,  An- 
tonio Taddei,  Antonio  de'Nobili,  Giovanni  Serrislori,  Iaco- 
po Guicciardini,  Pierfilippo  PandoUini,  Antonio  Dini,  Michele 
delle  Colomtie,  Tommaso  Sederini  ,  e  Niccolò  Capponi  ,  i 
quali  essendo  stanchi  dalle  lunghe  spese,  e  veggendo  tulio 
il  resto  d'Italia  acquetata  ,  deliberarono  di  Lisciar  alquanto 
posar  le  cose  di  Serezzana,  n<osIrando  nondimeno  ciò  fare 
per  compiacerne  a  Lodovico  Sforza  ,  il  quale  pareva  aver 
fatto  cenni  che  questa  guerra  non  gli  piacesse.  E  i  Vene- 
ziani furono  con  piacere  de'  collegali  ricevuti  in  grazia  e 
lolle  loro  le  censure  dal  pontefice;  ma  Lodovii  o  mostrando 
voler  esser  grato  alla  Repubblica  del  rispet  o  che  gli  por- 
lava,  fece  per  mezzo  di  Malalesla  suo  ambasciadore  appic- 
car nuove  pratiche  d'accordo  per  conto  di  Serezzana  ,  le 
quali  non  andando  a  gusto  de'Fiorentini  (perciocché  il  car- 
dinal di  Genova  per  mozzo  d'  un  frate  proponeva,  che  i 
Fiorentini  rendessero  Pielrasanla  ,  e  riavessero  Serezzana, 
o  che  si  consentisse  a"  Genovesi  Serezzana  con  tulli  i  luo- 
ghi della  compra,  e  ceder  Pielrasanla)  si  veniva  dallo  Sfor- 
za a  persuadere  che  si  facesse  tregua  per  un  anno,  accioc- 
ché con  più  agio  l'accordo  trattar  si  potesse;  le  quali  cose 
mentre  cosi  si  negoziano  nacque  qualche  sospetto  a  Lodo- 
vico, che  i  Fiorentini  per  mezzo  d'  Antonio  Onielaffi  alcu- 
na cosa  non  tentassero  contra  il  conte  Geronimo;  di  che  fu 
non  senza  rammarichi  della  Repubblica  assicurato,  mostran- 
do come  ella  non  era  usala  conira  la  fede  violar  le  leggi 
dell'amicizia.  E  facendo  egli  instanza  di  sapere  in  che  modo 
si  governerebbe  in  Roma  1'  ambasciador  de'  Fiorentini  col 
suo,  dovendo  egli  in  compagnia  di  quelli  di  Venezia  ,  e  di 
Ferrara  prestar  ubbidienza  al  pontefice  ,  gli  risposero  che, 
cosj  a  Roma,  come  a  Napoli  la  commessione  data  a  gli  am- 
basciadori  della  Repubblica  era  di  concorrer  sempre  uniti  e 
conformi  con  quelli  di  Milano-,  poi  pregavano  Lodovico,  che 
da  che  il  marchese  Jacopo  Ambrogio  di  Panzano  contra  il 
comandamento  .ivuto  dal  duca,  continuava  a  molestar  in  Lu- 
nigiana  i  sudditi  della  Repubblica  restasse  conlcnlo  di  lasci;ir 
questo  pensiero  a  loro  di  trovarvi  il  rimedio,  che  farebbono 
in  modo,  che  egli  si  rimarrebbe  per  l'avvenire  da  così  ìalte 
pazzie.  Ma  cosa  di  maggioi'  impuiiar.za  tirò  a  se  gli    animi 


292  dell'  istokie  fiorentine 

de'Fiorenlini,  la  quale  incontanente,  perchè  a'nascenli  peri- 
coli riparar  sì  potesse,  con  Lodovico  conferirono.  Ciò  era 
una  fama  sp.irsa,  che  lluberlo  Sanseverino  diiva  danari  alla 
sua  genie  d  arme,  e  che  di  corto  era  per  cavalcare;  la  qual 
cosa  per  varj  riscontri  dava  sospetto  a  molli  lunghi;  impe- 
rocché si  era  sapulo  come  il  venerdì  santo  il  Fracassa  suo 
figliuolo  era  in  gran  diligenza  sconosciiitamenle  venuto  a 
Furlì,  e  ivi  in  compagnia  di  certi  Bolognesi  aver  avuto  lungo 
parlamento  con  un  fuoruscito  Sanese;  di  quivi  sconosciuto 
esser  passalo  a  Imola  a  trovar  il  conte  (ìeronimo  ,  e  più 
volte  insieme  con  Giovanni  Francesco  da  Tolentino  essere 
stalo  vetlulo  andar  su  e  giù  da  Imola  a  Furlì  ;  finalmente 
essendosene  tornalo  in  gran  frolla  per  la  via  di  Ravenna  in 
Lombardia  ,  a\er  pubblicalo  una  giostra  in  Ravenna  per 
aver  più  legittima  causa  di  far  in  quel  luogo  concorso  d'ar- 
me. Dubitavasi  di  qualche  novità  in  Bologna  per  trovarsi 
que'Bolognesi  in  compasjnia  del  Fracassa,  i  quali  parca  che 
dello  slato  di  Gijvanni  Bentivoglio  non  mollo  si  conlenlas- 
sero;  i  cui  mali,  essendo  egli  allo  stalo  di  Milano  e  de'Fio- 
rcnlini  tanto  congiunto  ,  non  poleano  senza  parlicipazione 
del  danno  dc'suoi  vicini  succedere;  altri  dubitava  di  Faenza, 
per  essere  quella  cillà  nelle  condizioni  e  silo  che  si  trova- 
va, e  stala  lungo  tempo  bersaglio  a  tutti  i  disegni  di  qual- 
cuno. Da  alcuni  si  temeva  per  le  cose  di  Siena  ,  sì  per  lo 
pirlamento  avuto  dal  Fracassa  col  fuoruscilo  ,  e  si  perchè 
eran  venuti  di  Roma  avvisi,  come  i  fuoruscili  col  mezzo  di 
S.  Piero  in  Vincola  tenevano  pratiche  di  ritornar  con  queste 
genti  del  Sanseverino  a  casa  per  forza.  Lodovico  benché 
a\esse  risposto  non  doversi  di  queste  cose  sospettare,  i  Fio- 
rentini, nonilimeno  per  abbondare  in  cautela,  deliberarono 
di  cominciar  a  dar  le  prestanze  a'Ior  soldati  per  trovarsi  in 
«Igni  caso  provvisti.  E  entrato  gonfaloniere  di  giustizia  Ave- 
rardo Salviali,  dettero  salvocondollo  agli  ambasciadori  de'Ge- 
iiovcsi  che  andavano  a  prestar  l'ubbidienza  al  papa,  il  quale 
siccome  il  Vespucci  scriveva  parca  che  sommamente  desi- 
derasse, che  queste  sole  contese  che  rimanevano  tra  Fioren- 
tini e  Genovesi  s'acquetassero;  il  che  fu  cagione,  che  di 
!!!iovo  si  proposero  ragionamenli  d'accordo,  e,  benché  dal  canto 
della  Repubblica  fosse  il  medcsioio  desiderio,  nondiiceno  non 


LIBRO    VENTICINQUESIMO.  293 

voleva  in  conio  alcuno  compromettere  nel  pontefice  ,  né 
in  persona  altra  del  mondo,  slimando  di  far  pregiudizio  alle 
sue  ragioni ,  e  di  raeltcrci  di  reputazione,  che  le  cose  chiare 
si  recassero  in  dubltin.  Dall'altro  canto  mostrava  di  deside- 
rare, che  l'accordo  si  dovesse  trattare  por  mezzo  di  Lodo- 
vico, 0  che  ne  sperasse  migliori  condizioni,  o  che  pur  vo- 
lesse fargli  quell'onore  ,  sapendo  quanto  egli  desiderava  di 
esser  fatto  autore  e  mezzano  di  tutte  le  cose  gravi  che  in 
Italia  si  maneggiavano.  Ma  né  questi  pensieri  ebbero  alcun 
effetto,  ancorché  i  Fiorentini  si  contentassero  dar  al  cardinale 
di  Genova  infin  alla  somma  di  quindicimila  scudi.  Crescevano 
intanto  i  sospetti  de'  fatti  di  Siena,  essendosi  inteso  per 
lettere  di  Roma,  come  i  fuoruscili  di  quella  Repubblica 
davan  danari  in  Perugia,  in  Todi,  e  in  Spoieli,  e  come  a- 
vean  condotto  Giulio  e  Paolo  Orsini  con  altri  capitani  e 
connestabili.  La  qual  cosa  non  si  vodea  però  con  appoggio 
di  chi  si  facesse;  il  che  accresceva  tanto  maggiormente  il 
sospetto.  I  Fiorentini  dopo  aver  il  tulio  comunicalo  a' con- 
federali, non  vollero  più  ritardar  di  mandar  a  Siena  Rinuc- 
cio  Farnese  co' figliuoli  del  conte  Antonio  da  Marciano, 
Rinuccio  e  Bertoldo,  e  oltre  a  ciò  far  provvisioni  in  Mon- 
tepulciano, e  in  tu! la  Valdichiana.  Il  che  fu  molto  a  lempn, 
essendo  i  fuortisciti  venuti  a  S.  Quirico  piT  insignorirsi  di 
quel  castello:  mi  tra  per  l'esser  ribiitlali  di  quel  luogo 
con  morte  d'alcuno,  e  feritivi  molli,  e  aver  sentilo  i  prov- 
vedimenli  de'Fiorentiiii  e  lutto  il  paese  sollevalo,  si  disciol- 
sero  con  quella  vanità  che  s' eran  accozzali  insieme.  Acque- 
tate le  cose  di  Siena,  i  Fiorentini  veggendosi  scherniti  delle 
tan:e  promesse  fatte  loro  per  conto  de' Genovesi,  e  ninna 
mai  condonane  a  fìre,  mandarono  a  dare  il  guasto  a  Serez- 
zana  ;  ma  nel  gonfalonerato  di  .Iacopo  Venturi  essendo  con- 
fortali da  Lodovico  Sforza  a  ritirarsi  dall'  impresa,  avvenga- 
chè  con  grandissimo  lor  dispiacere  ,  ordinarono  alle  loro 
genti  tornassero  a' soliti  alloggiamenti;  vollero  nondimeno 
eleggere  in  ogni  modo  per  lor  generale  il  conte  di  Pitigliano; 
al  quale  mandalo  a  chiamare  dalle  stanze  e  venuto  in  Fi- 
renze ,  il  gonfaloniere  Venturi  diede  in  Ringhiera  a' 17  di 
luglio  la  bandiera  e  il  bastone  del  generalato,  narrando  in 
tanto  con  una  ornala    orazione    Biirlolommeo    Scala  le  lodi 


294  DELI*  ISTORIE   FlOREMrSE 

del  conte  ;  nel  qual  tempo  si  ebbero  lettere  dal  Vespiicc» 
«omc  il  papa  da  capo  mostrava  intenzione  di  voler  acque- 
tar questa  differenza,  ma  non  che  ella  prendesse  via  alcuna 
fl' accordo;  anzi  tornando  alcuni  fanti  de' Fiorentini  di  Se- 
rczzanollo  a  Pisa  ,  furono  a' 25  di  luglio  assaliti  da  quat- 
trocento tanti,  e  da  alcuni  uomini  d'arme,  e  cavalicggieri 
di  quelli  di  Serezzana.  E  benché  secondo  1'  ordine  preso 
fosse  us(;ila  nuova  gente  di  Serezzana,  e  postasi  In  agualo 
piT  corre  i  Fiorentini  in  mezzo,  la  cosa,  nondimeno  andò 
in  modo,  che  eglino  fur  rotti,  e  ripinti  fin  dentro  le  mura, 
con  esser  di  loro  siali  fatti  piigioiii  fin  a  dugonto  cinquanta, 
tra  quali  eran  alcuni  uomini  d'arme,  e  mdlli  balestrieri  a 
cavallo  con  circa  sessanta  prigioni  di  taglia.  E  perchè  non 
mancassero  da  altra  parie  semi  di  nuovi  mali  ,  fu,  circa  il 
line  d'agosto,  da  Marino  Tomacello  ambasciatlore  del  re  di 
Napoli  fatto  inlender  alla  Repubblica,  come  il  re  Ferdinando 
suo  signore  rra  venu'.o  in  alcune  contese  con  alquanti  suoi 
baroni,  i  quali  sperava  da  se  ridurre  a  sanità,  nondimeno 
desiderava  per  f^li  accilenli  che  polean  nascere,  che  si  fa- 
cessero di  qua  provvedimenti  come  di  buoni  confederali, 
per  valersene  a  bisogni  se  alcuno  pigliasse  l'arme  contra 
del  re.  La  qual  cosa  essendo  di  maggior  qualifi,  che  il  re 
ottimo  simulatore  non  mostrava,  fu  incontanente  (atla  saper 
a  Milano,  e  dato  da' Dieci  commessione  a  Bernardo  Rucel- 
lai,  che  spiasse  diligentemente  qual  fusse  in  queslo  caso 
la  disposizione  di  Lodovico  Sforza,  mostrando  intanto  che 
da  loro  non  rimarrebbe  di  concorrer  con  Milmo  a  lutto 
ciò  che  ili  cos'i  importanti  casi  del  re  facea  di  bisogno.  Ma 
che  per  far  miglior  risoluzione  eran  d' opinione,  che  si  ve- 
desse di  penetrar  l'animo  de' Veneziani,  e  ciò  potersi  fare 
se  Lodovico  Sforza  ,  il  quale  fu  1'  anno  passato  autjr  della 
pace,  s'ingegnasse  di  scoprirlo  in  vigore  d'un  capitolo  in 
essa  conlcniilo.  Per  lo  quale  si  disponeva  clic  infra  cerio 
termine  ciascuna  delie  parli  principali  in  essa  pace  concorse, 
dovesse  mandar  suoi  oratori  a  Roma  |)cr  conchiuder  gene- 
ral lega  Ira  tutti  i  potentati  d  Italia  ,  perchè  altri  provve- 
dimenti bisognercbbono,  scoprendosi  i  Veneziani  nimiti  del 
re,  che  non  farebbono,  essendo  amici,  o  standosi  almeno 
di  mezzo.  Ma  quell'uomo  caulissimo  e  artificiosissimo,  cs' 


LIBRO   VK.MIOl.VQUKSIMr».  295 

scndo  ancor  egli  per  lettere  «lei  re  di  simili  aocidcnli ,  i 
quali  andavano  crescendix,  stilo  avvisato  nel  medesimo  tem- 
po che  il  Rucellai  vedeva  di  penetrar  i  segreti  dell'  animo 
suo,  essendo  già  entrato  nuovo  gonfaloniere  Antonio  Lo- 
rini,  scrisse  domandando  consiglio  a' Piorentink  di  quel  che 
si  avesse  a  fare  per  dif.sa  del  re,  dovp  accadesse  che  i  Ve- 
neziani lasciasscr  partire  volonlariamcnlo  Rubcito  Sanseve- 
rino,  0  che  il  papa  contro  alla  volontà  loro  il  tirasse  a'  di- 
segni suoi ,  essendosi  già  sparsa  lama,  che  Ruberto  cale- 
rebbe nel  regno  a  difesa  de' baroni  ihiamalovi  da  Inno- 
cenzo, il  quale  olire  il  censo  che  il  re  non  gli  p<igava,  es- 
sendo a  lui  molti  di  quei  signoti  rifuggili  delia  tirannide 
del  ro  lamentandosi,  era  stato  costretto  a  pigliare  la  lor  di- 
feso. È  cosa  verissima  che  non  sanno  il  più  delle  volle  i 
miseri  mortali  quel  che  si  vogliano;  la  pace  che  con  tanta 
allegrezza  de"  popoli  fu  l'anno  pass.ito  conchiusa  in  Italia, 
non  avea  infin  a  quest'ora  alro  effetto  partorito:  che  in 
Milft'io  e  in  Napoli,  l'aver  colà  Lodovico,  e  costà  Ferdinando 
varie  e  crudeli  cose  a' danni  de' lor  sudditi  adoperato.  In 
ìNIilano  avea  Lodovico  tolto  dal  mondo  col  veleno  Pietro 
dal  Verme,  e  perchè  non  si  dubitassi;  della  fraudo;  la  mag- 
gior parte  del  suo  stato  donò  a  Galeazzo  Sanseverino  a- 
mato  caramente  da  lui,  benché  il  suo  padre  Ruberto  avesse 
poco  innanzi  congiuratogli  contro.  Tra  Vitaliano,  e  Giovanni 
Borromei  fratelli  nutriva  discordie,  e  le  assegnazioni  fatte 
a'cittadini  Milanesi,  da' quali  per  conto  della  guerra  passala 
avea  preso  danari,  avea  lolto  via.  Ferdinando  dall'altro  canto 
col  duca  di  Cai.ivria  suo  figliuolo  avidi  di  accumular  tesori, 
e  quelli  non  potendo  senza  la  morie  de'  possessori  accat- 
tare, si  vedeano  volti  a  fare  nascere  l'occasione  di  sotterra, 
perchè  il  bramalo  fine  conseguir  potessero;  i  quali  concetti 
da' baroni  conosciuti,  a  congiurarli  contro,  e  a  rifuggire  al 
papa  per  la  lor  salvezza  li  avean  sospinti.  Questa  era  dun- 
que la  cagione  de' rumori  del  regno,  sopra  i  quali  accidenli 
reggendo  i  Fiorentini  il  coperto  proceder  di  Lodovico,  gli 
fecero  con  destrezza  intendere,  che  non  era  tempo  di  stare 
su  questi  inviluppi,  ma  dichiarare  qual  ver.imenle  fusse  il 
segreto  dell'animo  suo,  perchè  a'  soprastanti  pericoli  ripa- 
rar si  pelasse;  il  quale  continuando  eoa  la   sua    sagacilà  e 


295  dell'  ISTOBIE   FIonENTlNE 

vantaggi,  rispondea  esser  d'  opinione,  che  a  Rdbcrto  San- 
severino  si  dovesse  proibire  il  passo  a' oonOnì  della  Repub- 
blica inverso  Perug'a:  a  che  era  da'Fiorenlini  replicalo, 
che  molto  meglio  gli  si  potea  impedire  e  con  maggior  fa- 
cilità in  Lombard  a  nel  passar  del  Po,  o  pure  in  Romagna- 
dovendosi  credere  che  nell' uscir  di  quella  provincia  ter- 
rebbe la  via  lungo  la  marina  e  non  verso  Perugia.  Non 
consentivano  ancora  che  si  dovesse  protestar  disubbidienza 
al  pontefice,  quando  pur  egli  volesse  continuar  nella  guerra 
conìra  del  re;  sì  perchè  parea  che  ciò  si  farebbe  con  nia.cj- 
gior  riputazione  quando  a'protes!i  potesser  seguire  subita- 
mente gli  effetti  della  guerra,  e  sì  perchè  scrivendo  egli 
aver  commesso  a  Lionardo  Botla  suo  ambasciadore  a  Roma 
che  pregasse  il  papa  a  ritrirsi  dall'arme,  poiché  i  b  ironi 
fanean  cenno  di  voi 'rsi  accordare,  slimavan  che  dovea  pri- 
ma aspettarsi  d'iutender  la  risposta  del  papa.  Ma  soprag- 
giunser  nel  mezzo  di  queste  consulle,  lettere  del  duca  di 
Ferrara,  per  le  quali  srriveva  come  egli  era  stalo  cosiretlo 
per  un  breve  avuto  da  sua  Santità  sotlo  il  primo  d'ottobre 
di  promettor  di  dare  il  passo  al  Sanseverino;  il  quale  con 
seicento  nomini  d'arme  dovea  condursi  all'impresa  di  rea- 
me, e  che  si  credea  che  a' 10  partirebbe  di  Cittadella,  fa- 
cendo la  via  del  Polesine  di  Rovigo,  e  che  passerebbe  il 
Pìj  a  Fighoruolo  ;  onde  camminnndo  lungo  il  fiume  terrebbe 
i!  camm  no  ;dla  fossa  di  Genaiuolo  e  per  la  Romagna,  e 
poi  per  la  Marca  si  condurrebbe  nel  regno.  Poco  dopo  l'am- 
Insciadore  di  Siena  riferì  a' Dieci  come  il  [lapa  per  mezzo 
ili  Rinieri  de' Mischi  da  Rimino  avea  richiesta  quella  Repub- 
blica di  centoventi  uomini  d'  arme ,  e  di  (reccnto  prowigio- 
nalì  p(ìr  servirsene  in  questa  guerra  del  regno,  come  altre 
volte  diceva  essTgli  stalo  proferto:  il  che  fece  deliberare  i 
Fiorentini  a  uscir  con  gli  elTeJti,  e  non  lasciarci  vi  nir  la  piena 
addosso.  E  confortato  i  Sanesi  a  non  volersi  in  questi  acci- 
di-nli  spiccar  dalla  lega,  i  quali  negavano  aver  mai  fatto  co- 
lai proferta  al  papa,  nò  esser  possibile,  non  tenendo  eglino 
a'Ior  soldi  più  che  ollanta  uomini  d'arme,  presero  per  par- 
tito d'  assoldare  gli  Orsini  ,  avendo  alcun  mese  prima  con- 
dotto per  lor  capitano  generale  il  conle  di  Piìigliano,  a  rui 
cunmiiscro  che   venisse  in  Firenze  per  consultar  didle  bi&o- 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  297 

gne  della  guerra.  Il  secondo  di  dunque  di  novembre  essendo 
gonfaloniere  di  giustizio  Antonio  Paa;anelli,  furon  presi  asoldi 
della  Repiiblìlica    e  del  duca  di  Milano,    parlecipando  quel 
signore  per  i  due    terzi,  Virginio,  Giulio,    Vicino   e  Paok) 
Orsini  per  tempo  di    due  anni    con  sessanta  mila    scudi    di 
provvisione  in  tempo  di  guerra  e  quaranta  mila  di  pace;  e 
per  potersi  metter  a  ordine,  cosi  a  loro,  come  al  conte  fu- 
ron cominciate  a  dar  le  prestanze  ;  e  al  conte  particolarmente 
commes-^o,  che  con  dugento    uomini    d'  arme  sen  andasse  a 
Pitigìiano  per  aspettar  quivi  il  comandamento  de' signori  Dieci. 
Dcttcrsi  anco  denari  al  signor  di  Piombino,    e  al  conte  Ri- 
nuccio  (la  Marciano,  i  quali  in  quel  di  Cortona  si  ritrovavano, 
perchè  ad  ogni  ordine    di    Piiigliano    potesser    cavalcare   e 
unirsi  seco.  Ma   non    bastando    queste   provvisioni    a    tanto 
male,  si  faceva  istanza  da' Fiorentini,  che  Francesco  Gaddi 
lor  oratore,  che  era  succeduto  nellarabasceria  di  Milano  al 
Rucellai.  persuades'-e  Lodovico  Sforza  a   mandar    delle  sue 
genti  d'arme  di  qua,  per  poler  gli  Orsini    con  più  lor  ripu- 
tazione e  sicurezza  romper  la  guerra  al  pontefice;  percioc- 
ché egli  continuando  nelle  sue  solile  cautele  e  riguardi,  non 
profferiva  altro  che  cento  uomini  d'arme    sotto  il    conte  di 
Caiazzo;  i  quali  parca  che    non    bastassero.    Faceano  anche 
inslanza  che  si  tenesse  contento  il  signor  di  Faenza,  il  quale 
non  essendo  de' suoi  stipendj  dal  duca  pagato,  navea  fallo 
gravi  querele  con  la  Repubblica  ;  il   che  fa  eano    con  tanta 
magg  or  caldezza,  quanto  che  la  speranza  che    si    era  con- 
ceputa  dell"  accordo  tra  baroni,  e  il  re  sen  era  ita  in  fumo; 
avendo  quelli  finalmente  alzato  le  bandiere  del  papa,  e  mo- 
strato che  le  pratiche  tenute  erano  slate  con  arte  per  torre 
il  tempo  a'nimici,  e  guadagnarlo  a  se  slessi,  perchè  meglio 
si  potessero  mettere  a  ordine;  le  quali    sollecitudini    furon 
cagione,  che  Lodovico  si  spiijnesse  a  dar  ordine,  che  venis- 
sero più  genti  sotto  il  conte  Marsilio  Torcilo.    Ma  il  duca 
di  Calavria  sentendo  i  preparamenti  di  Ruberto  Sanseverino 
e  veggendo  che  se  egli  si  lasciava  assaltar  nel    regno,  non 
si  sarebbe  potuto  congiugner  con    gli    Orsini,    onde  quelli 
provvedimenti  sarebbono  stali  inutili,    si  mise  in    cammino 
con   ventidue    squadre  ,  e    mille    provvigionafi ,    e  non  cu- 
rando  né  dell'asprezza    della  stagione,  né  d'altro    pericolo, 


29S  dkll"  istorie  fiorentine 

cammiiianila  con  maravigliosa  diligenza  con  gli  Orsini  a  con- 
giugner si  venne  in  tempo,  che  di  poco  prima  in  campagna 
di  terra  di  Roma  con  trenta  squadre  era  arrivato  il  Sanse- 
verino;  il  quale  postosi  in  quel  di  Viterbo,  Sutri,  Toscanella 
Capraniea,  e  l'altre  terre  circonvicine  della  chieda,  e  dalle 
genti  ecclesiastiche  a.cresciulo,  impedi\a  che  il  conte  di  Pi- 
tigiiano,  il  cui  stato  è  in  quel  di  Siena,  potesse  al  duca  di 
Calavria  o  agli  Orsini  esser  di  giovamento;  i  quali  a  Brac- 
ciano, e  all'altre  lor  terre  a  Roma  vicine  si  erano  posti; 
talché  tutta  la  diligenza  de'  Fiorentini  fu  a  sollecitare,  che 
il  conte  agli  Orsini  passasse,  a  cui,  oltre  il  signore  di  Piom- 
bino e  il  conJe  Rinuccio  da  Marciano,  a\eano  con  cinque- 
cento provvigionati,  e  con  alcuni  balestrieri  a  cavallo  inviato 
Pierandrea  Corso,  e  Pasqua  d'Arezzo.  E  perchè  egli  po- 
tesse meglio  ciò  fare,  faceano  i  Fiorentini  fretta  a!  conte  di 
Caiazzo,  che  era  già  arrivato  in  Tosiana ,  che  a  Piligliano 
n'  andasse.  Ma  per  mollo  che  in  ciò  si  fosse  usato  diligenza, 
non  potè  il  conte  di  Pi;igliano  partirsi  prima  che  l'ottavo 
giorno  dell  anno  seguente,  essendo  gonfalonii  re  di  giustizia 
Ristoro  Serristori,  benché  il  conte  di  Caiazzo  a  lui  non 
fosse  arrivalo;  perciocché  Ruberto  Sanscverino  chiamato 
dal  papa  a  Roma  per  addirizzarlo  nel  regno,  come  quello 
che  non  volca  recarsi  la  guerra  a  casa,  avea  reso  il  passare 
più  agevole,  ma  veduto  che  quei  della  lega  regia  ingrossa- 
vano, lu  in  ogni  modo  coslretlo  rimaner  di  qua.  La  guerra 
dunque  si  ridusse  tra  lo  slato  della  chiesa  e  quel  digli  Or- 
sini :  e  come  guerra  già  rolla,  fiiron  levali  gli  ambasciadori 
de'principi  della  lega  di  Roma.  Ma  il  duca  di  Ca'avria  con- 
siderando che  a  lungo  andare,  né  egli,  né  gli  Orsini  alle 
forze  del  papa  e  del  Sanscverino  reggerebbono,  onde  quelle 
genti  si  sarebliono  volle  verso  il  regno,  sen  era  venuto  con 
pochi,  e,  quasi  sconosciulo  a  Piligliano.  Dal  qtial  luogo  sa- 
rebbe venuto  a  Firenze  per  consullar  delle  cose  delli  guer- 
ra, se  per  un  cavallaro  mandato  volando  da' Fiorentini  non 
fusse  sta'o  fatto  fermare  a  Montepulciano,  mostrandogli  «li 
quanto  danno  sarebbe  che  la  persona  sua  s'andasse  più 
dagli  Orsini  discostando;  i  quali  non  avendo  potuto  vietar 
al  Sanscverino  il  passo  del  ponte  Lamenlana,  erano  slati  as- 
saltali dentro  Monteritondo;  il  the    era  slato    cagiono,  che 


LIBRO    VENTICINQUESIMO.  SaiT 

il  cardinale  Orsino  ,  e  Giulio   suo   fratello,  temendo  dei  fe- 
lici progressi  di  Ruberto  si  fossero  accordati  col  pontefice. 
Richiese  il  duca,  poiché  egli  non  potea  venire   in  Firenze, 
che  andasse  a  lui  Lorenzo  de'Medici,  in   luogo  del  quale, 
perchè  impedito  delle  gotte  non  potè  andarvi,   furon  man- 
dati Giovanni  Serrislori,  e  Pierfilippo    Pandolfini    due    dei 
Dieci,  oltre  Piero   Capponi   mandatovi    prima    per    riseder 
sempre  appresso  di  'ui  e  spesarlo.  Quello  che  il    duca  vo- 
leva trattare  insomma  era  questo;  che  atteso  che  gli  Orsini 
eran  rao'eslali  gagliardamente,  e  con  le    genti    della  chiesa 
non  si  polca  campeggiare,  la  via  di  far  bene  era  la  diversione  ; 
dal  che  slimava  che  col  muover  guerra  al  papa  in  quel  di 
Perugia,  si  leverebbe  la  guerra    da    dosso  non    meno    agli 
Orsini  (he  al  re,  sopra  del  quale  quando  quelli  fossero  rotti 
tutta  si  volgerebbe.  iMa  i  Fiorentini,  a' quali  questa  cosa  non 
andava  per  l'animo,  detter  tanto  di  tempo  che  sopraggiun- 
sero di  Lombardia  il  conte  Marsilio    Torello,    e    Giovanni 
Iacopo  Trivulzio  con  quattrocento  uomini    d'arme  mandali 
da  Lodovico  Sforza.  Il  qual  Trivulzio,  essendo  d'opinione, 
che  la  guerra  si  facesse  ove  erano  gli    Orsini,    e    nelle  vi- 
si-ere del  papa,  tirò  il  duca  a  contentarsi  di  quello,  di  che 
e  il  duca  di  Milano  e  i  Fiorentini  si  contentavano.  Sicché 
r  ultima  deliberazione  fu,  che  procurassero  di  farsi  grossi  in 
modo  di  qua,  che  polesser  passare  a  congiugnersi    con  gli 
Orsini,  e  uniti  attendere  a  far  la  guerra  in  quello  di  Roma, 
acciocché  il  papa  veggendosi  il  fuoco    in  casa    più  agevol- 
mente si  disponesse  alla  pace.  Ma  perche    questo  passare 
polca  ricevere  di  molte  difficoltà,  gli  Orsini  faceano  istanza 
d'aver  tre  mila  f.mti,  i  quali  mostravano  potersi   imbarcare 
a  Livorno  con  le  galee  del  re,  e  condurli    a    Palo,  terra  di 
Virginio  in  quel  di  Roma  non  lungi  della  marina;  co'quali 
promelteano  insieme  con  qui  Ile  genti  da  arme  che  si   tro- 
vavano suir  impresa,  di  non  lasciar  campeggiare  al  Sanseve- 
rino,  né  farlo  passar  nel  reame.  Confortavan  ancora  che  per 
la   via  di  Montallo  si  rompesse    contro  la    chiesa    di   verso 
Pitigliano;  la  qual  cosa  approvava  il  duca  di  Calavria  grande- 
mente; ma  non  gli  parendo  che  le  genti ,  le  quali  già  s' erano  ac- 
cozzate insieme,  lusserò  a  bastanza,  non  inlendea  di  partirsi 
senza  maggiori  forze;  e  per  questo  volle  aspellare  alcun  altre 


300  DF.LL' ISTORIE   FIORENTINE 

squadre,  così  dì  Giovanni  Beniivoglio,  come  del  signore  di 
Faenza ,  e  maggior  numero  di  provvigionati  per  levarsi  di 
Montepulciano.  Ma  affinchè  trallanto  non  si  perdesse  il  tempo 
inutilmente,  fu  tentilo  di  ribellar  molle  terre  al  papa,  e  com- 
muovergli contro  il  cielo  e  la  terra.  Si  praticò  con  Ridolfo 
e  Guido  Baglioni  di  ridiicer  Perugia  in  libertà,  i  quali  pro- 
mellevnno  di  farlo  liberamente,  quando  così  la  comunità  di 
Perugia,  come  i  delti  Baglioni  fossero  ricevuti  in  f  rotczione 
della  lega,  e  ad  essi  Baglioni  per  poter  tenere  alcun  numero 
di  gente  d'  arme  in  benefieio  della  lega  fosse  assegnala  una 
provvisione  di  dieeimila  scudi  l'anno.  Erasi  una  simil  cosa 
trattala  con  Niccolò  Vitelli ,  e  dopo  la  morte  sua;  perciocché 
egli  morì  in  questi  tempi,  con  (ìiovanni  e  Camniillo  suoi  fi- 
gliuoli ,  i  quali  si  conteniavano  di  scimila  scudi  1'  anno  ,  e 
avrebbon  ribellalo  all.i  chiesa  Città  di  Castello.  Speravasi 
il  medesimo  poter  fare  in  Viterbo  con  Giovanni  Gallo,  capo 
di  quella  città,  per  esser  parente  stretto  de'  Baglioni.  e  co- 
stumalo a  seguir  la  parte  loro;  anzi  coloro,  i  quali  profferi- 
vano r  opera  de'  Baglioni,  mostravano,  che  ciò  <  he  seguisse 
di  Perugia  ,  seguirebbe  d'Ascesi ,  di  Fuligno  ,  di  Montefalco, 
e  di  Spoleti.  Erasi  posta  ancor  la  mira  a  Todi  e  a  Orvieto, 
ove  tenea  mano  un  certo  Crislofano  Crifoli  fuoruscilo  sanese. 
Oltre  queste  terre  e  comunità  si  trattava  di  condurre  a'soldi 
della  lega  Pier  Bertoldo  e  Agnolo  de' Signori  di  Farnese 
per  potersi  valere  del  loro  stato,  e  insomma  non  si  lasciava 
rosa  addietro  che  si  sperasse  poter  essere  in  danno  del 
papa,  e  benefi  io  degli  amici  comuni  e  del  re.  In  mezzo  al 
bollore  di  tante  guerre  erasi  nondimeno  per  mezzo  del 
pontefice  Iraitaia  la  pace  tra  i  Fiorentini  e  i  Genovesi  ,  e 
era  con  questi  pa'.ti  slata  conchiusa:  Che  i  Fiorentini  Se- 
rezzana,  e  Serezzanello  a'  Genovesi  ,  ovvero  a  S.  Giorgio 
cedessero,  e  quella  Repubblica  a' Fiorentini  cedesse  Pie- 
trasanta:  per  la  qual  cosa,  e  in  Firenze  venne  Angelo  Gio- 
vanni, uno  de' cancellieri  di  S.  Giorgio,  per  confermar  le 
cose  deliberate,  e  a  Serezzanello  Attilio  de' Medici  e  Si- 
mone Grazini  furon  mandati,  perchè  quel  luogo  a' deputati 
di  S.  Giorgio  consegnassero.  La  qual  cosa  avendo  tocco 
del  gonfaloneraio  di  Piero  Berardi,  non  ebbe  alcun  cfTelto 
per  cagione  de' confini.      Gli  scrittori  delle   cose  di  Genova 


LIBRO   VENTICINQUESIMO-  301 

danno  di  ciò  la  colpa  a'  Fiorentini ,  ma  se  io  voglio  dire  il 
vero  senza  leraa  di  parzialità,  a  me  pare  che  il  mancamento 
fosse  proceduto  da' (lenovesi .  a'quiili  si  contentava  la  Re- 
pubblica conceder  Serezzanello  con  que' termini,  che  aveva 
in  tempo  che  Serezzana  era  de' Fiorentini ,  e  di  questo  te- 
nore sono  le  lettere  scritte  da'Dipciad  Attilio;  ma  essendo 
in  questo  tempo  siali  presi  e  rubati  alcuni  uomini  dello 
slato  della  Rcpuhbliia,  la  fresca  pace  fu  rolla.  Nel  principio 
di  questo  mese  furono  creati  nuovi  Dicci  di  balia  quasi  lutti 
i  passali,  eccetto  Bernardo  del  Nero,  Bernardo  Rucellai 
e  Francesco  Dini .  i  quali  in  luogo  del  Capponi ,  del  Sode- 
rini  e  del  Guicciardini  fur  posti.  Il  dura  inlaiilo,  essendo 
alquanto  ingrossalo,  si  levò  a' 12  di  marzo  di  Montepulciano, 
e  andatosene  a  Pitigliano  ,  attendeva  a  meltor  insieme  spin- 
garde, passavolanli.  guastatori,  provvigionati  e  degli  altri 
uomini  d'arme,  che  andavano  sopraggiungendo  ,  per  potersi 
avviare  a  congiugnere  con  gli  Orsini;  la  qual  cosa  era  con 
instanlissimi  preghi  ogni  dì  ricordata  da  Dieci  ,  avendo 
eglino  lettere  da  Piero  Vettori  ior  commessario  appresso  gli 
Orsini,  come  avendo  il  Sanseverino  condotto  Ire  bombarde, 
e  molte  artiglierie  si  era  posto  in  luogo,  che  ad  ogn'ora 
poteva  andare  a  Camrio.gnano ,  o  a  Slrofano,  o  a  Formello; 
il  che  sbigottiva  grandemente  gli  Orsini.  Ma  il  duca  a  Pi- 
tigliano arrivato  ritardò  tanto  il  partire  per  andare  a  unirsi 
con  esso  loro,  non  gli  parendo  esser  forte  a  bastanza  ,  u 
pure  perchè  il  temporeggiare  facesse  per  lui,  tenendo  la 
guerra  discosto  dal  regno  ,  che  volendo  egli  levarsi  la  mat- 
tina de' ventisette  per  andare  in  tre  alloggiamenti  per  Mon- 
tano per  la  Tolfa  a  Bracciano,  si  sentì  Ruberto  con  due- 
mila fanti  e  ventidue  squadre  d'uomini  d'arme  esser  ar- 
rivalo a  Toscanella"  (conteneva  ogni  squadra  non  meno,  ma 
talor  più  di  venti  uomini  d'arme)  avendo  il  duca  di  Calavria 
squadre  d'uomini  d'arme  ventiquattro,  e  fanti  tremila,  ma 
che  Ruberto  tra  Sulri,  Viterbo,  Toscanella  e  Ronciglionc 
ragunava  tuttavia  maggior  numero  di  genti  a  piò  e  a  cavallo; 
la  qual  novella  fu  cagione  che  si  soprassedesse,  sì  perchè 
s'aspettavano  aliri  dugenlo  tiomini  d'arme  di  Milano,  e  sì 
porche  le  fanterie  dicevano  di  non  voler  marciare  se  non 
toccavano    danari,  i  qual.'i  non  vcnivan  di  Milano  con  quella 


3Ó2  dell'istorie  fiorentine 

prontezza  che  il  bisogno  ricercava,  e  a'Fiorenlini  non  (or- 
nava  utile  mettersi  a  spesa  alcuna  straordinaria  senza  con- 
correrci Milano.  Consumossi  dunque  in  aspettare  le  cose 
necessarie  in  Piligliano  tulio  il  mese  d'aprile;  nel  qual 
tempo  con  Francesco  da  Jesi  ,  e  con  Magrino  fratello  di 
Castrocaro,  famosi  fuoruscili  delle  lor  patrie,  si  lenner  pra- 
tiche pT  mezzo  di  Troiano  Mormile  di  torre  alla  chiesa 
Jesi,'  e  Osimo.  Né  altro  seguì  di  campo  che  una  cavalcala 
del  Trivulzio  verso  Montallo,  onde  riportò  assai  buona  pre- 
da ,  e  poco  dì  poi  un'altra  de' conti  Marsilio  Torello  e 
Giovanni  Francesco  Sanseverìno.  Ma  scrivendo  gli  Orsini 
che  se  per  tutti  i  2  di  maggio  non  erano  soccorsi,  arebbon 
provveduto  a'fatli  loro  ,  perchè  ne  per  terra,  né  per  mare, 
non  essendo  mai  venute  le  galee  del  re,  era  a  lor  comparilo 
alcuno  aiuto,  deliberò  il  duca  di  Calavria  di  uscire  in  cam- 
pagna; di  che  fu  ancor  cagione  l'aver  avuto  avviso,  che  il 
Sanseverino  usciva  ancor  egli.  Essendo  per  questo  a'  4  di 
maggio,  nel  gonfalonerato  di  Bartolommeo  Scala,  Ruberto 
venuto  con  venti  squadre ,  e  duemilacinquecenlo  fanti  a  Va- 
lentano  ,  perciocché  Niccolò  da  Gambcra  condottiere  della 
chiesa  era  passato  al  duca  con  due  squadre,  il  duca  prese 
il  suo  alloggiamento  a  Monlorio,  luogo  posto  in  mezzo  a 
castello  Oltieri ,  raccomandato  de' signori  Sanesi ,  Porcena, 
Acquapendente  e  Unano,  mollo  comodo  e  mollo  forte,  es- 
sendo gli  eserciti  non  più  che  due  miglia  l'uno  dall'altro 
discosto.  Gammillo  Porzio,  il  quale  scrisse  la  congiura  de'Ba- 
roni,  prese  notabili  errori  intorno  questa  guerra;  perciocché, 
fra  gli  airi,  egli  intende  di  Monlorio  ih  Abruzzi;  il  che  è 
cagione  ch«  fa  fare  al  duca  di  Calavria  di  mollo  cammino  , 
e  due  fatti  d'arme  e  altri  accidenti,  che  non  furono  in  quel 
modo  che  egli  racconta;  il  che  avverrà  sempre  a  tulli  co- 
loro, i  quali  0  diligentemente  non  distinguano  i  tempi,  o, 
non  avendo  scritture  pubbliche,  si  fondano  sopra  le  loro 
congetture.  Stando  dunque  in  questo  modo  le  cose,  e  aspet- 
tando il  duca  che  Ruberto,  secondo  era  fama,  si  ponesse  alla 
Paglia,  penhé,  potendo  mostrargli  le  reni,  passasse,  secondò 
era  il  suo  disegno,  a  Bracciano;  ecco  eh;-  nel  volersi  movere 
si  venne  18."  giorno  di  maggio  al  fallo  d'  arme,  se  merita 
di  fatto  d'arme  aver  nome  una   giornala,    nella   quale  non 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  3J3 

che  fosse  alcun  mono,  ma  non  si  fa  memoria,  che  fosse 
alcun  ferito;  e  nondimeno  l'ombaltendosi  non  da  lutto  l'e- 
sercilo  insieme ,  ma,  secondo  che  per  lo  più  in  que'  tempi 
si  costumava,  da  squadra  a  squadra,  essendo  incominciala 
la  battaglia  che  v'era  gran  parte  di  giorno,  non  finì  prima 
che  dalla  notte  fosse  divisa  ;  non  restando  però  dubbio  che 
la  rolla  fusse  siala  dalla  parte  del  Sanseverino.  Conlultociò 
essendo  ciascuno  ritiratosi  al  suo  alloggiamcnio  ,  il  duca 
non  si  moveva  a  passar  a  gli  Orsini ,  o  perchè  in  quelle 
cose,  ove  si  tr.tta  della  somma,  si  deve  procedere  mollo 
maturamente,  perciocché  conosceva  bene  egli  in  che  ma- 
nifesto pericolo  lo  slato  suo  riduceva  se  una  volta  era  rotto, 
o  pure  perchè  gli  aveva  il  Sanseverino,  subilo  dopo  la  rotta, 
per  mezzo  di  Fabio  Malvezzi  cominciato  a  parlar  di  pace  , 
la  quale  dal  duca,  come  quelli  che  avea  l'ucchio  a  gasligare 
i  Baroni,  e  col  papa  non  avea  dal  suo  lato  altra  cagione  di 
discordia,  era  sommamente  desiderala.  Ma  mentre  Ruberto 
propone  partili  più  simili  a  chi  avesse  vinto  che  perduto,  corse 
tanto  tempo  in  mezzo,  che  gli  Orsini,  veduta  la  via  sicura, 
preser  partito  di  venir  essi  a  congiugnersi  col  duca;  a  cui 
arrivarono  nove  dì  dopo  il  fallo  d'  arme  con  diciotlo  squadre; 
nel  qual  dì  ne  sopr.iggiunsero  sei  altre  del  Benlivoglio  ; 
cosa  che  fu  di  tanto  piacere  al  duca,  che  pubblicò,  poiché 
la  campagna  era  libera,  di  voler  subito  passare  a  Braccfa- 
no  ,  e  far  sentire  alla  giornata  cose  molto  rilevate  a  bene- 
ficio dfir  impresa  e  in  danno  e  confusion  de'nimici  ;  con- 
lultociò nacquero  quasi  in  un  medesimo  tempo  di  molle 
diCncollà  ;  perciocché  Virginio  Orsino,  e  altri  capitani  e 
tondolticri  aveano  chiarito  il  duca,  che  essi  non  erano  per 
muoversi  senza  aver  danari-  E  i  Fiorentini,  essendo  Ruberto 
alloggiato  in  su  la  collina  di  Porcena  ,  volevano  che  rima- 
nesser  di  qua  alcune  squadre  col  conte  di  Pitigliano,  ac- 
ciocché, partilo  il  duca  ,  il  Sanseverino  non  si  gittasse  a 
Siena  sopra  le  cose  loro  ;  il  che  al  duca  .  che  non  voleva 
divider  resercito,  non  piaceva  ,  anzi  chiedeva  che  nel  par- 
tire gli  si  desse  una  bombarda  ;  i  quali  contrasti  con  altri 
congiunti,  fecero  badar  l'esercito  più  che  non  si  era  s:i- 
mato  ;  ma  dato  denari  a  gli  Orsini  ,  e  conlentatosi  il  duca 
che  il  conte  di  Pitigliano  con  di.'ci    squadre    rimanesse    d» 


304  dell'istorie  fiorentine 

qua    ogni    volta   che  in  due    alloggiamenti  Ruberto    non  si 
movesse,  si    levò  fìnalmcnie  il  sesto    giorno    di    giugno,  e 
fece  il  primo  alloggiamento  al  Iago  di   Mezzano,   e   l'altro 
a  Toscanella ,  essendo  il  S;inseverino  alloggiato  tra  S.  Lo- 
renzo e  Bolsena  ;  il  che  rimosse    ogni    dubbio   che  avesse 
a  rimaner    di    qua,    veggendosi    pigliar  la  via  di  Roma,   e 
andar  costeggiando  per  esser   all'  opposito    a'  nostri.    Erano 
poco  prima  arrivale  a  Purlo  Pisano  selle  galee  del  re  soUo 
Villamarino  ;    le  quali,  benché  fuor  di  tempo,  furono  d'al- 
cun utile  per  portar  denari  nel  campo ,    poiché    per  via  di 
terra  raal.igcvolmenle  si  polevan  portare,  e  nondimeno  que- 
sto anco  si  fece  tardamente,  volendo  Villamarino  esser  con- 
dotto dalia  lega,  come  accennava  essergli  stata  data   inten- 
zione dal  re;  la  qual  cosa  mentre  se  n'aspettava  la  volontà 
di  Milano ,  andò  molto  in  là  ;  ma  ebbe  poi  efTetlo  con  que- 
rimonia   de' Fiorentini ,    che  usi  a  concorrere  per  un  terzo 
dove  Milano  concorreva  per  i  due,  e  per  il  quinto  quando 
vi  concorreva  tutta  la  lega  ,  a  questa  volta  furono   costretti 
concorrere  del  pari.  L'esercito  andato  di  Toscanella  a  ('or- 
neto ,  si  trovava  infino  a' 19  sull'Isola  di  Porcareccio;  così 
camminava  tardamente  per  le  pratiche  della  pace  ,  che  s'an- 
dava tuttavia  stringendo  ,  parlandosi  di  farne    compromesso 
in  Ascanio  Sforza  fratello  di  Lodovico  ,  il  quale,  crealo  car- 
ilinale  da    Sisto  poco  innanzi  eh'  ei  si  morisse  ,  era  tra  per 
tal  dignità  e  per  la  ripiilazion  della  famiglia  di  grande    au- 
torità   divi-nulo.  Pure    non  andando  olla  innanzi  per  le  dif- 
fiiollà    che    vi    si    trovavano,    il    duca  deliberò  di  volgersi 
all'  Anguillara  ,  e  prima  che  passasse  questo  mese  ricuperò 
Monte  Ritondo,  e  per  essersi  accampato  di  qua  e  di  là  del 
Tevere  ,  e  perciò  allargatasi  la  strada  alle  vettovaglie,  e  pri- 
valo il  pontelice  della  commodilà  che  avea  da  quella  parie, 
rid^usse  i  fatti  di  Roma  in  molla  strettezza;  il  che  fece  nel 
gonfalonerato  di  Ridolfo  Ridolfi  affrettare  con  maggior    di- 
ligenza le  pratiche  della  pace  ;  la  quale  per  avvisi  che  s'a- 
veano  ,  che  il  duca  di  Loreno  facea   pure    prepnramenli  di 
passare  in  Italia  ,  era  oltre  gli  altri  rispelli  desiderala  gran- 
demente da  questa  parte;  senza  che  il  re  di  Spagna  ave\a 
mandalo  di  quii  il  conte  di  Tendiglia  suo  ambasciadore  por 
ac  quotar  quesle  difTcrenze  ;  e  conlinuamcnlc  si  ora  so«pel- 


LIBRO   VENTICINQUESIMO.  305 

tato  die  i  Veneziani  non  deliberassero  scoprirsi  niraìci  della 
lega;  il  che  faceva  temere  laver  di  presente  il  duca  di  Melfl, 
priucipal  barone    del  reame,  mandalo  un  suo  uomo  a  quel 
senato  ;  come  se  congiunte  le  doglienze  de'baroni  con  quelle 
del  pontefice,  non  potesser  que'signor  giustamente  negare 
di  non  soccorrer  gli  afflitti.  Freniamo  alquanto  il  rapido  corso 
di  questa  istoria,  e  narriamo  il  gran  miracolo  che  piacque 
alla  bontà  d'Iddio  di  mostrare  in  onore   e  gloria  della  san- 
tissima Vergine  per  lo  scampo  d'un  innocente.    Essendo  il 
conte  di  Tendiglia  ,  come  si  è  detto,  in    Firenze  ,  Lorenzo 
figliuolo  di  Giovanni  Tornabuoni  per  lo  matrimonio  contratto 
con  Giovanna  degli  Albizi  faceva  suntuosissime  nozze;  alle 
quali  convitalo  il  conte,  come  corlcse    signore    v'andò  vo- 
lentieri ,  ma  trovato  da' ministri  delle  nozze  mancare  nel  fine 
di  esse  due  lazze  d'  argento  ,  un  servidore  del  conte  ,    che 
l'aveva  imbolale,  l'appose  a  un  allro  servidore,  uomo  di  pro- 
fonda semplicità  ,  e  di  cui  mollo  ben  polca  sapere  il  sagace 
ladro,  che,  esaminato,  non  avrebbe  mollo  penato  ad  avvol- 
gersi ,  come  accadde  appunto  ;  perchè,  trovato  vario  in  quel 
che  diceva  ,  e  quindi  argomentando  che  avesse    commesso 
il  furto  ,  fu  posto  in  priginne  con  pensiero  di  fargli  la  mat- 
tina seguente  un  male  scherzo.  Il  meschinello  trovandosi  a 
reo  partito  si  raccomandava  alla  Vergine  ,  per  la  cui  opera 
fu,  in  vece  della  carcere,    trovalo  la  mattina  nella  cappella 
della  Nunziata    Della  qual  cosa  maravigliandosi  forte  gli  ese- 
cutori della  giustizia  ,  e  volendo  sapere  come  quivi  si  ritro- 
vasse, intesero    come    raccomandandosi  egli  la  no!le  devo- 
lissimamenle  alla  Madre  di  Dio  ,  gii  parve  sentire  una  vo- 
ce ,  quasi  d'una  donna  ,  che  il  chiamasse  a  se,  liberasselo 
della  prigione,  e  al  luogo  il  conducesse  ove  l' avean  ritro- 
vato. Da  che  potuta    apparir    chiara  la  sua  innocenza  ,  non 
si  durò  faiica  a  trovare  il  vero  ladro,  a  cui,  non  senza  pia- 
cere del  conte,  fu  dalo  il  dovuto    gastigo.    Sparsesi  questa 
fama  allora  per  tutto,  onde  non  molti  anni  dopo    Giovanni 
re  di  Portogallo  commise,  morendo,  alla  sua  moglie  Leono- 
ra ,    che    mandasse    alla    Nunziata  di  Firenze    setlanlasetle 
marche  d'argento,  e  così  fu  eseguito-  E  nel  presente  tem- 
po, che  queste  cose  andiamo    noi    ritoccando,    appunto  il 
gran  duca  Ferdinando,  oltre  avervi  mandalo  una  galea  d'ar- 
Amm.  Vol.  V.  :>0 


306  dell'istorie  fiorentine 

genio,  ha  fatto  ancora  d'argento  massiccio  lutto  l'altare 
della  Vergine  con  tulle  1' allre  conseguenze  ad  esso  aliare 
necessarie.  Siando  dunque  di  mezzo  le  gelosie  suddette,  e 
venuto  a  noia  al  fìapa,  nimico  naturalmente  dell'arme,  non 
solo  la  guerra  che  gli  faceano  i  nimici ,  ma  le  superbe  e 
importune  dimande  de' suoi,  e,  come  si  credette,  del  San- 
severino  istchso  ,  e  perchè  il  cardinale  Orsino  facea  vista 
di  tornar  di  nuovo  a' favori  della  lega,  dopo  esser  succe- 
dute nel  canipo  alcune  opere  di  guerra  di  non  molto  mo- 
mento ,  si  dispose  a  com  hiuder  la  pace  ,  ma  con  molta  ri- 
putazione del  re,  il  quale  avendo  promesso  di  dare  al  pa[>a 
il  debito  censo ,  e  lasciargli  lo  spiritual  libero  ,  e  altre  cose 
molte,  negò  dopo  che  prese  Sansevorino  di  consentir  altro 
censo  di  quello  che  ultimamente  da  Pio  li  era  slato  pre- 
fisso, e  l'altre  domande  furono  in  favore  del  re  mollo  mo- 
derate. Fu  questa  pace  conchiusa  1'  undecimo  giorno  d'ago- 
sto a  quattro  ore  di  notte;  ma,  oltre  non  esser  acquetate  le 
cose  nel  regno  per  lo  sospetto  de' baroni,  de' quali  nostra 
intenzione  non  è  di  favellare,  avendo  il  re  incominciato  a 
imprigionarne  alcuni,  rimanevano  ancora  dei  nodi  e  dogli 
intrighi  per  i  fatti  di  qua  ;  perciocché  non  disciogliendo 
Huberlo  Sanseverino  per  la  pace  fatta  il  suo  esercito  ,  si 
dubitava  che  nel  ritornarsene  in  sul  veneziano  non  si  git- 
lasse  addosso  a'  Sanesi ,  o  in  Bologna ,  o  nelle  terre  del 
signor  di  Faenza  ,  o  in  Lunigiana  non  facesse  alcun  movi- 
mento. Per  questo  avendo  il  duca  in  pubblici  ragionnmenli 
detto,  che  non  avrebbe  palilo  giammai  che  si  dicesse,  che, 
per  levarsi  la  guerra  dalle  spalle,  l'avesse  scaricala  addosso 
a' confederali ,  si  pose  a  seguitare  Ruberto  con  animo  di 
non  fermarsi  mai  lini  he  o  egli  si  disciogliesso,  o  entrasse 
nel  paese  de' Veneziani.  Preso  dunque  la  strada  di  Todi, 
e  venuto  a' 27  a  Colle  di  Pepo  ,  in  cinque  alloggiamenti  si 
condusse  al  Borgo  a  S.  Sepolcro  ;  il  che  toccò  del  goufa- 
lonerato  di  Giovanni  Dini.  Il  Sanseverino  arrivalo  a  Sogliano 
chiese  a  quel  signore  dodici  mila  scudi,  ma  trovando  per 
tulio  sordi  gli  orecchi  alle  sue  dimande  ,  come  quello  che 
si  vedea  posto  in  fuga,  si  condusse  finalmente  alli  11  di 
settembre  in  sul  Bolognese,  ove,  mandato  per  passo  e  per 
vellovaglle  al  reggimciUo  di  quella  città,  erogli  il  tulio  li- 


beramente  slato  conceduto ,  se  nel  tornar  che  facca  Gio- 
vanni Benlivoglio  da  Comacchio ,  mostrando  di  ciò  grandis- 
simo dispiacere  ,  non  avesse  prestamente  fallo  rivocar  ogni 
prima  deliberazione.  È  cosa  ceila,  che  nell'aver  il  Sanse- 
verino  ricevuto  questa  novella,  non  potè  contener  le  lagri- 
me,  reggendosi  privo  d'ogni  speranza.  Ondo  fallo  la  mat- 
tina metler  in  ordine  i  carriaggi  ,  e  scelli  di  tulio  l'esercito 
renio  cavalleggieri  ,  si  volse  al  resto  delle  sue  genti  dicendo 
loro,  che  procaccinssero  il  loro  siampo  al  meglio  che  si  po- 
tessero, poiché  egli  ingannalo  dal  papa,  e  abbandonalo  da 
tutti  i  polenlati  d' Italia  era  costretto  andarsi  a  gettar  nelle 
braccia  de' Veneziani.  11  duca  restato  libero  da  queste  mo- 
lestie si  volse  tutto  a' fatti  del  suo  reame  ,  le  cui  turbazioni 
con  la  morie  e  rovina  di  molti  baroni  in  breve  tempo  e  con 
molta  sua  felicità  racchetò.  I  Fiorentini  ancor  essi  essendosi 
sbrigali  dal  peso  di  questa  guerra ,  si  volsero  a' falli  di  Se- 
rezzana ,  e  comandarono  ad  Ercole  Benlivoglio  lor  condol- 
tiere  ,  che  con  alcune  squadre  andasse  a  darle  il  guasto; 
nel  qual  tempo  avendo  gli  uomini  di  Villa  ,  castello  di  Lo- 
dovico Frcgoso,  fatto  intender  a  Piero  Vettori  commessario 
della  Repubblica,  che  si  darebbon  a' Fiorentini  ,  avendo  il 
castello  e  la  ròcca  in  lor  potestà  ,  non  Irovaron  duro  il  Vet- 
tori a  riceverli  ,  il  quale  senza  aspellarne  risposta  da'Dicci, 
che  era  che  por  allora  soprassedesse,  mandativi  di  molti 
fanti,  lietamente  li  accolse.  Dolsesi  di  ciò  il  papa  con  Pier 
Filippo  Pandolfini  mandato  ambasciadore  dalla  Repubblica, 
sì  per  ralificaro  ,  come  per  rallegrarsi  della  pace  falla.  Ma 
i  Dieci  avendo  approvalo  il  buon  successo  del  Vettori,  non 
p<-r  questo  preser  parlilo  di  render  Villa;  e  l'animo  del  papa 
restò  grandemente  pacificalo  per  le  pratiche  che  comincia- 
rono ad  andare  attorno  di  dare  a  Franceschetlo,  suo  figliuolo, 
una  figliuola  di  Lorenzo  de'Medici;  il  qual  matrimonio  ebbe 
poi  effetto  con  felicità  grande  di  quella  casa.  Il  Vettori,  dopo 
dato  il  guasto  a  Serezzana,  se  ne  venne  a  Barga  per  pacificar 
alcune  brighe  tra  due  parli ,  1'  una  della  de'  Franzesi ,  e 
l'altra  degli  Italiani  molto  potenti  in  quel  paese;  il  che  con 
maravigliosa  prestezza  fornito  ,  fu  mandalo  per  commessa-io 
di  quelle  genti ,  che  la  Repubblica  mandava  nel  regno  in 
favore  del  re  ;  e  intanto  essendo  entrato  ultimo  gonfaloniere 


308  dell'istorie  fiorentine 

di  quell'anno  Tommaso  Minerbclli  furon  per  quattro  mesi 
creali  Dieci  di  bnlìa ,  eccetto  Francesco  Dini ,  e  Bernardo 
Rucellai,  i  medesimi  passali,  in  luogo  de' quali  enlraron 
Niccolò  Capponi  ,  e  Iacopo  Guicc  iardini.  Costoro  incomin- 
ciarono a  preparare  le  cose  necessarie  per  la  futura  guerra, 
avendo  del  lutto  deliberalo  di  ricuperar  Serezzana;  la  qual 
cura  avea  continuamente  tenuto  affannati  gli  animi  de' Fio- 
rentini, non  potendo  in  conto  alcun  sostenere,  che  per 
così  fatto  modo  ftissero  da'Gcnovesi  stati  scherniti  ;  ma  per 
esser  la  stagione  inutile  a  campeggiare,  nò  per  qnesto 
tempo,  ne  per  i  primi  due  mesi  dell'  anno  1487,  che  fu 
gonfaloniere  Sigismondo  della  Stufa,  si  fece  cos' alcuna  di 
momento;  anzi,  raffreddate  le  cose,  in  luogo  de' Dieci  di 
balìa  si  crearono  gli  Otto  di  pratica,  da' quiili  a' 17  di  feb- 
braio fu  mandalo  in  Lunigiaiia  Piero  Vetlori  già  ritornato 
di  Napoli  per  general  commessario  di  que'luoghi.  Ma  i  Ge- 
novesi,  a' quali  l'animo  de'Fiorenlini  non  era  celato,  seb- 
ben  le  cose  parean  alquanto  addormentale ,  giudicando  che 
in  ogni  accidente  il  prevenir  fusse  per  recare  maggior  uti- 
lità ,  mandaron  verso  il  fine  di  marzo,  essendo  in  Firenze 
gonfaloniere  di  giustizia  Buonaccorso  Pitti,  molli  fanti ,  i 
quali  assalito  i  borghi  di  Serezzaneilo  per  viva  forza  li  pre- 
sero ,  e  con  due  bombarde  e  con  due  passavolanli  trovati 
ne' borghi  si  posero  vigorosamente  a  batter  la  ròcca;  fa- 
cendo tuttavia  maggior  numero  di  fanti  e  di  cavalli,  perchè 
le  cose  bene  incominciate  con  miglior  e  più  felice  fine  ter- 
minassero. Questa  novella  intesa  in  Firenze  grandemente 
gli  animi  di  lutti  commosse,  dolendosi  ciascuno  che  perle 
consulte ,  ora  di  Lodovico  Sforza  ,  e  ora  del  duca  di  Cala- 
vria,  si  fusse  in  qualche  parte  lentamente  proceduto  ;  per 
la  qual  cosa,  deposto  ogni  rispetto,  con  tutte  le  lor  forze 
alla  guerra  si  prepararono  ,  avendo  aggiunto  per  collega  al 
Vettori  Iacopo  Guicciardini ,  che  allora  si  ritrovava  in  Cer- 
laldo,  perchè  in  fatto  di  tanta  importanza  si  procedesse 
con  la  virtù  e  diligenza  d'amendue.  Scrissesi  al  conte  di 
Pitigliano  ,  il  quale  in  Pitigliano  si  ritrovava  ,  che  con  la 
maggior  diligenza  cbe  fusse  possibile  a  Firenze  ne  venisse; 
acciocché  discorso  e  deliberato  insieme  delle  cose  necessa- 
rio ,  senza  perdimento  di  tempo  con  le  sue  genti  se  n'  an- 


LIBRO   VENTICISQCESnrO.  309 

dnsse  in  Lunigiana.  Al  signor  di  Piombino  fu  fallo  inten- 
dere che  di  presente  se  n'andasse  in  campo,  e  questo  fu 
tiolificato  al  sig.  di  Faenza,  e  a  tulli  i  condoni  eri  e  cone- 
slabili  ,  i  quali  liravan  soldo  dalla  Rcpunl)lica.  Fu  per  Piero 
Alamanni  ambasciadore  a  Milano  richiesto  Lodovico  Sforza, 
che  volesse  in  sì  gran  bisogno  pronlamenle  soccorrere 
a' confederali ,  con  dimostrargli  a  che  si  eran  condotte  le 
cose  per  ubbidire  a'consigli  suoi;  da  cui,  benché  tardi,  s'eb- 
bero qiiallrorento  lance.  Non  si  lasciò  di  far  il  medesimo 
intendere  a  Virginio,  Vicino,  Giulio,  e  Giovar.  Paolo  Or- 
sini, i  quali,  finita  la  guerra  del  papa,  di  nuovo  eran  dalla 
Kopubblica  e  dal  duca  di  Milano  siali  ricondolli.  Queste 
gemi  mandandosi  di  mano  in  mano  in  campo  avoan  ordine 
di  trattener  il  tneglio  che  polcano,  che  la  ròcca  di  Screz- 
zanello,  la  qnnle  liiUavia  si  comballo\a,  non  pervenisse  in 
poter  de'nimici,  finché  essendo  ingrossali  si  potesse  far 
opera  di  maggior  frutto.  E  Ira  questo  mezzo  si  confortava 
Giovan  Paolo  di  Lecca  conte  di  Corsica  a  [lersevcrare  nella 
ribcllion  de' Genovesi,  promellendog'i  che  subilo  che  essi 
avesser  il  ti'mpo  acroncio  prucurercbbono  di  dargli  aiuto, 
e  tratlanfo  molesterebbon  in  guisa  i  Genovesi,  che  non  po- 
tessero badar  allrove,  e  pur  troppo  facessero  so  difendes- 
ser  le  cose  loro.  Ma  essendo  il  conle  di  Piligliano  ,  dopo 
aver  consultato  con  la  signoria  e  con  gli  olio  di  pratica, 
andiito  in  campo  e  congiuntesi  seco  di  molle  genti,  non  gli 
parve  più  tempo  di  dillerire  il  soci  orso  della  ròcca;  il  che 
volendo  Giovanni  Luigi  Fiesco  capitano  de' Genovesi  im- 
pedirgli, si  venne  a' 15  d'aprile  alla  battaglia;  nella  quale 
non  solo  il  conle  conseguì  di  soccorrer  la  ròcca,  ma  ruppe 
i  nimici,  e  fece  prigione  il  capitano  islesso  con  un  suo  ni- 
pote detto  Orlandino  figliuolo  d'Obietto  suo  fratello;  non 
essendo  vero,  secondo  dice  il  Giusliniano,  che  Obietto  vi 
fosse  restato  prigione  egli.  Accampatosi  l'esercito  dopo  la 
ricuperazione  di  Serezzancllo  nel  piano  Ira  Serezzana  e 
la  Magra,  e  andato  1' allro  giorno  di  là  della  Magra  per 
dare  il  guasto  a  Trebbiano ,  non  potè  darlo  se  non  da  una 
parte,  essendovi  entrato  poco  innanzi  Obietto,  ma  il  conte 
minacciò  quelli  di  dentro  che  vi  tornerebbe  di  nuovo,  se 
non  prendean  partito  d'  arrendersi.  E  inlanlo  avendo  i  com- 


310  dell'istorie  fiobemine 

messarj  scrino  a' Dieci  quello  che  volean  appresso  clie  si 
facesse  ,  ebbero  in  commissione  che  mandasser  i  prigioni 
in  Firenze,  e  che,  poi  che  la  riputazione  si  era  acquistala, 
ora  era  il  tempo  di  ricuperare  Screzzana  ;  por  la  quale  im- 
presa si  facea  conto  che  bisognavano  sei  mila  buoni  prov- 
vigionali  ;  de' quali  non  ve  n'essendo  in  campo  più  che 
quattro  mila  e  secento  ,  fu  commesso  che  gli  altri  si  faces- 
sero ,  oltre  le  genti  d'arme,  delle  quali  e  del  regno,  e  di 
Milano  di  giorno  in  giorno  se  n'aspettava  numero  mag- 
giore. Giunsero  i  Fieschi  in  Firenze  ,  di  espresso  coman- 
«lamento  de' Dieci  sciolti  a' 23  ,  e  essendosi  dalle  parole  di 
Giovanili  Luigi  cavato  ,  che  il  raagoior  beneficio  di  questa 
impresa  era  il  proibire  che  in  Serezzana  enirasse  vctlo- 
vaglia ,  fu  dato  ordine,  finché  le  genti  che  s' aspcttavan 
sopraggiugnessero ,  che  si  facesse  una  bastia  di  là  di  Ma- 
gra, che  del  tutto  privasse  i  nimici  di  speranza  d'entro- 
mettervene-  Tenlaron  nondimeno  di  d;ir  un  assalto  a  Se- 
rezzana verso  S.  Francesco,  ma  essendo  il  lor  d'segno 
venuto  a  notizia  di  quelli  di  dentro  non  riuscì.  Fecer  pen- 
siero sopra  i  borghi  di  Lerice  ,  ne  questo  ebbe  efi'etto  ; 
ma  essendo  entralo  nuovo  gonfaloniere  Averardo  Serri- 
slori ,  e  conosciuto  che  per  strigner  meglio  Serezzana  ,  era 
necessario  far  un'  altra  bastìa  dalia  parie  di  qua  del  fiume, 
deliberarono  che  si  facesse,  attendendo  tra  tanto  con  ogni 
prestezza  a  sollecitare  clie  le  genti  d'arme  venissero  cosi 
del  regno,  e  di  Milano,  come  della  Aiirandola  ,  essendo 
stalo  condotto  Galeotto  signore  di  quella  città  con  cento 
uomini  d'arnie,  e  trenta  balestrieri  a  cavallo,  e  mandalo 
commessario  Francesco  Antinori  per  condurlo  in  campo.  E 
perchè  le  due  bastìe  fatte  non  erano  a  bastanza  ,  si  pose 
mano  alla  terza  quasi  nel  fine  di  maggio  ,  non  esi-endo  in 
tutto  questo  tempo  succeduto  cosa  alcuna  notabile,  se  non 
la  presa  di  cinquanta  de'  nimici ,  i  quali  usciti  con  mo'.t'allri 
per  fare  scorta  a' segatori  dell'  erba  ,  furon  rimessi  fin  dentro 
la  terra  mollo  animosamente.  Giunse  anco  a  Livorno  Fran- 
zino  Pastore  con  quattro  galee  del  re  j^cr  essere  a'  servigi 
della  Ucpubblica,  e  non  molto  da  poi  due  altre  che  eran 
restate  a  dietro  con  conio  provvigionali  del  re  ;  le  quali 
avendo  trattenuto    i  Fiorentini  in  speranza  di  portare   Pie- 


LIBRO   VEMICINQUESIMO.  .3(1 

rello  Curso  in  Corsica  per  travagl'are  i  Genovesi  da  quella 
parte,  non  furono  di  niun  profitlo,  essendo  passa'o  il  lenipo 
di  far  r  effetto  per  le  contese  del  soldo  di  esse    galee.  Ma 
a  Serezzana  essendo  le  tre  bastie  ridotte  a  perfezione,  s'in- 
cominciò a  battere  con  cinque  bombarde  grosse  e  tre    pic- 
cole da  ogni  lato,  tanto  che  essendo  stala  spianata  una  gran 
parte  della  muraglia  ,  e    oticnulo    la  chiesa  di  S-  Francesco 
che  era  slata  come   una    ròcca    de'nimici,  si  deliberò  che 
«'ventuno  si  desse    l'aseallo.  Il  quale  differito  per   manca- 
nien'o  de' fanti  Bolognesi,  che  volevan  la  paga,  nonostante 
che  non  avessero  servito  ,  è  cosa  incredibile  a  dire  quanto 
travaglio  recò  a  lulta  la  città  ;  la  quale  aspettava    di  sicuro 
quel  d'i,  non  solo  la  novella  dell'assalto  ,  ma   ancora    della 
vittoria,  essendo  le  cose  ridotte  in  trrminc  che   non  se  no 
faceva  un  dubbio  al  mondo.  Nondimeno  questa  molestia  non 
passò  oltre  lo  spazio  del  giorno  seguente,  nel  quale  a  venti 
ore  aTivarono  lettere  de' commessarj  a  gli  O'to  di  pr^tira  , 
e  al  gonfaloniere    Serristori ,    come  la  mattina   a    dieci  ore 
vc'ggendosi  quelli  di  Serezzana  apparecchiala  la  forza,  e  dato 
l'ordine  della  battaglia,  avendo  prima  fatto  intendere  di  vo- 
lersi accordare  ,  senza  altrimenti    far  prova    della    fortuna  , 
s'erano  re.si  liberamente.  Srnlì  il  popolo   fiorentino    l'alle- 
grezza di  questa  ricuperazione  al  pari  delle    grandi   vittorie 
che  avesse  mai  quel  popolo  ricevuto,  parendogli  che  in  ciò 
non  solo  avesse  riacquistato    una  cosa  da  lui    prima   posse- 
duta ,  ma  in  un  certo  modo  trionfalo  della  superbia  de'Ge- 
novesi  ;  i  quali  lauto  più  si  erano  gloriati   di    lener    Serez- 
zana a  (lispolto  de' Fiorentini ,  quanto  che    contra    il  giusto 
ancora  gliela  ritenevano,  come  fanno  i  potentati  verso  di  co- 
loro che  mon  di  lor  possono  ;  ma  eglino  a  questa  vergogna 
aggiunsero ,  che  essi  aveano  ancor  del  loro  perduto  Pietra- 
santa.  È  cosa  mollo    difficile  ritener  gli  uomini    nelle  pro- 
sperità, poiché  dopo  l'avuta  di  Serezzana  non    si  poterono 
gli  Otto  di  pratica  contenere  di  non    scrivere   all'  esercito  , 
che  con  la  riputazione  della  vittoria  attendessero    a  proce- 
dere innanzi.  Ma  essendosi    i  provvigionati    incominciali   a 
sfilare  in  gran  numero,  e  mostrando  i  commessarj    col  pa- 
rere de' capitani,  che  con  le  bombarde  non  si    polca  cam- 
peggiare di  là  di  Magra  senza  grande  e  manifesto  pericolo, 


.112  dell'istorie    fi  iRENTlNK 

r,  quel  che  fu  di  maogiore  imporlnnza,  i'  aver  Lclovico 
Sforza  accennato  non  esser  di  parere  che  si  procedesse  a 
cose  maggiori,  indussero  la  Repubblica  a  stare  paziente  a 
non  passare  la  Magra,  comecché  nell'  entrar  del  gonfaloniere 
(iuidanlonio  V'espucci  avesse  Lodovico  desiderato  che  sì  ri- 
tenessero mille  fanti  de' Fiorentini  in  quel  di  Serezzatia  per 
conto  d'  una  pratica  ,  che  egli  lenea  col  cardinale  doge  di 
(jrcnova ,  che  quella  città,  come  i\i  a  pochissimi  giorni  fece, 
ritornasse  alla  supeiiorilà  del  duca  di  Milano.  Riposò  dun- 
que la  Repubblica  con  gran  riputazione  di  Lorenzo  de" Ale- 
dici,  il  quale  intorveune  nella  presa  di  Serezzana  ,  d'  ogni 
travaglio  dopo  questa  guerra  ,  del  fine  della  quale  si  ralle- 
grarono seco  tulli  i  principi  d"  Italia,  di  modo  che,  essendo 
egli  libero  dalle  molestie  di  fuori ,  e  in  casa  essendo  ogni 
cosa  quieta  ,  si  volse  tulio  a'  comodi  e  gli  ornamenti  della 
pace,  attendendo  a  condur  letterati,  e  accumular  libri,  ad 
abbellir  la  cillà  ,  a  far  fertile  il  contado  e  a  tutti  gfT  altri 
studj  e  esereizj ,  per  i  quali  fu  stimato  felice  quel  secolo. 
Accrebbegli  grandemente  riputazione  T  avergli,  dopo  il  gon- 
faloneralo  di  Giuliano  de'Medici,  in  quel  di  Bernardo  del 
rsero  la  seconda  volta ,  il  soldano  di  Babilonia  mandato  doni 
molto  magnifici,  laiche  pare  che,  superata  l'invidia,  e  pe- 
netrala la  fama  sua  nell"  oriente,  non  solo  avesse  avanzalo 
io  slato  di  privato  cittadino  ,  ma  eziandio  avendo  superato 
)  principi  di  quella  età  ,  si  fusse  più  tosto  agguagliato  allo 
splendore  e  magnificenza  dei  tanto  celebrati  antichi.  Ven- 
nero in  questo  tempo  in  Firenze  Sebastiano  Badoero  e 
Bernardo  Bembo  nobili  Veneziani,  i  quali  andavano  in  corte 
di  Roma  per  faccende  della  loro  Repubblica.  Da  costoro  si 
ebbe  come  la  guerra  tra  i  Veneziani  p  Gismondo  d'Austria 
(nella  qual  guerra  Ruberto  Sansevcriuo,  lor  capitano,  valoro- 
.samen!c  combattendo  fu  morto)  era  acquetala,  e  tosto  se 
n'aspettava  li  paee  e  confederazione  tra  loro  In  quest'anno 
non  solo  Tosona,  ma  restò  tutta  Italia  in  ciascuna  sua  parte 
libera  da  ogni  molestia  di  guerra  ,  cosa  che  per  molti  anni 
innanzi  non  era  succeduta  giammai,  e,  quello  che  a  maggior 
felicità  s'  attribuiva,  retta  in  tutti  li  membri  suoi  da'principi 
del  medesimo  paese.  Perciocché  Ferdinando  d'Aragona  re 
diNajioli,  il  quale  era  nato  in  Spagna,  e  di  sangue  spagnuolo 


I.IBEO    VENTICINQUESIMO.  313 

disceso,  per  esser  venuto  molto  giovanetto  in  Italia  si  polca 
r;igionevolmenle  dir  italiano  più  tosto  che  spagniiolo  ,  oltre 
che,  imparentatosi  col  saligne  italiano,  avca  generato  figliuoli 
amatori  di  questa  provincia,  e,  per  molli  rispetti,  alieni  dal 
desiderio  della  grandezza  e  potenza  de' forestieri. 


-0»^&^D- 


i 


DELL'  iSTORlI  FIORESTIM 


01 


SCIPIONE  AMMIRATO 

LIBRO  VENTISEESmO. 


Anni  1487-1495. 


'iicsta  è  quella  pace  lauto  celebrala  per  le  memorie  de'no- 
sln  scritlori,  i  quali  dando  piincipio  alla  novità  dell'anno 
1494,  vanp.o  con  gravi  querele  riandanilo  la  felicità  degli 
anni  passali,  ma  senza  dubbio  molto  inferiore  alla  tranquil- 
lila dello  stalo  presente  ;  perciocché  come  questa  è  slata  più 
durabile ,  così  i  frulli ,  cLe  da  essa  si  cavano  .  sono  senz'al- 
cun  dubbio  in  magf;ior  grado  d'  eccellenza  e  di  perfezione. 
Le  città  maggiormente  abbellite,  più  multiplicati  i  popoli,  le 
buone  arti  accresciute,  tenuto  maggior  conto  della  religione, 
e,  per  esser  gli  stati  ridolti  in  minor  numero  di  persone  , 
unita  la  potenza,  e  l'Italia  fatta  più  sicura,  contra  il  furore 
de' barbari;  se  tu  non  reputi,  che  a  tutte  queste  cose  con- 
trapesi l'esser  ora  una  gran  parte  di  lei  suddila  a'  principe 
forestiere.  Della  qual  cosa  io  terrei  gran  conto  ,  se  il  man- 
sueto imperio  del  re  di  Spagna  non  s'avesse  di  gran  lunga 
a  prepone  alla  tirannica  dominazione  d'Alfonso  e  di  Fer- 
dinando: onde  polrcbb' esser  oltimo  ammaestramento  a'prin- 
cipi  che  questo  cose  leggeranno,  T  esempio  di  così  fatti  av- 
venimenti ,  se  considerando  in  quanti  mali  si  sdrucciola,  una 
sol  volta  che  si  metta  mano  all'arme,  con  ogni  lor  potere 
s'ingegneranno  di  tener  calcato  ogni  seme  di  gara  e  di  di- 
scordia ;  benché  da  molti  de' nostri  non  sia  restato  per  lie- 
vissime cagioni  d'accender  fuochi  grandissimi  a' nostri  tempi 


3tr»  -dell'  istorie  fiorentine 

in  Italia.  Ma  è  ora  che  noi  torniamo  al  filo  della  nostra  isto- 
ria. Segue  dunque  l'anno  1488,  e  gonfaloniere    di  giustizia 
Niccolò  Saccliclli ,  nel  quale  essendo  le  cose   della  Repub- 
blica quietissime,  fu  d'ordine  di  Lorenzo   de' Medici    man- 
dalo per  ambasciadore  al  Soldano  Luigi  della  Stufa,  sì  per 
ringraziarlo  de' doni  mandali  a  lui,  e  alla  signoria,  e  si  per 
trattar  il  commercio  libero  de'  mercalanli  Fiorentini    neli'  o- 
riente.  Domenico  Bartoli,  seguente  gonfaloniere,  confermò  la 
lega ,  la  qual  era  tra  la  Repubblica  e  i  Sancsi ,  i    quali  tra- 
vagliali a  casa  per  le  lor  sedizioni ,  aveano  confinato   venti- 
due lor  cittadini,  e  a   Ire    dato  bando  di   ribelli.    Ricevette 
poi  il  cardinale  di  S.  Piero  in  Vincola  nella  citlà,  a  cui,  se- 
condo il  costume  della  Repubblica,  fur  fatti  molli  onori.  Ma 
per  conto  delle  cose  di  Serczzana  era  nato    alcun    dubbio  , 
non  Lodovico  Sforza  per  amore  de*  Genovesi  conira  de'Fio- 
renlini  si  rivolgesse,  quando  l'altrui  sciagure  di  questa  noia 
ciascun  liberarono.  Signon  ggiava  in  Putii  e  in  Imola,  come 
altrove  si  è  detto,  Girolamo  Riai  io  .  uomo  per   le  sue  mal- 
vagità a' suoi  sudditi  mollo  odioso.  Di  costui  senlendosi  fra 
gli  altri  gravemente  offesi    Lodovico    Pansecco,    Matteo  da 
Ronco,  e    Checco   dell'Orso    uomini  di  Furl'i .  di    liberarsi 
con  la  morte  di  lui  di  così  fallo  tiranno  deliberarono,  e  as- 
saltatolo la  sera  de' 14  d'aprile    dentro  il  proprio    palazzo, 
senza  poter  egli  far  allra  difesa  ,  quivi  crudelmente    1'  ucci- 
sero. Di  quindi  partendo ,  e  nel  bargello  incontratisi,  ancor 
lui  ammazzarono,  e,  per  assicurarsi ,  la  contessa  sua  moglie, 
e  i  figliuoli  feccr  prigioni;  le  ròcche  che  eran  in  poter  de'mi- 
nislri  del  conte,  per  conservarsi  sicure  a' figliuoli  del  signor 
morto,  alzaron  le  bandiere  del  duca  di  Milano  come  fratello 
della  conlessa  ,  grillando  tuttavia  il  popolo  libertà,  e  alcuni 
mostrando  alla  casa  degli    Ordi-laffì  aver  ancora  qualche  in- 
clinazione. Quindi  nacque  che  Lodovico  Sforza    dello  slato 
della  nipote  e  de' piccoli  fanciulli  temendo,   lascialo    i    falli 
di  Sirezzana  ,  scrisse  a'  Fiorentini  che  le  cose    degli    inno- 
centi garzoni  difender  volessero  ;  perciocché  egli  a  loro  sen- 
tirebbe di  ciò  sempre  perpetua  obbligazione;  oltre  che  così 
richiedea  l'obbligo  della  confederazione;  i  quali  avendo  ri- 
sposto che  a  ciò  si    troverebbono    sempre  pronti  ,    e    però 
aver  condotto  a'  loro  slipendj  il  conte  di  Piligliano  ,    e  Ri- 


LIBRO    VENTISEESIMO.  317 

DUCCIO  Farr.ese ,  non  vollero  conlultociò  perder  1"  occasione 
di  ricuperar  Piaiiialdoli ,  il  quale  nelle  passalo  guerre  a  lor 
tolto,  nella  podestà  del  conte  era  pervenuto.  Alandalovi 
dunque  gente  a  bastanza,  e  gagliard.imentc  assalitolo,  a'ven- 
tisctte  della  fortezza  e  del  luogo  interamente  s'insignorirono, 
non  ostante  che  in  sid  principio  questa  dimostrazione  paresse 
oltre  modo  grave  allo  stalo  di  Milano  ,  e  die  Giovanni  Pie- 
tro Bergamino  ducal  commessario  si  lussa  protestato  ad  A- 
verardo  de' Medici  commessario  de' Fiorentini  mollo  super- 
bamenle,  se  da  queir  impresa  non  si  rimanra.  Ma  o  per  non 
Uirbar  la  pace  d'Italia,  o  perchè  non  riputava  ciò  per  im- 
presa mollo  facile,  al  duca  di  Bari,  col  cui  consiglio  tuttavia 
le  cose  di  Milano  si  governavano,  parve  finalmente  di  so- 
stener in  pace  questa  deliberazione  della  Repubblica;  dicendo 
che  non  tanto  gli  era  dispiaciuto  il  fallo,  quanto  il  modo, 
avendo  parimente  senz'ai  me  potuto  conseguir  il  suo  desi- 
derio, quando  in  Milano  fosse  stalo  significato.  Scrive  il 
Machiavelli  in  questo  assolto  esser  morto  Cecca,  famoso  ar- 
chiletlo.  Racchetale  dunque  le  cose  di  Furli,  sì  per  conto 
di  Piancaldoli,  come  dello  stato  de' figliuoli  dei  conte  (li- 
lol.imo  ,  perciocché  la  contessa  con  virile  viriti  e  industria 
avca  ricuperalo  le  ròcche.  Accadde  nel  gonfalonerato  di  Maso 
degli  Alessaniiri  la  seconda  volta  un  caso  a  questo  mollo 
simigliante  ,  perchè  con  doppio  esempio  in  mezzo  di  tanta 
pace  risonasser  allora  per  1  Italia  le  crudellà  di  Roma^^na. 
Galeotto  Manfredi,  da  cui  Faenza  per  antica  successione 
de'  suoi  maggiori  si  reggeva  ,  avea  per  donna  una  figliuola 
di  Giovanni  Bentivoglio.  da  cui  per  tenerla  il  conte  bas<5a, 
attendendo  egli  continuamente  ad  altri  suoi  amori ,  era  fie- 
ramenie  odialo,  ne  mollo  più  di  lei  erano  del  suo  governo 
i  sudditi  ben  contenti.  La  qual  cosa  accrescendo  animo  al- 
l'adirata  donna,  l'indusse  ad  uccider  il  marito,  dato  di  ciò 
commissione  ad  un  suo  fidato  familiare,  quando  il  signore 
sarebbe  venuto  a  visitarla,  avendo  ella,  per  poter  questo 
meglio  eseguire,  fallo  sembiante  d'essere  inferma.  Non  mancò 
al  reo  consiglio  pronta  e  agevole  esecuzione  ;  talché,  essendo 
r  ultimo  giorno  di  maggio  Galeotto  entrato  tutto  solo,  come 
cnslumava,  in  camera  della  moglie,  mentre  ritarda  d'uscire, 
quelli  che  in  sua  compagnia  erano  andati,  fecero  forza  d'en- 


318  dell'  istorie  fiorentine 

trar  dentro,  ove  quivi  in  terra  disleso  il  misero  signore  ri- 
trovarono. Corse  subitamente  la  città  all'arme  gridando:  Gallo 
Gallo.  E  0  fosse  così  di  prima  stalo  ordinato  ,  o  che  pur  le 
genti  commosse  per  le  cose  di  Furli  si  trovassero  apparec- 
chiate ;  Giovanni  Bcntivogiio  e  il  Bergamino,  di  cui  di  so- 
pra   parlammo,    con  genti    del    duca  di    Milano    entrarono 
prestamenle  in  Faenza;    ove  in  nome  della    Repubblica    si 
ritrovava  commessario    Antonio  Boscoli.  I  Faentini ,    come 
che  della  morte  del  lor  signore  molto  non    si    turbassero  , 
veggendo  nondimeno    il    Bentivoglio  ,  da  cui  la    morte  del 
genero  si  riconosceva  ,  entrato  con  le  genti  del  duca  di  Mi- 
lano in  Faenza,  dubitarono  non  volesse  della  lor  città  insi- 
gnorirsi. Nella  quale  essendo  entrati  i  popoli  di  Valdiiamona 
affezionati  insieme  con  quelli  della  cillà  al    nome  de'  Man- 
fredi,  e  per  questo  desiderosi,  che  il  piccolo   figliuolo    di 
Galeotto,  detto  Astorre,  nello  slato  paterno  fusse  confermato, 
corsero  uniti    addosso    al    B.  nlivoglio    e    al  Bergamino  ,  e 
questo  ammazzarono,    e  quello  feccr  prigione;    mostrando 
verso  il  commessario    de' Fiorentini  segni    grandi   di  confi- 
denza e  d'  amore.  La  Repubblica,  la  quale  aveva  avuto  sem- 
pre   gelosia   di  questo    stato ,    essendo    fama  che    Galeotto 
avesse  jin  tempo  tenuto  pratiche  di  venderlo   a' Veneziani , 
comandò  subilo  alle  genti  ,    che  per  sospotlo    de'  Genovesi 
lenea  in  Lunigiana,  che  con  Giovambalista  Ridolfi  lor  com- 
messario colà  spacciatamente  n'andassero  ,  e  a' Faentini  vo- 
lendo nella  fede  d' Astorre  continuare ,  quegli  aiuti  e  favori 
porgessero,  che  fosser  possibil  maggiori.    Avvicinatisi    per 
questo  il  conte  di    Piligliano,  Rinuccio  Farnese,    il    conto 
Rinuccio  da  Marciano,  e  Ercole  Bentivoglio  con  le  lor  genti 
e  così  alcuni  conneslabili  con  le  lor  compagnie   a  Faenza  , 
furon  senza  dubbio  cagiono  che  quei  tumulti  piìi  tostamente 
si  racchetassero.  E  il  RiJolfi  e  il  Boscoli  messisi  di  mezzo, 
oiierarono  che  il  Bentivoglio  a  lor  conceduto,  in  nome  della 
Repubblica  fosse  a  Modigliana  condotto,  e  quivi  in  cortese 
prigione  ritenuto,  finche  i  Faentini  del  tutto  si    fossero  as- 
sicurali. Intanto  si  ebbe  la  ròcca;  e  sedici  uomini,  la  metà 
di  Faenza,   e    l'altra  parie   di  Valdiiamona   al   governo   di 
quello  stato,  mentre  il  fanciullo  fosse  in  età,  furono  creali. 
Alla  donna  del   morto  signore  col  conte   Niccolò    Rangone 


LIBRO    VEMISEESIMO.  319 

che  in  sua  compagnia  si  ritrovava  fu  dato  commiato;  le  quali 
cose  losio  che  furono  seguile  scrissero  gli  Otto  di  pratica  a 
Dionigi  Pucci,  a  cui  la  cura  di  Modigliana  e  della  persona 
del  Benlivoglio  era  commessa,  che  in  sua  lihertà  il  rimet- 
tesse, confortandolo  a  venirne  a  Cafaggiolo  in  Mugello,  ove 
avrebbe  trovato  Lorenzo  de' Medici,  con  cui  avrebbe  trat- 
tato di  quello  che  occorreva  per  stabilimento  del  comun  be- 
neficio. In  tal  modo  le  cose  di  Faenza  ancor  esse  si  racche- 
tarono ,  essendo  quel  dominio  quasi  interamente  alla  fede 
di  Lorenzo,  e  della  Repubblica  restalo  raccomandato.  Prese 
poi  il  gonfalonerato  Domenico  Bonsi,  e  dopo  lui  Giovanni 
Serrislori  la  terza  volta  ;  nel  qual  tempo  avendo  Genova  va- 
cillalo, ritornò  da  capo  e  con  maggiore  slabilità  sotto  l'im- 
perio del  duca  di  Milano  ;  con  la  qual  occasione  più  facil- 
mente si  terminarono  le  gare  ,  le  quali  erano  tra  i  Genovesi 
e  i  Fiorentini.  Ma  l'ultimo  gonfaloniere  di  quell'anno  fu 
Nero  Cambi.  Verso  il  fine  del  costui  magistrato  essendo 
venuto  il  tempo  di  far  la  nuova  elezione,  fu  trovato,  non 
ostante  il  comandamento  fatto ,  che  ninno  si  partisse,  mancar 
alcuno  de' gonfalonieri  di  compagnie,  senza  il  quale  non  po- 
lendo farsi  la  tratta  ,  e  essendo  il  popolo  ragunato  in  piazza, 
parve  che  si  dovesse  mandar  in  villa  per  Piero  Borghini  uno 
di  queir  ordine  ,  il  quale  non  credendo  potersi  trovare  a 
otta  ,  e  stimando  intanto  che  il  numero  sarebbe  stato  suffi- 
ciente ricusò  di  venire  ;  perchè  fu  mandato  per  lui  un  ca- 
vallaro in  gran  fretta,  che  da  parte  de' signori  gli  coman- 
dasse, che  scnz' altra  replica  spacciatamente  a  palagio  ne 
venisse.  Costui  venuto  tardi  e  in  capperone  e  stivali  grossi, 
e  di  fango  brutto  eiitr.ito  in  consiglio,  fece  ancor  p;irere  più 
evidente  il  primiero  errore  di  non  aver  ubbidito;  onde  fu 
per  nove  fave  nere  de'  signori  ammonito  per  tre  anni  da 
tutti  gli  ufiìcj  del  comune.  Furono  similmente  ammuniti  per 
tre  altri  anni,  ma  degli  ufiìcj  maggiori  solamente,  per  la  me- 
desima cagione  ,  Rinieri  Bagnesi  ,  Ridolfo  da  Sommaia  e 
Simone  Zali.  Ma  entrata  la  nuova  signoria  ,  di  cui  fu  capo 
Francesco  Valori  la  seconda  volta,  primo  gonfaloniere  del- 
l'anno 1189,  fu  giudicato  questo  atto  molto  superbo,  che 
senza  participazione  di  Lorenzo  de'  Medici,  principe  del  go- 
verno, fasse  seguito,  che  in  Pisa  in  quel  tempo  si  ritrovava; 


320  dell'istorie  fiorentine 

niassimamenlc  senza  il  consenlimento  espresso  degli  Olii* 
di  pratica,  la  cui  aiUorilà  era  in  quel  tempo  molto  grande, 
i  quali  domandali  del  lor  giudizio  rimisero  la  cosa  ne'  si- 
gnori,  dicendo  che  essendo  eglino  prudentissimi,  poteano 
senza  altrui  consulta  liberamente  di  ciò  la  lor  sentenza  se- 
guire ;  perchè  il  Borghini  e  compagni  furono  d'  ordine  di 
Lorenzo  per  gli  Otto  di  pratica,  e  per  lo  consiglio  deXXX 
a  gli  uCTicj  restituiti  ,  e  il  Cambi ,  pagando  la  pena  de'com- 
pagni,  egli  solo  fu  da  tutti  gli  ulTicj  del  comune  animunito. 
Venne  in  questo  tempo  a  Livorno  Isabella  d'Aragona,  fi- 
gliuola di  Alfonso  duca  di  Caìavria ,  che  n'andava  a  marito 
al  duca  di  Milano.  A  costei  furono  mandati  dalla  signoria 
per  onorarla  tre  ambasciadori  Jacopo  Guicciardini ,  Pierfi- 
Jippo  Paudolfini  e  Paolo  Antonio  Sodorini,  i  quali  ricevuti 
onorevolmente,  restarono  nondimeno  di  gran  lunga  addietro 
a  Piero  de' Medici,  che  mandato  privatamente  dal  padre  in 
compagnia  di  Pierantonio  Carnesecchi  e  di  Alessandro  Nasi, 
fu  in  tutte  le  cose  riconosciuto  a  guisa  di  principe.  Piero 
Alamanni,  che,  come  ambasciador  della  Repubblica,  intervenne 
a  queste  nozze  in  Milano  fu  dal  duca  per  segno  d'  onore 
creato  cavaliere  a  spron  d'  oro.  Ma  non  era  lontano  a  farsi, 
e  a  apparir  tuttavia  maggiore  la  grandezza  di  Lorenzo  , 
avendo  il  ponlcfice  nel  seguente  gonfaloncrato  di  Tommaso 
Antinori  creatogli  il  secondo  figliuolo  di  lui,  detto  Giovanni, 
Cardinale  ;  cosa  molto  memorabile,  non  tanto  per  lo  grado, 
quanto  per  l'età,  non  avendo  ancora  il  fanciullo  d'un  gran 
pezzo  i  quattordici  anni  della  sua  età  fornito  :  perciò  non 
volle  il  pontelicc  ch'egli  ne  portasse  l'abito  se  non  di  là  a 
tre  anni,  per  moderar  in  qualche  parte  la  sua  frettolosa  li- 
beralità. Par  che  aiutasse  a  favorir  questa  felicità  di  Lo- 
renzo, per  render  più  magnilìco  il  suo  reggimento,  la  deli- 
berazione de' cittadini  volti  con  privali  edificj  a  far  bella  e 
nobile  la  città;  avendo  due,  fra  gli  altri,  dato  principio  a  su- 
perbi e  nobili  palagi  Filippo  Strozzi  figliuolo  di  Malfeo  e 
Giuliano  Gondi  figliuoli  di  Lionardo  ;  de'qunli  senza  dubbio 
veruno  quel  degli  Strozzi  si  vede  oggi  per  ufia  delle  mag- 
giori e  delle  più  nobili  muraglie  d'Italia.  Di  questi  edificj 
le  prime  fondamenta  i  curiosi  di  simili  cose  dicono  esser 
state  git-.ate  dopo  che    al  gonfaloncrato  d'Agnolo  Niccolini 


LIBRO   VENTI5EESIH0.  321 

seguì  quello  di  Riiggier  Minerbelli.  Furono  dunque  lietis- 
simi i  magistrali  dei  due  seguenti  gonfalonieri  Braccio  Mar- 
telli e  Niccolò  Ridolfi ,  non  apparendo  ne  in  Firenze,  né 
in  tutta  Italia  spiraglio  alcuno  di  guerra,  né  sospetto  che 
potesse  turbar  tanta  universale  e  stabii  quiete  ;  perciocché 
se  bene  incominciavano  a  scorgersi  tra  il  duca  di  Calavria 
e  Lodovico  Sforza  cattivi  umori  per  aver  Lodovico  in  que- 
sl'  anno  ,  sotto  zelo  di  farne  servigio  al  nipote  ,  mutati  i 
castellani  delle  forterze,  e  per  questa  via  tirato  a  sé  in  so- 
stanza il  dominio  di  tulle  le  cose,  non  rimanendo  al  giovane 
principe  altro  che  il  vano  titolo.  Nondimeno  moderando  Lo- 
renzo de' Medici  con  la  prudenza  sua  questo  eogn'altro  di- 
sparere che  nascer  potesse,  non  permetteva  in  conto  alcuno 
che  la  tanto  desiderata  pace  s'avesse  a  turbare  ;  conoscendo 
quanto  pericolo  apporterebbe  alla  patria  sua  e  a  se  me- 
desimo ogni  volta  che  o  Ferdinando  o  Lodovico  la  sua 
potenza  accrescesse  ;  per  la  qual  cosa  avendo  egli  per  la 
lunga  esperienza  delle  cose  provato  ;  che  non  parentado , 
non  amore,  non  obbligo  o  beneficio  alcuno  è  atto  a  man- 
tener tanto  i  principi  in  fede,  quanto  il  timore,  con  que- 
sto freno  di  mostrare,  che  sarebbe  per  giltarsi  sempre  dalla 
parte  dell' ofieso ,  vietava  che  novità  alcuna  si  tentasse;  da 
che  più  r  una  parte  che  l'altra  avesse  a  crescer  o  a  dimi- 
nuire. Con  questo  tenor  dunque  di  felicità  entrò  l'anno 
1490  ,  di  cui  il  primo  gonfaloniere  fu  Andrea  Giugni  ,  se- 
guitato con  la  medesima  fortuna  da  Bernardo  Bartolini  e 
da  Bartolommco  Pucci;  ne' tempi  de' quali  gonfalonieri  s'in- 
cominciò a  rifare  la  chiesa  di  Cistello  insieme  con  le  cap- 
pelle ,  e  col  chiostro  dedicata  all'  ordine  CisletLiense.  Era 
quivi  prima  uno  spogliatoio  della  badia  di  Settimo,  e  la 
maggior  cappella  di  questa  chiesa  ;  perchè  e  negli  infimi 
cittadini  si  scorgesse  ancor  magnificenza  ,  era  già  stata  fatta 
da  Bernardo  del  Barbigia,  che  andava  per  la  minore;  ma 
come  che  gli  altri  luoghi  minori  da  maggior  cittadini  fos- 
sero occupali,  non  potò  questo  torsi  a  chi  fatto  l'aveva. 
Piero  Alamanni  per  luglio  e  agosto  entrò  gonfaloniere,  nel 
cui  governo  fu  necessario  rimediar  a' disordini  della  casa 
de' Medici ,  che,  per  colpa  de' ministri,  a' gravi  pericoli,  e 
della  privala  e  della  pubblica  fede  stava  sottoposta.  Scri- 
Amm.  Vol.  V.  2! 


322  df-ll' isToniE  fiorentina 

vono  molti  che  ciò  invero  increbhe    granflemcnle  a  Loren- 
zo, ma  lo  i«lalo  delle  cose  esser  ridotto  a  tale,  che  fu  bi- 
"sogiio  ricorrere  a  qoesla  medicina.  Crearonsi  dunque  dicia?- 
selle  uomini  con  balìa  ollrnnla  dal  po|iolo    chiamili   rifor- 
malnri,  i  quali  sotto   titolo  di  racconciar    le    monete    e    le 
gabelle  a'  seguiti  casi  provvedessero.    Furon  per  qu*  sto  ri- 
strette   le    paghe    del    Monte  ,    e    presi   altri  slabilimenli , 
co' quali  al  tulio  si  riparò.  Onde  Lorenzo  volse  per  l'avve- 
nire l'animo  all' agricoltura,  giudicandola  più  nobile  e  meno 
pericolosa.   Seguirono  poi  per  i  restanti    mesi    gonfalonieri 
di  giustizia    Francesco    Dini    e    Giovanni    Davanzali    senza 
essere  ne'Ior  magistrali  succcduìa  cos'abuna  degna  di  nn-- 
raoria.  Fu  ben  maraviglioso  il  principio  dell'anno  1491  ,,    e 
il  gonfalonerato  di   Iacopo    de' Modici,  e  questo    non    per 
altro,  che  prr  i  gran  freddi,  i  quali   furono  tali  che  ghiac- 
ciò Arno  per  modo  forte,  che  per  tre  dì  continui  \i  si  fece 
al  calcio.  Riirovo  questo  freddo,  cagionato  dalle  gran  nevi, 
esser  stalo  universalmente  per  lolla  Italia;  cos'i  ned"  istorie 
veneziane  scrilte  da  Pietro  Bembo  si  vede  esser    avvenuto 
alle  pabuli  che  cingono  la  città  di  Venezia,  intanto  che  gli 
uomini  del  lor  contado,  non  solo  a  pie,  ma  eziandio  a  ca- 
vallo vennero  con  le  vellovaglie  alla  ciltà  senz'alcun    peri- 
colo, e  sopraggiugnc  esser  stata  fatta  daStraiiolti  una  gio- 
stra in  sul  canal  grande-,    e    il    magistrato  di  Mestre   esser 
venuto  sopra  un  carro  infino  a  S.  Secondo,  che  è  nel  mezzo 
delle  paludi.  Lo  scrittor    dille    cronache    genovesi    dice  si 
fallo  freddo  esser  avvenuto  in  Genova  l'anno  1493,  che  es- 
sendosi il  mare  agghiacciato  inlorno  al  molo,  non  vi  si  potè 
in  conto  alcuno  navigare;   ma  io  slimo    che    egli    siambi    i 
tempi,  come  fa  in  molti  altri  luoghi,  onde  sia  il  medesimo 
di  cui  noi  raccontiamo.    Piero    Corsini    e    Lorenzo    Morelli 
seguenti  gonf.donieri  non  fecero  altro,  chi  non  volesse  rac- 
contare gli  esercizj  delle  lellere.    e    dell' accadenìia    che  in 
quel  tempo  parve  che  rinascesse  sotto  Marsilio  Ficino,  Gio- 
vanni Pico ,  fratello  di  Galeotto    signor    della    Mirandola  e 
altri  molti  ;  perocché  a  Lorenzo    non    era    nascosto  quanto 
ornamento  e  riputazione  soglia  accrescere  a  qualtmque  stalo 
il  favorir  le  scienze  ,  e  le  buone   discipline.    Né    in    questa 
parte  volea  che  la  sua  patria  restasse  inferiore  all'allre    fa- 


LIBRO   VENTISEESIUO.  323 

mose  città  d'Italia;  essendo  in  quel  tempo  molto  illustri 
Ermolao  Barbaro  in  Venezia  e  Giovanni  Fontano  in  Na- 
ftoli ,  uomini  senz' alcun  dubbio  e  nelle  latine  e  nelle  gre- 
che lettere  molto  dotti.  Nel  gonfaloneralo  di  Piero  Altoviti 
diede  egli  principio  aila  via  ihe  va  dagli  Innocenti  a  Ci- 
stello  ;  la  quale  ilal  suo  nome  la  via  laurea  fu  chiamata,  ma 
donò  r  abitazione  ali"  Arte  del  cambio,  della  cui  arte  infinu 
a  oggi  si  veggono  V  insegne  in  sui  i  canti.  Fiorì  dunque 
quanto  mai  in  quel  tempo  la  città  di  Firenze  per  diverse 
c.igioni,  godendo  ciascuno  della  comune  quiete  e  felicità; 
il  che  fece  per  altro  poco  memurab  li  quasi  tutti  i  gonfa- 
lonieri di  quegli  anni ,  come  furono  Francesco  Taddei ,  Gi- 
rolamo Corbinelli  e  Niccolò  Cocchi  primo  gonfaloniere 
dell'anno  1492.  Ma  a' 9  dì  di  quello  di  Niccolò  Federighi 
venne  a  Giovanni  figliuolo  di  Lorenzo  il  cappello  mandato- 
gli da  Innocenzio.  Fu  il  giovanelto  tro\ato  alla  badìa  di  Fie- 
sole ,  ove  la  mattina  seguente  la  Repubblica  mandò  dieci 
cittadini  eletti  per  intervenire  in  quella  cerimonia.  Egli  fallo 
prima  la  confessione  de' peccali  e  poscia  con  divoziun  gran- 
dissima preso  il  Sagramento  della  Comunione  ,  ricevette  con 
maravìglioso  concorso  di  cittadini  ,  che  vi  vennero  da  se 
medesimi  per  onorarlo,  il  cappello  e  l'abito  di  eardinnle. 
Dopo  vespro  se  ne  venne  alla  ciltà  accompagnato  da  più  di 
cinquecento  cavalli,  e  parendogli  dover,  prima  che  alla  pri- 
vala casa  n'andasse,  far  riverenza  a  coloro,  da' quali  lauta 
dignità  riconosceva,  entrò  nella  chiesa  della  Nunziata  per 
render  grazie  a  Dio  del  benefìcio  conferitogli  ,  e  poscia  vi 
sitò  i  signori.  La  mattina  seguente  fu  nel  maggior  tempio 
della  ciltà  cantata  una  solcnnissima  messa,  e,  senza  perder 
momento  di  tempo,  l'altro  d'i  parli  per  Roma,  avendo  la 
signoria  elelli  ambasciadori  Pierfìlippo  Pandolfìni  e  Filippo 
Valori  per  ringraziar  il  pontefice  delPonor  fatto  a  Firenze, 
con  aver  onorato  di  co.sì  fatta  dignità  un  suo  cittadino.  Nove 
dì  poi  giunsero  lettere  di  Ferdinando  d' Aragona  re  di  Spa- 
gna detto  il  cattolico  ,  con  le  quali  avvisava  la  Repubblica 
aver  egli  con  l'aiuto  di  Dio  e  delle  sue  armi  acquistalo 
la  città  e  reame  di  Granala,  e  del  lutto  vinto  e  superalo  i 
Mori  in  Spagna.  Non  succedette  in  quella  età  nò  molle  pri-' 
ma,  ne  infino  a'presenli  dì  villoria  tra' cristiani  più  gloriosa 


324  dell'istorie  FIORENn?!E 

di  questa,  avendo  quel  valoroso  principe  spento  un  impe- 
rio ,  il  quale  avea  ,  come  le  cronache  spagnole  raccontano, 
settecento  sessantotto  anni  travagliata  quella  provincia-,  per- 
chè se  ne  fece  in  Firenze  una  gran  processione  ;  nella  quale 
intervenne  la  signoria,  e  fecersi  fuochi  e  altri  segni  d'al- 
legrezza- Furono  poi  l'ultimo  del  mese  mandati  Antonio 
Alalegonnelle  e  Giuliano  Snlviati  per  ricevere  il  duca  di 
Ferrara  a  Firenzuola,  che  ne  veniva  alla  città  per  passare 
a  Roma,  percento,  com'egli  diceva,  d'alcune  sue  divozio- 
ni, ma  veramente  per  far  cardinale  Ippolito  suo  figliuolo; 
il  che  da  Innoccnzio  non  gli  fu  in  conto  alcuno  acconsen- 
tito. Non  si  potè  vedere  con  Lorenzo  de' Medici,  che  da 
mortai  infermila  soprapreso  s' avea  fallo  portare  a  Careggi 
sua  villa.  Scrive  Giovanni  Cambi,  il  quale  per  altro,  come 
figliuolo  di  Nero,  stato  ammunito  da  Lorenzo,  non  molto 
amava  la  memoria  di  quell'uomo;  che  essendo  il  sesto 
giorno  di  aprile  1'  aer  sereno  ,  si  mutò  in  un  tratto  il  tempo 
alle  due  ore  di  notte,  e  cadde  con  tanta  violenza  una  saetta 
sopra  la  cupola,  che,  levatine  pezzi  grandissimi  di  marmo, 
venne  con  quelli  a  forare  la  volta  ,  e  a  fare  notabili  danni 
cosi  nella  Chiesa,  come  in  alcune  case  vicine;  e,  che  per 
aver  fra  l'altre  cose  gillato  a  terra  una  bandiera  con  l'arme 
della  casa  de' Medici,  fu  comune  opinione  di  tutii  di  quella 
età,  che  avesse  dinotato  la  vicina  morte  di  Lorenzo,  il  quale 
tre  giorni  dipoi ,  non  avendo  ancora  i  quarantaquattro  anni 
della  sua  età  fornito,  di  questa  vita  si  partì.  Uomo  senz'al- 
cun  (liil)bio  per  diversi  rispetti  molto  singolare  ;  perciocché 
se  bene  alla  grandezza,  nella  quale  egli  montò,  fusse  stalo 
grandemente  aiutato  dalla  memoria  del  padre  e  dell'avolo, 
nondimeno  v'  ebbe  gran  parte  il  suo  senno  e  la  sua  pru- 
denza; la  quale  risplendendo  in  lui  infino  da  fanciullo,  ri- 
parò all'  insidie,  che  da  congiurati  al  padre  erano  state  tese, 
e,  dopo  la  morte  del  fratello,  come  fu  maravigliosa  la  sua 
industria  a  regger  in  tanti  frangenti  una  città  faziosa,  così, 
conosciutola  che  incominciava  a  vacillare  ,  con  presto  e  au- 
dace consiglio  seppe  pigliar  partilo  di  riconciliarsi  il  re  Fer- 
dinando ;  la  qual  cosa  riuscitagli  conlra  1' opinione  di  molli, 
l'inalzò  in  grado  molto  eminente;  ma  guadagnatosi  Inno- 
ccnzio, e  coudollolo  a  desiderare  il  suo  parentado,    inco- 


ITBRO   VENTISKESIMO.  325 

minciò  ad  esser  sopra  modo  slimalo  da  ciascuno  che  avea 
forze  e  principali  in  Italia;  essendo  le  cose  bilanciale  in 
guisa,  che  ove  egli  inchinava,  vi  sarebbe  inchinala  ancor 
la  vittoria.  Succedelle  alla  ripulazione  paterna,  e  all' auto- 
rità che  egli  aveva  nella  Repubblica  Piero  suo  figliuolo  pri- 
mogenilo  fatto  abile  per  partito  de'  signori  insieme  con  gli 
opportuni  consigli ,  nonostante  il  difetto  dell'età,  a  lutti  gli 
onori,  magistrali,  dignità  e  privilegi  del  padre.  La  qual 
cosa  era  stala  instantemente  addomandata  da  tulli  gli  am- 
basciadori  de' principi,  i  quali  per  condolersi  della  morie 
di  Lorenzo  vennero  alla  Repubblica;  perciocché  il  pontefice 
vi  mandò  l'arcivescovo  d'Arli,  il  re  Ferdinando  Marino  di 
Forma,  e  il  duca  di  AJilano  Antonmaria  Sanseverino  senza 
gli  altri  principi  minori,  de' quali  il  numero  fu  grande.  11 
gonfaloniere  Federighi  si  vestì  di  corrotto  come  se  fosse 
morto  il  padre  della  Repubblica  e  il  benefallore  di  ciascuno. 
Ma  quanto  fussero  diversi  da' costumi  del  padre  quelli  del 
figliuolo  ,  le  cose  che  indi  a  poco  seguirono  ne  fecero  in- 
dubitata fede.  Tra  tanto  la  prima  opera  ,  che  sotto  il  reg- 
gimento di  questo  nuovo  principe  della  Repubblica  fu  fatta, 
fu  la  morte  di  Piero  Leoni,  eccellentissimo  fisico  ,  da  cui 
Lorenzo  nella  sua  malattia  era  stato  governato  ;  il  quale  in 
quella  notte  medesima  che  Lorenzo  morì ,  egli  fu  trovato 
morto  in  un  pozzo.  Cavossi  voce  fuori  che  egli  vi  si  fusse 
gillato  da  se  medesimo  quasi  disperatosi  di  non  aver  gua- 
rito l'infermo;  ma  si  rinvenne,  e  ciò  testificò  ancora  in 
alcuni  suoi  versi  toscani  Iacopo  Sanazzaro,  esservi  slato 
gitlalo  da  altri;  secondo  dice  il  Cambi,  da  due  familiari  di 
Lorenzo,  ma  se  con  il  consentimento  di  Piero  o  nò  ,  né 
egli  il  dice,  ne  io  ardisco  approvarlo-  A  cinque  giorni  del 
gonfaloniere  di  Domenico  Pandolfìni  entrò  in  Firenze  l'am- 
basciadore  del  re  di  Francia,  il  quale  all'altre  cose  delle 
dagli  altri  ambasciadori  de'principi  aggiunse;  che  il  suo  re 
era  costretto  tener  conto  di  Piero,  essendo  il  padre  di  lui 
stalo  fallo  parente  e  cugino  dalla  felice  memoria  del  re 
Luigi  suo  padre,  e,  del  suo  ufficio  sbrigatosi,  a  Roma  n'an- 
dò, ove  era  dal  suo  re  mandalo.  A"  16  entrarono  Niccolò 
Micheli  dottor  di  legge,  e  Andrea  Cappello  ambasciadori 
Veneziani  ;    de'  quali  benché  il  Cappello  a  Roma ,  e  il  Mi' 


326  dell'istorie  fiorentine 

cheli  a  Napoli  n'  andassero  per  risedervi  ciascuno ,    fecero 
nondimeno  tulli  e  due  i  solili  ufiìcj  in  nome  di  quel  senato 
per  la  morie  di  Lorenzo  -,  a'  quali  ricevuti  in  S.  Maria  No- 
vella furon  falli  onori  grandissimi.  11  pontefice  per  favorire 
con  ogni  aiuto  e  dimostrazion    d'onore    la    successione  di 
Lorenzo,  dovendo  il  cardinal  de' Medici  ritornar  a  casa  per 
fare  spalla  al  fratello ,  il  creò  con  ampissima  poleslà  legalo 
del  patrimonio  e  di  tulio  il  dominio  fiorentino.   Ma    morto 
Lorenzo  non  penarono  lungo  tempo  ad  apparire  i  semi  delle 
future  tempeste;  essendo  a'IG  di  giugno  arrivato  a  Firenze 
Antonio  di  Gennaro,  mandato  dal  re  Ferdinando  ambascia- 
dorè  a  Lodovico  Sforza,  afiìnchè  dovesse  render  il  gover- 
no e  lo  slato  in  mano  dei  nipote,  pTchè  non  potendo  più 
Lodovico    con    altre    arti  il  suo  rapace  e  ambizioso  animo 
occultare,  e  veggendo  che  lardi  o  per  tempo  gli  conveniva 
nn  giorno  deporre  quella  signoria,  la  quale  malvagiamente 
s'aveva  usurpala,  infino  da  quest'ora  a  tentar  cose    nuove 
con  tutto  l'animo  si  diede  ,  come  a  suo  luogo  chiaramente 
dimostreremo.  Nondimeno  non  lasciando  egli  il  solito  arti- 
ficio di  mostrarsi  pacificatore  e  desideroso  di  quiete,  si  pose 
di  mezzo  per  accordar  i  Fiorentini   co' Genovesi,  Ira' quali 
così  per  terra  come  per  mare  eran  corse  prede    e   ruberie 
di  qualche  momento.  E  ne' primi  giorni  del  gonfaloniere  di 
Matteo    Canigiani ,  col  consentimeiilo    d'amendue    le    parti 
fece  in  Pavia  stipulare  la  sospension  dell'armi  per  un  anno 
tra  questi  due  popoli.  Ma  essendo    venule  novelle  come  il 
papa  si  era  gravemente  infermato ,    fu    scritto  a  Paolo  Or- 
sino che  co' suoi  balestrieri    a    cavallo    si    avvicinasse  alla 
Paglia  per  far  compagnia  al  cardinale  deMedici ,  che  a  Roma 
ne  doveva  andare  ,  e  ecco  sopraggionsero  avvisi ,    il    papa 
essersi  morto  a' 26  giorni  di  luglio,  cerio    con    danno  non 
piccolo  di  quella  quiete  ,  della  quale  egli  bramava  alTelluo- 
samentc  esser  tenuto  raanlenilore  e  guardiano.  Sedici  giorni 
poi  fu  crealo  il  nuovo  pontefice.  Fu  questi  Uoderigo   Bor- 
gia spagnuolo,  e,  per  patria,  Valenziaiio,  vicecancclliere  di 
santa  Chiesa;  il  quale  per  essere  stato  nipote    di    C  disto  , 
e  per  aver  avuto  trenlasei  anni  di  cardinalato    era    slimalo 
uomo  d'inestimabili  ricchezze  ;    le    quali    tulle  largamente 
investì  in  ottener  i  voti  de' cardinali;  perchè  il    pontificato 


LlBaO    VENTISEESIMO.  327 

roi)scgi:isse  •,  nel  quale  Alessandro  VI  voile  esser  chiaraalo. 
Né  fu  dubbio  .ilcuno  che  il  cardinale  Ascanio  Sforza,  acni 
diede    in    rioonipcnsa    l'utncio  della  cancelleria,  e  la  casa 
nella  quale  egli  abitava  con  tulli  i  suoi  mobili  e  arnesi,  non 
l'avesse  a  ciò  grandemente  aiutato-,    da    che    l'autorità  di 
I.odovico  divenne  m;ig;giore  ,  e  il  re  Ferdinando  a  proceder 
più  moderatamente  circa  la  domanda   dello    slato  del  duca 
Galeazzo  si  pose,  come  quello,    a    cui   essendo  noti  i  co- 
stumi del  ponleflce,  e  l'amistà  che  egli  avea  con  Ascanio, 
i  mali  che  di  ciò  poti-ano  a  se  ,  e  a  tutla  Italia    pervenirne 
ollimamente  conoscea.  Lodovico  dall'altro    canlo ,    il    qual 
sapca  che  con  1' nslinalamenle  alTermnr  le  cose  benché    fal- 
se ,  si  melte  altrui  il  cervello  incomproraesso  ,  [lascendo  con 
sfacciate  menzogne  gli  Aragonesi,  atlendea  a  consigliare  così 
ii  re  ,  conie  i  Fiorenliui  circa  la  cerimonia  ,  che  dovea    te- 
nersi nel  prestare  i  collegati  ubbidienza    al    nuovo    ponte- 
fice ,  partito  proposto  da  lui  ancor  nel   [ìontificato    d'inno- 
cenzio  ;    per  la  qua!  cosa  proponea  che  si  dovesse  far  ele- 
zione d' arabasciadori  mollo  principali ,  che  dovessero  in  un 
medesimo  tempo  ,  e  per  una  porla  medesima  ,    e    tutti    in- 
sieme far  la  entrala  in  Roma ,  e  che  secundo  la  precedenza 
dovessero  andar    per  ordine,  un  Regio  primieramente,  un 
Milanese  ,  un  Fiorentino  ,  e  un  Ferrarese  ,  che  tulli  insieme 
dovessero  presentarsi  alia  presenza  del  papa  ,  e  uno  in  vece 
di  tulli  dovesse  far  r  orazione,  con  la  quiile  apparenza  d'in- 
dissolubile compagnia  si  sarebbero  al  pontelìce    dimostrate 
le  forze  e  potenza  delia  lega  ,  talché  con  maggior  riguardo 
in  tutti  gli  accidenli  che  potessero  nascere ,  così  da  lui  come 
da  altra  potenza,  s'avesse  centra  le  lor  cose  a  procedere; 
e  perchè  questo  suo  consiglio  apparisse  di  maggior    efTica- 
cia  ,  accennava  non  per  altro  essersi    da    Innoeenzio  prese 
così  leggiermente  l'armo  conlra  il  re  di  Niipoli  nel    princi- 
pio del  suo  ponlilìcato,  che  per  non  aver  conosciuto  nella 
lega  quella  unione  ,    che    si    sarebbe    dimostrata  se  i  suoi 
consigli  l'ussero  stali  eseguili.  Le  quali  cose  essendo    siale 
approvate  da' confederati  ,  furono   nel   gonfalonerato    d'An- 
dreuolo  Sacchetti  eUUi  ambasciidori    dalla    Repi;bblica  se- 
condo il  suo  consiglio  persone  molto  principali.  Gentile  da 
Urbino  vescovo  d  Arezzo ,  Tuccio  Tutci  dollor   di  l*gS'> 


328  dell'istorie   FIORENTINE 

Pierfilippo  Pandollìni,  Tommapo  Mincrbetli,  Francesco  Va- 
lori, e  l'islesso  Piero  de'Mcdici,  siccome  in  Milano,  e  in 
Napoli  era  sialo  osservalo,  avendo  il  re  per  capo  della  sua 
ambasceria  elello  don  Federigo  suo  figliuolo  e  Lodovico, 
per  quella  di  Milano,  Ermes  fratello  del  duca  e  suo  ni|)ote. 
Ma  se  vero  è  quello  che  Francesco  Guicciardini  scri\e, 
che  per  vedersi  il  vesco\o  d'Arezzo  con  queslo  mcscola- 
menlo  serrar  la  via  di  mostrare  1'  eloquenza  sua  ,  perchè  a 
lui  era  siala  data  l'orazione,  dovendo  farla  in  nome  di 
tulli  Antonio  di  Bollino  dottor  di  leggi  uno  degli  amba- 
sciadori  Regj ,  e  Piero  de' Medici  non  poler  in  tanta  mol- 
titudine far  mostra  della  pompa  della  sua  comitiva;  la  qual 
era  mollo  ricca  e  molto  magnifica  ,  incominciarono  i  Fio- 
rentini, di  che  non  è  dubbio  per  mezzo  di  Piero  Alamanni 
lor  ambasciadore ,  a  far  destramente  veder  al  re  esser 
presso  che  impossibile,  che  il  consiglio  di  Lodovico  avesse 
effetto;  mostrando  che  piuttosto  ne  seguirebbe  confusione,  non 
essendo  ove  ridursi  cotanti  ambasciadori  da  quella  parie  di 
Koma,  onde  gli  oratori  Regj  aveano  a  entrare;  nò  per  avven- 
tura esser  caro  al  papa,  che  nello  spettacolo  d'  una  sol  volta 
s'avesse  a  diminuire  quell'onore  e  grandezza,  che  perviene 
alla  persona  de' pontefici  e  alla  sede  Apostolica  con  gli  atti 
tante  volle  reiterati  dagli  ambasciadori  di  diversi  principi. 
La  qual  cosa  dal  re  facilmente  acconsentila,  penetrò  alta- 
mente  nell'animo  di  Lodovico;  si  perche  è  natura  degli  uo- 
mini boriosi  sentir  con  dispiacere  quando  i  lor  consigli  sono 
dispregiati,  e  sì  perchè  di  qua  comprendeva  esser  intelli- 
genza più  cha  ordinaria  tra  il  re  e  Piero  de' Medici,  la  quale 
per  opera  di  Virginio  Orsino  affezionalo  del  re  e  congiunto 
parimente  di  parentado  con  Ferdinando  e  con  Piero  credea 
esser  seguilo.  Il  che  aggiugnenduli  sospetto  e  paura,  che 
un  dì  il  re  in  compagnia  de'  Fiorentini  da  quel  governo  noi  di- 
scacciasse, gli  fece  affrettare  con  maggior  sollecitudine  i  suoi 
incominciati  disegni.  Ma  come  egli  seppe  più  che  ciascun 
allvo  celare  le  passioni  dell'animo  suo,  benché  avesse  vo- 
luto sapere  dal  re  da  chi  questa  mutazione  procedea,  mostrò 
di  sopportare  in  pace  la  seconda  deliberazione.  E  essendo 
slato  differito  il  mandar  gli  ambasciadori  a  Roma,  sì  perchè 
in  Milano  era  seguita  la  morte  di  Filippo  fratello  di  Lodo- 


LIBnO   VF.NTISEESIMO.  329 

vico,  e  sì  perchè  Ferdinando  si  era  sentilo  alquanto  del 
corpo  indisposto,  furono  finalmente  mandati  nel  gonfalone- 
rato  di  Mariutto  Rucellni,  e  prestarono  T  ubbidienza  con 
soddisfazione  grande  di  Piero  e  della  Repubblica  verso  gli 
estremi  dì  di  novembre,  avendo  il  pontefice  in  segno  di 
gratitudine  dato  l'ordine  della  cavalleria  al  Minerbetti.  Ma 
perchè  quando  hanno  a  seguire  i  mali  le  occasioni  cammi- 
nano innanzi  gagliarde,  non  mancarono  in  questo  tempo  de- 
gli altri  argomenti,  per  i  quali  s'avesse  la  tranquillità  di 
quel  secolo  a  perturbare,  perciocché  avendo  Lodovico  ri- 
chiesto i  confederati,  che  si  facesse  in  quest'alto  dell'ub- 
bidienza da  tulli  gli  ambasciatori  della  lega  opera  col  pon- 
tefice, che  e' creasse  Ipolito  figliuolo  del  duca  di  Ferrara  suo 
suocero  cardinale,  i  Fiorentini  risposero,  che  sarebbe  slato 
gran  scemamento  di  riputazione  alla  lega  quando  ciò  non 
fusse  riuscito.  E  che  si  ricordasse  quanto  a  tempo  d' Inno- 
cenzio  questa  cosa  era  siala  procurala,  né  consegnila  già 
mai,  e  perciò  eran  d'opinione,  che  molto  meglio  si  facesse, 
che  per  mezzo  del  cardinale  Ascanio  s'intendesse  prima  l'ani- 
mo del  pontefice,  e  poi  in  qucU'alto  o  in  altro  tempo  non 
si  sarebbe  mancato  d'usare  ogn' industria  in  beneficio  di 
quel  signore.  Ma  quello  the  fu  di  gran  forza  a  mettere  le 
cose  sossopra,  fu  l'aver  Francesco  Cibo,  figliuolo  già  d'In- 
iiocenzio,  venduto  senza  licenza  del  Pontefice  1'  Anguillara, 
(fervetri ,  e  alcune  altre  piccole  castella  vicine  a  Homa  a 
Virginio  Orsino  ;  il  quale  si  credeva  a  ciò  essere  sialo  in- 
dotio  da  Ferdinando,  e  da  lui  essergli  stati  prestali  o  tutti 
0  gran  parte  de'denari;  il  che  pirea  tanto  più  verisimile, 
quanto  che  di  corto  era  stalo  Virginio  a  Napoli  a  visitare 
il  re.  E  ciò  esser  stato  fallo,  acciocché  avesse  il  re  a  tener 
di  continuo  quasi  un  freno  in  borea  a'ponlcfici,  per  poter 
ne'  dispareri  o  nelle  contese  che  accaggiono  spesso  tra  gli 
stali  vicini  e  di  quella  qualità,  reggerli  a  lor  modo;  con  le 
quali  arti  lenendo  sempre  intelligenza  e  oblig;iti  i  baroni  Ro- 
mani avea  travagliato  due  pontefici  suoi  predecessori.  Por 
la  qual  cosa  avendo  in  un  medesimo  tempo  Lodovico  so- 
spetto de"  Fiorentini,  e  il  papa  di  Ferdinando,  i  primi  segni 
che  incominciarono  ad  apparire  d'alienazione  furono;  che 
avendo  il  papa  condotto  asuoi  slipendj  il  Fracassa,  il  gio- 


3;}0  DRLL'  ISTOIUK    FIORENTINE 

vane  signor  di  Pesaro  dello  Giovanni  Sforza,  e    Giulio  Or- 
sino, s' inlese,  che  lo  slato  di  Milano  vi  concorreva  per  la 
metà,  senza  avere  di  ciò  Lodovico,  rome  costumava,  fattone 
consapevoli  i  confederati.  E  quel  che  era  di  molto  maggior 
considerazione,  che  entrato  già  l'anno  1493  e  preso  il  gon- 
faloniere Dionigi  Pucci,  si  trattava  lega  tra  il  papa,  i  Ve- 
neziani e  Milano;  perchè  volendo    il   re,   vecchio  e  sagace 
principe,  a  quesla  tempesta  che  di  vicino  scorgea  riparare, 
prese  in  un  medesimo   tempo   diversi    rimedj ,    perciocché 
egli  scrisse  a  liOdovico   i  rumori   the   andavano  attorno,    e 
richicdcvalo,  che  essendo  egli  di  quella  prudenza  che  a  tulli 
era  nota,  non  volesse  permettere  che  per  quanto  a  se  ap- 
parteneva, la  comune  quiete  si  turbasse.  A  Virginio  Orsino 
mandò  l'abate  Roggio  perchè  convenisse  col  papa  in  qualche 
sorte  d'accordo,  acciocché  egli  del  re,  da  cui  quest'ingiu- 
ria ri<onosceva,  non  s'avesse  a  rammaricare.  E  scusossi  col 
pontefice  non  e  scr  vero  che  egli  avesse    i  danari  a  Virgi- 
nio prestali,  e  so  Virginio    era    venuto    a  Napoli    poco  in- 
nanzi per  visitarlo,  ciò  essere  stalo    costumalo   farsi    da  lui 
ogni  anno  in  quel  tempo.  Ma  perchè  Virginio  non  ficea  se- 
gno di  volersi  mutare,  richiese  il  re,  Piero  de' Medici,  che 
per  lo  parentado  e  amicizia  che  aveva  seco,  vedesse  di  d.- 
sporlo  a  questo  ;  il    quale  nel   gotifalonerato    di    Francesco 
Nasi  fece  da' magistrali    commettere  a    Fdippo    Valori   loro 
ambasciadore  a  lioma  che  insieme  con  1'  abate  Roggio  con- 
corresse in  questo  affare   in  tutto  quello,  che  da  lui  sarebbe 
richiesto.  Ld  conc'.usion  delle  quali    cose    andando    tuttavia 
in  lungo  per  1'  ostinazion  di  Virginio,  che  per  ragione  o  ter- 
mine alcuno  che  gli  fosse  assegnalo,   non  dava    intenzione  , 
ne  speranza  ali  una  di  voler  rimeller  la  causa,  allegando  che 
col  papa  non  si  sarebbe  amministrata  ragione;  e  che  i  suoi 
dottori  li  dicevano,  che  che  non  dovesse    mettere  il  suo  in 
compromesso.  Continuava  il  papa,  o  commosso  dalla  sua  na- 
tura ardente  o  infiammatovi  dalli  stimoli  di  Lodovico  Sforza 
a  dolersi  del  re,  non  volendo  credere,  che  facendo  egli  da 
dovero,  Virginio,  il  quale  era  al  soldo  di    lui,    e  avea  stati 
e  udìci  nel  regno,  e  era  suo  dependente  e  congiunto  ,  non 
l'avesse  ad  ubbidire.  Ma  coi  renilo   in    questi    dì  medesimi 
pratica  di  parentado  Ira  il  papa  e  iJ  re,  desiderando  il  pou- 


LIBRO    VEXTISEESIMO.  331 

tefice  di  dare  a  don  Giuffre  ultimo  di  Ire  figliuoli  che  avea, 
una  figliuola  naturale  del  duca  di  Calavria,  credette   Ferdi- 
nando oltre  la  poca  inclinazione  che  conosceva  nel  duca  a 
discendere  a  tal  parentado,  di  poterlo  per  alcun  giorno  nu- 
trir con  queste  speranze  ;  e  sapeasi  aver   detto  il  pontefice 
all' ambasciador  fiorentino,  che   non  gli  raincherebbon    vie 
di  tagliar  le  pratiche  delia  lega,  andando  il  parentado  innanzi. 
MaAIessandro,  in  cui  non  mancò  ingegno,  né  vivacità  grande; 
non  potendo  tollerare  d'esser  dispregiato  da  Ferdinando,  dopo 
aver  condotto  a' suoi  stipendj  Mariano  Savello,  e  Giovanni  da 
Ceri,  quello  con  cinquanta,  e  questo  con  venticinque  lance, 
conchiuse  finalmente  la  lega  co' Veneziani,    e    col    duca  di 
Milano,  la  quale  stipulata  a'21  d'aprile   a   ventitre  ore  per 
punto  d'astrologia,  fu  poi  pubblicata  cosi   in   Roma,  come 
in  Venezia,  e  Milano  con  segni  grandi  d'allegrezza  il  dì  di 
S.  Marco,  avendo  i!  papa  nella  solennità  della  pubblicazione 
crealo  cavaliere  l'Orator  Veneziano.    Un  di    avanti    questa 
solennità  conferì  Lodovico  con  gli    ambasciadori     de' primi 
collegati  la  nuova  lega,  la  quale  come  che  dicesse  non  per 
altro,  che  per  conservazione  degli  stali  comuni  esser  fatta  ; 
e  il  medesimo  afTermasse  il   pontefice;   e    per    questo    non 
esser  alterali  i  patti  delia   prima   confederazione    tra   loro  ; 
diede  tuttavia  sospetto  grandissimo  a  quelli,  che  in  questa 
non  eran  compresi,  i  quali  non  avendo  mai  creduto  che  do- 
vesse aver  effetto;  sì  per  la  lunghezza  del  tempo,  che  si  era 
cominciata  a  tratiare,  e  sì  perchè  tornando  gli  oralori  Ve- 
neziani di  Roma  a  Venezia  ,  aveano    in   Firenze    accennato 
non  esservi  rinclioazione  della  loro  Repubblica,  restarono 
grandemente  sbigottiti;  nondimeno  i  Fiorentini,  entrato  gon- 
faloniere Giuliano  Salviali,  scrissero  così   a    Filippo   Valori 
a  Roma,  come  a  Iacopo  Giiicciardini  loro  amhasciatlori  a  Mi- 
lano, che  mostrando  di  ricever  per  bene  tulio  ciò  che  era  se- 
guilo, si  guardassero  con  ogni  diligenza  di  mostrar  di  que- 
sta cosa  risentimento;  e  per  questo  risposero  al  re,  il  quale 
per  non  trovarsi  sprovveduto  volca  che  conducessero  a  co- 
mun  soldo  il  duca  dUrbino,  e  il  signore  di  Camerino;  che 
questo  era  uno  scoprirsi  affatto;  il  che  per  molte  cagioni  era 
da  occultare;  approvarono  bene  il  consiglio  suo  di  tener    a 
ordine  le  lor  genti;  le  quali  accrebbero  di  dugenlo  uomini 


332  dell'istorie  fiorentine 

d'arme,  e  essendo  da  lui  richiesti  a  mandar  di  nuovo  alcun 
lor  cittadino  a  Virginio,  mandandovi  egli  da  capo  Marino 
Brancaccio,  dettero  questa  commissione  a  Francesco  Caddi 
segretario  della  Repubblica  ,  il  quale  e  col  Brancaccio  ,  e 
col  Valori  usasse  ogn' opera  di  disporre  Virginio  all'accor- 
do. Ma  il  pontefice  deliberato  a  non  lasciarsi  menare  pel 
naso  dal  re  e  da  Piero  de'Medici,  già  facea  calare  gli  aiuti 
de'collegati  per  gasligare  Virginio;  e  per  lettere  di  Pier  Vet- 
tori che  era  commcssario  in  Romagna,  s'intendea  esser  com- 
partito in  quel  di  Furlì  settecento  cavalli,  a  Bertinoro  esser 
arrivato  un  commessario  del  papa  con  danari,  il  quale  aspet- 
tava il  Fracassa  per  {spedirlo  subilo  alla  volta  di  Roma  ,  e 
a  Lugo  aver  comandalo  un'uomo  per  casa.  Onde  egli  avea 
preso  partito  di  far  il  medesimo  ne'luoghi  della  Repubblica 
e  ordinato  che  ad  un  cenno  di  bombarda  tutti  s'  unissero 
insieme  por  riparare  a'disordini  che  poleano  nascere.  Sapeasi 
che  Lodovico  Sforza  partilo  di  Milano  era  ilo  a  Ferrara  per 
tirare  alla  lega  il  suocero  ,  e  che  il  signor  di  Peserò  con 
centoventi  uomini  d'arme  ,  e  cinquanta  cavalleggierì  si  era 
mosso  per  la  volta  di  Roma;  a  cui  poi  il  papa  diede  Lucre- 
zia sua  fi?;liuola  per  moglie.  Pandolfo  M;ilatesta  signor  di 
Rimino  esser  con  cento  uomini  d'arme  stato  condotto  dai 
Veneziani,  e  stare  apparecchiato  per  fare  i  comandamenti 
del  papa;  per  la  qnal  cosa  mandò  Virginio  finalmente  un 
suo  uomo  alla  Repubblica,  facendole  intendere  com'egli  si 
contentava  di  rimotlcre  la  causa  di  giustizia  in  ruota  in 
quattro  cardinali,  Napoli,  Lisbona  ,  S.  Piero  in  Vincola ,  e 
Siena,  con  rintervcnimcnto  di  due  dottori,  per  vedere  che 
nella  causa  si  proceda  di  ragione,  l'uno  del  regno,  e  l'altro 
Romano,  o  pur  Fiorentino;  la  qual  cosa  intesa  dal  papa  con 
grande  indegnazione  ,  avea  negato  così  agli  ambasciadori 
regi,  come  a'Fiorenlini  di  voler  soprassedere  nella  già  della 
causa  solo  otto  giorni;  nel  qual  tempo  per  avvisi  di  Jacopo 
Guicciardini  s'intese,  rome  il  conte  di  Caiazzo,  e  Bartolom- 
mco  Calco  lasciati  governalori  fra  gli  altri  da  Lodovico  in 
Milano,  l'aveauo  fatto  noto  come  era  poco  innanzi  arrivato 
in  gran  fretta,  e  sconosciuto  di  Francia  il  conte  Carlo  dì 
Belgioso  con  lettere  di  credenza  di  mano  del  re  contenenti 
cose  d'importanza  grandissima  a  Lodovico;  e  che  di   corto 


LIBRO   VENTlSEESlMO.  333 

s'aspellava  un  uomo  del  re  ;  a  che  il  Guicciardini  soprag- 
giugneva,  che  per  ordine  di  Lodovico  si  preparavano  in 
tulio  lo  sialo  le  genti  d'arme,  delle  quali  voleva  fare  la 
mostra,  tornalo  che  fosse  a  Milano.  Le  quali  novelle,  ben- 
ché rinlero  ancora  non  si  sapesse,  facendo  dubitar  ciascu- 
no di  movimenli  grandissimi,  fecero  far  diverse  delibera- 
zioni. 1  Fiorentini  sollo  titolo  dell'antica  amicizia,  la  quale 
era  sempre  continuala  Ira  la  casa  di  Francia  e  la  loro  Re- 
pulblica,  e  perchè  gran  tempo  era  passalo,  che  al  re  Carlo 
ambasciadore  alcuno  non  avcano  man<lalo  ,  gliene  elessero 
due,  Gentile  vescovo  d'Arezzo  ,  e  Piero  Sederini,  quello 
che  fu  poi  gonfaloniere  a  vita;  i  quali  de'raovimenli  e  pen- 
sieri del  re  diligenlemente  intendessero,  e  la  loro  Repub- 
blica, se  in  alcuna  cosa  egli  aveva  conira  di  lei  sdegno 
conceputo,  scusassero,  e  quella  d'ogni  accidente  tenessero 
particolarmente  avvisata.  Il  re  Ferdinando  dall' altro  canto 
volendo  dare  al  papa  ogni  sodislazione  che  fusse  possibile; 
poiché  si  era  accorto  ,  né  con  1'  abate  Roggio  ,  né  con  il 
Brancaccio,  aver  la  durezza  di  Virginio  potuto  ammollire, 
deliberò  mandarvi  don  Fiderigo  suo  figliuolo.  E  perchè  tra 
tanto  le  provvisioni  della  guerra  non  allentassero  ,  aveva 
commesso  al  duca  di  C  davria,  che  s'avvicinasse  con  la  ca- 
valleria alla  fossa  di  Palena  per  potersi  spignere  ove  fusse 
il  l'isogno.  Ma  venuto  l'uomo  che  di  Francia  s'aspettava  in 
Milano,  il  cui  nome  fu  Perone  di  Baccie,  non  si  s'.elte  più 
a  dubitare  quello  che  il  conte  Carlo  con  le  leltere  della 
credenza  del  re  s'avesse  portalo.  Onde  e  le  coperte  prati- 
che Il  nule  innanzi  da  Lodovico,  e  tulle  le  sue  fi  odi  e  in- 
ganni si  fecero  a  tutto  il  mondo  apertamente  palesi.  Costui 
avendo  esposta  l'anibasciata  del  re  a  Milano  e  a  Venezia, 
giun«;e  finalmente  a  Firenze  a'21  di  luj^lio  nel  gonfalonerato 
di  Giovanni  Francesco  Tornabuoni,  e  avuto  quattro  di  poi 
a  udienza  dal  gonfaloniere  e  da'signori  disse;  Come  il  suo 
re  Carlo  VII!  era  restato  erede  della  casa  d  Angiò  ,  a  cui 
per  antiche  ragioni  si  apparteneva  il  Reame  di  Napoli,  e 
che  poiché  egli  aveva  assettato  alcune  differenze  che  ave- 
\a  in  casa  col  re  di  Spagna,  con  Massimiliano  d'Austria,  e 
con  quel  d  Inghilterra,  aveva  stimalo  esser  venuto  il  tempo 
opportuno  di  ricuperar  il  suo,  e  per  questo  aver  delibera- 


n34  DFi  l'istorie   FIOnENTlNE 

to  di  far  l'impresa  d'esso  Reame;  ma  perchè  per  l'amicizia 
che  egli  e  il  re  suo  padre   specialmente,  e  lutti  i  suoi  pre- 
decessori aveano  avuto  con  la  loro  Repubblica  ,   giudicava 
esser  cosa  mollo  convenevole  il    comunicarle    la    della  sua 
deliberazione;  non  solo  aver  voluto  far  questo,  ma  eziandio 
come  di  <ari    e  confidenti   amici  aver  preso    fidanza  di  do- 
mandar loro  in  questo  suo  giusto  e  onorevole  proponimen- 
to consiglio  e  aiuto  ;  perciocché  di    Milano     e  di    Venezia 
riportava  risposte  tali,  che  il  suo  re  aveva    cagione    di    ri- 
manerne sodisfatto.  Non  venne   inaspettata  questa  richiesia 
«'Fiorentini,  p<  rciocchè  Lodovico    Sforza  procedendo  con 
la  solita   simulazione  avea    già    fatto    palese    ali'  arabascia- 
dor  Guicciardini    l'intendimento  del  re;    e    come    se    non 
fusse  egli  stato  colui,  il  quale  per  mezzo  del  già  dello  con- 
te Carlo  di  Belgioso  avesse  il  re  confortato  a  venire  in  Ita- 
lia, 0  che  pure  scioccamente   conlìdasse    cose  di  tanta  im- 
portanza poter  slar  liuigo  tempo  celale  ,  avea   mostrato    in 
palese  non  solo  aver  chiesto  tempo  di  rispondere  all'amba- 
sciala di  Perone,  ma  dopo  a'cnni  giorni    avergli    risjioslo  , 
(he  consigliato  da'suoi  voleva  allendor  prima  quello,  che  il 
papa  e  i  Veneziani  maggior  principi,  a  cui  Perone  mostrava 
esser  ancora  mandato,  si  rispondessero;  che  egli  in  quanlo 
a  se  non  avrebbe  mancalo  dell'obbligo  e  debito  suo  ;    per 
la  qual  cosa  furono  da  i  Fiorentini  senza  porre  altro  tempo 
in  mezzo,  risposte,  in  quanto    a'  complimenti,  parole  tutte 
pione  di  benivoicnza  ,  e  d'  amorevolezza    grandissima  :    ma 
dalle  quali  non  si  liaeva    conclusione    al  una  ,    avendo  nel 
fine  del  lor  parlare  detto  ,  che  ,  salso  l'onore  e  la  dignità 
della  loro  Repubblica,    avrebbono   in    servigio  del   suo    re 
tutte  quelle  cose  failo,  a  che  le  forze  loro  si    estendesse- 
ro. Ma  fatto  già  palese  a    tutta    Italia    onde    questo    male 
traeva  origine,  e  veggendo  il  re  Ferdinando,  che   gli  con- 
^eniva  placar  Lodovico  e  il  papa,    battè  tanto  per    mezzo 
tli  don  Federigo  con  Virginio,  che  finalmente   1'  accordo  si 
'  conchiuse',  per  lo  quale  rimanendo  le  castella  a    Virginio  , 
al  papa  si  doveva  pagare  una  somma  di  danari,    che  parie 
dal  re,  e  parie  da  i  Fiorentini  si  trassero  ;    benché  in  sul 
principio  moslrando  eglino  ^di  non  a\er  con  Virginio  quelli 
interessi,  che  il  re  v'aveva,  si  fossero  affaticati  di  non  pa- 


LIBRO   VENTISEESIMO.  335 

prnrii.  Conchiuse  similmenle  il  re  il  matrimonio  della  ni[)0- 
lo  col  figlinolo  (1(1  pnpa  ,  a  cui  diede  in  dota  il  principato 
(li  Squillaci;  e  a  Lodovico  cercò  di  dar  tulle  quelle  soddi- 
sfazioni e  sicurtà  che  fosser  possibili  ,    perchè   egli  di  far 
venire  i  Francesi  in  Italia  si  rimanesse  ;  tanto  al    re  final- 
monte  appartenendo  la    moglie  di  Lodovico  ,  e  per  conse- 
guente il  figliuolo,  il  quale  nel  principio  di  quest'iinno  f;li 
era  nato,  quanto  Isabella  moglie  del  duca  Giovanni  Galeaz- 
zo, e  il  figliuolo  nato  di  loro  gli  appartenevano,  ad  amen- 
due  d(i'quali  egli  era  bisavolo.  Ma  Lodoviio,  il  quale  non 
tallio  di  Ferdinando,  avvezzo  a  saper  moderar  le  sue  voglie, 
qiinnlo  del  duca  di  Calavria  temeva  .  di    cui    gli    interessi 
orano  dispari,  facendo  sembianti  di  ricevere  umanamente  i 
confarti  del  re  e  dacronsenlirvi,  andava  in  guisa  pa'^^^cendo 
di  speranze  i  vecchi   confodorali  ,    che  parca  (he  i  rumori 
della  venuta  di  Cario  si  fussorn  racchetati  ,    e  che,  posale 
Tarme  per  la  dilTerenza  di  Virginio  commosse,  non  s'aves- 
se pili  d'altra  novità  a  dubitare.  In  questo  stalo  di  cose  en- 
trò gonfaloniere  la  terza  volta  Francesco    Valori  con  prin- 
cipi molto  lieti;  perciocché  1'  oratore  Francese  ,  il  quale    a 
Roma  era  sialo,  non  riportava  dal  pontefice  miglior  risrilu- 
zione  di  quella,  che  di  Venezia    e   di  Firenze    cavata    s'a- 
vesse, e  l'aver  Alessandro  crealo  a"2l  di  sellemhro    dodici 
cardinali  tenea  la  corte  in  giubbilo  e  tutta  Italia;  tra  il  qual 
numero  trovandosi  il  figliuolo  del  duca  di  Ferrara  fallo  por 
opera  di  Lodovico,  non  furono  tardi    i    Fiorentini    a  ralle- 
grarsene col  padre  e  col  cognato.  Vennero  bm  triste  e  do- 
lorose novelle  ne'primi  giorni  del  mese  seguonle  alla  Città 
per  un  breve  del  pontefice:  per  lo  quale  notificava  alla  si- 
gnoria la  miserabile  strage  succeduta  in  Croazia  dall'arme 
di  Baiazzelle  principe  de  Turchi  ,  domandando  per  questo 
da'principi  Cristiani  aiuto  e  consiglio.  La  qual  novella  non- 
dimeno por  le  cose  che  allora  correvano    tornava  mollo  al 
proposito  di  coloro,  che  della  polenza    de'  Francesi    avenn 
timore,  sperando  che  con  miglior  consiglio  s'avessero  a  vol- 
gere l'arme  conlra  gli  infedeli,  che  pensar  pure  in  così  fatti 
lerrpi  d'aver  a  tra\agliare  l'Italia;  anzi  è  cosa  certa  essers^i 
valuto  Ferdinando  di  questa  occasione,  e  finto  da  se  slesso 
rumori  e  sospetti  de'l'arme   Turchesche    ogni    volta  che  as 


336  dell'istorie  fiorkntijje 

potilefici  per  le  gare  che  Ira  loro  passavano  ,  volca  porre 
alcun  freno.  Ma  i  Fioreniini  risposero  al  ponlefice  ,  che 
concorrcrebhono  pronlameiile  come  veri  e  buoni  cristi;  ni  a 
ciascuna  di  quelle  cose  per  la  lor  rata  ,  a  che  gli  altri  prin- 
cipi concorressero.  Supplicar  Lene  sua  Beatitudine  a  non 
voler  che  di  ciò  apparisse  alcun  pubblico  lor  alto,  per  ron 
far  danno  a'mcrcatanli  de  la  nazione,  de'quali  gran  numero 
e  con  grandi  faccende  si  ritrovava  allora  nelle  terre  suddi- 
te al  Turco.  Ricevetlesi  similmente  in  luogo  di  buono  e  op- 
porluno  avviso  il  matrimonio  fallo  Ira  Biancamaria  sorella 
del  duca  Giovanni  Galeazzo  e  Massimiliano  d'Austria;  il 
quale  per  la  morie  del  vecchio  impcradorc  Federigo  suo 
padre,  morto  pochi  mesi  innanzi  d'eia  dotlanla  anni  ,  cosa 
rara  Ira'principi,  nell'imperio  Romano  era  succeduto  ;  per- 
ciocché essendo  state  Ira  Massimiliano  e  il  re  di  Francia 
gravi  e  lunghe  inimicizie,  benché  si  fusscro  riconciliali,  non 
si  giudicava  che  Massimiliano  la  grandezza  de'  Francesi  si 
avesse  giammai  a  sostenere;  oltre  che  non  tornando  a  pro- 
posito di  Lodovico  istesso,  né  de'Veneziani,  né  di  chiunque 
avea  stali  in  Italia,  che  un  principe  così  polente  vi  mettesse 
pie,  non  si  facea  credibile  da  chi  sanamente  discorreva,  che 
egli,  il  quale  di  prudente  e  di  savio  voleva  aver  nome,  a  sì 
notabile  errore  si  lasciasse  precipitare,  né  che  i  Veneziani, 
per  quanto  nelle  lor  forze  sarebbe  stalo,  il  consentissero  ; 
ma  gli  uotriini  avvezzi  a  temere  i  perieoli  presenti,  purché 
a  quelli  riparino,  si  lasciano  agevolmente  lusingare  a  sperare 
nelle  difficollà  lontane  il  beneficio  della  fortuna  e  del  tem.- 
po;  talché  é  fallace  consiglio  mettere  altrui  in  necessità, 
con  speranza  ch'egli  non  t'abbia  a  nuocere,  perché  a  se 
stesso  ancora  nocerebbe.  La  qual  cosa  non  molt'anni  dopo 
nel  medesimo  Lodovico  si  fé  manifesta  ,  quando  non  cre- 
dendo che  i  Veneziani  volessero  principe  più  di  lui  potente 
in  quel  dominio,  e  per  questo  in  molle  cose  slranandogli, 
fuor  d'ogni  sua  opinione  si  senti  falla  una  lega  addosso  dal 
re  di  Francia  e  da'Veneziani.  Piero  Capponi  fu  l'ullimo  gon- 
fahiniere  di  quell'anno.  In  questi  estremi  mesi  tulle  le  liete 
s()eranze  per  diversi  accidenti  e  avvisi  concepule  s'incorain- 
ciarc)tio  a  turbare;  dolendosi  Lodovico  con  la  Repubblica, 
che  gli  ari  basciudori,  i  quali  ella  avea  in  Francia  mandato, 


LIBRO  VENTISEESIMO.  337 

ed  erano  siali  ben  veduli  dal  re,  avessero  male  di  luì  par- 
lato con  monsignor  di  Sommalo  rainislro   mollo    polente  e 
di  molla  autorità  appo  il  re  Carlo.  Il  che  egli  diceva,  o  per- 
ché di  ciò  veramente  falsa  informazione  avesse  avuta,  o  che 
pure  avendo  egli  fallo  intendere  al  re,  che  i  Fiorenlini  più 
alii  Aragonesi  che  alla  casa  di  Francia  inclinavano,  dubitava 
che  quelli,   in  opposizione  di  ciò,  molle  cose  avesser  dello 
della  sua  malvagia  natura  e  costumi.  Il  medesimo  Lodovico 
aveva   vietato  a  Marino  Brancaccio  ,    il    quale  dal  re  gli  si 
mandava  ambasciadore    per  rallegrarsi  del    matrimonio  della 
nipote,  che  a  quella  corte  s'avvicinasse;  ancorché  non  solo 
questa  ambasceria  fusse  pubblicata,  ma  già  entrato  il  Bran- 
caccio in  cammino  e  a    Roma  venutone,  e  non  prima  giun- 
togli questo  avviso,  che  ad  Acquapendente.  Volle  conlutlo- 
ciò  il  re  che  in  ogni  modo  egli  a    Firenze   ne   venisse  ,  e 
alla  Repubblica  l'alterigia  e  arroganza  di  Lodovico,  benché 
modestamente,  manifestasse.    Dubitando    dunque    i    recchi 
collegati  del  suo  finto  e  perverso  animo  ,  i  Fiorenlini  taci- 
tamente; ma  il  re  palesemente  ,  come  quello  centra  il    cui 
sialo  la  guerra  si  minacciava  ,    atlendeano    a    provvedersi  , 
avendo  egli  deliberalo  opporsi  a  quest'impeto  con  due  eser- 
citi, l'uno  per  mare  sotto  don  Federigo,  e  questo  fusse  di 
cinquanta  galee  e  di  dodici  navi   grosse,  l'altro   per   terra 
sotto  il  duca  di  Calavria  con  quel  maggior   numero  di  fan- 
teria e  di  gente  d'arme  che  avesse    potuto.    E    nondimeno 
avendo  propo.sto  di  tentar  prima  ogn'  altra    via  ,  che  quella 
dell'arme,  deliberò  mandare  Cammiilo  Pandone  al  re  Carlo, 
per  intendere  da  lui  per  qual  offesa  da  se  ricevuta  a  muo- 
vergli guerra  contro  aveva  impreso.  E  dall'  altro  canto,  se 
vero  è  quello  che  alcuni  autori  hanno    lasciato    scritto  ,  fu 
creduto  che  ciò  facesse  o  per  corrompere  con  danari  colo- 
ro, i  quali  appo  il  re  eran  di  nome  e  d'autorità,  perchè  la 
guerra  non  andasse  innanzi  ,  o  pure  per  tirare  l'istesso  re 
ad  alcuna  sorte  d'accordo,  proponendo  o  censo  ,  o  tributo, 
0  qualsivoglia  altra  sorte  di  ricognizione  e  alto  d'umiltà,  e 
di  sotlomelterglisi,  purché  nel  suo  regno  pacificamente  ripo- 
sare il  lasciasse.  Ma  è  vano  ogni   studio  dell'  umana  prov- 
videnza, quando  o  per  i  nostri  peccali,  o  per  altra  cagione 
a  gli  occhi  e  giudizio  de'morlaii  incognita,  è  fallo  vicino  il 
Amm.  Vol.  V.  22 


338  dell'istorie  fiorentine 

tempo  della  nostra  rovina.  Giunsesi  agli  altri  travagli  del 
re,  ch'ei  fu  dal  papa  ricliieslo,  ch'egli  a  far  ubbidire  il  car- 
dinale S.  Piero  in  Vincola,  il  quale  ricusava  di  venire  a  Ro- 
ma, si  disponesse;  e,  quando  il  cardinale  ciò  non  volesse 
fare,  allora  i!  re  a  farli  consegnar  Ostia  ,  la  qual  citlà  con 
la  rócca  in  poter  del  cardinale  si  ritrovava,  l'aiutasse.  lire, 
che  in  tempi  così  malagevoli  conosceva  ottimamente  a  che 
le  domande  del  papa  tendevano,  perchè  da  lui  con  V  occa- 
sione di  nuove  diflìcollà  maggior  cose  conseguir  potesse, 
rispose  non  aver  col  cardinale  S.  Piero  in  Vincola  interes- 
se alcuno,  porche  egli  credesse  poter  di  lui  a  suo  modo 
disporr^",  ma  che  ricordava  bene  a  S.  Beatitudine  cotesto 
esser  tempo  più  atto  a  pensare  alle  cose  del  Turco ,  che  a 
quelle  d'Ostii.  Di  che  il  papa  si  sdegnò  in  guisa,  che  aven- 
do promesso  di  mandar  Don  Ginflre  per  vi-itar  la  sposa  , 
apertamente  negò  di  mandarlovi  ,  lamentandosi  con  gravi 
querele  di>l  re  ,  e  talora  infin  con  paro'e  in;^iiiriose  minac- 
cinni'oli  d'avcrnelo  a  far  pentirò.  Nella  qual  condizione  di 
cose  diede  prin.iiiio  al  suo  goiifalonieia  o  e  all'anno  149ÌF'- 
lippo  dell'Anlella;  nel  qual  temjjo  non  che  gli  incomirciati 
sospetti  d  minuissero,  anzi  andavan  tuttavia  maggiormente  cre- 
scendo; essendosi  Lodovico  col  Guicciardini  grandemente  do- 
luto, che  il  re  Ferdinando  col  far  vista  di  rislrignrrsi  con  1  ara- 
ba ciador  'V'eneziano,  e  e  )1  Fiorentino  in  parte  'i[  arie  cose  che 
occorrevano,  non  tenesse  del  suo  quel  conto  che  e;;!i  doveva; 
oltre  che  diceva  non  esser  da  soffrire  in  modo  alcuno,  che 
egli  sostenesse  san  Piero  in  Vincola  in  sugli  occhi  de!  papa 
rontra  sua  voglia  ;  i  quali  suoi  modi  e  artifìci  prometteva 
che  un  giorno  gli  lornorebbono  in  capo,  e  quello  esser 
mollo  vicino.  Quindi  confortava  i  Fiorentini  a  voler,  secondo 
il  costume  de' lor  maggiori,  procedere  unitamente  con  lo 
stalo  di  Milano  in  ciò  che  fusse  per  seguire  in  Italia  ;  il 
(he  tanto  più  dicea  egli  che  essi  dovean  fare,  quanto  che 
ci  credeva,  che  sarebbono  dal  re  di  Francia  costretti  a 
dichiararsi.  Ne  delle  parole  erano  più  lenti  gli  ell'ctli;  per- 
ciocché avea  chiamalo  a  Vigevano,  ov' egli  allora  si  ritro- 
vava, Giovanni  Adorno,  e  coniai  preso  ordine  di  far  armare 
in  Genova  cinquanta  galee  sottili,  nella  qual  citlà  aveva 
accresciuto  la  guardia    di    dugento  provvigionali ,    affinchè 


MBRO   VENTISEESIMO.  339 

mentre  egli  dicea  di  parole,  altri  non  facesse  di  falli;  come 
fu  la  sua  risposta  all'  ambasciadore  del  re  .  che  la  cagione 
di  questa  guardia  gli  adduoiandava ,  accennando  per  avven- 
tura il  sospetto,  che  poi  venne  a  luce,  che  il  re  Ferdi- 
nando non  tentasse  di  mutar  lo  stato  di  Genova.  Era  egli 
concorso  a  soldare  insieme  col  papa  per  capitano  delia  fan- 
teria Domenico  Doria  con  due  mila  scudi  l'anno.  A  fatica 
si  era  lascialo  condurre  di  dar  audienza  a  Cammillo  Pen- 
done, il  quale  andava  in  Francia,  non  ricevuto  da  lui  c.m 
sorte  alcuna  d'  onorevole  accoglienza.  Aveva  mandato  bando 
che  niuno  suddilo  di  quello  stato  andasse  a  soldo  di  prin- 
cipe o  signoria  alcuna  senza  espressa  licenza,  sotto  pena  di 
ribellione.  Il  simile  avea  fallo  intendere  a  Genova ,  nonché 
degli  uomini,  ma  de' lor  legni  e  navili;  benché  ad  un  nuovo 
ambascindore  del  re  di  Francia  avesse  permesso ,  che  egli 
potesse  in  quella  cillà  soldare  dodici  galee  -,  che  a  niuno 
forestiero  o  mercatante  si  vendessero  arme.  Nondimeno 
non  solo  le  vere,  ma  anco  le  non  vere  cose  a  gli  odj  e 
gare  che  erano  tra  questi  principi  erano  assegnate  ,  come 
nella  pestilenza  tulli  i  mali  o  morii  che  accaggiojio  si  dice 
procedere  da  essa  pestilenza,  da  che  nasceva,  che,  avendo 
i  Colunnesi,  capi  di  fazione  ghibellina,  fatto  opera  di  rimet- 
tere i  fuoruscili  in  Norcia,  il  papa  ,  del  cui  stato  era  quella 
cillà,  dal  re,  di  cui  i  Coìonnesi  eran  soldati  ,  questa  ingiuria 
riconosceva.  Al  qual  re.  Lodovico  ancora  attribuiva,  che 
Geronimo  Tullavilla  ,  che  per  Ire  anni  era  stato  a  gli  sli- 
pendj  del  duca  di  Milano,  e  da  esso  Lodovico  era  ben  ve- 
duto, gli  avesse  chiesto  licenza,  e  d  d  servigio  della  corte 
partitosi.  Quando  nel  mezzo  di  tanli  rumori  vennero  ina- 
spellalamenle  avvisi  della  morte  del  re  Ferdinando,  morto 
in  due  giorni  per  cagione  di  flusso,  sopravvenendo  catarro, 
a'25  di  gennaio,  nel  qual  dì  Alfonso  d;ica  di  Calavria  ca- 
valcalo, come  si  costumava,  per  la  ritta,  e  fallo  le  solile  ci- 
rimonie avea  preso  titolo  di  re.  1  Fiorentini  gli  mandarono 
due  ambasciadori  Agnolo  Niccolini ,  e  Pierfilippo  Pandol- 
fini ,  sì  per  allrislarsi  seco  della  morte  del  padre,  come 
per  rallegrarsi  d'  avere  felicem-?nte  e  con  il  cunlenlameiito 
de' suoi  sudditi  succeduto  a'iimpeiio  paterno  ;  la  qualcosa, 
non  solo  com'ogn'allra  comunicarono    con    Lodovico,  ma 


340  dell' ISTOBIE    FIORENTINE 

il  pregarono  a  non  pigliar  ombra  di  ciò  ,  se  secondo  il  co- 
stume antico  della  città  si  era  in  lal  caro  mandata  una  si  fatts 
ambasceria  ad  un  principe  confederato.  IS'è  bisognnva  far  mi- 
nori complimenti  con  quell'uomo,  avendo  ejili  non  senza  suo 
grande  sdegno,  il  quale  solca  r, coprire,  riferito  al  Guicciar- 
dini, com  !  i'  nu  V  )  re  poco  innanzi  la  morie  del  padre  avea 
fallo    un   pasto  all' amba-iciador   veneziano    e   al    fiorenlin) 
senza  chiamarvi  il  suo ,  ma  che  si  dolca  ,    che    Ferdinando , 
il  quale  inlìno  nelle  piccole  cose  volca  mostrargli  il  suo  ca- 
livo  aiiimo ,  non  fusse  vivo  per  farlo  ravvedere,  eh' eg'i  era 
principe  da  essere  stimato;  nò  mancava  mfin    neir  ira    delli 
solila  simulazione,  mostrando  riconoscer  questa  ingiuria  piut- 
tosto da  Ferdinando  morto,  che  da  Alfonso  vi\o,  acciocché 
fusse  a  tempo,  secondo  le  cose  di  Francia  succedevano,  di 
poter  a  suo  piacimento  seguitare    l'amicizia  o  nimicizia  del 
nuovo  principe  ;  benché  avendo  il  re  Carlo  liei  nzialo  gli  am- 
basciadori,  i  quali  appo  lui  dimoravano,  di  Ferdmando,  e  al 
Pandone  mandato  a  dire  che  tornasse  indietro ,  la  guerra  si 
tenesse  per  ferma  ;  olire  1'  esser  egli   ultimamenle  di  Tours 
venuto  a  Lione ,  non  per  altro  effetto  ,    che    per    poter  con 
piti  agio  attendere  a' provvedimenti  della  guerra.  Profiferivasi 
ancor  Lodovico  di  far  opera ,  che  in  Francia  non  si  facesse 
calca,  perchè  i  Fiorentini  s'avessero  a  dichiarare,  e  nondi- 
meno domandava  loro ,  se  a'  nuovi  ambasciadori  che   aveano 
eletto  per  mandar  in  Francia  aveano    dato    commessione   dì 
dichiararsi-,  la  qual  cosa  Piero  de' Medici  con  moile  dilazioni 
e  arli  andava  schifando ,  ora  mostrando    come    essendo  egli 
confederato  col  re  Alfonso,  non  polca  ciò  fare  senza  incor- 
rere in  manifesto  biasimo  della  fede  pul)b!ica  e  della   priva- 
ta; ora  facendo  toccar  con  mano,  che   qualunque    dichiara- 
razione  egli  facesse  prima  che  il  re  Carlo  passasse  in  Italia, 
non  polca  essere  senza  suo  gran  pericolo.  Essendosi   cono- 
sciuto per  antica  isperienza  doversi  più  dubitare  d  un  nimico 
vicino,  benché  debole,  che  non  confidarsi  in  un  amico  lon- 
tano ancorché  polente  ;  senza  che  fioriva  allora  molto  di  sol- 
dati e  di  capitani  il  regno  napoletano;  né  si  stimava  che  1"  i- 
nimicizia  d'  Alfonso  col  pontefice  avesse  a  durar  lungo  tem- 
po. La  quale  ogni  volta  che  fusse  tolta  via ,  poco   restava  a 
quel  regno  di  lemere  doli'  armi  forestiere  ;  il   quale    mentre 


LIBRO   VENTISEESIMO.  341 

!a  chiesa  avea  saputo  conservarsi  amica ,  si  era  sempre  con- 
dono a  porlo  d'ogni  tempesta  che  gli  si  era  scoperta.  E  ap- 
punto nel  gonfalonerato    di    Tommaso    Minerbetli  gitmsero 
avvisi  come  Virginio  Orsino  ,  il  quale  da  nimico  era  diven- 
tato confidente  e  amico  del  pontefice ,  era  di  quei  di  segre- 
tamente venuto  in  Roma  e  abboccatosi  col  papa  ,  solo    per 
assettar  le  dilTercnze  che  avea  col  re,  e  che  entratovi  poscia 
pubblicamente  con  trecento   cavalli   verso  il  fine  di  marzo  , 
e  smontato  in  palazzo  avesse    tolto    via    ogni    ruggine    che 
fusse  tra  loro.  Per  la  qual    cosa    si    crede ,    che  per  opera 
del  medesimo  Virginio  si  fusse  ancor  Piero  de'Medici,  oltre 
!a  naturale   inclinazione  ,    risoluto    affatto  di  correre  la  for- 
tuna di  Alfonso;  il  quale  non  mancando  in  tanto  suo  biso- 
gno d'  ogni  cortese  e  umana  dimostrazione  per  conservarsi 
gii  amici  suoi ,  avea  subito  dopo  la  morte  del   padre    man- 
dato a  Firenze  Piero  Pagano  per  proferire  le  forze,  l'avere, 
e  la  persona    propria  in  beneficio  e  comodo    de' Fiorentini. 
Ma  nel  mezzo  di  tanti  e  si  grandi  movimenti ,  non    mancò 
in  Firenze  per  leggier  cagione ,  se  lieve  cagione  sono  negli 
animi  giovenili  gli  affetti  amorosi ,  di  succeder  grave  e  ina- 
spettala rovina;  la  quabs  qual  ella  fu  ,  mescolatasi  con  l'al- 
Ire  ,  affrettò  e  accrebbe  i  danni  comuni    d'Italia.    Fierfran- 
cesco  de'Medici,    di    cui    altra   voila  mi  ricorda  in  questa 
istoria  aver  fatto  menzione  ,  lasciò,  morendo  ,  due    figliuoli 
molto  ricchi,  Lorenzo  e  Giovanni;    de' quali    Giovanni   fra 
lutti  i  Fiorentini  il  più  bel  giovane  di  quei  tempi    fu   ripu- 
tato. Costui  essendo  una  sera  mascherato  in  una  veglia,    e 
non  potendo  da  Piero  de'  Medici  come  competitore   nell'  a- 
raor  d'una  geni  il  donna,  che  egli  amava,  esser  sofferto,  fu 
da  lui  ,  0  non  conoscendolo  ,  o  infinito  di  non  averlo  cono- 
sciuto ,  vilhinamente  schernito ,  avendogli  con  uno   schizza- 
tolo d' inchiostro    imbranato    una    tonaca  ,  che  egli  portava 
indosso  di  tela  d'argento.  Il  giovane,  o  perchè  non  volesse 
esser  conosciuto  ,  o  perchè  il  pigliarla  allora  con  Piero  non 
gli  paresse  partito,  sostenne   quell'oltraggio  il  meglio    che 
potè  senza  farne  altro  risentimento.  Ma  abbattutosi  pur  ma- 
scherato in  un'altra  festa  di  nolte,  ove  ancor  Piero  si  ritro- 
vava a  far  1'  amore  con  la  medesima  gentildonna ,  Piero  re- 
candosi ad  onta  ,  come  gli  uomini  grandi  fanno  ,    che    a  tri 


3VJ  ÒELL' ISTORIE   FIORENTINE 

fusso  colanlo  ardilo  ari  amare  la  rlnnna  sua,  s'avventò  lutlo 
cruccioso  addosso  a  Giovanni ,  e  postagli  la  mano  al  mento, 
gli  tolse  la  maschera  dal  viso.  Allora  Giovanni,  trovandosi 
seco  Lorenzo  suo  fratello  ,  e  per  avventura  alcun  altro  dei 
suoi  amici ,  posto  mano  ad  un  pugnale  che  aveva  a  lato,  gli 
trasse  con  quello  d'  un  gran  colpo  nel  petto  ,  e  subitamente 
tu  tutta  la  casa  di  rumore  e  di  scompiglio  ripiena,  non 
avendo  però,  per  una  corazza  che  Piero  aveva  indosso  male 
alcuno  ricevuto.  La  mattina  seguente  notificala  questa  cosa 
da  Piero  a'  magistrati ,  e  desiderando  egli  che  si  proce- 
desse contra  i  fratelli  de' Medici  «everamcn'.e  ,  fu  chi  gli 
disse,  che  egli  non  avvezzasse  altrui  a  incrudelire  contra 
del  sangue  proprio,  da  che,  terap«"ralo  alquanto  il  swo  sde- 
gno ,  consenti  che  fusser  nelle  lor  ville  per  alquanto  tempo 
confinati;  ma  eglino  avendo  poi  rollo  il  confino,  e  per 
mezzo  di  Lodovico  fatti  conoscere  al  re  Carlo,  non  man- 
carono di  mostrare  al  re  T  inclinazione  di  molti  cittadini 
principali  esser  molto  diversa  da  quella  di  Piero  ;  e  che 
perciò  leggiermente  conseguirebbe  egli  da  quella  città  tutto 
quel  che  volesse  ,  ogni  volta  che  per  mezzo  della  sua  au- 
torità, tolto  il  governo  di  mano  d'  un  giovane  temerario  ,  la 
Repubblica  fusse  restituita  nella  primiera  sua  libertà.  Intanto 
erano  di  Firenze  stati  mandati  nuovi  ambasciadori  al  re 
Carlo,  Guid' Antonio  Vespucci  e  Piero  Capponi  per  fare 
ogni  opera,  che,  senza  scoprirsi  nimici  del  re  Alfonso,  amici 
di  quella  corona  restassero  :  da  cui  appunto  il  contrario  sì 
ricercava  ,  come  per  gli  ambasciadori  suoi ,  i  quali  si  rap- 
presentarono ne'  primi  giorni  di  maggio  alla  nuova  signoria 
entrata  col  gonfaloniere  Niccolò  M;irlelli  si  fé  manifesto. 
Costoro  furono  monsignor  d'  Ubigni ,  il  generale  di  Francia, 
il  presidente  di  Provenza  e  Perone  di  Baccio ,  qucl'o  che 
l'altra  volta  v'era  stato  mandato,  de"  quali  parlando  il  pre- 
sidente in  nome  di  tolti  ,  dopo  aver  delle  le  solite  cerimo- 
nie, richiese  la  Repubblica  nell'impresa  del  suo  re  di  con- 
siglio ,  di  favore  e  d'aiuto,  e  particolarmente  di  passo  e 
di  vettovaglia  per  l'esercito  co' suoi  danari.  Fu  risposto,  in 
quanto  alle  cerimonie,  da  alcuno  de'  signori  subilo  e  larghis- 
simamente.  In  quan'o  alle  domande  richieser  tempo  per 
poter,  secondo  1'  uso  della  citlà,  conferir  cosa  di  tanta  im- 


LIBRO   TENTISEESIMO.  343 

portanza  co'  primi  lor  cittadini ,  perchè  fu  fallo  ragunare  in 
palazzo  il  consiglio  de' settanta  ,  e,  oltre  a  ciò,  di  lutti  ve- 
duti e  seduli  gonfaloniere  di  giustizia  da  trentaquattro  anni 
in  su ,  che  fu  copiosissimo  numero  ;  i  quali  di  pari  consen- 
timento concorser  tutti  a  dover  perseverare  nell'amicizia 
degli  Aragonesi  lor  confederali;  talché  non  fu  fatta  risposta 
a' Francesi ,  la  quale  fu  data  in  scritto,  che  fusse  d'alcun 
momento.  Non  miglior  risposta  riportarono  da  Sanesi,  scu- 
sandosi che  per  esser  il  loro  stalo  posto  nel  mezzo  d'Ita- 
lia, e  circondalo  lulto  di  maggiori  potenze,  non  vedevano 
come  potessero  far  alcuna  risoluta  risposta  senza  metter  le 
cose  loro  in  manifesto  pericolo.  Mentre  gii  arabasciadori 
francesi  andavano  in  questo  modo  tentando  gli  animi  dei 
potentati  d' Italia,  il  re  Alfonso  il  dì  dell'Ascensione  aveva 
ricevuto  in  Napoli  l'investitura,  e  presa  la  corona  del  regno 
di  mano  del  Icgiito  Apostolico  molto  pomposamente  ;  e  egli 
all'incontro  in  cambio  di  tanto  benefìcio,  avea ,  secondo  i 
patti  falli  per  mezzo  di  Virginio  ,  nominalo  don  GiufTre  suo 
genero  principe  di  Squillaci,  conte  di  Cariali,  e  protono- 
tario ,  uno  de' selle  ufficj  del  regno  con  dieci  mila  scudi 
d'entrata  per  ciascun  anno.  Al  duca  di  Candia  secondoge- 
nito del  pontefice  aveva  dato  il  principato  di  Tricarico ,  i 
contadi  di  Chiaramonte,  di  Lavria  e  di  Carinola  con  dodici 
mila.  Avea  crealo  gran  conestabile  il  primo  degli  allri  sette 
ulTicj,  Virginio  Orsino-  E  era  stalo  in  guisa  favorevole  ad 
Alessandro  circa  le  cose  d'Ostia,  che  la  città  e  il  castello 
con  certe  condizioni  era  pervenuto  in  potere  del  pontefice  ; 
per  tema  del  quale  si  era  poco  innanzi  da  quel  luogo  fug- 
gito in  sur  un  brigantino  accompagnato  da  un  solo  scudiere, 
ma  con  molti  argenti  e  somma  di  danari  il  cardinale  S.  Piero 
in  Vincola  ,  perchè,  andatosene  in  Frar^cia,  fusse  ancor  egli 
sprone  e  slimolo  ardentissimo  a  far  cabire  quella  nazione 
in  Italia.  Gli  ambasciadori  dunque  francesi ,  i  quali  passali 
al  pontefice  richiedevano  due  cose  da  lui,  rinvestitura  per 
lo  re  loro  del  reame  di  Napoli,  e  passo;  il  quale  non 
avendo  ,  dichiaravano ,  che  sei  torrebbono  in  ogni  modo  da 
loro.  Non  trassero  dal  papa  miglior  risoluzione  di  quella 
che  da'  Fiorentini ,  o  da'  Sanesi  tratta  s'  avessero  ;  percioc- 
ché egli  si  lasciava  primieramente  di  non  poter  investire  il 


344  dell'istorie  fiorentine 

re  di  Francia  di  quel  regno  ,  di  cui  già  il  re  Alfonso  si 
trovava  aver  investilo  ;  al  padre  e  avolo  del  quale  trovando 
filile  Ire  inveslilure  da  diversi  pontefici,  egli  non  aveva  a 
lui  potuto  vietare  la  quarta;  nondimeno  che  egli  si  profe- 
riva, essendo  sovrano  signore  di  quel  regno  la  sede  apo- 
stolica ,  di  araminislrarli  ragione ,  e  senza  mirare  in  viso  a 
persona  alcuna  assicurarlo ,  che  determinerebbe  quello  che 
fusse  di  giustizia.  In  quanto  all'altra  proposta,  egli  mo- 
strava come  trovandosi  il  re  Alfonso  confederalo  co' Fio- 
rentini,  l'autorità  de' quali  era  seguitata  da  tutto  il  rima- 
nente della  Toscana ,  a  lui  conveniva  per  gli  interessi  dello 
stato  ecclesiastico  non  tener  cammino  diverso  da  quello  dei 
suoi  vicini.  Ma  che  confortava  ben  il  re  a  volger  1'  arme 
prese  a' danni  de' cristiani  con  più  giusto  e  pio  titolo  con- 
Ira  del  Turco;  il  quale  se  nel  mezzo  della  pace  d' Italia  avea 
fatto  progressi  così  felici  centra  il  gregge  di  Cristo ,  or  che 
farebbe  in  tanta  occasione,  che  ella  e  dall' arme  di  fuori  e 
dalle  domestiche  combattuta  n'andrebbe  sossopra?  Parendo 
dunque,  mentre  costoro  cercavano  di  non  dichiararsi,  d'esser 
dichiarali  a  bastanza,  e  veggendosi  finalmente  che  le  cose 
anderebbono  in  questo  modo  ;  che  lo  stalo  di  Milano  e  Ge- 
nova seguirebbono  le  insegne  di  Francia  ;  i  Fiorentini  e 
la  sede  apostolica  quella  degli  Aragorjesi ,  e  che  i  Vene- 
ziani si  starebbono  a  vedere  ,  s' incominciò  ,  lasciando  ad- 
dietro il  fingere,  a  far  daddovero.  Per  questo  furono  dal  re 
di  Francia  licenziati  dalla  sua  corte  gli  ambasciadori  Fio- 
rentini, e  vietalo  il  commercio  di  lutto  il  reame  a' ministri 
de'SIedici,  ma  non  già  a' mercatanti  della  nazione,  per  la- 
sciare questa  strada  aperta  a  coloro  ,  che  non  amavano  il 
governo  de'Medici,  di  tumultuare  in  Firenze  ,  veggcndo  per 
giudizio  del  re  separala  la  causa  privala  dalla  pubblica.  Il 
re  di  Napoli  richiamò  di  Milano  il  suo  arabasciadore,  e  Lo- 
dovico il  suo  di  Napoli,  ancorché  egli  continuando  nel  solito 
fingimento ,  e  come  la  cagione  di  tanti  mali  da  altri  che  da 
lui  procedesse,  avesse  detto  all'ambasciadorc  fiorentino, 
che  si  doleva  che  le  cose  s'avviassero  a  mal  cammino.  E 
slimando  il  re  Alfonso ,  di  cui  fu  sua  antica  sentenza  ,  elio 
il  prevenire  e  il  divertire  fusse  neil'  opere  militari  di  grait 
giovamento,  deliberò,  secondo  l'ordine  preso  infino  in  tempo 


LIBRO   VBMTISEESIltlO.  345 

del  padre,  di  mandar  don  Federigo  con  l'armata  di  mare 
per  alterare  lo  stato  di  Genova  ,  siccome  a  tempo  di  Sisto 
aveva  fallo.  E  Ferdinando  suo  figliuolo ,  il  quale  di  principe 
di  Capoa  avea  preso  titolo  di  duca  di  Calavria,  per  terra 
in  Lombardia,  sì  per  levarsi  la  guerra  da  dosso,  se  tro- 
vasse mossi  i  Francesi ,  e  sì  perchè  sollevando  i  popoli  in 
favore  di  Giovanni  Galeazzo  di  cui  eran  devoli,  conlra  Lo- 
dovico li  rivolgesse.  Nò  prima  che  a'  26  di  giugno  potè  esser 
spedito  don  Federigo  con  l'armala;  nel  qual  dì  il  re  istesso 
si  parli  ancor  egli  di  Napoli  per  metter  insieme  le  sue  genti 
d'arme  in  Abruzzi.  I  Fiorenlini  veggendo  la  guerra  accesa, 
attesero  a  provvedere  e  fornir  bene  i  lor  luoghi  marinimi , 
e  per  tentare  a  che  riuscivano  i  Veneziani,  sotto  titolo  di 
domandare  consiglio  come  in  questa  guerra  s' avessero  a 
governare,  gli  elessero  due  ambasciadori  Paolanlonio  Se- 
derini e  Giovan  Balista  Ridolii.  E  a  Milano  in  compa- 
gnia di  Piero  Alamanni ,  il  quale  era  succeduto  al  Guic- 
ciardini ,  aggiunsero  Agnolo  Niccolini.  Ma  stimando  il  re, 
prima  che  ad  altro  si  procedesse  ,  esser  cosa  necessa- 
ria di  ritrovarsi  col  ponletlce ,  il  che  era  parimente  da 
lui  desiderato  ,  per  deliberar  quello  che  in  cose  di  tanta  im- 
portanza s'aveva  ad  eseguire  ;  s'abboccarono  a'iredici  di  del 
gonfalonerato  di  Giovanni  Pagolo  Lotti  sotto  nome  di  dieta 
a  Vicovaro,  terra  di  Virginio  Orsino  venli  miglia  di  Roma 
lontana;  dove,  approvate  in  gran  parte  le  deliberazioni  fatte, 
primicramenle  dal  re  ,  fu  conchiuso  che  il  duca  di  Calavria 
seguisse  il  cammino  verso  Romagna;  Virginio  per  contra- 
stare a'  Colonnesi,  il  proceder  de' quali  era  molto  sospel'o 
in  quel  di  Roma  ,  e  il  re  Alfonso  nelle  frontiere  a  guardia 
del  suo  regno  ,  e  delio  stato  ecclesiastico  si  rimanesse.  Don 
Federigo,  il  quale  era  già  a  porto  Pisano  comparilo  ,  e  di 
vettovaglia  e  d'  ogni  altra  cosa  necessaria  da"  Fiorenlini 
provveduto  ,  ad  assalire  la  città  di  Genova  n'andasse  ,  e  in 
questo  modo  alla  guerra  si  desse  animosamente  principio  ; 
essendo  il  re  e  il  pontefice  di  buone  speranze  ripieni,  per 
aver  il  re  di  Spagna  mandato  uno  ambasciadore  a  protestarsi 
al  re  di  Francia,  che,  movendo  egli  la  gu^ra  al  pontefice  , 
0  direttamente  o  indirettamente  ciò  si  facesse  ,  non  polca 
come  principe  cristiano,  e  il  quale  aveva  titolo  di  cattolica, 


345  dell' IStORTE   FIORENTINE 

non  prender  l'arme  in  favore  di  S.  Chiesa.  Fu  l'armala 
d'Alfonso  di  irenlacinque  galee,  di  dicioUo  navi,  e  di  do- 
dici legni  piccoli  ;  portava  cinquemila  fanti  da  combattere  , 
gran  numero  d'  artiglierie ,  e,  quello  in  che  si  facea  gran 
fondamento,  molti  fuorusciti  di  Genova  ,  tra'  quali  il  cardi- 
nale Fregoso,  stato  già  doge  di  quella  Repubblica,  e  Obietto 
del  Fiesco  erano  i  principali.  L'esercito  per  terra  era  di 
millequattrocento  uomini  d'arme,  intorno  a  duemila  tra  ba- 
lestrieri e  cavalleggeri ,  senza  quelli  che  ebbe  poscia  da'Fio- 
renlini,  Capitani  principali  appo  il  giovane  Ferdinando  il 
conte  di  Pitigliano ,  e  Giovanni  Jacopo  Trivulzio,  a  cui  Fer- 
dinando il  vecchio  avea  per  lo  valor  suo  nel  mestiere  del- 
l'arme donato  già  il  contado  di  Belcastro,  Con  queste  forze 
per  mare  e  per  terra  si  oppose  il  re  Alfonso  a'  disegni  di 
Lodovico  Sforza.  le  quali  sarebbono  senz'alcun  dubbio  state 
di  profitto  grandissimo,  se  la  incredibile  diligenza  e  solle- 
citudine di  Lodovico  al  tutto  non  avesse  riparalo;  il  quale 
avendo  avuto  notizia  per  mezzo  del  cardinale  S.  Piero  in 
Vincola  de' disegni  del  re  nelle  cose  di  Genova  ,  aveva  in 
guisa  munito  quella  città  ,  sì  con  mandarvi  delle  sue  genti 
sotto  il  Fracassa  e  Antonmaria  Sanseverino  fratelli ,  e  si 
con  avervi  spinto  con  duemila  svizzeri  il  Bagli  di  Digiuno 
soldato  del  re  di  Francia  ,  che  Don  Federigo,  perduta  la  spe- 
ranza di  far  cos' alcuna  di  momento  in  Genova,  deliberò  col 
consiglio  d'  Obietto  del  Fiesco  di  tentar  Porlovenere,  terra 
de' Genovesi  posta  nella  riviera  di  levante;  ma  trovò  in 
quelli  di  dentro  resistenza  maggiore,  che  Obietto  non  s'a- 
veva immaginato  ,  si  per  esservi  piìCo  prima  venuto  di  Der- 
tona  con  quallrorenlo  fanti  Giovanni  Jacopo  B;iIbo,  e  si 
perchè  Giovanni  Luigi  fr.Tlello  d' Obietto  ,  ma  guadagnato 
con  promesse  e  premj  grandi  da  Lodovico  Sforza,  venuto 
alla  Spezie,  aveva  confortalo  gli  abitatori  a  portarsi  fedel- 
mente; onde  Don  Federigo  a  capo  d'averli  dalle  quindici 
ore  infino  a  sera  combattuti  ,  se  ne  tornò  a  Livorno  per 
rinfrescar  1'  armata  senza  aver  fatto  cos'  alcuna  di  momento. 
11  duca  di  Calavria  seguitando  il  suo  cammino  verso  Roma- 
gna fu  nel  Borgo  a  S.  Sepolcro  incontralo  da  Piero  de'Me- 
dici  ,  a  cui,  mentre  di  ordine  del  padre  le  forze  di  quello 
esercito  ,  e  se  medesimo    per  valersene   in  qualunque  suo 


LIBRO    VE.MlSEESiaC.  347 

affare  largameole  profferisce,  si  guadagnò  in  guisa  l'animo 
di  Piero  ,  che  egli  in  luogo  delle  parole  oltenne  da  lui  e(- 
felli  di  molta  importanza ,  avendo  mandato  a  congiugnersi 
seco  Annibale  Bentivoglio  condolliere  de' Fiorentini  con  la 
sua  compagnia,  e  insiememcnle  la  compagnia,  la  quale  sotto 
il  nome  d'Aslorre  Manfredi  signor  di  Faenza  allora  fanciullo 
si  reggeva,  e  fatto  opera  che  Caterina  Sforza  madre  d'Ot- 
taviano Riario  signor  di  Furli ,  e  ancor  egli  fanciullo  ,  e 
Giovanni  Bentivoglio  signore  di  Bologna  sotto  titolo  di  con- 
dotte e  di  confederazione,  la  comune  fortuna  del  re,  del 
papa  e  de' Fiorentini ,  da' quali  a  comune  erano  condotti, 
seguissero.  Fu  poi,  venendo  il  duca  più  oltre,  mandato 
ne' primi  giorni  d'agosto  a  visitare  in  nome  della  signoria 
da  Piero  Soderini.  Nel  qiial  tempo  vennero  in  Firenze  due 
ambasciadori.  l'uno  del  re  di  Francia,  e  l'altro  di  Lodovi- 
co, ricercando  la  Repubblica,  e  non  senza  querele  e  pro- 
testazioni, che,  poi  ch'ella  avea  cos'i  notabilmente  favorito 
le  cose  d'Alfonso  infino  in  avere  due  volte  ne' suoi  porli 
ricevuto  1'  armata  napoletana  ,  e  d'  ogni  cosa  necessaria  prov- 
vedutola ,  dicesse  almeno  se  il  medesimo  era  per  fare  al- 
l'armata  francese;  di  che  né  più  né  meno  si  cavò  alcun 
frutto  di  quel  che  per  1"  addietro  s' avea  fatto.  E  contuttociò 
è  cosa  certissima  l'avere  in  questo  tempo  1' ambasciador  di 
Lodovico  persuaso  Piero  de'Medici  a  non  discostarsi  dal- 
l'amicizia degli  Aragonesi;  perciocché  essendosi  e;?li  accorto 
che  la  potenza  de' Francesi  sarebbe  stata  nociva  allo  stalo 
di  Milano  ,  arebbe  desideralo  che  non  del  tutto  fussero  eglino 
restati  vittoriosi-,  ma  che,  domato  Alfonso  e  costretti  per 
molte  difficoltà  a  ritornarsi  i  Francesi  nel  regno  loro  ,  ma 
con  qualche  leggiero  acquisto  ,  egli  glorioso  di  regger  le 
cose  non  che  d'Italia,  ma  quelle  di  Francia  a  suo  senno, 
e  che  a  un  cenno  di  lui  i  grandissimi  principi  andassero  su 
e  giù  come  più  gli  piacesse  ,  e  intanto  f.Ulosi  nel  mezzo  di 
tante  turbazioni  duca  di  Milano,  fusse  con  cieco  desiderio 
di  gloria  chiamalo  l'arbitro  d'Italia,  l'oracolo  d'Europa,  e 
la  norma  e  regola  di  tutti  i  principi  cristiani.  E  veramente 
a  fatica  si  polrebbon  con  parole  esprimere  l'arti  e  astuzie 
di  costui;  perchè,  come  che  Piero,  nascosto  l' ambasciador 
francese  presso  al  suo  letto,  ove  egli  si  era  infinto  amma^ 


348  dell'istorie  fiorentine 

Jaio  ,  gli  facesse  intender  i  conforti  di  Lodovico  ,    e   quelli 
al  re  di  Francia  fusser  fatti  sapere,  egli  nondimeno  con  le 
solite  sue  ingannevoli  lusinghe  ad  ogni  cosa  ottimamente  ri- 
parò ;  né  l'avere  ciò  palesato  fu  a  Piero  d'altro  giovamento, 
che  a  commuovergli  maggiormente  centra  lo  sdegno  di  Lo- 
dovico.   Di  cui  ,  non  ostante    colante  sue  simulazioni,    non 
erano  però  stati  minori  i  provvedimenti  per  terra  di  quelli 
the  per  mare  aveva  fatti  ;  perciocché  al  grido  delia  venuta 
del  duca  di  Calavria  in  Lombardia  ,  senza  perder  momento 
di  tempo  avea  mandato  con  cinquecento  uomini    d'arme  il 
conte   di    Caiazzo  in    Parmigiana,    il  quale,  passato    per  lo 
ponte  di  Lenfca  in  Reaigiano,  si  era  in  Cantalupo  congiunto 
con  monsignore  d'Obignì  capo  di  ottocento    lance  francesi 
parimente  da  lui  sollecitato  a  farsi  innanzi;  il  che  fu  cagione 
che  Ferdinando  si  fermasse  a  Cesena,  ove,  fortificalosi,  già 
si  vedea  ,  che  non  più  in  Lombardia,  ma  in  Romagna  s"  a- 
veva  a  far  la  guerra.  Intanto  le  cose  di  Francia   s'  nndavan 
tuttavia    maggiormente    riscaldando ,   ancorché    i    Veneziani 
nella  risposta  che  fecero  a'  Fiorentini ,  dicendo    che  mal  si 
polca  consigliare  in  quelle   cose  che  a  molti  accidenti    son 
sottoposte,  mostrassero  credere  che  il  re    per    quest'anno 
non  calerebbe  in  Italia  ;  perchè  già  era  nolo  che  egli  venuto 
di  Lione  a  Vienna,  città  del  dellìnato,  a' 22  giorni  d'agosto 
j'si  era  di  quella    città    parlilo    con  animo  ardenlissimo    alia 
guerra  napoletana.  E  l'armala,  che  in    Genova  si  preparava, 
prr  esser  sopraggiunte   galee  e  altri  legni    di    Provenza,  e 
arrivatovi  per  terra  Luigi  duca  d'Orlicns  della    casa  reale  , 
si  trovava  in  modo    apparecchiala,  che  era    fama  che  ande- 
rebbe  di  giono  in  giorno  a  investire  1' Aragonese.  Per  que- 
sto parve  a  Don    Federigo  ,    o    perchè  il  niovimctito    d'  un 
armala  tale,  qual  egli  conduceva,  non  fussc  del  tulio  inutile, 
o  confortalo  dalle  persuasioni  d'  Obietto,  che  promettoa,  che, 
posto  in  terra  con    tremila  fanti,   farebbe  scnz'  alcun  dubbio 
effetto  di  qualche  importanza  ,    di  tornar  di  nuovo  in  delta 
riviera,  avendo  rinfrescata  l'armata,  soldato  nuovi  fanti,  e 
di  tulle  le  cose  necessarie  oltimainenle  provvedutala.    Par- 
tito dunque  di  Livorno,    giunse  a  Rapallo  il  quarto  giorno 
che  in  Firenze  avea  preso  il  gonfalonerato  Francesco  Ghe- 
rardi.  Il  qual  castello  da  ObicUo,  che,  messo  in  terra,  l'avca 


LIBRO  ventt';eesimo.  34J> 

con  fremila  fanti  assalito,  agevolmente  in  quel  giorno  me- 
desimo fu  preso ,  e  correndo  con  le  genti  viiloriose  iiifino 
a  Rccco,  ogni  cosa  avea  pieno  di  paura  e  di  confusione. 
Sentila  questa  cosa  in  Genova  se  ne  fece  gran  conio ,  non 
tanto  per  la  perdita  di  Rapalle,  quanto  perchè  acquistando 
i  niniici  di  giorno  in  giorno  riputazione,  alcun  sollevamento 
in  una  città  partigiana,  come  era  Genova,  non  si  facesse. 
Perchè  montato  il  duca  d'Orliens  con  mille  Svizzeri  in  su 
l'armata,  la  quale  era  di  diciotlo  galee,  sei  galeoni  e  nove 
navi  da  carico;  e  i  fratelli  Sanseverini  con  Giovanni  Adorno 
e  con  le  genti  italiane  avviatisi  per  terra  ,  giunti  che  furono 
a  Rapalle,  e  sbarcalo  il  duca  d'Orliens,  presoniarono  con 
ferocia  grande  la  battaglia  a  gli  Aragonesi,  a' quali  il  prin- 
cipio di  es'^a  fu,  per  lo  silo  forte  in  che  si  trovavano,  molto 
favorevole;  talché  gli  Svizzeri,  i  quali  per  esser  in  luogo 
stretto  non  poleano  spiegare  la  loro  ordinanza ,  incomincia- 
rono a  ritrarsi;  ma  avendo  quelli  dell'armata,  che  si  erano 
accostali  al  lito  il  più  che  poleano,  cominciato  con  l'arti- 
glierie a  battere  gli  Aragonesi  per  fianco,  e  levatosi  un  grido 
che  Giovanni  Luigi  del  Fiesco  con  sccenlo  de' suoi  parti- 
giani s'  avvicinava  ,  e  di  quelli  d'  Obietto  non  ne  comparendo 
veruno,  fu  il  primo  Obietto,  dubitando  di  non  rimaner  pri- 
gione, a  mettersi  in  fuga;  il  quale  esempio  seguitato  dagli 
altri,  in  poco  d'ora  voltarono  tutti  le  spalle,  né  rimase 
persona  che  facesse  resistenza;  essendovi  morti  più  di  cento 
uomini .  e  restativi  prigioni  Giulio  Orsino  ferito  in  un  piede, 
e  P>egosino  figliuolo  del  cardinale,  e  Orlandino  amcndue 
Fregosi.  La  qual  cosa  da  Don  Federigo  saputa  .  il  quale  in 
allo  mare,  per  non  esser  costretto  a  combatter  con  l'armata 
francese,  s'era  allargalo,  si  ritirò  senz'aspeitar  altro  a  Li- 
vorno; e  di  quivi  non  avendo  più  speranza  che  gli  potesse 
succedere  alcuna  cosa  prospera,  a  Napoli  si  condusse-  Sen- 
tila questa  novella  dal  re  di  Francia  quel  dì  medesimo  , 
ch'egli  arrivò  ad  Asti,  che  fu  a' 9  di  selltmbre,  è  cosa 
maravigliosa  a  dire  quanto  piacer  gli  recasse,  onde,  e  si 
dolca  che  fusse  in  lui,  o  per  strettezza  di  trovar  danari,  o 
per  altre  d  (Ticoltà  propostegli  dalle  fraude  e  inganni  di  Lo- 
dovico.  caduto  giammai  pensiero  d'abbandonar  l'impresa, 
e  di  ritornarsene  in  Francia.  A  questo  male  se  ne  aggiunse 


3ò0  DEM.' ISTORIE   FIORENTINB 

anco  un'altro,  che  i  Colonnesi,  de' quali  come  di  sopra  si 
disse  ,  si  viveva  in  qualche  sospello  ,  non  dubitando  più  di 
dichiararsi  nimici  del  re,  ovvero  del  pontefice ,  fuor  dell'o- 
pinone  d;  ciascuno  occuparono  per  trattato  la  ròcca  d'Ostia; 
la  qual  cosa,  senza  gii  altri  diinni,  scemò  l'esercito  del  duca 
di  Calavria  in  Romagna;  e  il  p^pi,  per  provveder  alle  Cdse 
sue,  mandò  subitamente  a  richiamare  le  sue  genti  ,  riem- 
pie do  intanto  di  querele  dell'oltraggio  fattogli  da' Colon- 
nesi,  non  che  T  Italia,  ma  quasi  tutte  le  provincie  de' cri- 
stiani. In  tanti  mali  non  erano  jierò  al  duca  di  CaUnria  suc- 
cedute le  cose  più  prosperamente  che  a  gli  allri  ;  percioc- 
ché, come  nel  principio  ancor  egli  fusse  apparilo  superiore 
al  nimico ,  nondimeno  essendo  li  Sforzeschi  e  Francesi  con- 
tinuamente andati  ingrossando  di  genti,  gli  affari  della  guerra 
si  ridussero  in  picciole  scaramucce,  attendendo  ciascuno  a 
fori  fic.irsi  in  alloggiamenti  tali ,  che  non  venissero  alla  bat- 
taglia sforzati,  essendo,  per  le  forze  [larcggiale,  nell'uno 
esercito  e  noli' altro,  ancor  la  tema  più  che  l'ardire  fatto 
comune.  Apparve  fra  tante  avversità  alcuno  spiraglio  di  sa- 
lute con  essersi  il  re  di  Francia  infermato  in  Asti  di  vainolo, 
male,  il  quale  benché  per  lo  più  ne' giovani  non  sia  perico- 
los),  era  nondimeno  tale,  che,  differendosi  punto  il  passar 
suo,  e  a'.lendendo  l'incomodità  della  stagione,  l'impacienza 
de' Francesi,  il  mancamento  de' danari  e  molle  altre  oppo- 
s  zioni  che  apparivan  di  giorno  in  giorno,  si  poteva  con 
qu 'Ich»  rajìione  sperare  che  le  cose  avessero  a  pigliare  al- 
tro cammino.  Contultoeiò  venne  in  questo  lempo  ,  mentre 
il  re  giacca  infermo  in  Asti,  un  nuovo  ambasciadore  man- 
dalo da  lui  alla  Repubblica  ficendo  inslanza  ch'ella  si  di- 
chiarasse. La  qual  dichiarazione  scusandosi  i  signori  e  il 
gonfaloniere  che  non  si  polca  far  così  tosto  ,  come  l'amba- 
sciadore  richicdea,  ritrovandosi  la  maggior  parie  de' citta- 
dini principali,  secondo  l'uso  de"  Fiorentini  in  questi  due 
mesi  dell'anno,  nelle  lor  ville,  non  si  ebbe  altrimenti.  Onde 
partilo  r ambasciadore  con  quel  che  prima  vi  dimorava  molto 
crucciali,  lutto  che  i  signori  promettessero  loro  che  rispon- 
derebbero al  re  per  un  loro  ambasciadore  ,  veniva  scritto 
d'Asti,  che  l'animo  di  Carlo  era  fieramente  .ndiralo  verso 
la  lìepubblica ,    e  che    egli  si    vendicherebbe  altamente    di 


LIBRO    VENTISEESIMO  331 

(anlo  poco  rispetto  che  da'Fiorentiiii  gli  era  portalo.  E  per- 
chè dopo  esser  il  re  poco  meno  d'un  mese  stalo  infermo  , 
Jiitilalo  dc'denari  di  Lodo\ico  e  da' suoi  conforti  grande- 
mente riscaldalo,  era  entrato  in  cammino,  e  venutone  alla 
volta  di  Pavia  ;  parve  a  Piero  de'  Medici  e  a  coloro  del  go- 
\erno  che  si  pensasse  a' rimedj  ,  poiché  si  vedeva  chiara- 
mente, che  il  re  perseverava  a  venir  oltre.  Per  la  qual  cosa 
fu  mandato  Niccolò  Ridolfi  a  Pisa  e  in  Lunigiana  jier  prov- 
vedere a  que"  luoghi ,  si  che  daiino  alcuno  da  quella  parte 
non  si  ricevesse.  Fu  commesso  ad  Andrea  Cambini  ch'egli 
n'andasse  a  Ferrara  a  richiedere  quel  p'incipe,  che,  attesa 
la  confederazione  ciie  avea  con  la  Repubblica,  non  patisse 
che  per  via  del  suo  paese  ella  fiisse  danneggiala  Spedirono 
i-i:ni!menle  Piero  Corsini  a  Lucca  per  manlenere  in  fede 
quelli  signori,  e  sopraltulto  crearono  generali  commcssarj 
così  per  Pisa  ,  come  per  qualunque  altro  luogo  fuor  della 
cil;à  di  Firenze  Pier  Guicciardini  e  Picrfilippo  Pandolfini 
con  ampi'isima  autorità.  Dall'altro  canlo  non  lasciando  via 
intentala  per  mitigar  1'  animo  del  re,  purché  stesse  in  pie 
l'amicizia  degli  Aragonesi  ,  gli  mandarono  ambasciadore  il 
vesco\o  d'Are/zo,  the  parTi  a"22  d'ottobre,  essendo  il  re  di 
due  giorni  prima  arrivalo  a  Piacenza;  ove  vennero  gli  avvisi 
della  morte  del  duca  Giovanni  Galeazzo,  il  quale  il  re  già 
avea  visitalo  gravemente  infermo  a  Pavia,  con  segni  manife- 
sti e  credenza  certa  di  lulla  Italia  ,  rhe  fosse  stalo  avvele- 
nato per  opera  del  zio.  Scrive  Piero  Bembo,  che  il  re  aveva 
delberalo  infin  prima  che  partisse  di  Francia  di  passare  al 
regno  di  Napoli  per  la  via  di  Romagna  ,  volendo  pcrav  ven- 
tura seguire  il  cammino  che  dugenlolrenl'  anni  addietro  avea 
tenuto  Carlo  conte  di  Provenza  ,  c!:e  primo  de'  Francesi  di- 
venne re  dell'una  e  dell'altra  Sicilia;  ma  che  per  i  conforli 
che  gli  fecero  caldissimi  Lorenzo  e  Giovanni  de' Medici;  i 
quali,  rollo  il  confino  delle  lor  ville,  erano  venuti  a  trovarlo 
nell' uscir  che  egli  fece  di  Piacenza,  e  mostratogli  come  al- 
l'universale della  citlà  di  Fi-enze  dispiaceva  il  '  governo  di 
Piero  de'. Medici,  e  che  per  questo  la  Repubblica  seguirebbe 
la  divozione  del  re  loslo  che  egli  s' avvicinasse  a'condni  del 
suo  stalo ,  propose  di  far  la  via  di  Toscana  ;  il  che  mi  si  la 
più  credibile  che  la  ragione  che  n'  assegna  il    Guicciardini  , 


359  dell'istorie  fiorentine 

il  parergli  indegnità  che  egli  mostrasse  di    fuggir  la  via    di 
Toscana  e  dello  stato  ecclesiastico,  come  si  diffidasse  di  non 
poter  sforzare  il  papa   e  i    Fiorentini ,  per  li    siali  de'  quali 
aveva  a  passare  ;  perciocché  il    medesimo  ,    e  forse  con  più 
ragione,  si  gli  sarebbe   potuto  dire  della  via  di    Romaj^na  ; 
ove  il  duca  di  Calavria  si  ritrovava  con  Tesercito  armato,  e, 
se  vantaggio  vi  era,  piìi  tosto  superiore  al  suo  che  inferiore. 
Ma  in  Toscana  deliberò  bene  entrar  più  tosto    per  la  mon- 
tagna di  Parma,  che  per  la  via    diritta  di    Bologna;  il    che 
fece  a'  conforti  di  Lodovico  Sforza  ;  il  quale  per  essere  slata 
la  città  di  Pisa  già  nel  dominio  de' Visconti    signori  di  Mi- 
lano, ardonlemenle  d'insignorirsi  di  quella   desiderava.  Già 
erano  in  Firenze  venuti  avvisi  come  l' antiguardia  francese  , 
della  quale  era  capitano    Gilberto    conte    di    Montpensieri  , 
cugino  carnale  di  Piero  duca  di  Borbone  ,  a    cui    per  aver 
una  sorella  del  re  per  moglie,  e  per  esser  del  sangue  reale, 
aveva  il  re  Carlo  lascialo  la  cura  del  suo  reame,  era  arrivata 
a  Ponlreraoli  ;  e  quindi  congiuntosi  poi  col  re  e  con  gli  Sviz- 
zeri, i  quali  erano  stali  a  Genova,  e    con    molle  arliglierie 
sbarcate    alla    Spezie ,    esser    venuto  a    Fivizzano,    castello 
de'  Fiorentini  posto   in   Lunigiana ,  e  quello  con   prestezza 
incredibile    preso   per   forza ,  saccheggiato ,    e    ammazzatovi 
crudelmente  lutto  il  presidio.  In  Firenze  per  queste  novelle 
era  grande  la  paura  e  il  terrore;  come  che  la  speranza  del 
contrasto  da  farsi  all'impeto  francese  fosse  stala  fondala  in 
Serezzana.  E  sì  come  avviene  in  così  falle  lurbazioni,  che 
la  colpa  di  tulli  i  mali  che  succedono ,  a  coloro  che   hanno 
il  governo  in  mano    s'  atlribuisce  ,   s' incominciava   da   molti 
con  poco  rispello   a   mormorar  conira  Piero  ;  il  quale  ,  osti- 
nalo a  seguitare   l'amicizia  degli    Aragonesi,  e   espostosi   a 
ricevere  le  prime  offese  ,  che    conira  loro  s'  addirizzavano  , 
si  fosse  lascialo  venire  addosso  un  torrente  di    tal   qualità  , 
senza  aver  fatto  riparo  sufficiente  a  ritenere  colanf  impelo. 
La   qual  mala  soddisfazione  conosciuta  da  lui ,  che  dalle  forze 
del  papa  e  del  re  credeva    dover  esser  aiutato ,  che  per  la 
sollevazione  de'Colonnesi  si  trovavano  tutte  occupate  d'in- 
torno lo  slato  di  Roma,    deliberò  con  l'esempio  del  padr* 
suo  Lorenzo,  il  quale  nella  guerra  di  Sisto   andò  a  riporsi 
Delle  braccia   di  Ferdinando,  d'andar  a  trovare  il  re  Carlo 


LIBRO   VENTISEESIMO.  333 

in  campo  ,  e  per  ogni  via  che  gli  fusse  possibile  cercar  di 
mitigare  il  suo  sdegno  ;  il  quale  acquetato  non  temeva  che 
le  cose  di  Firenze  avessero  a  fare  alterazione.  Partito  dun- 
que di  Firenze  in  quello  che  Francesco  Scarsi  entrava  gon- 
faloniere, appena  era  uscito  della  citlà  ,  che  senti  trecento 
tanti  che  egli  aveva  ordinalo  che  entrassero  in  Serezzana  , 
essere  stali  rotti  da' Francesi,  i  quali  erano  corsi  di  qua 
della  Magra,  e  poco  più  lontano ,  che  il  re  già  facea  battere 
Serezzanello,  perchè  non  volle  capitarli  innanzi  senza  salvo- 
condotto.  Ma  ricevuto  dal  re  in  Serezzana  con  più  grate 
accoglienze  che  egli  non  si  era  immaginato ,  trascorse  anco 
a  dargli  molto  più  di  qiielo  che  i  Francesi,  né  il  re  istesso 
si  era  dato  a  credere;  perchè  non  con  altro  pegno  che  d'una 
poliza  scritta  di  mano  del  re  ,  con  che  si  obbligava  di  re- 
stituire alla  Repubblica  le  Cuse  che  gli  si  concedevano  , 
acquistalo  che  avesse  la  citlà  di  Napoli,  gli  consegnò  le 
fortezze  di  Pielrasanla,  di  Serezzana  e  di  Serezzanello,  e 
non  molto  dipoi  quelle  di  Livorno  e  di  Pisa.  Le  quali 
cose  intese  che  furono  dal  duca  di  Calavria  ,  disperando  di 
poter  esser  più  utile  col  suo  esercito  in  Romagna  ,  il  co- 
strinsero a  ritornar  verso  Roma  ,  perchè  unitosi  col  padre  , 
quella  resistenza  che  non  aveva  potuto  fare  in  casa  d'  altri, 
facesse  nella  propria-  Divulgale  che  furono  queste  cose  in 
Firenze  mara\igliosamente  gli  animi  de' cittadini  ad  ira  com- 
mossero ;  sdegnali  in  un  medesimo  tempo,  non  mono  pe-r 
la  qualità  delle  fortezze  e  terre  alienale,  che  del  modo  te- 
nuto in  alienarle;  che  Piero  a  guisa  d'assoluto  principe  , 
senza  consiglio  d'  amici,  e  senza  deliberazione  pubblica  avesse 
così  nobili  e  principali  membri  diviso  dal  dominio  fiorentino. 
Per  tanto  udilo  che  egli  ebbe  questi  rumori,  ne  venne  a  gli 
8  di  novembre  in  gran  fretta  alla  citlà;  e  trovalo  gli  amici 
parte  sbigottiti,  e  parte  per  le  cose  succedute  alienali  da 
lui,  e  che  il  palagio,  si  come  nelle  turbazioni  si  cosiuma,  si 
teneva  serralo  ,  dopo  avere  diversi  pensieri  fra  se  andato 
rivolgendo;  deliberò  finalmente  d'andar  il  giorno  seguente 
in  palagio  ;  si  per  deliberare  delle  opportunità  necessari<' , 
come  per  vedere  in  che  stalo  il  palazzo  ,  e  di  che  mentre 
i  magistrati  si  ritrovavano;  e  se  alcuna  mutazione  vera,  per 
fermare  con  la  sua  aulorilà  i  dubbj ,  per  dar  animo  a  sii 
A:ni    Wi    V.  tì3 


331  dell'istorie  fiorentine 

amici,  e  per  torlo  a  chi  di  lenlar  cose  nuove  avesse  preso 
ardimcnlo.  Era  Ira  il  numero  de' signori  Luca  Corsini  dollor 
di  leggi,  pronipote  di  quel  P'iiippo,  che  fu  cinque  volte  gon- 
faloniere, e  il  qiiale  per  esser  sliito  cognato  di  Piero  degli 
Albizi  fu  molto  adoperalo  in  tempo  di  quel  governo.  Costui, 
o  che  rigiiard;isse  l'affetto  dell  antiche  fazioni,  il  quale  in 
questa  città  non  cofi  faciimenle  si  mette  in  oblìo  ,  o  che 
pur  vi  fusse  tiralo  dalTamore  della  libertà,  e  dall'odio  de'suc- 
cessi  seguili ,  in  udir  ehe  Piero  veniva  in  palazzo,  sce-o  giìi 
con  gran  frella  alla  porla,  e  posta  la  mnno  in  sul  chiavistel- 
lo, non  permi^e  chela  porta  saprisse  Intanto  Jacopo  de'Netli 
gonfaloniere  di  compagnia  e  cornalo  di  Luca  era  uscito  fuor 
della  porla,  e  fallosi  incontro  a  Piero  ,  gli  aveva  dello  uma- 
namente che  avesse  pacienza,  perciocché  non  era  volontà 
de' signori  che  egli  entrasse  in  palagio.  Pi^ro  sopraggiunto 
dall'ora  soprastante  alla  sua  rovina,  non  usando  ne  pre- 
ghiere, né  minacele  se  ne  tornò  indietro;  ma  essendosi 
sparsa  fama  tra  il  volgo,  che  egli  facea  venir  dentro  la  citta 
Pagolo  Orsino  con  la  sua  compagnia  d'uomini  d'arme,  il 
popolo  si  levò  a  rumore,  ragunandosi  tumultuosamente  ar- 
mato nella  piazza  de' signori,  per  esser  presto  a  quello  che 
essi  ordinassero.  La  qual  cosa  porse  tinto  spavento  a  Piero, 
che  montato  a  cavallo  senza  aver  inleso  d'  esser  dichiaralo 
ribello  ,  il  (ìuicciardini  dice  in  compagnia  del  cardinale  Gio- 
vanni e  di  Giuliano  suoi  fratelli  ,  si  fuggi  con  fretta  gran- 
dissima di  Firenze,  e,  senza  arrestarsi,  a  Bologna  n'andò, 
o  perchè  il  timore  1' avesse  privo  affatto  d' ogn' altro  consi- 
glio, 0  pure  ch'ei  non  confidasse  nel  re  di  Francia;  e  il 
passare  al  papa  ,  o  a  gli  Aragonesi  il  riputasse  per  parlilo 
disperato  e  inutile.  Fu  dalla  Repubblica  nel  medesimo  giorno 
dichiarato  insieme  co'fralelli  ribello,  e  posto  duemila  scudi 
di  taglia  per  ciascuno  di  loro  a  chi  morti,  e  cinquemila  a 
chi  vivi  gli  consegnasse;  e  quel  dì,  che  fu  il  dì  di  S.  Sal- 
vadore,  messo  tra  i  giorni  festivi  della  Repubblica.  Due  giorni 
dopo  furono  per  pubblico  decreto  restituiti  alla  patria  Lo- 
renzo e  Giovanni  de'Medici,  i  quali  per  rendersi  benivolo 
il  popolo,  non  solo  mutarono  insegne,  ma  in  vece  de'Me- 
dici, nome  fallo  odioso  alla  patria,  per  i  morii  tenuti  da 
Piero,  Popolani  vollero  esser  chiamali.  A' tredici  furono  si- 


LIBRO   VENTISEKSIMO.  3oO 

niigliantementc    tii!li  que'  cittadini  resliliiiti ,    e    a'  loro  beni 
reintegrali ,  i  quali  in  più    volte  infin  dal  tempo  di  Cosimo 
de'Medici  erano  stati  confinati  o  ammanili;  tra' quali  furono 
i  Neroni,  i  Pazzi  e  molle  altre  famiglie.  Fu  dalo  ordine  che 
di  presente  lutti  i  dipinti  nel  palagio  del  podeslà    del  Iren- 
laquattro,  e  quelli  nel  palagio  del  capitano  dei  scllanlotlo  si 
cancellassero.  Il  re  tra  questo    mezzo  venuto  a    Pisa  ,  e  di 
ciò  che  con  Piero  in  Serezzana  avoa  trattalo  scordatosi,  se 
delle  cose  che  se  gli  domandavano  fu  interamente    capace  , 
aPisani ,  che  cercavano  da  lui  d'  esser  fatti    liberi   per  non 
poter  più  tollerare  il  superbo    imperio  de' Fiorentini  (come 
fusse  opera  reale  il  donare  quel  d'altri)  la  libertà  largamente 
lor  concedette;  perchè  corsero  tutti  popolarmente   a  giltare 
con  scherni  e  con  furor  grande  da' luoghi  pubblici  l'insegne 
della  Repubblica  fiorentina.  La  quale  dopo  aver    il   popolo 
saccheggiato  il  palagio  dcMedici  ,  tra  la  letizia    della   ricu- 
perata libertà,  e  il  timore  dell' esercito  francese,  che  senza 
rilardar  punto  s'accostava  alla  città  iion  la    persona    istessa 
del  re,  ve'l  ricevette    finalmente  con  dubbiosa  espettazione 
di  quel  che  del  tirarsi  così    polente  esercito  in  casa  avesse 
a  seguire.  Ne  penò    molto  a  farsi  con  1'  esperienza    nolo  a 
ciascuno  ,  quanto  sia  cosa  difficile  lo  sperar  moderazione  da 
chi  molto  può;  perciocché  incominciatosi  subitamente  a  parlar 
d'accordo;  come  le  cose  trattate  con  Piero  nffn  servissero  ad 
altro  che  a  quello  che   tornava  in  beneficio  de' Francesi,  ora 
si  addomandavano  grosse  e  intollerabili  somme  di  danari,  ora 
si  proponeva,  che  Piero  ai  suo  primo  stato  dovesse  esser  re- 
stituito ,  ora  il  re  islesso  palesemente  e  sepza  molti  giri  e  invi- 
luppi di  parole  l'assoluto  dominio  e  imperio  della  città  addo- 
mandava,  nò  ciò  con  altra  ragione,  se  non  che  per  esser  entrato 
in  Firenze  armalo  con  la  lancia  alla  coscia,  preiendca,  secondo 
gli  ordini  militari  di  Francia,  d'aversi  dirittamente  quel  do- 
minio acquistalo.  La  Repubblica  aveva  eletto  a  trattar  cose 
di  tanta  importanza    quattro    cittadini    molto    principali ,    e 
risoluta  d'  aver  a  conservare  in  ogni  modo  la  ricuperala  li- 
bertà, non  lasciava  Irattanto  di  rasseltare  il  me' che  poteva 
le  cose  del  governo;  finché,  liberata  da  travagli  del  re,  po- 
tesse con  più  agio  attendere  a  trovar  forma   e  stabilimento 
migliore.  Ala  le  disoneste  e  importune  domande  del  re,  il 


336  dell'  istorie  fiorentine 

quale  se  ben  ammollito  a  non  parlar  di  dominio  assoluto 
della  citlà,  voleva,  con  lasciar  alcuni  suoi  dottori  in  Firenze, 
acquistarsi  per  altra  via  ragione  nella  Repubblica  ,  non  la- 
sciavano godere  a'Fiorentini  il  frutto  giocondissimo  della 
ripresa  libertà.  Anzi  essendo  i  ministri  del  re  con  gli  eletti 
della  citlà  venuti  per  questo  conto  ,  come  interviene  ove 
cose  di  simil  qualità  si  maneggiano  ,  in  qualche  disparere 
e  conlesa,  e  perciò  dall'una  parte  e  dall"  altra  inacerbiti 
alquanto  gli  animi,  se  n'aspettava  di  giorno  in  giorno  alcun 
strano  e  pericoloso  accidente,  e  sarebbe  di  leggieri  avve- 
nuto, se  Piero  Capponi,  il  quale  era  allora  uno  degli  elotti, 
non  avesse  con  singolare  e  memorabile  ardimenlo  a  questo 
pericolo  riparalo  ;  perciocché  sentendo  in  presenza  del  re 
<la  uno  de' suoi  scgrelarj  recitare  la  forma  de' capiloli ,  fuor 
de' quali  non  voleva  il  re  Carlo  sentir  cos'alcuna  d'accordo, 
acceso  di  silegno  dall'arroganza  delle  domande  che  si  face- 
vano ,  senza  guardar  punto  che  alla  presenza  di  tanto  re  si 
ritrovasse  ,  tolse  irapctuosara 'nle  quello  scritto  di  mano  del 
segretario,  e  in  su  gli  occhi  del  re  stracciandolo,  disse  con 
alta  voce.  Voi  darete  alle  vostre  trombe ,  e  noi  soneremo 
le  nostre  campane;  e  senza  attender  altro,  seguitato  da'cora- 
pagni  s'  usci  della  camera.  Non  è  dubbio  veruno  che  la  for- 
tuna non  abbia  gran  parte  nelle  azioni  umane,  le  quali  da- 
gli accidenti  molte  volte  regolandosi ,  non  possono  se  non 
dopo  gli  avvenimenti  essere  o  di  prudenza  o  di  temerità 
notate  ,  imperocché  dove  così  notabile  ardimento  avrebbe 
nell'orgoglioso  animo  de' Francesi  potuto  generare  sdegno 
e  furore,  onde  nell'autor  di  esso  ne  sarebbe  leggiermente 
venuto  0  scherno  o  danno  irreparabile,  vi  generò  all'in- 
contro sospetto  e  temenza ,  non  potendo  credere  che  Piero 
a  tanta  audacia  fusse  trascorso,  senza  essergli  note  le  forze 
della  ciità  ,  e  parlmenle  quelle  del  re.  Di  che  potè  anche 
esser  cai^ione  una  fama  sparsa  tra' Francesi ,  che  al  suono 
della  campana  grossa  moltitudine  infinita  d'  uomini  sarebbe 
in  poco  d'ora  del  contado  alla  citlà  calata;  perla  qualcosa 
Piero  fu  richiamato  indietro ,  e ,  con  migliori  condizioni 
senz' alcun  dubbio:  fatto  l'accordo  col  re.  I  principali  capi 
del  quale  furon  questi  :  Che  la  Repubblica  presa  in  prote- 
zione 0  lega  della  corona  di  Francia  lasciasse  in  potere  del 


LIBRO   YENTISEESIMO.  357 

re  tulle  quelle  ciltà  e  terre  che  Piero  le  avea  primieramente 
conceduto:  le  quali  dovesse  egli  restituire,  non  solo  in  caso 
che  avesse  la  ciltà  di  Napoli  acquistato,  ma  ogni  volta ,  che 
con  pace  o  tregua  la  guerra  fusso  finita  ,  o  che  il  re  si  fusse 
per  qualunque  cagione  d'Italia  partito;  restando  in  tanto  di 
esse  terre  il  governo  e  entrale  in  poter  de' Fiorentini,  pur- 
ché ,  per  le  pretendenze  che  i  Genovesi  aveano  in  Pietra- 
santa  ,  Serezzana  e  Serezzancllo  ,  rimanesse  in  arbitrio  del 
re  di  decidere  le  dette  lor  differenze.  Non  potessero  i  Fio- 
rentini senza  rintcrvcnimeuto  di  due  ambasciadori  che  il  re 
lascierebbe  in  Firenze  trattar  cos' alcuna  intorno  la  guerra 
che  si  faceva  ,  non  senza  sua  saputa  crear  capitano  gene- 
rale delle  lor  genti  ;  ma  lasciarsi  bene  in  lor  |)otestà  il  ri- 
cuperar con  r  arme  qualunque  altra  terra  del  lor  dominio 
si  fusse  liberata,  ricusando  l'obbedire.  Togliesscro  il  bando 
con  la  confiscazione  de' beni  a' fratelli  de' Medici  ,  purché 
Piero  per  cento  miglia  al  dominio,  per  vietarli  la  s!au?.3 
di  Roma,  e  a' fratelli  per  cento  al'a  cilici  di  Firenze  ac- 
costar non  si  potessero.  Al  re  per  aiuto  dciriniprcfa  na- 
poletana, in  tre  volt?,  centoventimila  scudi  si  donassero , 
de'  quali  cinquantamila  fra  quindici  giorni  ,  quarantamila 
per  tulio  marzo  ,  e  '1  resto  a  S.  Giovanni  si  pagassero  ;  e  acca- 
dendo ,  che  parte  alcuna  rimanesse  a  pagarsi  in  tempo  che  il 
re  0  avesse  vinto  il  reame  o  pure  in  Francia  se  re  tornasse  , 
in  questo  caso  non  fussero  i  Fiorentini  temiti  a  pagarla. 
Crederà  alcuno  quesle  cose  leggendo,  che  io  l'abbia  in 
gran  parie  o  quasi  tutte  dall' istoria  di  Francesco  Guicciar- 
dini tolte  di  peso  ;  la  qua!  cosa,  come  che  io  non  isdegnerei 
di  acceltare  quando  così  fusse,  ritf rdandomi  Livio  aver 
poco  meno  che  i  libri  interi  trasportali  di  Polibio  nella  sua 
istoria  (  perciocché  alla  fine  non  è  se  non  una  la  verità  delle 
cose ,  né  è  libero  allo  scrittore  per  allontanarsi  dagli  allri 
r andar  fingendo  nuove  invenzioni)  nondimeno  chiunque 
leggerà  i  libri  pubblici  della  città,  i  quali  infino  del  li78 
innanzi  il  tempo  della  sua  istoria  incominciano ,  e  son  oggi 
dal  magistrato  de"  nove,  per  ordine  de'presenti  principi,  di- 
ligenlem.ente  conservati ,  conoscerà  che  piuttosto  amondue 
siamo  ricorsi  ad  un  fonte  medesimo,  che  io  abbia  tollo  dal 
rivo;  anzi  s'accorgerà  non  esser    poca    fatica    trovando    !e 


358  dell'istorie  fiorentine 

cose  e  l'ordine  islcsso  ,  l'andarle  in  guisa  variando  che  l'i- 
stesse  cose  non  paiano  ;  il  che  da  coloro,  i  qunli  scrivono  e 
in  lali  sludj  si  esercitano  mi  sarà  non   solamente    credulo  , 
ma  benignamente  compatitomi.  Al  corso  dunque  dell'istoria 
tornando,   dico,  che  pubblicali  solennemente  i  palli  tra  il  re 
e  la  Repubblica  falli  nel  tempio  maggiore  della  cillà  fra  la 
celebrazione    della   messa  il  d'i  26  di  novembre,    e    giur.  ti 
da  amendue  le  parti  1' osservanza  di  essi;  il  re  si  partì  due 
giorni  dipoi    di    Firenze  ,   avendo    eletto  la  città  due  amba- 
sciadori  Francesco  Soderini  vescovo  di  Volterra,  che  fu  poi 
cardinale,  e  Neri  Capponi    perchè  il  re  seguissero  ,  e  delie 
cose  necessarie,  secondo  gli  accidenti  di  mano  in  mano  seco 
trattassero;  e  intanto  a" modi  del  governo   della    cillà    pen- 
sando ,    parve    a'  collegi    che    balìa    prendersi    dovesse  ;    la 
quale    ordinata  in  fra  di  loro,    convocarono    per    averne    il 
consentimento  del  popolo  a' 2    di    dicembre   al   suono  delia 
campana    grossa  il  parlamenlo ,  con  ordine  che  venissero    i 
gonfaloni   delie    compagnie    co'  loro    slemlardi    senz'  arme  , 
ma    che    per    vietare    scandalo ,    e    per    non    riempiersi   la 
piazza    di    plebei    o    di   nimici  ai  nudvo  governo,  stessero 
fanti  armali  in  compagnia    d'  alcuni    giovani    Fiorentini  per 
lutti  i  canti  della  piazza.  Scesa  dunque  la  signoria  di  pala- 
gio ,  e  montata  in  ringhiera  ,  si  lesse    a'  circostanti   la  balìa 
che  chiedeva,  e  domandossi    se   erano  i  due   terzi   de!   po- 
polo, e  detto  di  si,  furono  richiesti  se  erano   conienti  che 
si  desse  a' signori  e  a'collegi  balìa,    quanto   a    lutto  il  po- 
polo fiorenlino  ;  la   quale  largamente    conceduta  ,    i    signori 
ritornarono  in  palagio ,    e    gli    ordini    presi     più    principali 
furono  questi  ;  che  tolti  via   i   consigli  del   sellanta     e    del 
Cento    si    facesse    un    consiglio    universale  ,    nel    qua 'e    in- 
tervenissero tulli  i  seduti,  veduti,  e  bonificali  da  tre  mag- 
giori per  reità  linea  insino  al  grado    del    bisavolo  ,    distinti 
in  due  borse  della  maggiore  e  della  minore;  de' quali    im- 
borsati secondo  il  numero  saranno,  si  divida    per    metà,  o 
per  terzo  ,  e  per  ogni  sei  mesi  se  ne  pigli  una  parte.    Pel 
qual  consiglio  si  elegga  un  consiglio  minore  di  ottanta    ])cr 
tutta  la  città  per  sei  mesi ,  e  che  debba    esser    fallo    infra 
lo  dì  di  gennaio  prossimo,   col   qual  consiglio    la    signoria 

e  i  collegi  dcbbauo  far  elezione   d'oratori,  coranicssarj, 


I,IBK6    VF.M'ISEESIJIO.  339 

condotte  ,  e  insomma  coiisigli;irsi  di  luLle  le  rose  impor- 
tanti di  guerra  e  di  paoc  ,  riserbando  la  creazione  de" ma- 
gistrali ordinar] ,  cosi  dcnlro  come  di  fuori  nell'elezione  del 
consiglio  generale;  nel  quale  non  minori  di  Ironia  anni, 
come  in  quello  dell' oltan(a  non  minori  di  quaranta  doves- 
sero aver  luogo.  Faccinsi  dieci  uomini  per  far  grazia  per 
tutta  la  città  a' debiti  vecchi,  e  sgraviire  chi  fiisse  troppo 
aggravato;  e  peri  he  non  si  dia  comodità  a' citladini  di  so- 
prafTare  T  un  l'altro  con  la  via  dell'arbitrio  ,  e  i  mercatanti, 
e  gli  arligi.ini  pussin  più  liberamente  eserciliirsi  ,  fu  posta 
una  gravezza  sopra  i  beni  stabili  solamente,  la  quale  dal 
decimare  i  betii  fu  chiamala  la  decima.  Crearonsi  allora 
venti  accoppiatori,  fra  quali,  non  ostante  il  mancamento 
dell'eia,  di  special  jirisilegio  fu  Lorenzo  Popolani,  e  que- 
sti avessero  por  un  anno  potestà  di  tener  le  borse  a  mano 
per  creare  la  signoria.  Furono  ancora  eletti  dieci  cittadini , 
j  quali  delle  cose  della  guerra  si  travagliassero  ,  ma  chia- 
maronsi  con  nuovo  titolo  dieci  di  libertà  e  paie.  Costoro 
furono  Francesco  degli  Albizi,  Piero  Corsini,  Iacopo  Pan- 
dolfini ,  Piero  Vettori,  Lorenzo  Lonzi,  Lorenzo  Morelli, 
Pagolantonio  Soderini ,  Piero  Guicciardini  ,  Piero  Pieri  e 
Lorenzo  Benintendi.  Riformate  in  questo  modo  le  cose  di 
dentro,  s'incominciò  per  i  Dicci  ad  attendere  a  quelle  di 
fuori,  perciocché  i  Pisani,  a' quali  dal  re  era  stala  data  la 
oitladella  vecchia,  essendosi  fortificati,  e  avendosi  resi  be- 
r.ivoli  coloro  che  dal  re  erano  slati  lasciati  alla  guardia  di 
Pisa  e  della  cittadella  nuova,  che  si  era  per  se  ritenuta, 
non  solo  di  tornare  all'  ubbidienza  della  Republ)iica  ricusa- 
vano ,  ma  con  le  lor  genti  attendevano  a  ridurre  alla  lor 
divozione  parie  per  amore  ,  e  parte  per  forza  tutte  le  ca- 
stella del  lor  contado ,  ma  non  avendo  quelli  del  Pontadera 
voluto  andar  a  giurar  feddtà  a  Pisani,  i  Pisani  v'andarono 
con  le  lor  genti,  e,  presa  la  terra,  la  posero  a  sacco,  lascia- 
tivi intorno  millecinquecento  fanti  per  presidio  ;  di  che  es- 
sendo i  terrazzani  contra  di  loro  sdegnali,  altesero  l'occa- 
sione ,  che  molli  di  quelli  della  guardia  erano  per  i  loro 
bisogni  usciti  della  (erra,  perchè  preser  l'arme  e  valorosa- 
mente cacciatili,  chiamarono  il  commessario  de' Fiorentini , 
a  cui,  come  fedeli  sudditi,  restituirono  liberamente  la  possos- 


360  dell'istorie  FIORENTINE 

sionc  del  rasloUo.   1   Pi«ani  vi  mnndnron  di  nuovo  di  molle 
genti .  ma  trovala  gagliarda  resistenza    furono    ributtali  con 
morte  d'alcuni  di  loro.  E  nondimeno    non   aveano  voluto  i 
Dic<  i  (he  ad  altro  alto  di  guerra  si  procedesse,  aspettando 
di  di  in  dì  ordini  del  re  ,  per    i    quali  speravono  che  la  re- 
stiluzione    di    Pisa    far   si    dovesse.    Avendo    dunque    il  re 
commesso  la  cura  di  ciò  a  monsignore  della  Volta  e  a  Gio- 
vanni Palmieri  ambasi  iadori  ,  che  per  lui  erano  stali  lasciai 
in  Firenze,  i  Fiorentini  elessero    per    esser   con   esso  loro 
Francesco  Valori  e  Pii  ro  Capponi  con  espettazione  grandis- 
sima che  Pisa  fosse    loro    restituita.  E  l'ultimo  dì  di  qm  l- 
1  anno    crearono    ambasciadori  per  rallegrarsi  con  Lodovico 
Sforza  d'essere  slato  creato  duca  di  Milano    Luca    Corsini 
e  Giovanni  Cavalcanti ,  avendo  ancor  egli  mandalo  i  dì  ad- 
dielro  il  vescovo  di  Piacenza    per    ral'egrarsi  co'  Fiorenlini 
delia  ricuperata    libertà.  La  tardità    della    quale    speiliz'one 
sfusarono  per  cngione  di  aver  atteso  a  riordinar  la  Ilopub- 
blica ,  ma  veramente  perchè  se  n'era  aspettala    licenza  dui 
re  di  Francia  ,  il  quale  ,  come  si  ebbe  poi  per  avviso  ,    in 
quel  giorno  medesimo  fece  l'entrata    in   Roma;    nel    qual 
giorno  e  ora  medesima  che  egli  v'entrava    por  la    porla  di 
Smta  iMaria  del  Popolo  ,  Ferdinando    duca   di   Calavria  per 
la  porta  di  S.  Sebastiano  se  n'usciva  ,  essendosi  il  pontefice 
col  re  finnlmenlo  accordalo;  così  feiicemente    tulle  le  cose 
iu  suo  favore  succedevano.    Il    primo    gonfaloniere    crealo 
dagli  accoppiatori  per  dar  principio  al  nuovo   anno  1493  fu 
F"'ilippo  Corbizi ,  né  vinse  più  che  con  tre  fave  nere;    per- 
ciocché essendo  in  fra  di  loro  gli  accoppiatori  mal  d'accor- 
do,  fu  bisogno  poiché  l'elezione  non  prooedea,  che  si  ve- 
nisse a  questo  estremo  partito  ,  che  colui  vincesse,  il  quale 
avesse  più  favo.  Era  costui  quasi  tulio  il  suo    tempo    «tatù 
a  Venezia  ,  e  poco  nel  servigio  della    Repubblica    adopera- 
tosi,    onde  si  credette  non  essergli  giovato  altro  che  il  fa- 
vore di  Tanai  de'  Nerli.  Intanto  la  speranza   della  ricupera- 
zione di  Pisa  era  riuscita  vana,    avendo    i    Pisani    risposto 
che  essi  non  intendevano  di  perdere  il  frutto   della    libertà 
donata  loro  per  parola    usciìa    dalla    bocca  del  re  per  altro 
ordine:  che  deil' islesse  parole  reali,  non  formate  in  scrit- 
tura 0  espresse  da'  ministri  suoi,  ma  pronunciale  dalla  bocca 


LIBRO   VENTISEESIMO.  361 

sua  medesima.  Per  la  qual  cosa  pareva  che  1'  ordine  del  re 
tiissc  sialo  più  per  cavare  dai  Fiorentini  i  quaranlaraila 
scudi,  de'  quali  non  era  anche  venuto  il  tempo,  che  perchè 
Pisa  fusse  veramente  restituita;  quindi  incominciò  grande- 
mente il  popolo  a  rammaricarsi,  che  la  fede  e  prontezza 
sua  non  fusse  così  interamente  ricono«^ciuta  come  si  conve- 
niva',  nondimeno  essendo  sopraggiunli  nuovi  avvisi,  che  il 
re  manderebbe  per  questo  effetto  il  general  di  Brettagna , 
andavano  sostenendo  senza  sborsare  i  danari  il  meglio  che 
poteano  quella  dimora.  I\ia  essendosi  inteso  come  i  Pisani 
non  conlenti  d'occupare  il  contado  di  Pisa,  erano  ancor 
trascorsi  in  quel  di  Volterra  ,  e  rubati  e  arsi  fra  gli  altri 
certi  beni  di  Piero  Alamanni  lor  cittadino ,  fion  poterono 
più  contenersi.  E  creali  commessarj  Piero  Capponi  e  Ber- 
nardo Nasi  gli  commisero  ,  che  con  quelle  genli  che  la  Re- 
pubblica si  ritrovava  ,  andassero  a  ricuperar  le  castella  che 
tanto  baldanzosamente  da' Pisani  erano  slate  lor  lolle.  La 
prima  gita  fu  a  Calcinala,  per  aver  gli  uomini  di  quel  luogo 
dato  continue  molestie  a  quelli  del  Pontadera.  Fu  fallo  lor 
intendere  che  ritornassero  ad  ubbidienza,  che  sarebbe  lor 
perdonato  ogn'  ingiuria ,  ma  rispondendo  con  parole  super- 
be ,  si  venne  alla  battaglia  ,  e  presa  la  terra  nello  spazio  di 
Ire  ore  ,  fu  messa  a  sacco.  Andossi  poi  al  castellu  di  Le- 
goli ,  e  datisi  gli  uomini  del  luogo  liberamente  ,  fur  ricevuti 
con  buona  grazia  senza  far  loro  alcun  danno-  Ebbesi  s'mil- 
mente  Monlefoscoli  d'  accordo  ,  Ripalbello  ,  e  ,  prima  che 
finisse  il  mese  di  gennaio,  Marti,  Toiano  ,  la  Treggiara , 
Ponte  di  Sacco  e  Peccioli ,  de' quali  solo  Peccioli  fu  preso 
per  forza,  per  esservi  slati  dentro  cento  fanti  forestieri; 
nondimeno  per  opera  de'  commessarj  non  fu  messo  a  sacco, 
come  instantemente  era  slato  sempre  da' Dieci  ricordalo. 
Eransi  in  questa  passata  del  re  ,  prima  che  i  Fiorentini  si 
l'ussero  seco  accordati,  molie  altre  castella  della  Repubblica 
perdute  in  Lunigiana.  Delle  quali  una  i»arte  a' Genovesi, 
un'alira  a'.'iìarchesi  Malespini  ,  e  altre  ad  altri  erano  ritor- 
nale. Di  queste  dopo  l'accordo  essendone  restituite  sola- 
mente quattro  per  ordine  d'un  Araldo  del  re,  peri  he  la 
guardia  che  egli  tenca  in  Pietrasanta  non  avea  conceduto 
il  passo  a'  fanti  che  la  Repubblica  vi  mandava  ,  non  si  cran 


362  dell'istorie  fiouentink 

potute  tenere  ;  onde  di  nuovo  si  ritornava  a!le  prime  que- 
rele ,  parendo  che  dal  ritardamento  della  rcsliliizion  di  Pisa 
nascesse  il  dispregio  della  Repubblica,  e  la  temerità  che 
gli  altri  a  occuparle  così  facilmente  le  cose  sue  s' avean 
tolto.  Acqu<;tò  tutti  questi  rammarichi  la  venuta  non  solo 
di  Ioan  France  generale  di  Brettagna,  come  il  re  aveva 
promesso  ,  ma  di  Guglielmo  Brissonetto  vescovo  di  S.  Malo 
già  fatto  cardinale  dal  pontefice,  uomo  di  autorità  grandis- 
sima appresso  il  re  Carlo;  il  quale  giunto  a' 5  di  febbraio 
in  Firenze  ,  fu  ricevuto  in  santa  Maria  Novella  con  onori 
superiori  al  grado  suo,  andati  i  signori  a  visitarlo,  corleg- 
giiilolo  e  presentatolo  riccamente  ,  nò  lascialo  segno  alcuno 
addietro,  non  che  d' amorevolezza  e  di  cortesia,  ma  di  ri- 
verenza e  venerazione.  Ma  creati  cinque  ciKailini  per  trat- 
tare con  lui  le  cose  che  occorrevano,  Guid' Antonio  Ve- 
spucci ,  Tanai  do'Nerli  ,  Guglielmo  de'Pazzi,  Francesco 
Vali>ri  e  Lorenzo  Popolani  ,  detto  volgarmenle  di  Pierfran- 
cesco  ,  molto  presto  conobbero  quello  a  che  la  sua  venuta 
riusciva.  Il  che  era  di  cavar  da' Fiorentini  non  solo  i  qua- 
rantamila scudi  che  a  marzo  ,  ma  tutii  gli  altri  inlino  a  set- 
tanta ,  che  a  giugno  si  dovcan  pagare.  11  che  soprammodo 
afìliggeva  la  Repubblica,  sì  per  vedere  che  i  fatti  di  Pisa 
andavano  in  lungo  ,  e  sì  perchè  parca  che  il  re  tenesse  più 
conto  de' Pisani  che  de'Fiorenlini.  Per  la  qual  cosa  inco- 
minciarono ancora  essi  a  mandar  in  lungo  il  pagamento 
dei  danari,  assegnando  !e  gabelle  per  tanta  perdila  di- 
minuite con  la  mala  contentezza  del  popolo ,  e  i  danni 
ricevuti  da'Pisani,  i  quali  dicevano  ascendere  alla  som- 
ma di  centomila  scudi.  Ma  avendo  il  re  fìnalme.ite  man- 
dalo a'  12  Ioan  Franze  in  Pisa  per  far  la  restituzione 
libera  di  quella  città;  i  danari  gli  s'incominciarono  a  sbor- 
sare ,  ancorché  l' andata  del  generale  non  avesse  fatto 
effetto  veruno,  perseverando  i  Pisani  ostinati  a  non  voler 
ritornare  sotto  1'  imperio  de'  Fioren  ini.  Mostrò  il  cardinale 
di  volervi  andar  egli  medesimo  ,  ess.^ndone  così  da  Joan 
Franze  confortato  ,  e  partissi  a'  diciassette.  In  sua  com- 
pagnia furono  mandali  Piero  Vettori  ,  Pagolantonio  Soderi- 
ni  e  Francesco  Valori  ;  i  quali  fermandosi  al  Ponladera  ,  ivi 
aspettassero  gli  ordini  del  cardinale  di  quel  che  avessero  da 


LIBRO   VENTISEESIMO.  3tì3 

lare.  Ma  egli  avendo  fornilo  diligentemente  la  Cittadella  nuo- 
va di  Pisa,  la  fortezza  di  Livorno,    Pielrasanla  e  Screzzana, 
o  cercato  di  fornire  la  vecchia  ,  se  i  Pisani  1'  avcsser    per- 
messo, sene  ritornò  a*  ventiquallro  a  Firenze,    mostrandosi 
fieramente  crucciato  conira  i  Pisani;  i  quali  e  per  non  aver 
egli  tali  ordini  dal  re,  e  per  non  convenirsi    a    lui   essendo 
]ìrete  d'inlromellersi  in  cose  ,   ove    spargimento   di    sangue 
cristiano  avesse  a  farsi,  diceva  di  non  aver  potuto  sforzare. 
Fece  nondimeno,  avendo  ottenuto  il  rimanente    de'  danari , 
che  per  allora  si  dovcano,  ampie  promesse  di  far  ogni  ope- 
ra col  re  ,  che  in  ogni  modo  la    della    restituzione   subita- 
mente far  si  dovesse.  Non  erano  i  Fiorentini  sì  male  avve- 
duti, che  non  conoscessero  che  lor  si  davano  parole;  ma  il 
sapere  che  Piero  de'Medici  di  Venezia,  ove  di    Bologna  fì- 
nalraenle  s"era  ridollo,  era  per  ordine  del  re  venuto  in  cor- 
te a  trovarlo  ,  e  che  gli  Orsini  facevano  ogn'  opera  eh'  egli 
fusse  nel  suo  primiero  grado  restituito  ,  e  molto  più  le  no- 
velle de'felici  successi  del  re  ;  i  quali  oltre    1'  ordine  dello 
cose  naturali   parca  che  venisser  dalla  mano  di  Dio,  faceano 
costantemente  tollerar  loro  ogni  sorte  d'ingiuria;  poiché,  ol- 
tre gli  avvisi  già  di  molli  giorni   prima    ricevuti  ,   che  il  re 
Alfonso   disperatosi  di  poter    piìi    difendere    il    suo  reame, 
l'avea,  partendosi  egli  per  Sicilia,  a  Ferdinando  suo  figliuolo 
lascialo,  con  isperanza  che  i  baroni  e  i  popoli  per  non  es- 
ser stali  offesi  da  lui,  e  per  molte  virtù  che    risplendevano 
nell'innocente  gio\ane,  avessero  ad  esser  seco    più  fedeli  e 
affezionati;  gli  ambasciadori  stessi  de'Fiorentini  aveano  con 
lettere  de'venti,  scritte  della  Città  istessa  di   Napoli,  fatto  in- 
tendere alla  Repubblica,  come  il  re  Carlo,  avendo     trovato 
per  tutto  leggier  contrasto,  si  era  con    immorlal  gloria  del 
nome  Francese  della  Città  di  Napoli  insignorito.  Convenen- 
do dunque  a"Fiorentini  non    solo    il    soffrir    pazientemente 
ogn'ingiuslizia,  ma  mostrar  allegrezza  di   così    prosperi  av- 
venimenti, fecero  la  mattina   de'  ventisei    una    solennissima 
processione  per  la  Città,  e  la  sera,  come  si  costuma,  fuochi 
e  altre  dimostrazioni  di  letizia;  e  nondimeno  aveano  intan- 
to, oltre  l'altre  castella  ricoverate  da'Pisani,  preso  a  disrre- 
zione  il  castello  di  Rosignano,  e  deliberato  di  far  l'impresa 
di  Vada.  Ma  entrato    gonfaloniere  per  marzo   e  aprile  Ta- 


364  dell'istorie  fiorentine 

nai  deNerli  uno  degli  Accoppiatori  modesirai  la  seconda 
volta,  la  primiera  cosa  che  si  diede  opera  per  lo  consiglio 
degli  Ottanta,  fu  l'elezione  degli  ambasciadori  per  rallegrarsi 
di  sì  piena  o  nobile  vittoria  col  re  di  Francia  ;  i  quali  fu- 
rono Guidantonio  Vespucci,  Paolnnlonio  Soderini ,  Bernar- 
do Rucellai  e  Lorenzo  di  Pierfrancesco  con  comnnissioni 
segrete  di  poter  profferire  dodicimila  scudi  per  la  restitn- 
rJonc  di  Pisa,  e  delle  forlezzo.  I  Dieci  o  che  V  impresa  di 
Vada  non  potesse  per  allora  farsi,  avendo  i  Pisani  condotto 
Luzio  Malvezzi,  o  qual  altra  sene  fusse  la  cagione  ,  inten- 
dendo che  essi  pativano  di  vettovaglie  e  di  macinato  ,  per 
aggiugner  loro  maggiore  incomodità,  fecero  dare  il  guasto 
a  tutte  le  mulina  di  Valo'icalci ,  e  di  Valdiseichio .  lamen- 
tandosi il  Castellnn  Francese  .  il  quale  era  nella  Cittadella 
nuova,  che  questo  recava  anche  incomodila  allo  co.'^e  suo. 
Ma  i  Fiorentini  che  conoscevano  tutto  ciò  dirsi  per  far  fa- 
vore a'Pisani,  sapendo  eglino  esser  dentro  la  cittadella  Mu- 
lina a  secco  ,  si  offerivano  a  provvedere  il  castellano  di  fa- 
rina per  torgli  qualunque  cagione  di  dolersi,  ma  non  che 
il  castellano,  parca  che  il  generale  di  Brettagna  favorisse 
anche  più  scopertamente  che  non  si  conveniva  i  Pisani,  il 
quale  tornalo  a'2i-  di  marzo  di  Pisa,  ove  era  stalo  sempre 
dopo  la  partita  del  cardinale  di  Sanraalò ,  e  trovato  che  il 
campo  de' Fiorentini  ,  il  qual  si  trovava  al  Pontadera  si  met- 
teva in  ordine  per  andare  all'espugnazione  di  Cascina,  si 
era  ingegnato  di  persuadere  con  molte  ragioni  alla  signoria 
d'andare  adagio  a' fatti  della  guerra,  mostrando  soprattutto 
che  il  re  non  mancherebbe  di  osservare  quello  che  aveva 
promesso,  il  che  gli  sarebbe  difficilmente  riuscito  se  a' 27 
non  fussero  venuti  avvisi,  che  g'i  uomini  di  3Ionlepulciano 
gridando  libertà  e  Lupa  si  fussero  ribellati  alla  Repubblica; 
e  di  questo  niovimenlo  esser  stato  grande  e  polente  cagio- 
ne ,  non  ostante  la  confederazione,  che  avevan  con  esso 
loro  i  Sanesi ,  i  quali  aveano  a  questo  fare  porto  loro  ogni 
aiuto  e  favore.  Ques'.o  accidente  fu  cagione  che  i  Fioren- 
tini fecer  vista  di  lasciarsi  piegare  da  conforti  di  Ioan  Fran- 
zo ;  essendo  siali  costretti  scrivere  a  Piero  Capponi,  che 
ritenutesi  tante  genti  quante  bastassero  a  conservare  le  ca- 
j'iella  ricuperale  verso  il  Pontadera,   inviasse    tulle    l'altre 


LIBRO   VENTISEESIMO-  363 

alla  volta  di  ValiJithiana  e  di  Cortona  ;  perchè  da  quella 
parte  maggiori  danni  non  seguissero  ;  e  intanto  e  al  duca 
di  Milano  per  iscuprir  l'animo  sao  scrissero  domandando 
consiglio  in  queste  loro  calamità,  e  al  re  di  Francia  lamen- 
tandosi, che  i  Sanesi  si  gloriavano,  ciò  che  era  fatto  essersi 
fatto  con  conienlimcnto  del  re.  Erano  queste  cose  accadute 
in  tempo  che  andava  attorno  una  general  fama,  che  i  prin- 
cipi italiani  con  altro  forestiere  potenze  congiunti  cercassero 
di  collegarsi  a' danni  del  re  di  Francia,  non  polendo  più 
cotanta  sua  feliciià  tollerare,  e  essendone  per  opera  del 
duca  di  Milano  inslillala  alcuna  parola  negli  oreccìii  deTio- 
rontini ,  e  fin.ilmente  richiesti  da  lui  ad  entrar  nella  lega, 
l.i  quale  1'  ultimo  giorno  di  marzo  fu  in  Venezia  pubblicata, 
intervenendovi  il  papa,  il  re  de  Romani  e  di  Spagna,  il 
senato  Veneziano  e  il  duca  di  Milano  ,  e  fatto  loro  promesse 
grandi  di  volgere  in  lor  beneficio  le  forze  de' collegati,  pur- 
ché dal  re  si  spiccassero  ;  non  vollero  mai  (  non  so  vera- 
mente con  qual  consiglio,  se  non  com'essi  dicevano  tirati 
dal  fato  e  da  una  antica  inclinazione  del  popolo  fiorentino 
verso  la  casa  di  Francia  )  concorrere  con  gli  altri ,  scusan- 
dosi che  essendo  le  cose  loro  in  poter  del  re,  non  era  an- 
dare a  cammino  di  ricuperarle  il  farsi  nimico  colui,  dal 
quale  se  non  per  altro  ,  speravano  al  Gne  con  una  lunga 
pacienza  poterle  conseguire;  onde  nel  domandare  al  duca 
di  ciò  consiglio  ,  come  di  sopra  si  disse ,  avvertirono  Gio- 
van  Batista  Ridolfi  loro  ambasciadore  a  Milano,  che  egli 
non  solo  attentamente  nola'sse  le  parole  ,  ma  i  cenni  e  i 
movimenti  di  Lodovico,  e  dove  accaJesse  che  egli  proffe- 
risse loro  aiuti  di  genti  o  altri  simili  favori  d'  effeilo ,  ei  si 
guardasse  di  non  usar  parole  o  termini  che  li  obbligassero 
ad  accettarli.  Conluttociò  ne  per  le  promesse  tante  volle 
reiterate ,  uè  per  questo  nuovo  accidente  ,  né  per  i  proprj 
interessi ,  essendo  state  inlercctte  lettere  ,  per  le  quali  si 
apprendeva  che  i  Pisani  praticavano  di  darsi  al  duca  di  Mi- 
lano ,  e  credendosi  che  Lucio  Malvezzo  ,  che  vi  era  dentro 
dipendesse  da  lui,  si  mosse  mai  il  re  a  pensar  pur  un  poco 
di  soddisfare  a' Fiorentini ,  o  perchè  ei  temesse  ,  che  resti- 
tuite le  cose  che  avea  in  mano,  eglino  altrove  non  si  vol- 
gessero ,  0  perchè  privo  di  proprio  consiglio  e  .lelibcruzione 


366  dell'  istorie  fiorentine 

fusse  conliniiamente  aggirato  da' suoi  minislri,  i  quali  divisi 
come  nelle  corti  avviene  in  fazioni ,  una  parte  di  essi   con- 
fortava il  re  all'osservanza  delia  promessa   reale,  una  altra 
a  procedere  in  (empi  tali  con  maggior  cautela  ;  per  la  qual 
cosa  non  si  traeva  di  nuovo  altro  di  corte ,  benché  si  fusse 
detto  di  mandare  cinquecento  lance  in  favor  loro  per  le  cose 
di  Montepulciano;    se    non   che    avendo  il  re  deliberato   di 
ritornare  in  Francia,  e  di  far  il  cammino  medesimo  di  To- 
scana, tornava  a  promettere,  che  nel  ritorno    suo    egli   fa- 
rebbe in  modo,  che  i  Fiorentini  non  si  pentirebbono  della 
fedeltà   e    osservanza  loro  verso  la  corona  di  Francia.  Ma  i 
Pisani    falli    piti    ardili    per  lo  esempio  deSanesi,  i  quali 
nutrivano  gagliardamente  questa  fama,  che  ciò  che  era  se- 
guito di  Mon'epulciano  era  stalo  con  sapula  e  consentimento 
del  re,  e  sapendo  il  campo  de' Fiorentini  per  le  cose  di  là 
esser  diminuito,  corsero  a' 17  di  aprile  con   ottocento   fanti 
e  dugenlo  cavalli  per  la  via  di  Vico  e  del  paese   di   Lucca 
nel  contado  di  Pescia,  e    fecer  preda   di    prigioni  e  di  be- 
stiami. Della  qual  cosa  ben  succedutagli  avendo   preso  ani- 
mo, deliberarono  il  dì  seguente    d'accamparsi  a  Librafatla 
con  tre  bombarde  falle  de'  metalli  che  i  Fiorentini  avevano 
in  Pisa,  e  con  due  mila  persone  fra  soldati  e   uomini   del 
paese.  I  Dieci,  essendo  Piero   Capponi  venuto  alla  città  al- 
quanto indisposto  ,  mandarono    per    compagno  a  Bernardo 
Nasi  Piero  Vettori  ,  con  ordine  che  andassero  a  soccorrer- 
la ;  i  quali  giunti  a' 22  a  Librafatla,  trovarono  che  la  notte 
innanzi  i  Pisani  per  tema  se  n'erano  partiti.  Questo  spinse 
molti  desiderosi  di  preda  a  farsi  verso  la  volta  di  Pisa,  ove 
venuto  alle  mani  co' nimici ,  e  fatto  prigioni    e    morti   dal- 
l'una   parie  e  dall'altra,    attaccarono    più    volte    fierissitìie 
scaramucce  ;  nelle  quali  essendo  al  fine  i  Fiorentini  restati 
superiori,  se  ne  tornarono  a  fornir  Librafatla.  Il  medesimo 
giorno  che  i  Pisani  corsero  in  quel  di  Pescia,    gli   uomini 
di  Montepulciano  avendo  fatto  una  bastia  incontro  alla  Torre, 
che  i  Fiorentini  avevano  in  sul  Ponte  a  Vallano,    incomin- 
ciarono a  bombardar  la  Torre  per  insignorirsi  di  quel  pas- 
so ;  la  qual  cosa  sapula  da'commessarj  che  erano  ne"luoghi 
vicini,  s' appresentarono   subilo    con  le  lor  genti  sopra  del 
luogo  ,  e  dopo  una  grossa  scaramuccia  guadagnarono  la  bastìa 


LIBRO  VENT1?EESIM0.  367 

a'nimici,  e  insignorironsi  della  ripa  di  là;  ove  falla  una  loro 
bastìa  ,  e  messovi  guardia  ,  posero  in  molla  sicurezza  le  cose 
(li  quella  parie  ,  rimanendo  libero  alle  lor  genli  il  passare 
di  là  a  lor  posta.  Fecero  poi  gli  inimici  capo  grosso  a  una 
villa  di  quivi  discosto  tre  miglia  delta  Gracciano ,  e  dise- 
gnavano fortifìcarvisi ,  essendo  fra  3Jonlepulcianesi  ,  fanti  e 
cerne  venuti  di  quel  di  Siena  circa  due  mila.  Ma  sentendo 
the  i  Fiorentini  l'andavano  a  trovare,  non  l'aspettarono, 
perchè  presa  facilmente  la  villa,  e  abbruciatala,  se  ìie  tor- 
narono nell'alloggiamento  fatto  di  là  dal  Ponte  a  Valiano- 
Già  risonavano  per  lutto  i  provvedimenti  della  nuova  lega, 
né  altro  s'intendeva  che  soldar  fanti,  condor  capitani,  mei- 
ter  ;n  ordine  legni,  e  fare  altre  preparazioni  gagliarde,  o 
per  difendere  le  cose  sue,  o  per  offendere  altri;  perchè, 
sentendosi  da' Fiorentini  i  Pisani  andar  tuttavia  ingrossando 
di  genli  ,  i  Sanesi  tener  pratiche  di  condurre  il  signor  di 
Piombino,  i  Veneziani  il  marchese  di  Mfmtova,  e  aliri  Po- 
tentati altri  condottieri  e  capitani,  condussero  ne' primi  dì 
del  gonfalonerato  di  Bardo  Corsi  uno  degli  accoppiatori , 
ancor  essi  il  duca  d'Urbino,  non  con  allro  titolo  che  di 
condotta  di  dugento  uomini  d'arme  in  tempo  di  pace  ,  e 
trecento  di  guerra  per  tempo  di  due  anni  fermi ,  e  uno  a 
beneplacito.  Accrebbero  ancor  le  condotte  a  Francesco 
Secco,  al  conte  P»inuccio  da  Marciano  e  a  Ercole  Benli- 
voglio  primi  lor  condottieri,  e  il  simile  fecero  a'conestabili 
de' fanti,  si  fattamente  che  si  trovavano  poter  fra  pochi  di 
metter  insieme  settecento  uomini  d'arme,  quattro  mila  e 
dugento  cinquanta  provvigionati  e  dugento  cavalleggieri. 
Non  ostante  i  quali  preparamenti  i  Pisani  si  posero  di  nuovo 
a  campo  a  Librafatta,  nel  che  porsero  loro  aiuto  non  pic- 
colo i  Fiorentini  medesimi  in  questo  modo ,  che  avendo 
eglino  fatto  intendere  al  re  ,  che  Pisa  s'andava  tuttavia  riem- 
piendo di  genti  sospette,  onde  sarebbe  leggiermente  potuto 
succedere  che  i  Fiorentini  e  il  re  istesso  affatto  un  dì  la 
perdessero,  il  re,  diligente  in  questo,  v'avea  mandalo  per 
mare  secento  fanti  tra  Svizzeri  e  Guasconi,  i  quali  o  cor- 
rolli  prima  che  giiigncssero  in  Pisa;  perciocché  su  i  me- 
desimi legni  tornavano  due  ambasciadori  Pisani  de' quattro 
che  avcvan  mandalo  a  rallegrarsi  della  vittoria  del  re,  o  pure 


81)8  DKLL' ISTORIE  FIORENTINE 

dopo  che  v'arrivarono;  chiara  cosa  è,  che  da  difensori  di 
Pisa  divenlarono  toslamenle  oppugnatori  de" Fiorentini;  per- 
ciocché co' Pisani  congiunti  si  posero  a  combattere  Libra- 
fatta  con  ogni  arte  e  possanza  militare ,  non  giovando  a  nulla 
!e  lettere  e  i  conforti  di  G'anfranze ,  il  quale,  risedendo 
come  ambasciadore  del  re  tuttavia  in  Firenze,  scriveva  loro 
non  esser  questo  il  servigio  del  re ,  siccome  non  fu  anche 
d'alcun  giovamento  alle  cose  di  I^Ionlepulciano  ;  benché 
cavalcato  egli  stesso  in  Montepulciano  avesse  portato  a  que- 
gli nomini  lettere  Regie,  perché  all'imperio  de' Fiorentini 
ritornassero  ,  se  però  non  era  ogni  cosa  piena  di  fraude  e 
di  simulazione.  Importava  a' Fiorentini  molto  il  non  perdere 
Librafatta,  se  non  per  altro  che  per  la  riputazione.  Onde 
consultandosi  del  modo  di  soccorrerla  (  perchè  vi  bisogna- 
vano al  re  prowisi  ni  di  quelle  d  11' altra  v^lia),  per  due  vie 
appariva  potersi  ciò  fare  ,  o  per  Valdiserchio  a  dirittura,  o 
per  la  via  di  Lucca;  ma  essendo  il  fìumj  grosso,  il  pas- 
sarlo parca  molto  difficile.  Del  popolo  di  Lucca,  inclinato, 
sebben  diceano  il  contrario,  a  favorire  i  Pisani,  non  si  ve- 
dea  in  che  modo  si  potesser  fidare.  Conlultociò  spedirono 
a  quella  Repubblica  Piero  Sederini  per  chiederle  il  passo, 
e  commiserli  che  sollecitasse  in  Poscia  Antonio  Canigiaiii 
che  dovea  cappar  mille  provvigionali ,  e  Francesco  Antinori, 
a  cui  s'aveva  dato  la  cura  di  scerre  cinquecento  in  secento 
uomini  bene  armati  della  Valle  per  servirsene  in  questo  bi- 
sogno ,  e  insieraemente  che  s'ingegnasse  di  far  opera  se 
monsignor  di  Farlelh  capitano  degli  Alamanni  si  potesse 
levare  dall'impresa  di  Librafatta;  ma,  appena  era  egli  a  Lucca 
arrivalo  ,  che  vennero  avvisi  de' 20  di  maggio  della  perdila 
di  quel  luogo  ,  che  fu  il  medesimo  giorno  che  il  re  si  part'i 
di  Napoli;  la  qual  terra  da' Guasconi  a' Pisani  consegnata, 
fu  dato  loro  in  iscambio  Vico,  ove  fecero  il  loro  alloggia 
mento.  Furono  in  Librafatta  fatti  prigioni  Carlo  Pitti  com- 
messario  del  luogo,  e  il  castellano  ,  che,  condotti  a  Pisa,  e 
posto  lor  taglia,  fu  posta  anche  a  ciascun  provvigionato  di 
sei  fiorini,  non  ostante  che  si  fossero  resi  a'patli  salvo  la 
vere  e  le  persone.  In  tante  [)ercosse  non  vacillò  mai  la  fede 
de'  Fiorentini,  ancorché  avessero  inleso  che  il  re  Ferdinando 
nei  medesimo  tempo  the  il  re  di  Francia  si  partiva  di  Na- 


LIBRO   VENTISEESIMO.  369 

poli  era  con  gran  numero  di  genti  sbarcalo  in  Reggio  tli 
Calavria,  c'che  don  Federigo  si  trovava  in  Brindisi,  e,  qiielhì 
che  grandemente  importava,  che  alcuni  dì  prima  eran  ap- 
parite ne' liti  di  Calavria  cinquanta  barche  biscaine  e  venti 
galee  sottili  con  l'insegne  del  re  di  Spagna,  anzi  si  asten- 
nero di  mandar  particolari  ambasciadori  nella  solennità  che 
si  doveva  fare  in  Milano  dell'  inveslitura  di  quel  ducalo  con- 
ceduta da  Massimiliano  nella  persona  di  Lodovico  Sforza.  E 
sperando  tuttavia  ,  non  ostante  tante  prove  in  contrario,  che 
nella  venuta  del  re  dovessero  le  cose  loro  mutar  sembianza, 
il  quale  s'andava  tuttavia  avvicinando,  perciocché  il  primo 
di  di  giugno  entrò  in  Roaia,  onde  il  papa  si  era  partito,  e 
ritiratosi  a  Viterbo  ,  elessero  per  incontrarlo  e  per  onorarlo 
tre  ambasciadori  Domenico  Honsi  dottor  di  leggi  ,  Giuliano 
Salvigli  e  Pandolfo  Hucellai ,  benché  in  luogo  di  costui , 
fallosi  dopo  reiezione  frale  di  S.  Marco,  fosse  siibiia- 
mente  sostituito  Andrea  de' Pazzi.  E,  per  condurre  il  duca 
d'Urbino,  il  quale  ne  veniva  al  Borgo  a' servigi  <lel!a 
Repubblica  ,  mandarono  Francesco  Valori  e  Bernardo 
Nasi.  Queste  furono  1  ultime  azioni  de"  primi  Dieci  di 
libertà  e  pace  ;  pcrcio'Thò  a'  2  di  ging^  o  eniraroiio  i 
nuovi  Dieci  Piero  del  Benino  ,  Matteo  Canigiani ,  Fran- 
cesco Pepi ,  Andrea  Giogni ,  Iacopo  Acciai, i^li  ,  Filippo 
Buondelmonti ,  Francesco  Amhrogi ,  Gino  Ginori ,  Veri  dei 
Medici  e  Mazz  o  Mazzei,  i  quali  avendo  sospeso  1'  offese 
co'  Pisani  e  Montepulcianesi  per  lellcre  srriilc  dal  re  , 
quello  a  che  essi  con  luUo  l'animo  aliesero  fu,  essendo 
venula  a  luce  una  lettera  che  Piero  de'Mrdici  s.  riveva  a 
Piero  Corsini ,  mo-^trando  com'  egli  con  il  favore  del  re  sa- 
rebbe rimesso  in  islalo,  chiarire  il  re  che  in  nessun  modo 
pensasse  di  condurlo  non  che  in  Firenze  ,  ma  che  egli  pur 
passasse  per  lo  sialo  de' Fiorentini ,  avendo  prima  ollima- 
mcnte  fornito  la  ciltà  d'arme  e  di  genti  con  ogni  suprema 
diligenza  e  ardore;  il  che  in  parte  era  stalo  fallo  da  i  lor 
predecessori;  e  mostrando  al  re  corno  ess  ndo  la  città  uni- 
tissima a  difonder  la  sua  libcrlà  ,  e  «Jisposto  tutto  il  poi)o.Io 
a  morir  prima  con  l'arme  in  mano,  che  a  consenlirgli  co- 
s'  alcuna  in  favor  suo,  era  un  mettersi  a  manifesto  pericolo 
chiunque  di  questo  lor  proponimenlo  tentasse  rimuoverli. 
Amm.  Voi  .  V.  21 


ZIO  dell' ISTOBIE    FIORENTINE 

Ótioslo  fu  [tiu  volle    fatto  inlcndcre  al  re,  forse  col    inag 
j;iui  aiiiiuosilà    the  allri   non  si  sarebbe  crtdulo  ,    essendo 
ijcirallic  cose  st.ili  molto  pacieiili  a  sotlerire    l'orgoglio    e 
le  infiuslizie  d^-"  Francesi.  E  nondimeno  non  era  nella  citta 
tutta  quella  unione  clie  essi  dicevano ,  essendosi  infin  dal  a 
paitila  di  Piero  sco|)erle  due  l'azioni  nella  Repubblica,  l'unii 
a  cui  il  gi'Ncruo  de' |iO(  hi     1' ;;llra  a  cui  il  più    largo    e  co- 
mune piaceva.  Ne  era  dui  b  o  la  magi^ior  parte  esser  di  co- 
sloro  ,  SI  per»  he  parea    che  quanto  più  allo    stato  popolare 
si  accostassero,    lan'.o  più    s'alionlanasseio    dalla  servitù  e 
tirannide  de'|iotenti,  e  si  perchè  fatlusi  capo  di  questa  sella 
(iirolamo  Savonarola  non  cessava  mai,  ijon   che    in  cella  e 
ne  ragionainei.ti  privali  ,  ma  nelle  pretliche  e  in  pergamo  a 
uictlere  innan/.i  questa    sorte  ai    governo  ,    tramezzandovi  , 
i  om' egli  cr.i  solilo,  la  volontà    e  il  servigio  di    Dio.  Onde 
quesie  iiuc  stile  1' ut  a  de' piagnoni,  ovvero  dei  frate,  l'allia 
degli  arrabbiali  era    ihiamala;  perciocché    avvezzi    costoro 
per  r  antica  autorità  guadagnatasi  nella    Repubblica  sotto  ii 
governo  de'  Medici  ad  essere  essi  soli  a    tulle  le    cure  im- 
portauli    proposti  (  tra'l    qual  numero   non    eran    comprese 
multe  persone  )  non  poteano  con  lieto  animo  tollerare,  che 
allargandosi   il  governo,  e    per  questo   girando    la    cosa  fra 
molti,  eglino  ne' partiti  da  nuove  genti  e  non  mai  esercilali 
ne' maneggi  delle  lose  grandi  fusser  violi.  E  dall'altro  canto 
veggeudo    fra  gli  aliri    gli  arcoi)pialori  islessi  ,    la   maggior 
parte  de' quali  era  della  sella  di  costoro,    es.er    venuti    iii 
o'iio  grandissimo  del  popolo  ;  essendo  a  gli  8  di  giugno  ra- 
gunali  in  palazzo,  e  tacendosi  capo  di  cosi  liberale  e  oIUì- 
revfjle  nflìiio  (iiu'iatio  Sahiati,  andiiron  tutti  ;  e    fra  gli  al- 
tri ristesso  gonfaloniere  dorsi  a  render  1"  autorità  al  popolo 
e  a  deporre  il  magistrato.  Intanto  seguitando  il    re  tuUavia 
il  suo  cammino  arrivò  sei  giorni  de.po  la  rinunzia  degli  ac- 
coppiatori a  Siena  ,  avendo  promesso  a  gli  ambasciadori  fii»- 
-r'eoliiii  Domenico  Bunsi ,  Francesco  Sahiati   e  Pandolfo  Ku- 
celiai  lìgliuolo  di  Giovanni,  i  quali  1"  aveano  incontralo  poco 
più  di  là  da  Siena,  di  non  consentire  che  Piero    de'  Medici 
passasse  per  F  ren/e ,  ma  bene  che  fusse  per   uomini  della 
Repubblica,  perchè  ne  stesse  più  sicura,  fuor    dello  stalo 
loro  accompagnato.  La  qtial  cura  a  Gherardo  Corsini  ,    e  a 


LIBRO    VENTISEESIMO.  37t 

Niccolò  de' Pazzi  in  compagnia  d'un  lur    mazziere  fu  com- 
messa. In  Siena,  ove  il  re  si  fermò  sci  giorni,  s'  incomin- 
ciò di  nuovo  a  Lrallar  della  rcslitnzione  delle   lerre    clic  in 
suo  potere  si  trovavano  ,  si  come  in  Napoli  e    in  cammino 
più  volle  egli  a\ca  affernialamcnie  promesso,  giunto  clie  fusse 
in  Toscana  di  dover  fare;  ma  il  re  vinto  da'conlorli  di  mon- 
signor di  Ligni  suo  fiatcUo  cugino,   il  quale  era  della  con- 
traria fazione  del  cardinale    Sanmalò ,  da    cui    i    Fiorentini 
erano  favoriti  ,  (e  nolo  a  gli  ambastiadori  non   poter  far  la 
della  restituzione  prima  che  fusse  giunto  in  Asti,    ove    si- 
curamente ,  purciiè  ivi  uomini  della  Repubblica  si  trovassero, 
egli  atterrebbe  loro  quello  che  aveva  promesso.  I  Fiorentini 
di  lanla  bramala  e  sperala  cosa  veggcndosi  esclusi  ,  ne  sa- 
pendo più  dove  dar  di  capo,  avendo  fallo  doni  grandissimi 
in  corte  a  tulli  coloro,  i  quali  aveano  s|>eralo  che  potessero 
esser  loro  di  giovamento,  si  volsero  a  gli  aiuti    divini  ,    u- 
sando  il  mezzo  di  Girolamo  Savonarola,  il  quale    a  che  stalo 
s'inalza  il  valore  degli  uomini  quando  è  congiunto  con  opi- 
nion di  bonlìi!)  come  messo  e  profeta  di  Dio  era  dalla  mag- 
gior parie  de'Fiorenlini  ripulalo.  Costui    a\endo    trovalo  il 
re  nella  terra  di  Poggibonzi,  dopo  aver  veduto,  ch'egli,  co- 
m'avea  dello  a  gli  ambasciadori  ,  non  inlendea  restituir    le 
terre  che  tenea    occupale    a' Fiorentini  prima    che  in    Asti 
fusse  arrivalo,  non  più  a  guisa  d'un  povero  e  \ il  fraticello, 
ma  come  nel  \ieUo  suo  fusse  vigore  espirilo  divino,  com- 
mosso d'animo  gli  usò  parole  in  simil  sentenza:  Guardati,  o 
re,  dell'ira  di  Dio,  la  quale  senz'alcun  fallo  cadrà   sopra  le 
cose  tue  più  care  a  guisa  d'un  fulmine  con   irreparabil  ro- 
vina, se  quello,  per  cui    chiamasti  Dio  per  testimone  e  mal- 
levadore delle  tue    promesse ,    da  te  non  si  è    interamente 
osservato.  Commossero    le  parole  del  frate  l'animo    del    re 
giovane,  e,  come  è  natura  de' Francesi,  dedito  alla  religione, 
onde  benché  ei  mostrasse  non  volersi  partire  dalla  delibe- 
razione presa  in  Siena  ,  non    tolse    però  afTalto  la  speranza 
che  in  Pisa  non  se  ne  potesse  trattar  di  nuovo;    ove    il  re 
schifando  la  città  di  Firenze  per    i  preparamenti    uditi  che 
vi  si  eran  falli ,  il  20  giorno  di  giugno  per  la  via  di  Valdelsa 
si  condusse.  In  Pisa  si  riattaccò  la  pratica  di   nuovo  in  as- 
senza degli  ambasciadori  fiorentini;  i  quali   per   fuggir  gli 


372  dell' rsTOKiK  fiorentina 

scandali  erano  aiidali  a  slanzare  in  Lucca ,  e  condussesi 
tanto  innanzi ,  che  si  venne  infin  al  trattar  di  molte  conven- 
zioni co' Pisani,  i  quali  dicendo  che  i  Fiorentini  ritraevano 
da  loro  più  di  centomila  scudi  per  ciascun  anno;  eglino  ri- 
spondevano contentarsi  riscuoterne  cinquantamila,  purché  i 
Pisani  pagassero  solamente  ^li  ufTiciali  ,  e  di  non  accrescer 
le  gabelle  promeltcssero;  permettevasi  loro,  quando  ostinati 
in  questo  perseverassero,  di  poter  lavorar  drappi  di  stia, 
lane  francesche,  e  lignere  in  grana  ,  purché  eglino  pagas- 
sero i  medesimi  diritti  in  Pisa ,  che  i  Fiorentini  istessi  per 
condurre  le  dette  cose  in  Firenze  p.ignvano.  Conlintav.isi  i 
Fiorentini  the  fussero  restituite  loro  Pisa  ,  Livorno  e  Mu- 
Irone  e  di  Pielrasanla  ,  di  Sere/zana  ,  e  di  Serezzanello 
arebbonne  aspettala  nuo^a  deliberazione  dal  re,  e  al  re  cose 
molte  con  molto  lor  progiudizio  acconsentivano.  E  nondimeno 
cos' alcuna  non  si  coiicliinse  ;  avendo  i  Pisani  e  con  doni 
e  con  preghiere,  e  iniìiio  con  ard.-niissime  lagrime  in  guisa 
intenerito  i  cuori,  non  che  de' baroni  e  de'còrtigiani,  ma 
de' soldati  ordinarj  ;  che  si  !ro\aron  di  quelli  the  ardirono 
minacciar  di  morie  il  cardinal  di  Sanmalò,  se  di  più  favorir 
i  Fiorentini  in  tal  conto  non  si  rimanesse;  giudicando  tutti, 
che  il  mantenere  una  città  già  stala  cosi  grande  e  cos'i  flo- 
rida in  libertà  fussc  opera  piena  di  lode  e  di  magnanimità 
veramente  reale.  Non  si  conchiuse  per  queslo  altro  di  quello 
che  in  Siena  si  era  deliberato  ;  an/i  il  re  in  cambio  di  re- 
stituir le  terre  C'  mj  aveva  promesso,  domandò  aFiorcntini 
Francesco  Secco  lor  condottiere  insieme  con  la  sua  compa- 
gnia d'uomini  d'arme;  la  quale  negatagli  per  i  sospetti  in 
che  rimanevano  de' Pisani  e  de'Sanesi,  fugli  conceduta  la 
persona  sola  del  Secco;  ma,  per  non  tirarsi  addosso  l'ini- 
micizia della  lega,  non  come  soldato  loro,  ma  come  mosso 
di  sua  libera  volontà  e  arbitrio  per  soddisfare  al  desiderio 
di  chi  l'aveva  richiesto.  Volle  anco  il  re  che  i  Fiorentini 
soprassedesser  l'olTese  contra  i  Pisani  per  trenta  giorni;  il 
che  non  negarono  di  fare,  purché  eglino  il  medesimo  faces- 
sero ;  perciocché  moslravan  al  re  ,  come  nel  tempo  istcsso 
che  di  ciò  si  trattava,  buon  numero  delle  lor  genti  sotto 
Giulio  Malvezzi  era  ito  a  Rosignano,  e  faceva  ogn' opera  e 
con  l'arme  e    con    gli    inganni  mostrando  patenti    del  re, 


LIBRO   VENTlSEESmO.  373 

perchè  quelli  della  terra  s' arrendessero.  Non  si  slavano 
meno  oziosi  quelli  di  Montepulciano,  i  quali,  sentendo  il 
re  parlilo  di  Pisa  per  Lucca  con  tanta  poca  riputazione 
de'  Fiorentini ,  non  avendo  cos*  alcuna  di  quello  ch'era  stalo 
lor  promesso  ottcnula,  tentarono  dì  venire  alle  mani  con 
quelli  drl  ponle  a  Vallano,  ma  rotti  dalle  genti  della  Re- 
pubblica ,  e,  fallo  prigione  Giovanni  Savello  lor  capitano  , 
portarono  la  pena  della  lor  temerità  In  Firenze  Ira  tanto 
era  venuto  il  tempo  di  far  dal  consiglio  generale  la  crea- 
zione ddla  nuova  signoria.  Trovaronvisi  ollocentotrenla  cit- 
tadini di  trenta  anni  in  su  netti  di  specchio,  la  forma  della 
creazione  era  questa.  Traevansi  per  ogni  quartiere,  per  creare 
i  due  lor  signori,  venliquatlro  clczionari ,  per  lo  gonfalo- 
niere venti,  i  nominati  andavano  a  parlilo  ,  e  chi  aveva  più 
fave  vinceva;  !e  quali  raccolte  da  due  signori ,  da  due  gon- 
falonieri di  compagnia ,  da  due  dodici,  e  da  due  cancellieri 
principali,  si  pubblicò,  essendo  la  traila  stala  tenuta  oc- 
culta a  tutti  due  giorni ,  aver  vinto  gonfaloniere  di  giustizia 
Lorenzo  Lenzi  già  sialo  del  numero  de'Dieci  passali,  e  ni- 
pote di  quell'altro  Lorenzo,  che  primo  della  sua  famiglia 
era  sialo  gonfaloniere  setlanla  anni  addietro.  Crearonsi  si- 
milmente ambasciailori  per  trattar  col  re  in  Asti  delle  cose 
deliberale  Guiilantonio  Vespucci  e  Neri  Capponi,  con  or- 
dine che  partissero  subito  che  si  fusse  inteso  per  qual  via 
il  re  si  fusse  avvialo.  E  perchè  i  Dieci  avean  dato  ordine 
alle  lor  genti  che  non  lasciassero  i  Pisani  senza  gasligo  , 
poiché  contravvenendo  a  gli  ordini  del  re  erano  i  primi  a 
travagliare  altri ,  appunto  la  sera  del  primo  di  luglio  ,  es- 
sendo i  Fiorentini  al  Pontadera  ,  e  i  Pisani  a  Cascina  luo- 
ghi distanti  due  miglia,  vennero  insieme  alle  mani.  Scara- 
mucciossi  lunga  ora  con  gran  virtù  dell'  una  parte  e  dell'al- 
tra,  ma  alla  fine  i  Pisani  fur  messi  in  fuga  ,  essendone  fe- 
riti molti ,  e  morii  dieci  di  loro.  Furonvi  presi  quaranta 
de' loro  cavalleggicri,  tra'quali  uomini  di  conto  un  figliuolo 
di  Ruberto  Sanseverino  dello  il  Facccndino ,  un  nipote  di 
Lucio  Malvezzi  ,  e  im  connestabii  francese.  Furonvi  presi 
trenta  altri  prigioni  di  taglia,  e  dugento  capi  di  bestie  gros- 
se ,  e  in  somma  dato  lor  la  caccia  infino  oltre  le  sbarre  di 
Cascina.  Procedendo  in  questo  modo  prosperamente  le  cose 


374  DKLl' ISTORIE   FIORENTINE 

dcTiorentiì.i  così  in  Pisa,  come  in  Montepulciano,  quelle 
del  re  di  Francia,  la  cui  fortuna  essi  erano  per  allora  di 
seguitare  deliberati,  ebbono  diversi  successi  prosperi  in 
Lombardia,  infelici  nel  regno  di  Napoli,  perciocché  il  re 
partito  di  Pisa,  ove  lasciò  alla  guardia  della  cittadella  mon- 
signor d'Entraghes  uomo  di  monsignor  di  Lisni,  e  enlrato 
per  la  via  di  Ponlremoli  (la  qual  terra  fu  della  sua  van- 
guardia crudelmente  saccheggiata  )  nel  tenitorio  di  Parma  , 
era  il  sesto  giorno  di  luglio  passando  il  Taro  a  canto  a  For- 
nuovo  venuto  alla  battaglia  co'coUegati  ;  nella  quale  secondo 
r opinione  delia  maggior  parte  degli  scrittori,  toltone  lo 
scrittore  delle  cose  veneziane,  ei  restò  vincitore,  ma  nel 
reame  ancorché  Ferdinando,  il  quale,  come  di  .«opra  si  disse. 
era  smontalo  in  Reggio  ,  presa  poi  quella  terra ,  fusse  stato 
da  Obigni  rotto  a  Seminara ,  e  per  questo  riturnatosone 
sbigottito  a  Messina;  nondimeno  messosi  con  un'  armata  di 
movo  apparecchiata  in  mare,  e  venuto  alla  spiaggia  di  Sa- 
lerno, aveano  con  maraviglioso  esempio  della  mulaziono 
della  fortuna  tutti  quei  luoghi  ahalo  le  sue  bandiere  ,  e  fi- 
nalmente richiamalo  egli  da  molli  napolelani  nella  (illà  rea- 
le, era  il  settimo  giorno  di  luglio  rientrato  in  Napoli  con 
incredibile  allegrezza  di  quella  ciltà.  Qres'e  novelle  intese 
a  Firenze  faceano  tanto  piìi  affrettare  a' Dicci  la  restituzione 
delle  lor  cose,  e  per  questo,  spedili  gli  ambasciadori  per 
Asti,  mandarono  Rinaldo  Altovili  a' cardinali  S.  Piero  in 
Vincola,  di  Sanmalò,  e  Fregoso  con  aliti  signori  francesi  e 
fuorusciti  di  Genova,  i  quali  dal  re  erano  siati  manda  i  di 
Serezzana  per  l'acquisto  di  quella  città,  acciocché  a'  primi 
avvisi  del  re  facessero  far  la  restituzione  delle  terre  po-t* 
verso  quelita  parte.  Ma  non  aveano  i  Fiorentini  a  raccor 
così  presto  il  frutto  di  tanto  ardente  lor  desiderio,  percioc- 
ché e  r Altovili  in  quel  di  Lucca  fu  fatto  prigion  da'Pisani, 
e  le  cose  del  re  ebbero  infelicissima  riuscita ,  essendo  l'ar- 
mala regia  rolla  da' Genovesi  a  Rapalle  ,  e  quelli,  i  quali 
erano  ili  per  terra,  costretli  a  trovar  con  la  fuga  scampò 
a"  lor  pericoli.  Nò  gli  oratori  mandati  al  re  furono  più  for- 
tunali, avendo  in  ogni  loro  azione  avuto  cattivi  riscontri  ; 
perciocché  con  qualche  scemamento  della  loro  riputazione 
furono  da  Ambrogio  di  corle  ministro  del  duca    di    Milano 


LIBRO   VENTISEF.SIMO.  375 

rercati  in  Tortona  se  porlavan  danari  al  re  Cnrìo  ;  o  posi  in 
arrivali  a' venti  del  mese  in  Asti,  e  presentatisi  al  rnrpello 
del  re ,    dopo  aver    avuto  da  lui  risposta    generalo  ,    erano 
«l;ìli  rimessi  a  monsignor    di  Pienes ,  e    a  monsignor    della 
Tramoglia;  i  quali  col   f;ir  nuove  domr.nde  ,    e    i    Fiorrnlini 
posero  in  nuovi  pensieri  e  iravagH,  e  a  tulio  il    mondo  fo- 
cer  palese  qunnlo  piccol  luogo  avesse  nell'animo  del  lor  re 
r  osservanza  delle  promesse  e  la  tema  della    infamia  ;   per- 
fiocchè,   non  ostante  1' uitirae  promesse  fatte  con  tania  eer- 
lezza  in  Siena  e  in  Pisa  ,  essi  richiesero  su  i  primi  disoorsi 
che  ebbero  insieme  ,  n'Ire  i  trentamila    scudi .  che  rimane- 
vano a  pagarsi,  allri  cenlomila  ,  benché  pronieUcssero  darne 
sicurlà  sufficien'e.  Volevano  che  delle  robe  d;i' Pisani    tolte 
a'mercalnnli  fiorentini  dopo  la  ribellione  di  Pisa  più  non  si 
ragionasse,    e  così    d'ogn' altra  cosa    inOno    a  quel    tempo 
succeduta  non  si  dovesse  len' r  più  conto;    oltre    a    questo 
a?giugnevano ,  che   avendo  i  France^-i  dulibio  ,    che    i  Fio- 
rentini,   ricuperate    le  lor  cose,  nell"  am'cizia    del    re    non 
continuassero,  volevano    da  loro  alcuni  slatichi    per   tenerli 
in  Francia  per  lor  sicura,  e  altre    cose  dimandavano    dalle 
prime  mollo  diverse;  la  maggior  parte  del'e    quali  essendo 
da' Fiorentini  con  al'una  moderazione  acconsentite  (cosi  era 
grande  il  desiderio  di  ricuperar  In  terree  fortezze  perdute  ) 
accadde  nn'acciderte,  che  grandemente  qnesle  pratiche  tur- 
bò, e  che  le  condiz'oni  loro  si  pegciorassero  fu  senza  dub- 
bio cagione.  Avoano  i  Fi"rcnlifìi  nel  passar  che  ultimamente 
avea  il  re  Carlo  fallo  di  Siena  a  Pisa  rimo?-so  le  lor  g'^nti, 
per  levar  materia  di  quali  he  scompiglio  .  dalle    castella  che 
essi  avcano    poco    innnnzi   da'  Pisani    ricoverale  ;    in   mi  llf* 
delle    quali  entrali  subitamente    i  Pisani,    se    ne    erano  di 
iniovo  insignoriti,    e  fra  queste    era  Ponte  di  Sacco,    alla 
guardia  del  qua!  luogo    er'no    i   ffiiasroii   che    presero  Li- 
brafalla;  i  quali  a' soldati  della  Repubblica,  che  in  mano  gli 
erano  pervenuti,  avean  usato  molte  crudeltà,  e,  quello,  che 
in  que'  tempi,  secondo  l'uso  delle  guerre  d' Italia,  era  slimata 
cattiva  guerra,  aveano  trailo  di  notte    e    c!i    giorno    con  le 
ar'iglierie  a' padiglioni .  non  avcano    osservalo  a  ninno  cosa 
che  avesscr  promesso ,  e  e;-senilo  in  una  barbara  opinione, 
che  alcuni  fatti  da  loro  prigioni  si  fussero  iniiiioltili  porle, 


376  dell'  istorie  fiorentine 

oro  .  e  olire  rose  di  pregio  ,  dopo  avergli  uccisi ,  li  aveviin 
si)yr;ili  per  veder  di  ritrovare  nelle  \  lacere  loro  le  cose  im- 
inagiìiale.  I  Fiorcnlini  ,  essendo  con  le  sue  gcnli  arriv.-ilo 
nel  Ponladera  il  duca  d'Urbino  ,  e  con  l' altre  loro  accoz- 
zatosi, non  pollando  tanti  oltraggi  dc'Pisani  soffrire,  coman- 
darono al  duca  che  andasse  ad  espugnar  quella  terra.  Con 
la  qual  vittoria  e  leverebbe  la  inacchia  della  perdita  di  Li- 
brafatla,  e  rinluzzerelfbe  T  alterigia  de'Pisani  ornai,  per  liuiti 
fa\ori  dal  re  e  d  Ila  lega  ricevuti,  troppo  insuperbiti.  Dievvisi 
la  battaglia  per  Ire  giorni  l'uno  dietro  l'altro,  nell'ultimo 
de'quali,  the  fu  l'ultimo  giorno  di  luglio  ,  non  avendo 
quelli  di  dentro  riparo,  si  resero,  salve  le  persone  de'so!- 
dali  forestieri.  Ma  i  Guasconi  non  avendo  nell' uscir  della 
terra  voluto  attender  l'ordine  de' comraessarj  furono  la  mag- 
gior parte,  non  -enza  dispiacer  grande  de'  couunessarj,  i  quali 
con  gran  fatica  e  pericolo  ne  salvorno  alcuni  ,  tagliati  a 
pezzi ,  e  con  gli  esempi  delle  crudeltà  apparali  da  loro ,  in 
varj  modi  Kiiserabilniente  lacerali.  Questo  successo  scritto 
al  re  dal  generale  di  Linguadoca  fratello  del  cardinale  di 
Sanmalò  ,  il  quale  in  Pisa  si  ritrovava  ,  e  da  Giovanni  Cini 
nobile  pisano  per  questo  effetto  mandato  in  corte,  accresciuto, 
accrebbe  scnz' alcun  dubbio  la  difficoltà  dell'accordo,  fa- 
cendosi quindi  congettura  non  essere  i  Fiorentini  ben  f!i- 
s[)OSti  verso  i  Francesi.  Onde  a'  primi  patti  s'  aggiunsero 
altte  capitolazioni;  per  una  delle  quali,  fra  l'allre,  rimans- 
wmo  i  Fiorentini  obbligati  a  mandare  dugento  cinquanta  uo- 
mini d'arme  nel  regno  di  Napoli  in  aiuto  de' Francesi  ogni 
volla  che  eglino  in  Toscana  da  aìtra  guerra,  the  da  quella 
di  Montepulciano,  non  fossero  molestati.  Fu  questo  dispac- 
cio mandalo  dagli  ambasciadori  di  corte  per  Baccio  da  Se- 
sto ;  ma,  ritenuto  in  Anoue  e  condot'o  a  Milano  ,  gli  fumo 
tolte  le  scritture  sotto  scusa,  che.  trattandosi  di  mandar 
gente  in  aiuto  de' Francesi  nel  regno,  e  di  pagar  denari  al 
re  di  Francia,  contenevano  cose  pregiudiciali  alla  Iga  ;  sic- 
come fu  ancora  di  là  a  po(  hi  giorrìi  ritenuto  in  Alessandria 
il  Vespucci;  il  quale,  lascialo  Neri  Capponi  appresso  del  re, 
se  ne  tornava  senza  alcun  sospetto  per  lo  stato  del  duca  di 
Milano  in  Firenze  ,  onde  fu  di  nuovo  molto  caldaraertc 
scritto  al  re,  pregr\ndolo    ad    ordinar   in    modo,  che  tanto 


LIBRO    VE.NTISEESIMO.  377 

giusto  lov  desiderio  avesse  il  suo  effello,  porlando  quesla 
dimora  non  maggior  pericolo  alla  Repubblica  che  al  re  me- 
desimo,  poiché  si  vedea  manifeslamenle  che  i  Veneziani  , 
e  il  duca  di  Milano  avean  volto  1'  occhio  alle  cose  di  Pisa; 
la  quale  quando  in  poter  d'alcun  di  loro  pervenisse,  lolla 
la  comodila  di  Livorno  alle  armale,  che  dal  re  potreLbono 
esser  spedile  per  Italia,  il  regno  di  Napoli  si  polea  intera- 
mente tenere  per  spacciato.  Non  perdeva  intanto  il  campo 
de' Fiorentini  alcun  tempo;  una  parte  del  quale  sotto  Ki- 
nuccio  da  Marciano  si  pose  intorno  Palaia,  disegnando,  oc- 
cupalo questo  castello,  di  volgersi  tulli  in>ieme  a  Vico  Pi- 
sano. Quelle  memorie,  le  quali  in  questo  luogo  fanno  raen- 
lioue  di  Rinuccio  Farnese,  prendono  senz' alcun  fallo  er- 
rore ,  essendo  egli  morto  nella  giornata  del  Taro  ;  nel  quale 
errore  con  singolare  esempio  di  trascuratezza  cadde  Berar- 
dino  Corio ,  il  quale,  avendo  poco  innanzi  il  medesimo  af- 
fermalo della  sua  morte  che  gli  altri  scrittori,  vuol  nondi- 
meno che  l'anno  seguente  sia  condolliere  de"  Fiorentini. 
Aspellarono  quelli  di  dentro  più  d'  un  assalto,  essendovi, 
oltre  i  terrazzani,  alcuni  fanti  Guasconi ,  i  quali  sapendo  il 
caso  di  Ponte  di  Sacco  valorosamente  si  difendevano.  3Ia  il 
capitano,  promesso  a'  soldati  di  dar  loro  la  terra  a  sacco  ,  e 
però  avendo  quelli  fallo  un  assalto  molto  vigoroso,  costrinse 
i  terrazzani  a  pensare  a' casi  loro,  i  quali  rendendosi  final- 
mente il  14  giorno  d'  agosto,  salve  le  persone  ,  e  i  soldati 
forestieri  a  discrezione,  ricomprarono  il  sacco  con  dar  una 
paga  a" soldati  In  questo  acquisto  intervenne  per  commes- 
sario  Piero  Corsini  mandatovi  da  Francesco  Valori ,  e  da 
Pagolantonio  Soderini  venuti  di  nuovo  generali  commessarj 
nel  campo  ,  avendo  la  Repubblica  rimossone  i  primi  per 
mostrar  al  re,  benché  senza  lor  colpa,  quanto  fusse  a  tutta 
la  città  il  caso  di  Ponte  di  Sacco  dispiaciuto.  II  governo 
della  città  s'andava  ancor  egli  tuttavia  più  assodando,  essen- 
dosi un  dì  innanzi  all'acquisto  di  Palaia  vinta  una  legge  in 
consiglio  ,  per  la  quale  si  metteva  pena  la  vita  a  chiunque 
per  l'avvenire  fusse  più  ardilo  di  far  parlamento,  conce- 
dendo ampia  licenza  a  tulli  i  gonfalonieri  di  compagnie  ,  i 
quali  da' signori  per  questo  effetto  (ussero  chiamati,  che 
n'andassero  incontenente  con  lo  stendardo   e    col  popolo  a 


378  tJKJ.L'ìSTOniE   FIOUENTIXE 

casa  i  (IcUi  sisinori ,  e  quelle  come  ili  capitali  nimiii    della 
patria  loro  sicchoggiassero  e  ardessero.    Prese    poi  il  gon- 
faloniere Gino  Ginori,   ne' prinni    giorni  del  cui   magistrato 
vennero  novelle  a  i  Dieci  come    i    Perugini    aveano   avuto 
vittoria  centra  i  lor  fuorusciti,  capi   de' quali    erano    quelli 
della  famiglia  degli  Oddi  nimici  di  Guido  e  di  Ridolfo  Ba- 
glioni  fratelli  ,  sotto  la  cui  autorità  Perugia    si    governava  , 
co' quali  desiderando  i  Fiorentini  di  vivere  in  pace,  avendo 
massimamente  addosso  i  Pisani  e  Piero  de'Medici,  il  quale 
con  le  forze  degli  Orsini    e    de' Sanesi  si  preparava  di  rien- 
trare in  Firenze,  condussero  a' loro  stipendi  Giovanni  Paolo 
figliuolo  di  Ridolfo,  e  non  molto  dipoi  Aslorre    di    Guido, 
a  cui  con  altri  condottieri  e  concstabiii  la  guardia  del  Ponte 
a  Chiusi  raccomandarono.  Di  verso  Pisa   accrebbero    ancor 
le  lor  gcnli  ;    perciocché  aspeitandosi  di  d'i  in  dì  gli  ordini 
del  re  per  la  restituzione  della  ritiadelia,  volevano  trovarsi 
provveduti  per  poter  sforzare  i  Pisani  quando  non  li  vole-^- 
sero  ricevere,  e  tra  tanto  s'accamparono    intorno  Vico  Pi- 
sa:ìo.  In  questo  luogo  fccrro  i  Piloni  entrare  Pagolo  Vitelli 
con  la  compagnia  sua  e  de' fratelli ,    avendo  prima,    perchè 
ciO)  facesse  datoj;li  Ire  mia  scudi,    il    quale    bendò    fussc 
soldato  dal  re,  mostrava  tu:to  q;ies'o  fare  pi-r  lettere  sue  e 
per  ordine  del  generale  di  Lin^uadoca,  che   troxandosi  am- 
malato a  Pietrasanta  diceva  infino  ad  allr' ordine  non   cs«er 
monte  del  re  che    contra  i  Pisani    cos' alcuna    s'innovasse; 
oltre  a  così  buon  prcj^idio  aveano  i  Pisani  falto  un  bastione 
da  quella  parte  che  riguarda  Pisa  in  luogo  alto  assai  presso 
alla  terra,  il  quale,  togliendo  a' Fiorentini  la  commodità  d'ac- 
camparsi di  quella  parte    per    dove    si    sarebbe  potuto  Tir 
gran  danno  alla  terra,    li    costrinse  a  meilersi   d;  Ila    landa 
di  Bientina  ,  luogo  poco  atto  a  poter  indi  danneggiare  i  di- 
fen.sori  ;  e  nondimeno  non  erano  fuor  di  speranza  di  po^er- 
seie  insignorire,  qu:indo  a' 7  di  settembre  giunse  in  Firenze 
Niccolò  Alamanni  con  gli  ordini  e  lettere   del   re,    così    ad 
Enlraghes   e  a  gli  altri  suoi  ministri  perche  le  fortezze  ren- 
disscro,  come  per  prendere  il  giuramento  da' Fioreniini  per 
r  osservanza  della  nuova  lega  ,  e  cose  promesse  ul.imamcnle 
da  loro  ambasciadori  in  Turino;  al  qual  atto  avea  deputato 
Salienl  Teijtavillu  ,  monsignor  di  Lilla,  e  il  proposto  di  Pa- 


LIBRO   VENTISEESIMO.  379 

ligi ,  i  quali  in  Toscana  si  ritrovavano.  Livorno  con  le  for- 
tezze cobi  di  mare  ,  come  di  terra  si  riebbe  il  lo  giorno  di 
settembre  senz' altra  replica,  ma  non  senza  l'aiuto  di  nuova 
moneta.  Mi  le  cose  di  Pisa,  le  quali  aveano    a    travagliare 
non  che  Toscana,  ma  tutta   Ilalia,    ebbero    altro  successo, 
allegando  in  sul  principio  Entraghes   senza   particolari  con- 
trassegni del  re  lasci.itili  in  sul  partir  suo  di  propria  bocca, 
non  poter  far  la  detta  restituzione;  poi  mostrando  di  essersi 
lascialo  svolgere  da|i|i  allri  ministri  del  re,  e  avuto  daFio- 
rentini  due  mila  scudi  per  polrr  mantener  le  sue  genti,  fece 
intender  loro  che  si  accoslasscro    a    Pisa    con  le  lor   genti 
per  la  porta    Fiorentina  ,    promeltendo  che  se  i  Pisani  non 
li  volevan  ricever  dentro  a  guisa   di   amici  ,    egli    tirerebbe 
loro  con  i'arliglicrie  dalla  ciltiuleila  ,  la  qr.ale  soprastando  a 
quella  porta  e  ^1  borgo  di  san  Marco    ad    essa    porta  cbn- 
giunlo  ,  non  era  difficoltii  alcuna  a  cacciarne    i    Pisani,  e  a 
fargli  del  tutto  abbandonar  quella    parte.    I    Fiorentini  lieti 
d'aver  a  ricoverar  dopo  tante  fatiche  cosi  principal  membro 
dello  stato  loro,  abbandonalo  Vico  Pisano,  si  drizzurono  con 
tutte  le  lor  genti,  e  con  quelle  de  Vitelli ,  che,  inleso  l'or- 
dine del  re,  si  erano   unite  con  esso  loro,  avendo  però  tocco 
prima  quattro  mila  scudi,  alla  volta  di  Pi'a,  e  fecero  il  loro 
alloggiamento  a  san  Remedio  .  luogo  asf^ai  presso  alla  cittìi. 
Aveano  i  Pisani,  d'ordine  del  castellan  medesimo,  fallo  avanti 
la  delta  porta  un  bastione  grande  e  forle,  il  quale  slimando 
Entraghes   che    i    Fiorentini  non  fussero    per    potere   isfor- 
zare ,  quindi  si  era  mosso  a  mostrarsi  liberale  di  quello  che 
altri  ottener  non  polca,  essendo    per    altro  risoluto,  come 
poi  si  conobbe,  a  non  fare  i  Fiorentini    della    citladella  si- 
gnori.   Ma    essendo  nel  campo  loro  non  raen  pronta  dispo- 
sizione d'insignorirsi  di  Pisa,  che  si  fusse  ne' petti  de'Fio- 
renlini  istessi ,  partitisi  di  S.  P>emedio  vennero  con  lanl'im- 
pcto  e  f(  rocia  ad  assalire  da  tre  parti  il  bastione,  del  sito, 
del  quale  avea  dato  loro  Paolo  Vitelli  pienissima    informa- 
7Ìone,  che  cacciatine  i  difensori,  e  entrali  del  bastione  per 
un  ponte  levatoio  nel  borgo ,  parca    che    fussero   per  insi- 
gnorirsi quel  di  felicemente  di  Pisa,  se  nell'ardor  del  com- 
battere Entranghes  accortosi  che  i  Fiorentini  contro   il  suo 
avviso  s'impadronivan  quel  giorno  di  Pisa,  non  avesse  fallo 


380  bell'istorie  fiorentine 

tirar  loro  di  molii  colpi  d' artiglierie  della  citlaiicUa,  da'quali 
ferito  in  una  gamba  Paolo  Vitelli  ,  e  guasti  e  feriti  molti 
altri  soldati,  furono  costretti  raffrenar  cotanto  empito,  re- 
stando nondimeno  padroni  del  bastione  e  del  borgo  con 
preda  di  molte  robe  ,  e  con  aver  fatto  alcuni  prigioni  di 
stima.  L'esempio  del  castellano  fu  seguitalo  non  solo  da 
quelli  di  Pietrasanla  ,  e  del  Mulrone  ,  che  dipendevan  da 
lui,  ma  da  chi  era  a  guardia  di  Serezzana  e  di  Screzzanello, 
benché  vi  fusse  ito  per  parte  del  re  Luigi  di  Villanova,  il 
quale  non  altro  frutto  trasse  di  questa  sua  gita  se  non  es- 
sersi certificato,  che,  non  ostante  qualunque  ordine  del  re  , 
senza  lettere  di  Ligni  era  impossibile  che  dette  fortezze  già 
mai  si  restituissero.  Queste  cose  saputesi  di  fuori,  e  non 
polendo  alcun  crcflere ,  che  due  o  tre  castellani  avesser 
cotanìa  baldanza  di  opporsi  alla  volontà  del  re  loro  ,  ac- 
crebbero l'animo  a  Piero  de'Medici  di  voler  in  ogni  modo 
tentare  di  rientrare  per  la  via  del  Ponte  a  V'aliano  in  Fi- 
renze. La  Repubblica  offesa  cosi  notabilmente  da  Piero  ,  il 
dichiarò  verso  gli  ultimi  dì  di  settembre  ribello  con  quattro 
mila  scudi  di  taglia,  e  tornò  a  scrivere  al  re  i  disordini 
grandi  che  da  questa  inubbidienza  del  castellano  procedea- 
no ,  r  arJir  preso  da  Piero  de'Medici,  il  non  poter  mandar 
genti  nel  regno,  lo  accrescere  riputazione  alla  lega,  e  in- 
somma una  perdita  certa  e  sicura,  così  per  conto  de' Fio- 
rentini ,  come  del  re  islesso  della  città  di  Pisa;  poiché,  olire 
il  Malvezzo,  v'era  finalmente  entrato  il  Fracassa  con  alcuni 
cavalli  e  fanli  della  riviera  di  Genova,  favori  tutti  porli  loro 
dal  duca  di  Milano  ;  nò  esser  di  lieve  considerazione  i  con- 
forti de' Veneziani,  i  quali  ricevendo  ogni  dì  suppliche  e 
raccomandazioni  da'  Pisani  ,  incominciavano  nello  stato  tur- 
bato d'Iialia  ad  allargar  l'animo  loro  ambizioso  alle  spe- 
ranze di  Toscana,  conoscendo,  olire  la  gloria,  di  quanto  pro- 
fitto potrebbe  esser  loro  l' aver  porli  nel  mar  tirreno.  E 
contullociò  non  lasciavano  via  alcuna  possibile  per  ammol- 
lire l'animo  d'Entraghes,  avendj  indotto  ad  avvicinarsi  a 
Pisa  monsignor  di  Lilla  ,  benché  infermo ,  perchè  da  tanta 
ritrosìa  il  rimovesse  ;  ma  egli  corrotto  d'  avarizia  e  da  libi- 
dine, ministri  potentissimi  a  qualunque  scelleratezza,  per- 
chè era  innamorato  d'una  giovinella  pisana  ngliuola  di  Luca 


LIB50    VENTISEESIMO.  381 

del  Lanle  ,  e  avea  come  si  seppe  poi  promesso  di  dare 
a'Pisaiil  la  ciltadella  per  danari,  ne  da  Lilla  ,  né  da  Saliant 
renla\illa  e  Villanova  si  lasciò  svolger  mai  dal  suo  propo- 
nimento ;  ancorché  eglino  per  mezzo  d'un  aialdo  regio, 
che  appresso  di  loro  si  ritrovava,  avesser  con  trombetti,  e 
con  allre  cirimonie,  secondo  l'uso  di  Francia,  protestatogli 
di  dichiararlo  riLeilo  e  nimico  della  corona  di  Francia  con 
confiscazione  di  corpo  e  di  beni  ;  se  fra  i  termini  d'  un  d'i 
a" comandamenti  del  suo  re  non  ubbidiva.  La  qual  solennità 
ad  alro  non  giovò ,  se  non  che  Enlranghes  allegando  voler 
i  contrassegni  segreti  del  re,  spedi  Ci;;rles,  suo  creato,  in 
cort!  per  vedere  se  questa  fosse  la  volontà  di  sua  maestà, 
confortato  a  far  questo  dal  propos'o  di  Parigi,  che  insieme 
con  lui  in  ciltadel'a  si  ritrovava  ;  il  q'iab?  non  orlante  che 
fusse  nominalo  per  uno  fra  gli  al. ri  de'  commessarj  del  re 
in  pigliar  la  ralific  izione  de'  Fiorentini  circn  le  nuove  con- 
\ dizioni  fatte  a  Turino,  non  era  mesio  del  castellano  duro 
in  vietar  che  la  fortezza  si  consignasic;  nel  qual  tempo 
vennero  di  Lombardia  lettere  alla  Repubblica  come  a'  7 
d'ottobre  tra  il  re  di  Francia,  e  il  duca  di  iMilano  era  se- 
guito pace  e  accordo,  e  che  i  Fiorentini  erano  slati  chia- 
mati compagni  dal  re,  onde  parendo  che  fussero  perciò 
rimossi  i  favori  della  lega  da  Pisani,  e  credendosi  (ho  i!  re 
spaccierebbe  subito  chi  facesse  far  la  restituzione  delle  cose 
promesse,  stettero  i  Fiorentini  molli  di  piiiii  di  queste  liete 
speranze,  ora  pregando  il  duca  di  Milano,  che  facesse 
partir  di  Pisa  il  Fracassa  ,  ora  sollecitando  il  re  che  man- 
dasse un  per.'onaggio  d'autorità  per  condurre  il  castellano 
ad  ubbidire.  E  nondimeno  non  polendo  tra  lanlo  il  campo 
p  ù  trattenersi  nel  borgo  di  Pi;a  ,  essendo  contiiiuamcr.le 
danneggiato  dalle  artiglierie  di  cittadella  ,  si  levò  la  mattina 
de'lU  per  tornarsene  all'antico  alljggiamento  di  Cr.s;ina  ;  e, 
quello  che  non  meno  d'ogn' altra  cosa  incebbe  a'Fiorcnti- 
ni ,  morissi  in  questo  ri'orno  la  notte  de'  12  nella  bad'ia  di 
Sansovino  presso  a  Pisa  monsignor  di  Lilla,  il  quale  veniva 
nelle  lor  cose  molto  favorevole.  Fu  certo  nobile  esempio 
della  sui  fede,  che,  richiesto  pochi  giorni  innanzi  alla  sua 
morte  da  Entranghes  che  a  Pisa  se  ne  dovesse  venire,  ove 
sarebbe  più  diligpnlemenle  curato  ,  e  delle  cose  necessarie 


382  dell'istorie  fìoremine 

alla  sua  salvezza  provveduto,  rispose   che   conoscendo  egli 
esser  piacere  di  Dio  che  in  breve  dovesse  morire,  avea  de- 
liberalo di  morire  piutlusto  tra  gli  amici    e    fedeli   del  re  , 
che  non  ira  quelli  che  della    sua    niaes'à    fussero    nimici  e 
ribelli.  Furongli  per  questo    ordinale    1'  esequie  funerali  in 
Santa  Maria  dil  Fiore  con  grandissima  pompa.    Ma   perchè 
le  spedizioni  così  dvl  duca  ,  come    del    re    lullavia  ritarda- 
vano ,  e  i  Sancsi  si  erano  i)resso  che  scoperti  nimici    della 
Repubblica,  e  vivevasi    dogli    Orsini  e  di  Piero  de'  Medici 
in  alcun  sospetto,   essendosi  accozzali    co' fuoruscili  di  Pe- 
rugia ,  e  per  quella  via  tentando  di  farsi  innanzi ,    furono  i 
Fiorentini  coslrelti  dividere  le  genti  loro  per  riparare  a  tulli 
i  luoghi  onde  si  temevano  i  pericoli.  Perchè  fu  con  dugento 
ottanta  uomini  d'arme,  e  con  millecinquecento    fanti    man- 
dalo il  du'  a  d'  Urbino  verso  il  Pogfrio  Imperiale   per  esser 
all'  incontro  de'  Sanesi .  e  il  conte  llinuccio  da  Marciano   e 
fratelli  con  mille  fanti  e  con  dugenlo  uomini   d'  arme  verso 
Cortona,  e  a  Valiano  per  resistere  ad  ognimpelo  degli  Or- 
sini e  di  Piero  de' Medici,  oltre  il  campo  resialo   a    Casci- 
na; nel  quale  era  un  buon   num.ero    di    cavalleggieri  e  due 
mila  fami,  e  uomini  d'arme  trecento.  Oltre  questi  prepara- 
menti senlendosi  per  lettere  di  Roma  come  Piero  de'Medici 
minacciava  di  torre  una  terra  importaute  di  quelle  della  He- 
pubblica,  fu  scri'lo  a  lutti  i  commessarj ,    e    massimamente 
a  Piero  Capponi,  il  quale  era  commessario  a  Volterra ,  che, 
Volteggiando  pc^  i  mari  di  Toscana   l'armala    degli    Arago- 
nesi, stessero  vigilanti ,  benché  in  fatto  non  temessero  molto 
in  questo  tempo  i  Fiorentini  de'  loro  nimici ,  ancorché  eglino, 
in  iscrivendo  al  re,  per  conseguire  la  cittadella,  grandemente 
queste  cose  accrescevano;  imperocché  Virginio  Orsino,  che 
partendo  di  Narni  veniva  verso  Todi ,  non  avea   veramente 
|)iù  che  cento  cinquanta  uomini  d'arme,  dugenlo   cavalleg- 
gieri ,  e  circa  scicenlo  fanti ,  né   questi    molto    bene  in  or- 
dine. Paolo  Orsino ,   perchè  questi  due  soli  di  tulli  gli   Or- 
sini si  erano  scoperti  nimici    della   Repubblica,  il  quale  si 
ritrovava  in   Montepulciano ,    avea    solo    cinquanta    uomini 
d'arme,  e  intorno  a  dugento  fanti.  Le  genli  de' Sanesi    tra 
il  signore  di  Piombino,  Giovanni  Savello,  e  un  figliuolo  del 
conte  di  Piligliano  non  passavano  il  numero  d'uomini  d'arme 


LIBRO   VE.MISEESIMO.  383 

ilugcnlocinquanla.  Ma  non  eran  del  luUo  stale  false  le  mi- 
iiaccc  di  Piero  ,  essendosi  poco  dipoi  scoperto  che  egli 
leiuva  trattalo  in  Cortona,  ove  Luca  degli  A'bizi  era  com- 
niessario  ;  la  qual  cosa  non  avendo  avuto  alcun  elTclto,  tolse 
gran  riputazione  a  quell'arme,  che  per  questo  cercavano  di 
cungiiignersi  insieme  ;  l.ilchè  si  sperava  che  liille  l' altre 
cose  avessero  a  terminar  bene,  essendo  massimamente  ve- 
uutc  lollcre  dc'24  dal  Vespucci,  il  quale  era,  dopo  che  fu 
coniloUo  a  Milano,  restalo  per  ambasci.id((re  della  Repub- 
blica ap|iresso  il  duca;  per  le  quali  avvisava  come  quel  prin- 
cipe a\ea  (irdinato  di  mandare  uno  de' suoi  segretarj  al  Fra- 
cas  a  |)er  levarlo  di  Pisa;  il  quale  continuando  ne'suoi  soliti 
e  vecchi  arlilìci ,  benché  orm<ìi  troppo  palesi  e  conosciuti 
da  ciascuno,  diceva  aver  quella  cura  e  pensiero  delle  cose 
della  Repubblica  ,  che  avea  delle  sue  medesime.  Ma  queste 
speranze  crebbero  ancora  mollo  più  ,  essendo  tre  dì,  appresso 
die  prese  il  gonfalonerato  Antonio  Manelti  ,  arrivato  in  Fi- 
renze un  gentiluomo  del  re  di  Francia  dello  Lanciampugno, 
ju  compagnia  del  quale  veni\a  ancor  Cammillo  Vitelli;  ben- 
ché ncir  ospor  la  sera  medesima  la  sua  ambasciata  alla  si- 
gnoria,  prestamente  si  fusse  conosciuto  da  quante  difficultà 
sono  per  lo  più  sempre  circomUile  le  cose  che  ardentemente 
hi  desiderano  ;  imperocché  presentile  le  lettere  del  re  in 
sua  credenza  a'signori  (le  quali  altro  non  contenevano,  se 
non  che  egli  era  mandalo  per  restituir  Vi  a  e  l'allre  cose 
de'Fiorenliiii)  tos'o  soggiunse,  che  egli  aveva  espressa 
commissione  del  re  di  richiedere  la  Repubblica  che  dovesse 
pagare  a'  Vitelli  certa  somma  di  danari  prima  eh'  egli  andasse 
a  Pisa;  dopo  il  qual  pagamenlo  egli  n' audcrebbe  scnz' al- 
cuna dimora  a  far  quanto  gli  era  stalo  comandato.  Parve 
questa  cosa  molto  strana  a'signori,  e  pciò,  preso  tempo  a 
rispondere  ,  avrndo  la  mallina  seguente  ragunato  il  consiglio 
de' richiesti  con  arrolo  di  buon  numero  de'ciltadini  più 
savj ,  risposero  in  iscritto  esser  cosa  impossibile  trar  più 
danari  ne  dal  pubblico ,  né  dal  privalo  ,  se  prima  non  si 
vedesse  con  gli  elTetli  la  nsliluzione  delle  lor  cose.  Lan- 
ciamnugno,  lullochè  di  tal  risposta  non  mostrasse  restar  sod- 
disfallo, pur  chiese  tempo  ancor  egli  per  consigliarsi  col 
Tcniavilla  e  col  Salient,  e  che  di  nuovo  sarebbe  con  la  si- 


384  dell'istorie  fiorentine 

gnoria.  Allora  Canimillo  Vitelli,  incomimiandosi  dalla  lunga, 
mostrò  quanto  egli  era  slato  sempre  favorevole  alle  cose 
de' Fiorentini ,  e  che  dubitando  dell'ostinazione  del  capi- 
tano di  cittadella,  egli,  per  assicurarsi  d'avere  i  suoi  danari, 
avca  fatto  lasciare  a  Neri  Capponi  tante  gioie,  che  la  Ue- 
pubblica  era  seeura  di  non  perdere  il  suo,  quando  la  resti- 
tuzione non  seguisse;  conluttociò  che  per  raaggior  Mcurlri 
egli  si  avea  fatto  dare  tutti  gli  ordini  e  espedizioni,  che 
per  detta  restituzione  erano  necessarie  ;  le  quali  avea  coni- 
messione  di  stracciare  ,  ovvero  ardere  ogni  volta  che  i  da- 
nari non  gli  si  pagassero ,  i  quali  diceva  ascendere  alla 
somma  di  dieci  mila  ducali,  e  che,  non  pag..nd(.g'.isi  deUi 
danari,  egli  senza  andar  con  le  sue  genti  a  soccorrere  ii 
reame  ,  avrebbe  preso  quella  via  che  miglior  gli  fusse  pa- 
rula  ,  protestando  d'  ogni  danno  che  per  <  io  ne  seguisse  , 
cotesto  non  pagamento  esterne  princij)»!  cagione  e  origine- 
Fu  da'  signori  detto  che  appresso  gli  si  rispmderebbe,  ma 
non  lasciarono  però  trallanto  di  soggiugnere  a  Lanciampu- 
gno ,  che  se  Eniraghes  avesse  ubbidito  a' primi  ordini  del 
re,  secondo  monsignor  di  Lilla  il  confortò,  ben  si  sarebbe 
potuto  soccorrer  Napoli  e  co'Vitelli  e  con  le  genti  della 
Hepubblica,  non  essendo  in  quel  tempo  ne  gli  Orsini,  nò 
altri  scopertisi  in  favor  del  re  Ferdinando,  onde  a  quelle 
genti  si  fusse  potuto  impedire  il  cammino  di  passar  oltre. 
E  che  se  ora  i  danari  a'  Vitelli  pagassero  prima  che  Pisa  si 
ricuperasse,  tanto  meno  si  disporrebbe  ii  cnslellano  a  ren- 
der la  citladolla,  parendogli  esser  seguito  1  elTelto  che  il 
re  desiderava  del  soccorso  di  Napoli.  Licenziati  per  aliora 
Lnnciampugno  e  '1  Vitelli  con  questa  risposta  ,  il  medesimo 
fu  replicalo  al  Vilelii  in  iscri  fo  due  giorni  di  poi.  Ma  por- 
tando egli  lettere  di  monsignor  di  Ligni  e  del  duca  dOr- 
liens,  di  cui  Eniraghes  era  suddito,  delle  qua'i  si  sapea 
che  egli  farebbe  più  slima  che  di  quelle  del  re,  furono  i 
Fiorentini  costrelti  secondare  alle  vog.ie  di  Camm'llo  ,  il 
quale  conlenialosi  fìnalmenle  di  ricever  per  allora  circa  tre 
mila  scudi  ,  dietro  Lanciampugno  ,  che  era  già  parlilo  per 
veder  di  muovere  Eniraghes  ,  s"  avviò  col  Salicnl  e  col  Tcu- 
tav  Ila  a  Pisa  per  lo  medesimo  effetto.  Mi  arrivalo  Lanciam- 
pugno la  mattina  de'  15  due  ore  innanzi  di  a  piò  della  porla 


LIBRO    VENTISEESIMO.  38S 

della  cilladella,  fu  studiosamente  tanta  trallenulo  da' fanti 
del  capitano  ,  che  i  Pisani  n'  ebbero  novelle  ,  da'  quali  veg- 
gcndosi  egli  accerchiare  gittò  parte  delle  lettere  in  una  siepe 
e  parie  in  Arno  ;  le  quali  tutte  per  buona  lor  fortuna  in 
mano  de' Pisani  pervennero,  talché  presolo  prigione,  e  non 
polendo  egli  mostrare  della  volonlii  del  re  altro  che  parole, 
non  si  fece  effetto  alcuno  migliore  di  quello  che  per  1'  ad- 
dietro si  era  fallo  ;  olire  che  il  castellano  mostrava  di  voler 
aspettare  Ciarles  suo  creato;  né  miglior  fortuna  aveva  avuto 
il  messo  del  duca  di  Milano,  per  i  cui  ordini  il  Fracassa 
non  aveva  fallo  cenni  di  volersi  partir  di  Pisa  ,  benché  poi 
mollo  tardi  a  mezzo  dicembre  l'avesse  fallo;  anzi  l'essere 
il  cardinale  de  Medici  ito  a  Milano  ,  e  Giuliano  a  Bologna , 
ove  quelli  dal  duca  ,  e  questi  da  Giovanni  Bentivoglio  parca 
che  fussero  lavoriti,  aggiugncvano  tuttavia  maggior  dubbj 
e  sospetti,  trovandosi  massimamente  in  questi  tempi  Virgi- 
nio Orsino  a  Dirula,  luogo  de'Baglioni  vicino  a  Perugia  a 
Ire  miglia  ,  Paolo  Orsino  a  Castel  della  Pieve  ,  e  Piero  dei 
Medici  in  Siena,  i  quali  si  congiunser  peti  insieme  al  Bagno 
a  Rapolano,  onde  le  querele  de'nuovi  Dieci  entrali  a  3  di 
dicembre  incominciarono  ad  essere  spesse  e  gravi  appresso 
del  re.  Costor  furono  B.rnardo  Nasi ,  Paolanlonio  Soderinr, 
Alamanno  Rinuccrni,  Lorenzo  Morelli,  Piero  Popoleschi, 
Pier  Giovanni  da  Ricasnli,  Francesco  Valori  ,  Pierfilippo 
l^indolfini ,  Francesco  Romoli  e  Baldassar  Brunetti  amen- 
due  arlefici ,  i  quali  non  lascir.vano  luogo  alcuno  di  persua- 
dere inti'ntato  per  commuovere  il  re  a  vend  carsi  de'Pisani, 
che  con  tanto  dispregio  del  nome  regio  avessero  avuto  ar- 
dire di  manomettere  un  suo  gentiluomo,  e  sopratlulto  tor- 
navano a  domandargli  che  si  risolvesse  a  mandare  un  per- 
sonaggio d'  ùulorilà  ,  perchè  venisse  pur  un  giorno  a  fine 
r  effetto  di  quesla  restituzione.  Per  le  quali  querele  si  ri- 
svegliò tanlo  l'animo  del  re  di  Francia,  che  sdegnato  con 
J/igni ,  fece  intendere  a' parenti  d' Enlr;ighes  ,  che  altamente 
il  punirebbe ,  se  senza  dar  più  dilazione  e  interpretazioni 
a' suoi  ordini,  subito  non  restituisse  a' Fiorentini  le  fortezze 
di  Pisa,  di  Miitrone  e  di  Pietrasanla  E  oltre  a  ciò  mandò 
monsignor  di  Gemei  con  nuove  lei  ere  a  Entraghes  per  que- 
sto effetto.  A  cui,  esscnJo  arrivato  a  Pisluia,  furono  mandati 
Amu.  Vol.  V.  :i5 


386  dkll' isroRiB  iioìsKiNtine 

Paoliinlonio    Soderiiìi,  e  Lorenzo  di  Pier  Francesco  por  ri- 
ceverlo e  onorarlo;  ma   né    egli,    ne    monsignor   di    Bono 
cognato    d'Eiitraghes  dieìro  Gemtl  mandalo  di  ro  .  fecero 
alcuno  effello  cid  castellano  ;  o  corrotto  e  guasto  dalie  rose 
die  di  sopra  si  disse  ,  o  ()ercliè,  disperando  per  lanla  osti- 
nazione passata  ,  quando  ben  ora  ulihidisse  ,   il  perilono  dal 
re,  gli  paresse  ogn' altra  c<isa  migliore  partito   che    l'ubbi- 
dirlo. Ma  Gemei,  avendo,  oltre  a  quest'ordine,  commissione 
di  condur  gli  Orsini  assoldi  di  re,  a  questo    fu    giovevole 
a'  Fiorentini ,  che    condotto    Virginio    al    soldo  di  Francia  , 
liberò  da  ques'a  noia  la  Ucpubblica  ,  la  quale,  non  ostante 
tanti  pochi  benefici  che  dal  re  ricevea  ,    non    lasciando  ad- 
dietro   uffici)    alcuno    di    riverenza   e   d' amorevolezza ,  gli 
mindò  nuovi  amliasciadori  per  rallegrarsi  della  pace    fai  a  . 
e  insiememente  per  condolersi  della  morie  del  Delfino    suo 
figliuolo  i!  vescovo  di  Volterra  e  Giovacchino  Guasconi.  Alla 
quale  ardente  lor  divozione    quante    volte  io  considero  .  io 
non  so  certo  quanto  mi  dibba    lodar    quel    governo;    per- 
ciocché   o    conoscevano    eglino,  che  il  re  veniva  in  questo 
allo  schicltamenle  o  con    fraude  :    e    se    essi    conoscevano 
d'esser    ingannali,    perchè  con  tanto  lor  pregiudizio  conti- 
nuar nella  fede  di  chi  lì  tradiva,  se  con  semplicità,   a    che 
eiTelto  farsi  idolo  uno,  il  quale    non    avea    co'suoi    sudditi 
autorità  nò  maeslà  alcuna?  De'  quali  due  falli,  qualunque  si 
sia  in  un  principe,  facendo  l'uno  ritrailo  di  malvagità   d'a- 
nimo, e  Pallro  di  dappocaggine,  se  bene  Ir.'ggon  principio 
da  fonti  diversi ,    producono    i    medesimi    elTetli .    e    sono 
amendue    parimente  dannosi ,  non  essendo  da  stimar  meno 
il  danno  che  si  riceve  da  chi  non  ci  giova  quando  dovreb- 
be ,  che  quello,  che  da  coloro   ci  vien  fallo,  che  contra  ogni 
ragione  ci  offendono.  Con  tutte  queste  lurbazioni  di   fuori  . 
si  fece  in  Firenze  nuova  riforma  circa  il  governo  della  cilln, 
e  in  segno  di  giustizia,  e  d'aver  oppresso  il  tiranno,  rizzos>i 
in  sulla  ringhiera  della  porta  del  palagio  la  Giudille  di  br<in- 
zo ,  opera  egregia  di  Donalello. 


DUI'  ISTORIE  EMiTlE 


DI 


ijfs^rxmTH:^      ;«>  m«'m,H"w»ft  jo^  r^-^, 


LIBRO  VENTISETTESIMO. 

Anni   1Ì96  1502. 


l-><on  infelice  cominciamenlo  prese  il  gonfaloncrato  in  Fi- 
renze il  primo  di  dell'anno  1496  Matteo  del  Caccia,  essen- 
dosi poco  dipoi  per  certi  avvisi  saputo  come  Enlr;ighes 
alla  presenzi  di  Bono  suo  cognato  avea  cpiel  medesimo  dì 
consegnata  la  cittadella  a"  Pisani ,  avendo  ricevuto  da  loro 
dodici  mila  scudi  ,  la  quale  e  di  consiglio  del  castellano  e 
dcliberazion  loro,  fu  subito  dnf ordine  che  fusse  sfasciala 
(!  raaniiata  a  terra.  I  Fiorentini  oltre  modo  per  così  falla 
perdila  dolenti  scrissero  a  gli  ambasciadori ,  i  quali  erano 
in  cammino  ,  che  montati  sulle  poste  affrcltassero  il  viaggio 
per  far  intendere  al  re  il  tradimento  d'Enlraghes,  e  poiché 
le  cose  in  questo  modo  eran  succedute ,  si  facesser  resti- 
tuire i  trentiimila  scudi  pjigati  ultimamente  al  re  su  le  gioie, 
o  impetriir  licenza  di  poter  altrui  le  dette  gioie  impegnare, 
se  i  danari  ricuperar  non  si  potessero  ,  che  il  re  gli  acco- 
modasse di  cinquantamila  scudi ,  ordinasse  a  Vitelli  che, 
avuti  i  danari  da  Gemei,  si  trattenessero  alquanto  in  Toscnna 
per  veder  che  cammino  prendessero  le  cose  di  Pisa,  e  che 
Giovanni  Iacopo  Trivukio  governator  delle  sue  genti  in  Asli 
ad  ogni  loro  richiesta  fusse  apparecchiato;  mostrandogli 
quello  che  altre  volle  avean  dello,  che  il  danno  deTio- 
rentini  sarebbe  in  ogni  tempo  slato  danno  evidentissimo  per 
le  cose  d'Italia  delia  corona  di  Francia.  E  frattanto  coraan- 


388  DFIL'iSTOIUE   FIORENTINE 

(larono  alle  lor  genli,  le  quali  in  quel  d'Arezzo  e  di  Cor- 
Iona  si  ritrovavano ,  che,  poiché  i  sospelli  degli  Orsini  e 
(li  Piero  de' Medici  erano  cessali,  s'avviassero  alla  volta 
di  Pisa  ,  ove  si  avcano  a  volger  tulle  le  forze  della  Re- 
pubblica, così  per  ricuperazione  del  contado,  come  della 
ciltà  islessa  di  Pisa;  perciocché  già  si  dubitava  che  non 
Inalo  co' Pisani,  quanto  con  tulli  i  collegati  s'avesse  a 
contendere  ;  sapendosi  come  i  Pisani  avcano  subilo  dopo 
la  ricuperazione  della  cilla'lella  spediti  loro  ambasciadori 
a  quasi  tutti  i  principi  de' cristiani ,  al  papa,  all' impera- 
(lore  ,  a' Veneziani  e  al  duca  di  Milano,  e,  de' minori 
potenlati,  a'Sancsi,  a' Genovesi ,  a' Lucchesi  e  al  signor  di 
Piombino,  rirhicdendo  loro  di  danari,  di  genti,  e  di  con- 
siglio per  difcmlcrrii  dall'arme  de' Fiorentini  ;  i  quali  la  lor 
liberlà  cercavano  di  opprimere.  Furono  senz' alcun  dubbio 
con  maagior  prontezza  ricevale  l'ambascerie  de'Pisani  da'col- 
legali ,  che  non  quelle  de' Fiorentini  da' F'rancesi;  percioc- 
ché e  il  duca  di  Milano  mandò  maestro  Agostino  da  Lucca 
per  far  loro  intendere  ,  che  egli  volea  conservargli  in  li- 
bertà e  in  nome  de'Venezinni  venne  con  alcune  genti  Ma- 
rino de'  Bianchi ,  assicurandoli  che  quel  santissimo  senato  , 
a  cui  r  altrui  libertà  come  la  pro[iria  era  cara  ,  non  gli  la- 
scierebbe  perire.  Alle  quali  promesse,  avendo  e  il  duca,  e 
i  Veneziani  incominciato  a  sovvenirli  (  essendosi  i  danari 
IO  quali  Eniraghes  era  stalo  pagalo  cavati  da' Veneziani  e 
dal  duca  di  Milano  )  seguirono  tostamente  gli  effetti.  Ma  il 
re  di  Francia  come  che  alle  novelle  avule  del  tradimento 
d' Eniraghes  mostrasse  di  fulminare,  e  che  i  Fiorentini  am- 
ba-ciadori  cortesemenie  ricevesse,  promettendo  loro  che 
egli  prenderebbe  di  ciò  tal  vendetta ,  che  a  tulio  il  mondo 
fosse  palese  quanto  i  tradimenti  gli  dispiacessero,  non  se- 
guitarono però  l'opere  conformi  a  queste  minaccie ,  poiché, 
né  monsignor  di  Bono  ,  il  quale  era  ritornato  in  Francia 
con  indicj  manifesti  d'aver  consentito  alle  ribalderie  del  co- 
gnato,  e  tocco  per  se  duemila  scudi,  non  fu  da  lui  più  che 
d'un  leggier  rabbuffo  punito;  ne  Ruberto  di  Veste  valletto 
suo  di  camera  mandato  da  lui  per  far  restituire  aFiorenlini 
Serezzana  e  Serezzanello  ,  e  per  disporre  Eniraghes  ,  che 
rendesse  ancor  loro  Mulrotie    e    Pielrasanta  ,  fu    in  questa 


LIBnO   VENTISETTESIMO.  389 

opera  d'alcun  profitto;  benché  da  Ruberto  non  restasse. 
Era  alla  guardia  di  Serczzana  il  bastardo  di  Bienna  postovi 
da  Ligni,  il  quale  avendo  a  cotesto  castellano,  Ire  giorni  in- 
nanzi che  Ruberto  v'arrivasse  un  suo  uomo,  mandalo  per 
disporlo  insieme  co' compagni,  siccome  avrà  al  re  detto. 
che  tostamente  alla  venula  di  Ruberto  ubliidissero,  avea  a 
punto  il  contrario  mandatogli  a  dire;  perchè,  dopo  aver  il 
bastardo  tenuto  intorno  a'dieci  dì  sospeso  Ruberto  di  quel 
che  avesse  a  deliberare  ,  finalmente  vendè  verso  il  fine  di 
febbraio  por  ventiquallromila  scudi  Serezzana  a' Genovesi. 
Né  fu  dubbio  alcuno  come  per  l'autorità  di  Ligni,  così  per 
opera  d'Entraghes  tulio  ciò  esser  seguito,  acuì  gli  statichi 
infino  a  Pisa  furono  mandati.  Similmente  niun' altra  cosa  di 
quelle  che  i  Fiorentini  aveano  al  re  domandato  ottennero  , 
eccello  il  poter  impegnare  le  gioie,  e  qualche  leggier  spe- 
ranza di  soccorso,  ma  non  già  de' Vitelli,  i  quali  al  regno 
conveniva  che  andassero.  Ma  in  colanti  manc;imenti  di  così 
grande  amico  e  proteltor  loro  ,  non  mancavano  perù  i  Fio- 
rentini a  se  stessi;  perciocché  come  che  mollo  ben  sapes- 
sero esser  dal  duca  di  Milano  ingannati  (  il  quale  di  conti- 
nuar sempre  con  ciascuno  con  le  solite  arti  non  si  rimaneva) 
non  lasciarono  però  mai ,  avendo  da  lui  il  medesimo  artifi- 
cio appreso  ,  di  tener  pratiche  seco  e  di  chiederli,  se  non 
altro,  consiglio,  perchè  in  laute  dilBcoIlà  Tanliche  loro  cose 
conseguir  potessero.  E  ha  cerio  cagione  ampia  da  maravigliarsi 
chiunque  s' abbati  e  a  veder  le  scritture  de' Fiorentini  e 
de' Pisani,  veggendo  ricorrer  parimente  amendue  questi  po- 
poli quasi  ad  oracolo,  al  costui  consiglio  e  autorità;  dove 
era  forza,  che  se  non  lutti  due,  almeno  l'una  parte  ne  re- 
stasse ingannata.  Tenevano  ancora  i  Fiorentini  appresso  il 
duca  di  Ferrara  Jacopo  Acciainoli  lor  cittadino,  assai  caro  e 
domestico  di  quel  signoro  ,  perchè  egli  fosse  appo  il  duca 
di  Milano  lor  mezzano  e  intercessore  ;  e  benché,  non  sotto 
nome  di  ambasciadori,  simili  persone  ,  mantennero  il  più  del 
tempo,  e  col  pontefice,  e  con  Giovanni  Bentivoglio  ;  di  cui, 
per  la  vicinila  di  Bologna  allo  stato  loro,  grandemente  avean 
cagione  di  temere.  E  essendo  richiesti  da' fuorusciti  di  Siena 
d'aiuto  ,  prontamente  gliel  concedetlero  ,  benché  a  nulla 
fusse  giovato.  Ma  soprattutto  essendo   con    ogni  lor  sforz© 


3£0  DEI.t'  ISTOHIE   FIORENTINE 

deliberali  di  ricuperar  le  cose  perdute.  E  avendo  per  que- 
sto, senza  le  genti    del  duca  d'Urbino,    messo    insieme  in 
Valdinievole  ollocento  cavalli,  e  cinquemila  fanti,  per  dare 
fiicun  principio  a  gli  acquisti  loro,  mandarono  a' 25  di  feb- 
Jtraio  mille  fanti,  e  dugento  cavalicggieri    all'espugnazione 
di  Vada,  la  quale  gagliardamente  combattuta,  pervenne  a'27 
in  potere  de' Fiorentini.  Né  per  le  brighe  e  molestie  di  fuori 
mancava  la  diligenza  in  quelle  di  dentro,   procurandosi  del 
<oi:linuo  da  gli  amatori  del  presente  governo  ,    che    quello 
stato  pigliasse  forza  ,    facendosi   tuttavia    quanto    pifi    fiisse 
possibile  popolare  ;  siccome  erano  anche  a  ciò  elTicacemenie 
dal  Savonarola  ogni  dì  riscaldali.  Per  la  qual  cosa  voggcndt» 
che  per  lo  consiglio  grande,  di    grande  e    capacissima  sala 
facea  lor  di  bisogno  ,  quella  ordinarono  che  in   volle  sopra 
la  dogana  ,  dove  era  già  tetto ,    subitamente    fusse    gittata  ; 
la  quale  abbellita    a' tempi    nostri  dal    granduca    Cosimo  di 
pitture  e  di  statue,  per  uno  de'rari  ornamenti  d'Italia  èri- 
guardata.  Quivi  non  essendo  ancora  interamente  fornita,  vol- 
lero che  la  seguente  signoria  de' mesi    di  marzo  e  d'aprile 
si  dovesse  creare,  dispensando  per  questa  volta  per  special 
grazia,  che  non  desse  noia  lo  specchio  ,    e  ordinando    per 
l'avvenire  che  non  meno  di  mille  cittadini  facessero  il  gran 
consiglio  ;  acciocché  a  coloro,  i  quali  avian  posto  la  mira  al 
governo  più  ristretto  ,  fusse  mozza    ogni  via   di  dar  compi- 
mento a' loro  disegni.  È   cosa  certa,  si  come  da   gli  uomini 
diligenti  di  quel  tempo  fu  notato,  millesetlecentocinqiianla- 
cinque  cittadini  da  trenta  anni  in  su  esservi  intervenuti,  dai 
quali  il  nuovo  gonfaloniere  Domenico    Mazzinghi  fu  croato. 
Scrive  Giovanni  Cambi  ,  il  quale  non  è  dubbio  che  egli  era 
de' piagnoni,  esser  costui  stato  buon  uomo  e  molto  populare, 
e  che    non  piacendogli    il  governo   de' Modici,    non    mollo 
nelle  faccende  pubbliche  in  lor  tempo  si  fusse  intromesso  , 
onde  fu  prima  creato   gonfaloniere  che  egli  fusse  stalo  dc'si- 
gnori  ;  il  che  a  molti  non  era   intervenuto.    Fu   per  questo 
la  sua  elezione  mollo   cara  al  popolo  ,  il  quale  attribuì  anche 
a  buono  e  felice  augurio,    che  in    questi  |)rirai    dì  fussero 
venule  novelle  dal  campo  della  prosa  di  Buti.  Ma,  per  com- 
pensare le  cose  prospere  con  T avverse,  non  andò  guari,  che 
si  seppe  ancora  e  di  Screzzanello  a>cr  quel  medesimo  il  suo 


LIBRO    VEMISETTESIMO.  391 

castellano  fatto,  the  di  Srrc7z,iii;i  avca  falto  il    bastardo  di 
Bienna.  Ne  delle  fortezze  di  Piclrasanla  ,    e    di  Matrone  sì 
viveva  con  molla  speranza  ,  benché  Entraghes  facesse  inten- 
dere a' Fiorentini ,  che,  facendogli  ottener  perdono  dal  re  , 
liberamente  le  rendereblìe  loro  ;  imperocché  verso  il  fine  di 
marzo  ancor  esse  per    veniisctiomila    scudi  a' Lucchesi    fur 
vendute.  Le  quali  cose  in  gran  parte  si  crede  esser  seguite 
per  i  conforti  del    dura  di  Milano ,    che  fu  atìcor    buona  e 
principal  cagione    che  il  duca  d' Urlatio  si  spiccasse  da'ser- 
vijzj  della  Repubblica  e  alla  lega  si  congiugnesse  ;  ancorché 
mandandogli  i  Fiorentini  Braccio    Martelli  per    mostrargli  il 
lempo  della  sua  condotta  a  gran  pezza  non   esser  finito,  nò 
cagiono  essergli  slatV  data  perchè  così  dovesse  fare  ,  si  fus- 
sero  di  rilenerlo  grandemente    ingegnati;    e  nondimeno    si 
sparse  in  quel  temjKi  fan)a    per  Italia  ,    che  il  duca    artata- 
mente fusse  siato  accommiatato  da' Fiorentini,  perchè  egli  con 
la  lega  si  conducesse  ;  la  qua!  cosa   grandemente    increbbe 
aì!a  cilià  ,  veggendo  da'  suoi  avversari  non  per  altro  effetto 
ciò  essersi  pubblicato,  che  per  renderla  sospetta  a'Francesi, 
a'  quali  fu  certo  qne- la  lama  esser  pervenuta.  Considerando 
prr  questo  con  ehe  duri   niniici    avessero    a    contendere  ,  i 
quali  «la  niuna  parte  rilìnavano  di  molestarli ,  e  sapendo  che 
s'aspeltavan  di  giorno  in  giorno  in  Pisa  gli  aiuti  de'  Vene- 
tiani    e  del  duca  di   Milano  ,    slimarono  che  fusse  da  solle- 
citar la  guerra;  e  per  questo  essendo  dopo  la  presa  di  Buti 
ridotti  al  Pontadera,  passarono  Arno  la  notte  che  precedette 
r ultimo  giorno  di  marzo,  e,  venuti  a  Buti  e  preso  S.  Michele 
delia  Verrucola ,  sen-'.a  perder  tempo  si  po'^ero  ad  espugnar 
la  Verrucola ,  la  quale  non  facendo  vista    per    quattro  cru- 
delissimi assalti  di  volersi  arrendere,  essendovene  morti  al- 
cuni di  loro,    si  fortificarono  in  S.  Michele.    Ma    stimando 
che  all'ottener  quella  fortezza  vi  volesse  del  tempo,  lasciata 
in  S.  Michele  buona  parte  de' fanti  per  guardia,  la  quale  ne 
fu  il  dì  seguente  da"  nimici  cacciata  ,    si    volsero    con  mille 
fanti,  e  quaKrocenlo  cavalli    all'assedio  di  Calci,  del    qual 
luogo  dopo  alcune  baltagTie  felicemente  s' insignorirono.  Ma 
a' Pisani  già  sbigottiti  sopragiunser  ^iù  cose,  che  all'afflitte 
lor  fortune  porsero    qualche    respiramento.    Ciò    furono  fra 
Taltrc  alcune  lettere  scritte  da  Agostino  Barb;;rigo  dose  di 


392  DELL'lSTOniE   FIORENTINE 

Venezia  a  Marino  cleBinnchi;  per  le  quali  gli  notificava  , 
come  dal  senato  era  la  città  di  Pisa  slata  presa  in  prote- 
zione: di  che  in  Pisa,  e  in  quel  piccolo  contado  che  gli  era 
restalo,  fur  falli  fuochi  e  altri  segni  di  letizia.  Qur-si  nel  me- 
desimo tempo  erano  giunti  il  conte  Lodovico  della  Miran- 
dola con  cinquanta  cavallcggieri ,  e  sessanta  altri  cavalleg- 
gieri  del  conte  Lodovico  da  Carpi  mandati  dal  duca  di  Mi- 
lano ,  con  promesse  così  dal  duca,  come  da' Veneziani,  che 
di  molto  maggior  aiuti  non  meno  di  genti,  che  di  d  nari 
fra  brevissimi  giorni  i  Pisani  sarebbono  provveduti.  Ma 
quello  che  fece  accrescer  loro  maggiormente  l'animo,  fu  la 
rolla  di  Francesco  Secco.  Avcano  i  Fiorentini  dato  ordine  , 
che  Ercole  Bentivoglio,  già  figliuolo  di  Santi,  di  cui  in  que- 
s'a  istoria  altre  volle  si  è  parlato,  con  le  fiìnterie  alten.'es-c 
air  espugnazione  della  Verrucola  ;  la  quale  perchè  da'Pisani 
non  fusse  soccorsa,  fu  posto  in  Buti  con  centodieci  uomini 
d'  arme  Francesco  Secco.  Costui  permettendo  ,  che  per  ri- 
sparmiar lo  strame,  molli  de' suoi  cavalli  per  le  vicine  col- 
line pascessero,  porse  occasione  a'Pisani  di  far  bene  i  falli 
loro  ,  i  quali  mandalo  fra  fanti  e  cerne  settecentocinquanta 
dc'loro  soldati,  e  dugento  cavallcggieri  tacitamente  fìior  di 
Pisa  ,  il  Secco  di  notte  improvvisamente  assalirono,  e  ben- 
ché egli  montato  a  cavallo  valorosamente  si  portasse  ,  non 
potè  riparare  che  i  suoi,  per  l'improvviso  assalto  smarriti, 
non  si  mellessero  in  fuga,  e  quasi  la  maggior  parto  o  morti 

0  prigioni  de'nimici  non  rimanessero.  Dalle  memorie  de'Pi- 
sani  si  raccoglie,  dogli  uomini  d'arme  esservene  restali  morti 
cinquanta,  e  venticinque  presi,  ferito  il  Secco,  e  forse  du- 
gontovcnti  cavalli  con  alcuni  muli  esserne  stati  menali  a  Pisa. 

1  Fiorentini  d'ogni  cosa  fanno  il  numero  mollo  minore.  Que- 
sto fu  cagione  che  l'assedio  della  Verrucola  a"9  d'aprile  si 
disciogliesse;  e  i  Fiorentini  a  Bientina  ,  i  Pisani  sotto  Gio- 
vanni Paolo  Manfroni  condollicrc  de' Veneziani  a  Vicopisaiio, 
luoghi  due  miglia  distanti,  si  ridussero.  Ercole  Beulivoglio 
dal  successo  di  Buli  conoscentlo  i  Pisani  aver  preso  animo, 
per  mantenerli  in  questa  baldanza ,  fingeva  nelle  scaramur- 
cie ,  che  ogni  d'i  si  facevano,  d'aver  di  loro  terrore,  sì  f;il- 
tacente  che  ebbe  un  dì  opportunità  di  tirarli  con  questa 
confidenza  ,  fuggendoli  innanzi  in  un  aguato  ;  ove  scopren- 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  393 

dosi  le  genti  e  alzando  le  grida,  con  facililà  grande  ruppe  i 
niraici;  avendo  morti  e  presi  molli  di  loro.  Ma  avendoli  fi- 
nalmente Giovanni  Paolo  fatti  fermare  in  un  ponte  non  lungi 
di  Vico,  incominciarono  a  far  alcuna  resistenza,  in  modo, 
che  volendosi  fra  gli  altri  quel  dì  segnalare  Francesco  Sec- 
co ,  il  quale  per  vendicarsi  della  rotta  di  Buli  ardeva  di  de- 
siderio di  far  qualche  opera  degna  del  suo  valore  ,  mentre 
innanzi  a  tutti  gli  allri  combalte,  fu  d'uno  scoppio  in  guisa 
ferito  ,  che,  uscitosi  del  contlillo,  poco  dipoi  si  morì;  talché 
da"  Pisani  fu  questo  accidente  annoverato  fra  le  loro  vittorie, 
i  quali,  sopraggiungendoli  tuttavia  gli  aiuti  promessi,  inco- 
minciarono a  diventare  superiori;  perciocché  a' 17  arrivò 
loro  Soncino  da  Crema  condoltiere  de'  Veneziani  con  cin- 
quanta cavalleggieri ,  e  poco  dipoi  Francesco  della  Giudecca 
lor  segretario  con  cinquanta  allri,  e  molli  conneslabili  con 
buon  numero  di  fanti  e  di  provvigiona'i.  TaUhò  ad  Ercole 
lìentivoglio  ,  the  era  del  silo  del  pnese  intendentissimo,  non 
parendo  tempo  di  combattere  in  campagna  co"  Pisani,  i  quali, 
oltre  le  genti  già  dette,  andavano  ogni  giorno  di  nuovi  fanti 
e  cavalli  ingrossando,  e  non  volendo  dall"  altro  canto  inca- 
stello alcuno  rinchiudersi  per  non  privarsi  di  quelle  como- 
dità,  che  gli  errori  de'nimici  gli  avesser  potuto  porgere,  si 
fortificò  in  un  luogo  assai  forte  Ira  il  castello  del  Ponladcra, 
e  il  fiume  dell'  Era ,  stimando  quando  pur  allro  far  non  po- 
tesse, di  non  far  poco,  se,  lenendo  corti  i  nimici  .  a  lor 
modo  trascorrer  non  li  lasciasse.  Era  tra  questo  mezzo  te- 
nuto il  ventisei  giorno  d'aprile,  nel  quale  si  doveva  in  Fi- 
renze far  l'elezione  della  nuova  signoria,  quando  a  gli  Otto 
di  balìa  fu  riferito  ,  alcuni  cittadini  aver  insieme  congiurato 
per  fare  una  signoria  a  lor  modo  ,  e  costoro  esser  più  giorni, 
co' nomi  di  quelli  che  desideravano,  andati  attorno  richie- 
dendo decloro  amici  e  parenti,  perchè  a  t;ile  elezione  con- 
corressero; e  toccando  il  gonfaloniere  a  S.  Giovanni,  aveano 
disegnalo  Francesco  degli  Albizi,  il  quale,  oltre  l'esser  nato 
di  donna  de' Medici,  era  figliuolo  di  Luca,  che  nelle  con- 
lese tra  Rinaldo  degli  Albizi  suo  fratello  e  Cosimo  de' Me- 
dici ,  lasciato  il  fratello,  alla  fazione  de' Medici  si  era  ai- 
coslalo.  Questa  cosa  dagli  Olio  a' signori  prima  cho  in  sala 
si  ragunasscro  comunicala  ,  mandarono   loslaraenle    in  sala 


39i  dell'istorie  fiorentine 

per  vedere  se  que'lali  vi  fussero,  i  quali,  per  l'officio  che 
essi  facevano ,    con    Fiorentina    e  popolar    voce    scorridori 
erano  cbiaaiati  ,  e  trovativi  con    le  polize  in    mano  Filippo 
Corbizi ,  Pagolo    Biliottì ,  e    Giovanni  da   Tignano  ,  subita- 
mente fecero  lor  j  orre  le  mani  addosso.  E  avuti  i  nomi  così 
d*;!  gonfaloniere  ,  come    de'  signori    che  essi  bramavano  ,  e 
quelli  in  consiglio  letti  pubblicamente,  fur  da    questa  pra- 
tica in  guisa  resi  odiosi  al  popolo,  che  ninno   fu  che  otte- 
nesse ;  e  in  luogo  di  Francesco  fu  fatto  gonfaloniere  Piero 
degli  Albizi    figliuolo  di  Lucantonio ,   che    fu    pronipote  di 
quel  Piero  che  fu  morto  dal  governo  de' Ciompi;  così  in  Fi- 
renze gli  ai.licbi  afì'etii  si    tengono  racchiusi,  e  di  mano  in 
mano  negli  accidenti  si  scuoprono  e  fansi  palesi.  I  tre  presi 
furono  in  perpetua  prigione  confinali  alle  Slinche,  e  se  mai 
per  alcun  molo  n'uscissero,  giudicali  ribelli ,  e  venlicinque 
altri  cittadini  che  a  questo  trattalo  fiir  trovali    tener  mano  , 
per  un  anno  da  tut;i  gli  nflìej  tur  ammuniti ,  i  quali  benché 
di  tal  oondannagione  al  gran  consiglio  appellassero,    impe- 
roccliè  per  una  nuova  legge  il  gran  consiglio  aveva  lappel  o 
delle  cose  importanti ,  non  ottennero  però   alcun  favore  •  e 
rimasersi  in  nval  conccllo  del  popolo.  Acquetale    in  questo 
modo    le  cose  di  dentro  ,  e  essendo  venule  novelle  che  il  re 
di  Fiancia  da  tante  preghiere  e  suppliche  de' Fiorentini  com- 
mosso ,  benché  altro  desiderassero,  avea  pur  deliberato  di 
mandar  l'arcivescovo  d'Ais  in  lialia  ,  sì  per  fare  residenza 
in  Firenze  per  mostrar  che  egli  teneva  conto  de'  Fiorentini. 
e  sì  per  disporre  alcuni    potentati,  che  ne'falli    di  Pisa  di 
molestarli  si  rimanessero  (  e  già  avea  questo  ufficio  fatto  col 
duca  di  Milano)  gli  fu   mandato  incontro    Pellegrino   Lor  ni 
con  ordino  d'incontrarlo  a  Modena;  perchè  in  sul  venir  per 
Bologna ,  confortasse  priiicipalmente  Giovanni  Bentivoglio  a 
portarsi  amichevolmente  con  la  Repulibìica;  sapendosi  quanto 
caldamente  egli  era  lutto  dì  dalla  lega  rircaldato    a  romper 
di  verso  LJulogiia    contro  de'Fiorenlin:.  Ma    il  Bentivogìiu, 
oltre  i  confi. rti  del  re  ,  veniva  da  sé  slesso  malvolentieri  a 
questa  impresa,  sì  perchè,  pratico    delle  cose    del  mondo  , 
non  giudica\a  partito  utile  con  l'appoggio  di  una  legci,  che 
per  avventura  in  breve  si  discioi  rebbe  ,  il  pigliarla  con  una 
Kepubblica  vicina    e    polente  e  da  vivere  lungo  tempo  ,    e 


LIBRO   VENT1SETTES5M0.  .'WS 

SÌ  perchè  avendo  avuto  promesse  dal  papa  di  farli  un  figliuol 
cardinale,  non  vedea  ch'egli  facesse  sembianle    di  volerlo 
di  ciò  soJdisfare  ,    ancorché  egli,  olire  1'  altre  promozioni  , 
poco  innanzi  in  qnesl'  anno  medesimo  ne  avesse  creali  quat- 
tro altri.  Ma  troppi  erano  i  niniici  de' Fiorentini,  avendo  in 
questo  medesimo  tempo  il  papa,  co'Sanesi  congiunto,  com- 
mossogli contro  dalla  banda  del  ponte  a   Vallano    Giovanni 
Savello  ,  e  il  signore  di  Piombino  con  molti  fanti  e  uomini 
d'arme;  onde    bisognava    tener  quei  luoghi    continuamentP 
provvisti.  Quasi  nel  medesimo  tempo  avendo  i    commessarj 
de"  Fiorentini  sentito  che  ottanta  uomini  d"'arme,  cento  ca- 
valleggieri ,  e  cinquecento  provvigionati    de  niraicì    uscivan 
di  Vico  per    assaltar   alla   sprovveduta  le  lor   genti,  che    a 
Bientina  si  ritrovavano  ,  le  posero  ad  un  certo  passo  in    a- 
guato ,  le  quali  dato  addosso  animosamente    a'nimici  ,    che 
ciò    1  on  s'aspettavano    li   misero  in  rotta,    avendo    di  loro 
trenta  uomini  d'arme,  e  altri  tanli  cavalleggieri  fatto  prigio- 
ni. Tra  tanto  avendo  l'arcivescovo  d'Ais  fornito  il  suo  uffi- 
cio in  Bologna  ,  e  sentendosi,  che  ne  veniva    alla  città,  gli 
furono    infino  alla    Scarperia ,  per  orrevolraenle    riceverlo  , 
mandali  Guglielmo  de"  Pazzi,   e  Lorenzo  di    Pierfrancesco  , 
da'quali  condotto  a  Firenze  ,  e  due  giorni    dipoi    nella   sala 
grande,  ove  era  tulio  il  gran  consiglio  ragunato   rappresen- 
tatosi ,  espose  in  lingua  italiana  ,  come  il  suo    re  informalo 
benissimo  delle  antiche  e  presenti  opere  de"  Fiorenlini  verso 
la  CHsa  di  Francia,  e  sapendo  parlicolarmenle    con    quanta 
costanza  dopo  la  sua  venuta  in  Italia  si  fussero  soiloposli  a 
spese,  danni    e    pericoli    grandissimi  per    continuare  nella 
sua  fede  ,  avea  fermamente  nel  suo  animo   deliberalo  di  far 
loro  inleraraenle  tutte  le  cose  lolle  restituire,    sì  come    in 
breve  tempo  a  pieno  conoscerebbono  ,  e  che  tra  tanto  per- 
chè a  ciascuno  fusse  palese  essere  i  Fiorentini    dal   re  per 
veri  e  fedeli  amici  e  confederali  riputali  .  avea    loro  voluto 
mandare  uno  ambasciadore  ;  col  quale,  continuamente  in  Fi- 
renze risedendo,  si  potessero  le   faccende  e  maneggi  impor- 
tanti,  che  di  giorno  in  giorno  accadevano  conferire    accioc- 
ché ne'  comuni  accidenti  o  prosperi  o  avversi  ,    consiglio  e 
autorità  non  mancasse.  In  questo  tenore  fu  1'  ambasciata  del 
re  :  e  perchè  alle  promesse  gli  effetti  rispondessero,  essendo 


396  dell'istorie  fiorentine 

l'arcivescovo  stalo  richiesto  che  dovesse  andarne  a  Lucca  , 
perchè  queir  ufficio  che  in  Bologna  avea  fallo,  co' Lucchesi 
facesse  ,  non  ricusò  di  farlo  ,  credendosi  da  molti  che  tanta 
prontezza  del  re  e  de'suoi  ministri,  non  tanto  da  naturale 
amorevolezza  verso  de' Fiorentini ,  quanto  da' proprj  pericoli 
procedesse;  perciocché  nel  regno  di  Napoli  il  re  Ferdinando 
era  por  andar  tuttavia  accrescendo  ,  e  per  gli  aiuti  che  vi 
s'aspettavano  da' Veneziani  si  slimava  che  i  Francesi  non 
\i  avessero  lunga  stagione  a  lenerpic.  Sapevasi  il  re  de'Ro- 
rnani  essere  sialo  condotto  dalla  lega,  e  in  brevissimo  tempo 
dover  calare  in  Italia;  onde  si  come  accadde  ne' mali,  aire 
non  parca  di  dover  trascurare  quell'amicizia;  la  quale  se 
nella  sua  bonaccia  avesse  stimalo,  maggior  comodi  e  bene- 
fizi ne  arebbe  potuto  trarre  al  presente.  I  Fiorentini  d'ogni 
dimoslrazioue  benché  piccola  traendo  profitto,  e  non  essendo 
senza  qualche  speranza,  che  il  re  o  almeno  il  duca  d'Orliens 
fusse  per  passare  quest'anno  in  Italia  ,  faceano  nondimeno 
ogni  lor  fondamento  nelle  proprie  forze,  attendendo  a  con- 
dur  tuttavia  nuovi  capitani,  fra' quali  aveano  a  questi  dì 
condotto  il  conte  Albertino  Boschelta,  e  il  conte  Gherardo 
Rangone  con  cinquanta  uomini  d'arme  per  uno.  E  avendo 
inteso  che  il  piccolo  duca  di  Savoia  era  morto  ,  e  che  a 
quella  signoria  era  succeduto  Filippo  monsignor  di  Brescia 
zio  di  suo  padre  ,  il  quale,  trovatosi  col  re  Carlo  nella  sua 
passala  in  Italia,  si  era  mostrato  mollo  favorevole  verso  la 
restituzione  di  Piero  de'  Medici,  gli  spedirono  ambasciadore 
Piero  Soderini  sodo  apparenza  di  rallegrarsi  seco ,  come  si 
costuma,  del  nuovo  principato,  e  condolersi  della  morte  del 
pronipote  ,  ma  invero  per  renderlosi  benevolo  e  amico  , 
sapendo  esser  lui  molto  Hivorilo  e  polente  appresso  il  re 
Carlo.  Nel  mezzo  de'  quali  avviamenti  non  si  tralasciavano 
da  parie  l'opere  militari,  inchinando  tuttavia  la  fortuna  in 
favore  de' Pisani,  i  quali,  essendo  Luzio  Malvezzo  per  un 
trattalo,  introdotto  la  notte  de'  30  di  maggio  in  Ponfedisacco, 
ebbero  comodità  di  svaligiare  una  compagnia  d'uomini  d'arme 
che  v'  era  sotto  il  conte  Lodovico  da  Marciano  fratello  di 
Rinuccio  ,  e  di  farvi  esso  Lodovico  prigione;  benché,  essendo 
ne'luoghi  vicini  levato  il  rumore,  e  dubitando  di  non  poter 
tenere  il  castello,  tostamente  se  ne  fusser  tornati    a  Pisa  , 


LIBRO    VENTISETTESIMO.  397 

lasciando  Pontedisacco  libero  a' Fiorentini  ;  i  quali  essendo 
venuto  il  tempo  della  creazione  de' nuovi  Dieci,  elessero  a 
questo  magistrato  Domenico  Bonsi,  Bernardo  del  Nero,  Mat- 
teo del  Caccia,  Giuliano  Salviati ,  Guid' Antonio  Vespucci  , 
Domenico  Mazzinghi ,  Lodovico  Masi,  Francesco  Taddei  e 
Piero  Pieri  e  Giuliano  MaruceUi  amendue  artefici,  nò  pas- 
sarono molti  dì  dopo  la  loro  creazione,  clic  vennero  avvisi 
come  in  Pisa  era  arrivalo  Giustiniano  Moresino  gentiluomo 
veneziano  con  ottocento  stradiolti,  il  che  fu  cagione  che  i 
Fiorentini,  non  confidando  di  poter  tenere  Calci,  da  sé 
slessi  r  abbandonassero.  E  gli  stradiolti  desiderosi  in  que- 
sto principio  di  acquistar  riputazione  ,  la  mattina  del  14  di 
giugno  s'  incontrarono  a  pie  di  Vico  co"  baleslrieri  a  cavallo 
ile'Fiorentini,  co' quali  venuti  alle  mani,  dopo  lunga  scara- 
muccia ne  riportarono  il  peggiore.  Questa  cosa  li  infiammò 
maggiormente  a  fare  qualche  atto  notabile;  e  per  questo 
unitisi  con  l'alire  genti,  che  in  Cascina  e  in  Vico  si  ri- 
trovavano, n'andaron  !a  notte  de' ventitré  sotto  Montecarlo 
alla  volta  di  Pescia  ,  e  sopravvenendo  di  chiaro  si  volsero 
al  borgo  a  Buggiano,  il  quale,  benché  con  fatica  e  morte 
d'alcuni  di  loro,  finalmente  espugnarono,  e  saccheggiato  e 
abbruciato,  si  come  fecero  anco  a  Slignano,  se  ne  torna- 
rono Lucio  Malvezzo  a  Cascina,  Giovanni  Paolo  Manfrone 
a  Vico,  e  il  Moresino  co' suoi  stradiotti  alla  volta  di  Pisa. 
Quindi  avendo  deliberato  di  nuovo  qoal  impresa  s'avesse  a 
fare,  n'andarono  la  notte  de' trenta  ad  accamparsi  due  ore 
innanzi  giorno  a  Lari ,  essendo  loro  riferito  che  non  erano 
alla  guardia  di  quel  luogo  più  che  ottanta  cerne.  Ma  datovi 
per  quaitr'ore  continue  una  crudelissima  battaglia,  essendo 
eglino  tra  a  cavallo  e  a  pie  non  meno  di  quattromila  uomi- 
ni,  e  trovalo  che  la  notte  innanzi  v'erano  entrali  quattro- 
cento provvigionali  (il  che  dette  aPisani  sospetto  non  fusse 
questa  cosa  da  alcuno  dei  loro  metiesimi  slata  notificata 
a'Fiorentini^,  se  ne  partirono  con  morti  e  feriti  di  molti  di 
lora;  né  mai  si  esercitò  guerra  con  più  rabbia  e  crudeltà 
Ira'soldali,  né  con  maggior  arti  e  inganni  tra'principi  che 
fu  questa.  Perciocché  il  duca  di  Milano  ,  non  ostante  che 
tenesse  le  sue  genti  in  Pisa  ,  e  che  sotto  scusa  di  venir  di 
luogo  appestato  (perciocché  era  in  Firenze  i  mesi  addietr» 


398  dell'istorie  FIORENnNE 

slato  qualche  sospelto  di  pesle)  avesse    a   Piero    Sederini 
vietato  il  passar  per  Io  suo  stato  a  Savoia ,  continuava  non- 
dimeno ora  a  scusarsi  delle  cose  succedute,  ora  a  darne  la 
colpa  a'  ministri ,  ora  a  mostrar  che  lutto  ciò   che  si  faceva 
per  beneficio  de' Fiorentini    da  loro  non  conosciuto   veniva 
fatto;  i  quali  se  spiccandosi  da'Franccsi  alla  lega  si  congiu- 
gnessero ,  agevo'meìitc  le  cose  perdute  recupererebbono,  e 
ritalia  tutta  non  più    divisa,    ma  unita   e  congiunta    tra  sé 
nelTanlico  splendore  ritornerebbe.  Dall'altra    parte  le  cru- 
deltà che  gli  stradiolti,  non  che  nel  paese    de'nimici  ,   ma 
in  quel  delli  s;essi    Pisani    commeltevnno  ,   trapassavano  il 
modo  e  la  misura  d'ogni  barbara  crndellà,  lìmmazzando  fan- 
ciulli,  violando  pulzelle,  e  quelle  cose  che    trasportar  non 
potevano  ,  tutte  commettendo  in  preda  alle  fiamme  ;  i  quali 
esempi  per  non  restar  di  sotto  a'  nimici,  non  furono  i  Fio- 
rentini pigri  a  imitare;  onde  eglino  da' Pisani,  e  i  Pisani  da 
loro  con  pari  infamia  crudelissimi,  e,  per  usar  la  [iroprialor 
voce,  immanissirai  nimici  furon  chiamati.  Nel  mezzo  de'quali 
travagli  prese  il  gonfaloneriilo  Tommaso  Anlinori;  ne' primi 
giorni  del  cui  magistrato   essendo  quallrocenlo  stradiolti  u- 
sciti  di  Cascina  per  f.ire  scorrerie  e  prede  verso  Volterra  , 
furono  nel  ritorno  incontrati  da'Fiorentini,  e  costretti  a  lasciare 
la  preda,  presine  alcuni  di  loro,  e  mortine  ventisei    senza 
esser  morto  d;il  lato  de'  Fiorentini  altri  che  due ,  uno  de'quali 
fu  Ponlevico  capo  de' balestrieri  d'Ercole  Bcntivoglio.    Ma 
per  allro  le  cose  de' Pisani  andavano  prosperando  ,  percioc- 
ché, olire  gli  altri  aiuti,  erano  a  Foce  venute  sei  galee  dei 
Veneziani  per  guardia  di  quei  mari,    le    quali    furono  loro 
senza  dubbio  di  gran  profitto  cagione.    Massimiliano  re  dei 
Romani  avca  di  fresco  mandato  loro  dugento  cavalli  Borgo- 
gnoni,  olire  quaìtrocento  Alemanni   mandativi    prima;    con 
le  quali  genti,  con  le  marchesche  e  duchesche  accoppiate, 
e  con  quelle  del  paese,  i  Pisani  a' 9  si  accamparono  a  La- 
vaiano  ,  e  quello  presero  il  d'i  medesimo    a    patti,    e   poco 
dipoi  san  Cervagio  ,  e  pieni    d'ardire  si  posono  a  campo  a 
Ponte  di  Sacco;  il  quale  benché  non  potessero  espugnare, 
si  volsero  a  Biiti ,  e  lo  strinsero  in  modo,  che  a' 20  di  lu- 
glio costrinsero  quelli  di  dentro  ad  arrendersi  a  discrezione 
iella  lega;  per  l'allegrezza    della    quale    vittoria   furono  in 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  399 

l'isa  per  intercessione  de' ministri  ducali  liberati  Carlo  e 
\Loreiizo  Malvezzi,  per  opinione  che  avessero  anconscnlito 
ialla  Tuga  di  Lodovico  da  Marciano,  il  qnale,  come  di  sopra 
t.i  disse,  fu  preso  in  Ponte  di  Sacco,  e  in  Pisa  in  cortese 
prigione  era  ritenuto.  Olire  a  ciò  il  marchese  Gabriello  Ma- 
lespina,  che,  di  grande  amico,  gran  nimico  della  Repubblica 
era  divenuto,  oltre,  aver  occupalo  un  castello  de' Fiorentini 
in  Lunigiana,  se  n'  era  venuto  a  Fivizzano ,  e  quivi  e  per  i 
vicini  luoghi  ogni  cosa  avca  pieno  di  terrore  e  di  confu- 
sione. Massimiliano  era  comparilo  in  Borraes  ne' confini  d'I- 
talia, ove  era  slato  a  trovarlo  il  duca  di  Milano,  e  fra  gli 
altri  genliliiominì  e  signori  menato  con  se,  v'avea  con- 
dolio Giuliano  de' Medili  per  tener  tuttavia  in  gelosia  i  Fio- 
rentini: e  nondimeno  avendo  lor  conceduto  che  Piero  So- 
derini  a  Savoia  passasse,  non  cessava  d'avvertirli,  che  a 
ricevere  i  suoi  ricordi  e  il  suo  consiglio  un  giorno  si  di- 
sponessero ,  minacciando  altrimenti  grandissime  rovine  e 
calamità  sovrastar  loro  ;  le  quali  minacce  benché  fussero  in- 
terpretale larsegli  per  la  venuta  dell' impcradore  ,  non  fu- 
rono però  possenti  a  farli  abbandonare  i  Francesi;  ancor- 
ché eglino,  per  le  cose  avverse  succedutogli  nel  regno,  aves- 
ser  patinilo  col  re  Fernando  di  sgombrar  fra  trenta  giorni 
^al  rfams  ,  e  lasciarli  il  paese  libero.  Ma  bene  a'consig'i 
del  duca  destinarono  all' imperadore  per  anibasciadori  il  ve- 
scovo dclNizzi,  e  Pierfilippo  Pamlolfini ,  in  luogo  del  quale, 
per  essersi  infermalo  fu  poi  messo  Francesco  Pepi.  Ne'campi 
dopo  la  perdila  di  B;iti  non  era'succedulo  cosa  di  molto 
momento  ,  essendo  stali  i  nimici  in  continue  consulte  e  di- 
spareri fra  loro  in  quale  impresa  prima  s' avesse  a  por  mano. 
E  benché  la  maggior  parie  concorresse ,  che  si  dovesse  as- 
saltar Tìicntina,  fu  per  opinione  di  Luzio  Malvezzi,  da  cui 
i  Pisani  si  icneano  mal  serviti,  dissuasa.  Né  maggior  ese- 
cuzione ebbe  il  parlilo  preso  di  fortificarsi  alla  Fornacella , 
per  poter  prendere  di  là  quelle  delibL-razioni,  che  1'  orca- 
sione  di  mano  in  mano  porgesse  ;  imperocché  partitisi  del 
campo  per  mancamento  delle  paghe  i  soldati  Alamanni ,  i 
capitani  non  tennero  per  cosa  secura  l'andarvi  ad  alloggiare. 
Facevansi  nondimeno  ogni  giorno  continue  scaramucce;  in 
una  delle  quali  fu  morto  d"  un  passatoio  Niccolò,  capo  dc!H 


400  dell'istorie  fiorentine 

stradiotti  ,  a  cui  da  Pisani  nel  primo  giorno  d'  agosto  fur 
fatte  grande  onoranze.  Ma  deliberarono  pur  finalmente  di 
tentar  Cascina,  la  quale  mentre,  per  allora,  senz' alcun  Trullo 
combattono,  perciocché  al  fine  poi  l'espugnarono,  i  Fio- 
rentini ritolson  loro  Lavaiano  ;  ma  assaltati  nel  ritorno  da 
stradiotti  patirono  alcun  danno  ;  siccome  fu  anche  in  un'al- 
tra scaramuccia  fatto  prigione  il  conte  Pirro  da  Marciano 
fratello  del  conte  Rinuccio.  Ma  di  verso  le  parti  di  Luni- 
giana  avendo  il  marchese  Gabriello  col  marchese  Lionardo 
8U0  fratello,  e  col  marchese  Tommaso  di  Villafranca  preso 
e  saccheggiato  Fivizzano,  benché  poche  co-;e  vi  avessero 
ritrovato,  si  volsero  alla  Verrucola ,  fortezza  posta  poco 
sopra  a  Fivizzano  ,  dove  sapevano  che  molli  Fivizzanesi  si 
erano  riparali;  e  quivi  accampatisi,  avendovi  col  favore  dei 
Genovesi  condotte  alcune  artiglierie  grosse  e  minute  di  Se- 
rezzana,  faceano  ogni  sforzo  di  es|>ugnarla.  Le  quali  cose 
a' Fiorentini  palesate,  e  con  molle  preghiere  da'Fivizzanesi 
richiesti  a  provvedere  allo  scampo  loro,  vi  mandarono, 
benché  travagliati  delle  cose  di  Pisa ,  alcuni  lor  coneslabili 
con  un  buon  numero  di  fanti;  con  le  quali  forze,  non  solo 
la  Verrucola  dall'assedio  liberarono,  ma,  riacquistato  Fiviz- 
zano con  tutte  l'altre  terre  perdute  fuor  che  una,  occupa- 
rono anche  due  terre  di  quelle  de'Malespini,  e,  tra  molli 
presi,  fecero  prigione  il  marchese  Tommaso,  e  in  tutto  le 
scorrerie  e  ladronecci  di  que' marchesi  raffrenarono.  Mentre 
queste  cose  in  tal  modo  procedevano  ,  giunsero  a  Firenze 
a' 19  inaspettatamente  due  ambasciadori  di  Massimiliano;  la 
somma  della  quale  ambasceria  fu  questa:  Che  avendo  Ce- 
sare deliberato  di  far  l'impresa  contra  gl'Infedeli  desiderava 
di  veder  l'Italia  in  riposo,  la  quale  essendo  turbata  dal- 
l'arme francesi,  bramava  sapere  se  i  Fiorentini  volean  ri- 
solversi a  congiugnersi  con  la  lega,  acciocché  quella  più 
jgevolmenle  si  acquetasse.  Appresso  li  confortava  a  depor 
l'arme  contra  i  Pisani,  avendo  il  medesimo  fatto  intendere 
i  quelli,  proferendosi  egli  di  dover  le  lor  differenze  vedere, 
e  terminar  di  ragione  ogni  contesa  e  discordia  che  fusse  fia 
loro.  I  Fiorentini,  preso  tempo  a  rispondere  ,  dopo  molti 
giri  di  jìarole  pieni  d'osservanza  e  di  riverenza  grande  verso 
l'imperiiile    mucstà,    conchiusero  il  lor  parlamento  in  que- 


LIBRO    VENTISETTESIMO.  401 

sto  modo.  Che  ne"  primi  avvisi  della  venula  di  Cesbre  in 
Italia,  eglino  per  far  quello  che  alla  lor  Repubblica  s' a|i- 
parleneva,  subilo  elessero  due  de' lor  [irincipali  cittadini  per 
ambasciadori  alla  sua  maestà  ,  i  quali  di  giorno  in  giorno 
eran  per  partire  ;  con  costoro  aver  proposto  di  far  inten- 
dere a  Cesare  apertamente  la  dichiarazione  dell'animo  loro, 
e  le  loro  giustissime  ragioni  e  giustificazioni  intorno  a'  fatti 
di  Pisa,  né  aver  un  dubbio  ai  mondo,  che  egli  non  ne 
avesse  a  rimaner  contentissimo.  Con  la  qnal  risposta  furono 
gli  ambasciadori  accomiiilati  sì  fiittamcnle,  che  essendo  en- 
trato gonfaloniere  di  giustizia  Giuliano  Orlandini ,  già  si 
teneva  per  cerio  che  avessero  ad  aver  conlra  l'imperadore, 
di  cui,  essendo  i  Pisani  ormai  da  se  stessi  superiori,  gran- 
demente si  dubitava  ;  massimamente  raffreddando  la  passala 
del  re  Carlo  in  Italia,  e  veggendosi  che  i  Veneziani  aveano 
già  pre-^a  per  cosa  propria  la  difesa  di  Pisa,  ove  a'3  di 
settembre  aveano  mandato  il  conte  Braccio  da  Montone  con 
ottanta  cavalli,  il  qual  riferiva  con  trecento  quaranta  cavalli 
quattro  altri  lor  condottieri  avere  a  dietro  lascialo  .  che  non 
]>cnarono  molto  a  comparire,  e  già  di  pochi  dì  prima  vera 
arrivalo  Domenico  Delfino,  perchè  in  compagnia  del  More- 
sino  amendue  provveditori  fossero  delle  lor  genti,  e  quella 
impresa  vivamente  maneggiassero.  Usciti  dunque  con  animo 
di  far  fazioni  grandissime  in  campagna  ,  a'  4  occuparono 
Soiana  e  Morrana,  essendosi  gli  uomini  di  quei  luoghi 
arresi  salvo  l'avere  e  le  persone;  nell' uno  de' quali  luoghi 
cinquanta  e  nell'altro  quaranta  fanti  lasciali,  il  dì  seguente 
presero  Chianni,  Terricciola  e  Ciglili.  L"  atro  dì  corsero 
infino  alle  porte  di  Volterra  ,  e  quivi  falla  assai  buona 
preda,  e  uccisi  e  fatti  prigioni  alcuni,  si  volsono  il  dì  se- 
guente verso  S.  Casciano  di  Valdipesa  ,  fatto  quivi  ancor 
bollino  e  prigioni.  Questi  successi  avendo  lor  porlo  ardire, 
si  pose  Giovanni  Paolo  Manfrone  a  passare  per  un  ponte 
da  lui  fatto,  il  Cilecchio  ,  stimando  poter  portar  grossa 
preda  da  que' luoghi,  e  già  con  non  piccolo  bottino  per  la 
medesima  via  se  ne  tornava,  quando  dalle  genti  de'Fioren- 
lini,  che  questa  mossa  avcan  sentito,  messisi  con  dicci 
squadre  e  con  molti  balestrieri  e  fanti  in  quattro  squadroni, 
fu  in  su  quel  di  B  entina  vigoro:;amenle  assalito.  Coir.bai- 
Amm.  Voi.    V.  H» 


402  bell'  istorie  fiorentine 

lessi  con  pari  virtù  dall'una  parie  e  dall'altra,  e    essendo. 
di  persone  di  conto,  dal  lato  loro  rislesso    Manfrone  ferito 
sotto  il  ginocch  0  ,  il  conte  Giovanni    di    Ravenna,   Iacopo 
-t>rso    e  Gentde    da  Roma,  e  dalla  parie  de" Fiorentini  Gui- 
(hnello  ,  ciascuno  se  ne  tornò  ne' soliti  alloggiamenti  ,    glo- 
riandosi i  Pisani    per    esser    siali  di  minor    numero   e    por 
essersi  le  lor  genti,  come  scrisser  per  lutio,  pollale  da'  pa- 
ladini,  la  vi'loria  esser  siala  dal  canto  loro.  Dispulossi    poi 
tra  nimici  dell' oppugnazione    di    S.    Regolo,    e    benché  il 
Mdvczzo  in  princi[)io  non  vi  concorresse,    acquetatosi,  vi 
si  andò  la  noiie    de' tO,  venendo   1' undecimo  d'i  di  seliem- 
bre,  e  giun:i\i  al  far  del   giorno,    e    essendo    per    ordine 
loro  già  sopraggiunte  artiglierie    e    vel  ovaglie    di    Pisa,  ii 
Malvezzo  se  ne  partì  subilo,  essendo  comparito  dal  campo 
de' Fiorentini  diigcnto  uomini  d  arme    e    qualtr  cenio  fanti 
per  soccoirerlo  ;  onde  e  il  Morcsino  fu  ancora  egli  costrello 
con  le  sue  gen;i  a  levarsi;  ma,  tornativi  di  nuovo  con  mag- 
gior apparecchio  ,  non  passò  il  ventesimo  dì  di  quel    mese 
che  presero  S.  Regolo,  S.  Luce,    Usigliano,    Casanuova    e 
altre  caslelle:ta  delle  colline,  con  animo  di  serrare  in  guisa 
il  passo  a'Fiorentini,  che,  volendo    tentar  l'impresa  di  Li- 
vorno ,    non    potesse  da  loro  esser  soccorso.    Era    general 
commessario  nel  campo  de' Fiorentini  Piero  Cappoi!',  uomo 
amante  della  sua  Repubblica,  e  per  molte    sue    opere,  ma 
particolarmente    per    l'atto    de' capitoli  stracciali  nella  pre- 
senza del  re  Carlo ,  molto  famoso ,  a  cui  parendo  grave  pur 
troppo,  che  i  Pisani  in  questo  modo    andasser    crescendo, 
e  acceso  di  desiderio  ardentissimo  di  accrescer    con   alcun 
nuovo  fallo  la  gloria  del  nome    suo ,    mentre    andato    a'  21 
con  una  parte  del  campo  de' Fiorentini  a  ricuperare  Soiana, 
e  lutto  intento  a  far  piantare    l'artiglierie,    e    che  i  soldati 
faccino  il  debito  loro,  fu  di  un  passavolanle,  tirato  da  quelli 
del  castello,  percosso  nel  capo,  e  subil.imenle  cadde  molto; 
di  che  in  Firenze  per  lo  valor  di  tal  uomo  si  sentì    incom- 
parabil    dolore.  Fu  per  questo  perduta  la  speranza  di  ricu- 
perar Soiana,  e  le  cose    de' Fiorentini    parca    che    tuttavia 
peggiorassero:  perciocché,  essendo    1' Jmper;idore  venuto  a 
Genova,  benché  nel  principio  di  lai  sua  venula,  non  meno 
\  Pisani  che  i  Fiorentini  dubitassero,  mollo  presto  si  seppe. 


LIBRO  VENTISETTESIMO.  403 

che  egli  ne  veniva  a  Pisa  con  animo  di  far  l'impresa  di  Li- 
vorno. Nò  gli  ambasciadori  a  lui  mandati  referivano  cose  , 
onde  si  potesse  sperare  pace  o  quiete  ;  perciocché  essondo 
eglino  arrivali  in  Tortona  un  dì  poiché  egli  si  era  partilo 
per  Genova,  e  per  questo  costretti  di  andar  a  trovarlo  a 
Genova  ,  cominciato  a  trattar  quivi  delle  cose  che  avevano 
in  comraessione  ,  furono  a  gli  8  d'ottobre,  in  tempo  che 
egli  s' imbarcava  sul  molo  ,  rimessi  al  cardinale  Santa  Cro- 
ce ;  da  cui  la  sua  intenzione  ascolterebbono  ,  il  quale  appo 
lui,  come  legato  del  papa,  si  ritrovava  ;  e  da!  legato  al  duca 
di  Milano  mandali  ,  il  quale  in  Tortona  andassero  a  ritro- 
vare. Erano  le  commessioni  degli  ambasciadori  questo.  As- 
sicurar sua  maestà  che  i  Fiorentini  saranno  i  medesimi  che 
sono  slati  sèmpre  por  l'onore,  commodo  e  dignità  Cesa- 
rea ,  e  che  però  non  ora  necessario  entrar  di  presente  con 
sua  maestà  in  altre  dichiarazioni.  In  quanto  a'  fatti  di  Pisa, 
il  Pepi  che  era  dottor  di  leggi  gli  mostrava  ,  che  essendo 
per  leggi  imperiali  ordinato ,  che  ciascuno  doveva  essere 
nella  sua  possessione  mantenuto,  non  giudicava  esser  cosa 
giusta,  nò  che  egli,  il  quale  era  giustissimo  principe  fuS'^e 
mai  per  tollerare  ,  che  eglino  delle  lor  cose  spogliati  pia- 
tissero, se  non  erano  prima  nel  primiero  lor  slato  reinte- 
grati. Per  la  qual  cosa  sentendosi  in  Firenze  con  quanta 
ignominia  della  Repubblica  i  loro  ambasciadori  venivano 
trattali  ,  fu  subitamente  scritto  loro  ,  che  poiché  il  Guaite- 
rotti  ,  il  quale  appo  il  duca  di  Milano  dimorava  era  di  tutte 
queste  cose  pienamente  informato,  eglino  senza  far  altra 
dimora  in  Tortona,  che  di  prender  commiato  dal  duca,  su- 
bitamente a  casa  se  ne  tornassero.  Dove  chiamandosi  in 
vano  gli  a'U'.i  di  Francia,  la  tema  di  questa  venuta  era 
molto  grande  ,  benché  Livorno  fosse  ottimamente  fornito  ; 
conciossiachè  se  bene  Massimiliano  veniva  con  genti  piut- 
tosto da  condoltiere  che  da  imperadore,  nondimeno  essendo 
fama  che  egli  veniva  con  mille  Alemanni,  montali  su  l'ar- 
mata, che  era  di  quattro  navi  grosse,  sci  galeoni,  otto  galee 
sottili  Veneziani,  e  due  Genovesi  con  palendue  e  barche 
grosse  per  artiglierie  ,  e  con  più  di  mille  altri ,  e  forse  mil.e 
cavalli  per  terra,  benché  in  tutto  non  fossero  stati  pili  che 
trecento  cavalli,  e  millecinquecento  Alemanni,    nondimeno 


404  dell'istokie  fiorentine 

avendosi  con  l'altre  de' Veneziani  e  del  ddca  di.  Milano    a 
congiugnere,  davano    giusta    cagione  di  dubitare;  oltreché 
s'appettava  di  giorno  in  giorno  in  Pisa  Annibale  Bentivoglio 
figliuolo  di  Giovanni  già  spedito  da' Veneziani ,  e  entralo  in 
cammino  con  cenlocinquanta  nomini  d'  arme  ,  centoventicin- 
que  Ira  balestrieri,    stradiolli    e  provvigionati  a  cavallo,  e 
centocinquanta  fanti  a  pie  ;  e  perchè    lutti  i  mali  si  unisse- 
ro, aveano  i  Pisani  di  mano   d' Eniraghes  a  questi  dì  ricu- 
perato ancora    Librafatta  ,  né  di  verso  Siena,  nò  di  Roma- 
gna si  viveva  sicuro.  Contultociò  la  venuta  dill'  impt  radore 
per  tempi  conlrarj  ritardò  molto  piii  che  non  si  credea,  es- 
.sendo  alla  fine  slato  costretto  sbarcare  alla  Spezie,  e  quindi 
per  terra    unirsene  a  Pisa  ,  ove  arrivò  alle  sei  ore  la  notte 
de' 22  d' ottobre    E  sebbene  l'esercito  de' Pisani  era  molto 
accresciuto  per  la  venuta  del  Bentivoglio,  scemò    dall'altro 
canto  in  buona  paite  per  essersi  parlilo  Luzio  Malvezzi,  il 
quali)  era  del  Bentivoglio  nimico  ,  e  col  Malvezzi    il    conte 
Antonmaria  della  mirandola.    SimilHieiile  le  cose  del  Ponte 
a  Vallano  erano  succedute  benissimo,  impororchè  mandatovi 
incontro  il  conte  Rinuccio  da  Marciano,  che  poco  dianzi  di 
Rimini  era  tornato,  ove  la  sorella  di  quel  signore  avea  me- 
nata por  moglie,  costrinse  i  nimici    vituperosamente  a  fug- 
girsi con  perdita  di  una  parte  delle  loro  artiglierie.    Ne    la 
venula  dell'  imperadore  parlor'i  quelli  effetti  ,  che  altri   s'  a- 
\eva  immaginato,  onde  si  confermò  tuttavia  esser  verissimo 
quello  che  allri  anco  hanno  lasciato  scritto:    la    riputazione 
scompagnala   dalle    proprie    forze    divenir  in  breve   tempo 
cosa  leggierissima    e    vana.    Furono    nondimeno  i  principj 
pieni  d'apparali,  e  d' espettazioni  grandi;  perciocché   l' im- 
peradore volle  veder    subito  il  campo   posto  a  S.  Giovanni 
alla  Vena,  e  quello    considerò    minutamente,    poi   avendo 
domandato  che  da' Pisani  gli  fussero  dati  quattro  de' lor  cit- 
la:lini  per  consultar  delle  cose  necessarie,  e  da  loro  depu- 
tativi Giovanni  Bcrar.lino  dell'Agnello,  Giovanni  Paolo  Gua- 
landi ,  Piero  da  san  Casciano  lor    cancelliere  e  Federigo  da 
Vivaia,  dopo  molti  discorsi,  ne' quali  intervennero  i  Prov- 
vediton    Veneziani,  e  il  conte  di  Caiazzo,  il  quale  era  ve- 
nuto con  V  imperadore,  e  l'oratore  del  duca  di  Milano  ,  si 
deliberò  che  i  Fiorenlioi  si  doves^cr    assalire  da  due  lati, 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  403 

di  verso  Livorno,  e  a  Ponte  di  Sacco  ;  acciocché  da  questa 
parte  travagliali  non  potessero  soccorrer  Livorno,  e  che  si 
facesse  sopralliilto  con  dihgenza  grandissima  un  ponte  a 
Slagno;  il  quale  fornito  a' 27  d'ottobre  incontanente  l'im- 
peradore  fé  partir  le  sue  genti  a  quella  volta ,  e  Annibale 
Bentivoglio  co' suoi  per  l'impresa  di  Ponte  di  S.icco  verso 
Cascina.  Egli  montalo  in  galea  e  visto  e  considerato  il  silo 
(li  mare,  e  cosi  da  qual  luogo  per  terra  si  potesse  raellcr 
il  campo  e  batter  Livorno;  non  più  lardi  che  il  dì  seguente 
essendo  un  commessario  Pisano  con  buon  numero  di  fanti 
tra  Tedeschi  e  Italiani ,  e  con  certi  cavalli  mollo  appressa- 
tosi alla  lerra  per  dar  principio  all'accamparsi,  quelli  di 
Livorno  uscirono  fuori,  e  assaltalo  animosamente  i  nimici 
li  misero  in  fuga,  perseguitandoli  infino  allo  Slagno,  con 
avervi  feriti  e  morti  alcuni  di  loro.  Andati  perciò  il  dì  se- 
guente i  nimici  in  maggior  numero  e  con  maggior  apparalo, 
furono  ancora  con  maggior  lor  damo,  parte  infino  al  me- 
desimo Slagno  ribollali ,  e  parie  onstrclli  a  ritirarsi  in  ga- 
lea, cssendovenc  stati  uccisi  circa  sellanta  di  loro,  feritine 
assai,  tolto  loro  alcuiìi  carriaggi  e  carri  con  padiglioni  e 
altri  instrnmenli  bellici,  e  guasto  il  ponte  tallo  allo  Slagno. 
1  quali  danni  vcndiciiroiio  di  gran  lunga  quattrocento  ca- 
valli, e  quasi  altri  tanti  fanti  de' nimici  con  la  presa  di  Bol- 
gheri  castello  de'  conii  della  Ghcrardesra  posto  poco  di  là 
dalla  Cecina  ,  dove  il  l;lo  del  mare  incomincia  a  piegare,  e 
spargf-rsi  in  dentro  per  fare  il  braccio  di  Piombino  :  nel 
qual  luogo  usarono  infinitissime  crudeltà  ,  scannnn  io  infino 
a' pie  degli  altari  le  doune  e  i  fanciulli,  che  nelle  chiese 
erano  rifuggiti;  pen  he  quelli  di  Castagneto  sbigottiti  s  ac- 
cordarono con  esso  loro  senza  aspettar  d'essere  assalili,  e 
già  avrebbono  fatto  qiialch  •  danno  a  Bibbona,  ove  si  eraao 
addirizzali,  se  i  Fiorenlini  da  inaspellalo  beneficio  della 
fortuna  non  fossero  stali  soccorsi.  Era  in  questi  dì  in  Firenze 
«areslia  grande  di  grano,  perchè  di  m  Ili  dì  e  mesi  innanzi 
era  stato  scritto  a  gli  ambasciadori  che  la  Repubblica  lenca 
appresso  il  re  di  Francia,  che  con  ogni  diligenza  vedessero 
con  i  lor  danari  di  esser  aiutali  di  quella  maggior  quantità 
di  grani  fosse  possibile;  la  quale  non  fosse  meno  di  mog- 
gia sei  mila.  Similmente    per    conto   della  guerra  Pisana  si 


405  dell'istorie   FIORENTINE 

era  a'  medesimi    arabasciadori  fallo  inlendorc  che  facessero 
opera  col  re,    che    eglino    polessero    condurre  a  lor   soMi 
monsignore  d'  Albigion  uno  de'  suoi  capilani  con  cenlo  lance. 
e  mille  fanti  Ira  Guasconi  e  Svizzeri;    i    quali    o    ne'navili 
ove  s'avcano  a  condurre  i  grani,    o    nell' armala    che  il  re 
teneva  in  Provenza  s'imbarcassero,  e  quanto  prima    fusser 
posti  a  Livorno.  L'effetto  de* quali  ordini  non  solo  era  ito 
in  lungo  mollo  più  di  quello  che  non  si  era  aspettato,    ma 
per  ultimi  avvisi  avuti  dagli  ambaseiadori  si  era  quasi    per- 
duta affallo  Ja  speranza,  così  d'  aver  il  grano  ,  come  le  gen- 
ti ;  quando  fuor   dell'opinione    di    ciascuno,    quel  dì  che  i 
nimici  erano  siali  ributtali  da  Livorno  ,  incominciò  verso  la 
sera  a  comparire  l'armata  franzese,  la  quale  era  di  due  ga- 
leoni e  di  sei  navi,  e  tra  queste  una  nave  iiormanda  di  ca- 
pacità di  mille  e  dugento  botti,  che  il  re  mandava  con  rin- 
frescamento  a  Gaela.  Era  il  temporale  gagliardo,  e  per   tal 
cagione  Tarmata  della  h  ga  si  era  allargala  verso  il  famoso 
scoglio  della  Meloria,  la  quale  ,  o  perchè  dal  lempo  lo  fusse 
vietato,  o  perchè  non  ardisse  di  mellersi  alla  battaglia,  non 
andò  altrimenti  a  investir  \' armata  Francese  ,  onde  ella  ebbe 
comodità  di  ridursi  in  porlo  a  salvamento  senza  altro  danno 
che  della  perdita  d'  un  galeone    carico  di  grano  ,    il    quale 
restalo  addietro  alcun  miglio,  e,  mancandogli  il  vento,  venne 
in  poler    de'  nimici.    Difficilmenle    si    potrebbe    con  parole 
esprimere  il  piacere  che  di  ciò  sentirono  i  Fiorenlini,  ben- 
ché i  fanti  non  più  che  a  seicento  arrivassero,    e    che  non 
monsignor  d' Albigion,  il  quale  non  volle    imbarcarsi  ,    ma 
in  suo  luogo  fusse  venuto  monsignor  d'Uboi  con  meno  della 
metà  degli  uomini  d'arme  ,  e  questi  senza  eavalli  ,  avendoli 
lasciali  per  la  fortuna  di  mare   in   Provenza  ;    parendo    che 
un  sì  fatto  soccorso,  e  in  lempo  tanlo  opjiorluuo,  e  quando 
meno  s'aspettava,  fusse  piuttosto  venuto  dal  ciclo ,  che  per 
industria  d'  opera  alcuna  umana.  Il  che  si  facea    tanto    più 
credibile,  quanto  che  trovandosi   ciascuno    in    Firenze  per 
tanti  nimici  e  in  tempi    così    malagevoli    sbigottito,    erano 
spesso  dal  Savonarola  nelle  sue  prediche  coslantemenlc  con- 
fortati a  star  di  buon  animo  ;  perciocché  quando  meno   sei 
crederebbono ,  sarebbon  sollevati  dalla  pulente  mano  di  Dio. 
r^oQdimcno  essendo  eglino  siali  ricordali  dal  duca  di  Milano 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  407 

a  mandar    nuovi    ambasciaJori  a  Cesare  giunto  che  fussc  a 
Pisa ,  e  per  non  mancare  a  se  stessi ,  e  per  mostrar  a  quel 
borioso  principe,  che  volentieri  i  suoi  concigli  asroltav  ano, 
elessero   per  .mandargli    Pierfilippo  Pandolfini    e    Bernardo 
Ruccliai  ,  benché  ora  per  aspettare  il  salvocondolto  ,  e  per- 
chè il  Kuccljai    si    ora    ammalato,   e   ora  per  altri  successi 
non  fusser  poi  andati.  E,  percliè  di  molti  giorni  prima  eran 
venuti  avvisi  di  Napoli,  come  il  re  Ferdinando  a  capo  d'a- 
ver il  suo  reame    valorosamente    riacquistalo ,  o  per  disagi 
paliti    nelle    passale  guerre  ,  o  per  gli  affitluosi  abbraccia- 
tnenli  avuti  con  la  nuova  moglie  già  di  suo  padre   sorella  , 
a  gli  8  d'  ottobre  si  fiisse  morto,  e  a  quel  regno  succedu- 
togli don  Federigo  suo  zio;  tu  commesso  a  Cellicozzo  Gon- 
di,  che  in  Napoli  si  ritrovava  ,  the  in  nome   della    Repub- 
blica andasse  a  fare  quelli    ufficj    col    nuovo  re,  che  in  sì 
f"at;i  casi  si  sogliono  costumare;  dopo  le  quali  commcssioni 
jii  trailo  in  Firenze  nuovo  gonfaloniere  Piero  Lcnzi.  Già  si 
era  posto  il  campo  a  Livorno  con  animo  di  batterlo  gagliar- 
damente,  quando  i  Fioresilini  perchè  gli  affezionati  del  Sa- 
vonarola più  si  cocfermassero    nella  sua  opinione,  da  altri 
aciiilrnli  celesti  furono  soccorsi,  essendo  dal  primo  per  lutti 
i  selle  di  novembre  venute  tali  e  sì  falle  pioggie  dal  cielo, 
che  non  che  battere    e    assaltar    la    muraglia  ,    ma  ne  pur 
deiUro  i  padiglioni  si  poteva  slare.  Conluitociò  essendo  el- 
leno alquanto  cessale  ,  s' incominciò  a  batlere  il  dì  seguente, 
irovandovisi  a  campo  qnallrocenlo  uomini  d'  arme  ,  secento 
tavallesgieri ,  e  circa  quattromila    fanti  tra  Tedeschi  e  Ita- 
liani. Ma  incomincialo  a  trovar  resistenza  molto  gagliarda^ 
o  per  la  diversità  de'capi,  o  per  lo  mancamento  delle  Cose 
necessarie  ,  o  qual    allra  se  ne  fosse    la  cagione,  si  proce- 
deva dal  canto  de'nimici,  i  quali  avcano  già  dato  principio 
^a  batter  il  palazzotto  e  le  torri,    con    tanti    disordini;  che 
siccome  dalle  scritture  pubbliche  de' Pisani  istcssi  si  cava, 
eglino  furono  più  volte    a    rischio    di    perder  l'artiglierie; 
perciocché  uscendo  quelli  di  dentro  animosamente    preser 
più  volle  degli  Ab  manni  che  Cesare  aveva  con  se  menato, 
e  uccisero    degli    slradiolti    do' Veneziani,  co' quali  aveano 
sdegno    maggiore;    sì    fattamente  che  la  sera   degli  11  tro- 
vandosi l'imperadore    a   Pisa,  i  provvedilori  de' Vciiiiziuni 


^08  dell' iSTor.ir;  fiorentine 

con  gli  allri  condoitieri  e  c.ifiilani  àcW  esercito  d^'po  lungn 
c<in<u'.la  deliberarono  die  si  dovesser  levare  ,  e  sarebbonsi 
f.icilmi'nte  la  nelle  seguente  levati  ,  se  Giovanni  Berardinn 
dell  Agnello  e  Mariano  da  Peccioli  commessarj  de' Pisani 
aN esser  persuaso  a  doversene  almeno  aspellare  il  pare  dcl- 
J'  imptradore  -,  se  pure  ali'  ignominia  privata  e  pubblica  della 
lega  e  di  Cesare  non  volevano  aver  riguardo  ;  il  quale  sialo 
in  persona  insieme  con  esso  loro  per  tanti  dì  occupalo  in- 
torno ad  un  picciol  castello ,  ora  se  ne  partissero  senza 
espugnarlo.  Risoluti  dunque  di  aspettar  l'imperadore ,  il 
q  i;ì1c  andato  la  niat  ina  seguente  a  Foce  per  esser  in  sul- 
l'armata ;  per  tempo  sinistro  era  stato  costretto  rilornar>ene 
a  Pisa  ,  continovarono  con  la  medesima  lentezza  e  disordini 
a  battere  una  delle  torri  di  Livorno  ;  nel  qual  dì  benché 
monsignor  delli  Ciappella  capitano  dell'armala  francese  si 
fosse  partito,  il  quale  sbarcati  i  fanti  e  i  grani,  per  con- 
forto alcuno  de'Forcniini  non  \olle  fermarsi  ■,  non  per  que- 
sto si  accrebbe  l'animo  a' nimici  ,  anzi  perseverando  nell'o- 
pinione di  levarsi  ,  venuto  che  fosse  l' imperadore  a  Livor- 
no,  accadde  (il  che  fece  lanto  più  afTretiarli  alla  risoluzio- 
ne) che  la  notte  che  precedette  a'  14  di  novembre,  si  levò 
una  gran  tempesta  di  mare,  all'impelo  della  quale  non  po- 
tendo r  armala  della  lega  resistere  .  dopo  molti  ripari ,  af- 
fondò finalmente  una  delle  lor  navi  della  la  Carracca  sel- 
\aggia  di  Genova,  la  quale  con  tulle  le  genti,  artiglierie  e 
cose  che  vi  erano  su  dette  a  traverso  dirimpetto  alla  ròcca 
nuova.  Due  delle  galee  sottili  de'  Veneziani  fecero  il  me- 
desimo alla  prima  punta  verso  S.  Iacopo  :  e  il  galeone 
che  da'nimiii  nel  venire  dell'armai  francese  era  s'alo 
preso,  fu  da  quelli  di  Livorno  che  si  valsero  du-H' occa- 
sione ,  con  buona  parte  do'  grani  ricuperalo.  Onde  i  ni- 
miqi,  arsi  gli  alloggiamenti,  non  ritardarono  più  a  levare  il 
campo,  confortando  tuttavia  Cosare  i  Pisani  .  che,  ciò  non 
ostante,  non  anderebbe  mollo  che  egli  farebbe  veder  loro 
i  frulli  della  sua  venula  in  Italia.  E  a  tal  fine-  ordinato 
the  si  f.ìcesse  un  poni  e  sopra  Arno  .  e  un  altro  sopra 
il  Cileccbio  .  il  n)edcsimo  di  che  l' esercilo  si  levò  di  Li- 
vorno ,  egli  ne  andò  a  Vico  per  vedere  il  paese  con  1'  oc- 
cliio,  e  deliberare  qual  imiuesa  iusse  più  utile  per  i  Pisaiii, 


Mimo   VENTISETTESIMO.  409 

«ve  failu  venire,  olire  il  Malvezzo,  che  con  le  sue  genti  era 
venuto  a  irovarU»,  tulio  l'esercito,  e  molle    provvisioni    di 
scale,  d'  artiglierie,  vcllova^lic   e  altre  cose  necessarie  per 
la  guerra,  che  v'arrivarono  il  giorno  seguente,    andò   egli 
l'altro  dì  in  persona  per  riconoscer  Bienlina.  Al  qiial  luogo 
appressatosi  intorno  ad  un  miglio,  gli  fu  tratto   selle  colpi 
di  passavolinle,  perchè,    ritornato  addietro,  la   sera  fece  ra- 
gunare  il  consiglio  ,  e  così  la  manina  che  segui    appresso  , 
ove  (fatte  leggere  alcune  lellcre    dell' ambasciador  francese 
che  risedeva  in  Firenze,  che  erano  siale  inlercetle,  le  quali 
contenevano ,   che  se  il  re    di  Francia  mandava  quattromila 
pedoni  di  qua,  farebboiio  1'  irnperadore  prigione)  disse  rac- 
contando il  successo  di  Bienlina:  A  noi  pare  che  i  Fioren- 
tini ci  vogliano  morto  e  non  preso,  prrchè    i    passavolanti 
uccidono  e  non  prendono.  Poi  avendo  fallo  una  descrizione 
del  sito  del  paese,  domandò   il  parere  de' capitani    e   degli 
amhasciadori  che  il  seguivano,  d.i  qual  parte  essi  slimavano 
(he  si  dovesse  far  1'  impresa,  cioè    dal  lato  d'Arno    ov' è 
Vico,  0  pure  dal  lato  d'Arno  ove  è  Cascina.    I    Veneziani 
dissero  dal  lato  di  Cascina  ,  i  Diuheschi  da  quel  di  Vico  ; 
il  qtial  parlilo  andò  innanzi.  Dato  [ler  questo  ordine  che  il 
Benlivogli   che  era  a  Pisa  n'andasse  a  Cascina,    perchè  da 
quella  parie   non  fusser  molestati  da' Fiorentini  .  mentre  e- 
glino  a    qiicsla   impresa  attendevano  ,  egli  con    la    maggior 
parie  delT  esercito  si  parli  a' diciannove.  E  essendo  nccnllo 
così  a' Fiorcnlini ,  come  a"  Pisani  parimente,  ove  egli  voltar 
si  dovesse,  andò    la    sera    ad    alloggiare  a  Lavari  ,    luogo 
do'Lucchcsi  a  due  miglia  lungi  della  città,  onde  la  mattiha 
prese  la  via  di  Montecarlo  ,  |>crchè  non  rimanea  più  da  du- 
Iiilare  qual  luogo  dovesse  egli  assalire.   Ma    essendosi    già 
presso  ad  un  miglio  accostalo  a  Montecarlo,    senza   essere 
novità  alcuna  succeduta,  perchè  diversa    deliberazione    pi- 
gliar dovesse,  die  volta  addielro  .  e  senza  punto  arrestarsi 
andò  la  sera  m'desima  ad  alli>ggiarc  a  Serczzana  ,    lion  a- 
vendo  ancor  fornito  il  mese  della  sua  arrivata   a    Pisa.  Do- 
mandalo dair  Agnello  commessario  de' Pisani,  che  co.^a  sua 
maestà  a  così  subila  deliberazione  avesse  indol'o  ,  rispose: 
il  non  esserli  sialo  osservato  quello  che  dalla  lega   gli    cfa 
stalo  promesso.  Ma  che  a  tempo  nuovo  egli    verrebbe  con 


410  dell' ISTOKIE    FIORENTINE 

tali  forze  e  preparamenti,  che  senza  a\er  dn!!' altrui    aiuto 
o  consiglio  a  dipendere,  farebbe  a' Pisani  ollimamenle  co- 
noscere qual  fiis«e  la  disposizione  dell'animo  suo   verso  di 
loro.  Così  ogni  deliberazione  presa  se  n'andò  in  fumo,  e  i 
Fiorentini  avendo  preso  animo,  deliberarono  di  far  l'impresa 
delle  terre  delle  colline,  le  quali  in  poter  de' nimici  erano 
pervenute  ,  per  aprirsi  la  via  di  Livorno  e  usar  quella  strada 
sicuramente,  il  che  era  di  grande  importanza.  La  qual  im- 
presa andò  così  prospera,  che  prima  che  questo  mese  fusse 
finito  ricuperarono  Ceuli  e  Terriciiiola  ,  e  a' trenta  s'accam- 
parono a  S.  Luce.  In    Firenze    furono  traili  i  nuovi    Dicci 
Antonio  Canigiaui ,  Piero  Corsini,  Tommaso  Morelli,  Bali- 
sta Scrrislori ,  Francesco  Scarsi ,  Lorenzo  Lerzi  iralello  del 
gonfaloniere,  Picrfilippo  Pamloirini  ,  Taddeo  Caddi.  Jacopo 
lìnrgianni   e  Antonio    di    Sasso,  i  quali    sollecitando  l'im- 
presa incominciata  ,  non  solo  riacquistarono    S.    Luce  ,  ma 
Tremuleto  ,  Colognola,  S.  Regolo  .    e  finalmente    Soiana   e 
Morrone  con  ogn' altro  luogo  delle  colline,  essendosi  i  ni- 
mici parie  per  maiicamrnlo  di  danari  ,    e  parte    per    dif;ì!la 
di  strami  e  di  vettovaglia  ridotti  alle  slanze  ;    olltechè    già 
s'incominciava  a  veder  molto  chiara  la  gelosìa  che  era  nata 
tra  i  Veneziani  e  il  duca  di  Mil.mo  per  1'  imperio    di  Pisa. 
Onde  il  duca,  il  quale  non  ostante  il  tener   le  sue  genti  in 
quella  città,  non  avea  però  mai  lascialo  di  mostrarsi  amico 
de' Fiorenliiii ,  incominciava  ad    accostarsi  tuttavia  ccn  loro, 
mostrando  (he  egli  desiderava   die  si  restituisse    lor    IMsa. 
^el  mezzo  delle  quali  pratiche  prese  il  primo  gonfal-  ner;»lo 
dell'anno  I'i97  Francesco  Valori  la  quarta  volìa  ,    il    quale 
non  confidando  nel  duca,  e  negli  aiuti  francesi    poco    spe- 
rando; e  veggendo  come  i  Veneziani  inlesa  la  perdita  delle 
colline  mandavano  sellemila  scudi  a*  Pisani  per  soldar  due- 
mila fanti .  operò  in  modo  che  si  vinse  nel  consiglio  grande 
una  provvisione  di  dugentomila  scudi,  i)crchè  alle  cose  ne- 
cessarie provveder  si  potesse.  E   per  guadagnarsi    i  Vitelli, 
la  cui  famiglia  per  la  gloria  dell'armi  in  quel  tempo  molto 
fioriva,  si  mandò  Bernardo  de' Ricci  al  marchese  di  Mantova 
per  dispor  quel  signore  alla  liberazione  di   Pagolo  Vitelli  , 
che,  fallo^da  lui  prigione  nella  guerra  del  reame  di  Napoli, 
ancora  ia  sua  balìa  si  ritrovava.  Ma  nata  guerra  Ira  il  pon> 


LIBRO    VENTISETTESIMO.  4l  t 

Icfice  e  gli  Orsini,  co' quali  Orsini  i  Vitelli   e    per  fazione 
e  per  parentado  erano  congiunti;  e  essendo  le  genti  eccle- 
siastiche da  costoro  stale  abbattute  ,  non  furono  i  Fiorentini 
senza  sospetto  d'aver  questa  parte  favorita  ;  sapendosi  mas- 
simamente che  COSI  Carlo  Orsino  figliuolo  di  Virginio,  come 
Vitellozzo  Vitelli ,  i  quali  erano  i  mesi  addietro    tornali  di 
Francia  in  su  l'armala  francese,  che  giunse  a  Livorno,  erano 
stati  in  quel  tempo  a  Firenze  in  lunghe  pratiche  e  ragiona- 
menti co'  magistrati  della  Repubblica  ,  onde  ebbero  grande- 
mente di  ciò  a  scusarsi  col    [)ontefice,    si   come    erano  an- 
che calunniati  d'aver    favorito  i    fuoruscili  di  Genova.     Né 
noia    ebbcr  maggiore  i  Dicci  e  la  si;^noria   che   a    mostrare 
a'  principi   della  lega  ,  come  alieni  del    molestar  altri ,    non 
aveano  l'animo  volto  ;illrovc    che  a  ricuperar    le    lor  cose, 
né  ad   altro    stendersi  la    congiunzione  e    lega    che    aveano 
co' Francesi.    Ma    soprattutto  fu    parlicolar  cura    del    gonfa- 
loniere  stabilir  le    cose    di    dentro;  il   quale    considerando 
la  base  dello  stalo  populare   in  ninna    cosa  meglio    conser- 
varsi, che    nel   consiglio  grande,  il  quale  doveva     esser  al- 
meno di  mille  cittadini  nctli  di  specchio,  agevolmente   po- 
tersi rislrigncr  per  cagione  del  detto  specchio   e  gravezze, 
prese  questa  forma;  che  il  numero  del  consiglio  per  averne 
mille  di  formo    dovesse    esser    di  duemiladugenlo    netti  di 
specchio  ;  il  qual  numero  ogni  quattro  mesi  si  rassegnasse, 
e  non  trovando  il  conto ,  allora  e  in  tal  caso  si  pigliassero 
tanti  giovani    netti  di  specchio  ,  che,  essendo  minori  di  trenta 
anni,  avanzassero  nondimeiìo  l'età  di  venliqualtro,  e  quando 
questi  non  bastassero,  allora  \i  si  arrogasse    di    quelli  che 
fussero  per  matico  registri  di  gravezze  allo  specchio,  essen- 
dosi veramente  accurto  ,  che  tra  infermi    e  vecchi  e  assentì 
della  citlà  e  occupati  in  l'accende  private,  a  voler  mille  cit- 
tadini non  voleva  esser    il    numero  del  consiglio    meno   di 
duemiladugenlo  *,  la  qual  cosa  stimata    mollo    salutevole  da 
coloro  a' quali  piaceva  il  governo  populare,  non  passò  però 
senza  mormorio,  e  senza  esser  molto  biasimata  dalla  parte 
contraria  ,  dannando  con  molte  ragioni  il  riempiere    il  con- 
siglio di  tanti  giovani,  ne'qualinon  essendo  né  esperienza , 
né  consiglio,  che  cosa  di  buono  poter  di  loro  sperare?  Era 
Francesco  Valori  e  per  senno  naturale  e  per  lunga   espe- 


412  dell'istorie  FIOUENTINE 

licnza  avula  nel  governo  della  Repubblica  divenulo  gran 
ciUadino  nella  stia  patria  ,  a  cui,  oltre  le  doli  dell'animo,  ag- 
giugneva  appresso  il  volgo,  che  da  tali  cose  suol  dependere 
riputazione  non  piccola,  l'esser  di  bella  statura,  compresso 
e  grande  della  persona ,  e,  benché  ormai  vecchio,  non  gli 
mancare  all'  eseguire  le  cose  ,  nò  vigore  ,  nò  ardimento  ;  ma 
l'esser  egli  molto  fautore  del  Savonarola,  il  quale  per  isgri- 
dare  i  vizj  e  per  favorir  troppo  scopertamente  1'  una  fazione, 
si  avea  fatto  di  molti  nimici ,  conveniva  che  ancor  egli  a- 
vessa  degli  emuli ,  a'quali  cotanta  autorità  e  grandezza  non 
piacesse.  Per  la  qual  cosa  considerando  costoro,  che  se  di 
simili  gonfalonieri  si  lasciassero  creare,  del  tutto  \errebbono 
a  poco  a  poco  esclusi  del  gì. verno,  con  ogni  lor  opera  s'in- 
gegnarono d'averne  uno  della  lor  p.irte,  e  toccando  il  se- 
guente gonfalonerato  al  quartiere  di  là  d'  Arno ,  non  trova- 
rono suggello  migliore  ,  che  Bernardo  del  Nero,  uomo  ben- 
ché di  famiglia  nuova,  nondimeno  da  paragonarlo  in  ogn' al- 
tra cosa  grandemente  al  Valori;  concorrendo  in  lui  e  espe- 
rienza e  prudenza  e  età;  con  le  quali  cose  s' avea  fra'cilla- 
dini  acquistato  autorità  e  riputazione  grandissima.  Croato 
dunque  gonfaloniere  per  marzo  e  aprile  Bernardo  del  Nero 
la  terza  volta  ,  prese  il  suo  magistrato  con  felici  principj  , 
imperocché  avendo  il  duca  di  Milano  confortato  il  pontefice 
a  far  opera ,  che  Pisa  a'  Fiorentini  fusse  restituita  ,  e  per 
questo  persuaso  i  Fiorentini  a  mandar  segreianienle  alcuno 
(lei  loro  in  Roma  per  vedere  che  assettamento  si  potesse 
trovar  col  pontefice  intorno  questa  materia.  Fu  commesso 
tal  cura  ad  Alessandro  Bracccsi,  uno  de' segretari  de  Dieci , 
avendo  conferito  prima  ogni  cosa  con  l'arcivescovo  d'Ais, 
acciocché  se,  senza  conchiudersi  cosa  di  profitto,  la  pratica 
venisse  a  discoprirsi ,  non  diventassero  inconfìdcnli  a'Fran- 
cesi.  Ma  parendo  al  pontefice  che  il  Braccesi,  si  come  fu- 
rono le  sue  parole,  fusse  venuto  con  magre  commessio-ni, 
perchè  egli  non  portava  altro  ,  se  non  che,  restituendosi  Pisa 
a' Fiorentini .  ossi  moslrcrebbono  a  tutto  il  mondo  d'  esser 
buoni  Italiani,  mandò  il  pontefice  a  loro  Antonio  de' Pazzi, 
con  cui  gli  faceva  intendere  ,  che  Pisa  sarebbe  loro  resti- 
tuita ogni  volta  che  sì  dichiarassero  con  la  lega,  di  che  des- 
sero per  sicurtà  alcuna  delle  loro  fortezze.  Parve    il   sentir 


unno   VENTISETTESIMO.  413 

questo  a' Fioreniini  cosa  mollo  dura,    essendo    ferraamenle 
risoluli  di  non  concorrere  per  conio  alcuno    all'alienazione 
d'alcuna  delle  lor  fortezze,  intendendo  massimamente,  ohe 
veniva  accennata  la  ròcca  di  Volterra  ,  o  quella  di  Livorno. 
E  per  questo  dopo  aver  mostrato  rlie  la  fede  loro  notissima 
e  palese  a  ciascuno,  non  avea  bisogno    d'altro    pegno  che 
del  suo  medesimo  testimonio,  e  che  quando  pure  di  quella 
alcuno  sospettasse,  la  lega  era  tanto  potente,  che    in  ogni 
tempo  arehbe  potuto  costrignerli  ad  osservarla,  concorrevano 
pur  finalmente,  non  favellandosi  di  fortezze,  di  dare  ogn'al- 
tra  sicurtà  onesta  ,  e  che  a  loro  fusse  possibile  ;  con  la  qual 
risoluzione  fu  il  Pazzi  a  Roma  rimandato.  Questo   piacendo 
a  tutti  gli  oratori  della  lega,  e  il  papa  islesso  mostrandosene 
molto  soddisfatto,  ebbe  contradizione  gagliarda    dall' amba- 
sciador  veneziano.  Il  che  fu  di  tanta  autorità ,    che    non  a- 
vendo  niuno  ardire  d'  opporsegli,  fu  incontanente  recisa  ogni 
pratica  intorno  questo  negozio  tenuta,  con    dolore  e  mara- 
viglia grande  de' Fiorentini,  che  tanti  altri  oratori  senza  par- 
ticipar  cosa  di  tanta  importanza  co'  lor  principi  (  il    che  so- 
lcano fare  in  faccende  di  minor  peso  )  si  fussero  così  impe- 
tuosamente lasciati  svolgere  da  un  solo  a  concorrer  nella  sua 
opinione    Non  essendo  dunque  al  pontefice    riuscito    di  ri- 
durre i  Fiorentini  a' voleri  della  lega  (perciocché  con  questa 
esca  era  egli  stato    tirato  dal  duca  di  Milano    ad    entrar  in 
queste  pratiche ,  se  bene  il  duca  era  mosso  per    particolar 
slimolo,  che  aveva  della  grandezza  de' Veneziani  )    si  volse 
egli  insieme  con  l'oratore  veneziano  a  veder  di  conseguire 
per  un'  altra  strada  il  suo  avviso  ,  rimettendo  Piero  de' Medici 
in  Firenze,  per  mezzo  del  quale  riputava  facilissimo  il  fare 
alienare  i  Fioreotini  dalla  devozione  di  Francia.  Né  Piero  , 
che  era  più  tosto    di  natura  audace  e  animoso  ,   a  cui  non 
mancavano  di  quelli  in  Firenze  ,  che  il  suo   ritorno  deside- 
ravano, mancò  in  tanta  occasione  a  sé  stesso;  sapendo  mas- 
simamente esser  gonfaloniere  Bernardo  del  Nero  ,  il  quale, 
per  la  lunga  amicizia  avuta  col  padre,  il    suo    padricciuolo 
era  usato  chiamare.  Perchè  messe  insieme  con  danari  d'a- 
mici e  de' suoi  dì  molte  genti,  così  a  piedi,  come  a  cavallo, 
se  ne  venne  a' 23   d'aprile    a  Siena,  ove    sopraggiunto   da 
Barlolommeo  d'Alviano  allievo  degli  Orsini,  giovane  feroc« 


411  dell'istorie   FIORENTINE 

e  di  grande  speranza ,  a' 28  uscì  di  Siena  con  ollocenlo  ca- 
%'alli    Ira    nomini  id'arme    e  cavallcggicri ,    e  circa    Ireraila 
fanti,  seguilalo  dal  prolonotario  Pelrueci  in  casa  di  cni  era 
stato  alloggialo,    e  da  altri  cittadini  Sanesi  ,    e    venendone 
per  via  larga  lontano  dai  lunghi  guardali,  fece  il  suo  allog- 
giamento alle  Ta\arnelle.  Quindi  pensando  condursi  all'aprir 
della  porta  a  Firenze,  onde  gli  fusse  più  facile  l'entrarvi  , 
vi  si  condusse,  per  una  pioggia  «he  l'impedì  ,  tanto  tardi  , 
che  il  pensiero  gli  venne  fallito.  Olire  che  nella  città  ,  ove 
della  sua  mos=a  era  notizia,  erano  state  falle  tulle  le  prov- 
visioni necessarie  ,  anzi  permesso    che    egli    venisse  oltre  , 
per  dar  tempo  al  conte  Rinuccio  ,  che    sopraggiugnesse  da 
quel  di  Pisa,  onde  era  stato  rattamente  m.mdato  a  chiamare; 
con  le  quali  genti  speravano  farlo  de!  suo  ardimento  pentire. 
Sicché  forte  mi  maraviglio,  che  in  questo  vengano  dal  Guic- 
ciardini tassati  di  negligenza  gli  avversar]  di  Piero  ;    i  quali 
se  bene  insieme  con  tutto  il  resto  della  città  fecero  in  quel 
tempo  di  molti  errori ,  furono  nondimeno    nelle    cose   atte- 
nenti a'  Medici  sempre  diligenti  e  uniti.  Ne    si   dubita    che 
qualche  tempo    innanzi    e'  fussero  d' ogni  suo    disegno    dal 
Braccesi  pienamente  informati;  a  cui  un  coltellinaio  fioren- 
tino, che  in  Siena  bandito  si  ritrovava ,  avea  tutte  l' intelli- 
genze ,  che  Piero  avea  co'  Sanesi  fatte  manifeste  ;    onde  fu 
talora  il  Braccesi  a  rischio  grandissimo  in  Roma  d'esser  ma- 
nomesso da' suoi  staffieri.  Venuto  Piero  infino  alle  fonti  della 
porta  a  S.  Pier  Gattolini ,  dove  i  Dieri  aveano   mandato  di 
molli  cittadini  insiememente  Pagolo  Vitelli  ,  che  la  sera  in- 
nanzi era  di  Mantova  ritornato  a  Firenze  ,  non  ebbe  ne  possa 
né  animo  di  sforzar  la  porta;  talché  dopo  esservisi  fermato 
per  lo  spazio  di  qualtr'  ore,  aspettando  pur  tuttavia  che  qual- 
che rumore  si  sollevasse  nella  città  ,  veggendo  che  ninno  sì 
moveva ,  e  dubitando  ,  come  era  da  credere,  di  non  esserli 
mozza  la  via  dalle  genti  d'  arme  della  Repubblica,  senza  aver 
di  questa  sna  mossa   frutto  alcuno  cavato,    a    Siena    se  ne 
tornò.  Quasi  nel  medesimo  tempo  essendo  Giuliano  suo  fra- 
tello di  Milano  a  Bologna  venuto ,  avea,  per  mezzo  d'alcuni 
Romagnoli  e  di  altri  banditi  e  ribelli  de' Fiorentini,  cercalo 
d'aprirsi  per  quella  strada  la  via  di  venire    a   Firenze.  Ma 
intendendo  che  molli  di  quelli  del  paese  si  preparavano  in 


LIRKO   VENTISETTESIMO.  Mìy 

favor  de'Fiorenlini  per  andar  a  trovarli,  si  ritrasse,  e  poi 
fireslamenle  ,  si  come  Piero  avea  folto,  con  la  sua  gente  si 
(lisciolsp,  e  tiilta  quella  impresa  andò  in  fumo.  Meulre  la 
liepubblica  nelle  cose  che  si  son  dette  era  stala  occupata  ^ 
in  quel  di  Pisa  non  si  era  intermessa  la  guerra  ;  e  i  primi 
che  avessero  in  questo  tempo  fatto  rosa  di  qualche  momento 
furono  i  Pisani ,  i  quali  andati  forti  e  con  molte  artiglierie 
alla  Vaiana ,  costrinsero  i  Finrenlini  ad  abhandonar  quel 
luogo.  Di  che  cresciutoli  animo  avean  d;.lo  fama  di  voler  ri- 
cuperare il  bastione  dello  Stagno  ,  che  poco  innanzi  avean 
perduto;  la  qual  cosa  dal  commessario  de' Fiorentini  saputa, 
0  col  Conte  Rlnuccio  comunicala,  di  coraun  parere  fu  deli- 
berato, che  il  conte  tacitamente  a  Livorno  n'andasse,  e 
quando  sapesse  i  Pisani  al  baslione  essersi  scoperti,  allora 
egli  dalla  parte  di  Livorno  gli  assaltasse  ,  che  senz'  alcun 
dubbio,  ciò  non  si  aspettando  i  nimici ,  sarelbono  leggier- 
mente sconfitii  e  messi  in  fuga.  Non  fallì  in  parte  alcuna  il 
disegno  ,  perciocché  andato  il  provveditor  veneziano,  e  Gio- 
vanni Paolo  Manfroni  con  millecinquecento  fanti,  e  quattro- 
cento cavalleggieri  a  dar  l'assalto  al  bastione,  furono  con 
lanl'impeto  assaltati  dal  conte  P»inuccio ,  che,  messi  subita- 
mente ir  rolla,  obbcr  fatica  di  salvarsi  a  Pisa;  essendone 
l'alli  prigione  circa  cenlocinquanla  di  loro,  fra'quali  furono 
ventidue  capi  di  squadra;  e  credellesi  che  se  l'assalto  non 
fusse  stalo  di  notte  ,  non  ne  campava  pur  uno  di  loro.  Sa- 
ri'bbono  senz' alcun  dubbio  succedute  dell' altre  fazioni,  cora- 
liattendosi  dall'una  parte  e  dall'altra  con  ira  e  con  rabbia, 
come  sono  stale  tutte  le  guerre  pisane  ;  se  una  tregua  fatta 
Ira  i  re  di  Spagna  ,  e  di  Francia  non  avesse  ancora  fatto 
cessar  l'arme  in  Italia,  e  per  conseguente  in  Toscana,  es- 
sendo i  Pisani  slati  nominati  per  aderenti  del  re  di  Spagna. 
La  qual  tregua  cominciata  tra  loro  a' 5  di  marzo,  e  dovendo 
iu  Italia  aver  principio  cinquanta  giorni  poi ,  accadde  il 
mettere  in  disputa  s'ella  dovea  cominciare  a' 25  d'aprile  nato 
che  fusse  il  giorno  o  pure  spirato;  perciocché  essendo  quel 
d'i  alcuni  del  campo  de' Fiorentini  andati  ad  espugnare  la 
torre  di  Colle  Salvetti,  e  espugnatala,  quelli  di  dentro  pre- 
tendevano che  si  fusse  contravvenuto  alla  tregua,  onde  tra 
capì  si  prese  ordine,  che  nella  torre  dieci  dell'una,  e  dieci 


416  dell'istorie  fiorentine 

rìeir  altra  parie  rimanessero  finché  qucsio  si  decidesse.  Ma 
i  f  iorenlini  intesero,  che  la  (regna  dovesse  cominciare,  spi- 
ralo che  fusse  il  cinquantesimo  giorno  ;  e  così  fu  pubblicato 
per  lutto,  che  ella  comincia\a  alli  vcnlisei.  Prese  poi  il 
gonfaloneralo  Piero  drgli  Alberti,  il  quale  fu  quieto  per 
conto  delle  cose  di  fuori ,  ma  torbido  dentro  per  rispello 
di  fra  Girolamo,  i  cui  nimici  sapendo  che  il  papa  per  causa 
del  suo  predicare  il  minacciava,  andarono  alcuni  di  loro  a 
imbrattare  sporcamente  il  pergamo  di  S.  Maria  d(l  Fiore  , 
ove  egli  solca  predicare.  E  di  ciò  non  conlenti  fecero  per 
mezzo  di  Francesco  Gei  quando  egli  predicava,  suscitare 
rumore  nel  tempio,  perchè  levatosi  Barlolomrneo  Giugni,  uno 
degli  Olio,  e  in  sua  compagnia  Giuliano  Mazzinghi  ,  cor- 
sero per  gillarlo  dal  pergamo;  ma  ribullali  dalla  plebe  non 
fecero  altro,  se  non  che  mossero  i  signori  a  confortare  il 
frate ,  che  per  alcuni  dì  del  predicare  si  rimanesse  ,  mo- 
strando farne  piacere  al  pontefice.  Passarono  in  questo  tempo 
due  ambasciadori  di  Cesare  che  andavano  a  Roma ,  i  quali 
domandalo  da  parte  del  lor  principe  la  signoria,  che  ragioni 
avesse  in  Pisa,  non  fu  falla  loro  altra  risposta.  Ma  furono 
bene  creati  ambasciadori  per  andare  al  re  di  Spagna  il  ve- 
scovo de' Pazzi  e  Niccolò  del  Nero  per  ringraziare  quei 
principi ,  che  il  loro  oratore  in  Roma  fusse  venuto  con  a- 
nimo  pronto  alla  ristituzione  di  Pisa ,  e  perchè  intervenis- 
sero nella  dieta  che  si  trattava  tra  i  detti  re  di  Spagna  e  di 
Francia  per  conchiuder  pace  fra  loro;  de' quali  fu  mandalo 
avanti  in  fretta  Niccolò  del  Nero  come  pratico  in  Spagna , 
e  conosciuto  in  quella  corte.  Entrarono  poi  a' 3  di  giugno 
i  nuovi  Dieci  Francesco  Gualterolti  ritornalo  poco  innanzi 
dall'ambasceria  di  Milano,  ove  fu  mandato  Francesco  Pepi , 
Tanai  de'Nerli,  Matteo  del  Caccia,  Michele  Niccolini,  C!e- 
menle  Sernigi ,  Bernardo  Rucellai ,  Gino  Ginori,  Francesco 
Valori,  e  due  artefici,  Mauro  Fantoni  ,  e  Marco  Baroncini  , 
ma  de' quali  morto  poi  a  settembre  il  Ginori,  fu  messo  in 
suo  luogo  Francesco  degli  Albizi.  Costoro  si  vollero  assicurar 
di  nuovo  del  marchese  Tommaso  di  Villafranca ,  che  poco 
innanzi  era  stalo  liberato,  benché  in  favor  suo  gagliarda- 
monte  s' inlromellesse  il  duca  di  Milano.  Fecersi  poi  gli  af- 
Gcj  di  doglicnzc  col  pontefice,  a  cui  di  nelle  tempo  era  in 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  417 

Roma  sialo  uccìso  il  duca  di  Candìa  suo    fìglinolo  ;  la  qual 
morie  leouta  occulta  qualche    tempo  ,    rinnovò    la  memoria 
degli  antichi  esempi  tragici ,  quando  si  seppe    essere    stalo 
ucciso  per  opera  del  cardinale  di  Valenza  suo  fratello,  e  ciò 
non  per  altra  cagione  d'odio  che  avesse  seco;  se  non  che 
egli  era  più  di  ini  potente  nell'amore  delia  comune  sorella, 
e  perchè  essendo    il    cardinale  volto  con  l'animo    più    alle 
cose  militari,  che  a  quelle  del  sacerdozio,    non  polca  sof- 
frire che  questo  luogo  gli  fusse  occupalo  dal  duca.    Fu  poi 
tratto  gonfaloniere  la  seconda  volta  Domenico  Barloli,   per- 
severando a  star  quiete  le  cose  di  fuori  per   cagione   della 
tregua,  ma  non  senza  nuovi  e  Aeri  accidenti    di   dentro  ,  i 
quali  in  questo  modo  passarono.    Lamberto    dell' Aniella  si 
trovava  fuori  per  conio  di  Piero  de' Medici,    ma    sostenuto 
per  rispetto  di  lui  in  Siena  a  sodamenlo,  pensò   di  fare  un 
bel  tratto  ,  se  con  notifìcare  una  congiura  che  era  nella  città 
per  restituire  Piero  in  Firenze  ,    in  un  tempo  medesimo  di 
lui  si  vendicasse  ,  e  la  perduta  patria  ricuperasse,  ma,  non 
si  fidando  di  ninno,  se  ne  venne  lutto  solo  all'Antella,  ove 
riconosciuto  da  un  villano,  mentre  da  ordine  che  la  moglie 
a  se  venisse,  fu,  prima  che  quello  che  avea  tra  se  divisato 
ponesse  in  effetto,  preso  da' famigli  degli  Otto,  e  a  Firenze 
menato.  Esaminato  con  tormenti  quel  che  egli  andasse  cer- 
cando ,  mostrò  una  lettera  da  lui  scritta  a  Francesco    Gual- 
terotli  cugino  della  sua  donna  ,  a  cui  la  detta  lettera  perchè 
a  lui  la  desse  dovea  consegnare,  che  nell"  esser    preso  ad- 
dosso gli  fu  ritrovata ,  nella  qual  si  vedea  ,  che  egli  richie- 
dea  il  Guallerotti  come    suo  parente  e  uno  de' Dieci,    che 
gli  assegnasse  alcun  luogo ,  ove  egli  di  cose   attenenti    alla 
Repubblica  ragionar  gli  potesse.  Udito  per  questo  dagli  Otto 
più  mansuetamente  ,  raccontò  le  pratiche  che  molti  cittadini 
tenevano,  e  aveano  già  tenuto  in  tempo  che    Bernardo  del 
Nero  fu  gonfaloniere,  di  resliluir  nella  città  Piero  de'Medici. 
Riferita  la  cosa  alla  signoria,  furono  eletti  venti  cittadini  per 
intervenire  nell' esamine  de'congiurati ,  i  quali,  inteso  venti 
altri  esser  colpevoli  in  questo  fallo ,  gli  fecer    subitamente 
richiedere ,  non  ne  comparirono    più  che  tredici ,    de''  quali 
cinque  furono  trovati  aver  più    fallato  degli  altri.   Uno    per 
non  aver   rivelalo    la  congiura,    e   questi  fu  Bernardo    del 

A.-MM.    VOL.   V.  27 


418  dell' ISTOKIE    FIORENTINE 

Nero,  e  lanlo  più  quanlo  che  essendo  egli   in    quel  lempo 
gonf.iloniere ,    tanto  msggiormenle  come    persona    pubblica 
dovea  queste  cose  nolificare ,  e  quatiro  per  aver  scritto  le  I- 
Jcre  .  mandalo  denari,  confortalo,  e  dato  altri  aiuti  e  favori, 
perchè  Piero  rien  rasse  in  Firenze.  Lorenzo  Tornabuoni  fi- 
gliuolo di  una  sua  sorella  ,  Giovanni  Cambi .  Giannozzo  Puc- 
ci   e    Niccolò  Ridolfì.    Intesa  da' signori  P  esamina  ,    fecero 
ragunare  il  consiglio  de' richiesti,  i  capitani  di  parte,  i  con- 
servadori  di  legge  ,  gli  ufficiali  di  monte    e   alcuni  altri  cii- 
tadini  principali .  che  infra  (ulti  fecero    il    numero   di  circa 
centoessanta  cilladini ,  a' quali  fatto  ancor  leggere  l'esamina, 
fu  commesso ,  che  uno  per  magistrato  ,  e    due    per  pancata 
rendessero  il  partilo  de' congiurati.  Tutti,  da  Guidantonio  Ve- 
spucci  in  fuori,  concorsero,  che  si  dovesse  lor  loro  la  vila 
e  i  beni;  per  la  qiial  cosa  i    signori  fecero    il    bulletlino  a 
gli  Olio,  che  seguissero  la  sentenza  de' congiurali,  come  di 
ribelli  della  lor  pairia.  A  che  non  volendo  gli  Olio  per  con- 
forti di  Bernardo  Nasi,  uno  di  quel  numero,  acconsentire,  si 
levò  il  rumor  grande  in  tutlo  il  consiglio  ,  talché  fu  neces- 
sario far  rogare  il  notaio  de' signori  a  viva   voce,    se  i  ra- 
gunati  volevano  che  i  congiurati  morissero  o  no.    Fu  dello 
di  sì.  onde    gli  Olio    con  fave  sei  nere    a"17    d'agoslo  gli 
condannarono  a  perder  la  vita  e  i  beni.  I  condannai,  in  vi- 
gor della  legge  falla  nel  principio  della  riforma  della  Repub- 
blica, appellarono  di  lai  sentenza  al  sran  consiglio.  Onde  na- 
cque maggior  conlesa  tra"  cittadini  ;  essendo  alcuni,  a' quali 
piaceva  che  l'appello,  per  non  conlravvenire  alla  legge,  si 
proseguisse.  Ragunato  qualtro    giorni  dopo    la    sentenza  di 
nuovo  il  consiglio,  s'incominciò  a  dispulare  dell' appello.  E 
essendo    pochi    coloro  che  il  volessero ,    la    maggior  parie 
concorreva  ,  che  per  vielar  gli  scandali  che  dall'appello  po- 
tevan  nascere  .  si  dovesse  senz'altro  la  sera    medesima  se- 
guir la  sentenza  de' condannali.  Ma  Luca    Martini  proposto 
quella  sera  de' signori  negava  di  voler  proporre  l'esecuzione, 
non  gli  parendo  ragionevole  che  così  tosto  si  derogasse  ad  una 
legge,  che  parca  che  fusse  uno  de'principali  fondamenti  della 
lor  libertà;  col  parere  del  quale  venivan  PierTaddei,  e  Pier 
Guicciardini  suoi  colleghi.  Di  che  turbali  grandemente  lutti 
gli  altri  del  consiglio  si  rizzarono  da  sedere ,  gridando  con 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  419 

voci  c  modi  mollo  impetuosi ,  che  quelli  cbe  a  ciò  non 
consentivano  eran  nimici  della  lor  patria ,  e  che  per  questo 
si  potea  fare  senza  essi,  fra  quali  coloro  che  più  si  riscal- 
davano ,  furono  gli  amici  del  Savonarola  ,  e  specialmente 
Francesco  Valori.  Perchè,  dubitando  il  gonfaloniere  che 
quella  sera  non  seguisse  alcun  disordine  fra  loro  ,  si  levò 
in  pie  ,  e  fatto  alquanto  racchetare  il  rumore  disse  :  cbe 
conoscendo  egli  veramente  il  pericolo  grande  che  polca 
seguire  dell'appello,  ne  veniva  con  gli  altri  cittadini  amo- 
revoli della  lor  patria  ,  non  essendo  fuor  del  dovere  ,  che, 
per  vietar  maggior  mali ,  le  leggi  talora  si  dispensino  ;  e  che, 
per  questo,  era  di  parere ,  che  la  sentenza  dovesse  essere 
mandata  ad  esecuzione.  Allora  il  proposto  riprese  il  par- 
lare,  e  soggiunse  ,  come  avendo  fave  sei  nere  la  propor- 
rebbe ;  ma  ,  sgradilo  grandemente  da  tulli ,  convenne  che 
contra  sua  voglia  la  proponesse.  Ma,  non  si  vincendo  il  par- 
lilo ,  e  riconoscendo  gli  altri ,  che  questo  da  lui  e  da  gli 
altri  due  signori  nominali  procedesse,  ne  essendo  senz' al- 
cun dubbio  di  Michele  Berli,  un'altro  de' signori,  che  era 
nipote  di  Bernardo  del  Nero ,  si  levarono  da  sedere ,  e  ac- 
coslalisi  a  pie  de' signori  con  minacce  e  rumor  grande,  fu 
chi  fece  sembiante  di  voler  manomellere  quei  quattro ,  se 
i  collegi,  che  di  ciò  s"  avvidero ,  saltali  in  mezzo  non  aves- 
sero fatto  discostare  ciascuno,  e  tornar  al  suo  luogo  a  se- 
dere. Allora,  andato  di  nuovo  il  partito  ,  finalmente  si  vinse 
più  per  terrore  e  spavento  della  propria  morte  ,  che  di  li- 
bera volontà.  E  perchè  una  sentenza  con  tante  difficoltà 
conchiusa  ,  per  qualche  nuovo  accidente  non  ricevesse  al- 
cuno storpio  ,  sapendosi  che  già  da  parenti  de' prigioni  erano 
state  spedile  staffette  per  favori  in  Francia ,  la  medesima 
notte  scoccando  le  selle  ore ,  fu  a  cinque  congiurali  mozza 
la  testa  ,  non  si  volendo  molti  de'  più  principali  partir  di 
sala,  finché  non  fu  loro  riferito  la  sentenza  esser  interamente 
eseguita.  Dicesi  che  Bernardo  del  Nero  ,  il  quale  era  a' 72 
anni  della  sua  età  pervenuto,  sentendo  che  egli  dovea  mo- 
rire, disse:  di  poco  m'hanno  fallo  slare  i  miei  cittadini;  e 
con  animo  mollo  franco  porse  il  collo  al  manigoldo,  sicché 
egli  il  suo  ufficio  fornisse.  Nel  Ridolfi  ,  il  quale  ora  degli 
altri,  dopo  il  Nero,  il  più  vecchio,  olire  l'esser  stalo  gonfa- 


420  dell'  istorie  fiorentine 

loniere,  accrebbe  piclà  la  memoria  di  Lorenzo  suo  avolo 
gran  citladino  e  mollo  afTezìonato  della  sua  Repubblijca. 
Furono,  olire  cosloro ,  giudicali  ribelli  Nofri  Tornabuoni  e 
Lionardo  Barlulini  dell'  unicorno  ,  e  olio  ne'  furon  confinali 
Piero  Pitti,  Francesco  Martelli,  Tommaso  e  Pandolfo  Cor- 
binelli,  Galeazzo  Sasselli,  Gino  Capponi,  Iacopo  Gianfi- 
gliazzi  e  Andrea  de' Medici  cognominato  il  Bulla.  Assicu- 
rata in  questo  modo  la  cita  ,  entrò  nuovo  gonfaloniere  Paolo 
Carnesecchì  ,  sotto  il  cui  magistrato  sei  altri  cittadini  fur 
mandali  a' confini,  Piero  con  Alessandro  Alamanni  suo 
figliuolo ,  Piero  e  Luigi  Tornabuoni  cavaliere  gerosolimi- 
tano fratelli  ,  Sforza  Bellini  e  (ìlierardo  Gherardi.  Fu  tra 
gli  altri  richiesto  Iacopo  lie' Nerli ,  il  quale,  data  la  sua  esa- 
mina in  iscritto,  non  fu  sostenuto ,  avendo  più  riguardo  alla 
prima  opera  da  lui  falla  nella  cacciala  di  Piero,  che  per 
opinione  che  egli  non  avesse  erralo.  .Ma,  finita  la  tregua  col 
fine  del  mese  d' ottobre ,  si  ritornò  nel  gonfaloneralo  di  Pa- 
golanlonio  Soderini  all'  opere  della  guerra  .  benché  leggieri 
e  di  poco  momento,  non  essendosi  per  i  Fiorentini  preso 
altro  ,  che  Colle  Salvctti ,  e  falle  scorrerìe  e  prede  dall'una 
parie  e  dall'altra  di  non  molla  importanza.  Ma  ben  si  faceano 
provvisioni  sagliarde  per  tempo  nuovo  ;  per  la  qual  cagione 
crearonsi  al  giorno  determinato  i  nuovi  Dieci,  il  gonfalo- 
loniere  Soderini,  Giovan  Balista  Ridolfi  fratello  del  morto, 
Antonio  Giugni,  Giuliano  Salviati ,  Domenico  Bartoli ,  Do- 
menico Mazzinghi,  Pier  Francesco  Tosinghi ,  Luigi  della 
Stufa  e  due  artefici  Piero  Pieri  e  Giovanni  Puccini.  Co- 
sloro  spediron  ambasciadore  per  Francia  Guidanlonio  Ve- 
spucci ,  per  disporre  una  volta  il  re  Carlo  a  far  più  vive,  e 
pronte  provvisioni,  che  infino  a  quell'ora  non  avea  fallo; 
e  benché  paressero  deliberazioni  contrarie ,  elessero  per 
ambasciadore  a  Roma  Domenico  Bonsi  per  vedere  che  si 
pulea  trarre  dal  papa;  il  quale  di  nuovo  per  opera  del  duca 
di  Milano  mellea  pratiche  e  parliti  in  mezzo  per  tirar  i  Fio- 
rentini alla  lega.  A  cosloro  fu  dato  questo  carico,  dice  Piero 
Parenti  come  a' devoli  di  fra  Girolamo,  dalla  fazione  con- 
traria per  levarseli  davanti;  avendo  prima  fatto  una  legge 
sotto  gravissime  pene,  che  gli  eletti  ambasciadori  non  po- 
tessero rifiutare ,    ma    ben    limitato  loro  il  tempo  ,  e  accre- 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  421 

scinto  il  salario.  Al  Pepi  che  era  in  Milano  commisero,  che 
andasse  a  visitare  da  parie  delia  signoria  Filiberto  nuovo 
duca  di  Savoia  ,  il  quale  per  morie  del  padre  in  quello  slato 
era  succeduto.  E  perchè  s'inlendea  che  i  Veneziani  non 
arebbono  mancato  di  continuar  in  aiutare  i  Pisani ,  i  quali, 
avendo  ogni  lor  sustanza  consumata,  non  poteano  far  fonda- 
mento alcuno  in  se  stessi,  dettero  ordine,  che  fusse  con- 
dotto Obigni  con  piìi  di  cento  lance  in  servigio  della  Re- 
pubblica. Nel  mezzo  delle  quali  preparazioni,  parte  eseguite 
e  parte  da  eseguirsi,  entrò  il  nuovo  anno  1498,  e  gonfalo- 
niere di  giustizia  Giuliano  Salviali  uno  de' Dieci  ,  nel  tempo 
del  quale,  partito  il  Bonsi  per  Roma ,  e  ricevuto  molto  ono- 
ratamente dalla  corte  ,  non  trasse  però  altro  dal  pontefice 
che  r  usate  domande  ;  che  volendo  eglino  esser  buoni  Ita- 
liani e  unirsi  con  gli  altri  conira  i  Francesi,  sarebbono  rein- 
tegrati della  città  di  Pisa;  la  qual  cosa  non  veggendo  i  Fio- 
rentini come  potesse  seguire  ,  sapendo  il  disegno  che  vi 
avean  già  fatto  sopra  i  Veneziani,  e  che  la  lega  non  era 
potente  a  sforzare  quel  senato  a  consentire  a"  suoi  desiderj, 
giudicavano  che  l'accettar  il  partito  non  era  altro  che  uà 
dichiararsi  nimici  di  Francia  senza  conseguir  Pisa  ;  il  che 
potea  loro  per  molti  conti  esser  di  danno  grandissimo;  onde 
continuando  a  slar  fermi  nel  lor  proponimento  di  non  voler 
venire  a  cosi  fatta  dichiarazione  senza  alcuna  ut  lità  ,  inco- 
minciò la  fede  loro  ad  esser  sospetta  al  pontefice,  il  quale 
scambiando  i  nomi,  come  era  costumato  di  fare,  in  luogo 
de' Fiorentini ,  fraudentini  era  usato  chiamarli.  Veggendo 
per  questo  i  Dieci ,  che  quivi  bisognava  attendere  a'  casi 
loro,  e  intendendo  che  i  Veneziani  faceano  ogn' opera  di 
condurre  i  Vitelli  a'  lor  soldi ,  le  cui  genti  erano  stimate  per 
le  migliori  di  tutta  Italia,  e  che  la  venula  d' Obigni  ritarde- 
rebbe, non  vollero  lasciarsi  uscir  questa  occasione  di  mano; 
ma  mandalo  per  Pagolo  che  venisse  a  Firenze,  prima  che 
dalla  città  partisse,  il  condussero  con  trecento  uomini  d'arme 
ad  uso  Italiano  a  mezzo  col  re  di  Francia  con  quarantamila 
ducati  di  provvigione  per  un  anno  ;  benché  egli  di  tutta  la 
somma  del  danaro  non  volesse  con  altri,  che  co' Fiorentini 
impacciarsi  ;  e  per  questo  non  abbandonavano  le  pratiche 
col  pontefice ,  che,  acceso  di  sdegno  conira    il    Savonarola 


422  dell'  istorie  fiorentine 

per  la  fama  nutrita  dagli  avversari  suoi ,  che  egli  biasimasse 
i  costumi  della  corte  romana  ,    oltre    alcune   inubbidienze  , 
veniva  per  questa  cagione  ad  esser  non  mediocremente  in- 
fìammato    d'ira  centra  i  Fiorentini;  da  quali  pareva  che  il 
frale    fusse    molto  più  di  quel  che  non  si  conveniva    favo- 
rito. Il  che  sapendosi  in  Firenze  da  tutti,  generava  tra  gli 
amici  e  nimici  di  fra  Girolamo  un  seme  molto    fecondo    di 
gare  e  di  discordie  ;  dicendo  costoro  ,  che  per  la  pazzia  e 
temerità  d'un  fraticello  non  si  dovea  mettere  sossopra  tutto 
lo  stato  della  Repubblica  ,    la    quale    bisognosa  in  un  caso 
tanto  importante  come  quel  di  Pisa,  della  grazia  del  papa, 
dovea  con  ogni  supremo  studio  procurare  di  conservarlasi , 
e  non  per  cose  tanto  leggieri  far  prova  di  quel  che  potesse 
lo  sdegno  A' un  pontefice.  Dall'altro  canto  quegli    allegava- 
no, che  essendo  queste    opere    che    eccedevano   i    termini 
naturali  ,  non  si  doveano  mettere  a  mazzo  con  l';illre  azioni 
di  mondo  ;  oltre  che  non  era  cosa  punto  utile  ,  né  per  que- 
sto ,  né  per  qualunque  altro  mezzo  aprir  la  strada  a'ponle- 
fici  di  volere  impacciarsi  ne'  falli  della  loro  Repubblica.  Già 
era  entralo  nuovo  gonfaloniere  di  Giustizia    Piero    Popole- 
schi ,  e  questa  contesa  abbattutasi  in  tempo  delle    predica- 
zioni per  conto  della  quaresima ,  veniva    a    bollire  più  che 
mai  ;  perciocché,  se  bene  il  Savonarola  per  ordine  del  pon- 
tefice s'era  del  predicar  contenuto,  nondimeno  era  in  guisa 
per  questo  rispetto    ella    accesa  tra  i  frati  di  S.   Francesco 
e  di  S.  Domenico  ,  questi  come  fautori  del  Savonarola  per 
esser  del  loro  ordine,  e  quelli  come  zelanti  dfll'onore  della 
sede  apostolica ,  e  per  antica    emulazione    discordi  di  que- 
»t'  altro  ordine  ,  che  quasi  d'altro  non  si  predicava  in  su'pul- 
pili  che  di  questo  fatto.  E  rome  la  conlesa    era    tra  i  due 
ordini,  così  in  due  chiese    priucipalmmle    si    disputava    in 
S.  Marco  ,  del  qual  convento  e  ordine  era  vicario   il   Savo- 
narola ,  e  quivi  era  usato  di  predicare  fra  Domenico  ria  Pe- 
scia  priore   di    S.  Domenico  di  Fiesole  ,  e  amico  di  fra  Gi- 
rolamo ,  e  in  Santa  Croce,  ove  uh  de'lor  frali  minori  detto 
Ira  Francesco    predicava  ,  il  quale  fu  poscia    fra    Francese) 
del  fuoco  cognominalo.    Costui,  come  io  udì  raccontare  da 
Kraccio  Martelli  vescovo  della  mia  patria,  uomo  di  reverenda 
memoria ,  non  fu  cattivo  uomo  riputalo  ;   oude  è  credebile 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  423 

che  spinto  dalle  pron'e:te  che  dagli    amici    del    Savonarola 
s'andavano  spargendo,  ciò  erano,  che   quando    bisognasse 
moslraribbono    con    l'esperienza  del  fuoco,   che  (Va  Giro- 
lamo era  profeta,    e    che    la    scomunica    fattagli  dal  papa, 
come  falla  conlra  il  voler  di  Dio  era   invalida,  si  movesi^e 
a  dire,  che  egli  era  ujio  di  qurlli    che    alla    della  prova  si 
metterebbe  ;  non  perchè  egli  credesse  ,  che  dal  fuoco    non 
verrebbe  offeso ,  come  gli  amici  del   Savonarola    dicevano  ; 
ma  perchè,  ariendo  seco  chi  a  (al  prova  si  mcllessc  (la  qua! 
morte  egli  per  onor  di  Dio  era  pronto  a  pigliare)  quanto  cosi 
falle  promesse   avessero  in  se  di  vero,    apertamente  si  co- 
noscesse.   Uscita  fuor  questa  fama  .  e  in  S.  Marco    perve- 
nuta,  non  fu  fra  Domenico  (ardo  ad  accedar  l'invilo,  ne  i 
oilladini  ad  affrettar  di  vederne  l'esecuzione,  essendo  que- 
sto desiderio  in  tulli  parimente  ,  ma,  per  diverse  cagioni,  ar- 
dentissimo  ;  ne  gli  avve:sarj  del  frate,  per  veder    schernita 
e  contusa  la  sua  temerità,  come  essi  dicevano,  non    dubi- 
tando che  chiunque  fusse    per    entrar    nel    fuoco  vi  rimar- 
rebbe ,  ne  gli  amici  e  veri  pariigiani  e  affezionati  suoi,  per- 
chè con  così  chiaro  e  illustre  miracolo  la  sua  santità   fusse 
a  tutto  il  mondo  palese  ;  in  ciascun  altro  per  leggerezza    e 
desiderio  di  cose  nuove.  Messisi  dunque  molli  uomini    del 
governo  di  mezzo,  fu  a'6  d'aprile  nella  presenza  del  gon- 
Valoniere    e    degli    altri    signori  tra  i  due  frati   stipulalo    il 
contratto    di    dovere  il  di  seguente  entrare  nel  fuoco  ;  per 
la  qual  cosa  fu  in  piazza  tiralo  un  paleo  su' cavalietti    qua- 
ranta   braccia  lungo  ,  e  sei  largo,  ripieni)    da    lati  di  molta 
stipa    e    d'altra  materia  atta  ad  accendere,    e    dato    ordine 
che  tutte  le  porte    della    città    fuor  che  due  si  serrassero  , 
lulte  l'entrate  delia  piazza,  eccetto  che  due  si  sleccassero, 
la  città  e  cosi  la  piazza  fusse  da  gonfalonieri  diligentemente 
guardata.    Già    era    venuto  il  giorno  deliberato,  e  non  che 
tulli  gli  uomini,  che  la  città  abitavano,    ma    quasi    tutto  il 
contado ,    e    molti  delle  vicine  castella  e  città  erano  venuti 
a  veder  cosi  grande  e  nuovo  spettacolo.  11  Savonarola  o  co- 
stretto 0  volentieri ,  che  a  cosi  fatto  accordo  fusse  venuto, 
avendo  la  mattina  celelìralo  i  divini  uffiej ,  e  particolarmenie 
cantalo  la  messa,  e  cosi  parimente  fr^  Domenico,   ma    let- 
tala piana,  montò  in  quel  modo  che  egli  si  ritrovava  paralo 


42i  dell'istorie  fiorentine 

in  pergamo,  e  essendo  nella  chiesa  ragiinato  gran  popolo 
di  quelli  che  alla  sua  dottrina  credevano  ,  con  la  solita  elo- 
quenza confortò  tulli  a  mutar  vita  ,  e  a  digiunare  quel  di  in 
pane  e  in  acqua.  Quindi  smontato  ordinò  una  processione 
di  tulli  i  suoi  frati ,  salmeggiando  intanto  il  popolo  con  tanta 
attenzione  e  devozione,  che  veramente  parevano  cose  fuori 
dell'  ordine  umano  ;  quando  quattro  mazzieri  della  signoria 
apparvero  in  chiesa,  e  riferirono  le  cose  per  la  prova  del 
fuoco  esser  apparecchiate,  e  per  questo  nuli' altro ,  che 
Ira  Domenico  aspettarsi ,  il  quale  il  Savonarola  aveva  p.iraio 
duna  pianeta  vermiglia,  e  messogli  un  Crucifisso  in  mano, 
portando  egli  in  un  tabernacolo  di  cristallo  l'ostia  sacrala- 
Con  questo  ordine  s'avviò  il  Savonarola  seguitato  da  frali 
e  da  fedeli  suoi  verso  la  piazza ,  essendo  nel  medesimo 
tempo  ,  ma  senza  tanta  pompa,  mossisi  i  frati  minori  di  Santa 
Croce  ,  laiche  quasi  in  un  tempo  islesso  alla  piazza  arriva- 
rono, i  quali  in  due  parti  della  loggia  di  essa  piazza,  che 
per  questo  effetto  era  stala  con  assi  divisa ,  da  ministri  a 
ciò  eletti  ricevuti,  stava  avidamente  aspettando  il  popolo, 
che  entrassero  nel  palco  ,  quando  per  contese  nate  tra  frati, 
la  cosa  incominciò  a  turbarsi ,  non  consentendo  i  frati  mi- 
nori,  che  fra  Domenico,  secondo  l'ordine  dato  dal  Savona- 
rola entrasse  nel  fuoco  col  sagramento ,  allegando ,  siccome 
dice  il  Guicciardini ,  la  confusion  grande  in  che  si  sarebbon 
messi  gli  animi  de' semplici,  quando  quell'ostia  fusse  ab- 
bruciata. Ma  il  Cambi,  il  quale  in  que' tempi  vive\a,  narra 
aver  i  detti  frati  innanzi  a  questa  altre  liii  proposto  ,  per- 
chè cotale  esecuzione  fusse  impedita  ,  avendo  fatto  spogliare 
prima  fra  Domenico  ,  e  mettergli  allri  panni  indosso  ,  né 
fonsenlilogli  che  frate  alcuno  de'suoi  se  gli  accostasse ,  ma- 
liardo e  incantatore  chiamandolo;  e  finalmente  non  essendo 
per  questa  via  riuscito  quel  che  volevano,  essersi  opposti 
con  1  occasione  del  Sagramento  ,  a  che  non  volle  però  il 
Savonarola  in  conto  alcuno  lasciarsi  piegare.  Restò  dunque 
il  popolo  di  cosi  ardente  suo  desiderio  schernito,  e  i  frali 
se  ne  ritornarono  nelle  lor  chiese  ,  lasciando  a  quello  ampia 
materia  di  ragionare.  Ma  essendo  una  gran  parte  dei  citta- 
dini grandi  per  i  morti  dell'  anno  passalo  fieramente  conlra 
il  [)adre  disposta,  crebbero  in  tanto  ardire  dopo  questo  ac- 


LlBnO   VENTISETTESIMO.  42o 

cidenlc  ,  come  la  sua  somma  autorilà  e  sapienza  fusse  restala 
beffata  ,  che  nata  il  seguente  giorno  una  questione  intorno 
a  simil  soggetto ,  se  un  frate  di  S.  Marco  fusse  per  predi- 
care in  santa  Reparata  ,  ovver  nò  ,  che  quasi  tutti  i  seguaci 
di  costoro  s'armarono,  e  avendo  gridato  a  S.  Marco,  col 
fuoco  quivi  impetuosamente  s' addrizzarono,  come  se  an- 
dassero a  combatter  Pisa  piuttosto  che  un  convento  della 
loro  città.  Era  già  V  ora  del  vespro ,  e  per  questo  gran  nu- 
mero de' devoti  del  Savonarola  si  era  alia  chiesa  ragunalo  ; 
i  quali  opponendosi  a  l'impeto  populare  ,  sostennero  infino 
alle  sette  ore  della  notte  l'assalto  con  molta  virtù.  Ma  es- 
sendo abbruciata  la  porta  della  chiesa,  del  martello  e  del- 
l' orto ,  e  non  rimanendo  speranza  alcuna  di  potersi  più  da 
tanta  turba  difendere,  es.'cndo  la  rabbia  della  plebe  favo- 
rita dall'autorità  di  chi  governava,  si  convennero  finalmente 
di  dar  loro  il  Savonarola  insieme  con  fra  Domenico,  e  cia- 
scuno se  n'andasse  liberamente  a  sua  casa.  Condotti  in 
queir  ora  medesima  i  frati  in  palazzo  con  molte  villanie  di 
parole,  e  beffati  e  straziati  con  ogni  sorte  di  scherno,  si 
crede,  che  niun' altra  cosa  l'avesse  campati  da  maggior  in- 
solenza ,  che  r  essersi  trovati  ciascuno  di  essi  con  un  pic- 
colo Crocifisso  in  mano ,  il  quale  mai  finché  non  furono  in 
prigione  rinchiusi  non  poser  da  parte.  Ma  non  fu  tale  la 
continenza  del  giorno  che  segui  appresso  ,  perciocché  an- 
data la  moltitudine  alle  case  di  Francesco  Valori,  il  quale 
il  precedente  giorno  trovandosi  in  S.  Marco,  era  di  là  stalo 
trafugato  ,  e  lungo  le  mura  alla  sua  casa  condotto  ;  poiché 
r  ebbe  fatto  prigione ,  e  in  palazzo  il  menava ,  come  fu 
presso  a  S.  Procolo  ,  da  Vincenzio  Ridolfi  gli  fu  tirato  d'un 
colpo  di  roncola  in  capo  e  ucciso  ;  uomo  veramente  indegno 
di  cotal  morte,  massimamente  se  a'  consigli  da  lui  dati  ti 
zelo  della  pubblica  carità  piuttosto  che  privati  odi  e  pas- 
sioni ve  l'avessero  spinto.  Ma  quel  che  egli  si  meritasse, 
alla  morte  di  lui  s'aggiunse  il  sacco  della  sua  casa;  e,  quel 
che  trapassò  il  termine  d'ogni  barbara  crudeltà,  mentre  la 
moglie  si  fa  alle  finestre  per  dare  spazio  di  cavar  di  casa 
una  fanciulla  da  marito,  fu  d'un  verrettone  percossa  in  una 
tempia ,  e  subito  cadde  morta.  Né  queste  cose  raffrenaron 
punto  la  plebe  ,  anzi,  incrudelita,    poiché  non  trovò  più  da 


4à6  dell'  isToaiE  fiorentine 

rubare,  diede  la  casa  e  le  mura  ,  le  quali  non  aveano  colpa 
veruna,  alle  fiamme-  E  datasi  in  busca  d'un  cerio    Andrea 
Cambini ,  che  era  tenuto  per  referendario  di  Francesco  V^a- 
lori,  trovatolo  da  Cislello  nel  meiiaron    prigione,    siccome 
feciono  d'un  fratello  dil  Savonaro'a  venuto  di  tre  dì  il  me- 
schino in  Firenze,  e  d'un  frale  di  S.  Marco   detto  fra  Sal- 
vestro,  grande  amico  di  fi  a  Girolamo,  e  d' alcuni  altri  tenuti 
sospetti  per  la  sua  amicizia.  Per  questi  accidenti  fu  innanzi 
il  tempo  ordinario  fatta  h  creazione    de'  nuovi    Dieci  di  li- 
bertà •,  stimandosi,  che  quelli,  che  di  presente  erano,  (ussero 
degli  amici  dei  frate  ;  i  quali  furono  Ridolfo  Ridolfi ,  Bene- 
detto de'Nerli,  Bernardo  da  Diacceto,  Piero  degli  Alberti, 
Piero  Popoleschi,  Giovanni  Carnicci ,  Chimenti  Scerpelloni, 
Véri  de' Medici,    Iacopo    Pandoìfini    e    Francesco  Komoli , 
da'  quaii  mentre  con  esamine  rigorose  si  va  investigando  di 
sapere  i  pensieri  e  conccl'i    di    fra    Girolamo,  giunsero  in 
Firenze  a' 14  del  mese  certe  novelle  della  morte  del  re  Carlo 
di  Francia  succeduta  nella  domenica    dell'ulivo,    che  fu  il 
di  medesimo,  che  fra  Girolamo  combattuto  in  S.  Marco,  ne 
fu  poi  la  notte  menato  prigione  in  palazzo.  Non  si  dubitava, 
come  che  egli  non  avesse  lasciato  figliuoli ,  del  successore, 
sapendosi,  secondo    la    legge    di    Francia ,  che  quel  regno 
come  a  più  prossimo  s' apparteneva  a  Luigi  duca  di  Orliens. 
Perchè  desiderando    la    Repubblica  di  mantenersi  il  nuovo 
principe  ,  benché  con  diverse  condizioni  di  quelle  che  avea 
col  passalo,  gli  elesse    ambascìadori  il  vescovo    d'Arezzo, 
Piero  Soderini  ,    e    Lorenzo    di    Pier    Francesco ,  il  quale 
uscitosi  per  i  tumulti  succeduti  i  giorni  addietro  della  città, 
sotto  scusa  di  adempire  un  suo  voto,  se  n' era  ito  in  Lione. 
Le  commissioni    principali    erano,   che  il  re  ratificasse  alla 
condotta  de'  Vitelli ,    non    si    parlasse  d'  Ubigni ,  se  non  in 
quanto  ne  fussero  gli  ambasciadori  richiesti,  e,  d'intorno  a. 
confermare  i  capitoli   tra    il    nuovo  re  e  la  Repubblica  ,    si 
procedesse    maturamente,    mettendo    tempo  in  mezzo    per 
consultar  meglio  la  cosa.  Intanto  si  andava    spargendo    per 
lutto  ,  die,  tolta  via  per  la  prigionia    del    frate,  la  cagione 
delle  discordie  della  città  ,  i  cittadini,  se  alcun  cattivo  umore 
era  infra  di  loro,  si  quieterebbero,  e  parca  che  il  papa,  e 
il  duca  di  Milano  si  fussero  riguadagnati  ;    V  uno   de'  quali 


MBRO   VENTI«KrTESIMO.  427 

con  fra  Girolamo  ,  e  1"  allro  col  Valori  non  era  ben  dispa^ 
sic.  Per  la  qual  cosa  al  duca  fu  mandato  il  Vespucci ,   che 
non  era  ito  altramente  in  Francia,  perchè  quel  signore  tut- 
tavia confermasse  ;  ad  instanza  del  quale  e  il  marchese  Tom- 
maso prigion  della  Repubblica  si  liberava,  e  levavansi  l'of- 
fese col  marchese  Gabriello  ,  avendo  il  duca  dall'altro  canto 
negato  il  pa>so  a  quattrocento  stradiolti    de' Veneziani.    Al 
papa  fu  eletto  Francesco  Gualterotli,  da  cui  raddolcito  con 
la  prigionia  di  fra  Girolamo,  si  speravano  non  solo  che  egli 
concedesse  le  decime  in  sussidio    della    Repubblica  per  la 
guerra    di    Pisa,    ma    grazie    maggiori;  massimamente  che 
avendo  Veri  de'.Medici,  uuuvo  gnnfyloniere,  acconsentito,  che 
venisse    in    Firenze    per    giudicare  la  causa  sua  il  generale 
de' frali  predicatori,  e  Francesco  Remolino  Valenziano,  che 
promosso    al    cardinalato  fu  poi  dello  il  cardinale    di    Sur- 
renlo ,   era  finalmente  il  frale  slato    condannato  alla  morte, 
e  eseguila  la  sentenza  a' 13    di    maggio,    così    in    persona 
sua,  come  di  fra  Salveslro,  e  di  fra  Domenico    suoi    com- 
pagni. I  quali  degradati ,  secondo  le  cirimonie  della  chiesa, 
dal  vescovo  de' Pagagnolli ,  e  dati  alla  corte  secolare  furono 
impiccati    e    abbruciati,    con  giudizj  e  affetti  molto  diversi 
dei    circostanti ,   altri  tenendo  il  frate  per  santo  e  per  pro- 
feta ,  altri  per  ingannatore  e  per  ambiz  oso.  Furono,  avanti 
d"  esser  abbruciati,  lapidati  da  garzoni  deirinfima  plebe  ,  e 
contuttociò  fece  il  vescovo   Remolino  raccor  d.ligentemenle 
le  ceneri  loro,  e  giltarle  subitamenie  in  Arno,    perchè  dai 
devoti  del  Savonarola  per  reliquie   non  fusser  serbate.  Am- 
raunì  poi  la  Repubblica  molli  degli  amici  e  seguaci  del  frate, 
talché  non  fu  tutto  il  gonfalonerato  del  Medici  passato,  che 
più  che  quaranta  cittadini    si    lro\arono,  che  o  furono    per 
qualche  tempo  rimossi  dagli  ufilcj  ,  o  convenne  loro    pagar 
moneta,  o  in  allra  così  falla  sorte  fiir  condennati.  Condotte 
jn  questo  modo  le  cose  di  dentro,  volgersi  i  ciitadini    con 
tulio  r  animo  a' fatti  di  Pisa,  ove  si  vedea  che  i  Veneziani, 
non  ostante  gli  impedimenti  avuti  dal  duca  di  Milano,  vol- 
gevano del  continuo  genti  e  danari.    E    avendo    riputato  a 
gran  fortuna,  che  ceiti  rumori  surti  tra  gli  Orsini  e  i  Colon- 
ne»i  si  fussero  acquetati ,  i  quali  durando    non  si  sarebbon 
potuto  valer  de'Vitelli,  che,  come  amici  degli  Orsini ,  mcnlr* 


428  dell'istorie  fiorentine 

quelli  sospetti  fusser  durali ,  eran  costretti  non  partirsi   dal 
contado  d'  Arezzo  ,  fecer  subito  venire  a  Firenze  Paolo  Vi- 
telli. Affrettò,  oltre  a  ciò,  questa  deliberazione  de' Fiorentini 
una  rotta  che  essi  ebbero  nel  contado  di  Pisa  ;  la  quale,  tra 
per  la  cosa  istcssa  e  per  la  riputazione ,  che  ne'  fatti    mili- 
tari importa  troppo,  non  era  di  piccola  considerazione.  Era 
al  conle    Rinuccio  e   a   Guglielmo    de'  Pazzi    commessario 
fiorentino  stato  rapportato,  che  settecento    cavalli   e    mille 
fanti  usciti  di  Pisa  se  ne  ritornavano  dalla  maremma  di  Vol- 
terra carichi  di  molta  preda  ;  perchè  postisi  a  ordine  anda- 
rono con  gran  diligenza  per  incontrarli   e    tor  loro  l'acqui- 
sto fatto.  11  che  era  felicemente  riuscito;  perciocché  riscon- 
tratili nella  valle  di  S.  Regolo,  e  venuti  e  m  esso  loro  alle 
mani ,  già  gli  avevano    presso    che    sconfìtti  e  tolto  loro  la 
maggior  parte  della  preda,  quando  in  un  momento  fur  ve- 
duti sopraggiugnere  centocinquanta  nomini  d'arme  mandati 
di  Pisa  per  soccorso  dei  loro.  I  quali,  trovato  le  genti  fio- 
rentine disordinate  per  l'avidità  del  rubare,  e  stanche  della 
battaglia,  dopo  qualche  contrasto    le    misero  in  fuga,   non 
essendo  mai  il  conte    stato    bastante  ,  né  il  commessario  a 
ritenerli,  i  quali,  reggendo  le  cose    disperate,  si  salvarono 
ancor  essi  in  S.  Regolo  ,  ove,  per  lo  mancamento  di  molti 
Ira  morti  e  restali  prigione,    si    conobbe    l'importanza  del 
danno  ricevuto.  Richiedendo  per  questo  i  Dieci  della  guerra 
il  Vitelli  di  quel  che  prima  fusse    da    farsi ,  cioè  o  di  dare 
il  guasto,  0  di  tentar  l'impresa  di  Cascina,  o  di  Vico,  ri- 
spose che  infino  che  non  si  vedea  le  cose  in  su '1  fatto,   e 
non  si  sentisse  il  parer  degli  altri   capitani,    non    si    potea 
prender  partito  alcuno.  Datogli  dunque  solennemente  in  su 
la  ringhiera  dal  gonfaloniere  il  bastone    del    generalato ,  fu 
il  sesto  giorno  di  giugno  spedito  pel  campo  ,   creato    com- 
messario generale  di  quella  impresa  Iacopo  Pitti  figlinolo  dì 
Luca,  e  in  secondo  luogo  per  giovane,  Francesco  Pandol- 
fini  figliuolo  di  Pier  Filippo.  E  perchè    il   conle  Rinuccio  , 
il  quale  altendea,  dopo  la  ricevuta  rotta  a  riordinarsi,    non 
si  sdegnasse  di  vedersi  preferito  il  Vitelli ,  non  solo  gli  fu 
accresciuta  la  compagnia  infin  a  centocinquanta  uomini  d'ar- 
me, ma  gli  fu  confermalo  il  titolo  di  governator    generale- 
Dira  per  avventura  chiunque  a  legger  queste  cose  si  abbai- 


LIBRO   VENnSETTESlMO.  429 

lerà ,  esser  da  me  state  tolte  di  peso  da  un  certo  diario  di 
Biagio  Buonaccorsi  (  la  quale  imputazione  veggo  ancor  data 
da  alcuni  al  Guicciardino)  ma  veramente  chi  leggerà  punto 
i  libri  de' Dieci  ,  s'accorgerà  tutti  esser  ili  ad  attigner  l'ac- 
qua ad  un  sol  fonte.  La  comparila  del  capitano  nel   campo 
fece  ritrar  le  genti  veneziane  a  Cascina  ;    le    quali   dopo  la 
rotta  data  a  S.  Regolo  ,  eran  venule  con  molto  ardimento  a 
Ponte  di  Sacco.  Ma  bisognando  per  la  somma  dell'impresa 
maggior  numero    di    genti ,    fin    che   elle  si  conducessero , 
fi  capitano  si  fermò  al  Pontadcra,  ove  accozzatosi  col  conte 
Rinuccio,  e  vedutisi  amendue  volentieri,    liberarono    d'un 
gran    travaglio  la  Repubblica  ,  a  cui  le  lor  gare  non  torna- 
vano a  proposito  alcuno.  E  intanto  da'Dieci,  e  da  Ridolfo  Ri- 
dolfi  nuovo  gonfjloniere  si  attendevano  a  soldar  condottieri: 
Ottaviano  Riario  figliuolo  già  del  conte  Girolamo  con  cento 
uomini  d'arme  e    cento  balestrieri;  il  conte  Lodovico  della 
Mirandola  con  cento  uomini  d'  arme  ,  Annibale   Bentivoglio 
con  ottanta  e  quaranta  balestrieri.  Sollecitavasi  il    papa  per 
le  decime  ,  da  cui  non    se  ne    potè  aver  più    che  una  ,    la 
quale  non  gittando  più  che  quindicimila  ducati,    e    non  se 
ne  riscuotendo  a  pena  undici,  era  riputata  di   poca  impor- 
tanza. Mostravasi  il  papa  ancora  duro  ad  acconsentire  a'Fio- 
rentini  il  signore  di  Piombino  suo  soldato,  benché  ne  avesse 
data  prima  loro  qualche  intenzione,  allegando   non    volersi 
scuoprir  nimico  de'  Veneziani  senza  il  duca  di    Milano  ;  la 
medesima  scusa  allegava  per  conto  delle  galee  di  Vigliama- 
rina  ,  di  cui,  per  strignere  Pisa  dalla  banda  di  mare,  s'  avea 
bisogno  grandissimo;  aggiugnendo  che  per  far  ciò  bisognava 
ancor  prima,  che  il   re    Federigo    mandasse  cento    de'suoi 
uomini  d'arme,  e  tre  delle  sue  galee,  onde  il  fondamento 
maggiore  si  facea  nel  duca  di  Milano,  il  quale,    avendo  ti- 
more de' Francesi,  e  dubitando  che  mentre  i  Fiorentini  fus- 
sero  occupali  intorno  le  cose  di  Pisa,  egli  di  loro  non  arebbe 
potuto  trarre  alcun  profitto,  incominciava  a    desiderare  ar- 
dentemente che  essi  terminassero  quell'impresa;  ma,  perchè 
secondo  il  suo  antico  costume,  procedeva  tuttavia  con  alcun 
riserbo  ,  attendevano  i  Fiorentini  con  ogni  diligenza  a  tirarlo 
innanzi  ,  acciocché,  scopertosi,  non  fusse  più  a  tempo  di  farsi 
indietro.  E  perciò  mostrando  eglino  di    dipendere    in  tutto 


430  dell'istorie  fiorentine 

da' suoi  consigli,  mandarono  per  i  suoi  conforti  Braccio  Mar- 
telli ambasciadore  a  Genova  per  guadagnarsi  quella  Repub- 
blica ,  con  cui  non  si  fece  cos' alcuna  di  momento,  diman- 
ilando  la  cessione    ampia    e  libera  di  Serezzana ,    e  all'  in- 
contro non  promettendo    altro ,  se  non  che  non    prestereb- 
bono  delle  lor  terre  favore  o  comodità  alcuna  a'Pisani.  Spe- 
dirono anco  per  Venezia  Guidanlonio  Vespucci  e  Bernardo 
Rucellai ,  sentendosi  bucinare  come  il  duca  diceva,  che  es- 
sendo a  quei  senato  proposto  partito  di  levarsi,  senza  met- 
tervi di  riputazione,  dall'impresa  di  Pisa,  volentieri  l'areb- 
bono  fatto.  Nel  mezzo  delle  quali  faccende    essendo   Paolo 
Vitelli  uscito  in  campagna  avea  occupalo  Buti ,    il  bastione 
di  Vicopisano  ,  e  cinque  dì  dopo  che  aveva    preso  la  terza 
volta  il  sommo  magistrato  Bardo  Corsi ,  la    terra    islessa  di 
Vico,  con  non  esservi  morto  dal  lato  de' Fiorentini  altro  che 
Pagolo  Cambi  lor   cittadino.    Avea  prima  il    Vitelli  in    uno 
assalto  ucciso  di  molti  stradiotti  con  la  persona  di  Giovanni 
Gradenigo  condolticre  di  gente  d'arme,  e   fatto  prigione  il 
capo  de' già  detti  stradiotti  detto  Franco.  E   perchè  si  assi- 
curasse, che    Pisa  di    verso  Lucca,  o  d'altrove    di    quella 
parte  d'Arno  non  potesse  esser  soccorsa,    insignoritosi    di 
tutto  il  Val  di  Calci,  pose  mano  a  far  due  bastioni  ,  l'uno 
su  i  monti,  che  sono  sopra  S.  Giovanni  della  Vena  ,  l'altro 
sopra  Vicopisano  in  un  luogo  che  si  dice  Pietra    Dolorosa. 
Il  quale  mentre  attendeva  a  tirarsi  innanzi ,  sperando  i  Ve- 
neziani poterlo  impedire  ,  vi  mandarono  di  Pisa  dugento  ca- 
valleggieri  e  presso  a  quattrocento  fanti.  Ma,  essendo  nello 
spazio  che  quelli  di  dentro  atlendeano  animosamente    a  di- 
fendersi ,  comparilo  per  la  via  del  Monte    Paolo    Vitelli  ,  i 
Veneziani  nel  volersi  ritrarre  urtarono  in  V^iteilozzo  mandalo 
dal  fratello  per  la  via  del  Piano  per  impedir  loro  la  tornala, 
da  cui  e  i    cavalli  in    poco  d'ora  quasi    tutti    fur    presi  ,  e 
de'  fanti  rimaser  pochi  che  non  fussero  o  svaligiati  o  morii. 
Prosperando  in  questo  modo  le  cose  de' Fiorentini  nel  con- 
tado di  Pisa,  i  Veneziani  attesero  ancor  eglino  a  far  prov- 
vedimenti maggiori ,  massimamente  poiché    incominciandosi 
il  duca  di  Milano  a  scoprire,  conobbero  che  la  guerra  non 
«ra  meno  col  duca  che  co' Fiorentini.  Né  con  gli  ambascia- 
dori  mandali  s'  era  venuto  a  conclusione  alcuna  ,  perchè  dopo 


LIBRO   VBNTISETTESIMO.  Ì3  1 

che  Agostino  Barbarigo,  doge  di  Venezia,  ebbe  dello,  che 
trovandosi  alcun  parlilo  per  Io  quale  a' Pisani  si  conservasse 
Ja  lor  libertà  ,  lef^giermcnle  il  senato  si  sarebbe  rimosso  da 
quella  impresa,  non  si  veniva  però  a  risoluzione  alcuna  , 
non  volendo  ne  i  Veneziani  né  i  Fiorentini  proporne  alcuno. 
E  benché  di  comune  consentimenlo  fusse  stato  dato  questo 
carico  all'ambasciadore  del  re  di  Spagna,  da  cui  erano  cal- 
damente conforlali  alla  concordia,  il  quale  proposo  il  modo 
della  città  di  Pistoia,  cioè  che  i  Pisani,  non  come  sudditi  o 
vassalli,  ma  a  guisa  di  raccomandati  tornassero  alla  divo- 
zione de  Fiorentini ,  nò  per  tutto  ciò  si  fece  altro,  dicendo 
i  Veneziani  non  doversi  chiamar  libertà  quella,  la  quale 
non  ritenesse  altro  che  una  apparenza  e  immagine  di  libertà, 
e  in  tutto  il  resto  gli  effetti  lusserò  di  vera  e  certa  servitù. 
Perchè  avendo  eglino  ancora  molto  prima  pensalo  a  prov- 
vedersi ,  e  creato  governatore  delle  lor  genti  Guidubaldo 
duca  d  Urbino ,  a  cui  aveano  dato  la  condotta  di  dugento 
uomini  d'arme  e  di  cento  cavalleggieri ,  elessero  per  prov- 
veditore di  tutta  l'impresa  Piero  Marcello  lor  gentiluomo  , 
il  quale  avesse  cura  con  altri  capitani  e  condottieri  eletti 
dalla  Repubblica,  e  con  mille  fanti,  che  egli  potesse  fare  in 
quel  d'Urbino,  di  muovere,  secondo  i  consigli  del  duca,  la 
guerra~VTiorrntini  da  qual  parte  tornasse  più  opportuno  , 
affinchè,  essendo  i  Fiorentini  da  più  bande  travagliati ,  dal- 
l' impresa  di  Pisa  si  rimanessero.  Fu  maravìgliosa  la  dili- 
genza e  l'industria  in  questi  tempi  di  due  tali  repubbliche, 
luna  per  ricuperar  con  ogni  arie  e  spesa  lo  cose  perdute, 
l'altra  o  per  acquistare  a  sé  la  città  di  Pisa,  come  vera- 
mente si  credc\a,  o  per  farsi  autrice  per  quel  che  ella  stessa 
mostrava  in  parole,  d'un  atto  magnanimo  d'avere  confer- 
malo con  tanti  suoi  incomodi  e  spese  l'alimi  liberià.  Laonde 
trovandosi  Piero  de' Medici  in  Venezia  ,  che  come  fuoruscito 
cercava  di  ritornare  a  casa,  e  proponendo  al  senato  che  gli 
Orsini  suoi  parenti  per  essersi  pacificali  co'CoIonnesi  ,  e  ^ 
per  trovarsi  senza  stipendio  gli  basterebbe  l'animo,  pure, 
che  avesser  soldo,  di  condurli  ovunque  egli  volesse  (la  cui 
opera  e  per  la  vicinità  dei  loro  slati  a  Firenze  ,  e  per  i 
molli  seguaci  e  partigiani  che  quella  famiglia  si  lira  dietro 
polea  a  quella  impresa  essere  mollo  utile  )  si  mossero  i  Ve- 


43S  dell'  istorie  fiorentine 

ueziani  a  condurre  a' conforti  suoi  Carlo  Orsino  figliuolo  di 
Virginio  ,  e  Bartolommeo  d' Alviano  ,  i  quali  egli,  di  Venezia 
partitosi ,    era  incontanente    venuto    a  trovare    in  Toscana. 
Cercarono  di  tirare  a  sé  i  Senesi,  i  Perugini,  e  i  Bologne- 
si, i  quali  da'Petrucci,  da' Baglioni,  e  da'Bentivogli  erano 
governati ,  considerando  di  quanta  importanza  fusse  il  poter 
per  diversi  luoghi  entrar  nel  paese  della  Repubblica.    Ma  i 
Fiorentini  diligenti  di  natura  in  tutti  i  loro  affari ,   con  aver 
condotto  Giovanni  Paolo  Baglioni  a' lor  soldi,    si   erano  di 
Perugia  assicurali ,  benché  i  Veneziani  avessero   a'  lor  ser- 
vigi Astorre  cugino  di  Giovanni  Paolo  ,   massimamente  che 
trovandosi  di  questi  dì  acchetate  alcune  differenze  che  erano 
tra  quelli  di  dentro  e  i  fuorusciti,   non    tornava    comodo  a 
quelli  di  dentro,  né  parca  cosa  sicura,  che  i  lor  terreni  di 
soldati  si  riempiessero,  olire  il  sospetto  che  aveano  del  duca 
d'Urbino,  da  cui  i  fuorusci  i  erano  stali  favoriti,  l'insegnava 
a  star  cauli,  e  a  non  mettere  in  pericolo  lo  stato  loro.  Usa- 
rono la  medesima    diligenza    con  Giovanni    Benlivoglio  ,  il 
quale  trovandosi  mal   soddisfatto  del    duca    di    Milano   per 
aver  occupato  certe  castella  dotali  d'Alessandro  suo  figliuo- 
lo, leggiermente  si    sarebbe    giltato  da' Veneziani  ,   se  per 
opera  de' Fiorentini  non  avesse  il  duca  le  castella  occupate 
rosliluite.  Trovavasi  maggior  difficoltà  ne'  Sanesi ,  sì  per  le 
nuove  gare    che    aveano    con  la    Repubblica  fiorentina  per 
conto  di  Montepulciano ,  e  sì  per    gli  antichi  odj    e  emula- 
zioni che  aveano  queste  due  città  avuto  per  lo  più  sempre 
infra  di  loro.  Ma  essendo  eglino  in  questo    tempo   in  gran 
parte  governati  dall'autorità  di  Pandolfo  Pelrucci,  e  obbli- 
gandosi i  Fiorentini,  benché  con  qualche  scemamento  della 
lor  dignità ,  a  disfare  il  bastione  di  Vallano  cotanto  da'  Sa- 
nesi odiato,  con  permetter  loro  l'edificar  qualunque  fortezza 
volessero  Ira  Montepulciano  e  le  Chiane ,  si  fece  tregua  tra 
loro  per  cinque  anni.  Ma  i  Veneziani  fra  tante  s'.rade  serra- 
tegli dalla  sollecitudine  dei  loro  avversar] ,  trovarono  aperto 
il  passo  per  Valdilamone  per  aver  condotto    a'  lor  soldi  A- 
slorre  signor  di  Faenza  ancor  fanciulletto;  perii  qual  luogo 
entrando  nel  tenilorio  de' Fiorentini,  il  primo  luogo  che  oc- 
cuparono fu  il  borgo  di  Marradi.  Aveano    i    Dieci    mandalo 
speditamente  con  duemila  scudi  Andrea  de' Pozzi  per  man- 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  433 

lener  iu  fede  la  conlessa  di  Furlì ,  acciocché  ella  potesse 
soldarne  fanli  per  la  guardia  delle  sue  cose.  Ma  tra  perchè* 
ella  dipendea  dal  duca  di  Milano  suo  zio,  e  per  essersi  di 
nuovo  imparentala  co' Fiorentini,  avendo  lollo  per  marito 
Giovanni  de' Medici,  non  ebbe  il  commcssario  a  durar  molla 
fatica  a  confermarla  nella  sua  buona  opinione;  anzi  fu  in 
molte  cose  utilissima  a  tulla  quella  impresa,  non  ostante  es- 
ser seguita  non  molti  giorni  dopo  la  morte  del  marito  con 
incomodo  non  piccolo  della  Repubblica  ;  imperocché  Iro- 
\andosi  egli  commessario  in  Romagna  era  appresso  quelli 
popoli  in  molla  fede  e  autorità  ;  ma  falle  grande  onoranze 
al  suo  corpo  ,  si  per  i  meriti  suoi  come  della  moglie  ,  da 
cui  fu  amarissimamente  pianto  ,  si  mandò  Giovanni  Caval- 
canti per  mantener  madonna  nella  usala  benivolenza  della 
città.  Comandarono  parimente  a  Dionigi  di  Naldo  lor  solda- 
to, il  quale  per  esser  da  Bersighella  avea  di  molli  amici  in 
Valdilamone ,  che  con  la  sua  compagnia  dei  cinquecento 
fanli  andasse  in  fretta  a  vietare  il  passo  a'  nimici  da  quella 
parte.  Ma  non  essendo  stalo  a  tempo  a  soccorrer  il  borgo, 
entrò  con  centocinquanta  fanli  nella  ròcca  di  Castiglione 
(che  cosi  vien  detta  la  fortezza  di  Marradi)  ove  i  nimici  s'e- 
rano volti  con  ispcranza  d'averla  o  per  assedio  o  per  for- 
za. E  già  vi  s'aspettava  il  duca  d'Urbino  e  gli  Orsini,  per- 
ciocché questo  primo  movimento  era  stalo  opera  di  Piero 
de' Medici,  a  cui  per  l'antico  e  mansueto  imperio  del  padre 
quei  popoli  aveano  inclinazione.  Per  la  qual  cosa  dubitando 
i  Fiorentini  che  i  nimici  non  facessero  progresso  in  que'luo- 
ghi ,  vi  mandarono  subitamente  con  le  lor  compagnie  il  conte 
Kinuccio,  Giovanni  Paolo  Baglione  e  il  signor  di  Piombi- 
no ,  che  ullimamenle  col  mezzo  di  Guido  Mannelli  era  slato 
condotto  dalla  Repubblica  a  comune  col  duca  di  Milano  con 
dugento  uomini  d'arme,  e  con  titolo  di  governator  ducale 
per  dar  qualche  grado  alla  sua  nobiltà.  La  virtù  di  Dionigi, 
il  quale  difese  egregiamente  la  fortezza,  e  gli  aiuti  del  cie- 
lo ,  perciocché  avendo  la  ròcca  bisogno  grandissimo  d'acqua, 
piovve  abbonrianleraente  ,  congiunti  alla  fama  delle  genti  , 
che  per  la  via  di  Mugello  s'appressavano,  costrinsero  ini 
mici  a  ritrarsi  quasi  fuggendo;  massimamente  che  per  spie 
e  per  allri  avvisi  avoano  inleso ,  come  il  conte  di  Caiazzo 
A>5M.  Voi    V  -ìii 


434  nF.I.L' ISTORIE    FlonE^TIXB 

mandato  dal  duca  di  Milano  con  treccnlo  uomini  d'  armo  e 
con  mille  fanti ,  e  il  Fracassa  suo  fratello  con  cento  uomini 
d' arme  awicin.ilisi  V  uno  a  Ciilignola  e  l' altro  a  Furli  si 
preparavano  per  metterli  in  mezzo  ;  nel  qual  tempo  non 
tralasciando  Paolo  Vitelli  Topcre  militari  in  quel  di  Pisa,  si 
volse  dopo  che  ebbe  fortificato  Vicopisano  all'impresa  di 
Librafatta,  ma  perche  da' Pisani  era  slato  fatto  su  la  cima 
del  monte  un  biislione,  che  facea  cavaliere  a  tutto  il  piano 
di  Librafatta,  parve  al  capitano  che  si  dovesse  levar  prima 
questo  impedimento;  il  che  eseguì  prestissimamente,  avendo 
i  nimici  fatto  maggior  fondamento  nella  fortezza  del  sito,  e 
nella  difficoltà  che  arebbe  uno  esercito  avuto  a  condurvisi 
con  l'artiglierie,  e  con  le  cose  necessarie,  che  in  altra  qua- 
lità che  richirgga  un  luogo  tale.  Quindi  calato  nel  piano  di 
Librafatta  e  costretto  ad  arrenderglisi  due  torri  non  moltft 
distanti  dalla  terra,  l'una  detta  Polito,  e  l'altra  Castelvcc- 
chio  ,  si  pose  il  primo  giorno  d'ottobre  a  batter  la  terra  , 
che  difesa  da  dugento  fanti  de' Veneziani,  se  gli  arrese  a 
capo  di  tre  giorni,  come  fece  poco  dipoi  la  rócca,  non  po- 
tendo reggere  a' continui  colpi  dell'artiglierie,  e  a  gli  spesai 
assalti  di  quelli  di  fuori,  da' quali  era  slata  rotta  a  quelli 
di  dentro  una  bombarda  e  ucciso  il  miglior  bombardiere  , 
co'  quali  aveano  molto  danneggialo  quelli  del  campo.  Forti- 
ficò, poi  secondo  il  suo  costume,  il  Vitelli  i  luoghi  acquista- 
ti,  perciocché  avea  preso  ancora  Filetlole,  e  essendo  il  suo 
intendimento  di  tagliare  la  via  del  tulio  ad  ogni  soccorso 
che  da  questa  parte  fusse  potuto  venire  a'Pisani,  attese  a 
fare  alcuni  bastioni  su  per  i  vicini  monti  ,  e  uno  molln 
grande  fra  gli  altri  detto  il  bastion  della  ventura  ,  co'  quali 
lutto  il  paese  d'intorno  tenea  sottoposto.  Ma  gli  inimici  in 
Romagna,  ritiratisi  da  Marradi ,  non  aveano  però  perduto  il 
tempo,  il  cui  pensiero  era,  poiché  conoscevano  maggior 
difficoltà  nel  soccorrere  ,  di  far  almeno  la  guerra  gagliarda 
per  divertire.  E  mentre  hanno  in  animo  di  riporre  in  Furl'i 
Antonio  Ordelaffi,  il  padre  del  quale,  e  tutti  gli  altri  suoi 
maggiori  di  lunghissimi  tempi  aveano  quella  città  signoreg- 
giato ,  per  levarne  Caterina  Sforza,  che  dal  duca  di  Milano 
e  da'Fiorentini  dipendea,  un'altra  occasione  che  si  scoperse 
loro  più  pronta,  li  tirò  altrove;  da  che  si   conobbe    quanto 


LIBRO   VE.1TISETTKSIM0-  4  3o 

SÌ  debba  ne' tempi  calamitosi  di  qualunque  vicino,  benché 
debole  tener  conio;  potendo  per  la  vicinila  e  per  la  cogni- 
zione de' luoghi  fargli  danni  grandissimi.  Sogliano  terra  posta 
neir  appennino  Ira  i  confini  de' Fiorentini  e  dello  slato  dUr- 
bino,  era  di  molli  anni  stata  retta  solto  la  signoria  della  fa- 
miglia Malatesta,  e  in  quel  tempo  n'era  signore  un  giovane 
detto  Karaberto;  il  quale  a  Piero  de' Medici  andatone,  in  che 
guisa  per  le  sue  castella  potesse  in  quel  de'Fiorentini  pas- 
sare, facilmente  gli  dimostrò.  Paruta  questa  proferta  oppor- 
tuna a  Piero,  avendo  egli  in  quel  tempo  intelligenza  dentro 
Bibbiena,  dopo  che  ebbe  il  lulto  conferito  con  quelli  che 
bisognava  ,  fu  di  ciò  dato  il  carico  a  Barlolorameo  d'Alvia- 
no  ,  come  a  colui  che  facendo  sopra  tutti  gli  altri  capitani 
professione  di  singoiar  preslezza  e  d'ardimento,  si  polca 
con  grande  speranza  dell'esecuzione  una  così  falla  bisogna 
commetlere.  Entralo  perciò  in  cammino  con  dugentocin- 
quanta  cavalleggieri,  e  con  otlocenlo  fanti,  la  maggior  parie 
de' quali ,  impaziente  della  dimora,  si  lasciò  prestamente  ad- 
dietro, camminando  di  notte  per  la  via  di  Cesena  e  di  So- 
gliano, con  grande  celfrilà  comparve  la  mattina  innanzi  al 
di  alla  badia  di  Camaldoli ,  ove  i  monaci  l'ore  mattutine 
cantavano  ,  e  del  monastero,  che  forte  era,  insignoritosi  , 
avendo  dato  voce  che  fusse  soldato  de'Fiorentini;  quindi 
spedi  in  gran  fretta  un  messo  a  Bibbiena  perchè  apparec- 
chiasser  le  stanze  a  Giulio  Vitelli ,  che  ne  veniva  appresso 
con  cinquanta  cavalli  per  andare  a  congiugnersi  con  l'altre 
genti  della  Repubblica  in  Romagna.  Il  che  eseguito  pron- 
tamente da' Bibbienesi,  cos'i  da  coloro,  i  quali  erano  consa- 
pevoli del  trattato,  come  da  gli  altri,  che  pensavano  d'ub- 
bidire a' lor  signori,  inavvedutamente  in  luogo  degli  amici, 
alloggiarono  il  15  d'ottobre  i  nimici,  i  quali  appena  al  nu- 
mero di  cento  cavalli  e  di  pochissimi  fanti  arrivavano  ;  tale 
era  stata  la  diligenza  dell' Alviano  a  ccndurvisi  tostamente. 
E  in  un  subito  vi  fu  da' Veneziani  mandato  Carlo  Orsino 
con  otlocenlo  cavalli,  sollecitato  ardentemente  dall'Alvianu. 
il  quale  sperando  con  la  medesima  prestezza  che  avea  con- 
seguito Bibbiena,  poter  ancora  degli  altri  luoghi  acquistare; 
lasciato  alquanto  di  presidio  in  Bibbiena  era  passalo  ad  as- 
saltare Poppi ,  non  r  impedendo  nò  le  nevi ,  dalle   quali  in 


436  dell'istorie  fiorentine 

sì  falla  stagione  suole  quel  paese  esser  sempre  coperlo,  ne 
la  strcticzza  e  difTicoUà  del  paese  posto  lutto  su  per  balze 
e  pendici  ripide  e  scoscesi.  Sbigollì  grandemente  i  Fioren- 
tini questo  successo,  considerando  di  quanto  danno  sarebbe 
stalo  alle  lor  cose,  se  Poppi  fusse  pervenuto  in  poter  de'ni- 
rnici,  essendo  quasi  una  porla  per  entrare  ,  non  meno  nel 
contado  d'  Arezzo,  che  nel  Valdarno  ,  avendo  massimamente 
inleso,  che  il  dura  d'Urbino  senza  poter  esser  sialo  impe- 
dito dal  Marciano  e  da  gli  allri ,  era  ancor  egli  entralo  in 
Bibbiena;  onde  furono  costretti,  il  che  era  siala  l'inlenzione 
de'nimici,  di  volgere  in  quelle  parti  lutto  il  loro  sforzo,  e 
infino  al  capitano  islesso.  Partì  il  Vitelli,  lasciati  muniti  i 
luoghi  acquistali  nel  contado  di  Pisa,  l' ultimo  giorno  d'ot- 
tobre ;  talché  nel  cuore  del  verno  ,  e  nel  secondo  gonfalo- 
neralo  di  Guidanlonio  Vespucci ,  il  quale  era  già  ritornato 
dall'ambasceria  di  Venezia,  tutta  la  guerra  si  condusse  nel 
Casentino.  Toccava  questa  volta  d'esser  gonfaloniere  a  Ber- 
nardo Rucellai ,  che  fu  il  collega  ,  come  si  disse  nell'amba- 
sceria di  Venezia  del  Vespucci,  ma,  per  esser  infermo  ,  fu 
dalo  il  magistrato  a  Guidanlonio.  Il  cui  ufficio  nelle  cose  di 
fuori  andò  prospero  per  la  Repubblica,  perchè  con  l'arri- 
vata del  Vitelli  in  Casentino,  col  quale  si  congiunse  tosta- 
mente il  Fracassa  con  le  genti  sue  e  con  quelle  del  fratello, 
essendosi  il  conte  ammalalo,  non  solo  a' nìmici  fu  vietato 
il  procedere  più  olire  ,  ma  furono  in  poco  di  tempo  messi 
in  molte  difficoltà;  imperocché  il  Vitelli,  il  cui  costume  era 
di  condur  l' imprese  con  la  maggior  sicurezza  che  fusse  pos^ 
sibile  ,  ne  per  desiderio  di  gloria  far  cos'alcuna  temeraria, 
lasciato  l'andare  a  investirli,  attese  a  serrarli,  sì  per  vie- 
tar loro  ogni  soccorso  che  potesse  venir  di  fuori,  e  sì  per- 
chè ridottili  in  poco  paese,  e  tagliate  loro  le  comodità  de- 
gli strami  e  delle  vettovaglie ,  li  facesse  quasi  prigioni  a 
man  salva.  Per  la  qual  cosa  e  l'assalto  di  Poppi  fu  vano, 
onde  si  partirono  i  nimici  con  qualche  danno,  essendosi  An- 
tonio Giacomini,  che  v'era  commcssario  perla  Repubblica, 
portato  valorosamente;  e,  per  lo  mancamento  delle  cose  ne- 
cessarie, si  fuggivano  ogni  dì ,  così  de'  fanti  come  de'cavalli 
dal  campo  de'  Veneziani  in  numero  mollo  notabile.  Nel  qual 
tempo  essendo  rinnovale  le  pratiche  dell'  accordo   con  quel 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  437 

sennlo  per  mezzo  del  duca  di  Ferrara  ,  fu  a  quel  signore 
ad  iustanza  del  duca  di  Milano  mandalo  da' Dieci  Antonio 
Strozzi.  E  era  veramente  tolta  quest'opera,  con  maggior 
Icrvorc  che  non  si  sarebbe  potuto  credere  ,  sollecitala  dal 
duca  Lodovico  ,  conira  il  quale  il  nuovo  re  di  Francia  .  sì 
come  gli  ambasciadori  de"  Finrenlini  di  corte  scrivevano;  si 
preparava  per  l'anno  seguente  con  ogni  sforzo  possibile  per 
levarlo  di  quello  stato;  onde  egli  bramava  veder  il  fine  di 
queste  differenze,  non  per  vaghezza  di  riposo  e  di  quiete, 
ma  perchè  potesse  ne' suoi  bisogni  valersi  de'Fiorcntini,  che 
con  queste  ultime  dimostrazioni  stimava  averseli  grande- 
mente obbligati.  Nel  mezzo  delle  quali  faccende  Paolo  Fal- 
conieri entrò  primo  gonfaloniere  dell'anno  1499.  Nel  qual 
tempo  ,  né  il  maneggio  della  guerra  ,  non  ostante  l'asprezza 
della  stagione  e  del  sito  ove  si  guerreggiava  ,  nò  le  prati- 
che dell'accordo,  ancorché  durasse  la  guerra ,  s'inlramettc- 
vano;  perciocché  i  nimici  ritiratisi  a  Bibbiena  non  si  parti- 
vano del  Casentino  .  e  Carlo  Orsino,  ancorché  avesse  abban- 
donalo il  passo  di  Montalone ,  ove  era  stato  posto  a  guar- 
dia per  aver  la  via  aperta,  così  del  soccorso,  come  del  po- 
tersi partire;  e  perciò  fusse  da' paesani  e  da'soldati  della 
Repubblica  tenutogli  dietro;  nondimeno  con  la  perdita  d'al- 
cuni cariaggi  egli  diede  nel  partirsi  maggior  danno,  che  non 
ricevette.  1  Veneziani  similmente  per  l' instanza  fatta  loro 
grandissima  dal  duca  d'Urbino,  che  diceva  rimaner  presso 
che  assediato  a  Bibbiena,  attendevano  a  mettere  a  ordina 
con  quattromila  fanti  il  conte  di  Pitigliano  in  Ravenna,  ac- 
ciocché passando  l'appennino  fusse  presto  alla  salvezza  di 
quelle  genti.  E  già  se  n'era  venuto  ad  Elei,  castello  del 
duca  d'Urbino  e  posto  a' confini  de' Fiorentini ,  contro  il 
quale  era  andato  ad  opporsi  il  Vitello  alla  pieve  di  S.  Ste- 
fano,  lasciate  genti  intorno  Bibbiena  e  ne'Iuoghi  necessarj- 
(iran  paragone  era  questo  di  due  sì  falli  capitani  come  il 
Vitello  e  il  conte,  e  grande  l'opinione  che  si  aveva  in  Ita- 
lia di  loro  due,  e  caldi  e  spessi  i  conforti  delle  repubbli- 
che a  cui  essi  servivano,  che  non  perdessero  inutilmente 
il  tempo,  essendo  amenduc  stanche  dalle  continue  spese  e 
dagli  incomodi  della  guerra  ;  ma  né  il  conte  veggendosi  in- 
nanzi l'alpe  piene  di  nevi,  e  sentendo  il  nimico    acconcio 


438  DKI.I.'  ISTORIE   FIORENTINE 

a  riceverlo,  volle  Iciilnr  mai  la  fortuna  di  mcllcre  le  sue. 
genti  a  si  gran  rischio,  sapendo,  olire  all'altre  cose,  quale 
ora  la  slreltezza  e  difficollà  de"  passi  malagevoli  a  superar 
la  siale  non  che  il  verno  ;  né  al  Vilello,  usalo  a  vincere  con 
le  dimore  e  con  la  pacienza ,  parca  dover  avvenUirar  la 
>;omma  delle  cose,  ricordandosi  massimamenle  d'  aver  una 
gran  parie  de'nimici  in  casa  ;  dal  qual  suo  pensiero  non 
venne  ingannalo;  perciocché  riuscito  vano  questo  sforzo 
de"  Veneziani ,  e  del  conte  di  Piliglimio,  l'esercilo  che  era 
in  Bibbiena  diminuito  grandemente  di  genti ,  restò  vcra- 
ìnmle  assedialo.  Onde  il  duca  di  Milano  dopo  che  ebbe  in 
Aan  procurato  the  i  Fiorentini  accrescessero  maggiori  genti 
]ier  sforzar  1" esercito  di  Bibbiena,  al  che  non  erano  punto 
inclinali ,  e  incominciavano  a  chiamare  la  prudenza  del  lor 
capitano  lentezza  e  lardila,  e  quel  che  è  peggio  venuli  in 
qualche  dilTìdcnza  di  lui  per  a\er  di  sua  volontà  e  senza 
jiarliciparlo  co"  commessarj  conceduto  salvocondolto  al  duca 
d'Urbino  ammalato,  con  cui  s'era  parlilo  Giuliano  de' Me- 
dici ,  li  sollecitava  ferventemente  all'accordo  infin  con  ac- 
«  ennar  loro  di  rimuovere  i  suoi  aiuti,  poiché  era  coslrei;o 
a  guardare  il  suo  stato  da  i  preparamenti  del  re  di  Fran- 
cia. Per  la  qual  cosa  furono  a' 15  di  febbraio  spedili  a  Ve- 
nezia Giovan  Balista  Ridolfi  e  Paolantonio  Soderini,  cilla- 
dini  di  molta  autorità,  por  vedere  che  esilo  dovesse  avere 
questa  pratica  ;  trovandosi  più  che  in  altro  tempo  allora  i 
Fiorentini  mollo  travagliati,  non  meno  per  esser  entrati  in 
sospetto  del  lor  capitano  e  del  duca  per  lo  modo  dfl  suo 
nuovo  [trocedere,  che  per  non  aver  alcuna  certezza  dell'a- 
nimo del  re  Lodovico  ;  ma  mollo  più  perchè  non  era  den- 
tro la  città  alcuna  concordia  o  amore  verso  la  patria  ,  es- 
sendo primieramente  manifestissima  gara  Ira  i  cittadini  grandi 
«'  i  minori ,  e  tra  questi  e  quelli  altri  inclinando  al  re  di 
Francia,  e  altri  al  duca  di  Milano.  Le  simili  gare  erano  per 
conto  de' loro  capitani,  perciocché  essendo  cattiva  intelli- 
genza tra  Paolo  Vitelli,  e  il  conlc  Riniiccio  ,  altri  ciltadmi 
il  conte  ,  e  altri  il  Vitelli  favorivano.  Veghiavano  più  che 
mai  le  due  scUe  de' piagnoni  e  degli  arrabbiali,  la  gioventù 
scorrettissima  e  licenziosa,  il  pubblico  impoverito ,  e  quegli 
che  solevano  essergli  antichi  suoi  amici  il  re  di  IS'apo'i,  e  il 


•LlBnO   VENTISKTTES'.MO-  439 

p.ipa  ,  questo  sospetto  e  poco  sicuro  per  le  sue  astuzit»  , 
quello  drbole  e  impotente  per  esser  ancora  non  ben  fermo 
e  slabililo  nel  regno,  e  posto  in  non  piccol  timore  dell'armi 
siraniere.  Por  la  qual  cosa  ricorsero  i  Fiorentini  a  gli  aiuti 
divini  facendo  venire  nella  città  la  Vergine  Maria  delllm- 
pruricta  ,  in  cui  non  avea  mai  la  Repubblica  speralo  scnz'al- 
cun  frullo.  E  essendo  la  gioventù  preparala  a  celebrare  il 
carnovale  con  molte  pazzie  ,  mandarono  un  pubblico  maz- 
ricrc  a  proibire  tutte  lo  cose  ordinale  Ma  essendo  in  que- 
sto entrato  «uovo  gonfaloniere  Tommaso  Giovanni  ,  e  slri- 
gncndosi  gagliardamente  le  praticbe  dell'accordo,  il  duca  di 
Ferrara  avuto  finalmente  daamendue  le  repubbliche  il  com- 
liromosso  libero,  e  per  riputazione  di  quella  signoria  andH- 
tonc  a  Venezia,  il  seslo  giorno  d' aprile  in  questa  guisa  sen- 
ienziò:  Che  per  tulli  i  quallordici  di  quel  mese  Si  cessasse 
jicr  amcnduc  le  parti  dal  guerreggiare .  e  che  per  tutto  il 
vcniiciquesimo  giorno  dedicalo  a  S.  Marco,  i  Veneziani  cosi 
vii  Pisa  ,  come  di  Siena  sgombrassero,  a  cui  i  Fiorentini  per 
le  spese  falle,  in  dodici  anni  ceiiloUanlamila  scudi  fussero 
tenuti  pagare.  Che  i  Fiorentini  sigtiori  di  Pisa  e  delle  sue 
entrale  come  erano  prima  si  rimanessero ,  e  a'  Pisani  e  a 
gli  altri  liberamente  perdonassero.  1  quali  Pisani  le  ròcche 
di  Pisa  dcbban  tener  con  quel  numero  di  soldati  non  so- 
spetti a' Fiorentini ,  e  con  quel'a  spesa  che  i  Fiorentini  in- 
nanzi alla  ribellione  facevano,  cavandosi  la  spesa dali'enlrale 
medesime  de'Pisani  ;  i  quali  similmente  potessero  eleggersi  un 
podestà  forestiere  di  luogo  alla  Repubblica  non  sospetto,  e 
ogni  volta  che  il  capitano  eletto  da'  Fiorentini  desse  sen- 
tenza criminale,  quella  non  potesse  eseguirsi  senza  T  inlcr- 
veniracnlo  e  consiglio  d'un  assessore  eletto  da  duchi  di 
Ferrara,  il  quale  assessore  fusse  uno  de' cinque  dottori  di 
legge,  (he  di  dominio  non  sospetto  da' Pisani  fussero  jiri- 
mieramente  stati  proposti ,  e  alcuni  altri  capi  intorno  i  beni 
^tccupati.  La  qual  sentenza,  benché  da'Veneziani  in  tal  modo 
racconcia,  avendo  prima  il  duca  dichiaralo,  (he  h  guardia 
delle  porle  dovesse  essere  de' Fiorentini,  nondimeno  in  guisa 
e  gli  animi  loro,  e  quelli  de'Pisani  e  de' Fiorentini  sde- 
gnò ,  che  non  fu  mai  data  sentenza  alcuna ,  che  parimente 
a  kille  le  parti  dispiacesse    come    fu    questa.    I  Veneziani 


iiO  dell' ISTOHIE   FIORENTINE 

benché  cgcguissero  con  gli  efTclii  le  cose  ordinale  nel  lodo, 
nondimeno    perchè  scrillura  di  si  vituperoso    accordo    non 
potesse  apparir  mai ,  non  vollero  ratificare    per   iscritto.    I 
Pisani  deliberato  di  partir  prima  o^ni  estrema    fortuna  e  la 
morte  islessa  ,  che  di  tornar  soito  l'imperio  de' Fiorentini , 
non  che  ratificassero  ,   anzi   discaccialo    innanzi  il  tempo  le 
gonli  de' Veneziani  di  Pisa,  da  cui  si  chiamavano  traditi,  a 
difendersi  da  se  stessi  si  pnparavano,    poiché  nò  dal  duca 
di  Milano,  a  cui  si  voller  dare,  ne  da  altri  fur  ricevuti.  Solo 
i  Fiorentini  benché    gravali    nella    somma  del  denaro  ,  cosi 
ora  grande  il  desiderio  di  riaver  Pisa  ,  ratificarono  non  senza 
grandi  doglienze  e  rammarichi  de' torti  che  parca  lor  di  ri- 
cevere.   Nondimeno  veggcndo  che  per  mancamento    de'  Pi- 
sani il  lodo  non  avca  edcflo  .  e  che  non  si  veniva  con  esso 
loro  al,'  accordo  ,    deliberarono  entralo  che  fu  gonfaloniere 
Francesco  Giierardi  la  secon.ia  volta  ,  di  proseguir  la  guerra 
fdu  speranza  grandissima  d'averne  la  vittoria,  non  veggendo 
come  i  Pisani  abbandonati   d'ogni  aiuto,  dalle  loro  armi  si 
potessor  difindere.  Mandaron    per    questo  il  primo  giorno 
di  giugno  Piero  Corsini  a  Città  di  Castello  perchè  il  Vitello 
in  quel  (li  l'isa  riconducesse  ,  e  altri  al  conte  Rinuccio,  che 
era  alloggialo  nel  contado  d'Arezzo,  dove  dopo    l'accordo 
fallo  co'  Veneziani  s'  erano  con  le  lor  genti  ritirati.  E  fatte 
iflsiememenle  venir  dal  Casentino    ogn' altra    gente    che  vi 
teneano  ,    dettero  commessionc  ,  che  con  ogni  prontezza  e 
ardire  l'impresa  di  Pisa  si  proseguisse,  non  con  altri  aiuti 
maneggiala  ,  che  dalle  proprie  forze  ;    perciocché  mentre  il 
re  di  Francia  ,  e  il  duca  di  Milano  varj  partiti  a' Fiorentini 
|)iopongono,  alTinchc  nella  guerra  che  infra  di  loro  era  cd- 
mincìala  a  muoversi,  eglino  all'un  di  loro    s'accostassero: 
parve  a  coloro  i  quali  avcano  in  mano    il    governo  ,    senza 
dichiararsi  più  in  favore  dell'una  parte  che  dell'altra,  che 
attendessero  a' casi  loro,  essendosi  in  guisa  giustificati    col 
duca,    che    del    non    accostarsi  con  lui,   da  cui  nelle  coso 
loro  erano  stati  aiutati,  non  rimanevano   con  macchia  d' in- 
gratitudine. Arrivati  dunque  i  capitani  nel  contado  di  Pisa  , 
»■  per  opera  di  Bernardo  Nasi  assetiate    alcune    gare ,    che 
liillavia  tra  il  Vitello  e  il  conte  Uinuccio  passavano  .  di  co- 
jnun  parere  con  quattro  mila  fanti  ,  oltre  i  cavalli  che  avea- 


LIBIK)   VENTISETTESIMO.  Vt\ 

no,  e  con  l'arliglierie ,  e  con  (tgn' allra  cosa  necessaria 
s'accamparono  a  Cascina;  la  qtinlc  gapliardamenic  batlnla  , 
presero  a' 26  di  giugno  vcnlisei  ore  dopo  che  vi  s'erano 
accampati ,  essendoglisi  i  soldati  forestieri  arresi  salve  le 
loro  persone,  e  robe  che  aveano ,  e  lascialo  il  resto  degli 
abitatori  a  discrezzione ,  ailiralisi  con  esso  loro  per  essere 
Klato  eglino  i  primi,  che  sbigollili  dall'arliglierie  avesser 
pensato  a  salvarsi.  E,  secondo  la  corrozion  di  quei  tempi 
e  della  presente  inili?ia  ,  essendovi  sialo  fallo  prigione  Ri- 
nieri  della  Sasselta  ;  la  cui  persona,  a'Fiorentini  per  essere 
lor  fiero  nimico  sarebbe  siala  carissima  ,  fn  lasciato  fug- 
gire. Avendo  la  presa  di  Cascina  dalo  terrore  a  gli  altri 
presidi  ,  disloggiarono  i  Pisani  nel  secondo  giorno  dei  gon- 
fjìlonerato  di  Salvestro  Federighi  al  semplice  comandamenlo 
d'  un  trombetlo  dalla  torre  di  Foce  ,  e  due  giorni  .ippresso 
dal  bastione  di  Slagno.  Onde  a'Fiorenlini  crebbe  l'animo 
0  la  speranza  d'occupar  Pisa,  al'a  quale  impresa  erano  s'i 
fattamenle  da' capitani  conCorlali .  che  promeltevann,  avendo 
sei  mila  fanti  di  più,  d"  occuparla  in  quindici  giorni.  Non 
si  perde  momento  di  tempo  alle  provvisioni  richieste,  pa- 
rendo il  tempo  opportuno  per  essere  i  Veneziani ,  e  il  re  " 
di  Francia  occupali  nella  guerra  milanese  ,  e  noi  reslo  d'I- 
talia, essendo  le  rose  quiete  ,  e  ciascuno  badando  a  i  casi 
suoi.  Essendo  per  quello  ogni  cosa  a  ordine  ,  fu  posto  il 
campo  intorno  Pisa  il  primo  giorno  d' agosto  dalla  parie 
sinistra  del  fiume,  con  opinione  che,  occupala  la  forte/za 
di  Stampace,  il  reslo  gli  ftisse  facile  di  superare ,  e  s'i  per- 
chè avendo  dall'altra  parie  il  bastione  della  venlnra,  non 
parea  che  si  avesse  a  dubitar  di  soccorso  alcuno  di  verso 
Lucca.  Serravano  da  quella  parie  gli  estremi  della  città  che 
pervengono  ad  Arno  ,  dalTiina  parie  verso  Firenze  la  chiesa 
di  S.  Antonio,  e  dall' allra  la  porta  detta  a  mare.  Nel  mezzo 
era  la  ròcca  di  Stampace  ,  la  quale  scoprendo  amendue 
questi  estremi  veniva  p.-ritnenle  a  difender  S.  Antonio  e 
la  porta.  Tutta  questa  parte  della  fra  le  altre  cagioni ,  si 
per  essere  al  campo  più  coramode  le  vettovaglie  di  verso 
le  colline ,  e  si  perchè  da'  Pisani  era  stala  meno  riparala , 
stimando,  come  era  opinione  di  lutti,  che  il  Vitello  dal  si- 
nistro lato  s'avesse  ad  accampare,  fu  esposta  a  venti  pezai 


4Ì2  dell' ISTORIE   FIORENTINE 

grossi  d'artiglieria,  i  quali  e  la  ròcca  e  amenduc  i  lati  di 
S.  Anlonio  ,  e  della  porla  di  mare  ballendo  ,  gillarono  in 
poclii  giorni  laute  braccia  di  muro,  massimamente  da  S.  An- 
tonio a  Stampace  ,  che  non  dispersiva  il  capitano  di  poter 
senza  mollo  pericolo  ollener  la  fortezza.  Ma  avendo  per 
agevolare  più  1'  espugnazione  ,  atteso  per  alcun  altro  giorno 
a  batter  tra  Stampace  e  la  porla  di  mare,  nel  qual  tempo 
scaramucciandosi  sposso,  fu  in  una  ferilo  di  scoppio  il  colile 
Pinuccio,  finalmente  presentala  il  Vitello  la  battaglia  a 
Stampace  una  mattina  per  tempo ,  benché  la  difesa  fusse 
slata  gagliarda  e  valorosa  mollo .  se  n'  insignorì  dieci  giorni 
dopo  che  vi  s'era  accampalo  con  tanta  felicità,  se  fusse 
slata  conosciuta,  che  i  nimici  posti  in  fuga  e  in  terrore 
grandissimo  ,  furono  quel  giorno  per  abbandonar  Pisa.  E 
certa  cosa  è,  che  Piero  Gambacorta  con  quaratita  balestrieri 
a  cavallo  ,  a'  quali  egli  comandava  ,  si  fuggì  in  quello  spa- 
vento «iala  città.  Ma  ninna  cosa  è  piìi  dannosa  nelle  grandi 
imprese,  che  il  non  aver  apparecchialo  l'animo  a  gli  acci- 
denti 0  prosperi  o  infortunati  ;  onde  o  da  quelli  non  si  cavi 
il  beneficio  che  la  (orluna  innanzi  ti  porge,  o  sotto  questi 
brullamente  si  caggia ,  le  quali  cose  hanno  spesso  nociuto 
alla  fama  di  gloriosissimi  capitani  ;  per  questo  non  avendo 
credulo  né  speralo  il  Vitello,  che  con  occupare  Slampace 
avesse  potuto  in  quel  dì  e  in  quell'ora  medesima  guadagnar 
Pisa  ,  non  seppe  servirsi  del  beneficio  della  forluna  ,  non 
muidò  genti  ad  occu|)are  i  ripari  che  Gurlino  da  Havenna 
soldato  de' Pisani  avea  diligenlemente  fatti  di  verso  S.  An- 
tonio ,  de'  quali  essendo  abbandonali  ,  si  sarebbe  leggier- 
mente insignorito  :  anzi  richiamando  i  soldati,  che  vaghi 
della  proda  si  mettevano  lumulluosamenle  e  senza  alcun 
ordine  per  entrare  nella  città,  perdette  e  [lor  allora  e  per 
sempre  r  occasione  di  vincer  Pisa,  dove  le  grida  e  i  lagri- 
mevoii  conforti  delle  donne  fur  tali ,  che  uscite  fuor  delie 
case  ripigne\ano  i  soldati  e  i  parenti  a  tornare  alla  guardia 
delle  mura,  mostrando  esser  meglio  il  morire,  che  ritor- 
nare nella  servitù  de' Fiorentini,  che  superato  il  timore 
dalla  pietà  tornarono  i  soldati  e  con  esso  loro  Gurlino  a'ri- 
pari.  E  benché  Paolo  Vitelli  con  alcuni  falconetti  e  passa- 
\ol.inti  accomodati  su  la  rócca  di  Stam[»acc    e    altrove  tra- 


LIBRO    VENTISETVESINO.  Mi 

vagliasse  grandenieiile  lulla  la  cillà,  e  ballessc  una  casi- 
malta  falla  da  Gurliiio  \erso  S.  Antonio  per  levare  a  quelli 
di  fuora  la  comodità  di  riempiere  il  fos'io  ,  e  così  parimente 
olTendcsse  la  porta  a  mare ,  e  qualunque  altra  difesa  ;  fu 
iiondimono  in  modo  1  industria  ,  U  diligenza  e  il  valore  di 
quelli  di  dentro  con  fuochi  lavorali,  con  arme,  e  con  Irc- 
ccnlo  fanti  venuti  loro  di  Lucca  aiutaiidosi  ;  e  le  donne 
islesse,  essendo  il  più  delie  volle  alle  fazioni  presenti,  por- 
genlo  quelli  aitili ,  che  la  f-mminile  fragililà  può  sostenen , 
e  soprailuUo  aiutali  d'  un  grandissimo  i»assavolanle  dello  il 
Hufalo ,  col  quale  astrinsero  il  Vitello  a  levar  l'artiglieria 
di  Stampace  ,  e  (ìnalmenle  ad  abbandonare  quella  fortezza, 
e  per  i  ripari  fatti  di  nuovo  conlra  un  muro  da  Paolo  messo 
.su' puntelli  ,  perche  verso  lor  cadesse,  il  quale  non  potè 
cadire;  che  ripreso  sjiirilo,  e  dato  tempo  alle  loro  cala- 
mità, furono  da  non  aspcl;ato  benelicio  soccorsi,  il  quab^ 
fu  Tullimo  scampo  e  riparo  dolie  amille  loro  fortune.  E  ciò 
fu,  che  per  la  catliv' aria ,  che  suole  essere  in  Pisa  la  stai.-, 
e  molto  più  in  quel  tempo,  non  essendo,  come  ha  fatto  poi 
il  gran  duca  Cosimo,  con  le  cullivazioni  asciugalo  in  grati 
parie  gli  slagni  e  le  paludi  che  la  cingono  ,  s'  attaccò  in 
due  giorni  lai  infermità  nel  campo  ,  che  avendo  Paolo  Vi- 
Iclii  deliberalo  di  dare  l'assalto  generale  il  M  d'agosto  , 
nel  qual  dì  per  le  diligenze  da  lui  primieramente  usale  ,  e 
per  le  battei  ie  falle,  era  quasi  cerio  d'avere  in  mano  la 
vittoria  ,  trovandosi  così  noLabilmente  diminuito  d'  uomini 
di  fazione,  non  [iole  dar  1'  assallo  proposto.  E  veggendo 
che  per  l'assoldar  nuovi  fanti  non  si  riparava  al  male,  cre- 
scendo ogni  di,  le  malattie  Ira  soldati,  avendo  perduto  ai- 
fallo  la  speranza  di  poter  far  più  cosa  di  profitto,  e  all' in- 
contro dubitando  .  trovandosi  le  cose  in  qu.'sti  termini,  di 
qualche  sciagura,  noi  quarto  giorno  del  gonfalonerato  di 
(liovacchino  Guasconi  ,  si  levò  col  campo  di  Pisa  ;  e  per- 
chè con  i)iù  pronta  occasione  s'  aprisse  la  strada  alla  sua 
rovina,  aven  lo  iml)arcata  l'artiglieria  alla  foce  d'Arno  per 
condurla  a  Livorno  ,  perchè  per  terra  a  Cascina  essendo  i 
camini  sfondati  non  si  poteva  condurre,  una  buona  parte 
di  quelia  andò  in  fondo,  la  quale  insieme  con  la  torre  di 
Foce  fu  non    inulto    dipiji    da'Pisani    ricupera'.a.  Ridussesi 


4-44  dell'istorie  fiorentine 

finalmente  Paolo  Vitelli  verso  il  fine  di  settembre  alle 
stanze  .  avendo  egli  preso  il  suo  alloggiamento  con  le  sue 
genti  un  miglio  lungi  di  Cascina.  Ma,  la  signoria  entrata  in 
sospetto  di  lui,  che  il  non  aver  preso  Pisa  da  sua  colpa 
fosse  procediito  ,  alia  qnal  cosa  credere  li  spigneva  1'  aver 
sempre  poco  conferito  le  cose  piibbliche  co'  suoi  commes- 
sarj ,  l'aver  udito  ambasciale  de' Pisani,  l'aver  sotto  il  pre- 
testo del  salvocondotlo  dei  duca  d'Urbino  lasciato  scampare 
Giuliano  de' Medici,  con  la  cui  famiglia  si  credeva  aver  egli 
segreta  intelligenza ,  e  altri  suoi  sospetti ,  mandò  a  Cascina 
Antonio  Canigiani,  e  Braccio  Martelli  con  ordine,  che  po- 
tendo metter  le  mani  addosso  cosi  a  Paolo,  come  a  Vitei- 
lozzo  suo  fratello  ,  senz'  altra  tardanza  il  facessero  ,  e  a 
Firenze  cautamente  li  mandassero.  Fu  Pao'o  fatto  prigione, 
essendo  venuto  a  Cascina  per  consultare  co' commessarj 
intorno  le  cose  occorrenti ,  senza  aver  alcun  sospetto  di 
loro.  Ma  VitcUozzo,  udito  l'ordine  della  Repubblica,  essendo 
infermo  nel  letto  ,  e  mostrando  di  voler  pronlamente  ub- 
bidire ,  sopraggiunte,  mentre  attende  a  vestirsi,  alcune  sue 
lancespezzate ,  si  fece  con  la  spada  far  via  ,  e  a  Pisa  fug- 
gitosi, fu  con  incredibil  piacere  da  quella  città  ricevuto. 
Paolo  condotto  a  Firenze,  e  l' istessa  notle  con  diversi  tor- 
menti rigidamente  esaminato,  benché  non  se  gli  fusse  mai 
cavato  di  bocca  cosa  che  gli  pregiudicasse ,  fu  il  dì  se- 
guente ,  che  fu  il  primo  giorno  d'ottobre,  nella  sala  del  bal- 
latoio decapitato  ;  nel  qiial  giorno  e  ora  medesima  Marsilio 
Ficino  chiarissimo  lume  della  platonica  fdosofia,  e  orna- 
mento non  piccolo  della  patria  sua.  in  Careggi,  sua  villa 
ùiolto  presso  della  città  ,  dopo  una  piccola  febretla,  avendo 
già  finito  il  setlantosimo  anno  della  sua  età ,  da  questa  vita 
si  diparli  ;  come  se  ad  un'  ora  medesima  ci  avesse  il  caso 
voluto  insegnare  per  quanta  diversa  via  gli  uomini  guer- 
rieri .  benché  in  maggior  fortuna  collocati ,  da  gli  amatori 
delle  sacre  muse  alla  morte  camminano.  Con  questo  fine 
terminò  la  guerra  Pisana  di  quest'  anno  poco  onorala  alla 
Repubblica  ,  non  meno  per  1'  esito  di  così  preclaro  capita- 
no e  del  poco  acquisto  fallo  ,  che  per  esser  stata  costretta 
far  capitolazioni  col  re  di  Francia  molte  diverse  da  quelle, 
che  egli  stesso  avea  prima  proposto.  A  cui,  avendo  già  cac- 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  443 

ciato  il  duca  Lodovico  di  Milano  ,  furono  mandali  dalla  Re- 
pubblica ambasciadori  Francesco  Guallerolli ,  Lorenzo  Lon- 
zi e  Alamanno  Salviali  ,  i  quali ,  avendo  la  Kepnbbiica  ap- 
parato a  conoscere  quello  che  importasse  il  volere  starsi 
neutrale  ,  furono  finalmcnle  dopo  molle  contraddizioni  dei 
cortigiani ,  a  cui  la  morte  del  Vitelli  avea  reso  odiosi  i 
Fiorentini,  ricevuti  in  nome  delia  città  in  protezione  del 
re,  obbligandosi  scambievolmente  luna  parie  all'altra  alla 
difesa  degli  slau  d'Italia,  i  Fiorentini  al  re  con  quattro- 
cento uomini  d'arme,  e  tremila  fanti,  e  il  re  a' Fiorentini 
con  secento  lance  e  quattromila  fanti,  e  con  alcun' altre 
condizioni.  Ma  non  minore  ammaestramento  fu  quello  che 
lasciarono  della  disprezzala  religione  a'  posteri  i  tre  passali 
gonfalonieri,  de' quali  Tommaso  Giovanni  nel  gonfalonerato 
di  Francesco  Gherardi ,  e  il  Gherardi  in  quello  di  Salveslro 
Federighi ,  e  il  Federighi  in  questo  del  presente  gonfalo- 
niere Guasconi  morirono  per  non  aver  permesso,  che  le 
processioni  di  Santa  Croce  di  settembre  si  facessero.  La 
Oocc,  ove  pendè  la  salule  del  mondo,  da  Elena  madre  di 
(iostantino  ritrovata  ,  e  da  lei  nel  Monte  Calvario  rimessa , 
fu  quindi  negli  estremi  tempi  dell'imperatore  Foca  levata 
da  Cosdra  re  de' Persi ,  il  quale,  abbattuto  dopo  molti  tra- 
vagli dati  all'imperio  da  Eraclio  successore  di  Foca,  con- 
venne fra'  primi  patti,  se  il  perduto  regno  voleva  ricuperare, 
che  la  già  lolla  Croce  rcsiiluisse;  la  quale  mentre  Eraclio 
carco  d'oro  e  di  gioie  s'invia  per  riporre  nel  luogo,  ove 
da  Elena  era  slata  messa,  quando  fu  giunto  alla  porta  onde 
s'arriva  al  Monte  Calvario,  come  se  da  divina  mano  fusse 
ritenuto,  non  potea  muoversi,  ne  far  un  passo  più  olire.  La 
qual  ci)sa  e  a  Eraclio  e  a  ciascun  altro  porgendo  gran  ma- 
raviglia ,  Zaccharia  Patriarca  Jerosolimitano  gli  disse;  Guar- 
Vlate,  0  impcradore,  che  cotesto  vostro  trionfale  abito  nel 
portar  la  Croce  ,  alla  povertà  e  umiltà  di  Cristo  non  si  di- 
sdica. Perchè,  gillato  dal  cattolico  imperadore  l'  ammanto 
reale,  e  con  uraìl  vestimento  entrato  sotto  essa,  leggier- 
mente il  reslo  del  cammino  ,  e  il  suo  ufficio  divolaraente 
fornì ,  mettendo  la  Croce  nel  luogo,  onde  i  Persiani  l'aveano 
lolla.  Ora  aveva  il  Savonarola  tre  anni  addietro  r\pì  fervore 
delle  sue  prediche  ad  un  gran    nuracro  di  fanciulli,  i  quali 


4i6  dell'istorie  fioremii^e 

egli  neir  osservanza  della  religione  insliliiiva  persuaso,  che 
ad  onore  e  gloria  di  Dio  celebrassero  in  quel  dì,  che  Era- 
clio ciò  fece ,  una  solenne    processione ,    portando    innanzi 
una  Croce  vermiglili  in  Santa  Maria  del  Fiore)  la  quale  da 
un  cittadino  della    l'azione  al  padre  contraria)  spezzala    loro 
nel  Ponte  a  Sanla  Trinità  ,    come  si  disdicesse  ad  altri   the 
a' Romani  pontefici  instituir  nuove  feste  e  celebrazioni,    fu 
da  un   religioso,  in  penitenza  di  cotanta  in.pielà ,  di    nuo^o 
questo  costume  rimesso,  e  per  gli  altri  anni  osservalo.    Ma 
mentre  disputandosi  se  ciò  più  oltre  s'aveva  a  permettere, 
se  ne  richiedeva  il  parere  del  sommo    magistrato  ,    fu    opi- 
nione ,  massimamente  tra  coloro  che  al  padre  aveano  fede , 
che  i  precedenti  gonfalonieri ,  i  quali  non  consentirono  mai 
che  al  lor  tempo  questa  festività  si  celebrasse  ,   per    divina 
permissione  l'uno  appresso    dell'altro  in  vendetta  della  di- 
sprezzata religione  morissero.   Onde  il  Guasconi  di  ciò  te- 
mendo   lasciò    nel    suo    gonfalonerato  la  processione   cele- 
brare. A  cui  nel  fine  dell'anno    succedette    Giovan    Batista 
Ridolfi    ciltadino    savio    e    molto   stimato  nella  Uepubblica. 
Non    ebbe  il  suo  magistrato    novità    alcuna    ne    dentro    né 
fuori  della  città ,  se  non  che  come  prudente  potè  ben  con- 
siderare   i    mali    che    s'apparecchiavano    all'Italia;  poiché 
e  il  re  di  Francia  insuperbito    per    1'  acquisto    di    Milano  , 
<licea    per    1'  anno    seguente  voler  far  I  impresa  del    reame 
di  Napoli;  e  Cesare  Borgia,    il  quale   da   cardinale  ammo- 
gliatosi ,    e    avuto   dal  re  di  Francia   il  ducato    di    Valenti- 
nois,    il    duca    Valenlino    s'era    incominciato  a  chiamare, 
avendo  verso  il  fin   di   quest'anno    occupato    Imola  ,    pre- 
lendea  the  tutti  gli  altri    slati  di  S.   Chiesa,  i  quali  da'vi- 
carj  erano    governati,  alla  chiesa   dovesser   ritornare.   Onde 
Francesco  Pepi  primo  gonfaloniere  dell'anno  1500  raccolse 
con  gran  carila  nella  città  i  figliuoli  del  conte  Girolamo  con 
le  cose  più  care  ,  essendo    la  madre  restata    alla    difesa  di 
Farli;  la  quale  insieme  con  la  città  vinta  per  forza  pervenne 
ancor  essa  in  poter  del  duca  Valentino.  Ma  maggiori  movi- 
menti erano  quelli  di  Lombardia,  ove  i  popoli,  pentiti  d'es- 
ser entrati  sotto  il  giogo  de' Francesi,  aveano  richiamalo  il 
duca  Lodovico,  il  quale,  rientrato  in  Milano  il  quinto  giorno 
di  febbraio,  e  preparando  per  ogni  strada  a  difendersi,  ri- 


LIBRO   VENTISETTESIMO.  447 

chiese  i  Fiorentini  di  cerla  somma  di  d?nari  prestati  loro, 
I  quali,  avendo  la  Repubblica  fermalo  nell'animo  di  perse- 
verar nell'amicizia  del  re,  ricusò  di  restituire.  Il  qual  par- 
tito approvò  più  il  successo  che  l'onestà,  avendo  Antonio 
del  Vigna  negli  ultimi  giorni  del  suo  gonfaloneralo  inteso  , 
che  la  felicità  del  duca  Lodovico  era  poco  tempo  durata  ; 
poiché  ,  mancatigli  di  fede  gli  Svizzeri  da  lui  con  grande 
spesa  condotti ,  aveano  con  memorabile  esempio  di  tradi- 
mento datolo  in  mano  al  proprio  nimico,  per  online  del 
quale  in  Francia  condotto,  terminò  l'inquiete  dell'animo, 
e  le  sue  mal  moderate  voglie  ,  con  le  quali  rovinò  non  solo 
gli  amici  e  parenti  suoi ,  ma  sé  stesso  ,  e  poco  meno  che 
tutta  Italia  :  la  quale  per  conto  suo  patì  mutazioni  grandis- 
sime. Acquistata  questa  nuova  vittoria  da' Francesi,  fu  man- 
dato ambasciadore  a  Milano  al  cardinale  di  Koano,  che  v"era 
per  lo  re,  Piero  Soderini ,  non  solo  per  rallegrarsi  seco  in 
nome  della  Repubblica  di  cos'i  presta  e  felice  vittoria  ,  ma 
per  disporlo  ad  accomodar  la  Repubblica  d'  una  parte  delle 
sue  genti  per  valersene  alla  ricuperazione  di  Pisa.  La  qual 
domanda  ancorché  avesse  avuto  molte  opposizioni,  così  per 
conto  de' Pisani  istrssi ,  come  de' Genovesi  ,  de'Sanesi  e 
de'  Lucchesi ,  i  quali  non  desideravano  per  cagione  dei  lor 
interessi  la  grandezza  de' Fiorentini,  ebbe  pure  intero  efTel- 
to,  considerando  Roano,  che  daTiorentini  erano  prontamente 
stati  adempiti  i  patti  promessi  al  re  circa  la  ricuperazion  di 
Milano,  se  non  in  genti,  in  denari.  Furono  perciò  delibe- 
rati per  questa  impresa  cinquemila  Svizzeri,  e  lance  cinque- 
cento ,  queste  da  esser  pagale  dal  re ,  e  quelli  dalla  Repub- 
blica, oltre  l'artiglierie  e  l'altre  cose  necessarie,  per  le 
quali  fanterie  dovesse  cominciare  a  correre  il  soldo  dal  primo 
giorno  di  maggio,  e  quando  la  Repubblica  non  se  ne  vo- 
lesse più  servire  ,  fusse  obbligata  dar  loro  una  paga  per  lo 
ritorno.  Creato  dunque  di  questa  impresa  capitano  monsi- 
gnor di  Beaumonte  caro  a' Fiorentini  per  essersi  mostrati» 
favorevole  circa  la  restituzion  di  Pisa ,  e  sì  perchè  essendo 
parente  di  Roano ,  parea  che  se  ne  facesse  servigio  al  car- 
dinale potente  appresso  il  re,  si  partì  con  1' esercito,  e  eoa 
ventidue  falconetti  e  con  sei  cannoni  d'intorno  a  Piacenza 
ne' primi  giorni  del  gonfaloneralo  di  PicrfrancescoTosinghi, 


4tó  dell'istorie  fiorentine 

essendosi  in  vano  affaticalo  il  Sederini  di  moderar  le  con- 
dizioni proposte  da'Francesi.  Fu  mandato  Pellegrino  Loriiii 
da' Dieci  in  Piacenza  per  rassegnar  queste  genti,  dal  quale 
fu  trovalo  il  numero  maggior  di  duemila,  e  nondimeno  con- 
tenne dar  loro  due  paghe  perchè  partissero  ,  essendosi  per- 
duto un  mese  indarno  per  comodi  del  re  in  taglieggiare  in 
sul  viaggio  alcuni  signori  lombardi,  che  nella  ritornata  di 
Lodovico  s'  erano  mostrati  favorevoli  a  gli  Sforzeschi.  Ma 
quello  che  increbbe  fieramente  a  ciascuno,  fu  che  fermatisi 
jter  cammino  in  Massa  di  Lunigiana.  aveano,  in  luogo  di  fa- 
vorire i  confederati  della  Repubblica,  lolla  Massa,  e  un'allra 
(erra  al  marchese  Alberigo  ,  e  quelle  date  ai  marchese  Gab- 
briello  suo  fratello  e  nimico  ,  perchè  s' incominciasse  in- 
nanzi trailo  a  comprender  qual  dovesse  esser  il  line  di  que- 
sta impresa,  di  cui  tale  era  il  principio.  Facendo  nondimeno 
il  desiderio  di  riacquistar  Pisa  tollerar  pazientemente  ogni 
indegnità,  fiiron  mandati  per  incontrar  queste  genti,  e  sol- 
lecitarle al  venire,  Giovan  Batista  Uidolfi  e  l>uca  degli  Al- 
bizi  figliuolo  d'Antonio,  coi  quali  entrato  Beaumonte  in 
cammino,  benché  s'avesse  nel  passar  fatta  restituir  Pietra- 
santa  da' Lucchesi,  quella  nondimeno  non  restituì  alla  città 
secondo  la  deliberazione  falla  col  Soderini  a  Milano  ;  ma, 
secondo  l'accordo  fattone  co'  Lucchesi,  la  ricevette  in  nome 
del  re,  con  promessa  di  non  restituirla  a'Fioreniini,  se  non 
dopo  che  avessero  acquistato  Pisa.  Quindi  vennero  in  Val 
di  Scrchio  essendo  slati  provveduti  di  vettovaglie  da'  Luc- 
chesi, benché  non  senza  grandi  loro  querele,  che  venendo 
l'esercito  per  servigio  de' Fiorentini,  i  Lucchesi  l'avessero 
a  provvedere.  Alloggiarono  poscia  a  Campi,  luogo  lungi  di 
Pisa  tre  miglia,  onde  avvicinatisi  alla  città,  e  attendatisi  tra 
la  porta  alle  piaggio,  e  la  porta  Calcesana,  avendo  la  nolte 
che  seguì  a' 29  di  giugno  piantate  l'artiglierie,  incomincia- 
rono così  parte  della  nolte  istessa  ,  come  il  dì  seguente  a 
batter  con  tant'  impeto  le  mura ,  che,  prima  che  fussero  le 
ventun'ore,  si  trovarono  aver  gitlato  a  terra  più  che  qua- 
ranta braccia  di  muro  ;  la  qual  batteria  giudicata  dal  capi- 
tano sufficiente  per  dar  l'assalto,  fece  spigner  non  che  le 
fanterie,  ma  anco  i  cavalli  per  entrar  nella  città.  Ma  quando 
presenlatisi  su  l'orlo  delle  ruine  videro  un  altro  fosso  prò- 


LIBRO   VEPinSETTESIMO.  449 

fondissimo  fatto  da'  Pisani  tra  le  mura  abbattute ,    e   un  ri- 
paro che  aveano  fatto  dalla  parfe  di  dentro,  sbigottiti  d'a- 
ver a  superare  questa  nuova  difficoltà,  non  solo   non  fecer 
atro  per  lo  rimanente  del  giorno,  ma  incominciati  da  quel- 
l'ora a  invilire,  non  fu   da  quel!' esercito  fatta    poi  fazione 
alcuna  più  onorata ,  assegnandosene  la  colpa  da  molti ,  non 
tanto  a' soldati,  quanto  al  capitano,  il  quale,  non    essendo 
di  molla  perizia    nell'arte  militare,  non    avea   nell'esercito 
quell'autorità  che  a  tanto  grado  si  conveniva;    per  la  qual 
cosa  benché  la  seguente    signoria    entrala  col   gonfaloniere 
Piero  Gualterotli  facesse  ogn' instanza ,  e  usasse  ogn'opera 
possibile,  perchè  si  facesse  qualche  progresso  intorno  Pisa, 
e  per  questo  avessero    richiamalo    l'uno  de'commessarj    a 
Firenze  per  intendere  onde  procedea  cotanto  disordine,  non 
si  facea  per  tutto  ciò  profitto  alcuno.  Ma  essendo  nel  campo 
Francesco  Trivulcio  luogotenente  della   compagnia    di  Gio- 
vanni  Jacopo    Trivulcio    e    Galeazzo    Pallavicino    capitano 
d'una  compagnia  di  gente  d'arme,   i    quali    inclinavano  al 
favor  de'Pisani,  faceano    per  segreti  messi    intender  loro  , 
che  attendessero  animosamente  a  difendersi,  e    questo  es- 
ser il  desiderio  della  maggior  parie  del  campo- Io  arrossisco 
a  scrivere  i  costumi  di  cosi  fatta  milizia  ,  e    essendo  quasi 
disperato  che  da  sirail  lettura  ammaestramento  alcun  buono 
sì  possa  cavar  da  chi  legge  ,  mi  giova  almen    credere   che 
la  bruttezza  delle  cose  commesse  faccia  altrui  spaventar  da 
imitarle;  poiché  se  non  il  presente  gastigo,  almeno  le  penne 
degli  scrittori,    che    non  sono    per  tacere    in    processo  di 
tempo  l'opere  malvagie,  devono  ragionevolmente  ritener  al- 
trui dal  commetterle.  Crescendo  tuttavia  i  disordini  intorno 
Pisa,  e  essendo,  per  colpa  di  quelli  di  fuora,  stalo  permesso 
r  entrare  in  quella  città  per  la  porla  che  guarda  inverso  al 
mare  Tarlalìno  da  Città  di  Castello,  uomo  di  Viiellozzo,  con 
alcuni  altri  soldati  mollo  pratichi  nel  mestier  della  guerra  , 
fu  tolta  affatto  ogni  speranza  di  far  bene.  Onde  Beaumonte 
fece  intendere  a  Luca  degli  Albizi,  il  quale  era  restato  nel 
campo,  che  egli  intendea  di  levarsi  per  non  consumare  inu- 
tilmente il  tempo  in  un  luogo  ,  onde  non  se  ne  arebbe  avuto 
onore.  Opposcsi  ardenlemenlc  Luca  a  cotesta  deliberazione, 
i.'ioslrando  di  quanto  biasimo  sarebbe  al  re,  se  un  esercito, 
.\>iii    VuL.  V.  2t> 


450  dell' ISTORJR   FIOREMIKE 

41  cui  non  avea  potuto  contrastar  tutta  la  Lombardia  ,   e  un 
principe  di  tanta  riputazione,  e  di  tante    forze    quante  era 
Lodovico,  ora  Pisa  solo  non  da  altri,  che  da' soli   cittadini 
difesa  reggesse.  E  perchè  alla  sua  Repubblica    non   si  po- 
tesse oppor  mai,  che  ciò  per  suo  mancann-nto  fosse  proce- 
duto, gli  profferiva  all'incontro  vivamente  tutte  le  cose  ne- 
cessarie per  l'espugnazione    di    quella  città.    Ma    non  che 
queste  parole  fussero  vane ,  anzi  nelle  pratiche  del   levarsi 
fu  dagli  Svizzeri ,  che  cercavan  occasione  di  far  male,  Luca 
fatto  prigione  ,  ne  prima  rilasciato  ,  che  la  taglia  a  millelre- 
cenlo  scudi  ridotta,  non  fusse  pagata,  allegando,  per  rico- 
prire la  lor  scelleratezza,  do\er  alcun  de' lor  capi  conseguir 
certe  paghe   da' Fiorentini  per    conto  del  servizio    prestato 
loro  a  Livorno.  Seguì  a  ciò  la  levata  del  campo  ,  il    quale 
a' 18  di  luglio  si  partì  per  la  volta  di  Lombardia,  lasciati  i 
Fiorentini  non  solo  malcontenti  di  ciò  che  era  seguilo,  ma 
senza  forze,  senza  danari,  e,  quello  che  fu  il  maggior  danno 
di  quelli  tempi,  senza  unione  e  concordia    alcuna   infra  di 
loro.  Perchè  a' Pisani  restò  campo  larghissimo  di   ricuperar 
Librafatla  ,  e  non  molto  dipoi  il  bastione  della  Ventura,  noi\ 
per  debolezza  del  luogo;  il  quale  con  tanta  spesa  della  città 
era  stalo  fortificato  da  Paolo  Vitelli,  ma  per  viltà,  o,  come 
altri  credettero,  per  tradimento  di  Sambardano  connestabilc 
de' F^iorentini ,  che  v'era  alla  guardia:  peccali,  che    a  mo- 
strare qual  fusse  1' un  peggiore    dell'altro,    sarebbe  difficil 
contesa.  Ma  maggiore  di  tutti  i  già  delti  mali  era  il  sospet- 
to ,  che  i  capitani  appo  il  re  di  Francia  la  colpa    degli  er- 
rori fatti  non  rovesciassero  sopra  la  Repubblica,  onde  parve 
al  gonfaloniere  Niccolò  Zali,  e  alla  signoria  che  entrò  seco, 
che  si  mandassero  al  re  Francesco   della  Casa ,    e    Niccolò 
Machiavelli,  i  quali,  ricevuti  da  lui  con  benignissime  dimo- 
strazioni, ebbero  per  risposta  ,  che,  egli  manderebbe  in  To- 
scana Corco  suo  cameriere  ,  e  che  inleso  pienamente  quel 
che  era  passato ,  vi  farebbe  ottima  provvisione.    Ma  Corco 
venuto  a  Firenze  attendeva  a  mostrare .  che  il    modo  d'  e- 
spugnar  Pisa  era  tenerla  per  quel  verno  travagliala  in  modo, 
che  accampandovisi  a  tempo  nuovo  con  forze  gagliarde  non 
avesse  resistenza;  la  quale  è  da'Francesi,  secondo  il  lor  co- 
stume, chiamala  guerra  gurriabile.  Onde  veniva  a  conchiu- 


LIBRO    VBrtTISBTTESIMO.  4a( 

dfre  esser  cosa  ulilc ,  che  per  quella  stagione  le  genti  del 
re  lornassero  ad  alloggiare  nel  contado  di  Pisa.  La  qual 
cosa  non  essendo  acconsentita  da' Fiorentini,  avendo  veduto 
la  cattiva  riuscita  fatta  da  loro,  e  per  questo  avendo  Corco 
dello  mali  grandissimi  di  loro  al  re  ,  il  mosse  a  tanta  in- 
degnazione  ,  che  il  re  foce  intendere  a  gli  uomini  manda- 
tigli dalla  Repultblica  ,  il  suo  glorioso  esercito,  non  per 
altra  cagione  che  per  lor  mancamento,  esser  stato  vitupe- 
rato in  Toscana,  e  che  per  questo  egli  voleva  intendere  in 
che  guisa  avesse  a  governarsi  con  esso  loro,  aggiugnendo 
come  era  stalo  costretto  pagar  una  paga  a' Svizzeri,  perchè 
i  mercanti  fiorentini  non  fossero  svaligiali,  la  quale  inlen- 
dca,  ihe  in  ogni  modo  gli  fusse  pagata;  per  la  qual  ca- 
gione fu  dappoi  dal  re  mandalo  Adovardo  Bugliollo  suo 
^alletto  in  Firenze.  Né  dopo  molte  dispute,  e  dopo  l'esser 
stalo  mandato  da  Giovan  Batista  Barlolini,  ultimo  gonfalo- 
niere di  quell'anno,  ambasciadore  Pier  Francesco  Tosinghi 
al  re  ,  si  potò  ottener  altro  ,  che  di  pagarli  fra  brevissimo 
spazio  di  tempo  diecimila  scudi  a  Milano.  Questi  mali  grandi 
per  sé  stessi,  raggirandosi  intorno  il  non  poter  riacquistar 
Pisa  ,  erano  di  gran  lunga  superati  da  un  sospetto  e  timor 
grandissimo  di  perder  non  che  terre  e  castella,  ma  la  pro- 
pria libertà  ,  trovandosi  il  duca  Valentino  con  potentissimo 
esercito  in  Romagna  all'assedio  di  Faenza;  il  quale,  cacciato 
Ottavio  Riario  da  f  urli ,  Pandolfo  Malalesla  da  Rimino  , 
Giovanni  Sforza  da  Peserò  ,  e  apparecchiandosi  ora  a  cac- 
ciar Astorro  Manfredi  da  Faenza  ,  essendosi  confederato  col 
re  di  Francia  ,  avendo  sèguito  degli  Orsini  e  de'  Baglioni , 
e  de' Vitelli,  pronto  d'ingegno,  e  d'ardire  inestimabile, 
aiutalo  dal  titolo  onoralo  di  voler  reintegrare  le  membra 
sparle  di  S.  Chiesa,  e  figliuolo  d'un  pontefice  astutissimo 
e  audace,  s'avea  proposto  concetti  smisurati  nell'animo,  e 
per  tenere  i  Fiorentini  in  timore,  ora  si  rammaricava  di 
loro,  dicendo  aver  eglino  licenzialo  il  conte  Rinuccio,  non 
per  altro  fine,  che  per  interrompergli  la  guerra  di  Faenza; 
e  ora  per  addormentargli,  o  per  cavarne  denari,  mostrava 
desiderare  d"  esser  condotto  da  loro;  sicché  il  sospetto,  clic 
di  lui  s'  avea,  era  grande.  E  perciò  se  gli  era  mandalo  nel 
campo  Piero  del  Bene  per  mantenerselo  con  ogn' industria 


452  dell' ISTOBIK    FIOBB^TINE 

benivolo  e  amico.  I  Veneziani  dall'altro  canto  minaccia- 
vano di  voler  rimetter  Piero  de' Medici  in  Firenze  ,  mo- 
strando al  papa  e  al  Val'Milino  non  essir  miglior  via  a 
mantenersi  i  freschi  acquisii  di  Romagna,  che  con  aver  un 
governo  in  quella  cillà ,  che  dipendesse  dagli  amici  suoi.  I 
Fiorentini  vigilanti  nelle  cose  pubbliche,  qu.mdo  ìeggono 
crescer  il  pericolo,  per  abbondar  de"  rimedj,  scrissero  al 
Machiavelli  in  Francia,  che  facesse  opera  col  re,  che  il 
papa  e  il  Valentino  conoscessero  i  Fiorentini  esser  a  cuore 
di  sua  maestà;  e  mandarono  Antonio  lUicellai  all' ambascia- 
dorè  del  re  in  Roma  ,  sì  per  vedere  quali  erano  quelle  cose, 
che  altre  volle  egli  avea  detto  voler  dire  alla  Repubblica 
di  molla  importanza  se  fusse  ricono?cin!o ,  e  sì  perchè  egli 
scusasse  appo  il  papa  la  citlà  dell'imputazioni  che  se  le 
davano,  non  avendo  licenziato  il  conte  Rinuccio  se  non 
quando  terminava  la  sua  condolla  ;  avendo  ad  inslanza  del 
«uo  re  creato  per  lor  general  capitano  il  prefetto  di  Sini- 
gaglia  fratello  di  S.  Piero  in  Vincola  ,  nò  il  lor  desiderio 
stendersi  ad  altro,  che  all'acquisto  di  Pisa,  con  lant' arme 
e  con  sì  gravi  e  incomparabili  spese  stala  comprata  ,  com- 
battuta e  posseduta  da  loro-  Mandossi  parimente  Luigi 
della  Stufa  a  Castrocaro  ,  acciocché  vegghiasse  ,  che  da 
quella  parte  la  Repubblica  non  ricevesse  alcun  danno.  In 
questa  ddigenza  e  sollecitudine  continuava  Piero  (larnesec- 
chi,  il  quale  entrò  gonfaloniere  con  l'anno  1501,  avendo 
nìassimamenle  inteso,  che  Vitellozzo  avea  sotto  Rinieri 
della  Sassella,  e  Piero  Gambacorti  mandalo  cenio  cavalli 
a'  Pisani  e  che  Dionigi  di  Naldo  con  il  consentimento  del 
Valentino  avea  scorso  infino  a  Castrocaro,  facendo  di  molli 
danni  al  paese,  sotto  colore  di  vendicarsi  de'suoi  nimici. 
Ma  molto  più  movea  ciascuno  il  sentire  ,  che  per  ordine 
del  papa  Giuliano  de'Medici  era  montato  in  poste  per  la 
corte  di  Francia  ,  e  che  dal  duca  Valentino  era  stalo  man- 
dalo a  Pisa  con  nuova  gente  Oliverotlo  da  Fermo  suo  sol- 
dato e  cognato  di  Vitellozzo.  Nondimeno  non  era  sufficiente 
alla  grandezza  de' mali  la  diligenza  de' magistrati.  E  invero 
chi  considererà  diligentemente  tutti  i  lempi  pericolosi  della 
Kepubblica,  non  la  troverà  in  alcuno  essere  stata  in  mag- 
{jior  rischio  che  in  questo  ,  trovandosi  impotente  ,  non  che 


f-IRSO   VENTISETTESIMO.  4d3 

n  rrdiorc  i  nimici ,  ma  i  proprj  sudditi,  se  così  si  debljon 
ehinmarc  i  Pistoiesi,  perciocchc  in  Pistoia  erano  succedute 
non  sulo  brighe,  e  morii  Ira  le  fazioni  canccUiera  e  pan- 
rialica,  ma  i  Canctllicri  avcano,  a  guisa  d'un  comune;  libero, 
discacciali  dalla  cil'à  i  Pancialichi ,  arso  loro  le  case,  dato 
i  loro  boni  a' soldati  Bolognesi  venuti  in  lor  favore,  e  giu- 
dicatili ribelli  ,  soffcrendo  con  molta  villa  o  malignità  i 
rangislrati  della  Repubblica  colali  eccessi.  E  di  ciò  non  con- 
te nli  i  Cancellieri ,  dubitando  (he  un  dì  i  Panciatichi  non 
rientrassero  e  prcndesser  vendetta  de' danni  ricevuti  ,  fatto 
un  numero  di  secento  armali,  uscirono  il  dì  dedicalo  a  S. 
Ag:ita  di  Pistoia  per  spegnere  afTallo  la  parie  contraria.  E 
avviatisi  verso  le  tenute  de' Pancialichi  ,  il  primo  assalto 
diedero  alla  chiesa  di  S.  Michele  ,  ove  alcuni  di  essi  si 
eran  ridotti.  Difescrsi  quelli  di  dentro  per  qualche  spazio  , 
ma  non  polendo  reggere  alla  moltitudine  degli  avversar]  , 
si  ritirarono  nel  campanile ,  lasciando  loro  la  chiesa  in 
preda  ;  la  quale  prestamente  di  calici  e  di  arienli  spoglia- 
rono. Nò  cosa  alcuna  altra  gli  ritenne  dal  fuoco  ,  che  la 
sopraggiunta  de'  Panciatichi  ,  che  falli  feroci  dell'  ira  e 
dalla  disperazione  ,  che,  cacciali  dalla  città,  nò  in  contado 
potessero  viver  sicuri  ,  messisi  insieme  tos'o  che  sentirono 
il  cenno  dato  loro  dagli  assalili  a  S.  Michele  ,  vennero  vi- 
gorosamente, benché  in  minor  numero,  addosso  a' cancel- 
lieri. 0  autori,  i  quali  dicono,  che  ragunalisi  a  un  Croci- 
fisso, che  era  in  su  la  straca,  s'inginocchiarono  a  quello, 
e,  fatto  breve  orazione,  si  promiser  tutti  l'un  l'altro  di  non 
si  abbandonare  infino  alla  morte;  l'assalto  fu  molto  impe- 
tuoso ,  nella  mischia  del  quale  rimasero  morti  più  che  du- 
gento  de' cancellieri ,  senza  esservene  de' Pancialichi  morto 
più  che  un  solo  ,  e  tre  forili.  Essendo  intanto  entralo  goiv 
faloniere  Piero  Sederini,  facevansi  ogni  giorno  maggiori  le 
felicità  e  gli  acquisti  del  duca  Valentino,  il  quale,  tornalo 
col  tempo  nuovo  ad  accamparsi  a  Faenza,  s'insignorì  dopo 
alcune  battaglie  date,  per  accordo  verso  il  fin  d'aprile,  di 
quella  città,  e  quindi  voltosi  verso  il  Bolognese  tentò  di 
mutar  lo  stato  in  Bologna  ;  la  qual  cosa  benché  non  gli  fusse 
riuscita  ,  avendo  Giovanni  Benlivoglio  con  la  morte  di  molti 
purgata  la  città  dei   sospe'li,    ottenne    nondimeno  da  lui  le 


451  dell'istorie  furentine 

cose  che  volle,  poiché,  avendo  scritto  a  Firenze   e  a  gl'.i- 
mici   e   a'vicini  i  suoi  bisogni ,   viddc  non  poter  trovare  ;jI 
suo  stato  altro  riparo.  Tra  le  quali  fu  (  siccome  fra  gli  allrr 
riferiva  il  conte  Rinuccio    fuggitisi  di  Bologna  per  sospelto 
di  Vjlellozzo,  il  quale  giunse  in  Firenze    il    primo    giorno 
del  gonfalonicrafo  di  Lorenzo  Salvinti)    che    il   Bcntivoglio 
l'accomodasse  di  cento  ucraini  d'arme   e  di  mille  fanti  per 
venire  a  mutar  lo  stato  de'la  Repubblica.  Mandarono  i  Fio- 
rentini   a    rallegrarsi  seco  in  apparenza  del  nuovo   acquisto 
Galeotto  de' Pazzi,  ma  invero  per  spiare  quale  fusse  l'animo 
suo,  e  per  inlrallenerlo   quanto  più  fusse    possibile  .    sen- 
tendosi tulio  dì  continue  minaccio  degli  Orsini  e  de'Vitelli 
che  verrebbono  presto  a' danni  della  Repubblica.  E  perchè 
aveano  i  Dieci  fornito  Firenzuola  di  fanti ,  il  che  parca   che 
procedesse  da  sospetto,  s'ingegnavan  soprattutto  di  mostrar 
ciò  non  esser  stato  fatto  per  poca    fede    che    s'avesse  nel 
duca,    quanto  per  toglier    l' anime  a  quegli  suoi  rapi  d'of- 
fendergli   Fu  l'ambasciadore  veduto    con    cortesi  dimostra- 
zioni, e  rimandatone  con  uno  de' suoi  ;   mandò    con    quello 
a  chiedere  passo  e  vettovaglia    per    i    luoghi    della  Repuh- 
hlica  ,  senza  esprimer  qual  cammino  avesse  a  tenere  o  altro 
particolare  ;  avendo    Ira    questo    mezzo  Tommaso  Tosinghi 
commessario  di  Firenzuola  scrillo,    come     Ramazzotto  pre- 
sentatosi a  quella  terra  avea  fatto  cenni  di  volerla  sforzare. 
Fugli  da  Piero  Sederini,  Alamanno   Salviati    e    Iacopo    dei 
Nerli  eletti  ambasciadori  per  questo  fine,  ofTcrlo    il    passo 
alla  sfilata  ,  con  palio  che  non  dovesse    entrare  in  lerra  al- 
cuna murala  ,  nò  di  menar  seco  i  nimici  o  ribelli  della  Re- 
pubblica. M^  egli  risposto  ,  che  in  Barberino  farebbe  palese 
la  sua  intenzione,  si  pose  in  cammino  con  ottocento  uomini 
d'arme,    e    con    settemila   fanti.    Co'quili  arrivato  a' 12  di 
maggio  a  Barberino,  fece  intendere  a  gli  ambasciadori  che 
egli  intendea  d'esser    in    buona    amicizia   con  la  tit:à,  ma 
che  per  potersi    assicurar    di    quella  ,     conveniva    ordinare 
un'altra  sorte  di  governo,  e  che  a  lui  fusse   data  condotta 
convenevole    al    suo    grado.  Gli  Orsini  e  i  Vitelli    avesser 
qualche  eoddisfazinne  ,  e  volendo  egli  far  l"  impresa  di  Piom- 
bino, se  la  Repubblica  non  era  per  [lorgerli  aiuto,  non  gli 

desse  alinen  noia.  Concorreva  in  ogni  cosa    la    Repubbliia 


LIBRO    VtMISETTESlMO.  4S5 

fuor  che  in  mu'are  sLio  .  ma  a  costatidosi  egli  lull-ivia  alla 
•/;ill;i ,  ricmpiova  lutti  di  timore  e  tli  ypavenlo,  non  lanlo  per 
lo  numero  de' nimici,  disprezzabile  in  altro    tempo,  quanto 
che  essendo  fra  gì  slessi  cilladini  fama ,  che  la  sua  venula 
non  fusse  senza  intendimento  d'alcuni  di  loro,  si  venivano 
a  temere  più  quelli  di  dentro  ,    che    i    nimici    di    fuori.   E 
nondimeno  non  s'erano  inilasciate  di  far  quelle  provvisioni, 
che  nel  mezzo  di  tanli   disordini  si  po;cano    far    maggiori; 
perciocché  sotto  Guglie'mo    de'  Pazzi    s' erano    falli   venire 
molti  armati  di  Mugello  ,  e  comandatogli   che  con  quelli   si 
fermasse  alla  Loggia  (che  così  vengon  dette  alcune  posses- 
sioni di  qurlla  famiglia)  poslc  verso  Bologna  l'abate  Basi- 
lio, e  Giuliano  de'Pilli  con  gemi  del  Casentino  aveano  oc- 
cupato il  poggio  di  Fiesole;  ma  mandali  dopo  a  Bellosguar- 
do, furono  messe  in  Fiesole  le  genti,  che  di  Romagna  avo;( 
condotto  Luigi  della  Stufa.  Nella  ciltà  erano  slate  introdollff 
alcune    poche  genti  del  prefello  lor  capitano  ,  e  soldavan^i 
di  più  mille  fanti  per  guardia  della  piazza.  1  cittadini  s"  ar- 
marono tulli  e  fornissi  il  palazzo    d'armi,  e  di  vettovaglia. 
E  dall'  altro  canto  non  si  tralasciava  il  pensiero  di  convenir 
seco ,  essendo  già  arrivalo  a  Campi ,  luogo  sei  miglia  lungi 
ilella  città ,  ove  gli  furono  mandali  ambasciadori  il  vescovo 
de' Pazzi,    Francesco    Gualterotli  ,    Francesco     de'Nerli    e 
Alessandro  Acciaiuoli  tornando  a  confermarli,   che,  purch«; 
non  entrasse  in  pratic  he  o  speranze  di  mutar  governo,  egli 
troverebbe  la  città  nel  rimanente    prontissima  ad  ogni  suo 
onesto    desiderio.    Perchè  veggcndo  il  Valentino  i  Fioren- 
lini  star  fermi  nel  lor  proponimento  ,  e  egli  non  aver  forze 
a  bastanza  per  fargli  fare  a  suo  modo ,    e    avendo    intanto 
ricevuto  lettere  dal  re  di  Francia  ,  a  cui  olire  gli  altri  am- 
basciadori s'era  mandato  Lorenzo  de' Medici,  che  lasciasse 
di  molestare  la  Repubblica  ,  s'  accordò  seco  in  questa    ma- 
niera :  Che  falla  tra  loro  lega    e    buona  amicizia    a    difesa 
degli  stati  comuni ,  il  duca  s' intendesse  condotto    per    Ire 
anni  con  Irenlaseimila    ducati    l'anno,  e  che  in  ogni  biso- 
gno   de' Fiorentini ,  0  di  difendersi,    o    d'offender    altrui, 
fusse  egli  tenuto  mandare  i  trecento  uomini  d'arme ,  i  quali 
per  delta  provvisione  era  obbligalo    lenere.    Nessuna  delle 
jiarli  dovesse  aiutare  i  uimici  o  ribelli  dell' altra;  e  per  con- 


4S6  DELI.' ISTORIE   FIORENTINE 

seguente  della  guerra,  che  il  duca  inlendoa  di  fare  a  Piom- 
bino, la  Repubblica  non  se  ne  triivagliasse.  Falle  queslc 
f  onvenzioni  n'  andò  il  Valentino  a'  17  di  maggio  a  Signa  . 
e  di  quivi  a  Empoli,  onde  passò  a  Poggibonzi,  avendo  fra 
le  ruberie ,  e  danni  fatti  per  via  arso  Barbialia  e  Monte 
(lufoni,  come  se  andasse  per  paese  de'nimici;  né  infiiio 
a"  25  pensò  uscirsi  del  paese;  nel  qual  dì  prese  il  cammino 
inverso  Valdicecina  per  passare  a  Piombino  ,  avendo  dato 
queste  dilazioni,  e  tenuti  lai  modi,  perchè  gli  fusse  pagala 
la  prestanza,  la  quale  i  Fiorentini  negarono  voler  pagaie 
se  non  fusse  prima  uscito  dello  stalo.  Queslo  fine  ebbero 
quest'anno  gli  apparali  del  Valentino  contra  la  Repubblica, 
più  per  opera  del  re  di  Francia,  che  per  benignila  sua 
acquetali;  anzi  essendo  i  Pisani  col  favore  di  Vitellozzo 
accampatisi  alle  Ripomarancie ,  se  ne  levarono  per  ordine 
de!  duca  subilamente;  il  quale  entrato  a' 4  di  giugno  nel 
Icnilorio  di  Piombino,  non  fu  lutto  quel  mese  fornito ,  che 
occupò  Suvereto,  Scarlino  e  l'isola  della  Pianosa,  non 
resistendo  cos'  alcuna  alla  sua  felicità.  Fu  poi  la  Repubblica 
richici^la  da  monsignor  d'Obigni  capitano  del  re  di  Francia 
per  dar  il  passo  alle  genti  del  re,  le  quali  passavano  all'im- 
presa del  regno  di  Napoli  ;  il  che  fu  liberalmcnle  accon- 
sentilo. Onde  nel  gonfaloneralo  di  Filippo  Carducci  si  senti 
quello,  che  in  mente  d'uomo  morlalc  di  leggieri  non  sa- 
rebbe caduto,  cioè  che  non  solo  il  re  Federigo  dall'antico 
e  ereditario  regno  de'  suoi  maggiori  quasi  in  un  momento 
fusse  discacciato  ,  ma  quello  si  fusser  partito  tra  loro  il  re 
di  Francia  e  il  re  cattolico,  dalle  cui  genti,  come  di  pa- 
rente e  d'  amico  ,  attendea  quel  misero  re  soccorso  e  aiuto. 
E  ciò  non  oslanlc  fccersi  di  queste  novelle  arrivale  a  Fi- 
renze il  se.slo  giorno  d'  agost-o  al'egrezza  e  fcsla  grandis- 
sima di  fuochi  ,  di  suono  di  campane  e  di  processioni. 
Cos'i  per  cagione  di  privali  interessi  siamo  avvezzi  a  sostener 
con  lieto  viso  le  pubbliche  ingiurie  della  propria  nazione. 
Fu  morto  in  questa  guerra  il  conte  Rinuccio  ,  di  cui  (ante 
volle  abbiam  fallo  menzione  in  quesf  opera.  E  il  duca  Va- 
lentino essendusi  in  essa  trovalo,  fu  a  tempo  a  tornare  al- 
l'impresa tralnsriata  di  Piombino,  a  cui  non  veggendo  la- 
topo,  quarto  signore  di  essa  terra,  alcun  riparo  ,  venutosene 


1 


LIBRO  VE!STl<iETTES',MO.  )57 

a' 17  d'agoslo  a  Livorno,  e  quivi  raccomandalo  il  suo  pic- 
colo figliuolo  alla  guardia  d'  Antonio  da  Filicaia  ,  andò  a 
gillarsi  alle  braccia  del  re  di  Francia  ,  col  cui  favore  nel 
suo  dominio  fusse  restituilo.  Di  lanli  felici  successi  dubi- 
tando mollo  la  signoria  che  entrò  con  Luca  degli  Albizi 
gonfaloniere  figliuolo  di  Maso ,  però  che  a' 3  di  quel  mese 
già  Piombino  era  pervenuto  in  poter  del  Valentino ,  oltre 
Francesco  Soderini  vescovo  di  Volterra,  e  Luca  degli  Al- 
bizi figliuolo  d'Antonio,  i  quali  si  trovavano  ambasciadori 
appresso  il  re  ;  furono  mandali  ambasciadori  a  Milano  al 
cardinale  di  Roano  Antonio  Malcgonnelle  dottor  di  legge  , 
e  Benedetto  de'Nerli,  acciocché  di  nuovo  fusse  ricevutala 
Repubblica  nella  protezione  del  re.  11  qual  cardinale,  oltre 
aver  reslituila  Pietrasanta  ,  e  Mutrone  a' Lucchesi,  da'quali 
avea  ricevuto  ventiquatlromila  ducali,  e,  presili  in  prolezio- 
ne ,  pareo  che  tenesse  pratiche  d'unire  insieme  i  Sanesi , 
i  Lucchesi  e  i  Pisani,  e  di  rimetter  in  Firenze  la  casa  dei 
Medici.  Perchè  non  avendo  potuto  venir  seco  a  convenzione 
alcuna ,  restava  che  gli  ambasciadori  mandati  al  re  stri- 
gncsscro  queste  cose  col  re  medesimo  ;  le  quali  mentre  fn 
lungo  si  differiscono ,  Lanfredino  Lanfredini  prese  e  finì 
l'ultimo  gonfaloneralo  di  quell'anno,  non  senza  continui 
sospetti  dei  pontefice  e  del  duca  suo  figliuolo ,  sì  per 
avere  a' 14  di  dicembre  mandato  Viiellozzo  ad  alloggiar  le 
sue  genti  presso  al  Borgo  ,  e  sì  perchè  ogni  dì  si  scorgea 
in  Alessandro  mala  soddisfazione  verso  la  citlà  ,  avendole 
tolto  le  decime ,  e,  in  ogni  occasione  delle  cose  spirituali, 
con  minacce  e  con  interdetti  molestandola.  Ma  la  Repub- 
blica facendo  vista  di  non  si  accorgere  della  sua  mala  di- 
sposiziot\e ,  coni  nuava  con  ogni  ufficio  a  tenerselo  amico  , 
onde  nelle  nozze  che  egli  fece  di  Lucrezia  sua  figliuola 
col  duca  di  Ferrara  (le  quali  fur  celebrate  in  Roma  hitorno 
le  fe§te  de!  Na'alc  del  signore  con  sunluosissima  pompa) 
avendo  sfornito  de' più  ricchi  broccati  lulte  le  botteghe  di 
Firenze,  gli  fu  mandato  ambasriadore  per  intervenir  in 
quelle  Tommaso  Soderini,  il  quale  portò  alla  sposa  tra 
drappi  d'oro  e  dargento  quel  che  valeva  più  di  tremila 
ducati.  Ma  quello  che  più  sbigottì  ciascuno,  fu  l'aver  egli 
dello  nella  presenza    di   molli  cardinali ,  che  delle  cose  di 


4o8  dell'istorie  fiobentine 

Firenze  non  inlcndoa  per  1  avvenire  ne  in  bene  ne  in  mflle 
più  impacciarsi  ;  imfierocchè  essendo  egli  uomo  sagnce  e 
aslulo  mollo  ,  parea  che  con  queste  parole  volesse  accennar 
pericoli  grandi  soprastar  alla  Repubblica  ,  e  quasi  incomin- 
ciare a  protestarsi.  Per  la  qual  cosa  erano  dalla  prima  si- 
gnoria dell'anno  1502,  di  cui  fu  capo  Giuliano  Orlandini 
gonfaloniere  la  seconda  volta  ,  somm.imente  sollecitali  gli 
atnbasciaddri  mandali  in  Francia  ,  che  in  orgni  modo  vedes- 
sero di  conchiuder  la  protezione  del  re  ;  al  quale  parimente 
facessero  intender  la  venula  di  due  ambasciadori  dell'  im- 
pcradore  alla  città  ,  da  cui  cran  richiesti  a  qualche  summa 
di  danari,  sì  per  la  pissa'a  sua  a  prender  la  corona  dell  im- 
perio a  Roma,  e  sì  per  i  provvedimenli  dell' arme  che  s'a- 
vean  a  muovere  contra  il  Turco.  Usavansi  questi  ufììcj,  non 
tanto  per  consiglio  che  se  n'aspettasse  dal  re.  qnanlo  per 
accennargli,  che  non  ntancavn  loro  a  cui  congiugnersi,  e 
per  questo  rendesse  più  facile  l'accordo  che  si  trattava 
seco.  Il  quale  si  desiderava  supremamente,  crescendo  tut- 
tavia il  sospetto  del  papa,  che,  arrivato  a'2fi  di  febbraio 
con  tre  galee,  Ire  fiisle  ,  Ire  brigantini,  due  galeoni  e  nn 
baloniere  a  Piombino ,  avea  desto  nella  città  varie  mormo- 
razioni: perciocché  alcuni  dicevano,  che  egli  era  venuto 
per  portarvi  il  suo  mobile  quasi  in  luogo  sicuro  e  forte; 
altri,  e  forso  meglio,  che  egli  avesse  ciò  fallo  per  fuggire 
i  lamenti  e  le  querele  della  carestia  grande ,  di  che  la  città 
di  Roma  era  oppressa.  Ma  Ira  la  plebe  fu  diversamente  in- 
terpretalo, avendo  lutti  ferma  opinione,  che  egli  volesse 
dar  Piombino  a  Pandolfo  Pelrucci  per  levarlo  da  Siena,  la 
quale  disegnava  dare  al  duca  Valentino.  Questo  è  certo, 
che  avendo  il  pontefice  sotlo  diversi  colori  mandato  due 
volte  a  richieder  Pandolfo  che  venisse  a  Piombino,  T  una 
delle  quali  v'andò  un  suo  vescovo,  e  l'altra  V'ilcllozzo,  il 
Pe'rucci  scusandosi  tutte  due  le  volte  di  trovarsi  infermo 
di  dolori  dì  fi.inco,  non  acconsentì  mai  d'andarvi.  Ma  lutto 
che  questi  rumori  fussero  preslarncnte  acchetali  con  la  par- 
tita del  pontefice  ,  la  quale  fu  a  due  giorni  del  gonfalone- 
rato  di  Giovanni  Rerardi ,  non  cessava  però  il  timore.  Onde 
per  non  tirarsi  addosso  più  carichi,  e  per  atTrotlire  il  re  di 
Franci;»  alla  risoluzione,  convennero    col    marciicse    Ermes 


LIBRO    VRNTISRTTR'^IMO.  4o9 

Sforza  ,  0  con  Giovanni  Graismcr  proposto  «li  Brissina  ,  i 
quali  erano  gli  aml)asciadori  dell' imperadoro  ,  (he  ogni  vol- 
ta, che  sua  m.iestà  venisse  per  la  corona  in  Italia,  la  città 
lo  servirebbe  di  cento  uomini  d'  arme  per  rtn  anno  solo  , 
di  Irenlamila  ducati ,  e  per  la  cruciala  pagherebbe  tanto 
meno  di  due  mila  scudi  il  mese  ,  alla  qual  somma  era  stata 
lassala  a' tempi  di  Paolo  II,  quanto  si  trovava  al  presente 
diminuita  di  stalo.  Lo  quali  condizioni  sentite  che  furono 
in  Francia  ,  non  è  dubbio  alcuno  ,  che  alTrettarono  l'accordo 
col  re,  dnbitando  egli,  che  i  Fiorentini  disperanti  di  con- 
venir seco  ,  all'  impcradore  non  si  gillassero  ;  da  che  gli 
suoi  siali  d' l'alia  ne  venissero  a  peggiorare.  Fu  dunque' 
r  accordo  comhiuso  a' 16  4'aprile  ,  che  restando  libero  a'Fin- 
renlini  il  poter  far  guerra  a'  Pisani ,  e  a  tutti  quelli .  che  le 
lor  cose  in  qualunque  modo  occupassero  ,  e  casato  fra  la 
coroni  di  Francia,  e  la  Repuliblica  ogn' a'iro  palio,  obbligo 
o  capilulazione  ,  che  fusso  primieramente  siala  infra  di  loro, 
fusse  per  l'avvenire  il  re  di  Francia  per  tre  anni  obbligalo 
a  difenderla  con  quattrocento  uomini  d'arme  conira  ciascuno 
che  volesse  darle  molestia,  e  la  Repubblica  pagasse  al  re 
in  tre  anni  cento\cnli,  o  come  altri  lasciarono  scritto  cento 
cinquantamila  ducati.  Giunse  opportunamente  la  novella  di 
questa  nuova  confederazione  a  Firenze  :  percioc(  he  avendo 
i  Pisani  per  tradimento  d'  Antonio  Lardoni  acquistato  Vico 
Pisano,  ove  da  Piero  de' marchesi  del  Monte,  che  se  n'era 
parlilo  infermo,  era  st;ilo  lasciati^,  aveano  incomincialo  a 
pigliar  ardimento.  Deliberato  per  questo  i  Fiorentini  di  ri- 
sentirsene ,  vollero  prima  in -ominciare  a  mostrar  la  militar 
severità  conira  i  lor  cittadini  colpevoli;  jierchè  dittero 
bando  di  ribello  a  Puccio  Bucci  e  a  Alessandro  Ceffi,  que- 
sto caslellauo,  e  quel  commcssario  di  Viro  Pisano;  percioc-' 
che  il  Pucci  rifuggitosi  nella  ròcca  non  usò  quella  guardia 
che  si  conveniva;  e  il  Ceffi  promesso  dalle  mura  ad  al -uni 
soldati  della  Repubblica  che  si  terrebbe  per  quattro  giorni, 
sbigoUilo  dalla  morte  d'  un  conestabile  ,  che  vi  fu  ucciso 
d'uno  scoppio,  si  rese  vilmente  la  sera  islessa  a  due  ore 
di  notte  salvo  l'avere  e  le  persone,  e  amendue  dalla  pro- 
pria co.scienza  rimorsi,  non  a  Firenze,  ove  temevano  il 
gasiigo  delle  lor  opere  ,  ma  a  Pisa  se  ne  andarono  ,  ove  il 


460  DEI  l'istorie  fiorentine 

Pucci  avea  parentado ,  il  quale  passato  finalmcnle  a  Roma, 
non  gli  parendo  poter  vivere  con  onore,  fu  fama  che  avesse 
finito  la  vita,  che  g'i  era  divenula  odiosa,  gittatosi  in  Te- 
vere. Francesco  Taddei  gonfaloniere  ordinò  poi,  che  si  an- 
dasse a  dar  il  guasto  a'  Pisani ,  ove  andarono  commessarj 
Antonio  Giacomini  e  Niccolò  Zali.  L'esercito,  ma  sotto 
nome  di  governatore  ,  fu  condotto  da  Ercole  Benlivoglio , 
nel  quale  erano  cento  uomini  d'arme,  trecento  cavalleg- 
gieri ,  e  fanti  tre  mila,  e  altri  tanti  guaslalori.  Fccersi  dalla 
badia  a  Sansovino  verso  Pisa,  e,  passalo  Arno,  scorsero  in 
Valdicalci  con  gran  danno  de' nimici.  Essendo  il  guasto  for- 
nito a' 28  di  maggio,  furono  le  genti  inviale  alla  ricupera- 
Hone  di  Vico  Pisano,  e  parea  che  le  lose  procedessero 
con  felici  principj ,  essendo  massimamente  il  dì  seguente 
fatto  prigione  in  Barga  con  alcuni  altri  il  Fracassa,  il  quale 
in  abito  di  corriere  ne  veniva  per  cnlnire  in  Pisa,  se  nuovi 
accidenti  non  avesscr  tiralo  altrove  l' arme  della  Repub- 
biica.  Era  nato  alcun  dubbio  negli  animi  de'Fiorentini  della 
fede  degli  Aretini ,  accresciuto  dall' aver  novelle,  che  il  Va- 
lentino con  un  grosso  esercito  avea  già  occupato  tutti  i 
confini  di  Valdichiana;  per  la  qual  cosa  era  stalo  eletto 
commessario  generale  per  quelle  parti  Guglielmo  de'Pazzi, 
il  quale  essendo  informato,  che  i  capi  della  sedizione  in 
Arezzo  erano  in  Antonio  da  Pantano  chiamalo  Serene  e 
Marc' Antonio  del  Pasqua,  mentre  con  metterli  in  prigione 
•perava  assicurarsi  del  pericolo ,  il  quale  non  avea  tempo 
di  acchetare  con  forze  maggiori,  che  ancora  non  erano  pre- 
ste, assalilo  dal  popolo,  non  solo  convenne  render  i  presi, 
ma  affrettò  la  ribellione  ,  avendo  gli  Aretini  occupalo  le 
porte  ,  chiamato  nella  città  Vilellozzo,  e  l' islesso  commis- 
sario, e  Alessandro  Galilei,  che  v'era  capitano,  e  Pietro 
Malegonnelle  podestà  fatto  prigioni.  Questa  perdita  succe- 
duta a'  i  di  giugno  si  tirò  dietro  la  perdila  di  Civilella  del 
Monte,  e  di  Castiglione,  e,  quattordici  giorni  dopo,  la  citta- 
della istessa  d'Arezzo,  la  quale  da  Cosimo  vescovo  della 
città,  e  figliuolo  del  commissario  che  v'era  rifuggito,  quando 
vide  il  padre  fallo  prigione,  fu  con  molto  valore  difesa;  il 
che  fu  quanta  virtù  apparve  in  tanti  altri  luoghi  perduti,  e 
che  dopo  si  perdettero    della  Repubblica  ,    senza    poter  le 


LIBRO  ve:<tisettbsimo.  461 

genti  che  vi  si  volsero  dal  contado  di  Pisa  ,  per  esser  in- 
feriori di  numero,  e  più  per  essersi  mosse  lardi,  le  quali 
erano  giunte  a  Quarate ,  far  alcun  profitto.  Il  che  era  in 
gran  parte  proceduto  dai  dispareri,  che  eran  fra  cittadini, 
e  che  principalmente  furono  nel  tempo  di  questa  Signoria 
tra  i  signori  medesimi.  Perchè  Gio.  Batista  de  iSobili,  Piero 
da  Verrazzano  e  Batista  Puccini,  tulli  e  tre  de' Signori , 
slimando  il  motivo  d'Arezzo  essere  un  trovalo  per  diver- 
tir la  guerra  di  Pisa  ,  ebbero  ardire  d'  usar  parole  ingiu- 
riose al  proprio  gonfaloniere  ,  né  vollero  credere  la  ribel- 
lione esser  vera,  se  prima  non  furono  spediti  Agnolo  Pan- 
dolfini  e  Francesco  Benvenuti,  due  de'  Collegi,  perchè  an- 
dassero a  vedere  in  che  termine  si  trovavano  le  cose  di 
quella  città.  I  quali ,  certificati  a  Montevarchi  pienamente 
del  successo,  non  furono  tardi  a  far  fede  della  incredulità 
de' tre  Signori.  E  perchè  d'ogni  parte  crescesse  il  sospetto 
e  i  pericoli,  aveva  intorno  questi  medesimi  giorni  il  Valen- 
tino tolto  lo  slato  a  Guidobaldo  duca  d'Urbino,  che,  fuggen- 
dogli dinanzi,  era  per  la  via  di  Firenze  andato  a  salvarsi  a 
Venezia.  Andarono  poscia  i  nimici  a  Cortona,  ove  trovandosi 
capitano  Antonio  Mori,  e  commissario  Pietro  Vespucci,  i 
quali  s'eran  accorti  che  i  Cortonesi  non  volevano  essere 
più  fedeli  degli  Aretini,  si  eran  ritirati  alla  ròcca;  ma  ri- 
chiamati da'  Cortonesi,  che  venissero  a  esercitare  i  loro  uffici, 
mostrando  loro  i  nimici  essersi  parliti,  fur  con  non  minor 
scherno  che  ingiuria  fatti  prigioni.  Resesi  non  molto  dipoi 
la  cilladella ,  la  qual'era  sot!o  la  guardia  di  Benintendi 
Pucci,  avendo  più  tosto  voluto  far  compagnia,  che  ammen- 
dar r  errore  di  Puccio  suo  fratello.  L'esempio  d'Arezzo  e  di 
Cortona  fu  seguitato  da  Anghiari,  dalla  Pieve,  da  Caprese, 
e  finalmente  a' 2  di  luglio  nel  gonfalonierato  di  Gio.  Ba- 
lista Giovanni  dal  Borgo  a  San  Sepolcro,  abbracciando  af- 
foltuosamcnte  Antonio  del  Vigna  che  v'era  capitano ,  e 
Matteo  Lippi ,  che  v'  era  castellano,  Piero  de'  Medici ,  pre- 
tendendo per  avventura  di  non  commetter  ribellione,  poiché 
essendo  nel  campo  Piero  e  il  cardinale  suo  fratello  ,  mo- 
stravano darsi  loro  in  nome  della  Repubblica.  Ma  il  dì 
istesso  che  si  perde  il  Borgo  apparve  qualche  spiraglio  di 
salute  tra  tanti    mali    della  città    con  la    giunta  di    dugcnlo 


k&'2  dell'  ISTOIIIE   PIOREKTLNE 

laoce    francesi    venule  per  ordine  del  re  ,    e  sollecitate   in 
Milano   da  Piero  Soderiiii,  ohe  vi  s'era   mandalo  per    que- 
sto cfT'.tlo.  Era  capitano  di   queste  genti   monsignor   Imba- 
vit  ,  il  quale  desiderando  di  servire  al  suo  re,  e  di  far  cosa 
cosa  grata  a' Fiorentini,  andò,  secondo,  la  deliltcrazion  presa 
coi    Dieci ,    incontanente  a    San    Giovanili  in  Valdarno    per 
unirsi  con  l'altre  genti    de' Fiorentini ,  e   quindi  andar  ad- 
dosso a  Vitellozzo,  che  calato   dalla  Vernìa  per    opporsi  ai 
nemici,  dopo  essersi  forticato  a  canto  a  Rondine,  mostrando 
animo  di  voler  difender  i  passi  di  Gargonza  e  diCivitella  , 
onde  s'enira  nel  paese  d'Arezzo,  si  ridusse  lìnalmente,  in- 
tendendo che  in  favore   de'  Pioreiìtini   eran  già  venule  du- 
gcnto  altre  lance  sotto  monsignor  di  Lancres,  alle  mura  di 
Arezzo.  Avea  Vitellozzo  più  volte  detto    di    voler    «iifender 
quella  città  con  esempio  memorabile  di  virtù  ,  e   senza  ve- 
run   dubbio   non   sarebhon  seguite  le  cose   senza   comune 
pericolo,  se    la  bestiai  crudeltà    del  Valentino,  intento  D'in 
che    a    vincer   gli    stali  ,    ma   a    spegnere  con    barbara  fe- 
rità i  Signori  di  quelli,  avendo  di  fresco  strangolalo    Giulio 
Varano  signor  di   Camerino  con  due   figliuoli  ,    non   avesse 
sbigottito  Vitellozzo,  Pandolfo  Pelrucci  e  gli  Orsini,   che, 
uniti,  facevano  quesla  guerra  con  titolo  di  voler  rimellerc  i 
Medici  in  Firenze;  dubitando  Vitellozzo  particolarmente,  che 
accordatosi  il  re  cou  Valentino,  il  quale  l'occupazion   delle 
terre  a' Fiorentini  tolte  addosso  a  lui  rovesciaval,  come  quello 
che  della  morte  del  fratello  intendeva  di  vendicarsi,  non  rima- 
nesse preda  di  Valentino  e  del  re;  por  la  qual  cosa  abboc- 
catosi egli  a  27  di  luglio    con  Imbauli,  e    convenuto    seco 
di  dargli  Arezzo  in    nome  del  re   sotto   alcune   condizioni, 
partitosene  il  primo  giorno  d' agosto   glielo    lasciò    libero  , 
senza  grandi  rammarichi  de" Fiorentini,  che  temevano,  che, 
secondo  l'esempio   di  Pisa,  non   incominciassero  a   surgerc 
da  questa    entrata    de' Francesi  in   Arezzo    nuove  difììcol  à- 
Ma  il  re,  il  quale    era  calato  in   Lombardia,   perseverando 
costante  in  favorir  la  città ,  levò    Imbauli   d'  Arezzo  ,   della 
cui  persona   cominciavano  i  Fiorentini  a    temere    che   non 
volesse  impor  qualche  grossa  taglia  a  quella  città,  la  quale 
pareva  che  lusingasse  molto.  E  messovi  a  loro  istanza  mon- 
signor di  Lancres,  fece  poi  senz'  alcuna  tardanza  per  mezzo 


LIDRO   VEMISETTES.JIO.  4'j3 

SUO   rendere   Arezzo,   e   oga'ciltro    luogo    sialo   in   questa 
guerra   lollo    alla    Repubblica.  Furono  eLlli    a    rircverc   le 
lerre  perdute  Pietro  Sodcrini    e   Luca  degli  Albizi,  il  quale 
era  poco  dianzi  ritornato    di  Francia;    ma  con    diversa   for- 
tuna, essendovi  1' Albizi  morto,  e  il  Sederini  uscito   supre- 
mo gonfaloniere.  Incontro  a    costoro  ucsito   il  popolo    d'  A- 
rezzo  con  le  donne  e  co' fanciulli  gridando  misericordia,  non 
lasciarono  addietro  dimostrazione  alcuna  per    mitigar  l'ani- 
mo dei  loro    offesi    Signori;    perciocché    da  scrittore,    che 
non  è  punto  usato  ad  inalzar  con  vani  colori  e  abbellimen  i 
le  cose,  io  trovo  notalo,  che  non  solo  dai  fanciulli  inghir- 
landati di  corone  d'ulivo  s'andavano  spargendo  i  rami   per 
terra  onde  i  commissarj  e  le  lor    genti  avevano  a  passare , 
ma  furono  molti  di    quelli ,  che  gillarono    de'  vestimenti    e 
d'  altra  sorte  panni  per  atto    notabile  di   riverenza    e    d'  u- 
milià.  Il  primo  giorno   die  entrò  gonfaloniere  Niccolò   Sac- 
cheili  fu  poi  fattala  restituzione  dell'altre   lerre  occupate, 
con  gran  letizia  di  ciascuno,  ancorché   soprastasse  continua- 
mente il  terrore  dell'insidie  del  duca  Valentino  e  del  pon- 
tefice; e  la  Repubblica,  inferma  per  molle  cagioni ,  tuttavia 
perseverasse  in  nuovi  disordini.  I  quali   avendo  fatto    quel- 
r  accrescimento,  che  era  possibii  maggiore,  furon  cagione, 
siccome  avvien  sempre,  ove  le  cose  son  venute  in  eccesso, 
che  si  pensasse   a'rimedj  ,  non   potendo  più  reggersi  nella 
guisa  che  elle  passavano;  che  furono  \eraraente  per  allora 
al  travaglialo  stato  della  Repubblica  di  j;ran  riposo  e  alleg- 
gerimento- 


-Oi^««l©0- 


DEH'  ISTORIE  FIORENTiE 


DI 


SCIPIOIVE  AMMIRATO 

LIBRO  VENTOTTESIMO. 


Anni   1502-1512. 


.1-  ra  le  molte  dispule  e  discorsi  fatti  fra  cittadini  per  rior- 
dinare in  qualche  modo  il  governo  della  città,  sopra  tutti 
gli  altri  infìno  in  tempo  del  passato  gonfalonerato  questo 
era  paruto  il  migliore ,  che  per  allora  un  gonfaloniere  a 
vita  si  creasse,  il  quale  attendendo  con  ferma  e  perpetua 
sollecitudine  a  provvedere  a'fatti  della  città,  non  lasciasse 
esposte  a  moltissimi  inconvenienti  ,  che  porta  con  seco  la 
spessa  mutazione  de' magistrali,  le  cose  pubbliche.  Ma  giu- 
dicando tulli,  che  a  cosa  di  lanta  importanza  non  si  do- 
vesse por  mano  senza  averne  prima  impetrato  l'aiuto  di- 
vino, si  fece  a'  21  di  seltembre  venir  nella  città  la  tavola 
di  Nostra  Donna  dell' Impruneta;  le  cui  processioni  essendo 
solennemente  celebrate,  fu  per  il  dì  seguente  deliberato  il 
consiglio  generale,  nel  quale  non  dovendo  intervenire  me- 
no di  millecinquecento  cittadini ,  ve  n'  intervennero  senza 
dar  noia  lo  specchio  duemila.  Furonne  nominali ,  essendo 
a  ciascuno  libero  il  nominare,  duegentoventisei,  de' quali 
soli  dieci  furono  dell'  arte  minore.  E  tutti  costoro  andati  a 
partito,  vinsero  per  la  metà  delle  fave,  e  una  piìi  come  si 
era  deliberalo,  tre  solamente,  Antonio  Malegonnelle  dottor 
di  leggi,  Giovacchino  Guasconi  e  Piero  Soderini  lutti  e  tre 
nobili,  e  per  molte  lor  qualità  non  indegni  di  tanto  giudi- 
zio; nel  che  si  potè  veramente  comprendere,  che  il  popolo 
negli  universali  non  rimane  ingannato.  Rimandati  lutti  e  tre 
Amst.  Vol.  V.  30 


466  dell'  istorie  kiokentixb 

a  parlilo  h  seconda  e  terza  volla  (che  ancor  questo  si  era 
proposlo  )  vinse  Piero  Soderini  ,  la  cui  età  non  passnTa  di 
gran  lunga  il  cin  quanlesirao  anno,  a  cui  le  ricchezze  bene 
acquisiate  aggi  nngevan  riputazione,  e  quello  che  negli  altri 
uomini  è  spezie  d'  infelicità,  che  è  il  mancar  de' figliuo  i,  in 
lui  per  bene ticio  della  patria  fu  riputato  felicissimo,  toglien- 
dosi egli  l'occasione  di  sollevar  V  animo  a'  concelli  maggiori. 
Insieme  col  gonfaloniere   a  vita,  il  quale  incominciò  a  eser- 
citare il  suo    ufficio  a  calen  di    novembre,   fu  dato  il  princi- 
pio alla  ruota    nel  pala^rio  del  podestà,  levato  via  non    solo 
r  appello  al  capitano  di  Firenze,  ma  il  magistrato  del  capi- 
tano istesso.  In  questo  ufficio  convengono  cinque  dottori  di 
leggi,  i  quali,  secondo  gli  ordini  e   statuti   della  città,  deh- 
ban  decidere  i    piati  civili  con  l'appello  ad  alcuno  di  loro, 
e  dal  cui  ordine  si  creava  scambievolmente  il  podestà.  Ap- 
pena era  nel  modo,  che  si  è  dello  stabilito  il  governo  della 
Repubblica  ,  che   da  una  dieta   fatta  nella  magione  in    quel 
di  Perugia,  ove  intervennero  alcuni  della  famiglia  Orsina, 
Vitellozzo,  Gio.    Paolo  Baglione,    Liverolto  da   Fermo    e  i 
rainis'.ri   di  Gio.  Benlivoglio  e  di  Pandolfo  Petrucci,  furono 
i  Fiorentini  richiesti  di   aiuto  e  di  favore  conira  V  arme  dei 
Valentino,  di  cui  stali  eglino  soldati  e  amici  avcan  preso  so- 
spetto gr^indissimo,  poiché  conosciuto  per  nimico  dell'umana 
generazione,  e    per   uomo  ohe  ne  a' nemici  serbava  alcuna 
fede,  procurando  ogni  cosa  di  sottomettere  alla  sua  crude- 
lissima  libidine,  erano  slati    costretti  per   timor  della   pro- 
pria salute  a  prender   questa  delil>erazione,  promellendo  in 
premio  degli  aiuti,   che  da  loro  ricevessero  la    reslituzif>ne 
di  Pisa  ;  la  quale   mostravano  esser  facile  ad  eseguire  per 
r  autorità,  che   avea  co' Pisani  Pandolfo  Petrucci   Non  pre- 
stò orecchie    a  queste  proferle  il  nuovo   gonf.ihvniere .    ne 
alcuno  de' Dieci,  sì  perchè    l'esecuzione  era   dubbia,    e  il 
pericolo  cerio,  recandosi  addosso  l'odio  del  Valentino,,  e 
sì  perchè  disposti  a    seguitar  la   fortuna  di  Francia,    erano 
deliberati  non  metter  mano  a  simili  imprese  senza  parteci- 
parle prima  col  re;  oltre  il  tnmore  qualunque  vincesse  per 
esser  molto  cresciuto  di  forze.  Fu  questa  deliberazione  ap- 
provata dall' avvenimento ,   perchè  avendo  il   Valentino,  se- 
condo il  suo  astuto  procedere  con  varie  arti,  o  addormen- 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  4<;7 

tato,  0  scompagnati  niraici,  e  col  medesimo  arlificio   ragù- 
natane  poscia  una  parie  in  Sinigaglia,  fece  per  celebrar  l'ul- 
timo giorno  dell'anno  con  alcuna  delle  sue  solile  scellera- 
ratezze    strangolare  Vilellozzo   e    Liverotlo  ;   siccome    non 
molto  da  poi  ne' primi  giorni  dell'anno  1593   tra  dal  padre 
e  da  lui,  e  Paolo  Orsino  ,  e   il  cardinale  e  il  duca  di  Gra- 
vina tutti  e  tre  Orsini  furono  strangolati.   Delle    cui   morti 
dicendo  egli  averne  fallo    egli  un  gran   servigio   a'  Fioren- 
tini, gli  fu  mandato    Iacopo  Salviali  ,   non  tanto  per  ralle- 
grarsi seco  de"suoi  prosperi  avvenimenti,  benché  questo  fusse 
il  titolo  della  legazione,  quanto    per    praticar  con  esso  lui 
lega  e  confederazione,  e  per   vegghiare  che   di    Siena,    di 
Pisa  e  di  Lucca  non  s'insignorisse,  il  che  parea  che  fusse 
il  suo  intendimento  ;  onde  restata  la  Repubblica  in  mezzo 
delle  sue  forze  .  venisse  a  cad^-rgli   in    seno  per  forza.  Ma 
non  polè  il  Salviali  impedirgli  che  ei  non  cacciasse  di  Siena 
il  Pelrucci,  il  quale  benché  poco  amico  de' Fiorentini,  era 
in  ogni  modo  per  esservi  sempre  più   tollerato  che  il  Va- 
lentino; per  questo  fu  fatto  intendere  al  re  di  Francia ,  va- 
cillando   massimamente  il  suo  slato  nel    reame  di    Napoli  , 
che  non  tornava  comodo  alle  cose  sue,  non  che  a  quelle  dei 
Fiorentini,  il  lasciar    tanto  crescere    il  duca,  perchè  venia 
confortalo  alla  restituzione  del  Pelrucci.  Delle  quali  ragioni 
fatto  il  re  capace,    mandò  a  Firenze    Francesco  da  Narni , 
per  la  cui  opera   passato  eh'  ei  fu  al  Valentino,  il  Pelrucci, 
fu  a  Siena  restituito,  e  il  Salviali  senza  chieder  altro  di  lega 
fu  richiamalo.  Da  queste  tempeste  e   pericoli  della  Repub- 
blica   prese    occasione    Luigi  Mannelli,   uomo   sedizioso   di 
biasimar  lo  stato  presente,  avendo  con  una  lunga  orazione 
imparata  a  mente  cercato  di  mostrar,  nel  gran  consiglio,  che 
la  venuta  del  Valentino,  e  il  caro  del  grano  era  stalo  d'or- 
dine del  gonfaloniere  e  de' cittadini  maggiori  per  assediare 
il  popolo,  e  altre  simili  pazzie;  per  conto  della  qual  cosa, 
come  che  fusse  comune   opinione,  e  timor  di  lui    medesi- 
mo ,   che   avesse  a    perderne  il  capo  ,  fu   per    opera    prin- 
cipalmente del  gonfaloniere,  acciocché  il   suo  imperio  non 
incominciasse  col    sangue  ,  confinalo  per  dieci  anni  fra    le 
quindici  miglia  ,  e  ammunito  per    sempre.  Questa   modera- 
zione del  Sederini  fé  sentire  al   popolo  con  tanla  maggior 


468  dell'istorie  fiorentine 

'  allegrezza  le  soddisfazioni  e  accrescimenti  della  sua  casa, 
avendo  il  pontefice  l'ultimo  giorno  di  maggio  crealo  gli  car- 
dinale il  vescovo  di  Volterra  suo  fratello.  Nò  perciò  s'e- 
rano tralasciale  l'opere  raililari,  essendo  stato  condotto  il 
bagli  d'Occan  nobile  francese  con  cinquanta  lance  :  il  che 
era  stalo  fallo  si  per  tenere  a  freno  il  Valentino,  veggendo 
l'amicizia  de' Fiorentini  col  re  mantenersi  tuttavia  fresca,  e 
sì  per  dare  il  guasto  a' Pisani,  essendo  finalmente  stato  giu- 
dicalo parlilo  più  sicuro  l'andarli  tuttavia  assottigliando, 
che  con  metter  tutte  le  forze  insieme  suscitar  qualche  gran 
inovimonlo  in  Toscana.  Furono  eletti  coramessarj  Antonio 
Giacoraini  fatale  a  questa  impresa ,  e  non  molto  dopo  Pier- 
francesco  Tosinjihi-  L'esercito  fu  di  trecento  uomini  d'ar- 
me ,  di  dugento  cavalloggieri ,  tremila  fanli ,  e  gran  numero 
di  guastatori.  I  quali  avendo  infin  de' 23  di  maggio  inco- 
mincialo a  guastare  il  paese,  fu  mossa  da' Pisani  in  Lucca 
qualche  pratica  d'accordo;  ma  conosciuta  essere  più  tosto 
per  differire  i  lor  danni  che  per  altro ,  perciocché  doman- 
davano il  dominio  di  Pisa  libero,  si  prosegui  a  dar  il  gua- 
sto, il  quale  finito  di  dare  a' 13  del  mese  di  giugno,  s'andò 
subito  a  campo  a  Vico  Pisano.  Eranvi  dentro  cento  Sviz- 
zeri ,  a'  quali  avendo  il  Itagli  promesso  di  dare  una  paga  , 
fu  facile  persuadere  che  se  n'uscissero,  onde  quelli  diden- 
tro due  giorni  dopo  fur  coslrelli  rendersi  a  discrezione. 
Quindi  si  dirizzarono  alla  Vcrrucola ,  la  quale  per  iscoprire 
le  cavalcate  de' Fiorentini ,  essendo  posta  in  luogo  alto,  e 
darne  segno  a'Pisani ,  era  del  continuo  quasi  stata  uno  slecco 
a  gli  occhi  della  Repubblica  ,  e  perciò  in  tutta  questa  guer- 
ra ,  benché  in  vano  ,  era  con  ogni  studio  sialo  procurato 
(V  averla.  Ma  non  polendo  a  questa  volta  reggere  all'  arti- 
glierie, che  con  gran  difiìcoltà  vi  furon  condotte  per  l'a- 
sprezza de' monti,  o  che  ciò  fusse  stato  un  colore  per  ri- 
coprir la  viltà  de'  difensori ,  a'  diciotto  s'  arresero  ancor  e- 
glino  salvo  le  persone  e  l'avere.  Sarebbesi  agevolmente  se- 
guitato a  far  progressi  maggiori  con  questi  lieti  principj  , 
se  la  città  non  fusse  stata  costretta  concedere  il  bagli  d'Oc- 
can con  dugento  lance  a  monsignor  della  Tramoglia  ,  che 
con  titolo  di  capitano  generale  del  re  era  calalo  in  Italia 
|)er  passare  all'impresa  del  reame  di  Napoli,  per  virtù  del 


LIDRO    VENTOTTESIJIO.  469 

gran  capitano  in  gran  parie  pervenuto  sotto  l'imperio  degli 
Aragonesi,  incontro  al  quale  fu  ancor  mandato  Alamanno 
Salviaii.  Onde  g'i  afTanni  de' Pisani  di  verso  terra  posarono, 
ma  sold.ironsi  due  galee  sottili ,  e  un  baloniere  in  Livorno 
per  guardia  della  foce  d'Arno,  acciocché  per  quella  via  non 
venisse  dalo  loro  alcun  sussidio.  Fece  dopo  1'  entrata  s'ot- 
tenne nella  citlà  il  cardinale  Soderini,  essendo  ritornato 
dall'  ambasceria  di  Francia  con  onore  grandissimo  fattogli  da 
lutti  gli  ordini  de'  cittadini  e  de'  magistrali.  E  non  corse 
lungo  tempo  in  mezzo,  che  con  letizia  di  tutta  Italia  giun- 
sero avvisi  rerlissimi  della  mone  di  papa  Alessandro  ,  sli- 
mata per  molli  conti  utile  a' Fiorentini,  ma  soprallullo,  per- 
chè peggiorando  le  cose  de' Francesi  nel  reame,  non  eran 
sicuri,  che  il  Valenlino,  il  quale  del  molestare  la  città  niu- 
n' altra  cosa  che  il  rispetto  di  Francia  il  riteneva,  non  avesse 
a  travagliarli,  vrggendo  massimamente  che  egli  avea  vello 
l'animo  a  insignorirsi  di  Pisa;  la  quale  perseverando  in 
tentar  prima  qualunque  pessima  condizione,  che  di  ritornar 
sotto  l'imperio  de' Fiorentini,  si  era  novcllimente  offerta  di 
ricever  per  suo  signore  il  Valenlino,  e  eransene  tenute 
pratiche  in  Roma  col  pontefice  istesso  mollo  strette.  Suc- 
cedette la  morte  di  Alessandro  a' 18  d'agosto,  né  prima 
che  a' 16  di  settembre  si  serrò  il  conclave  per  la  poca  si- 
curezza, nella  quale  si  vedeano  i  cardinali  circondati  da 
ogni  canto  dall'arme  de' Francesi,  degli  Spagnuoli,  de' ba- 
roni romani ,  e  del  duca  Valentino,  il  quale  benché  restato 
infermo  dalla  potenza  del  veleno  ,  che  aveva  ucciso  il  pa- 
dre, non  avea  in  tal  frangente  mancato  con  la  prontezza 
dell'  ingegno  a  se  stesso.  In  questo  mezzo  tempo  avendo 
molti  signori  cercalo  di  ricuperar  gli  antichi  stali  occupati 
loro  dal  duca  Valentino  ,  parve  al  gonfaloniere  e  a'  Dieci 
che  ,  per  levarsi  sì  fiero  vicino  da  presso  ,  si  dovesser  con 
ogni  studio  favorir  soprallullo  quelli  della  Romagna;  onde 
col  lor  favore  Francesco,  fratello  naturale  d' Astorre  Man- 
fredi già  strangolato  dal  Valentino,  fu  rimesso  in  Faenza  ; 
e  Antonio  Ordelaffì,  poiché  i  Riarij  n'eran  fuori,  in  Furlì , 
né  al  signore  di  Piombino  si  mancò  de' medesimi  aiuti.  E 
parendo  che  i  Venezioni  in  queste  novità  avessero  animo 
(V  insignorirsi    della   Romagna ,    e    di  volere   specialmente 


470  dell' ISTOKIE    FIORENTINE 

mandar  il  campo  a  Faenza  ,  si  spedì  con  gran  frell.i  com- 
messario  a  Cas(roiaro  Pierfrancesco  Tosinf^hi,  e  non  mollo 
dopo  vi  si  volse  con  cinquanta  uomini  d'arme  il  martheso 
dal  Monte  ,  a  cui  s'  agt^iiinsero.  Irtcenlo  fami  sollo  Piero 
della  medesima  famiglia.  Fu  similraenle  mandato  a  Modi- 
gliana  Antonio  Giacomini  ,  e  in  Furli  Chiriaco  con  cinque- 
cento fanti ,  non  giudicando  far  molto  avanzo  se  in  luogo 
del  Valentino  v'entrassero  i  Veneziani.  Nel  mezzo  de  quali 
preparamenti  succedelte  sei  dì  dopo,  che  fu  serralo  il  con- 
clave la  cri  azione  del  nuovo  pontefice.  Fu  costui  Francesco 
Piccolomini  già  detto  il  cardinale  di  Siena,  e  nipote  per 
lato  di  sorella  di  Pio  II  ,  il  quale  o  per  memoria  del  zio,  o 
per  dare  alcun  indizio  del  suo  animo.  Pio  III  volle  esser 
chiama  o.  Era  pervenuto  all'età  di  6Ì-  anni,  de' quali  4:*. 
n"era  vissuto  cardinale,  e  tra  per  esser  sialo  mollo  adope- 
rato da*  passjiti  pontefici  ,  e  per  esser  di  lodati  coslumi  se 
n'aspettava  un'ottimo  pontificato.  Non  fu  la  Republilica  l.inla 
a  eleggergli  onorevole  ambasceria.  Questi  furono  Cosimo 
de' Pazzi  vescovo  d  Arezzo,  Antonio  Malegonnelle,  e  Fran- 
cesco Pepi  amendue  dottori  di  leggi  Tommaso  Sederini  ni- 
pote del  gonfaloniere,  e  Matleo  Strozzi.  I  quali  mentre 
s'  apparecchiano  per  comparir  con  splendore  e  onorcvolezza 
in  corte  ,  avendo  il  papa  a  fatica  celebrata  la  sua  corona- 
zione rollavo  dì  d'ottobre,  il  diciottesimo  poi  dell'  istesso 
mese  pose  fine  al  pontificato  e  alla  vita.  Non  sosteneva  ìa 
qualità  de'  tempi ,  che  si  menasse  in  lungo  la  creazione  del- 
l'allro  pontefice,  soprastando  per  T  arme  di  due  potenlissimi 
re  in  Italia  ad  ogn' ora  di  gravi  pericoli,  onde  dopo  cele- 
brale r  esequie  di  Pio  ,  non  entrarono  i  cardinali  così  pre- 
sto in  conclave  ,  che  con  maraviglioso  consenlimento  di  lutti, 
fu  la  notte  a  cui  seguiva  il  iirimo  giorno  di  novembre  pro- 
mosso a  pontefice  Giuliano  delia  Rovere  detto  il  cardinale 
di  S.  Piero  in  Vincola,  e  nipote  ancor  egli,  ma  per  lato 
di  fratello  di  Sisto  IV,  la  cui  autorità  nel  collegio  de'car- 
dinali  era  grandissima  ,  non  tanto  per  le  molte  ricchezze 
»he  avea  ,  non  gli  mancando  in  ciò  de' compagni,  quanto 
che  con  maravigliosa  altezza  d'animo  avea  sostenuto  l'odio 
e  r  inimicizia  d' Ale-ssandro.  E  perchè  essendo  riputato  uomo 
scbiello  e  veiacc,  era  sopra  tulli  gli  altri  solito   di  mante- 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  47 i 

nere,  non  ostante  qualunque  pericolo,   la    ecclesiastica  li- 
bertà, e  di  faxorire  con  efficace  spirilo  la  maestà  della  re- 
ligione ,  e  della  sedo  apostolica.  A  costui,  il  quale  non  in- 
degnamente, Giulio  II  volle  esser  chiamalo,  furono  eletti  i 
medesimi  ambasciadori ,    se  non  che  in  luogo    del    Pepi  fu 
messo  Guglielmo  Capponi  protunolario  e    spedalingo   d'Al- 
topascio  ,  e  fuvvi  accresciuto  e  aggiunto  Francesco  Girolami. 
¥n  loro  commesso,  oltre  la  cerimonia  dell'ubbidienza,  che 
mostrassero  al  papa  il  pericolo  che  si  portava  grandissimo, 
che  la  Uoraagna  non    pervenisse  in  poter    de' V^eneziani  ,  i 
quali  e  col  terrore  dell'arme  loro,  e  co' favori  e  intelligenze 
di  Dionigi  di  Naldo ,  e    del  conte  Rnmberto    da  Sogliano  , 
non  solo    aveano  uccupalo    Valdilamona ,    S.    Arcangelo    e 
Verrucchio ,  e  altri  luoghi  de'Malatesti ,  ma  cransi  insigno- 
riti di  Faenza  ,  non  essendo  giovali  a  nulla    gli    aiuti  man- 
dativi da' Fiorentini-,  a'quali  però  prr  patti  falli  da'Faveniini 
non  fu  falla  alcuna  villanìa.  Questi  ricordi  trovando  l'animo 
del  pontefice  per  sua  natura  disposto  a    riceverli ,    produs- 
sero in  processo  di  tempo  effetti  mollo  notabili,   ancorché 
si  scusassero  per  allora  i  Veneziani  aver  ciò  fatto  ,   perchè 
i  Fiorentini    non  se    n'insignorissero,    e  nondimeno    diffe- 
rendo il  restituirla  al  pontefice,  attendevano    a    fermarvi  ii 
piede.  In  questi  tempi  essendosi  alcune  genti  del  duca  Va- 
lentino   condotte  in    Cortona  senza   salvocondotlo  ,    furono 
con  non  piccola    preda,  e    a  gara  da' paesani  ,   a'quali  era 
egli  non  molto  prima  stalo  tremendo,  svaligiate  Ma  increbbe 
profondamente  alla  Repubblica  la  novella  della    rotta  avuta 
da'Francesi  negli  estremi  giorni  dell  anno  in  su'l  Garigliano 
nel  reame  di  Napoli,  ove  morì  il  bagli  dOccan    suo   con- 
dotliere,    la   quale    mitigò   nondimeno  in  qua'che    parie    la 
morte  di  Piero    de'  Medici  ,    essendo  ilo  a   fondo  in    su  la 
foce    del  già    detto  fiume    un  Ugno  carico    d'alcuni    pezzi 
d'artiglierie,  su'l  quale  egli  con    alcuni  altri    gentiluomini  , 
che  per  salvarle  a  Gaeta  ve  1'  avean  messe  ,    si    ritrovava  ; 
però  che  in  Piero  se  ben  fu  da  molti  desiderata  prudenza, 
concorreva  senz' alcun    dubbio   ardire,    e   col  desiderio  di 
ritornare  alla  patria  varie  intelligenze,  e  amici;  e  quel  che 
era  di  grande  importanza  la    chiara  memoria  del   padre  ,  e 
l'antica  riputazione  della  famiglia  ,  le   quali    cose  facendoli 


472  dell'  istorie  fiorentine 

cotitiiiuamentc  tenlar  diversi  disegni  e    imprese  ,    nulrivano 
in  un  perpetuo  sospetto  i  cittadini  contrarj  alla  sua  fazione, 
e  teracvasi  comiinemente  dagli  amatori  della  quiete,  che  ad 
ogni  occasione  non  nascesse  cosa,  che  avesse  con  rovina  di 
njolti  a  metter  sossopra  il  presente  stato  della  Repubblica, 
che  per  lo  moderato  reggimenlo  del  gonfaloniere    incomin- 
ciava sopra  modo  a  piacere  a  ciascuno.  Ma  bisognando  per 
le  cose  succedute  far  nel  principio  del  nuovo  anno  1504  di- 
verse preparazioni ,  mandossi  ambasciadore  a    Consalvo  ,  il 
quale  dopo  la  vittoria  avuta  nel    Garigliano ,    fu    da' sold.il; 
chiamato  il  gran  capitano  ,  Pierfilippo  Pandolfìni ,  acciocchc* 
con  ogni  studio  procacciasse  di  renderlo  sì    benivolo ,  per- 
chè egli  non  volgesse  parte  delle  sue  genti  io  quel  di  Pisa, 
sapendo  molto  bene  quanto  quella  città   fosse   stata  oppor- 
tima  al  suo  re  per  le  cose  del  reame  di  Napoli.  Al   pon  e- 
fìcc  fu  incontanente  restituita  Citerna ,  che  nella  morte  d'A- 
lessandro era  pervenuta  in  potere  della  Repubblica ,  si  per 
non  tirarsi  addosso  lo  sdegno  d'un  papa  del    concetto  che 
ora  Giulio,  e  sì  per  dare  esempio  a' Veneziani,  che  il  me- 
desimo ancor  eglino    facessero   restituendo   Faenza.  In  che 
fu  senz'  alcun    fallo  la  celebrala    prudenza  di  quel  senato  . 
vinta  di  gran  lunga  dal  sollecito  e    accorto    provvedimento 
de'  Fiorentini  ,  essendo  verissimo  quel  proverbio    volgare  , 
che  altri  dee  mostrare  di  donar  quel  che  non  può  vendere. 
Ma  non  parendo  queste  provvisioni  bastanti ,  ancorché  fos- 
se intorno  a' 10  di  febbraio  fitta  tregua   tra  i  re  di  Francia 
e  di  Spagna  ,  nella  quale  i  Fiorentini  venivan    nominati  da 
Francia  ,  fu  giudicato    partito    necessario  il    provvedersi  di 
genti  per  non  rimaner  preda  di  (hi  volesse  assalirli.  E  ben- 
ché una    pratica  tenuta    con  Fabrizio  Colonna    di  condurlo 
per  capitano  generale  fusse  riuscita  vana  ,  non  volendo  egli 
obbligarsi  d'aver  a  militare  contro  il  gran  capitano  ;  il  che  per 
gli  accidenti  che  poleano  nascere,  non  pareva  a  proposilo. 
Soldaronsi  nondimeno  sotto  Giovanni  Paolo  Baglioni,  sotto 
Marcantonio  Colonna,  sotto  il  covile  Lodovico  della  Mirando- 
la, e  sotto  Jacopo    e    F.,uca  Savelli  dugentosessanta   uomini 
d'arme,  e  sotto  altri  capitani  cavalleggieri  dugenlosettantacin- 
que.  Fu  dato  titolo  di  governatore  generale  ad  Ercole  Benlivo- 
glio,  e  perchè  s'accostava  la  primavera,  e  stiraavasipcrciascu- 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  4V3 

no,  che  il  partilo   preso  di  dar  ogiranno  il  guasto  a' Pisani 
andava  a  camolino  d' insignorirsi  un  dì    con  minor  pericolo 
di  quella  città  ;    furono  soldati  per  questo  effetto    fanti  tre- 
mila. Partitosi  dunque  il  campo  di  Cascina  a  mezzo  maggio 
e,  passato  in  Yaì   di  Calci ,  andò  a  dare  il  guasto  per  quattro 
giorni  nel  paese  di  S.  Rossore,  e  quindi  tornato  in  Val  di 
Serchio  fece  il  medesimo  in  quella  contrada  ,  essendo  com- 
raessario  generale  Antonio  Giacomini.  Il  quale  per  non  ri- 
maner inferiore  all'  azioni  dell'anno  passato,  che  s'era  riac- 
quistalo Vicopisano  ,  e  la  Verrucola,  propose  che  si  tentasse 
Librafalta.  Posevi  il  campo  a'  venti  del  medesimo  mese,  nò 
fu  quello  inleramenle    finito,  che  la  terra,  ove    era    debol 
presidio  ,  fu  costretta  di  rendersi  a   discrezione.  Avuta  Li- 
brafatla ,  e  fermatesi  le  genti  al  Pogginolo    in    Val  di  Ser- 
chio, fu    qualche    consulla  se  si  dovesse,    non    ostante  le 
prime  deliberazioni,  andar  con  l' esercito  a  Pisa,  prestando 
la  fortuna,  come  il  più  delle  volte  avviene,    animo  e  riso- 
luzione eziandio   a'  timidi.    Ma    diverse  cagioni    ritennero  i 
Fiorentini  da  questa  impresa,  1' aver"  saputo  che  in  Pisa  era 
entrato  Rinieri  della  Sassella  con  Amico    Orsino  con  molli 
cavalli ,  che  i  Pisani    erano  da'  Sanesi,  da  Lucchesi  e  da'Ge- 
novesi ,    benché    tacitamente ,  stati    provveduti    di    secento 
fanti,  e  che  aveano  condotto  il  Bardella  da  Portovenere  fa- 
moso corsale  ,  perchè  con  un  suo    galeone  armato   tenesse 
loro  aperta  la  bocca  del  fiume,  onde  non  s'avea  a  sperare, 
che    raancasser  loro  vellovaglie    né  munizioni.  Per    la  qual 
cosa  non  parve  doversi  tentar  un' impresa  da  cui  si  potesse 
irar  più  danno  che  ni  ile.  Ma  il  Giacomini    volendo  sfogare 
parte  dell'ira  di  non  poter    acquistar  Pisa    contro  a  coloro 
che  glie  l'impedivano,  tra' quali  grande  instruraenlo  riputava 
i  Lucchesi ,  si  mise  due  volte  a  scorrere  il  lor  contado  con 
parie  dell'esercito;  onde  riportò  grandi   prede    d'uomini  e 
di  bestiami,  richiamandosi  in  vano  i  Lucchesi  di  queste  in- 
giurie al  re  di  Francia  ,   a  cui  avea  la  Repubblica   per  Nic- 
colò Valori  suo  ambasci adore  fatto  intendere    gli  oltraggi  , 
che  ricevea  continui  da  loro.  Ma  non    restando    per  ciò  di 
mettere  per  ogn' altra  via  in  maggior  strettezza    o  necessità 
ogni  giorno  i  Pisani,  e  sapendo  che  quella  del  mare  li  te- 
nea  vivi ,  si  condussero  tre  galee ,  che  si  trovavano  in  Pro- 


474  deCl'  istorie  fiorentine 

venza  del  re  Federigo.  Il  capitano  delle  quali  chiamato  Di- 
mas  Riccasens  arrivato  con  esse  a'  tre  del  mese  di  luglio  a 
Livorno,  incominciò  a  slrignere  grandemente  i  Pisani,  avendo 
a  prima  giunta  preso  un  lor  brigantino  con  di  molli  uomini, 
che  tutti  fur  messi  al  remo.  Ma  riuscendo  all'ardente  desi- 
derio di  riaver  Pisa  ogni  provvisione  insufficiente  ,    e    coD- 
chiudendosi    per  ciascuno ,    che    quando    Arno  fusse    tolto 
a' Pisani  si  lorrebbe  loro  quel    ()oco  di  spirito    che  li  man- 
tenca  vivi,  si  tentò  un'impresa;  la  quale  porgendo  nel  primo 
aspetto  speranza  quasi  sccura  di  conseguire  il  suo  fine  ,  fu 
in  poco  di  tempo  scoperta    vana ,  e  di  ninno    profitto.  Im- 
perocché essendosi  per  consiglio  d'ingegnieri  e    di  maestri 
d'acqua,  posto  mano  a  far  due  fossi  sette  braccia  profondi, 
e  di  larghezza    l'uno    venti,  e    l'altro    braccia  trenta    alla 
torre  della  Fagiana;  quando  s'incominciò  poi   a    far  la  pe- 
scaia, perchè  il  fiume  viclalogli  il  corso  usalo,  e  entrando 
per  i  fossi  già  delti  andasse  a  sboccare  nel  lago,  che  è  ira 
Pisa  e  Livorno,  avvenne  che  il  fiume  quasi  sdegnando  d'es- 
sergli impedito  il  solito  cammino  ,  incominciò  di  solto  a  ro- 
der l'antico  letto,  laiche  ne' fossi  che  rimanevano  alli,  non 
entrava  se  non  portatovi    dalla  violenza  di   qualche    piena  , 
e  benché  per  gli  ingegnieri  si  replicasse,    che    quando    la 
pescaia  fusse  interamente  finita  Arno   vi  verrebbe    a    porre 
del  continuo  materia  ,  e  da  se  medesimo    alzerebbe    il  suo 
letto  ;  nondimeno  essendosi  veduto,  che  dove  avean  promesso, 
che  con  trenta  o  Irenlacinquemila  opere  se  ne  verrebbe   a 
fine,  con  ottantamila  non  erano  ancora  alla  metà  di  quello 
che  s'  aveva  a  fare  ,  furono  colali   apparati ,  come  più  belli 
in  discorso    che  in  allo,    abbandonati.    Onde    pensando    a 
cose    di    maggior  frullo  ,  fecero  i  Fiorentini  alle   genti  che 
erano  nel  Pogginolo  passar  Arno  ,  le  quali   postesi  ad  Ari- 
gliene con  dare  il  guasto  a'  migli,  e  alle    biade,    incomin- 
ciarono   ad    affliggere  da  capo  i  Pisani,    a'  quali  i  fossi  se 
non  ad  altro,  aveano  ancor  fatto    questo    nociraenlo  ,    che 
da  essi  impediti    non    poleano  per  1'  avvenire  far   più  scor- 
rerie  nelle  colline.  Tolscsi  in  questo  tempo  la  pratica  a' Luc- 
chesi del  tulio  ,  essendo  certificati  i  Fiorentini  da  molti  lati 
non  esser  raiii  mancato  quii  popolo  di  soccorrer    con    ogni 
fitudio    e    spesa  i  Pisani,  che  da  tante   difficoltà  circondali 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  475 

non  lasiiaron  di  tentare  di  darsi  a'  Genovesi  ;  se  il  re  di 
Francia  dubitando  di  non  offender  in  questo  la  Repubblica 
in  modo,  che  ella  si  avesse  a  gillar  alli  Spagnuoli ,  non  l'a- 
vesse contraddetto  ;  oltre  che  il  lasciar  crescer  di  reputa- 
zione i  Genovesi,  non  parea  che  tornasse  comodo  al  re, 
sotto  il  cui  governamento  si  reggevano,  perchè  cresciuti 
d'animo  non  aspirassero  all'assoluta  libertà.  Ma  nò  alla 
Repubblica  mancavano  i  suoi  travagli,  essendo  quasi  sem- 
pre stata  dubbia  della  mente  del  gran  capitano,  il  quale 
avendo  mandato  sei  galee  sottili  nel  canal  di  Piombino,  si 
era  creduto  che  ciò  avesse  fatto  per  pigliar  le  tre  condotte 
da  lei,  0  per  dar  favore  alle  vettovaglie  che  fussero  per 
entrare  in  Pisa;  come  che  con  l'essersene  tosto  tornate  a 
Napoli,  questo  timore  fusse  con  la  medesima  prestezza  ces- 
sato. Avea  dato  ancor  qualche  sospetto  la  venuta  di  Barlo- 
lommeo  d'Alviano  con  molli  cavalli  in  Perugia  ,  tenendosi 
che  dal  fn  ro  e  inquieto  suo  animo  qualche  gran  movimento 
non  si  suscitasse,  e  nondimeno  e  non  fu  dubbio  la  sua  ve- 
nuta esser  slata  per  sbigottire  i  fuorusciti ,  acciocché  stante 
la  lontananza  di  Giovanni  Paolo  Baglioni ,  che  a'servigi  della 
Repubblica  si  ritrovava,  non  tentassero  col  favore  de'Co- 
lonnesi  di  rientrare  in  Perugia.  Ma  la  perdita  delle  galee, 
che  tornando  cariche  di  grano  imbolato  a' Pisani,  andarono 
a  traverso  nel  golfo  di  Uapalle  in  un  porto  chiamato  S.  Mar- 
gherita ,  furon  di  danno  grande  a'Fiorentini ,  come  trovasser 
la  fortuna  e  i  cieli  a  tutti  i  lor  disegni  nimici,  benché  altri 
attribuissero  ciò  al  mancamento  del  re  Federigo  signore  di 
esse;  il  quale  a' 9  di  novembre  quattro  dì  dopo  la  perdita 
delle  galee  si  mori  in  Torsi.  Ma  queste  avversità  non  alleg- 
gerirono le  miserie  e  strettezze  de' Pisani ,  che  divenuti  in- 
dustriosi dalle  molte  disagevolezze ,  che  li  opprimevano , 
con  nuova  astuzia  mostravano  di  voler  tentare  accordo 
co' Fiorentini ,  non  per  altro  effetto,  che  per  tirar  alla  lor 
difesa  per  necessità  così  i  Genovesi,  come  i  Lucchesi,  e  i 
Sanesi  insieme;  de*  quali  popoli  tenendo  i  Sanesi  occupato 
a'Fiorentini  Montepulciano,  i  Lucchesi  Pietrasanta  e  Mu- 
Irone,  e  i  Genovesi  Serezzana  e  Serezzanello ,  non  erano 
mai  per  permettere  giusta  lor  possa,  che  i  Fiorentini  di 
Pisa  s'insignorissero,   sapendo  che  pensarebbono  per  con- 


476  dell'  istorie  fiorentine 

seguente  a  ricuperar  da  loro  le  cose  perdute  ;  il  che  con- 
seguirono leggiermente,  somministrando  a  gara  ciascun  di 
loro  quelli  aiuti  che  potevano.  E  perchè  quest'anno  si  finisse 
in  pratiche  e  sospetti  senza  elTello  alcuno  d'importanza, 
essendosi  Bartolommeo  d'  Alviano  armato  in  Alviano  suo 
castello  ,  e  dubitandosi  che  egli  non  si  volgesse  per  la  via 
di  Piombino  nello  sialo  di  Pisa  ,  poiché  quella  di  Valdi- 
chiana  non  si  credea  per  le  grosse  terre  che  v'erano,  che 
fusse  per  riuscirgli ,  fu  mostro  al  signor  di  Piombino  il  pe- 
ricolo in  che  si  metlea  tirandosi  il  fuoco  in  casa ,  e  che 
guardasse  mentre  apriva  altrui  il  cammino  per  rubar  quel 
d'altri,  che  il  primo  ad  esser  rubalo  non  fiiss'egli;  avver- 
tendolo soprattutto  a  considerar  bene  quanta  fede  s'avpv.i 
a  prestar  così  all' Alviano  come  al  Pelrucci,  i  quali  facean 
traffichi  e  baratti  del  suo  slato  ;  dove  polca  della  Repub- 
blica viver  sicuro  ogni  volta  ,  cho  si  volea  ridur  a  memoria 
d'esser  col  suo  favore  slato  rimesso  in  istato-  Queste  erari 
le  azioni  che  andavano  attorno  verso  il  Ime  dell'anno  1504, 
le  quali  benché  tenessero  in  continui  pensieri  occupato  il 
gonfaloniere,  non  gli  impedivano  però  lo  studio  di  abbellir 
la  città,  secondo  la  toscana  magnificenza,  di  nuovi  ornamenti, 
onde  con  maraviglia,  anzi  con  stupore  di  quella  età,  fu  il 
settembre  passato  scoperto  il  Davit  di  Michelagnolo  Buo- 
narroti, giovane  infino  di  quel  tempo  di  non  piccola  slima, 
ma  il  quale  in  processo  di  lempo,  e  per  la  pittura,  e  per 
la  scultura,  e  per  1' archiletlura  (  nelle  quali  tre  arli  fu  ri- 
putato eccellentissimo  maestro)  salì  in  sommo  grado  di  ri- 
putazione ;  t;ilchè  come  fu  credulo  che  agguagliasse  la 
maestria  degli  antiL-hi  artefici,  così  per  giudizio  e  testimonio 
di  grandissimi  principi,  e  per  consentimento  universale  di 
tutti  gli  uomini  e  della  patria  sua  istessa  ,  da  cui  fu  ono- 
rato in  vita  e  in  morte  singolarmente ,  non  restò  inferiore 
alla  gloria  loro,  benché  abbattutosi  in  secoli  molto  diffe- 
renti intorno  1'  amore  e  la  stima  della  virtù.  Segue  1'  anno 
1505  nel  principio  del  quale  parve,  che  i  sospetti  che  la 
città  aveva  avuto  dell'  Alviano  per  se  ,  si  fussero  verificati 
in  altri ,  essendosi  scoperto  un  suo  Jrallato  in  Orvieto , 
avendo  alcuni  suoi  partigiani  fallo  uccisione  in  Rieti,  e  non 
senza  il  favore  e  appoggio    suo    commesso  ancora  i  Vitelli 


tlBRO   VENTOTTESIMO.  477 

degli  uccidiraenli  in  cillà  di  Castello.  Ma  non  era  ancor  ve- 
nuto il  tempo  di  spulare  il  suo  veleno  contro  la  Repubblica; 
la  quale  in  tanto  per  non  mancare  de'  solili  udìcj  co'signori 
vicini  e  amici ,  mandò  Francesco  Giiallerotti  a  Ferrara  per 
condolersi  della  morte  del  duca  Ercole  col  nuovo  duca  don 
Alfonso  suo  primogenito,  e  per  rallegrarsi  insiememente 
seco  del  nuovo  principato.  E  invero  non  era  del  duca  Er- 
cole ingrata  la  memoria  nella  cillà  ,  perciocché  e  i  Fioren- 
tini erano  slati  presti  a  soccorrerlo  nelle  guerre ,  che  egli 
avea  avuto  co' Veneziani ,  e  egli  avea  prima  militato  a'scr- 
vigi  della  Repubblica  ,  siccome  avea  fallo  il  marchese  Nic- 
colò suo  padre  già  erano  ottani'  anni  passali.  Nò  principe 
alcuno  fu  in  quel  tempo  ,  il  quale  essendo  sì  lunga  età  vi- 
vulo,  imperocché  egli  passava  il  settantesimo  anno,  fusse 
a  più  diversi  accidenti  slato  sottoposto  di  lui.  Conciossia- 
cosaché occupatogli  Io  stalo  da  due  fratelli  naturali,  ebbe 
lungo  tempo  a  far  vita  più  da  condoltiere,  che  da  principe. 
Prese  il  principato  non  senza  contesa  del  proprio  sangue, 
e  fatto  principe  vide  diserti  il  genero ,  e  il  suocero,  quelli 
duca  di  Milano,  e  questi  re  di  Napoli,  e  fu  egli  stesso 
molto  vicino  a  terminar  con  pari  fortuna,  e  la  vita  e  il 
principato.  Con  le  quali  cose  s'acquista  la  prudenza,  e  dato 
bando  al  fasto  e  all'orgoglio,  peccali  de' grandi,  si  vive  in 
buona  opinione  de' popoli.  In  questo  medesimo  tempo  ca- 
pitarono in  Firenze  Ire  ambasciadorì  d'Alessandro  re  di 
Polonia  (questa  fu  l'antica  Sarmazia  )  i  quali  andavano  a 
prestar  ubbidienza  da  parte  del  lor  re  al  pontefice,  onde 
mi  sono  più  volte  maravigliato  perchè  non  procaccino  i  pon- 
tefici che  questa  buona  usanza  sia  lor  mantenuta,  non  tanto 
per  r  istessa  lor  dignità,  che  per  beneficio  e  onorcvolezza 
di  quel  regno.  Fu  in  quel  verno  quanto  mai  grande  il  caro 
del  grano,  perciò  quel  che  non  era  altre  volle  avvenuto, 
se  ne  fece  venir  infino  d'Inghilterra  ,  ove  si  spese  cinquanta 
mila  scudi  d'oro.  Questo  condotto  a  Livorno,  fu  dato  or- 
dine por  esser  impediti  i  cammini  per  le  guerre  pisane,  che 
si  vendesse  a  Bibbona ,  ove  non  passasse  il  pregio  delle 
due  lire  ,  valendo  nella  cillà  mezzo  scudo  lo  staio.  Cosa  a 
cui  s'accrebbe  lode  col  biasimo  di  Giovanni  Bcntivoglio, 
che  dalla  medesima  carestia  assalito  cacciò  di  Bologna  tutti 


478  dell'istorie  fiouextine 

i  forestieri  con  le  lor  famiglie  ,  i  quali  per  lo  spazio  di  dieci 
anni  meno  vi  si  fussero  ammogliati,    anzi    il    popolo,  che 
dagli    accidenti  o  prosperi  o  infelici  e  usalo  a  interpretare 
i  segni    delia    giustizia    e    clemenza  divina,  i  tremoti,  e  i 
danni,  che  a  quella  città  in  quest'anno  accaddero,  attribuì 
poi  con  grandissima  fede  a  cotesta  crudeltà  del  Benlivoglio. 
Era  già  passato  il  verno  ,  e  essendo  col  nuovo   tempo    ve- 
nuto voglia  a  coloro  che  per  la  Bcpubblica   slavano  in  Ca- 
scina ,  di  far  alcun'  opera  segnalala  ,   parve  a  Luca  Savello 
di  tentar  i  Pis.mi  ad  uscir    a    combattere  ,    non  dubitando, 
quando  ciò  gli  riuscisse ,  per  esser  superiore  di  gente,  della 
vittoria.  E  stimando  che  ciò  verrebbe   leggiermente    fatto , 
ogni  volia  che  egli  corresse  a  predare  in  sul  loro ,  fece  con 
quattrocento  cavalli,  e  con  cinquecento  fanti  una  cavalcata 
di  là  dal  Serchio  ;  e  avendo  fatto  assai   buona   preda,  e  ri- 
messe alcune  vettovaglie  in  Librafalta,  mentre  a  grand'agio 
per  dar  tempo  a' Pisani,   che  lo  assalissero,    s'era  già  fer- 
mo di  là  del  ponte  a  Cappellese  posto  sul  fiume  dell'Osole, 
non  più  che  tre  miglia  lungi    di    Pisa,    Tarlatino    capitano 
de'Pisani  udito  il  rumore  della  preda,  uscì  subito  fuori  con 
quelle  genti ,  che  il  poco  tempo  gli  permise  di  mettere  in- 
sieme, lasciato  però  ordine,  che  quanto    prima  gli  altri  gli 
venissero  dietro.  Costui  ritrovato  che  alcuni  più  feroci  degli 
altri  erano  corsi  infino  a  san  Iacopo,  si  volse  sopra  di  loro, 
i  quali  ritirandosi  verso  il  ponte  per   congiugnersi   con   gli 
altri,  condussero  Tarlatino  tant'oltre,  che  scoperti  i  niraici 
e  il  Ponte  ,    conobbe    esser    pervenuto  in  parte  di  dove  il 
ritornare  non  era  men  pericoloso ,  che  l'avventurarsi  a  com- 
battere; la  qual  cosa  mostrata  a' suoi  con  brevissime  parole 
star  veramente  così  ,  e  dall'altro   canto  con  far  veder    loro 
la  confusion  de'nimici,  fatta  grande  la  speranza  del  vincere. 
E  sperando  che  dove  mancavano  i  conforti  supplirebbe  l'e- 
sempio, spinse  subito  con  grande  ardire  il  cavallo  verso  il 
ponte,  onde  benché  fusse  alquanto  ributtato,  porse  nondi- 
meno   animo  a  chi  li  veniva  dietro  di  far  il  medesimo  ,    e 
egli  ritornato  da  capo  con  impelo  grande    ad    urtar  chi  gli 
s'opponeva,    soccorse    uno    de' suoi,  a  cui  era  stalo  ferito 
il  cavallo,  e  in  un  tempo  medesimo  passò  con  la  furia  del 
suo  di  là  dal  ponte.  Non  furon  tardi  alcuni  altri  a  seguirlo. 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  479 

e  intanto  alcuni  fanti ,  che  avea  menali    con    seco ,    entrali 
infine  al  petto  nel  fiume,  lieti  del  felice  ardimento  del  lor 
capitano,  faceano  a  gara  di  passar    l'acqua,     e    di    venire 
co' Fiorentini  alle  mani.  I  quali  impediti  dalla  slrellczza  del 
luogo,  e  non  meno  dalla  confusione    de' muli    e    dell'altre 
bestie  da  soma  ,  che  dalla  moltitudine  di  loro  slessi  ,    non 
colli  però  all'improvviso,  ma  avendo  atteso  a  sommo  studio 
chi  li  assalisse  ,  quel  che  fu  cosa  maravigliosa  a  udire,  dopo 
qualche  breve  resistenza  si  pose  a  fuggire    tutto  il  numero 
che  si  è  dello  dinanzi  a  non  piìi  che  quindici  uomini  d'ar- 
me ,  quaranta  cavalleggieri ,  e  sessanta  fanti ,  che  con  tanti 
si  parti  il  Tarlatine  di  Pisa  ,   benché    poscia    ve    ne    fusse 
andato  sopraggiugnendo  alcun  altro.  Restarono  morti  in  que- 
sta mischia  venti  uomini,  furonne  menati  più  di  centoventi 
cavalli,  e  più  di  cenlo  fanti  prigioni,    e    tra   costoro  Cer- 
cotto  Tosinghi ,  e  il  Guicciardini  capitani  di  fanti.  La  qual 
cosa  die  tanto  vigore  e  baldanza  a'Pisani ,  che,  fatti  signori 
della  campagna,  correano  tulio  dì  a  lor  piacimento  il  paese, 
non  essendo  restale  tante  genti  in  Cascina ,    che    segli  po- 
tessero  opporre.  Per  questi  il  gonfaloniere  e  i  Dieci    deli- 
berarono ,  acciocché  non  si  ricevesse  alcun  danno ,  di  rico- 
noscere i  lor  uomini  d'arme,  i  quali  sparsi  per  le  marem- 
me, nelle  colline,  e  in  quel   d'Arezzo,    e    di    Perugia  si 
riducessero  in  sul  Pisano.  E  perchè  ciò  più  agevolmente  si 
menasse  ad  effetto  ,  furono  mandale  le  prestanze  a  ciascuno. 
Era  nel  numero  de'  condottieri  Giovanni  Paolo  Baglioni  capo 
di  centotrenlaeinque  uomini  d'arme,  il  quale,  sollo    scusa 
che  egli  era  costretto  fermarsi  in  casa  per  sospetto  de"  suoi 
nimici ,  ricusava  d' acccUare  la  rafferma  per  lo  tempo  avve- 
nire. La  qual  cosa  dando  gran  noia  alla  Repubblica,    dubi- 
tando che  queste    non    fossero    arti  di  Pandolfo    Petrucci, 
non  solo  per  vietarli  di  non  dare  quell'anno  il  guasto  a'Pi- 
sani ,  ma  per  poter  con  più  facilità  in  questi  scompigli  ten- 
tar la  restituzione  de' Medici  in  Firenze,    procurarono  con 
gran  diligenza  di  condurre  a  lor  soldi  il  marchese  di  Man- 
tova ;  la  qual  pratica  non  avendo  ,  benché  presso  che  con- 
conchiusa,  avuto  efTetto  alcuno,  e  stando  ciascuno  maravi- 
gliato della  riuscita  del  Baglione ,  fu  necessario  mandar  per 
ciò  persona  a  penetrar  la  sua  volontà  in  Perugia ,  la  quale 


480  dell'istorie  fiorentine 

non  potendo  riirar  altro,  se  non  che  egli  darebbe  alla  città, 
per  aver  un  pegno  della  sua  fede,    Malalesta  suo  figliuolo, 
fanciullo  allora  di  quattordici  anni ,  fu  costretta  la  Repub- 
blica, per  fuggir  maggior  pericolo,  di  condur  Malatesta  con 
quindici  uomini  d'arme,  non  cessando  intanto  di  riattaccar 
Ja  pratica  di  condur  il  marchese  di  Mantova;  la  quale  non 
ostante ,  che  egli  stesso    fusse    poi    venuto   in   Firenze ,  e 
fermo  il  soldo  e  i  patti,  ebbe    il    medesimo    fine.  Aveano 
contultociò    i    Fiorentini    in    animo  di  dar  in  ogni  modo  il 
guasto    a' Pisani,  se  1' Alviano ,  che  si  ritrovava  con  molte 
genti  in  campagna  di  Roma,  e  il  gran  capitano,  che  diceva 
aver  ordine  dal  suo  re  di  non  lasciar   perir    Pisa,  non  l'a- 
vessero ritenuti,  il  quale  fatto  sbarcare  a' 28  di  maggio  mille 
fanti  Spagnuoli  in  Piombino  ,    perciocché  era  quel  signore 
sotto  la  protezione  del  re  cattolico,  mostrò  che  alle  parole 
sarebber  seguiti  gli  effetti  se  fusse  bisognalo.    Era  ,  prima 
che  questa  armata  arrivasse  ,  stalo  spedito  a  Consalvo   Ru- 
berto Acciainoli ,  più  per  dar  tempo  in  mezzo  che  l'armala 
non  venisse ,  che  per  far  altro  effetto  ,  avendo  in  commis- 
sione di  dolersi  col  gran  capitano  ,  che  la  Repubblica  fusse 
impedita,  stante  la  tregua,  di  ricuperar  le  cose    sue;    ma 
chiarito  ,  che  egli  non  consentirebbe  che  Pisa  fusse    mole- 
slata ,  fu  nel  resto  assicurato,  che  egli  non  nuocerebbe  alla 
Repubblica.  Parendo  al  Petrucci  il  tempo  opportuno  di  ca- 
vare qualche  frutto  da' Fiorentini  circondati  da  queste  diffi- 
coltà ,  mandò  un  suo  uomo    segretamente    al    gonfaloniere 
Sederini,  facendogli  intendere,  che,  per  alcune  cose    che 
andavano  attorno,  egli  era  costretto  di  dichiararsi.    E    che 
per  questo  egli  si  profferiva  d'  aiutar  la  città  con  cento  uot 
mini   d'arme    per    quell'anno,  e  con  cinquanta  per  l'anno 
seguente  per  la  ricuperazion  di  Pisa  ,  e  prestargli  ogn'altro 
aiuto  e  favore  possibile  per  conto  di  queir  impresa  ;  purché 
la  città  air  incontro  ,  ma  non  prima  ,  che  dopo  la  ricupera- 
zione di  Pisa,  fusse  tenuta  cedergli    tulle    le    ragioni    che 
aveva  in  Montepulciano.  Richiedeva  ancora  ,  che  si  lasciasse 
Juogo  aperto  a' Lucchesi    per    poter    fra    lo    spazio  di  due 
mesi,    sotto    i    medesimi  patti  di  Pietrasanta,  d'entrare  in 
quella  amicizia.  Alle  quali  profferte  essendosi  prestali  orec- 
chi, ma  differendosene    il    deliberarne  per  alcuni    cittadini 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  481 

d'aulorità,  che  non  consentivano  a  così  dannoso   accordo, 
l'uomo  del  Pelrucci,  a  cui  questa  mala  soddisfazione    non 
era  nascosta,  se  ne  tornò  al  suo  signore  senz' altra  conclu- 
sione ;  perchè  il  Pelrucci  si  volse  a  dar  favore  all'Alviano, 
acciocché  mettendo  i  Fiorentini    in    necessità,   venisse  per 
forza  a  piegarli  a' suoi  desiderj.  Era  TAlviano  sdegnato  con 
Consalvo,  il  qu;ile,  cacciali  i  Franzesi  del  regno ,  e  restate 
le  cose  quiete  in  quel  paese,  avea  a  lui,  e  a  ciascun  altro, 
per  scornare  le  grandi  spese  falle  nelle  guerre  passale,    di- 
minuito le  condotte;  perchè  non  parendo    all'Alviano  par- 
tilo di  sfornirsi  di  lauti  soldati   e   capitani ,   clic  da  lui  de- 
pendevano,  e    sostener  non  li  potendo,  cercava  occasione, 
come  uomo  d'animo  feroce  e  inquieto,  di  briga,  e,  secondo 
r  esempio  della  passata   milizia  per  poter  taglieggiare  i  po- 
poli a  suo  modo  ,  di  diventar  capitano  di  ventura.  Onde  al 
Pelrucci,  che  purché   egli    assaltasse  i  Fiorentini,  gli  pro- 
mellea  favori  di  vettovaglie  e  di  fanti ,  porse  volentieri  au- 
dienza  ;  e  avendo  messo  insieme    più    di    dugenlo    uomini 
d'  arme ,    e    altrettanti  cavalleggieri  con  più  di  cinquecento 
fanti ,  e  essendo  seguitalo  da  Giovanni  Luigi  Vitello,  e  da 
Giovanni  Currado  Orsino  si  vedea  manifestamente  drizzarsi 
a' danni  della  città.  Uicorsero  i  Fiorentini  a' riraedj,  e,  oltre 
i  propri,  a  gli  aiuti  altrui-  1  quali  negatigli  dal  re  di  Fran- 
cia da  cui  più  speravano,  allegando  non  esser  tenuto  a  soc- 
corrergli secondo  le  convenzioni    che    aveano    insieme ,  se 
prima  non  gli  erano    pagati    i   trentamila    ducati ,    che    per 
conto  della  protezione  gii  eran  tenuti,    l'ebbero    dal    gran 
capitano  in  cui  non  faceano  alcun  fondamento,   non    esisli- 
mando  egli  cosa  utile  per  lo  suo  re  ,  che   le  cose    d' Italia 
si  turbassero  ,  perchè  non  solo  mandò  a  fare   intendere  al- 
l'Alviano  già  mosso  ,  che  di  molestare  i  Fiorentini  si  rima- 
nesso,  ma  a'Fiorentini    islessi  permise    che  potessero  ser- 
virsi de' fanti  da  lui  mandali  a  Piombino,    purché  da  Mar- 
cantonio Colonna  lor  soldato  fusser    comandati  se  l'Alviano 
li  travaiiliava.  Era  già  l'Alviano  il  secondo  giorno  d'agosto 
pervenuto  con  le  sue  genti  per  1j  via  di  Maremma  nel  piano 
di  Scarlino  in  un  luogo    dello    la    Macchia,  ove  avendo  al 
messo  del  gran  capitano  ,   che  quivi  il  soggimise    orgoglio- 
samente risposto  ,  che  essenJo  libero  della  sua  coudottn  non 
Amm.  Vou    V.  31 


^82  dell'istorie  fiorentine 

a\  ea  alcun  obbligo  seco ,  parca  che  volesse  riconoscer  Cain- 
piglia  Icrra  de'Fiorcnlini.  Ma  risconlralisi  cento  cavalli,  man- 
dali da  lui  per  questo  effetto,  in  alcuni  pochi  cavallcggieri , 
«'  non  più  che  cenlolrcnla  fanti  di  Marcantonio  Colonna  , 
che  da  Kiorcnlini  era  stalo  mandalo  alla  guardia  di  Gampi- 
glia,  e  venuti  con  esso  loro  alle  roani,  perchè  maggiori  di 
numero,  si  distaccarono  con  disvantaggio,  incominciò  tosto 
lAlviano  a  conoscere,  che  egli  troverebbe  tuttavia  mag- 
giori difficoltai,  che  prima  non  si  avea  proposto  nell'animo, 
perciocché  il  Pelrucci ,  il  quale  se  non  vedca  progressi 
maggiori  ,  non  inlendea  di  scoprirsi  affatto  ,  benché  tacita- 
mente di  vettovaglie  il  sovvenisse,  non  T  ave\a  ancor  man- 
dalo i  fanti  promessi.  Né  di  Giovanni  Paolo  Baglione,  da 
cui  si  credca  d'aver  avuto  intendimento  di  esser  sovvenu- 
to, appariva  dimostrazione  alcuna,  attendendo  egli,  secondo 
la  cautela  usala  dal  Pelrucci,  di  veder  effetti  più  vivi.  Il 
qual  Pelrucci  tenendo  per  mezzo  di  continue  e  spesse  am- 
basciale avvisalo  il  gonfaloniere  degli  andamenli  dell  Al- 
viano ,  voleva  star  infn  due  ,  per  potersi  scoprir  poi  dalla 
parte  ove  inclinava  la  vittoria.  Modi,  i  quali  da  coloro  che 
sono  usi  a  scambiar  i  nomi  delle  cose,  sono,  in  luugo  d'es- 
ser biasimali,  per  astuti  e  maligni  commendati  solln  titolo 
di  prudenti.  Onde  è  naia  un'  empia  dottrina  d'intorno  al  go- 
\erno  e  reggimento  degli  slati,  come  se  con  la  lealtà  e 
dirillura  im[)ossibil  cosa  fosse  che  regger  si  polessero.  Es- 
sendosi dunque  1' Alviano  fermato  neiralloggiamento  della 
Macchia  Ire  giorni ,  e. dubitando  per  gli  provvedimenti,  che 
inlendea  d'esser  falli  da' Fiorentini,  di  non  ricever  qualche 
danno  ,  dato  fuor  voce  ,  che  da  Consalvo  gli  eran  proposti 
parliti  onorali  per  la  sua  condona,  andò  od  alloggiare  ad 
una  terra  del  signore  di  Piombino  delta  Vignale  ,  quasi  vo- 
lesse quivi  aspettar  1' ultima  deliberazione  del  gran  capitano. 
Conosceano  i  Fiorentini  ottimamente  l'animo  dell' Alviano 
non  esser  altro,  che  d'entrar,  in  Pisa,  e,  non  essendo  inte- 
ramente sicuri  della  mente  di  Consalvo,  benché  l'opere  e 
le  dii^ioslrazioni  non  polessero  esser  migliori  (perocché  si 
ricordavano  esser  stali  già  moli' anni  soli  in  Italia,  i  quali 
avesser  seguitato  sempre  la  fazzione  franzese)  aveano  gran 
cagion  di  temere.  Dall'altro  canto  sapeano  a'Baglioni,  a  gli 


unno   VENTOTTESIMO-  4S3 

Orsini,  a' Vitelli  e  al  Pelrucci  esser  mollo  più  caro,  che 
Firenze  dal  governo  de' Medici,  die  da  quello  del  gonfa- 
loniere dipendesse  ,  riputalo  perciò  questa  impresa  di  molla 
maggior  importanza,  che  non  appariva,  fu  stimato  la  via 
di  rimediare  a' mali,  che  potcsser  nascere  esser  questa. 
Oltre  r  altre  provvisioni,  metter  in  Cascina  Luca  Savello 
per  raffrenar  i  Pisani  dalle  correrie  ,  se  vef^gendo  i  Fioren- 
lini  impacciati  altrove  ardissero  di  correre  da  quella  parte. 
Il  nervo  dell'esercito  farlo  risedere  in  Bibbona,  come  luogo 
molto  opportuno  per  vietar  all'Alviano  il  passar  a  Pisa.  La 
cura  principale  dell'esercito,  sotto  però  titolo  di  governa- 
tore ,  fu  data  ad  Ercole  Bentivoglio  intendente  dell'  arte 
della  guerra,  ma  so[)ratlulto  peritissimo  del  paese.  L'ufficio 
di  commessario  generale  Iacea  Antonio  Giacomini  uomo 
valoroso  e  fedele  mollo  alla  sua  Repubblica.  Gli  altri  capi 
principali  e  d'autorità,  sotto  i  quali  erano  condotti  più  di 
cinquecento  uomini  d'arme,  intorno  Irecentocinquanta  ca- 
valloggieri ,  e  numero  di  fanti  non  piccolo  erano  Marcan- 
tonio Colonna,  Licopo  Savello,  Annibale  Bentivoglio,  e 
de' frescamente  condotti  Giulio  e  Muzio  Colonna  ,  Sdvio  Sa- 
vello ,  e  Lodovico  Orsino  figliuolo  del  conte  di  Pitigliano. 
Essendo  i  Fiorentini  con  queste  forze  preparati  per  opporsi 
all'impelo  dell'Alviano,  parve  a' Dieci,  per  non  perder  il 
tempo  inutilmente,  che  T  esercito,  lasciala  ben  fornita  Cam- 
piglia ,  avviandosi  intanto  verso  Rasignano  ,  attendesse  a 
dare  il  guasto  alle  biade  de' Pisani,  potendo  esser  sempre 
a  tempo  d'  opporsi  a'  disegni  del  nimico.  Quando  il  di  14 
-d'agosto  dal  commessario  di  Campiglia  al  Giacomini  fu 
scritto,  come  egli  rilraea  per  cosa  certa,  che  1' Alviano  si 
muovea  per  passar  verso  Pisa.  Conferito  dal  Giacomini  l'av- 
viso col  governatore  ,  fu  deliberato  di  ritornar  con  1'  eser- 
cito verso  Cam|tiglia,  con  animo  di  mettersi  alle  Caldane, 
luogo  sotto  Campiglia  ad  un  miglio*,  onde  spedirono  a'Dieci 
come  essi  erano  ridotti  in  luogo,  ove,  se  il  nimico  volea 
passare  a  Pisa,  intendeano  di  mostrargli  il  viso,  e  di  venir 
seco  alle  mani.  Grande  era  l'importanza  di  questa  passata, 
mettendosi  q'iasi  in  sul  tavoliere  in  gran  parte  la  fortuna 
della  Repubblica.  Perciò  dòpo  alcune  consulte  avute  co'cit- 
ladini  più  gravi  ,  furono  piuttosto  al  Giacomini  dimostrali  i 


iSi  dell'istorie  fiorentine 

pericoli  che  dal  perdere  poleano  nascere,  e  iiisiemeraenle 
conforlalolo  a  considerare  rnaluraracnie  ogni  cosa  ,  che  vie- 
lalogli,  0  concediilogli  il  comballerc.  Mi  il  Giacomini,  esa- 
minala bene  ogni  circoslanza  col  governatore,  e  non  vcg- 
gendo  come  senza  il  fallo  d'arme  si  polessc  impedir  nlTAl- 
viano  il  passare  a  Pisa  ,  conchiusesi  finalmenle  di  coraiin 
oonscnlìmento  ,  volendo  egli  passare  ,  esser  necessario  in- 
veslirlo.  Era  già  vennlo  il  17  giorno  d' agosto  quando  dopo 
esser  giunti  nel  campo  gli  avvisi  della  mussa  dell' Alviano, 
fu  scoperto  che  egli  se  ne  veniva  in  battaglia,  lenendo  il 
cammino  verso  la  torre  di  S.  Vincenzio,  luogo  lungi  di 
Campigiia  cinque  miglia,  per  passarsene  a  Pisa.  Ercole  du- 
bitando non  facendo  vista  l' Alviano  di  pigl'ar  la  via  della 
marina  ,  si  volgesse  poscia  alla  S^ccina,  ove  i  pastori  avean 
ridotto  gran  numero  di  bestiame,  e  insicmementc  per  con- 
durlo ove  egli  avea  disegnalo,  gli  mandò  una  parte  de'ca- 
vallcggieri  alla  coda,  ad  un'altra  commise  che  sollecitando 
i'  passo  per  la  via  de' boschi  andasse  ad  uscirgli  innanzi, 
studiandosi  d' inlrattenprlo  finché  egli  col  nervo  dell' eser- 
cito sopraggiugncsse.  Costoro  arrivati  alla  torre  in  sul  com- 
parir che  \i  facea  la  cavalleria  leggiera  dc'nimici,  attaccò 
seco  alquanto  di  scaramuccia,  e  ri'ou Itala  ferocemente  s'andò 
ritirando  verso  l'esercito,  al  quale  appressalo  già  a  mezzo 
miglio  alla  Torre  ,  fece  intendere  come  i  nimici  incomin- 
ciavano a  comparire.  Avea  molli  di  prima  dello  il  gover- 
nalorc  ,  che  egli  avrebbe  vinto  senza  alcun  fallo  il  nimico 
se  gli  fosse  riuscito  il  condur  la  battaglia  nel  luogo  ove  già 
vcdea  doversi  condurre.  Perchè  lieto  innanzi  tratto  dell'av- 
venimento ,  si  spinse  avanli  col  solito  passo,  e  trovati  i  ni- 
mici già  fermi  nolla  rovina  di  san  Vincenzio  ,  e  posti  in 
battaglia  per  combattere,  si  volse  al  Giacomini;  e  dettogli  , 
noi  abbiamo  vinto  ,  comandò  ad  una  parte  della  fanteria 
clic  investisse  ;  la  quale  seguitala  da  due  squadroni  di  gente 
d'arme  guidali  da  Marcantonio  Colonna  e  da  Iacopo  Sa- 
vcUo,  benché  i  nimici  co  mbattesser  con  molla  virtù  ,  dopo 
qualche  spazio  li  fece  piegare.  L' Alviano  per  dar  animo  e 
tempo  a'  suoi  che  si  rifacessero  ,  entrò  nella  battaglia  con 
uno  squadrone  ,  che  egli  si  era  riserbalo  ,  con  tanto  ardire, 
che,  avendo  quelli  che  si  erano  ritirati    preso  baldanza,    e 


MBRO   VENTOTTESIMO.  485 

per  questo  entrali  di  nuovo  nel  fatto  d'  arme  ,  parca  che 
la  cosa  fosse  ben  pareggiata,  corcbatlendosi  con  incredibil 
ferocia  dall'una  parte  e  dalTallra;  quando  e  per  i  conforti 
e  per  T  dpere  egregie  della  propria  persona  dell'Alviano 
capitano  sopra  tulli  di  quella  età  di  vigor  d'animo  inestima- 
bile, quelli  che  erano  stali  poco  dianzi  superiori,  incomincia- 
rono ad  inchinare.  Allora  Ercole  ,  il  quale  avea  atteso  a  far 
piantare  certi  pochi  falconetti  per  battere  il  nimico  da  fian- 
co, veduto  che  per  alcuni  colpi  tirati  s'era  incominciato  ad 
aprire,  stimò  esser  venuto  il  tempo  opportuno  ad  urtarlo; 
e  con  l'altra  parie  della  fanteria,  e  col  suo  squadrone,  e 
con  quel  d'Annibale  Benlivnglio  l'assalì  con  lant' impelo  , 
che,  jì  come  egli  avea  già  prudentemente  antiveduto  ,  non 
ebbe  fatica  alcuna  a  superarlo.  1/  Alviano  dopo  aver  due 
ore  egregiamente  combattuto,  col  volto  pieno  di  sangue  di 
due  ferite  ricevute  di  stocco,  si  uscì  della  battaglia  con 
(ìiovanni  Currado  Orsino ,  non  avendo  seco  più  che  dieci 
cavalli,  co' quali  per  la  via  della  Sassella  si  recoverò  in 
Monte  Rilondo  castello  de'Sanesi;  sì  come  con  altrettanti 
cavalli  si  salvò  Chiappino  Vitello  ,  lenendo  il  cammino  di 
Pisa,  essendo  nel  «-esto  già  disf;ilto  lutto  l'esercito  ,  e  re- 
stati prigioni  più  che  mille  cavalli,  e  la  magg  or  parte  de'car- 
riaggi.  Le  bandiere  de'  niraici  mandale  a  Firenze  furono  ap- 
piccale nella  sala  del  gran  consiglio  con  tanta  letizia  della 
città  di  veder  gastigata  la  temerità  dell'Alviano,  che  con  sì 
poche  forze,  ma  magnificate  da  lui,  sotto  la  fama  di  di- 
verse sue  pratiche  e  intelligenze  ,  avesse  posto  mano  ad 
impresa  sì  grande  ,  che  non  solo  parca  ,  che  si  fosse  can- 
cellata la  vergogna  ricevuta  al  ponte  a  Cnppellese  ,  ma  fu 
vittoria  slimata  molto  gloriosa,  e  alla  Uepubblica  e  a'capi- 
lani  islcssi ,  e  soprattutto  con  lode  non  piccola  del  Giaco- 
mini,  uso  ad  intervenire  nelle  ballaglie ,  non  solo  come 
commessario  ,  ma  come  capitano.  Innalzati  per  questi  felici 
successi  così  il  governatore  ,  come  il  commessario  ,  scris- 
sero a  Firenze  non  doversi  lasciar  uscire  sì  bella  occasione 
di  mano  d'espugnar  Pisa  quell' anno  ,  veggendosi  per  antica 
esperienza  la  riputazione  essere  una  gran  parte  di  forze,  e 
tirarsi  il  più  delle  volte  dietro  fini  di  grandissime  imprese. 
Né  fu  gran  fatica  il  persuadere  a  questo  la  maggior    parie 


iBd  dell' ISTOniE    FIORENTINE 

del  popdlo  ,  il  quale  avvezzo  a  fondarsi  molto  ne"  prosperi 
avvenimenti,  e  ove  la  speranza  il  lusinga,  non  misurando 
con  giusta  bilancia  i  pericoli  e  le  diffìcollà  ,  parca  aver  già 
la  vittoria  in  mano  certissima.  Ma  dissuasi  da' cittadini  più 
snvj ,  a' quali,  considerando  l'ostinazione  e  valor  de'Pisani, 
il  sito  della  città  soggetto  molto  alle  pioggie ,  e  il  pericolo 
di  non  tirarsi  addosso  l' inimicizia  di  Consalvo  ,  confortavano 
piij  tosto ,  che  quelle  forze  si  dovesser  volgere  contro  il 
Petrucci  autor  di  tutti  i  mali.  Era  ridotta  la  cosa  in  conte- 
sa ,  se  il  gonfaloniere  Soderini  avutone  nel  gran  consiglio 
1'  universal  consentimento  del  popolo  ,  n  cui  egli  era  ,  imi- 
tando in  questo  PuLblicola  .  mollo  favorevole,  non  avesse 
rimosso  ogni  dubbio.  Onde  vinto  il  partito  a' 21  d'agosto, 
che  l'impresa  di  Pisa  far  si  dovesse,  e  con  esso  una  prov- 
visione di  centomila  scudi  perchè  l'impresa  si  potesse  con- 
durre ,  fu  il  sesto  d"i  di  settembre  dato  titolo  di  capitano 
generale  ad  Ercole  Bentivo^lio  ;  il  qn;ilc  ridottosi  già  co»» 
l'esercito  accresciuto  infino  a  seimila  l';inti  a  S.  Casciano  , 
luogo  lungi  di  Pisa  cinque  miglia  ,  il  di  seguente  a'  dicias- 
sette ore  si  presentò  d'intorno  le  mura  di  Pisa,  dove  atteso 
per  lutto  quel  di  a  piantar  1'  artiglierie  ,  e  considerato  che 
non  era  da  variar  il  luogo  della  batteria  fatta  già  da' Fran- 
cesi l'anno  1500,  incominciò  nel  sorgere  del  sole  dellallro 
giorno  a  batter  con  undici  cannoni  dalla  porta  Calcesana 
infino  a  S.  Francesco  con  tanto  progresso,  (he  a  vcnlidue 
ore  era  già  rovinato  poco  meno  di  quaranta  braccia  di  muro. 
Non  si  perde  momento  di  tempo  dopo  la  rovina  della  mu- 
raglia di  dar  l' assalto  con  tremila  fanti.  Ma  i  Pisani  non 
avendo  in  questo  tempo  fornito  di  far  il  riparo ,  e  però 
giudicando  la  diligenza  e  la  guardia  dover  esser  maggiore, 
comparvero  animosamente  ove  era  il  bisogno  ,  e  facendo 
gagliarda  difesa  sbigottirono  in  guisa  i  fanti  de' Fiorentini , 
ebe  non  fu  pur  uno ,  il  quale  ardisse  di  calar  nel  fosso  che 
era  tra  il  riparo  e  il  muro  rotto.  Parendo  per  questo ,  che 
si  dovesse  far  maggior  batteria  ,  si  tirarono  V  artiglierie  la 
notte  che  seguì  più  oltre,  e  piantatole  per  me' la  torre  del 
Barbagianni  s'attese  a  trarre  per  tre  di,  e  falla  apertura 
non  raìuorc  della  prima  ,  fu  comandalo  1'  assalto  con  grandi 
conforti  e  promesse  del  capitano  e  del  coimncssaiio;  i  quali, 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  -Ì87 

falla  quella  causa  lor  propria,  come  primi  autori  e  confor- 
lalori  di  essa  ,  non  lasciavano  cosa  indietro  perchè  se  no 
venisse  ad  onoralo  fine.  I  Pisani  disposti  prima  a  morir  sti 
le  rovine  delia  lor  patria,  clic  venir  per  forza  in  mano 
de' Fiorentini ,  avean  con  !a  consueta  virtù  cosigli  uomini, 
come  le  donne  atteso  continuamente,  mentre  era  durata  la 
batteria,  a  ripararsi  con  islecrali ,  e  con  un  fosso  innanzi  ; 
le  quali  difese  [totendo  ragionevolmente  parer  a  qualunque 
più  esercitata  milizia  gagliarde,  a  quella  parvero  formidabili 
e  spaventose  afT;itlo.  Onde  ne  per  minacce  ,  ne  eziandio  es- 
sendone alcuno  ferito  e  ucciso  da' capitani,  vollero  far  prova 
alcuna  onor.ita.  A  questo  s'aggiunse,  clic  in  Pisa  erano  già 
entrati  trecento  fanti  spagnuoli  di  quelli  del  gr;in  capitano 
mandati  a  Piombino,  e  aspctlavascne  di  dì  in  dì  numero 
mollo  maggiore.  Aveasi  alcuno  avviso,  che  i  Lucchesi  vi 
mandcrebbern  Troìlo  Savello  lor  condottiere  ;  perchè  sti- 
mando il  capitano  e  il  commcssario  istessi,  contra  quel  che 
lirima  aveano  immaginato,  stante  questi  aiuti,  non  poter 
con  sì  vii  fanteria  far  cos'alcuna  che  rilevasse  ,  e  a  ciò 
concorrendo  tulli  gli  altri  condottieri,  con  grande  scema- 
mento  della  lor  prima  riputazione  ,  e  con  sommo  biasimo  di 
si  vituperosa  milizia,  a' diciotto  di  quel  mese  si  levarono 
col  campo,  e  ridottisi  in  Ire  alloggiamenti  a  Cascina,  quindi 
fu  ciascuno  rimandato  alle  stanze.  Non  seguì  poi  per  lo  ri- 
manente di  quell'anno  cosa  di  mollo  momento,  se  non  che 
entrati  a'23  d'ottobre  millecinquecenlo  fanti  spagnuoli  in 
Pisa  ;  i  quali  per  ordine  del  gran  capitano  se  ne  ritornavano 
in  Spagna  per  la  pace  fatta  tra  il  re  callolico  e  quel  di 
Francia,  tentarono  per  conforto  de'Pisani  Bienlina,  ma  non 
avendo  fatto  alcun  profitto  ,  tornati  a  imbarcarsi,  seguitarono 
il  lor  viaggio.  Pubblicata  la  pace  già  della,  i  Fiorentini  in- 
tesero esser  stati  compresi  in  essa,  per  esservi  siali  nomi- 
nati da  Francia,  il  che  fu  il  fine  delle  cose  fatte  in  quel- 
l'anno, slato  molto  vario  alia  Repubblica.  Il  che  fu  per  av- 
ventura cagione,  che  l'anno  1506  si  cessasse  della  guerra, 
dalla  quale  ebbero  i  Fiorentini  l'animo  tanto  lontano,  che, 
mossa  a  mezzo  marzo  dal  re  di  Francia  una  pratica  all'am- 
basciador  loro  di  cacciare  il  Petrucci  di  Siena,  da  che  sa- 
rebbe facilmente  riuscito  il  ricuperar  lUonlepulciano  ,  e  in- 


48S  dell'istorie  fior.kntixh 

sienieraenlc  di  rimuover  di  Periif^i''»  Giovanni  Paolo  Baglio 
ne;  d' amendue  i  quali  sapca  i  Fiorentini  tenersi  mal  ser-- 
viti,  e  ciò  con  il  concorrer  solamenle  al  pagamento  di  dii:>- 
nijla  Svizzeri,  obbligandosi  il  re  di  mandar  a  sue  spc-^o 
cinquecento  lance  .  non  vi  vollero  prestar  orecchi  ;  anzi  fu 
non  mollo  dipoi  a' 26  d'aprile  ampliata  la  tregua,  che  ancor 
durava  tra  i  Fiorentini  e  i  Sancsi  per  tre  altri  anni ,  obbli- 
gandosi i  Sanesi  di  non  s'impacciare  delle  cose  di  Pisa,  sì 
come  i  Fiorentini  prometleano  di  non  volersi  Iravapjliare  di 
quelle  di  Montepulciano  .  eziandio  se  qi  elli  della  terra  vo- 
lessero di  lor  proprio  e  libero  movimenlo  darsi  a'Fiorenlini. 
Ma  venula  la  stale,  e  non  temendo  i  Pisani  di  provocarsi 
contro  r  arme  de'  Fiorentini,  i  quali  sapevano,  che  non  per 
queslo  rimarrebbero  di  nioleslarli  quando  vedessero  il  tempo 
ojtnorluno  ,  uscirono  per  l'ar  qualche  preda  nella  Valdinie- 
vole  ,  di  dove  ribullPti  con  perdila  di  venticinque  cavalli  , 
non  fenlarono  per  quell'anno  di  far  altra  novità.  Ne  i  Fio- 
rentini si  mossero  dal  lor  proponimento,  se  non  che  richie- 
si! dal  pontefi'C  d  aiuto  di  cenlo  uomini  d'  arme  per  Doler 
domare  i  ribelli  di  S.  (Chiesa,  fra' quali  per  principali  i-i- 
oulava  Giovanni  Paolo  IJaglione  .  che  gli  occupava  Perugia, 
e  Giovanni  Bentivoglio  ,  sotto  la  cui  lirannide  era  governatit 
Bologna,  volentieri  glie  l'accomodarono,  conoscendo  mas- 
simamente esser  molto  diversa  la  volonià  di  costui,  da  quella 
d'Alessandro  suo  predecessure  ;  desiderando  egli  non  per 
parlicolar  ini  eresse  della  sua  casa  .  ma  per  onore  e  gloria 
«Iella  sede  apostolica  ridur  le  cose  a  quella  debita  riverenza 
e  giustizia  che  si  conveniva.  Il  che  gli  riusci  felicemente  , 
avendo  in  queilanno,  e  luna ,  e  l'ultra  cillà  ridotta  scilo  l'im- 
perio e  moderato  reg<r;imento  di  S.  Chiesa.  Ini  orno  questi 
d'i,  che  il  papa  si  era  mosso  di  Roma  per  andare  a  Peru- 
gia,  s'aspettava  a  Livorno  il  re  catlolico  ,  che  passava  nel 
reame  di  Napoli,  non  tanto  per  riordinar  quel  regno,  quanto 
per  rimuovere  il  gran  capitano,  della  fede  del  quale  gran- 
demente avea  incomincialo  a  dubitare  ;  perchè  gli  furono 
dalla  Repubblica  eletti  ambasciadori  Giovan  Vetlorio  Sede- 
rini, Niccolò  del  Nero  e  Alamanno  SaUiati  ,  da' quali  es- 
sendo slata  abbondantemente  rinfrescata  l'armala  ,  che  egli 
menava  di  presso  a  cinquanta  legni,  d'ogni  cosa  necessaria 


LIBRO  VENTOTTESIMO.  489 

iJopo  esservisi  per  molli  giorni  formalo  aspoUando  buon 
tempo  ,  passò  a  Gaela  .  e  poi  a  Napoli  con  aspcllazion  gran- 
de ,  che  egli  avesse  fra  gli  altri  beni  d' Italia,  a  far  qualche 
utile  aFiorenlini  per  i  fatti  di  Pisa.  Per  la  qual  cosa  furono 
a  Napoli  mandali  al  re  nuovi  ambasciadori  Francesco  Gual- 
tcrotli  e  Jacopo  Salviali  ,  avendo  il  re  di  Francia  scrillo  , 
che  egli  avea  nel  re  caltolico  rimesso  tulio  il  maneggio 
delle  cose  di  Pisa.  Incominciaronsi  quesie  cose  a  trallare 
più  caldamente  ne'principj  dell'anno  1507,  per  conio  delle 
quali  furono  deputali  dal  re  per  udir  gli  ambasciadori  fio- 
rentini Andrea  Carrafa  conle  di  S.  Severina,  e  Almazano 
segretario  del  re  e  uomo  di  mollo  credito  e  autorità  appo 
lui.  Da'quali  dopo  molle  pratiche  ,  e  dispute  ritraendosi  ve- 
ramente, che  il  re  non  avea  quella  aulorilà  di  resliluir  Pisa 
«'Fiorentini,  come  prima  avcano  apertamente  dichiaralo  di 
poter  fare  ,  e  per  questo  non  volendo  i  Fiorentini  convenir 
seco  in  alcune  capitulazioni ,  che  essi  cercavano  molto  utili 
per  il  lor  signore  ,  e  a  loro  non  poco  dannose,  essendo  ne- 
cessario, senza  vedere  alcuna  certa  ulililà,  entrar  in  obblighi 
mollo  stretti ,  e  da  recarli  in  processo  di  tempo  di  molli 
pericoli ,  (  bbcro  ordine  dal  gonfaluniere  ,  che  quanto  più 
acconciamente  potessero,  vedessero  di  distaccar  ogni  pra- 
tica tenuta  col  re  ,  sicché  egli  restasse  amico  dell;)  cillà.  I! 
che  non  fu  malagevole  ad  eseguire  ,  bastando  in  effelto  al 
re  d'essersi,  con  averne  rimosso  la  persona  del  gran  ca- 
pitano, assicuralo  del  reame  di  Napoli.  Onde  partitosi  a"  4 
di  giugno,  e  arrivato  a  Savona  a'i28,  ove  era  aspettalo  dal 
re  di  Francia,  la  Repubblica,  per  non  tralasciar  uflìcio  al- 
cuno d'osservanza  e  di  amore  ,  gli  mandò  ambasciadori  Pier 
Francesco  Tosinghi ,  e  Giovanni  Ridolfi,  avendo,  oltre  a  ciò, 
la  città  avulo  qualche  intenzione  ,  che  quivi  da  amendue  i 
re  si  sarebbero  agevolmente  assettate  le  cose  di  Pisa.  Ma 
non  si  fece  maggiore  efFello  di  quello,  che  in  Napoli  si  era 
fallo  ,  perciocché  volevano  i  re  meller  loro  governatori  in 
Pisa  ,  e  se  infra  olto  mesi  per  la  lor  opera  ella  ritornasse 
sotto  il  dominio  de' Fiorentini ,  che  si  desse  a  ciascuno  di 
loro  cinquantamila  scudi.  11  che  non  era,  in  quanto  alla  mo- 
neta ,  duro  ad  acconsenCire ,  ma  sapendosi  che  i  Pisani  a 
ciò  non  consentircbbono  se  non  costretti ,  e  come  si  dovcs- 


490  dell'istorie  fiorentine 

sero  a  ciò  costringere  non  si  vcdea  ,  tornandosene  il  re 
callolico  in  Castiglia  ,  e  T  altro  in  Francia  alieni  da'pensieri 
di  turbar  le  cose  d'  Italia  ,  non  si  venne  a  conclusione  al- 
cuna; senza  che,  della  mente  d'amcndue,  non  era  altri  più 
chiaro  che  si  bisognasse  ,  credendosi  per  molti ,  che  quelli 
re  non  per  altro  fine  avesser  quel  partilo  proposto,  che  per 
mettere  un  morso  in  bocca  non  meno  a' Pisani,  che  a' Fio- 
rentini,  e  quando  l' imperadore,  come  si  mormorava,  calasse 
in  Italia  ,  per  aver  la  comodità  di  quel  silo,  il  quale,  come 
posto  in  mezzo  tra  Geiiova  e  Napoli ,  quella  del  re  di 
Francia,  e  questa  del  re  catloiico,  era  giudicato  molto  op- 
portuno in  tulli  gli  accidenti  che  nascer  potessero.  Queste 
pratiche  furono  cagione  che  non  si  desse  per  quell'anno 
il  guasto  a' Pisani  .  nel  quale  non  è  dubbio  alcuno,  che  più 
che  in  altro  tempo  era  facile  il  batterli,  sì[>cr  la  tregua  di 
nuovo  rifermata  co' Sane^i ,  e  si  perchè  i  Geno\esi ,  da'quali 
solc\ano  grande  aiuto  ricevere,  furono  in  quesl' anno  gran- 
tlemenle  dalle  d(  nicstiche  discordie  afflitti-  Sopraggiunsero 
poi  gli  awisi  come  con  grande  apparecchio  si  metlea  l'im- 
peradore  in  ordine  per  passar  in  Italia,  sotto  titolo  di  voler 
liberar  la  chiesa  dalla  persecuzione  de' Francesi,  a'quali  per 
Tarme  da  loro  mosse  per  la  ricuperazione  di  Genova  {  ben- 
ché quella  ricu|)erata  tostamente  si  fermassero  )  varie  colpe 
s'attribuivano.  Su  che  mandandogli  lutti  i  potentati  e  prin- 
cipi d'Italia  ambasciaddii ,  non  furono  i  Fiorenliui,  fra  gli 
altri,  lardi  a  mandargli  i  loro.  Nelle  cose  di  dentro  non  suc- 
cedette in  quell'anno  cosa  di  momento  nella  città,  se  non 
che  nel  principio  di  esso  ,  nel  ritorno  che  il  pnpa  fece  di 
Bologna,  vennero  in  Firenze  col  cardinale  Sodcrini  fratel'o 
del  gonfaloniere  tre  altri  cardinali,  S.  Prassede,  S.  Giorgio, 
(!  S.  Malo,  questi  friincese,  e  gli  allri  due  italiani,  de'quali 
S.  Giorgio  fu  quel  Raffaello  Uiario  ,  che  trenta  anni  addie- 
tro si  trovò  un'altra  volta  in  Firenze  nel  lerribil  frangente 
della  congiura  de"  Pazzi.  Costoro  udendo  che  il  gran  con- 
siglio si  ragunava,  vollero  intervenire  tutti  quattro  nel  ve- 
der far  un  ufTìeio  ,  come  cosa  degna  d'esser  veduta,  che 
in  SI  gran  città,  non  accenni  di  pochi  uomini,  e  quelli  cor- 
ruttibili 0  appassionali,  ma  per  univcrsnl  consenlimento  di 
(ulti    e  cittadini  le   cose    pubbliche  si    trattassero.  L'  anno 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  4*)1 

1508  non  parendo  a' Fiorentini  più  tempo  di  difTerir  il  gua- 
sto de'Pisani,  come  per  due  anni  addietro  avean  fatto,  es- 
sendo venuta  la  stagione  a  ciò  comoda  ,  i  Dicci  diedero  or- 
dine a  tutti  i  lor  uomini  d'arme,  e  a  duemila  fanti  di  certe 
ordinanze  allor  fatte,  chea  quello  s' apparecchiassero.  NcìI<t 
qual  cosa  mentre  s'  attende  vivamente  con  nolabii  danno  di 
quel  popolo  ,  venne  alla  Repubblica  mandalo  dal  re  di  Fran- 
cia Michele  Riccio  napolitano  ,  il  quale  ora  da  parte  del  suo 
re  dolendosi,  che  i  Fiorentini  avessero  prestato  favore  al- 
l'impcradore  (pcrciocrhò  era  nel  principio  di  quest'anno  ca- 
lato Massimiliano  in  Italia,  e  dopo  un  terribile  principio  di 
guerra,  fatto  una  prestissima  tregua  co' Veneziani)  e  ora 
mostrando  ,  che  l'arme  da  lor  mosse  in  tempi  così  perico- 
losi erano  sospette  a  ciascuno,  che  avea  stati  in  Italia;  pa- 
rca che  conchiudesse  finalmente  ,  che  egli  desiderava  sapere, 
se  i  Fiorentini  ,  qu.indo  dal  re  fnssero  ricerchi ,  s'asterreb- 
bero d'offender  i  Pisani.  Intendevano  i  Fiorentini  ,  benché 
r  nmbasciadorc  dalla  lunga  si  fai  esse  ,  questo  esser  T  into- 
namenlo  del  prezzo  di  Pisa  ,  ma  lasciando  la  cura  del  di- 
chiararsi ad  altrui  ,  e  attendendo  a  giustificare  le  lor  opere, 
rispondevano  le  pratiche  tenute  con  Massimiliano  esser  ve- 
rissime; ma  ciò  aver  fatto  non  solo  senza  nocumento  alcuno 
del  re,  avendo  in  tutte  le  convenzioni  mosse  avuto  sempre 
la  mira  di  non  obbligarsi  a  cosa  che  pregiudicasse  alla  sua 
maestà,  ma  trattatele  sempre  col  suo  consentimento  ,  e  par- 
lieipatele  sempre  seco ,  come  con  singolarissimo  amico  e 
proteltor  loro,  e  di  cui  intendevano  cosi  aver  ad  esser 
sempre  per  l'avvenire.  L'arme  mosse  centra  i  Pisani  non 
esser  state  tali ,  che  da  quelle  avessero  a  pigliar  ombra  gli 
altri  principi ,  poiché  non  si  operando  artiglierie  ,  nò  rspu- 
gnazion  di  luoghi .  appariva  a  ciascuno  pur  troppo  manife- 
stamente, quelle  non  esser  stale  ad  aliro  fine,  che  per  im- 
pedire le  ricoltc  a'ior  ribelli ,  acciocché,  abbandonata  la  loro 
ritrosia  ,  e  diventati  umili  con  queste  modeste  balliturc  , 
pensassero  un  di  di  ritornare  sotto  il  mansueto  dominio 
de"  loro  antichi  signori.  E  per  questo  non  essere  d'animo  il 
popolo  fiorentino  di  abbandonar  questa  impresa,  essendo  a 
ciascuno  lecito  il  ricuperar  le  sue  cose  ,  e  ciò  parlicolar- 
mcnle  contenersi  ne' palli  falli  col  re  infino  dell'anno  1502. 


492  DKI-I,'  ISTORIE    FIORENTINR 

Ma  lascialo  da  caulo  e  la  giiislizia  e  ogn' altro  patio  slato 
infra  di  loro,  non  poter  vedere,  nò  conoscere  i  Fiorentini, 
che  cosa  debba  muovere  il  re  in  volerne  più  por  i  Pisani  , 
che  per  la  loro  Rejiubblica  ,  da  cui,  quando  da  queste  mo- 
lestie fusse  libera,  dovea  pur  credere  il  re,  che  polea  me- 
glio valersi ,  che  ora  di  essa  non  fa  ,  e  che  ora  e  in  qua- 
lunque altro  tempo  de'  Pisani  non  farebbe.  Non  furono  oc- 
culti questi  rammarichi  al  re  cattolico  ,  e  come  colui  alla 
cui  0  utilità  0  riputazione  non  mellea  conto,  che  senza  sé 
la  pratica  di  Pi^a  si  conchiiidessc ,  mise  ancor  egli  altri 
mercati  in  campagna,  e  in  guisa  andò  questo  maneggio  pro- 
cedendo, che  ,  veggciidd  i  Fii  renlini  e  il  re  ca'tolico  aver 
mandalo  a  confortare  i  Pisani  a  tenersi ,  e  il  re  cristianis- 
simo aver  animo  di  mandargli  aiuti  e  favori  di  Milano,  quando 
senza  lui  procurassero  i  Fiorentini  d'insignorirsene,  furono 
j  Dieci  costretti  poi  verso  il  (ine  dell'anno  di  prometter  di 
pagar  somme  grandis'-ime  di  danari  a  tulli  due  i  re,  conse- 
guilo che  avessero  Pisa.  E  tra  tanto  .  perchè  i  Pisani  stretti 
da  nuove  diflicollà  si  riducessero  più  presto  a  cam.mino  ,  fu 
soldato  dalla  Repubblica  il  figliuolo  del  Bardella  da  Porto 
Venere  con  un  galeone  e  due  legni  minori,  perchè  tenesse 
guardata  !a  foce  d'Arno,  sicché  a' Pisani  per  \ia  di  mare 
non  andasse  alcun  soccorso,  come  che  per  opera  de' Geno- 
vesi, in  poco  maggior  spazio  che  di  quaranta  giorni,  fusse 
stato  necessitalo  partirsi  da' servigi  della  Repubblica.  Ma 
non  erano  minori  l' ingiurie  che  i  Fiorentini  ricevevano 
da'  Lucchesi  ,  i  quali  e  con  quelle  forze  che  a  loro  eran 
possibili ,  e  col  consiglio  e  con  ogn'  altro  argomento  non 
cessavano  di  porger  continui  aiuti  a' Pisani.  Perchè  fu  co- 
mandalo al  commessario  ,  che  era  in  Cascina,  che  sotto  co- 
lore di  seguitar  la  traccia  de' Pisani,  i  quali  faceano  capo 
in  Viareggio  ,  penetrasse  in  sul  lucchese  ,  e  quivi  ardendo 
e  predando  facesse  loro  quei  danni  che  potesse  maggiori- 
Ai  che  dato  intero  compimento  con  rovina  non  piccola  di 
quel  contado,  ricorsero  subito  i  Lucchesi  con  gravi  querele 
a  lamentarsi  di  questa  ingiuria  col  re  di  Francia  ,  sotto  la 
cui  protezione  si  ritrovavano.  Il  quale,  avendo  prima  dagli 
ambasciadori  fiorentini  più  volte  i  torli,  che  riceveano  da'Luc- 
chesi,  sentito  ,  e  ammunilo  i  Lucchesi,  che  dall'offendere  i 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  493 

Fiorentini  si  rimanessero,  non  rispose  loro  altro,  se  non 
che,  poscia  che  s'avean  cercalo  questi  danni,  il  più  pazien- 
temente che  potessero  se  gli  tollerassero.  Trovo  in  que- 
st'anno per  una  saetta  caduta  in  cima  d' una  torre  della  rócca 
di  Volterra,  ove  la  polvere  dell"  artiglierie  si  conservava, 
che  il  tetto  della  già  delta  torre  ,  e  parte  di  ossa  con  gran- 
d' impeto  fur  portati  via;  le  quali  rovine  cadute  poi  su  i 
telli  delle  vicine  case,  non  fecero  però  danno  notabile  nelle 
persone,  delle  quali,  oltre  alcune  infrante,  non  perì  più  che 
una  fanciulla  Ma  non  che  questo  accidente  cos' alcuna  rea, 
secondo  la  sciocca  credenza  degli  antichi,  annunziasse,  anzi 
fu  in  quelTanno  lo  arcivescovado  della  città,  che  per  lo 
spazio  di  trenta  anni  da  due  forestieri  era  stato  posseduto, 
alla  fiorentina  cittadinanza  restituito,  essendo  quello  perve- 
nuto nella  persona  di  Cosimo  de'  Pazzi,  caro  alla  patria  per 
lo  valore  da  lui  mostrato ,  come  fu  detto,  nella  difesa  della 
ròcca  d'Arezzo,  il  cui  vescovado  ancor  possedea.  Turbò 
bene  la  Repubblica  un  matrimonio  senza  suo  consentimento 
succeduto  ,  come  cosa  di  diretto  contraria  al  presente  stalo, 
avendo  verso  i!  fine  dell'anno  Filippo  Strozzi  figliuolo  di 
quell'altro  Filippo,  da  cui  dicemmo  essere  slato  edificato  il 
palazzo,  lolla  per  moglie  una  figliuola  di  Piero  de' Medici 
con  dote  di  setlcmiia  fiorini,  tenuta  in  quel  tempo  grande 
fuor  di  modo,  parendo  (he  con  s"i  falla  congiunzione  s'acqui- 
stasse potenza  e  ripulazione  a  quella  parte  ,  della  quale  ,  e 
per  i  molli  parentadi  che  avca  in  Firenze  ,  e  perchè  il  car- 
dinale e  Giuliano,  zij  della  fanciulla,  erano  di  qualche  nome 
e  autorità  in  Italia,  non  si  slava  sejiza  continuo  sospetto  e 
paura.  Viveva  ancor  Lorenzo  figliuolo  di  Piero  fratello  della 
sposa,  il  quale,  benché  di  tenera  età,  era  considerato  come 
I  alo  d'  un  padre  slato  principe  della  P»epubblica  ,  e  a  cui 
agevolmente  coloro  che  avcsscr  desiderato  cose  nuove  ,  si 
fusser  potuti  volgere  nelle  occasioni-  Nò  si  dubitava  punto 
il  conilucitore  di  questa  pratica  essere  slato  Bernardo  Ru- 
celliii,  comune  parente  degli  sposi,  e  slimato  uomo  ,  a  cui 
non  interamente  fosse  mai  alcuno  stalo  piaciuto,  e  perchè 
vegghiava  una  legge  ,  per  la  quale  era  proibito  il  potersi  im- 
parentare con  figliuoli  di  ribelli,  fu,  sotto  pena  di  ribellione, 
chiamalo  Filippo  in  giudizio,    il  quale  fu  nel    principio  del 


iOi  DIlLL' ISTORIE    FIORF.NTIN'E 

bcguonlc  anno  1509  più  leggiermente  punito  che  di  prima 
non  si  era  stimalo  ,  o  avendo  rigimrdo  alla  sua  giovinezza  , 
o  perchè  al  gonfaloniere  non  piacque  uscir  della  disposizione 
delia  legge.  Fu  perciò  condannalo  in  cinquecento  fiorini  d'o- 
ro ,  confinato  per  Ire  anni  nel  reame  di  Napoli,  e  ammu- 
nilo  da  gli  ulFicj  per  cinque  Fu  ben  fatto  ribello  Lorenzo 
fratello  della  fanciulla  ,  acciocché  non  prendesse  per  questo 
parentado  baldanza,  non  sapendo  come  sono  incerte  tulle 
le  cose  umane  ,  e  Filippo  islcsso,  e  i  figliuoli  che  di  questo 
congiungimento  aveano  a  nascere  dover  esser  fieri  nimici 
non  meno  al  fiiiliuolo  del  già  detto  Lorenzo,  che  a  colui 
che  nell'imperio  gli  succodetlc,  onde  parimente,  e  a  sé  una 
crudelissima  morte,  e  a'figliuoli  il  cacciamento  della  pnlria 
si  procurò.  Era  intanto  la  città  di  Pisa  nel!' estremo  di  tutte 
le  cose  pervenuta  ,  non  v'essendo  restalo  \ino,  olio,  aceto, 
ne  sale,  cose  lanlo  necessarie  al  vi\er  umano,  pativavisi  so- 
prammodo di  calzamenli,  il  grano  vi  si  vendeva  due  scudi 
d'oro  lo  staio,  e  quello  che  ogn' altro  male  trapassava  stan- 
chi gli  animi  e  i  corpi  de' conladini ,  i  quali  con  varie  spe- 
ranze lusingali  e  inlralicnuti  da'ciltadini,  erano  al  fine  caduti 
in  disperazione,  che  i  mali  di  quella  città,  continuando  più 
questo  modo  di  vivere ,  avessero  a  terminare.  Avendo  dun- 
que i  Fiorentini  deliberato  di  fare  in  ques^t' anno  l' ultimo 
sforzo,  e  cercando  di  rimuover  tutte  le  difiìcoltà ,  che  l'ac- 
quisto di  Pisa  im'pedir  li  potessero,  fccer  lega  co' Lucchesi 
per  Ire  anni,  con  patio  particolare,  non  solo  di  non  porgere 
aiuto  alcuno  a' Pisani,  ma  di  proibir  loro  ogni  pratica,  e 
d'averli  per  nimici,  non  si  parlando  ros' alcuna  di  Mutrone, 
e  di  Pielrasanla,  che  sia  lecito  a' Fiorentini  poter  cavalcare 
e  pigliar  prigioni  in  sul  terreno  de' Lucchesi;  e  succedendo 
che  nello  spazio  dei  tre  anni  già  detti  la  Repubblica  s'insi- 
gnorisse di  Pisa,  in  quel  caso  la  lega  s'intendesse  per  do- 
dici anni  di  più  ampliala.  Le  convenzioni  similmente  tante 
volle  praticate  e  conchiusc  coi  re  cattolico  ,  e  cristianissimo 
di  nuovo  si  fermarono  ,  di  pagare  cioè  a  Spagna  cinquanta- 
mila,  e  a  Francia  centomila  scudi,  de' quali  cinquantamila 
se  gli  aveano  a  prestare  di  presente  ,  purché  non  porges- 
sero aiuto  a' Pisani,  e  che  in  lempo  d'un  anno  Pisa  perve- 
nisse nel  poter  de'  Fiorentini.  Da    questo    si  può  compren- 


I-ÌBRO    VENTOTTKSIMO.  4^5 

ilere  quanlo  noi  ci  siamo  al'oiilanali   da'cosUinii  degli  aiili- 
chi.  I  Romani  nelle  lor  maggiori  neccssilà ,  a'popoli  e  prin- 
cipi amici  elle  li  pron'erivano  gr;mo  ,  navi    e    danari,  rispo- 
sero, che  del  grano  si  servirclihuno  in  qu.mto  essi  ne  rice- 
vessero il  prezzo  e  non  allrimenli  ,  dell'  armata  non  lorreb- 
l)ono  allro  se  non  quelle  navi,  a  che  per    conio  della  con- 
federazione ftisscro  obbligali,  de' danari   non  pigiierebbono 
[)arle    alcuna    se  non    fornito  il  tempo.    A"  tempi    de' quali 
scriviamo  ,  due  re  i  maggiori  d'  Europa,  co'  quali  verrà  ben 
tosto  per  terzo  Fimperadore,  benché  sotto  alcun  colore  piu 
degno  di  scusa,  fanno  mercato  co' Fiorentini,  ricevendo  da 
loro  somma  di  danari  cosi  notabile,  perchè  non  l'impediscano 
r  acquisto  di  Pisa.  Perchè  o  i  Fiorentini  avean  ragione  d'ac- 
quistare Pisa  o    non  aveano  ,   se    non  avcano  ,  dovean  con 
più  ragione    difondere  i    Pisani ,  o  almeno  far   visla  di  non 
s' avvodere  del  torto    de'  Fiorentini  .    piii    tosto    che  accor- 
lifsene  voler  con    prezzo    di  danari    esser  a   parte  della  lor 
ingiustizia.  Se  essi  aveano  ragione  ,    essendo  Pisa  non   solo 
prima   slata   vinta   con   V  arme  ,   ma   anche  comprata  con  la 
la  loro  moneta  ,    perchè  con  si    ingordo    prezzo  venderli , 
non  i  tuoi  aiuti    d' artiglier  ia,  di  fatiti,  di  cavalli,  o  di  navi, 
ma  solo  la  cessazione    de'.le  tue  armi.  Se  pure  voi  non  vo- 
lete orpellare,  che  ciò   facevate  in  virtù  della  lega   futura, 
cioè  che  insignorendosi  i  Fiorentini  a  capo  d'un  anno    di 
Pisa,  s'intendesse  Ira  loro  esser  falla  lega  per  tre  anni  con 
tondizione  di    difendersi    scambievolmente  l' un    l'altro.  I 
Fiorentini  con  trecento  uomini  d'  arnie,  gli  stali,  che  i  già 
delti  re  haveano  in  Italia,  e  ciascun  di  lor  due  almeno  con 
la  medesima  quantità  d'arme  la  Repubblica  Fiorentina.  Ab- 
bandonali in  questo    modo  i  Pisani  d'  ogni    soccorso  ,  solo 
speravano  qualche  aiuto  da'  Genovesi  ,  nazioni  per  antiche 
gare  e  odii  stale  infra  di  loro  nimiche  ;  ma  per  lo    comun 
pericolo  runa  di  non  perder  la  libertà,  e  l' altra  Serezzann, 
congiunte  ora   insieme  di  slrello    nodo    d'amicizia.    Il   che 
era  con  inlromellerc  con  molti  legni  del  grano  in  Pisa,  per- 
chè infine  a    ricolla  si    sestenlassero.  La  qual  cosa  perve- 
nuta a  notizia    de'  Fiorentini  ,    maravigliosa  cosa  è   a    dire 
con  quanla    diligenza  vi    riparassero,    Perciocché  in    pochi 
giorni    ebbero    mondato  in  S-  Pietro  a  grado  per  impedire 


496  dell'istorie  fiorentise 

r  entrata  della  foce  d'Arno  una  parte  di  tutta  la  lor  caval- 
leria con    ottocento    fanti  e    alcuni    pezzi    d'artiglierie.    Il 
medesimo  fecero  in  Valdiserchio  per  guardar  la  foce  fiume 
Morto  ,  e  di    Serchio  ,  ove  s' inviò  il  resto  della    cavalleria 
con  alcuni  altri  pezzi  d'artiglierie  e  settecento  fanti,  e  per 
abbondare  in  ogni   sorte  di  provvedimento  ,   armarono   due 
l'uste  ,  sette    brigantini ,  un  galeone  e    una  nave  ,    facendo 
sollecite  guardie  perchè  il  soccorso  non  fiisse  posto  dentro. 
11  che  riuscì  loro  felicemente,  perciocché  essendo  l'armaia 
genovese  comparila  su  la  foco  d'Arno,  nella    qual  armata 
erano  trenta  barche    cariche    di  grano  ,    quindici    briganti- 
ni,    quaUro  galeoni,  e  la  nave  Lomellina,   avendo    vedute 
drizzate  le  bocche  dell"  artiglierie  su  per  amendue  le    ripe 
del  fiume  per  batterla  da' fianchi,  e  l'armata  fiorentina   ac- 
concia a  travagliarla  di  dietro,  se  \olesse  far    prova    d'en- 
trare ,  disperata   di   poter  far  alcun    profitto  ,  e  certa   della 
presta  perdita  de'  Pisani,  a  Leriti,  onde  era  partila,  si  ritor- 
nò. I  Fiorentini  veggendo  chiaramente  che  senza  tentar  l'e- 
spugnazione,   purché  in  Pisa  non  etUrasse  alcun    soccorso 
di  vivere,  da  se  stessa  conveniva  che  si  rendesse ,   accreb- 
bero il  numero  de'soldali,  e  procurando,  per  quanto  alla  di- 
ligenza umana  era    possibile,  che    questo   non   venisse  lor 
fatto  (avvegnaché  Pisa  per  l'ampiezza  della   campagna  che 
ha  attorno  attraversata  di  fossi  e  di  paduli ,  e   anco  per  le 
spesse  colline  sia  molto  acconcia  a  ricevere  sì  fatti  sovve- 
nimenli)  comandarono  che  dell'esercito  loro  si  facesser  tre 
parti,  runa  sotto  la  cura  d'Alamanno  Salviati  continuasse  a 
guardar  la  ripa  d'Arno  che  e  posta  verso  Livorno,  e  que- 
sta alloggiasse  in  S.  Piero  a  Grado,  ove  fu  gillato  un  ponte 
sopra  il  fiume,  sì  per  impedir  quella  via,  e  sì  per  poter  esser 
presti  ad  intendersi  con  gli  altri  campi;  de'qtiali  l'uno  sotto 
Antonio  da  Filicaia  occupasse  la  porta  che  guarda  nel  Val- 
diserchio, e  l'altro  raccomandalo  alla  diligenza  di  Niccolò 
Capponi  s'  attendesse  a  Mezzana  fuor  la  porta  alle  piaggic, 
tendendo  a   passi  ,    e  in  ogni  luogo  che  si    potesse   delle 
spie  e  degli  scorridori,  perchè    cos'  alcuna  non  fosse  nella 
città  assediata  introdotta.  Per  la    qnal  diligenza  esseudo  le 
cose  de'Pisani ,  che  erano  all'  estremo,  ridotte  in  tal  neces- 
sità, che  molti,  non  che  altro,  cadevano  morti  per  le  vie,  i 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  497 

conladini  non  polendo  più  tanla  miseria  tollerare  ,  costrin- 
sero coloro  che  avevano  in  mano  il  governo  a  tentar 
qualche  forma  d'  accordo  ,  facendo  segni  quando  ciò  non 
seguisse ,  che  eran  per  sollevarsi.  Non  andava  di  molto  in- 
nanzi la  fortuna  de'  principali  a  quella  degli  inQmi,  ma  l'o- 
dio grande  e  mortale,  che  avean  co' Fiorentini  ,  e  la  poca 
e  debile  speranza  d'averla  a  conse;^uire  da  loro  perdono, 
gli  avea  resi  in  guisa  ostinati,  che  arebber  voluto  veder 
prima  ridotta  in  cenere  la  patria,  e  morte  le  donne  e  G- 
g!iuoli ,  che  piegare  la  fierezza  del  crudo  animo  loro  ad 
atto  alcuno  di  mansuetudine  Nondimeno  veggendo  alienarsi 
un  membro  tanto  principale  dalle  lor  forze,  dove  in  qual- 
che modo  non  si  studiassero  di  sodisfargli,  fccer  per  mezzo 
del  Signor  di  Piombino  intendere  al  gonfaloniere  e  a' Dieci, 
che  quando  ad  alcuni  lor  cittadini  fosse  dato  salvocondotto 
di  poter  andare  a  Piombino,  arebber  per  mezzo  dell' istesso 
Signore  proposto  partito  alla  Repubblica  da  non  discoslar- 
sene.  Fu  dato  il  salvocondotto  a'  ventiquattro  tra  de'  citta- 
dini e  contadini  Pisani.  I  quali  andati  a  Piombino  ,  fecero 
intendere  dopo  aver  messo  in  mezzo  qualche  dimora,  che 
senza  l'intr rvenimento  d'alcun  cittadino  fiorentino  non  si 
polca  stabilire  cos'  alcuna,  e  che  per  questo  il  termine  del 
salvacondotto  s' ampli;isse.  La  Repubblica  come  che  cre- 
desse mollo  bene  tutto  ciò  farsi  artificiosamente  per  acqui- 
star tempo ,  e  per  servirsi  i  Pisani  di  questa  dilazione  a 
qualche  lor  beneficio,  spedì  nondimeno  a' 10  di  marzo  Nic- 
colò Macchiavelii  suo  segretario  a  Piombino,  per  toccar  con 
mano  il  fondo  di  questo  maneggio.  Dalla  qual  pratica  non 
si  essendo  ri'ratlo  alcun  frutto,  s' altendea  tuttavia  a  strin- 
ger la  città;  la  quale  da  nuove  speranze  lusingata,  stimò 
per  mezzo  d'Alfonso  del  Mutolo  suo  cittadino  d'urail  na- 
zione poter  corre  i  Fiorentini  alla  trappola ,  mostrando  che 
egli  per  benefici  ricevuti  da  Canaccio  da  Pratovecchio  ,  sol- 
dato fiorentino,  di  cui  era  stato  prigione,  era  per  dargli  ta- 
citamente la  porla  che  va  a  Lucca,  Col  quale  avviso  ,  non 
solo  speravano  poter  tagliare  a  pezzi  il  campo  del  Filicaia  , 
che  dovea  entrarvi,  ma  quello,  che,  secondo  l'ordine  fra  lor 
preso,  doveva  nel  medesimo  tempo  muoversi  per  farsi  ipiù 
presso  alle  mura.  Nondimeno  essendosi  i  Fiorentini  messi  a 
Amm.  Vol.  V.  :>2 


493  deli/  istorie  fiorentine 

questa  impresa  con  molto  online,  benché,  come  granJcmcnff* 
da  loro  desiderala,  così  credula,  ne  il  Mutolo  venne  a  con- 
seguire altro  di  questo  trattato,  che  la  morte  del  suo  bene- 
t'attore,  nò  a'  Pisani  riasci  cosa  di  momenlo,  fuorché  la  morte 
di  Pagolo  da  Parrana,   capitano  di    cavalleggieri   de'  Fioren- 
tini con  alcuni  altri  d'oscuro  nome.  Erano  con  la   speranza 
di  questo    avvenimento    stati  di  nuovo   raffrenati  coloro  ,  ai 
quali  piaceva  che  si  trattasse  l'accordo,  ma  mancata  questa 
tìnalmonte,  e  facendosi  ogni  dì  la  necessità  maggiore,  fu  di 
bisogno,  che,  malgrado  de' primi,  si  venisse  in  ogni  modo  a 
gli  effetti ,  e  conchiudessesi    in   qualunque  modo  1'  accordo. 
11  quale  incominciato  a  trattarsi  con  continue  e  diverse  dil- 
ficoltà  con  Alamanno  Salviati ,  convenne  alla  fine,  per  porvi 
r  ultima  mano,  che  egli  medesimo  in  compagnia  di  otto  am- 
basciadori  pisani  dell'uno  e  dell'altro  ordine  de' cittadini  e  dei 
conladini  ne  venisse  a  Firenze.  Entrarono  gli  ambasciadori  alla 
città  a'So  di  maggio,  giorno  celebre  per  la  festività  di  S.  Za- 
nobi  e  alloggiati  in  S.  Pietro    Scheraggio ,  con  ordine   che 
niuno  andasse  a  parlargli  senza  lictnza,  ottennero  dopo  nuovi 
discorsi  e  dispule,  più  tosto  messe  innanzi  da  loro  che  dai 
Fiorentini  ,  non  solo  libero  e  ampio  perdono  e  della  ribel- 
lione e  di  tante  ingiurie  e    danni  falli  alla  Repubblica  ,    ma 
che  non  fossero   tenuli  a   resliluziune   alcuna   di  quelli  beni 
mobili  de'quali    avanti  la  ribellione    o  al    pubblico, o  a' pri- 
vati mercatanti  e  ciltadini   fossero  debitori.    Fu  per    questo 
r  ottavo  giorno  di  giugno   preso  da  i  Ire  commissari  il  pos- 
sesso di  Pisa  con  inlìiiita    allegrezza,  non  solo    de' Fioren- 
tini, ma  del  popolo  mimilo  Pisano,  che  essendosi  ridolto  a 
pascersi  di  radici  di  erbe ,    diede  da  un  canto  grato,  e  dal- 
l'altro  brutto  spettacolo  di  se  slesso,  così  erano  trasfigurali, 
a' vincitori  medesimi.  Nò  a' capi  del  governo,  poiché  viddcro 
interamente  osservarsi  ciò    clic   era  stalo  lor  promesso ,    fu 
data  cagione  di  rammaricarsi  maggior mcnle  della  lor   fortu- 
na, considerando  massimamente  in  quel    tempo,  e  quasi  in 
quei  medesimi  giorni  quanto  diversamente  erano  trattate  lo 
guerre,  così  dal  re  di  Francia  e    da  gli  altri  principi   con- 
federali in    Lombardia  contro  lo    stalo  de'  Veneziani ,  come 
dal  pontefice    istesso    verso  le  città    di    Romagna ,    da'  me- 
desimi  Veneziani   stategli  occupale.   Imperocché  .  non  solo 


LIBRO  VENTOTTESIMO.  499 

conliM  il  pubblico  non  fu  da' Fiorentini  usalo  allo  alcuno 
di  crudeltà,  il  che  da  gli  nomini  accorti  si  polca  impu- 
tare a  prudenza  ,  perciocché  il  danno  sarc  bbe  tornalo  con- 
tra  loro  medesimi,  ma  non  fu  verso  alcuno  di  quelli,  i 
quali  sapevano  essere  stali  più  ostinati  degli  allri ,  trala- 
sciato eserapio  alcuno  di  mansuetudine  e  di  clemenza.  Ri- 
dotta dunque  poco  meno  che  dopo  quindici  anni  la  citlà 
di  Pisa  sollo  il  dominio  de' Fiorentini,  ma  secondo  il  fato 
di  quella  Uepubblica  ,  non  solo  vinta  con  l'arme,  ma  due 
volle  anco  ingordamente  comperala,  vi  furono  secondo  l'an- 
tico costume,  m;i  nominati  dal  consiglio  generale  ,  rimessi 
i  soliti  magistrati.  Alamanno  Salviali,  di  cui  abbiamo  par- 
lalo per  capitano  della  città,  e  Francesco  Taddei  per  pode- 
stà ,  amendue  per  sei  mesi,  con  gloria  grande  del  gonfalo- 
,  niere,  che  nel  suo  tempo  si  fosse  ricuperalo  così  impor- 
tante e  principal  membro  dell'imperio  della  Repubblica, 
l-a  quale  reintegrata  del  suo  stalo  ,  e  trovandosi  amica  del 
re  di  Francia  e  di  Spagna,  la  cui  potenza  non  che  ne' regni 
loro,  ma  in  Italia  era  allora  mollo  grande ,  solo  parca  che 
dovesse  procurar  di  star  bene  con  Cesare,  il  qual  calato  in 
Italia  a' danni  de'  Veneziani,  si  giudicava  che  gli  fusse  sialo 
molesto,  che  i  Fiorentini  si  fossero  insignorili  di  Pisa,  non 
per  benivolenza,  che  egli  portasse  a  quella  cillà,  ma  mosso 
(ome  si  credette,  dal  medesimo  interesse,  dal  quale  i  re  di 
Francia  prima  e  di  Spagna  erano  stali  mossi.  Per  la  qual  cosa 
trovandosi  egli  col  campo  intorno  Padova,  gli  furono  del  mese 
d'ottobre  mandati  arabasciadori  Giovan  Vetlorio  Soderini,  e 
Piero  Guicciardini,  non  senza  esserne  slati  prima  confortali 
dal  re  di  Francia.  E  sotto  titolo  d' ottenere  la  confermazione 
per  modo  di  capitolazioni  di  tutti  i  privilegi  della  Repubblica 
dagli  allri  imperadori  ollenuli,  e  insiememenle  d'avere  la  ces- 
sione del  medesimo  imperadore  a  tutte  le  ragioni,  che  così 
sopra  la  cillà,  come  su  lo  stato  di  Firenze  potesse  aver  mai 
avuto  l'imperio,  nominando  particolarmente  Pisa  di  nuovo 
riacquistala,  si  convennero  di  pagarli  quarantamila  scudi;  dei 
quali,  pagali  diecimila  di  presente,  gli  altri  dovesser  pagarsi 
per  tulio  il  marzo  vegnente  Acconcie  in  questo  modo  le  cose 
più  importanti,  fur  verso  il  fine  dell' anno  falle  alcune  prov- 
visioni in  materia  di  zecca,  sbandili  tulli  li  arienli  tosi,  e  pò- 


509  dell'  istorie  fiokentine 

slo  il  giusto  peso  per  gli  altri,  accresciuto  il  numero  de' si- 
gnori di  quel  magistrato  infino  a  tre,  ove  prima  erano  due, 
tratti  dall'arti  de' mercatanti  e  del  cambio,  e  si  battè  una 
moneta  d'ariento  piccola,  di  cui  andavano  venti  per  scudo 
d'oro,  oltre  altre  monete  di  minor  pregio.  Erasi  ancor  dato 
ordine  di  mandar  dugento  uomini  d'  arme  in  aiuto  del  duca 
di  Ferrara,  poco  meno  che  oppresso  dall'arme  de'Venezia- 
ni ,  perchè  respirati  dalle  b;iltiturc  di  Cesare  e  degli  altri 
principi  lor  nimici,  aveano  incominciato  a  pigliar  animo:  quando 
f!uor  deir  espellazione  di  ciascuno,  avendo  il  duca  Alfonso 
mostrato  valorosamente  il  viso  alla  f(irl(ma,  da  presso  che 
perditore,  die  loro  nel  Pò  una  terribile  rotta;  le  qua!  novella 
pervenuta  in  Firenze  la  vigilia  del  natale  del  Signore,  fu  ca- 
gione che  le  genti  non  essendo  più  ad  uopo,  si  facesser  fer- 
mare, chiudendo  con  molta  felicità  1'  anno  1509.  Riposava 
l'anno  soguente  la  Repubblica  godendosi  una  tranquillissima 
pace,  se  non  che  le  turba/ioni  d'Italia  davano  molto  che 
pensare  a  chi  teneva  in  mano  il  governo  di  lei;  perciocché 
la  lega  fatta  conira  de' Vineziani  dal  pontefice,  dall' impe- 
radore  e  dai  re  di  Francia  e  d'Aragona  infino  de'  dieci  di 
dicembre  dell' anno  1508  in  Cambrai,  pareva  che  s'incomin- 
ciasse a  dissolvere,  avendo  il  papa  a' venti  di  febbraio  di 
quest'anno  rihenedctto  i  Veneziani.  Dal  che  nondimeno  non 
che  nascesse  la  quiete  de"Veneziani,  i  quali  rimanevano  espo- 
sti all'ingiurie  di  Cesare  e  di  Francia  di  nuovo  ristretti  in- 
sieme, ma  il  papa  prese  1'  armi  conira  il  dura  di  Ferrara  , 
che  dependendo  da  Francia,  a  Giulio,  che,  come  si  vide  in 
processo,  di  tempo  avea  disegnalo  di  cacciare  i  Franzesi  d'Ita- 
lia, era  uno  stecco  pungentissimo  a  gli  occhi.  E  non  è  dub- 
bio alcuno  che  da  questa  prima  origine  fusse  ancor  nata  la 
rovina  del  gonfaloniere  Soderini.  Il  quale  o  non  ben  pene- 
trando nell'animo  del  pontefice  ,  o  non  conoscendo  in  lui  tante 
forze  che  lo  slimasse  atto  a  poter  mandar  sotto  i  franzesi, 
o  abbaglialo  dalla  divozione  che  la  patria  propria  e  egli  stesso 
per  le  molle  ambascerie  esercitate  in  Francia,  avea  con 
quella  corona,  certissima  cosa  è  ch'egli  cadde  insieme  con 
la  rovina  de' Franzesi  per  lo  sdegno  contro  lui  conceputo 
dal  pontefice,  per  vederlo  troppo  con  quel  principe  congiunto, 
e  da  non  potersene  valere  in  cosa  che  egli  disegnasse-  Con- 


r.lBRO    VENTOTTESIMO.  oOl 

tuUoeiù  avveiiendo  egli  diligentemente  di  non  provocarsi 
per  altro  l' ira  del  papa,  non  volle  prestar  soccorso  alcuno 
al  duca  di  Ferrara,  che  instantemente  gliel'avea  chiesto.  Ma 
sono  acconcie  e  aperte  le  vie  alla  rovina,  ne  pare  che  1'  u- 
niiina  provvidenza  possa  opporsi  a  quello  che  una  volta  è 
sialo  previsto  nel  Cielo.  Essendo  dunque  il  pontefice,  per 
accostarsi  con  la  corte  e  con  la  persona  sua  alla  guerra  fer- 
rarese, andato  per  la  via  di  Romagna  a  Bologna,  permise 
ad  alcuni  cardinali  che  per  più  lor  comodità  se  ne  venissero 
a  trovarlo  per  la  via  di  Toscana.  Ma  essendo  seguita  per 
viaggio  in  Ancona  la  morte  del  cardinale  d'  Ambuosa  di  na- 
zione Fran/ese,  coloro,  i  quali  per  rendersi  grati  a  Francia, 
cercavano  cagione  di  dividersi  dal  papa,  sparsero  fuor  voce 
che  egli  fosse  sta'o  avvelenato  per  fraude  di  Giulio.  Onde 
cinque  cardinali  che  erano  già  arrivati  in  Firenze,  de' quali 
due  erano  Spagnuoli  S.  Croce  e  Cosenza,  e  due  Franzesi 
Baiosa,  e  San  Maio,  e  il  cardinale  Sanseverino  Italiano,  mo- 
strando di  temere,  oi tennero  dal  gonfaloniere  per  un  certo 
tempo  salvocondiillo  di  potere  star  sicuri  in  Firenze.  Non 
ebbe  fatica  il  pontefice  a  disporre  il  gonfaloniere  a  mandarli 
via,  poiché,  chiamatili  a  se  1' avea  trovali  inubbidienti.  Ma 
egli  che  essendo  d'  animo  altiero  non  pativa  che  la  maestà 
della  sede  apostolica  fosse  accennata  d'  essere  offesa  in  pen- 
siero non  che  in  effcUi,  essendo  certissimo,  che  il  gonfalo- 
niere e  quello  slato,  che  allora  reggeva,  dipendea  tutto  da 
Franzesi,  rimanea  piij  offeso  dall' averli  prima  dato  salvo- 
condotto,  che  non  sodisfatto  d'  averli  licenziali.  Imperocché 
con  il  riceverli  parca,  che  egli  avesse  in  un  certo  modo 
mostratogli  ihe  potea  farlo;  le  quali  immaginazioni  agevol- 
mente s'  apprendono  negli  animi  moUo  gelosi  della  loro  ri- 
putazione. E  non  mancando  in  corte  ohi  questi  sospetti  del 
papa  facesse  maggiori,  si  prestò  prontamente  orecchia  a  chi 
si  profferiva  d'  opprimere  il  gonfaloniere.  Il  quale  di  ciò  che 
conlra  segli  ordiva  ninna  cosa,  tra  questo  mezzo,  sapendo,  e 
veggendo  essere  già  otto  anni  del  suo  reggimento  finiti,  volle 
dar  conto  di  tutte  le  spese  fatte  dal  pubblico  sotto  il  suo  Gon- 
faloneralo.  Al  che  fare  fu  ancor  mosso  per  aver  egli,  il  sommo 
magistrato ,  preso  altra  forma  di  conservar  la  pubblica  pe- 
cunia, la  qual  depositandosi  prima  appresso  mercatanti  a  ciò 


502  df,ll'  istorie  fiouentine 

eletti  con  provvisione  di  cinquanta  scudi  d'oro  il  mese,  volle 
egli  che  guardiano  e  depositario  ne  fusse  per  l'avvenire  per 
ogni  due  mesi  un  de'  signori,  che  con  seco  nel  sommo  ma- 
gistrato rcsidevano.  Fatto  dunque  leggere  tutti  i  libri  dei 
già  detti  depositar],  e  raccolto  insomma  lutto  quello,  che 
da'  sindachi  del  comune  era  stalo  saldato  loro  il  conto , 
trovò  essersi  speso  (ìorini  novecent'  otto  migliaia  e  trecento 
d'oro,  trovandosi  allora  sindai  hi  della  camera  piibbliia 
Francesco  M;igalolli  e  Genlilu  Sassetti.  Di  queste  cose 
comandò,  che  fos>c  rogato  Francesco  d'Arezzo  cancellier 
della  signoria,  ordinando  che  si  dovesser  que' libri  conser- 
vare in  una  cassa  sotto  tre  chiavi  in  «amerà  del  comune 
sotto  pena  di  fiorini  cinquecento  a  chiunque  ardisse  cavarli 
di  quivi  senza  partilo  de' signori.  Ciò  fu  fatto  a' ventidue  di 
dicembre  ;  quruido  il  di  seguente  si  scoperse  la  congiura 
contra  di  lui  ordita  in  Bologna,  che  andò  in  questa  maniera. 
J>uigi  della  Stufa  fu  molto  p;irligiano  della  famiglia  de' Me- 
dici, avea  un  figliuolo,  il  cui  nome  fu  Prinzivalle,  giovane 
allora  di  vinliciuque  anni  ,  il  quale  usando  in  Bologna  nella 
corte  del  papa,  e  sentendo  come  il  pontefice  stava  mai  di- 
sposto contra  il  gonf,d  jiiiere  ,  essendo  ancor  egli  di  quel 
governo  non  molto  ben  soddisfallo,  conobbe  che  agevol- 
mente per  mezzo  di  questa  mala  disposizione  si  sarebbe 
po;uto  por  mano  a  qualche  grande  impresa.  Profferlosi  per 
questo  per  esecutor  pronto  e  ardilo  d' ogn' importante  fae- 
cenda ,  si  conchiuse,  che  quando  gli  bastasse  l'animo  d'am- 
mazzar il  gonfaloniere,  Marcantonio  Colonna,  che  era  pre- 
sente a  quel  ragionamenio  ,  e  da  soMaio  della  Repubblica 
era  diventato  uomo  del  papa  ,  gli  avrebbe  dato  dicci  uo- 
mini elelti  a  condurre  a  fine  qu. dunque  cosa.  Accetlò  Prin- 
zivalle l'invito,  e  venutosene  a  Firenze,  e  volendo  a  cosi 
grande  impresa  aver  per  compagni  alcuni  giovani  della  no- 
biltà Fiorentina  ,  andò  fra  gli  altri  a  richieder  Filippo  Stroz- 
zi,  immaginando  come  cognato  del  cardinale  de' Medici,  do- 
vergli esser  la  sua  o[)era  pronta  e  fedele.  Ma  Filippo,  il 
quale  quando  s'imparentò  co' Medici,  avea  detto,  che  non 
gli  ragionassero  di  casi  di  slato,  ehe  n'arebbe  rimandalo 
la  moglie  a  casa  i  fratelli,  maravigliandosi  di  questa  ricliie- 
sla  di  rriiizi\;illo  ,  il  domandò  se  ciò  gli  diceva  in  nome  del 


LIBUO    VKNroTTESiriO.  303 

cardinale ,  e  senlilo  che  nò  .  meno  di  ciò  maravigliandosi 
gli  rispose,  ch'ei^li  non  volea  di  sì  falle  cose  impacciarsi. 
Lo  Stufa  tornò  ivi  a  poca  ora  a  Filippo  di  notle ,  il  quale 
di  lui,  come  di  feroce  giovane,  dubil;indo  ,  slelte  ad  udirlo 
con  molla  caulela.  Ma  essendo  sialo  interrogalo,  se  ej^li  si 
era  mutalo  di  proposilo,  e  risposto  che  nò;  almeno,  sog- 
giunse lo  Stufa,  fate  ufficio  d'uomo  da  bene,  non  ne  par- 
lale con  niuno,  rome  fusse  spia  e  scel'eralezza  il  palesare 
gli  allrui  tradimenti.  Farò,  rispose  io  Slrozzi,  quello  che  Dio 
mi  spirerà.  E  andato  a  trovare  Lionnrdo  Strozzi  suo  con- 
sorlo  ,  che  era  allora  de'Dioci  di  1, berla  e  pace,  tulio  il 
ragionamento,  che  seco  avea  avuto  io  Stufa,  pienaraonte 
gli  raccontò.  Lionardo  menò  Filippo  alla  presenza  del  gon- 
faloniere, che,  avendo  di  ciò  co' signori  suoi  compagni  par- 
lalo ,  e  trovalo  (he  Prinzivalle  ,  ii  quale  avea  ben  penelrato 
il  senlimcn'o  dello  S. rozzi ,  già  s'ora  in  Siena  ricoveralo 
^ppiesso  Pandolfo  Pctrucci ,  deliberarono  che  si  mandasse 
a  richieder  Luigi  suo  padre.  Il  quale  comparito  e  sostenuto 
la  vigilia  di  Pasqua  in  palazzo  ,  fu  per  la  signoria  ragunato 
il  consiglio  degli  ottanta;  e  dopo  narratogli  il  fallo,  e  do- 
mandato che  con  le  fave  rendessero  il  volo  ,  se  Luigi  do- 
veva esser  licenzialo  o  nò ,  non  vi  fu  più  che  un  terzo  che 
concorresse  alla  sua  liberazione.  Fu  perciò  messo  a  partito 
se  egli  si  dovea  esaminare  ,  e  vinto  per  più  di  due  terzi  . 
fu  commesso  a  gli  Otio  che  facessero  questo  ufficio.  Scrisse 
Luigi  di  sua  mano  alla  signoria  alcuna  cosa  di  non  molto 
momento;  perchè  fu  a' ventisei  di  nuovo  ragunato  il  consi- 
glio, e  domandatogli  se  Luigi  si  dovrà  mettere  a'tormenti. 
non  si  vinse  il  parlilo  ,  o..de  fur  di  nuovo  il  seguente  giorno 
chiamati  gii  ottanta.  E  dopo  molle  dispute  e  contese  ,  di- 
chiarando ciascuno  il  suo  parere  per  poiiza ,  come  si  costu- 
mava nella  quaranlìa ,  fu  finalmente  seguitalo  il  giudizio 
d'una  poiiza,  nella  quale  si  conteneva,  che  egli  dovesse 
esser  rimesso  a  gli  Otto,  i  quali  governassero  questa  cosa 
come  caso  di  stalo.  Essi  il  di  che  seguì  appresso  pubblici- 
rono  un  editto,  che  se  Prinzivalle  della  Slufa  non  compa- 
riva fra  lo  spazio  di  tre  giorni  al  loro  ufficio  ,  s'intendesse 
aver  bando  di  ribello.  Congiclturò  quindi  il  popolo,  che  di 
Luigi,    perciocché  gli  Olio  non  avcano  a  risedere  più   che 


501  dell"  ISTOIUK    FlOtlENTINE 

tre  giorni,  la  causa  si  dovesse  rimellere  a  gli  Olio  filimi. 
Intanto  dovendosi  il  set^iieiite  giorno  che  era  domenica,  far 
la  creazione  de' gonfalonieri  delle  compagnie,  e  per  qiipslf» 
ragiinarsi  il  consiglio  generale  ,  quando  il  gonfaloniere  So- 
derini  vide  ciascuno  posto  a  sedere,  rizzatosi  egli  su ,  parlò 
al  popolo  in  questa  maniera.  Sono  otto  anni  preclarissimi 
cittadini ,  che  da  vostri  liberi  voti  senza  niuna  mia  prece- 
dente pratica,  come  a  ciascuno  di  voi  è  manifesto,  io  fui 
creato  gonfaloniere  a  vita ,  nel  qtial  tempo  sono  stati  in  mia 
compagnia  poco  mono  di  quattrocento  citiailini  de' signori  . 
che  letti  mi  possono  far  testimonianza  ,  se  io  o  tenuto  modi 
d"  ingannare  il  popolo  ,  se  in  me  hanno  conosciuto  parzialità 
alcuna,  e  se  per  mio  speziale  afTetlo,  o  de'miei  io  mi  sia 
valuto  di  questa  autorità  che  voi  mi  avete  conceduta.  In 
tutto  questo  tempo  non  si  troverà  mai,  che  io  abbia  mandato 
persona,  o  scritto  al  pa'agio  d.I  podestà,  o  alla  mercanzia ,  o 
a  tribunale  ab'uno  in  raccomanrlazione  di  persona  che  viva, 
e  veramente  per  mia  buona  fortuna  in  questo,  Iddio  non 
mi  a  fatto  grazia  di  aver  figliuoli,  onde  almeno  per  l'amore 
di  essi ,  io  avessi  avuto  a  torcere  alcuna  volta  dal  diritto 
cammino.  Pensava  per  queste  cagioni,  che  la  vita  mia  non 
dovesse  di  ragione  stare  esposta  ad  alcun  pericolo  ,  ma  o 
che  con  questa  autorità  datami  da  voi  io  avessi  a  morirmi, 
o  se  caso  al  uno  fusse  succeduto  d  aver  a  fare  mutazione, 
pacifiiamente  e  senza  sangue  io  me  n'avessi  a  tornare  a 
<  asa  mia.  Come  sono  fallaci  i  consigli  umani ,  così  confesso 
liberamente,  che  di  gran  lunga  io  sono  restato  ingannalo 
dalla  mia  credenza,  poiché  mi  vien  scritto  di  Bologna  dalla 
corte  islessa  del  pontefice  ,  che  in  vari  modi  si  son  tenulc 
consulte  di  tormi  la  vita  ;  essendo  prima  stiito  deliberato 
d'ammazzarmi  in  consiglio,  ma  dubitando  di  se  stessi  per 
r  amore  ,  che  pure  è  fama  essermi  portato  da  miei  citla- 
dini ,  pensarono  di  far  bene  questo  effetto  in  palazzo  ,  raa 
in  tempo  che  io  potea  esser  solo,  o  da  poche  persone  ac- 
compagnato; nò  questo  piacendo  loro,  avean  deliberato  di 
farlo  in  tempo  ,  che  io  potessi  esser  fuori  con  la  signoria  , 
non  uscend'io  mai  iu  altro  modo  di  palazzo;  la  qual  cosa 
benché  scoperta,  come  sapete,  minacciano  di  tormi  via  del 
mondo  col  veleno.   In   qu.ul    modo    piaccia    lor    d'accorciar 


LIDRO   VENTOTTESIMO.  £0) 

quegli  anni,  che  la  natura  rai  può  concedere,  io  non  sono 
per  domandarvi  guardia  per  la  mia  persona ,  la  quale  non 
esser)do  più  che  un  uomo,  un  uomo,  e  non  allro  mancherà 
di  voi  ogni  volta  che  m'uccidano,  che  o  tardi,  o  tosto, 
bisogna  pur  che  un  di  venga  mino  ;  se  si  avesse  a  cercar 
guardia  per  quella  dignità,  la  quale,  con  nuovo  esempio 
nella  nostra  Rppubblica  ,  dopo  tante  centinaia  d'anni  avete 
nella  mia  persona  costituito,  vostro  ne  sia  il  pensiero  ,  pa- 
rendomi che  chiunque  brama  di  spegner  quesla  dignità,  ha 
voglia  di  serrar  qufsta  sala  del  consiglio,  perchè,  come  al- 
cun confinato  suol  dire,  mandato  una  pirte  de'cittadini  a 
uccellare  in  villa,  l'altra  vi  possa  fare  al  calcio,  tanto  è 
grande,  serbando  per  se  soli  la  noia  e  il  peso  d<  1  gover- 
nare, la  carità  che  hanno  degli  agi  e  de' diletti  de' loro  cit- 
tadini. Ma  se  voi  sperando  nelP  aiuto  di  Dio,  e  confidati 
nella  vostra  prudenza  conoscete  non  aver  bisogno  che  altri 
vi  governi,  e  io,  per  le  tante  in«idie  che  si  vanno  tendendo 
ogni  giorno  alla  vita  mia  ,  veggo  non  poter  esser  lungo 
tempo  con  voi  ,  vi  conforto,  amatissimi  cittadini,  a  eleggere 
in  questo  grado  persona,  la  quale  spogliala  da  proprj  afTet- 
(i,  ninna  cosa  abbia  avanti  a  gli  occhi,  che  il  pubblico  be- 
neficio. Ma  spesso  avviene,  che  ninno  più  di  questo  pub- 
blico benefìcio  si  mostri  desideroso  di  coloro  ,  i  quali  avendo 
solo  la  mira  alla  privata  grandezza ,  se  ne  servono  per  un 
istrumenlo  da  ricoprire  i  loro  disegni.  A  ninna  tirannide  si 
delle  mai  principio,  che  avesse  avuto  altro  velo  o  altio  co- 
lore 0  altro  titolo  della  comune  libertà.  Però  siale  desìi, 
che  sotto  le  do'ci  parole  non  covino  i  cattivi  fatti ,  tenete 
largo  questo  stato,  che  non  potete  capitar  male;  non  siate 
vaghi  di  novità  ,  che  questo  sovente  è  stato  rovina  della 
patria  nostra,  e  di  me  serbale  questa  memoria,  che  se  non 
ho  sapulo  0  potuto,  si  veramente  ho  avuto  animo  di  giovar- 
vi,  ricordandovi ,  che  sono  sialo  tanto  lontano  d'usar  questa 
maggioranza  che  m'avete  dato  in  pregiudizio  d'alcuno,  che 
piaccia  a  Iddio,  ch'io  non  ne  abbia  aggravata  la  mia  co- 
scienza; ma  forse  l'età,  lesperienza  delle  cose  mostreranno 
a' giovani  sediziosi,  come  s'abbia  a  vivere  in  una  città  li- 
bera, essendo  licenza  sfrenata,  e  non  moiernta  libertà 
quella  ,    che   intendo   venir  usata  da  molti  per  poco  onesto 


306  dell'  ISTOKIE    FIORENTINE 

cagioni  (li  giorno  e  di  nolle    contro  i  meno    polenti.    Iddio 
fuelta  in  cuore  a  ciascuno  a  solcare  diritto,  e  queslo  sia  il 
fine  del  mio  ragionamento  Commosse  ciascuno  grandemente 
il  parlar  del  gonfaloniere,  e,  in  quanto  a  gli  Otto,  ancorché 
(li  ciò  non  avess' egli  fallo   parola,  la  dimoslrazion    che   ne 
fecero,  fu,  che  Luigi  della  Stufa  senza    aspettar    il    tempo 
che  il  figliuolo  dovesse  comparire,  fu  confinato  nel  vicarialo 
di  Certaldo  per  cinque  anni ,  arrogendovi   poscia    i    signori 
la  pena  di  ribello  ,  dove  egli  il  confino  non  osservasse.  Ot- 
tennesi  poi  una  provvisione  per  vietare  ,  che  paramenti  non 
s'avessero  a  fare,  rhe-in  caso  che  mancasse  alcuno  de' su- 
premi   magistra  i ,  cioè  si-;nori,  gonfalonieri    di    compagnie 
e   dodici    buon    nomini,  o  che  le  borse  fussero    maculate  , 
allora  queli  che  mancassero  si  potesser  rifare  con  quel  nu- 
mero di  consiglio  che  fusse  in  sala.  La  qual  provvisione  fu 
vinta  il  20  dì  dell'anno  1511,  cosa  che  tentata  in  altro  tempo 
due  volte,  non  si  era    mai    potuta    ottenere,    mostrando    i 
cittadini  di  maggior  autorità,  che  non  era  necessaria,    non 
essendo  mai  por  mancare  (he  non  si  facessero.  Ma  la  con- 
giura ordita  conlra  il  gonfaloniere,    e    alcun  de' compagni, 
mostrò,  che  la  cosa  sarebbe  agevolmente   potuta    avvenire. 
Dopo  qne  te  cose  si  fece  una  legge  intorno  al  moderare  le 
doti  ,  le  quali  cresciute  fuor  di  modo    avean  ridollo  le  cose 
in  termine  ,  che  molte  fanciulle    si    slavano    in    casa  si-nza 
andar  a  marito.  Imperocché  non  si  guardava   più  a  nobiltà , 
nò  a  co. lumi,  ne  a  ninna  di  quelle  cose,  che  già  solevano 
esser  in  pregio,  ma  come  si  mercatassero    drappi    o    Inne  , 
solo  si  altendea  ai  numero  de' danari.    De' quali  chi  abbon- 
dava benché  vile,  avr(  bbe  messo  la  sua  figliuola  iu  casa  di 
qualunque  gr.in  cittadino,  ove  i  bisognosi  di  essi  quantunqu..^ 
nobili    e    d'antico  legnaggio  la  facevano  male.  Fu  per  que- 
slo nel  consiglio  generale  deliberalo  ,  e  cosi  pubblicato  jjer 
legge,    che    ninno    cittadino    potesse   per  l'avvenire  dar  di 
dola  alla  figlinola,  che  non  avesse  altra  \olta  avuto  marito, 
più  che  fiorini  millesecento  di  suggello ,  con  pena  di  fiorini 
ottocento    d  oro  a' trasgressori.  Fu  condotta  poi  la  Vergine 
deirimprunela  mila  città  per  le  grandi    piove  state  l'aprile 
e  il  maggio  ,  dallo  quali  non  si  temea  minor  danno  ,  che  già 
6i  era  ricevuto  dal  freddo  granJe  stalo  ucl  ir.c^ic  di  gennaio, 


LIBHO    VENTOTTESIMO.  507 

il  quale  molto  più  die  non  uvea  fatto  l'anno  1500,  a\ca 
grandemente  danneggiato  il  contado.  Donaronseie  dalla  si- 
gnoria e  da  privali ,  ricchi  e  belli  mantelli  da  coprire  il 
tabernacolo  ,  piiliolti  e  gran  quantità  di  cera.  Già  era  ve- 
nuto il  tempo,  che  la  tregua  che  s'avea  co' Sanesi ,  che  più 
volte  era  stala  ampliata  spirava.  Onde  non  si  faceva  alcun 
dubbio,  che  i  Fiorentini  rivolesser  ]\Iontepulciano.  Di  che 
non  solo  avea  terrore  Pandolfo  Peirucci ,  ma  il  pontefice 
Giulio,  il  quale  avendo  nel  desiderio  di  \incer  Ferrara  per- 
duto Bologna,  mollo  dubitava  che  l'arme  de'Franzesi,  come 
confederati  e  amici  de' Fiorentini  ,  non  penetrassero  in  To- 
scana ,  onde  si  mellesse  in  pericolo  il  paese  di  Roma.  E 
già  per  ordine  de' Dieci  si  vedea  che  molli  uomini  d'arme 
della  Repubblica,  che  solevano  alloggiare  in  quel  di  Pisa, 
erano  passali  a'conflni  di  Siena,  e  che  si  tenevano  strclle 
e  calde  pratiche  con  alcuni  fuorusciti  di  quella  città.  Onde 
il  ponlefice  non  mancando  secondo  1' ardor  suo  a' bisogni  e 
pericoli  che  sopraslavano  ,  non  fu  tardo  a  mandar  con  genie 
d'arme  e  con  cavalleggieri  Giovanni  Vitelli,  e  Guido  Vaina 
a  Siena.  Ma  mostrandoli  il  Peirucci  che  questa  era  una  via 
molto  più  facile  a  far  venir  le  genti  franzrsi  in  Toscana:  e 
che  per  fuggire  maggiori  disordini ,  il  minor  male  era  ii 
render  Montepulciano  a' Fiorentini  ,  al  che  egli  non  era 
buono  islrumento  por  non  rendersi  inimico  il  popolo,  indusse 
il  papa  in  tempo  della  signoria  di  luglio  e  d'  agosto  ,  n^  Ila 
quale  risedeva  de'  signori  Piero  Aldobrandini  avolo  di  Cle- 
mente Vllf  a  farsi  mezzano  egli  di  questa  restituzione  ,  e 
insiememenle  a  trattar  lega  tra  1'  una  Rcpubiilica  e  l'altra  a 
difesa  degli  slati  comuni.  Nondimeno  bisognando  proceder 
sopra  ciò  con  molla  cautela  ;  acciocché  i  Montepulcianesi 
ciò  risapendo  non  facesscr  da  loro  quello,  che  i  Sanesi  iti- 
tendeano  di  fjr  eglino  ;  e  così  i  Fiorentini  non  avendo  di 
ciò  alcun  obbligo  con  esso  loro,  stessero  nel  far  la  confe- 
derazione ne' loro  avvantaggi;  non  prima  che  a' 3  di  settem- 
bre, essendo  questa  pratica  incominciata  infin  da' primi 
giorni  d'agosto,  ebbe  l'intera  perfezione.  Andò  a  pigliare 
il  possesso  della  città  Ormanozzo  Deli  dottor  di  leggi,  avoio 
materno  di  Clemente  Vili,  il  quale  si  trovava  in  quel  tempo 
podestà    d'Arezzo,  e  fuUi  conseguala  da  Iacopo  Simonetta 


508  DEl-L   ISTORIE    FIORENTINE 

auditore  di  ruota  mandatovi  a  questo  effetto  dal  papa ,  sì 
come  due  giorni  dopo  si  ebbe  la  fortezza  dal  castellano 
tenutovi  da' Sanesi.  Seguì  in  un  medesimo  tempo  la  lega  tra 
queste  due  Repubbliche  per  venticinque  anni  ;  obbligandosi 
i  Fiorentini  a  mantener  particolarmente  così  Pandolfo,  come 
i  suoi  figliuoli  in  stato.  Vennero  poi  a' pie  del  gonfaloniere 
e  della  signoria  dieci  ambascialori  di  Monlepulciano,  i  quali 
benignamente  ricevuti  impetrarono  non  solo  perdono  della 
commessa  ribellione  e  di  qualunque  ingiuria  fatta  alla  città  , 
ma  ampia  e  libera  confermazione  di  tutti  i  loro  antichi  pri- 
vilegi e  onori 


Ora  per  lo  stabilimento  di  questi  concilj ,  si  è  sempre  avuto 
riguardo  di  scerre  luoghi  non  solo  comodi  a  tutte  le  parti 
che  v'  aveano  a  convenire ,  ma  in  guisa  sicuri ,  che  a  nes- 
suno legittimamente  (use  rimaso  campo  di  rifiutarli.  E  di- 
scorrendosi da  cui  più  gli  toccava  ,  qual  potesse  essere  que- 
sto luogo,  concorre\ano  fra  gli  altri  molle  qualità  nella  città 
di  Pisa.  Il  poter  es>;ere  assicurata  da' Fiorentini ,  popolo  li- 
bero, e  il  quale  in  questa  causa  non  avea  particolar  inte- 
resse alcuno  fuorché  il  pubblico.  Il  silo  ove  ella  è  posla 
per  la  vicinila  del  mare  ,  il  che  a' prelati  franzesi  e  spa- 
gnoli avrebbe  recato  gran  comodità  di  condurvisi  con  le 
loro  famiglie,  l'abbandonar  sufficientemenle  delle  cose  ne- 
cessarie al  viver  umano;  e  soprattutto  perchè  due  altre  volte 
come  si  è  detto ,  con  somma  felicità  vi  si  erano  sì  falli 
concilj  rngunati.  Per  la  qual  cosa  il  re  Lodovico  indusse  il 
gonfaloniere  a  contentarsi ,  che  il  concilio  si  dovesse  cele- 
brare in  Pisa  ;  non  perchè  al  Sederini  fusse  nascosto  di  che 
importanza  era  la  cosa  che  imprendea  a  fare  ,  imperocché 
non  restò  da  lui  di  distorre  Y  animo  del  re  da  Pisa  ;  ma  o 
perchè    slimasse   che  la  cosa  non  dovesse  avere  effetto  ,  o 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  309 

perchè  non  ardisse  di  contrapporsi  al  re  ,  die  instanlemente 
glielo  chiedeva ,  o  che  pure  alle  cose  che  hanno    a    succe- 
dere malagevolmente    si    possa   riparare.  Se  pure  il  gonfa- 
loniere il  quale  sapea  qual  fusse  l'animo  del  pontefice  \erso 
di  lui,  non  volle  mostrargli  che  era  in  sua  possa  e  arbitrio 
di  fargli  del  male.    Fu    dunque   per  lo  [irimo  di  di  settem- 
bre,   essendo    questa    deliberazione  tra  il  re  e  la  signoria 
stata  molti  di  tenuta  segreta,  inlim.ito    da    parte    de' cardi- 
nali,  i  quali  aveano  negalo  d'ubbidire  al  pontefice ,  il  con- 
cilio nella  città  di  Pisa  ;  e  essendo  in  quel  medesimo  giorno 
compariti  nella  già  detta  città  un  prelato  da  parte  del  clero 
di  Francia,  e  mandalarj  così  di  Massimiliano,  come  del  re 
Lodovico  per  dar  principio  a  gli  alti  del  concilio  ,  non    gli 
fu  da  Piero  del  Nero  ,  che  in  queir  istesso  dì  v'era  ito  ca- 
pitano ,  consentito  cos'  alcuna  ,  se  prima  non  fu  fatto  inten- 
dere alla  signoria,  da  cui  avuto  ordine,    che    senza   entro- 
mottersi  egli  in  altro,  lasciasse  a  i  già  delti    ministri    ese- 
guire i  loro  uffici ,  fu  da  essi  dalo  principio  così  alla  messa 
dello  Spirito  Santo,  come  all'altre  cerimonie,  le  quali  nel- 
l'incominciamento  de'concilj  sono  dalla  chiesa  costumate  di 
fare    Ma  in  un  medesimo  tempo  sorsero  di  molti  disordini, 
siccome   nelle   cose    avviene;  le  quali  non  sono  indirizzale 
con  quella  prudenza  e  costanza,   che  in  faccende    di    tanto 
momento   si  conveniva.    Imperocché    conoscendosi    tuttavia 
l'errore  che  si  era  fatto,  in  pei  mettere  questo  concilio,  se 
bene  fu  permesso  a  quegli  ministri ,  che  i  loro  ufiicj  eser- 
citassero, fu  prestato  loro  lanlo  poco  favore  nel  resto,  che 
certa  cosa  è,  tosto  che  i  preti    del    Duomo    s"  avvidero    la 
messa  e  le  preci  farsi    per    conto  del  concilio  ,    essersi  in- 
contanente partiti  di  chiesa,    non    allrimenli    che  se  fusser 
presenti  a  maledizioni   e    bestemmie   Facendo  similmente  i 
cardinali  inslanza  per  la  sicurtà  del  concilio ,  che  fusse  lor 
lecito  da  potervi  venire  con   trecento    lance    franzesi.    non 
era  loro  in  modo  alcuno  acconsentito   da'  Fiorentini    E  dal- 
l'altro  canto  avendo  il  papa  mandalo  un  audiiore    di    ruota 
in  Firenze  ,    perchè  non  permettessero  ,  che  in  Pisa  il  dia- 
bolico conciliabulo ,  come  egli  era  usato  chiamarlo,    si    ra- 
gimasse;  imperocché  aveva  ancor  egli  nell'ultimo  giorno  di 
luglio  ,  come  a  tutto  il  mondo  era  manifesto  ,    1'  universale 


olO  deli'  istorie  fiorentine 

e  sagro  concilio  per  lo  primo  giorno  di  maggio  del  seguente 
anno  nella  chiesa  li  san  Giovanni  Laterano  in  Roma  pub- 
blicato, non  potè  cos' alcuna  conseguire,  non  ostante,  che 
alle  preghiere  avesse  aggiunto  minacce  orribili  e  spaven- 
tose. Da  questo  nasceva,  che  coloro,  i  quali  non  amavano  la 
grandezza  del  gonfaloniere  dicevano  ,  se  alcun  pericolo  so- 
praslava alla  Repubblica,  (uUociù  procedere  dall'esser  egli 
col  cardinale  suo  fratello  di  divozione  franzesc.  Onde  in- 
cominciava a  tornare  a  molti  l'amore  verso  la  casa  de'Me- 
.dici ,  e  insiemrmi^nle  il  desiderio  del  ritorno  loro  alla  pa- 
tria, avendo  massimamente  la  destrezza  e  um.inilà  del  car- 
dinal Giovanni  e  di  Giuliano  grandemente  mitigato  l'odio 
contro  la  famiglia,  concitato  dalla  ferocità  e  alterigia  di  Piero 
lor  fratello.  Le  quali  cose  non  essendo  nascoste  al  ponte- 
fice, e  non  veggendo  i  Fiorentini  piegare  né  per  conforti, 
né  per  minacce  ,  rimosse  prima  con  gravissimo  sdegno  il 
prelato  che  ei  teneva  in  Firenze,  il  quale  partitosi  a'22  di 
settembre,  giunto  che  fu  a  Siena,  mandò  all'arcivescovo  che 
pubblicasse  la  città  e  subborghi  di  Firenze  esser  interdetti, 
acciò  che  riconoscendo  i  Fiorentini  questa  discordia  dal 
gonfaloniere ,  più  fieramente  contro  segli  commovessero. 
Ma  egli,  benché  il  consiglio  chiamato  degli  ottanta  non  si 
fusse  ragunalo ,  fece  col  consiglio  d'  alcuni  dottori  ordinare 
a  sei  conventi  de' frali  mendicanti,  che,  non  ostante  qualun- 
que comandamento  in  contrario  come  ingiusto  ,  dovessero 
celebrare  i  divini  ufficj  ,  altrimenti  sgombrassero  dal  do- 
minio fiorentino  ,  appallando  intanto  dell'interdetto  al  con- 
cilio universale.  E  nondimeno  fece  dalia  signoria,  e  da'Dieci 
scrivere  a  quei  prelati  che  in  Pisa  erano  venuti,  che  infiho 
alla  venuta  de' cardinali .  che  di  corto  vi  s'aspettavano,  ad 
altro  atto  non  procedessero;  come  fusse  specie  di  riconci- 
liazione il  non  ferir  a  man  piena  gli  uomini  grandi ,  i  quali 
non  che  somiglianti  offese,  ma  le  mediocri,  o  tepide  adu- 
lazioni e  servigi  offendono  gravemente.  A  queste  contrarie 
azioni  infra  di  loro  se  n'aggiunse  un'altra,  benché  neces- 
saria, che  indirizzandosi  tuttavia  i  cardinali  alla  volta  di 
Pisa  seguitati  dalle  trecento  lance,  avvisando  d  cardinal 
Sanmalò,  col  cui  consiglio  e  autorità  i  Franzesi  si  gover- 
navano, che  quando  egli  vi  fusse  arrivalo,  i  Fiorentini  fa- 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  51  f 

cendo  della  nccessilà  virlù,  non  ardirebbono,  e  pcrawtn- 
liira  non  polrcbbon  mandarle  fuori.  Fu  la  signoria  coslrclla 
mandare  il  primo  d'oUobre  al  cardinale  già  detto,  il  quale 
attendeva  a  dar  buono  parole  .  che  le  lance  non   verrebbo- 
no,  Francesco  Vettori,  penhè  gli  protestasse  a  viso  aperto, 
che  non  pensasse  in  modo  ahiiiio  d'entrare  nel  lor  dominio 
con  le  genti  che  gli  erano  stale  proibite  ,  imperocché,  senza 
aver  altro  riguardo,  si  sarebbe  proceduto    contra    di    loro  , 
come  contra  i  nimici  della  lor  Repubblica.  Convenne,    cfie 
l'orgoglio  franzese    cedesse    alla    fiorentina    deliberazione, 
permetlendoglisi    nondimeno   per  riputazione  del  concilio  e 
de' cardinali    centocinquanta  arcieri  con  le  persone  di  Ciat- 
tiglione ,  e  d"  Odetto  di  Fois    signore    di    Lotrech  ,   che  da 
principio  era  stato  disegnato  capitano    delle    trecento  lance 
per  la  guardia    d' esso    concilio.    Aia    queste    cose    benché 
ammollissero  dopo  alquanto  l'animo  del  papa,  non  erano  a 
tempo,  non  essendo  anche  inlese  da  lui,  il  quale  essendosi 
l'alto  mezzano  della  restituzione  di  Montepulciano  per  tenere 
i  Franzesi  discosto  ,  era  fuor  di  modo  inacerbito  per  lo  ru- 
more sparso,  che  essi  verrebbero  armati  in  Pisa,  non  veg- 
gendo  ancora  che  ne  a' Fiorentini  era  questo    per    piacere- 
Onde  non  volendo  trovarsi  sprovveduto  per  lulli  i  casi  che 
potessero  avvenire ,    non    meno    per    la   congregazione  del 
concilio  ,  che  per  la  fama  delP  armi  già  dette  ,    avendo    più 
giorni  differito  di  dar  conclusione  ad  alcune  pratiche  di  pace 
col  re  di  Francia  ,    si    ristrinse    in    lega  col  re  callolico    e 
co'  Veneziani.  La  qual  fu  pubblicata  la  prima  domt  nica  del 
mese  d'ottobre    in    Roma    in    santa    Mnria  del  Popolo  con 
grandissima    celebrità  ,    essendovi    presenti    non    che    lutto 
il  collegio    de' cardinali   e    gli    ambasciadori  de' confederati , 
ma    il    pontefice    islesso.  Ne'  capitoli  della  qual  lega  conte- 
nendosi   principalmente  la  conservazione    dell'unione    della 
chiesa,  e  1' abbattimento  del  soprastante    scisma  del  pisano 
concilio,  e  de"  suoi  difensori,  venia  per  conseguente  a  con- 
tencrvisi  l'aver  a  procurare,  che  il  dominio  fiorentino,    da 
cui  il  detto  concilio  era  favorito,  a  sanità   si   riducesse;   il 
che  per  miglior  via  e  più  pronta  e  agevole  non    parca    che 
si  potesse    condurre  ad  effetto,  che  col  rimuovere  da  quel 
governo  Piero  Sederini,    e   introdurvi    la    casa    de' Medici. 


512  dell'istorie  fiouentine 

Della  quale  essendo  capo  il  cardinale  Giovanni ,  non  si  facia 
dubbio  niuno,  Ira  per  esser  egli  cardinale,  e  dalla  parie  del 
papa,  e  per  così  alto  e  segnalato  benelìcio  che  da  lui  rile- 
verebbe ,  che  fusse  per  seguir  sempre  per  l'avvenire  in  ogni 
lortuna  T autorità  del  pontefice;  il  quale  per  l'ardente  desi- 
derio che  avea  di  cacciare  i  Franzesi  d'Italia,  conosceva 
ottimamente  di  quanta  importanza  era,  che  quel  domìnio  si 
rogolasse  secondo  il  voler  suo  e  de'  confederati-  Intorbidan- 
dosi in  tal  modo  tuttavia  maggiormente  le  cose ,  e  senten- 
dosi che  il  pontefice  voleva  far  capo  delle  sue  genti  in  Ro- 
magna, dove  avea  mandalo  il  legalo,  si  fecero  in  Firenze 
diverse  provvisioni.  Imperocché  si  cavarono  molli  de' citta- 
dini non  che  di  Pisa,  ma  d'Arezzo,  di  Cortona  e  del 
Borgo  scconi'o  1'  antico  costume  tenuto  dalla  citlà  in  simili 
go^pelti.  Mandaronsi  per  guardia  della  ciità  di  Pisa  secento 
soldati  di  Lunigiana  ,  olire  trecento  che  n'  erano  in  cittadel- 
la ,  e  quasi  tutta  la  gente  d'arme  fu  alloggiala  tra  Cascina  , 
Vico,  Lari  e  Ponte  di  Sacco.  Nel  Valdarno  disopra  furono 
mandati  commessarj  per  star  desti  e  solleciti ,  se  il  papa  , 
come  minacciava,  avesse  volalo  tentar  alcuna  cosa  per  la  via 
di  Perugia.  Ma  bisognando  per  i  soprastanti  pericoli  pensar 
soprattutto  al  provvedimento  de' danari,  occorreva  fra  gli 
altri  disegni  di  trarne  una  parte  dal  clero.  Nella  qual  opi- 
nione concorrendo  vivamente  il  gonfaloniere,  come  quelli  a 
cui  era  manifesto  la  guerra  non  tanto  muoversi  contro  la 
patria,  quanto  contro  la  persona  propria,  non  gli  fu  fati- 
coso, per  l'autorità  che  egli  avea,  dì  vincere  il  parlilo  nel 
consiglio  de' richiesti.  Ma  facendo  di  mestieri  che  quel  fusse 
approvalo  dal  consi;z,lio  universale  ,  si  polè  chiaramente  ve- 
dere quanto  malvolentieri  il  popolo  vi  si  volgeva;  perciocché 
proposto  il  partilo  in  due  giorni  ,  non  prima  che  nella  sesta 
volta  si  ottenne ,  e  quello  molto  regolato  e  ristretto.  Onde 
mi  son  fatto  talor  maraviglia,  che  alcuno  autore  di  molla 
gravità  abbia  lascialo  scritto,  non  essere  slato  al  gonfalo 
iiiere  dilTìcile,  dopo  che  egli  parlò  al  popolo,  confortan  iolo 
a  vincer  la  legge  ,  a  tirarlo  alla  sua  volontà.  Anzi  vinti  che 
furono  a' 16  d'ottobre  gli  olio  cittadini  che  dovean  por  l'ac- 
cano a' preti  e  a  gli  altri  religiosi,  de'qoali  quatlro  rifiula- 
roi.o  ,  non  si  potelter  insino  a'  23  vincer  mai  gli  allri.  si  era 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  313 

sirella  la  pratica  di  coloro  ,  i  quali  per  varj  rispclli  nou 
volendo  a  ciò  concorrere ,  contraslavano  con  le  fave  bian- 
che che  ninno  vincesse.  Perciocché  alcuni  erano  spaventali 
dal  timore  della  religione.  Ad  altri  come  poco  amici  del 
gonfaloniere  non  aggradiva  cos'  alcuna  che  a  lui  piacesse. 
Ma  non  era  anche  piccolo  il  numero  di  coloro,  a' quali,  più 
che  il  pubblico,  il  privato  interesse  dava  noia  ;  essendo  po- 
che delle  famiglie  nobili ,  the  non  avessero  il  prete  ricco 
dc'beneflcj  in  casa.  Furono  finalmente  gli  otto  cittadini  che 
restarono  a  porre  l'accatto  a' beni  ecclesiastici,  Baldassarre 
Carducci  dottore  di  leggi,  Antonio  Carnesecchi ,  Niccolò  del 
Vivaio,  Zanobi  Borghini,  Giovanni  Popoleschi,  Bartolo  Zali, 
Guglielmo  Angiolini  e  Barlolommco  Beniiilcndi,  de' quali  i  due 
ultimi  furono  dell  orbine  degli  artefici.  Infiammò  maravigliosa- 
nieiile  il  Pontefice  questa  provsisione  fatta  in  Firenze,  e  avreb- 
be, senza  mettere  indugio  in  mezzo,  volle  le  sue  forze  e  dei 
confederati  facilmente  centra  i  Fiorentini ,  se  molte  ragioni 
non  avessero  persuaso  a  doversi  prima  cominciare  da'Fran- 
zesi  come  dal  capo  prinripale  ;  onde  s'empiè  la  Lombardia 
d'orribili  e  sanguinose  battaglie,  e  più  che  mai  fu  quella 
bella  e  nobil  parte  d'Italia  con  alcun' altra  provincia  afllitta 
sc.imbievolmcnle  ora  dall'arma  de' Franzesi ,  e  or  de' confe- 
derali. Pure  S'nlendo  che  i  cardinali  di  corto  s'  aspettavano 
in  Pisa  per  dar  principio  al  concilio  ,  non  volle  perder  tempo 
in  un  concistoro,  ove  intervennero  diciassette  cardinali,  a 
dichiararli  scomunicati  ;  la  qual  cosa  fu  cagione,  che  arrivali 
i  cardinali  scismatici  a  Pisa  il  penultimo  giorno  d'ottobre, 
e  volendo  il  di  d'  Ognissanti  celebrar  la  messa  dello  Spirilo 
Sanlo ,  e  dar  princi,jio  all'altre  cerimonie  nel  Duomo,  es- 
sendo appresso  di  loro  per  intrattenerli  il  Bosso  Bidolfi  ,  e 
Antonio  Portinari  commessarj  a  ciò  eletti  dalla  Bepubblica, 
non  solo  non  furono  dal  clero,  e  dalla  frequenza  del  popolo 
accompagnali  e  favoriti,  ma  fur  chiuse  loro  arditamente  le 
porle  del  tempio  in  sul  viso  ,  attribuendosi  gran  parie  di 
questa  dimostrazione  a  N.  .  .  .  Capponi ,  il  quale  arrivalo 
la  notte  precedente  a  Pisa,  si  credeva  aver  quest'ordine  dal 
pontefice.  Onde  fu  necessario  ,  che  si  riducessero  a  far  que- 
ste cose  nella  chiesa  di  S.  Michele  ,  ma  con  sì  gran  querele 
e  presso  che  minacce  dc'cardinali,  che  farcbbono  ogni  cosa 
Amm.  Vol.  V.  23 


sii  dell'istorie  fiorentine 

intendere  al  re  di  Francia;  e  dell' istesso  Odetto  di  Fois , 
il  quale  avea  ancor  titolo  di  luogotenente  del  re,  massima- 
mente che  né  Piero  del  Nero  capitano,  ne  Lionardo  Strozzi 
podestà  erano  iti  ad  incontrarli,  come  con  persone  di  tanta 
qualità  si  costuma ,  (he  si  pott-a  molto  ben  comprendere 
aversi  tiralo  addosso  l' inimicizia  del  papa  ,  scnz'  aver  fatto 
servigio  alcuno  al  re.  Venne  contuttociò  ordine  de' Dieci 
che  sebbene  il  clero  ,  nò  il  popolo  s'  aveva  a  sforzare  ad 
intervenire  alle  cerimonie  di  così  fatto  concilio  ,  non  si  do- 
vea  però  a' cardinali  proibire  nò  le  chiese,  né  le  vesti,  ne 
i  vasi  del  sacrificio  Onde  a' cinque  del  mese  fu  celebrala 
la  prima  sessione  nel  Duomo ,  ma  senza  far  serrar  le  bot- 
teghe ,  ne  intervenirvi  i  magistrati;  il  che  da' cardinali  era 
stato  ardentemente  riihiesto.  Cantò  la  messa  e  predicò  il 
cardinale  di  Santa  Croce,  uomo,  olire  la  chiarezza  del  sangue, 
mollo  illustre  per  aver  aggiunto  alla  dottrina  apparenza  di 
buon  costumi.  La  cui  ottima  fama  macchiò  in  gran  parte  il 
credersi ,  che  per  esser  egli  entralo  in  speranza  ,  quando 
fusse  rimosso  Giulio  ,  di  poter  esser  creato  pontefice,  fusse 
stalo  principal  cagione  e  autore  di  sì  gran  movimento.  Due 
giorni  dopo  si  fece  la  seconda  sessione ,  e  celebrò  il  car- 
dinale di  Sanmalò  ,  lasciando  il  carico  di  sermoneggiare  ad 
un  certo  abate  Zaccaria ,  che  era  slato  de'  primi  ministri 
mandati  a  Pisa  ,  persona  dotta  e  discreta  ,  siccome  al  car- 
dinale si  dava  carico  di  superbo  e  di  temerario.  Furono  poi 
pubblicale  alcune  coslituzioni ,  sopra  le  quali  s'  aveva  a  de- 
liberare .  risgnardanti  a'privilegj  di  coloro  che  intervenivano 
nel  concilio.  Crearonsi  cursori  ,  ricevitori  di  voti ,  auditori 
di  cause,  citatori  di  contumaci;  e  doliberossi  per  T  impronta 
del  suggello  del  concilio  una  colomba  con  parole  atlortio 
Ialine,  le  quali  esprimessero  il  sacrosanto  concilio  pisano. 
Dietro  le  quali  cose  si  cantò  V  inno  solito  a  cantarsi  negli 
accidenti  felici ,  contenente  le  lodi  di  Dìo.  Diedesi  soprat- 
tutto ordine  di  celebrare  ivi  a  otto  dì  la  terza  sessione ,  ma 
non  con  animo  di  fermarsi  a  Pisa  ,  essendo  i  cardinali  gran- 
demente travagliali  in  trovar  luogo,  dove  citandovi  il  papa, 
non  potesse  legillimamenle  esser  da  lui  rifiutato.  Correva 
ancor  fama,  che  sentendosi  Santa  Croce  mal  soddisfatto  dei 
cervelli  de'  suoi  colleghi ,    si    pentiva  d'  aver    messo    mano 


LIBRO   VENTOTTESiaO.  515 

ad  impresa  sì  grande;  onde  eglino  aveano  incomincialo  a 
prender  sospetto  di  lui,  e  quasi  che  caulami-ntc  il  guar- 
davano perchè  non  si  partisse.  Dolevansi ,  che  i  Fioren- 
tini non  facessero  instanza  che  il  popolo  gli  credesse  ,  e 
che  non  mandassero  qualche  lor  dottore  o  prelato  dotto  , 
il  quale  trovando  la  causa  loro  esser  vera  ,  si  volgessero 
a  seguirla  non  solo  con  io  spirilo ,  ma  con  1'  arme  tempo- 
rali, cercando  per  ogni  via  di  far  quella  causa  comune 
con  la  Repubblica.  A' Fiorentini  dall'altro  canto,  e  a' ma- 
gistrali speoialmente  che  erano  in  Pisa  non  dava  piccola 
ansietà  d'animo  il  vedersi  meglio  che  seicento  cavalli  fore- 
stieri in  quella  città,  e  aspeltarvene  di  corto  più  di  trecento 
altri,  la  maggior  parie  armati,  non  che  d'arme  ordinarie, 
ma  da  guerra  ;  benché  i  Dieci  v'  avesser  mandalo  Niccolò 
Machiavelli  con  ampie  commissioni  di  metter  tante  genti  in 
Pisa,  che  in  qualunque  numero  de'foreslieri  non  se  n'avesse 
a  temere.  Simiimcnie  ancorché  s'ingegnassero  di  tenerli  ben 
provveduti  e  doviziosamente  delie  grasce  necessarie  forniti, 
l'udire  ogni  giorno  mille  rammarichi,  e,  quel  che  è  peggio, 
molti  alti  pieni  d'arroganza  e  di  temerità  delle  famiglie  cosi 
de' vescovi,  come  de' cardinali,  era  un  impaccio  e  una  noia 
fuor  di  modo  intollerabile  Ma  diversi  accidenti  quasi  in  un 
tempo  succeduti,  affrettando  il  partir  di  Pisa,  liberarono 
l'una  parte  e  l'altra  da  queste  molestie.  Imperocché  il  giorno 
che  segui  alla  seconda  sessione  per  una  differenza  nata  tra 
due  soldali  di  ciltadella  ,  e  alcuni  Francesi  per  conto  d'una 
meretrice,  ebbe  a  pie  del  ponlevecchio  a  farsi  una  gran  mi- 
schia, concorrendo  ciascuna  delle  parti  prontamente  con 
l'arme  in  difesa  degli  amici  e  compagni  loro.  Faceva  oltre 
a  ciò  il  cardinale  d' Albret  un  grande  scalpore,  minacciando 
di  vendicarsene  contra  il  primo  fiorentino  ch'egli  incontrava, 
perocché  avendo  un  suo  famigliare  mercalato  per  lui  da  uno 
da  Pontedisacco  due  Fahoni ,  gli  erano,  con  molto  poco  ri- 
spetto, stati  incantali  e  tolli  da  Giovanni  Borromei ,  il  quale 
dicendo  avergli  incontanente  mandali  al  marchese  di  Man- 
tova ,  avea  mozzo  a  Piero  del  Nero  ogni  opportunilà  da 
prestarvi  rimedio.  Ma  la  zuffa  seguila  il  giorno  seguente  Ira 
il  ponlevecchio  e  S.  Michele  pur  per  conio  di  femmine  in- 
fra   uno   Spagnuolo ,  e    un    provvigionato  della    Repubblica 


516  dell'istorie   FIORENTINE 

sbigoUì  grandemente  i  cardinali ,  che  erano  in  queir  ora  in 
S.  Michele  ragunali.  Imperocché  i  ballaglioni ,  i  quali  erano 
alla  guardia  del  ponlevecchio,  reggendo  innanzi  a'ioro  occhi 
oltraggiare  il  provvigionato  ,  si  misero  al  uni  di  loro  a  di- 
fenderlo, quando  avvcggendosi  di  ciò  certi  Spagnuoli  e  Fran- 
cesi di  su  le  scalee  di  S.  Michele,  \ennero  con  grand' im- 
peto ad  investirgli,  li  caso  del  giorno  passato  avca  mosso 
in  gelos'a  ciascuna  delle  parti  ,  onde  non  rimase  pur  uno  di 
quelli  che  portavano  arme ,  che  non  entrasse  con  grande  ar- 
dore in  mezzo  della  zuffa,  ingrossando  lutla\ia  per  lo  spa- 
zio d'  un'  ora  con  tanta  furia,  che  se  i  capitani  principali  non 
si  mettevano  a  dividerli ,  e  non  fiisse  ito  b.indo  da  jiarle 
de' magistrali ,  che  sotto  la  pena  delle  forche  ciascuno  si  ri- 
ducesse a' suoi  ordini,  sarebbe  agevolmente  seguila  quel  dì 
una  grande  uccisione.  Furonvene  nondimeno  feriti  molti 
dall'una  parte  e  dall' altra,  tra' quali  Chiatiiglion?,  benché 
leggiermente,  in  una  coscia,  e  mortogli  un  servidore  alalo, 
con  due  soldati  de' Fiorentini.  Per  la  qual  cosa  la  terza  ses- 
sione ,  che  si  dovea  celebrare  a' quindici,  si  celebrò  a"dodici, 
nella  quale  trtisporlarono  il  concilio  a  Milano,  ove  la  prima 
sessione  avesse  a  celebrarsi  il  dì  di  S.  Lucia.  Ma  per  rima- 
ner ben  disposti  con  la  Repubb  ica  ,  e  non  mostrar  che  re- 
stassero offesi  delle  cose  succedute,  furono  da  tutto  il  con- 
cilio mandali  a  ventidue  ore  a  chiamare  i  magistrali  nel 
duomo;  ove  il  cardinale  di  S.  Croce,  a  cui  questo  carico 
era  slato  commesso  ,  con  parole  piene  di  molta  gravità  rin- 
graziò i  signori  Fiorentini  del  cortese  modo  d'averli  intrat- 
tenuti, soggiugnendo  la  subita  lor  partita  essere  proceduta 
(la  buone  cagioni,  e  che  di  tutto  ciò  arebbono  dato  conto 
jiarticolare  al  re  cristianissimo.  Diceva  appresso  come  d'u- 
niversale consentimento  s'era  deliberMto  di  mandare  amba- 
seiadore  al  pontefice  umilmente  supplicandolo  a  rimaner  con- 
tento di  riformar  la  chiesa  di  Dio;  e  clic  eglino,  in  quanto 
.-lUc  persone  loro,  si  sottometterebbono  volentieri  e  pronta- 
mente a  qualunque  pericolo  por  veder  la  quiete  e  unione  di 
S.  Chiesa-  In  privato  domandarono  d'esser  accompagnati  per 
Jor  sicurtà  d'alcun  numero  di  cavalleggieri;  eche  il  Ridolfi, 
e  il  Portinari  commessarj  fussero  con  esso  loro  infmo  a  Mi- 
lano. Fu  risposto  alle  cerimonie  convenientemente  da'raagi- 


LlBnO    VENTOTTESIMO.  517 

slrali  de' Pisani -,  e  i  Dicci  pirmiscro  che  infno  a  Lucca 
ftisscro  accompagnati  come  aveano  chieslo  ;  ma  non  già 
de' commessarj  itilìnu  a  Milano,  non  ^cggen(lo  con  che  lor 
dignità,  e  che  giovamento  pole?>sero  a' cardinali  recar  gli 
uomini  della  Uepubblica  ove  la  lor  giuridizione  e  forze  non 
si  stendevano.  Cosi  con  grandissimo  piacer  de'  F;orenl:ni  , 
del  popolo  pi  ano  e  del  concilio  islesso  si  partii  ono  tulli 
il  giorno  sefiueiite  ,  fuorché  Albrel ,  il  qual  partì  1'  altro 
giorno.  Talché  a' 15  di  novembre  non  era  in  Pi^a  restii» 
pur  orma  di  quel  concilio.  Dato  fine  nel  modo  che  si  è 
detto  a  questo  impaccio ,  ne  rimaneva  un  maggiore  :  per- 
ciocché as.'alilo  il  re  di  Francia  dal  papa  e  da' confederali , 
domandava  a' Forenlini  con  inslanza  granile,  non  jolo  quello 
che  per  palli  della  lega  gli  erano  obbligati ,  ma  aioli  tali  , 
che  la  corona  di  Francia  avesse  elernamen'.e  a  riconoscere 
la  conservazione  delle  cose  che  aveva  in  Italia  dal  popolo 
fiorentino.  Intorno  la  qual  richiesta  diverse  eran  le  dispulo 
che  se  ne  face  ano  nella  città,  non  parendo  alla  maggior 
parte,  che  con  nuova  ingiuria  s'avesse  a  offendere  l'animo 
del  papa  e  de"  confederati ,  in  servigio  massimamente  d'  un 
r» ,  a  cui  erano  stali  cosi  retti  p.Tgar  somma  notabile  di  de- 
nari, solo  perchè  non  li  molestasse  intorno  la  ricuperazione 
di  Pisa.  Altri ,  e  tra  questi  ardente  si  dimo.-lrava  il  gonfa- 
loniere,  non  islimavano  che  in  guerra  co^ì  importante  ,  la 
quale  se  n'aveva  a  portar  l'inlera  vittoria,  o  perdila  dell'una 
delle  parti,  si  dovesse  stare  in  su  questa  lepidezza,  per- 
ciocché con  la  vittoria  de' confederali  non  perdcrebbon  meno 
di  quel  che  farebbono  aiutando  i  Francesi  gagliardamente  , 
poiché  in  ogni  modo  facenno  contro  a'  confederati  ,  e  vin- 
cendo il  re  di  Francia,  sarebbe  così  amara  la  memoria  di 
non  averli  porlo  aiuti  convenevoli  a  tanto  bisogno,  che  sa- 
rebbono  venduti  e  taglieggiati  crudelissimamente  da  lui,  non 
meno  che  se  i  nimici  fossero  restati  superiori.  Vinse  in  ogni 
modo  la  sentenza  contraria  di  non  entrar  in  nuove  brighe; 
perchè  non  dovea  a  chi  che  sia  parer  poco,  nò  ingiusto 
l'osservar  le  promesse,  essendo  gli  animi  di  molti  trava- 
gliali, non  meno  per  trovarsi  la  città  interdetta,  comecché 
alcuna  volta  fusse  stalo  l' interdetto  sospeso,  che  per  alcuni 
segni  del  cielo;  i  quali  più  che  in  altro  tempo   aveano  ma- 


SIS  dell'istorie  fiorentiive 

ravigliosarncnle  sbigoUilo  ciascuno  ,  parendo  che  Iddio  mi- 
nacciasse non  meno  le  cose  sacre  ,  che  le  profane  ;  percioc- 
ché di  due  saelle  cadute  ,  1'  una  avea  percosso  la  cupola,  e 
in  quella  rollo  alcuni  marmi ,  e  fallo  alquanto  di  apertura  ; 
l'altra  data  nel  campanile  del  palazzo  avea  fallo  meravigliosi 
effetti-,  perchè  penetrala  per  diversi  luoghi,  infin  nella  can- 
celleria delle  riformagioni ,  avea  quivi  apcrla  una  cassa,  e 
tratlorie  le  borse  ove  era  il  consiglio  degli  LXXX.  Quindi 
uscita  fuori  avea  graffiato  certi  gigli  d'oro  sopra  la  porla 
del  palagio,  rolla  la  base  che  sosteneva  il  Davit  di  bronzo 
di  Donatrllo ,  che  stava  nel  mezzo  della  corte,  e  della  so- 
glia della  porla  principale  tolto  via  una  pietra,  come  con 
maestrevole  e  diligente  artifìcio  ciò  fus.'e  fatto.  Allendendo 
dunque  più  a  mitigare  ,  che  a  dar  cagione  di  nuovi  sdegni, 
fu  mandalo  Francesco  Guicciardini,  colui  che  scrisse  listo 
ria,  al  re  d'Aragona  por  giustificar  le  cose  della  città  ,  ma 
con  commessioni  tanto  rislrelle  ,  che  poco  ad  altro  giovarono, 
che  ad  inacerbir  l'animo  del  re  di  Francia,  il  quale,  se- 
condo la  natura  de' principi  grandi,  già  si  lenea  otTeso  por 
non  aver  conseguilo  interamente  quel  che  chicdea.  Già  era 
entrato  l'anno  1512  famoso  per  diversi  accidenti  al  pari  di 
qualunque  altro  in  Italia;  perciocché  in  questo  succedellero 
saccheggiamenli  di  città,  battaglie  sanguinose,  mutazioni  di 
sia  i  e  con  cose  lagrimevoli  e  amare  <ii  quelli  che  furono 
fortunali  e  felici",  perocché  in  questo  furono  i  Francesi  cac- 
ciati dal  possesso  della  Lombardia,  in  questo,  ripigliandola 
sede  apostolica  la  sua  aulica  maestà,  divenne  quasi  signora 
di  tutta  la  Romagna,  e  in  questo  si  delle  quella  forma  e 
regola  dello  stabilimento  delle  cose  che  ancor  dura  Ma  fra 
tutte  l'altre  provincie  d"  Italia,  memorabile  senza  alcun  fallo 
fu  quest'anno  in  Toscana,  si  per  lo  sacco  di  Prato  e  cac- 
ciata del  gonfaloniere  Sederini  di  Firenze,  a  cui  puoi  arro- 
gere la  morte  del  Petrucci  in  Siena,  come  per  lo  ritorno 
de' figliuoli  e  nipoti  di  Lorenzo  de'Mcdici  alla  patria,  sotto 
il  governo  e  reggimento  della  qual  famiglia ,  bi  nchè  d'altro 
ramo,  ancor  si  riposa.  Durava  adunque  per  aprir  più  agc- 
volmenle  la  strada  alle  future  tempeste,  ancor  l' interdetto 
in  Firenze  ;  conciossiacosaché  avendolo  il  papa  sospeso 
verso  il  fine  del  preccdcnle   anno,  purché  si  levasse  l'im- 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  519 

posizione   a"  preti ,    non    se   n'era  fallo    esecuzione  alcuna; 
perchè  quegli  clic  prima  1'  avcan  dissuaso,  vejisicndo  che  il 
gonfaloniere  a' conforti    del  cardinale  suo  fratello,    che    era 
slato  chiamalo  a  Roma  dal  papa  ,    non  se    ne   mostrava  più 
caldo  a  farlo  riscuotere  come  prima,  incominciavario    a  de- 
siderarlo ,  e  biasimavano  il  gonfaloniere  che  per  privati  co- 
modi si  lasciasse  svolgere  dalla  prima  opinione.    Anzi  1' at- 
tribuivano a  colpa  gratidissima  ;  che  non  si  esFcndo  potuto 
vincere  nel  gran  consiglio  ,    che    il   prolungare    o  annullare 
la  già  delta  imposizione  si  rimettesse  al  consiglio  degli  LXXX, 
egli  impedisse  lullavia  che  si  riscuotesse.  Aiutavano  a  man- 
tener   questi   dispareri    nella  citlà    le  diverse    novelle,  ora 
prospere  e  ora  avverse,  così  de' Francesi  loro  confederati, 
come  dell'esercito    de' confederali  nimici  ;  perciocché  dopo 
due  avvisi  poco  lieti,  di  Bologna  a'28  di  gennaio  incomin- 
ciata a  battere  dalla  lega  ecclesiastica,  e  di  Brescia  a" 2  di 
fibbraio  ribelllasi  da'  Francesi,  n'erano  in  pochissimi  giorni 
sopraggiunli  due  prosprrissimi,  Gastone  di  Fois  luogotenente 
del  re  di  Francia  in   Italia,  a' 6  di  febbraio  entralo  in  Bolo- 
gna averla  gagliardamente  munita  ,  e  quindi  partito  aver  per 
cammino  a' 1S  rollo    Giovanni    Paolo    Baglione   governatore 
de'  Veneziani  alla  torre  del  Magnanino  ,  e  a'  19  ripreso  Bre- 
scia ,  e  quella  per  lettere    di  Pier  Filippo  Pandolfìni  aniba- 
sciadcr  della  Bepubblica  appo  i  Francesi ,  benché  non  senza 
dolore  esser    crudelmente  ,    e  con  morto    di   più  di  seimila 
persone,    stala    saccheggiata  ,  con  tanta    gloria    del  capitano 
Fois  e  de' Francesi,  che  parca   che  ninna    cosa  dovesse  più 
resistere  alla  loro  virtù  e  al  loro  impelo  in  Italia.  Non  per- 
ciò si  lasciava  di  procurar    d'  acquetare  il  pnpa  per  la  cosa 
dell  interdetto,  scrivendo  massimamente  Antonio  Slrozzi,  il 
quale  era  ambasciadore  a  Boma  ,  che  se  la  imposizione  s(V- 
pra  i  beni  ecclesiastici  si    riscuotesse ,  farebbe    il  pontefice 
por    le  mani    addosso    a  tutti    i  mercatanti    Fiorentini,  che 
erano  in  su  i  suoi  tenilorj.    Erasi  per  questo   rispetto  con- 
chiuso ,  che  i  preti  pagasser    solamente    le  spese  fatte  ,  e  i 
salarj  degli  uficiali  ,  e  che  del  rimanente  non  fusscro  mole- 
stali ,  ma  perseverando  il  pontefice  costantissimo  a  non  vo- 
ler che  si  pagasse  cosa  alcuna,  fu  la  signoria,  cnìrata  a  marzo, 
costretta  ordinare  a  gli  uficiali   che   non   riscuotessero  ;  an- 


.';20  nr.i.i.'  isroniR  fiorentine 

Cora  che  ella  non  polesse  annullar  quello  ,  ohe  per  lo  gr.m 
consiglio  era  stalo  deliberalo.  In  questo  guisa  fu  poi  per 
opera  di  Giovanni  Gozzadini  bolognese  e  therico  di  cp.meia 
lollo  via  r  interdetto,  desiderando  il  pontefice  ,  ove  poteva 
farlo  senza  offender  la  maestà  della  sede  apostolica,  non 
inasprir  in  modo  i  Fiorentini,  che,  disperati  di  aver  pace 
alcuna  con  lui  ,  si  dessero  del  lutto  in  preda  al  re  di  Fran- 
cia ;  f  er  la  qiial  cagione  avea  egli  del  mese  d'aprile  man- 
dato sotto  nome  di  Nunzio  il  già  dello  Gozzadini  a  Firenze. 
Ne  era  slimata  punto  vana  questa  diligenza  in  quel  lempo  ; 
perciocché  slan.!o  le  cose  d'  Ilalia,  per  l'armi  commosse  da 
si  gran  principi  in  bilico  ,  si  sapea  quanto  tracollo  poleano 
dare  alla  bilancia  i  Fiorentini,  ogni  volta  che  o  co' loro  de- 
nari, o  con  straordinarie  forzo  si  fusser  volti  a  voler  favo- 
rire il  re  di  Francia.  11  quale  dom.mdando  alla  Repubblica 
che  volesse  prolungnr  la  lega  che  avea  seco,  la  qna'e  fra 
poco  tompo  era  per  terminare,  non  ne  traeva  recisa  con- 
clusione, volendo  i  Fiorentini  servirsi  del  beneficio  dcllcm- 
po  ,  e  veder  ove  le  cose  erano  per  riuscire  ;  quando  stondo 
il  gonfiìloniore  insieme  con  la  signoria  il  lunedi  della  pasqua 
di  resurrezione  alla  messa  in  S.  Maria  del  Fiore,  giunse  in 
su  le  qiiallordifi  ore  un  corriere:  il  qiial  portava,  come,  ve- 
nuti alle  mani  l'esercito  francese,  e  quel  delia  lega  sotto 
Ravenna  il  di  precedente  alle  dodici  ore,  quel  deUa  lega 
ora  stato  rollo  con  morlaiilà  grandissima  d'uomini.  Pcnossi 
quattro  d'i  ad  aver  il  secondo  avviso  dall'  ambasciador  della 
Repubblica;  il  che  avea  dato  grandissima  noia  e  ammirazione 
a  tutta  la  città,  per  lo  quale  più  distintamente  s'intese  l'or- 
dine delia  battaglia  e  ogni  particolare  successo,  ma  (he  il 
danno  della  morie  di  Fi'i«,  capitano  frenerale  de'  Francesi, 
avea  pareggiato  l'ulil  della  vittoria.  Eronsi  nondimeno  alla 
fama  e  potenza  dell'  esercito  vincitore  rondute  quasi  tulle 
Je  città  principali  della  Romagna.  Le  quali  ricevute  dal  car- 
dinale Sansevcrino  legalo  del  concilio  pisano,  in  tempo  che 
Giovanni  de' Medici  legato  del  pontefice  fatto  prigion  nella 
rotta  si  trovava  in  man  de"  Francesi,  parca  che  rappresen- 
tassero la  rovina  dello  stato  della  chiesa,  massimamente  che, 
oltre  gli  altri  moli  e  le  genti  morte  nella  giornata,  coloro 
che  si  diedero  a  fuggire,  furono  per  tulio  malmenati  da'pae- 


r.mr.o  ventottesimo.  52! 

sani,  e  già  per  molli  rispelli  era  il  nome  dc'Francesi  lie- 
mendo  in  Italia.  Onde  parca  che  lo  slato  de' Fiorentini  ve- 
nisse per  mollo  lempo  ad  assicurarsi,  dipendendo  esso,  e 
per  le  fresche  conNcnzioni,  e  per  l'antica  inclinazione  dalla 
fortuna  di  Francia  ,  avendo  il  gonfaloniere  di  cinquecenlo 
uomini  d'arme  che  lenea  la  Repubblica  mandatine  trecenlo 
al  servigio  de' Francesi.  Conliillociò  non  permisero  che  nel 
lor  dominio  crudeltà  o  villan'ia  alcuna  si  facesse  contra  co- 
loro, che  dalla  giornata  fuggendo  per  quindi  passassero.  E 
essendo  proposto  da  alcuni  cardinali  al  papa  da  tanti  peri- 
coli circondato,  che  si  dovessero  richiedere  i  Fiorenlii  i  per 
entrar  di  mezzo  a  tratlar  la  pace  ira  la  lega  e  il  re,  non  se 
ne  rrosiraron  lontani  ,  anzi  riceverono  con  molta  allegrezza 
il  presidente  di  Granopoli  mandato  dal  re  per  questo  cffelto 
medesimo ,  inclinato  ancor  egli  alla  pace ,  non  meno  per 
l'antica  e  naturale  religione  di  quella  corona  verso  la  chiesa 
di  Dio,  che  p<  r  trovarsi  il  suo  esercito  dopo  la  villoria  in 
molti  disordini  trascorso.  Ma  incominciando  nell'animo  del 
papa  a  mancar  'a  paura,  a  cui  Giulio  dc'Medici  mandato 
dal  legato  avea  fatto  intendere  il  danno  di  chi  avea  perduto 
non  essere  di  gran  lunga  sialo  maggiore  di  coloro,  che 
aveano  vinto,  e  andando  vcramenle  le  cose  dc'Francesi 
ofni  giorno  in  maggior  confusione  ;  incominciarono  maravi- 
gliosamente a  mutar  faccia  ,  da  che  si  potè  manifestnmentc 
\edere,  di  quanta  caligine  sieno  cinli  gli  avvenimenti  do'mor- 
tali,  non  potendo  capir  nell'animo  d'alcuno,  che  onde  il 
pontefice  avea  a  cader  nel  profondo  delle  miserie,  indi  ri- 
sorgesse nel  colino  della  gloria  e  felicità  su-ii  Avendo  dun- 
que dato  il  terzo  giorno  di  maggio  principio  al  concilio  la- 
lerancnse,  che  come  addietro  si  disse,  già  era  sialo  inli- 
malo, essendo  il  cardinale  de' Medici,  benché  prigione,  da 
medesimi  vincitori  come  vero  legalo  per  conto  dell'indul- 
genze riconosciuto,  venule  novelle,  come  gli  Svizzeri  ca- 
lando giù  dalli!  montagne  venivano  a  porgergli  gagliardo 
soccorso  ,  e  per  questo  incominciando  a  tornare  senz'alcuno 
contrasto  alla  sua  ubbidienza  le  terre  perdute  della  Roma- 
gna, e  già  l'esercilo  rimessosi  in  ordine  inviarsi  verso  Mi- 
lano per  cacciare  i  Francesi  d'Italia,  si  tornava  per  conse- 
guente  in   Firenze   a   temere,    non    dall'animo  adiralo  del 


322  dell'istorie  fiorentine 

ponleflce  qualche  gran  danno  si  ricevesse  :  sapendo  che  egli 
come  ricorJevole  dell' ingiurie  ,  e  fermo  ne' suoi  proponi- 
menti, non  era  per  lasciar  andar  senza  gasligo  chi  l'aveva 
offeso.  Né  fu  tutto  il  mese  di  giugno  finito,  che  con  mera- 
vigliosa mutazione  di  fortuna,  i  Francesi  poco  dinanzi  orri- 
bili e  spaventosi  a  tuila  Italia,  furono  con  lode  incredibile 
del  pontefice  Giulio  d' Ilalia  cacciati.  Essendo  per  ciò  al 
gonfaloniere  riferito,  che  s'avesse  cura;  perciocché  oltre  i 
nimici  di  fuori,  era  in  Firenze  chi  contra  la  sua  vita  veg- 
ghiava ,  non  andò  secondo  l'antico  costume  della  città  la 
mattina  della  festività  di  S.  Giovanni  a  far  T  offerta  co'signori 
e  capitani  di  parte,  né  ritenne  gli  ambasciadori  de' principi 
a  desinar  seco  ,  ma  quasi  presago  della  futura  sventura  ,  se 
ne  stelle  in  camera  privatamente,  non  sapendo  con  magna- 
nimo partito  trovar  rip;;ro  a' soprastanti  pericoli.  Già  tuttavia 
sopraggiugncvano  novelle,  che  sbigottivano  l'animo  del  gon- 
faloniere. Il  cardinal  de' Medici  nella  partita  de' Francesi  di 
Milano  tolto  loro,  essersi  ridotto  in  luogo  sicuro-,  delle  Irc- 
ccno  le  dugcnto  lance  de' Fiorentini  essere  slate  svaligiale 
da' Veneziani ,  e  per  colmar  ogni  cosa,  venne  ordine  dal 
pontefice,  che  della  cacciala  fatta  da' Francesi  d"  Italia  se  ne 
dovessero  in  Firenze  far  processioni,  e  render  lodi  alla  di- 
vina maestà.  Ma  tenuto  di  ciò  pratica  fu  consigliato  ,  che 
senza  opporsi  lasci.issero  all'arcivescovo,  a  cui  l'ordine  ve- 
niva indiritlo,  eseguir  il  comandamento  del  papa.  Nondimeno 
non  fu  dal  canto  del  pubblico  fatto  segno  alcuno  d'allegrez- 
za ,  non  andatovi  persona  vivente,  altro  che  i  cherici.  non 
compagnia  pur  di  fanciulli ,  non  magistrato  di  qualunque 
sorte,  non  lascialo  sonar  le  campane  di  palazzo,  né  cosa 
alcuna  allra  di  qijel!e  permesso,  che  in  simile  celebrila  si 
costumano.  Ultimamente  giunsero  lettere  dell'ambasciadorc 
che  dimorava  in  Roma,  per  le  quali  recilale  nel  consiglio 
degli  LXXX  il  decimo  giorno  di  luglio  si  facea  intendere  ; 
come  egli  chiamato  dal  papa  ,  aveva  avuto  in  commessione 
di  scrivere  a  Firenze  ,  che  si  facesse  opera  ,  che  il  gonfa- 
loniere Sodi'rini  al  suo  uficio  rinunciasse,  allrimcnle  che  egli 
procederebbe  contra  di  loro  con  1' arme  non  meno  spirituali, 
che  temporali,  e  che  non  l' ubbcdendo  ,  tardi  s'avvedreb- 
bono  dell'  crror  loro.  E  nel  medesimo  tempo  s'intese,  come 


i 


LIBKO   VENTOTTESIMO.  523 

Lorenzo  Pucci  datario  del  pontefice  ne  veniva  alla  città  man- 
dato dal  papa  in  posta  ,  ma  spedilo  con  tanta  segretezza  in 
Roma,  che  tenuto  occulto  all'ambasciadore  della  Repubblica, 
se  n'ebbe  avviso  da  private  persone,  che  per  vie  indirette 
alla  lor  notizia  era  pervenuto.  Furongli  mandali  otto  cittadini 
incontro  a  riceverlo  ,    e    egli  nella  presenza   de'  signori  ,  e 
dcDieci  e  d'  altri  cittadini  condotto  a  udienza  aperta  espose 
l'ambasciala  del    papa,  la    quale    insomma  conteneva,  che 
avendo  sua  Beatitudine    fatta  una  santa  e   ulil   lega    per  la 
quiele  e  riposo  d'Italia  con  l'impcradorc,  col  re  d'Inghil- 
terra, C(:I  re  di  Napoli  e  con  altri  principi,  confortava  il  po- 
polo fiorentino  ad  entrar    ancor  esso    in  detta  lega  ,  persua- 
dendoli a  non  esser  più  contumaci  a' ricordi  paterni  di  esso 
pontefice  ;  il  quale  non  avendo  mai  tralasciato  uficio  alcuno 
per  ridurre  a  sanità  i  Fiorentini  ,    gli    avea    sempre    trovati 
duri  e  ostinali  a' suoi  giusti  desiderj.Onde  sarebbe  alla  fine 
slato  costretto  venir  ad  alti ,  i  quali  quando  egli  avesse  vo- 
luto,  non  fusse  stalo  più  in  suo  arbiirio  di  rivocare.  Rispose 
a  questa  ultima  parte  il  gonfalonier  Sodcrini,  ampian,enle,  e 
riandate  le  cose  passate,  mostrò  come  da' Fiorentini  non  era 
mai  restato  di  essere  e    di  mostrarsi  umili    e    ubbidienti  fi- 
gliuoli verso  la   sede    apostolica  ,  ma  che  se  sua  santità  in- 
tendeva procurar  il  bene  e  utile  della  Repubblica,  con  pro- 
cacciar la  restituzione   de'  suoi  fuoruscili   e    ribelli  ;   questo 
si  rimetteva  al  giudicio  di   coloro ,  che    intendevano   ben  le 
cose  del  mondo,  non  essendo  altro  il  tentar  ciò,  che  il  cer- 
car d'opprimere  la    pubblica   libertà:    Ma  che    in  quanto  la 
lega,  la  Repubblica,  secondo  il  suo  solilo  costume,  ne  trat- 
terebbe co'  suoi  citladini ,  e  se  gli  farebbe  intendere  quello 
che  fusse  il  piacere  del  popolo  quanto  prima.  Avendo  i  Dieci 
in  tre  dì   continui   di  ciò    consultato   con   sei   cittadini  per 
quartiere,  commisero  la  cura  del  rispondere  ad  Ormanno/zo 
Deli  dottor  di  leggi  uno    dc'Dieci ,  a  Giovanni   Battista  Ri- 
dolfi ,  a  Pier  Guicciardini   e  a    Lorenzo  Morelli.  Ma  non  si 
venendo  a  recisa  conclusione  della  lega,  stimando  i  Fioren- 
tini esser  proposte  queste  cose  per  spicrarli  da'Francesi,  e 
per  poter  poscia  più  agevolmente  al  desiderio    de'  collegati 
condurli,  benché  offerissero  pagar  loro    qualche    somma  di 
moneta  ,  restarono  le  cose  nullo  stato  di    prima.  Sicchò  da 


o2l  dell'istorie   FIOnENTlNE 

chi  giudicava  senza  passione  non  si  faceva  dubbio  ,  che  le 
cose  avessero  a  turbarsi,  e  per  questo  si  procuravano  de're- 
medj,  ma  con  tanta  lentezza  e  sospcnsicn  d'animo,  che  of- 
ferendo il  vescovo  Gurgense  ambascijidore  dell'  impcradore 
a  Giovanni  Vcllorin  Soderini  nmbasciadore  della  Repubblica 
appo  lui ,  che  ogni  volta  che  ella  pagasse  a  Massimiliano 
quarantamila  scudi  non  sarebbe  molestala,  non  fu  in  Firenze 
chi  si  risolvesse  ad  accellare  cosi  util  paitito,  o  perchè  sti- 
massero, che  Cesare  solo  a  tanto  non  baslrsse  ,  o  (  he  pur 
malagevolmente  conlra  le  soprastanti  rovine  della  crucciala 
fortuna  si  trovi  riparo.  Rimanea  dunque  campo  più  aperto 
di  temere,  che  di  sperare  ;  mass'mamente  i  he  essendo  i  ca- 
pitani dell'  esercito  della  lega  ridott  si  a  far  diela  in  Man- 
tova, non  si  polca  venir  a  Iure  di  quel  che  in  essa  dieta  si 
trattasse  ;  ma  allor  cri  bhc  mollo  più  il  timore  e  la  confu- 
sione,  quando  finita  la  dieta  e  tornato  il  \icerè  in  sul  bo- 
lognese ,  ove  le  genli  spagniiole  si  ritrovavano,  s'intese,  e 
ebbesi  per  indubitalo,  che  egli  quindi  mossosi  co' denari 
de' Medici,  ne  veniva  verso  Fireiizc,  lenendo  la  via  dello 
Stale,  con  animo  di  rimuovere  il  gonfaloniere,  e  di  mutare 
il  governo  della  Rcpubblii  a,  poiché  i  Fiorentini ,  s'i  come 
essi  dicevano,  mostrandosi  espressi  nimici  della  lepa  e  del 
nome  italiano,  avianu  mandato  le  Icr  genli  in  aiuto  de'Fran- 
cesi.  Fu  ancora  questa  confusione  accresciuta  in  gran  parte 
per  nuovi  avvisi  sopraggiunti,  come  ne' confini  del  dominio 
si  era  congiunto  col  viceré  il  cardinal  de'Medici  ,  a  cui  il 
papa  per  dargli  maggior  riputazione  avca  dato  titolo  di  le- 
galo di  Toscana,  e  che  seco  eran  venuti,  benché  senza  le 
lor  compagnie,  alcuni  condottieri  del  papa,  e  ogni  cosa  mo- 
strarsi finalmente  in  favore  de'confederati.  Restava  in  tante 
difficiillà  qualche  speranza,  che  essendo,  per  il  gran  secco, 
mancamento  di  farine,  non  era  cosa  credibile,  che  l'esercito 
purché  trovasse  piccolo  e  breve  contrasto  ,  potesse  lungo 
tempo  in  Toscana  intrattenersi.  Il  che  nondimeno  fu  la  ro- 
vina manifesta  di  quello  stalo,  essendo  le  cose  riuscite  molto 
più  facili  che  altri  non  si  avca  dato  a  credere.  Mandò  la  si- 
gnoria ,  inteso  the  ebbe  la  mossa  di  queste  genti,  ambascia- 
dori  al  viceré  per  vedere  se  si  trovava  forma  di  convenir 
seco,  e  trovandolo  star  fermo  in  voler  rimuovere   il  gonfa- 


LIBRO    VENTOTTESIMO.  525 

loniere  ,  come  uomo  che  soguilava  le  parli  di  Francia,  e  di 
rimellere  i  Medici  in  casa,  col  ripigliare  la  foiraa  del  go- 
verno di  prima  avanti  la  cacciata  loro,  il  gonfaloniere,  fatto 
ragunare  il  gran  consiglio,  diccsi  che  parlò  a'cittailini  in 
sirail  maniera:  Tre  sono  le  cose,  prestantissimi  cittadini,  che 
«lomanda  da  noi  il  viceré;  le  quali  oltenendo  rimoverà  l'ar- 
mi, con  clic  ci  viene  ad  assaltare;  eh'  io  sia  privalo  di  quo 
sto  magistrato  datomi  d>i  voi;  che  il  governo  si  riduca  al 
modo  di  prima,  e  che  i  M'dici  sieno  restituiti  alla  patria. 
Le  quali  cose  non  più  (he  in  due  si  riducono,  nella  resti- 
tuzione de'Mcdici,  e  nella  nuilazion  del  governo;  percioc- 
ché mutandosi  il  governo  ,  e  avendosi  a  creare  il  gonfalo- 
niere ogni  due  mesi,  chi  non  vede  esser  ancor  necessario,  cht^ 
si  tolga  il  gonfalonerato  a  vita?  E  in\ero  se  non  si  avesse  a<l 
aver  riguardo  ad  altro  che  alla  forza  ,e  a  quel  che  appar  di 
fuori  di  queste  domande,  elleno  non  sono  peravventura  ne  su- 
perbe, nò  ingiusle;  perciocché  qual  è  di  noi,  il  quale  trovan- 
dosi di  lungo  tempo  scacciato  dalla  patria  sua  non  desiderasse 
d'esser  a  quella  restituito?  E  che  della  dignità  del  gonfdone- 
rato  partecipino  più  cittadini  e  più  spesso  ne  ciò  e  da  biasi- 
mare, essendo  questa  lie|>ubblica  vissuta  dugenlovcnti  anni 
sotto  lai  forma,  dove  il  gonfaloniere  a  vita  è  staio  introdotto  non 
sono  ancora  dieci  anni  finii;  e  è  cosa  credibile,  che  dove 
la  patria  nostra  «i  è  mantenuta  per  cosi  lungo  spazio  di 
tempo  con  quel  governo  ,  che  cosi  possa  manlencrvisi  di 
nuovo.  Ma  perchè  io  dubito  ,  che  sotto  queste  domande 
non  sia  nasiosla  cosa  mollo  diversa  da  quel  the  appare, 
sono  slato  coslreito  insieme  con  questi  signori  miei  compa- 
gni a  proporvi  le  cose  che  vi  si  addomandano ,  e  insieme- 
mente  a  confortarvi,  che  consideriate  bene  di  che  peso  è  la 
somma  della  quale  vi  mettete  a  deliberare;  avendo  a  nascere 
da  questo  parlilo,  secondo  io  avviso,  o  la  confermazione 
della  \oslra  libertà,  o,  quel  che  cessi  Iddio,  il  ritornare  ai 
ceppi  d.'lla  passata  servitù.  È  diffidi  cosa  dar  altrui  a  ve- 
dere, quando  io  volessi  persuadervi  a  non  ricevere  i  Medici 
in  Firenze,  ch'io  fussi  tanto  privo  e  spogliato  d'ogni  am- 
bizione e  gloria  di  qijeslo  mondo,  che  per  il  solo  interesse 
della  Repubblica,  e  non  per  i  miei  privali  comodi  e  onori, 
0  per  quelli  delh  mia  casa,  a  ciò  far  mi  movessi;  ma  molto 


526  dell'istorie   FIORENTINE 

giustamente  sarei  ripreso  io,  se  per  tema  di  questo  biasirao 
non  volessi  mostrarvi  il  rischio  che  si  corre  in  prender  que- 
sta deliberazione  :  perciocché  chi  è  così  cieco,  che  non  co- 
nosca, che  non  sono  i  Medici    per  contenersi  dentro  i  ter- 
mini della  vita  civile  e    privala;  che,  per  sodisfar  a  gli   ob- 
blighi che  hanno  al  viceré  e  alla  lega,  gli  fa  bisogno  de'de- 
nari  de'  privali  e  del  pubblico  che  per  molle  offese  ricevale 
hanno  l'animo   pieno    del   desiderio   della  vendetta?  E  che 
speranza  si  può  avi  re,  che  entrati  nella  ciltà  abbiano  a  ub- 
bidire alle  leggi  coloro,  i  quali  prima  che  v'entrino,  vogliono 
alterare  le  Icsgi  ?  Io  non  voglio  negare  che  se  spezie  alcuna 
di  servili!  si  ritrova  ,  alla    quale  gli    uomini  nati    liberi  pos- 
sano accomodarsi,  quella  fusse  siala  la  \ila  che  si  visse  sotto 
ii  padre  di  costoro  ;  ma   sono  mutali  i   tempi  e  i  modi  del 
vivere,  e  sì  come  i  figlinoli  per  l'acerbità  dell'esilio,  e  per 
i  costumi  appresi   nelle   corti   de'  principi   eserciteranno  con 
maggior    fasto  e  alterigia  la  loro   potenza,    così  voi   avvezzi 
da  qualche  tempo  in  qua  a  questa  vera  e  universale  libertà 
e  uguaglianza    del  consiglio   grande,  male    potrete  tollerare 
la  loro  superba  e  tirannica  superiorità.   Onde    mollo  presto 
sì  come  coloro,  i  quali  non  s'accorgono,  che  tesoro  grande 
è  la  sanità,  se  non  perduta   che  l'hanno,   v'accorgerete  di 
che  pregio   era  la    felicità  di  questi   tempi  e  di  questo  go- 
verno; e  in  vano  allora  per  i  cerihi  e  per   le    piazze  s'an- 
dranno rammemorando  questi  anni,  ne'  quali  è  lecito  a  cia- 
scuno, senza  mirare  in  viso  a  chi  che  sia,  dir  quel  che  sen- 
te, e  sentir  quel  che  vuole  per  lo  comune  beneficio  nostro, 
e  di  questa  Repubblica.  Molle  cose  poirebbon  dirsi  intorno 
questa  materia,  ma  perch'  io  veggo  e  riconosco  molti  di  voi, 
che  nell'  un  governo  e  nell'  altro  vi   sete   trovali ,    e  sapete 
ottimamente  discernere  il  bianco  dal  nero,  mi  basterà  avervi 
accennato  de' molli  questi  pochissimi  capi,  rendendovi  certi 
(di  che  chiamo  in  testimonio  la  Di\ina  Maestà,  la  quale  io, 
se  in  niuna  cosa  mentisco,  fulmini  le  saette  della   giustissi- 
ma sua  ira  sopra  del  capo  mio  solo)  che  qualunque  del  be- 
razione  vi  prenderete,  quella  sarà  da  me,   non  solo  slimata 
e  approvala  per  migliore,  ma  eseguila  con  mirabii  prontezza 
e  tranquillità  dell'animo  mio.    Il  quale,   siccome  mi   giova, 
non  per  fraude  o  per  inganno  ,  ma  per  universale  e  libero 


JJRRO    VENTOTTESIMO.  527 

coiisentimenlo  di  lulii  voi  aver  oUeniilo  questa  dignilà,  cosi 
mi  sarà  sempre  di  suprema  conso'a/ione,  senza  mia  colpa  e 
peecalo,  senza  sangue,  e  senza  fremilo  alcuno  d'arme,  co- 
me  possessor  di  buona  fede,  a  voi,  che  data  me  l'avele,  averla 
restiluila.  Gareggino,  e  combntliiio  per  questi  onori  quelli 
che  violentemente  se  gli  hanno  usurpali.  A  me  non  con- 
viene con  bruita  macchia  d' immoderala  ambizione  imbrat- 
tare l'azioni  della  preterita  mia  vita.  E  se  pur  altra  sarà 
la  vostra  volontà,  non  dubiterò  d'entrare  per  beneficio  co- 
mune in  qualunque  pericolo,  ancorché  fossi  certo  d'  avervi 
a  perder  l'avere  e  la  vila.  Ristretti  i  cittadini  insieme,  ogni 
gonfalone  da  per  se,  dopo  lo  spazio  di  un'ora  d'universale 
consenlimento  riportarono  tulli,  che,  del  permettere  in  fuori, 
che  i  Medici  ritornassero  in  Firenze  privati,  niuna  cosa 
s'innovasse,  e  che,  di  ciò  non  contentandosi,  bisognando 
s'assaltasse  il  campo;  perciocché  i  nimici,  avendo  manca- 
mento di  vettovaglia,  sarebbon  rotti  senza  contrasto.  Il 
gonfaloniere  mostrandosi  lieto  di  vedere  lanla  prontezza 
ne' suoi  cittadini,  fece  vedere  come  egli  avea  già  messo  in- 
sieme sedicimild  fanti  del  battaglione,  a  ciascun  de'quali 
per  fargli  animo  avea  dato  un  fiorino,  e  che  di  costoro  tra 
la  porla  al  Prato  e  quella  a  Faenza  ve  n'erano  ottomila, 
che  tremila  se  n'erano  mandali  da' Dieci  della  guerra  a  Pro- 
to, e  che  tulle  le  città  e  terre  del  dominio  erano  ottima- 
mente fornite;  che,  oltre  a  ciò,  aveva  accollo  insieme  dugento 
uomini  d'arme,  e  Ireconto  cavalleggieri,  e  die  essendo  i 
nimici  di  numero  molto  inferiore,  oltre  l'incommodilà,  le 
quali  pativano,  quando  a  ciò  non  stesser  fermi,  non  vi  era 
cagion  da  temere ,  promellendo  che  dove  il  bisogno  così 
richiedesse,  cavalcherebbe  egli  in  persona,  e  che  al  sicuro 
vincirebbe.  Licenziato  il  consiglio,  alla  ferocità  delle  pa- 
role non  seguivano  però  gli  effetti  ;  perciocché  i  Dieci  si 
portavano  freddamente  a  proveder  i  soldati  delle  cose  ne- 
cessarie. Ne"  soldati  non  era  esperienza  alcuna,  né  capo  di 
autorità  che  li  reggesse.  Il  gonfaloniere  di  natura  tardo,  e 
il  quale,  per  voler  far  ogni  cosa  da  se,  era  stato  lascialo 
senza  aiuto  e  senza  consiglio ,  non  pigliava  però  il  filo  a 
eseguire,  o  a  fare  eseguire  le  cose  proposte.  Onde  essendo 
Baldas-arre  Carducci  dottor  di  legge  mandato  dalla  Repub- 


528  dell'  istorie  fiorentine 

blica  al  viceré  per  convenir  seco,  e  Irovalulo  il  di  28  d'a- 
gosto ballar  la  terra  di  Prato;  per  avervi  qualche  di(!ìcullà 
nel  ballerla,  l'axea  indotto  a  contentarsi  di  tulio  quello  che 
la  città  voleva,  purché  fusse  provcdiilo  di  vettovaglie  e  di 
non  molta  quantità  di  danari.  E  avea  perciò  conceduto  il 
salvocondot  lo  a  quelli  ambasciadori,  i  quali  la  Repubblica 
arcbbc  a  quesito  fine  eletti,  ma  tardando  T  espedizione  dti 
già  detti  ambasciadori  più  che  in  cosi  fatta  necessità  non 
si  conveniva  ,  il  viceré  temendo  di  non  esser  tenuto  a  bada 
da'  Fiorentini,  die  la  mattina  seguente  1'  assalto  verso  la  porta 
del  serraglio,  ove  il  precedente  l'aveva  dato  a  quella  del 
mercalale;  e  avendo  quivi  per  alquanti^  ore  bRltulo,  e  fallo 
non  grande  apertura,  si  posero  li  Sfiagnuoli  con  grand'  ira- 
jieto  e  ardire  a  firsi  la  strada  per  essa  rottura;  la  quale,  co- 
me che  potesse  agevolmenic  esser  viclata ,  si  per  l'aUezza 
che  rimauea  dalla  rottura  alla  terra ,  e  sì  [lerché  sotto  il 
muro  era  ordinato  uno  squadrone  di  fanti  con  picche,  e 
con  archibusi  per  impedirli,  nondimeno  l'aver  veduto  mo- 
rir solo  due  fanti  di  quelli,  che  eran  sul  muro,  ove  gli  Spa- 
gnuoli  eran  saltati,  pose  tinto  spavento  a  tutti  gli  altri, 
che  con  infamia  grandissima  di  cosi  falla  milizia,  non  solo 
contra  l'opinione  del  gonfaloniere  e  di  ciascun  altro,  ma 
dei  vincitori  istessi  senza  far  atto  alcuno  di  virtù  ,  gittate 
giù  r  arme,  si  posero  bruttamente  a  fuggire.  Dice  Giovanni 
Carabi,  che  in  f^ì  vituperosa  fuga  e  scompiglio  furon  morti 
cinquemila  uomini;  altrove  ho  Ietto  di  quattromilacinque- 
cento. Il  Guicciardini,  il  quale  non  è  avvezzo  a  ingrandire 
olire  il  vero  le  cose,  n'accetta  più  di  duemila.  I  Pratesi 
islessi  infino  a' presenti  giorni  confessano  dal  sacco  e  dalla 
rovina  ricevuta  in  qua  non  essersi  ancor  potuti  rifare;  in  modo, 
olire  la  mortalilà,  restarono,  e  di  arnesi,  e  di  danari,  e  d'ogni 
umano  sussidio  spogliati  ,  convenendo  quegli  che  vivi  rima- 
sero, essendo  siali  tulli  fatti  prigioni,  ricomprarsi  poi  dal- 
l'avarizia degli  Spagnuoli  con  ingordissime  taglie,  se  uccisi, 
o  afDilli  e  tormentali  con  varie  pene  es^er  non  volevano  ;  J.i 
rome  a'magistrali  de' Fiorentini  convenne  ancor  fare,  de'quali 
IJitista  Guicciardini  era  podestà,  e  Tommaso  Bartoli  e  Andrea 
Taddei  per  le  cose  della  guerra  commissari.  A  quanto  si 
trovò  riparo,  fu  che  lonor    delle  donne  violalo   non   rima- 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  529 

nesse,  avendo  il  cardinal  de' Medici  alla  lor  maggior  chiesa, 
ove  tutte  quasi  s'erano  ridotte,  fatto  metter  buonissime 
guardie;  il  che  fu  a' miseri  terrazzani  in  sì  loro  gran  mali 
unico  ristoro  e  consolazione.  Giunta  la  novella  di  sì  dolo- 
roso e  fiero  accidente  in  Firenze ,  ove  gli  ambasciadori 
spediti  al  viceré,  i  quali  a  mezza  via  ciò  intesero  erano  sbi- 
gottiti ritornati ,  non  si  potrebbe  leggermente  esprimere 
quanto  avesse  variamente  commosso  gli  animi  de' Fioren- 
tini. Perciocché  coloro,  a' quali  il  ritorno  de' Medici  pia- 
ceva, biasimavano  forte  il  presente  governo,  e  cosi  gran 
danno  e  vergogna,  non  per  altro,  che  per  l'imprudenza  e 
tardità  del  gonfaloniere  esser  succeduta  dicevano.  Gli  ama- 
tori dello  stato  popolare,  facendo  della  miseria  di  Prato  con- 
gettura de'mali  che  lor  polean  succedere,  erano  da  incredi- 
bile timore  soprappresi  ,  nò  altro  che  danni  e  disonore  o 
morte  s'  aspellavano.  Il  gonfaloniere  perdutosi  d'animo  ,  e 
con  l'animo  perduto  il  consiglio  e  il  credito  appresso  cia- 
scuno, come  onda  di  mare  era  portato,  e  aggirato  non  da 
chi  il  consigliava,  perocché  ninno  di  ciò  cura  si  prendeva  ; 
ma  da  chi  riprendendo  tacilairiente  i  suoi  consigli,  l'aiutava 
a  entrare  in  maggior  confusione.  Onde  a  coloro  i  quali  (di 
novità  erano  vaghi,  crebbe  l'ardimento  di  mettere  ad  ese- 
cuzione quelli),  che  altre  volte  tra  lor  macchinato,  e  con 
Giulio  de' Medici  segretamente  trattatone,  non  avendo  ancor 
veduto  r  opportimità  d'  adempirlo.  Costoro  furono  Anton 
Francesco  degli  Albizi  giovane  liberale  e  di  grand' animo, 
il  quale  non  passava  l'età  di  23  anni,  Pagolo  Vettori  e 
Bartolemmeo  Valori  giovani  parimente  ancor  essi,  benché 
di  maggior  età,  e  costor  due  per  le  strabocchevoli  spese 
da  molti  debiti  oppressi,  i  quali  andati  l'ultimo  giorno  di 
agosto  con  arme  coperte  a  trovar  il  gonfaloniere  in  palazzo 
nel  proprio  alloggiamento  ,  in  tempo  che  i  Signori  erano  a 
sedere  nel  consiglio  degli  Ottanta  con  la  Pratica  in  su  la 
sala  dell'udienza;  gli  significarono  necessaria  cosa  essere, 
che  egli  di  presente  a  casa  se  ne  tornasse.  Le  quali  parole 
dissero  in  modo,  che  potette  egli,  se  ciò  non  facesse,  com- 
prendere che  gliene  andava  la  vita,  perchè  o  sbigoltilo  dal 
timore,  o  pure  perchè  egli  non  volesse  che  per  sua  cagione 
la  città  si  partisse  ,  o  suscitassesi  alcun  civile  tumulto  si 
Amm   Vol.  V.  34 


530  dell'istorie   FIORENTINE 

pose  in  poter  loro,  da  una  parte  de' quali  cavato  di  palazzo 
senza  saputa  degli  altri  magistrali  a   casa  sua    ne    era  con- 
dotto ,  quando  egli  giunto  al  ponte  a  Santa  Trinità  per  l'af- 
fanno che  sosteneva,  chiese  di  grazia  che  in  casa  Francesco 
e  Pagolo  Vettori,  i    quali   abitavano  lungo  Arno,  fusse  la- 
sciato entrare.  Il  che  liberamente  concedutogli,  e  tornati  gli 
altri  rattamente  in  palazzo,  ove  molli  giovani  de'Rucellai, 
de'  Tornabuoni  ,  de'  Pilli  e  alcuni  de'  Barloli  e  Tommasino 
Corbinelli,  e  un    de' figliuoli  di    Filippo  Buondelraonli  con 
allri  parenti  e  seguaci  de'  Medici  erano  entrati,  si  posero  a 
stringere  i  Signori  ,   i  quali  doveano  uscir  la  sera  medesi- 
ma, a    rimettere  i    fuoruscili ,  e  a  privar  legittimamente  il 
gonfaloniere  ;  all'  una  delle  quali  cose  non  volendo  France- 
sco delia  Luna,  il  quale  era  proposto,  acconsentire,  si  con- 
tentò che  si  trattasse  della  cassagione  del  gonfaloniere.  Fu- 
rono da' Signori,  sì  come  per  legge  era  disposto,  ragunati 
i  collegi,  i  capitani  di  parte,  i  Dieci  della  guerra  e  gli  Olio 
di  balìa  con  i  conservadori  di  legge.  Tra'  quali  messa  a  par- 
tilo la  privazione  del  gonfaloniere,  non  furono  trovate  più 
che  nove    fave   nere  che  ciò  volessero.    La    qual    cosa  da 
Paolo  Vettori    sentita,   nella  cui  casa  il  gonfaloniere  si  ri- 
trovava, trattosi  avanti,  fece  lor  veduto,  che,  dove  stimavano 
procurargli  il  suo  bene,  gli  facean  male;  però  che  egli  non 
vedea  in  che    modo    poter   frenare  il    popolo   che   noi   ta- 
gliasse a  pezzi.  Alle  quali  parole  prestando  i  magistrali  fede, 
concorsero  alla  sua  privazione.  Perchè  partitosi  egli  la  notte 
seguente  accompagnato  da  Musaichio  capitano  di   cavalleg- 
gieri  infin  sul  lenitorio  de' Senesi,  quindi,  come  poi  si  sep- 
pe, se  ne  passò  chetamente  in  Ancona,  ove  postosi  in  mare 
andò  a  far  la  sua  abitazione  in  Ragugia.  Questo  fine   ebbe 
V  autorità  e  grandezza  di  Piero  Soderini  in  Firenze  ,  uomo 
di  buona  mente  e  amatore  della  libertà  della  sua  patria,  e, 
dove  dal  timore  non  era  sopraffallo,  di  prudente  e  moderato 
consiglio;  ma  il  quale  restò  in  modo  da  questa  ultima  azione 
oscuralo  ,    non    si  essendo  veduta  in  lui    deliberazione  al- 
cuna   magnanima,    che  se   la  pietà  delle  sue   sciagure  noi 
rendesse   ancor  oggi  nella  memoria  degli    uomini   compas- 
sionevole, sarebbe  di  molto  maggior  biasimo  degno  di  quello, 
che  egli  non  è    senz' alcun    fallo   reputato;    perciocché  gli 


LIBRO   VENTOTTESIMO.  531 

uomini,  i  quali  in  gran  Torluna  sono  coslituiti,  non  solo  a 
quello  flebbono  riguardare,  che  in  danno  o  beneficio  di  se 
slessi  è  sol  per  tornare  ;  ma  ufficio  loro  è  di  servare  a  lor 
sommo  potere  la  dignità  a  quel  grado  in  che  son  collocati, 
perchè  l'altezza  e  chiarezza  di  quel  luogo  non  resti  nella 
persona  loro  macchiata  ;  onde  sarà  sempre  celebralissima 
la  memoria  di  Michele  di  Landò  ,  né  diprezzabile  per  av- 
ventura sarà  quella  di  Cesare  Petrucci ,  i  quali  soli  tra  tutti 
coloro,  che  in  quel  palazzo  si  son  trovali  in  qualche  peri- 
colo ,  han  mantenuto  salda  e  inviolala  con  presto  e  valo- 
roso avvedimento  la  pubblica  riputazione- 


Fine  del  Tomo  Quinto  e  Seco?(DO 
DELLA  Parte  II.^ 


I  I\  D  I  e  E 

DEL    TOMO    QUINTO 


-o^Èg^o- 


LiBKo  Ventunesimo  {Anni  1435-1441  ) ,  .  Pag.  5 

Libro  Ventiduesimo  (Anni  1442-1453) »    69 

Libro  Ventitreesimo  (Anni  1454-1476) »  139 

Libro  Ventiquattresimo  (Anni  1478-1480) »  201 

Libro  Venticinquesimo  [Anni  1481-1487) »  257 

Libro  Ventiseesimo  (  Anni  1487-1495  ) »  315 

Libro  Ventisettesimo  (Anni  1496-1502) »  387 

Libro  Ventottesimo  (Anni  1505-1512) »  465 


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